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CRIMEA: I tatari ancora sotto tiro con la falsa accusa del terrorismo

Lo scorso 11 marzo, alcuni agenti armati dei servizi segreti federali russi hanno fatto irruzione in alcune case della città di Bachčysaraj, violando la privacy e il domicilio di sette famiglie appartenenti alla minoranza dei tatari di Crimea. È seguita una nuova ondata di arresti che ha coinvolto lo storico Seytumer Seytumerov, il padre Enver Mustafayev (successivamente rilasciato) e i tre attivisti di Crimean Solidarity Osman Seytumerov, Ahmet Suleymanov e Rustem Seitmemetov. Tutti i detenuti sono stati accusati ai sensi dell’articolo 205.5 del codice penale russo per “Organizzazione di attività in un’associazione terroristica e partecipazione a tali attività in suddetta associazione”.

La “letteratura proibita” e l’incursione del FSB

Ahmet Suleymanov è un attivista e giornalista di Crimean Solidarity; in rete ha pubblicato diverse informazioni sugli arresti e i processi politici sulla questione tatara. Di recente ha limitato tale attivismo civico, ma solo a causa di gravi problemi cardiaci; problemi che potrebbero aggravarsi a causa delle condizioni precarie nell’attuale carcere di Sinferopoli. Assieme ai fratelli Osman e Rustem Seytumerov e allo storico Seytumer Seytumerov sono stati arrestati lo scorso 11 marzo con l’accusa di coinvolgimento nel partito pan-slamista Hizb ut-Tahrir, un’organizzazione pacifica legale in Ucraina e in molti altri paesi, ma bandita per terrorismo in Russia.

Nessuna prova è mai stata fornita alla Corte Suprema della Russia, che nel 2003 ha dichiarato Hizb ut-Tahrir un gruppo terrorista; eppure, queste accuse ai sensi dell’articolo 205.5 del codice penale russo prevedono una condanna da 10 a 20 anni di reclusione per gli accusati.

Nonostante le autorità russe fossero prive di mandato, nessuno ha potuto impedire l’ennesima operazione di “ricerca di letteratura e tecnologia proibita”. Agli avvocati delle persone accusate, giunti in loco, è stato impedito di essere presenti durante la perquisizione. “La ‘ricerca’ è da interpretare in modo molto approssimativo, in quanto l’FSB porta sempre con sé del materiale perseguibile e, in assenza di avvocati, afferma di averlo ‘trovato’”, afferma Edem Semedlyaev, uno degli avvocati che non ha potuto assistere alle perquisizioni.

In almeno un caso, infatti, la “letteratura proibita” è un’invenzione dell’FSB, interessato a scovare materiale scritto o tecnologia informatica che riescano a compromettere l’innocenza di attivisti, giornalisti e relative famiglie. Le operazioni sono volte a terrorizzarli al fine di farli tacere sulle persecuzioni e su altre violazioni dei diritti umani dei tatari di Crimea da parte delle autorità russe, aggravatasi in seguito all’occupazione della penisola nel 2014.

Le denunce inascoltate

La procura di Crimea ha già avviato un procedimento penale ai sensi dell’art. 146 “Privazione illegale della libertà o rapimento”. Igor Ponočovniy, procuratore della Repubblica autonoma di Crimea, ha affermato che “le ricerche illegali nel territorio temporaneamente occupato sono diffuse e sistematiche e non hanno nulla a che fare con le forze dell’ordine, in quanto mirano esclusivamente a intimidire la popolazione e perseguire le persone”. Inoltre, come affermato dal Commissario per i diritti umani Lyudmyla Denisova, i tatari di Crimea tenuti illegalmente in custodia nel territorio russo continuano a subire pressioni e violenze di diverso ordine, senza ricevere le cure necessarie.

Secondo gli esperti del Crimean Tatar Ressource Center, nel 2019 sulla penisola si sono verificati più di 150 arresti e oltre 300 violazioni alla libertà dei tatari di Crimea. Il Centro condanna fermamente queste reiterate azioni illegali da parte delle forze di sicurezza russe che violano la libertà di espressione e di culto degli abitanti della penisola occupata. La Federazione russa sta abusando della sua legislazione per scopi politici, in particolare per reprimere la lotta non violenta dei tatari di Crimea e la loro protesta contro l’occupazione della Crimea. Ma, mentre il Centro invita la comunità internazionale e le organizzazioni internazionali per i diritti umani a intensificare la pressione sulla Russia e porre fine alla persecuzione politica sulla penisola, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov continua a sostenere l’idea che parlare di violazioni dei diritti umani nell’annessa Crimea è pura invenzione.

 

Immagine: ATR.ua

CRIMEA: L’appello dei tatari contro l’occupazione della penisola

Lo scorso 27 ottobre i rappresentanti di 46 organizzazioni tatare della Crimea si sono riuniti ad Ankara per discutere sulla situazione attuale della comunità tatara di Crimea e sul ruolo della propaganda mediatica russa nel mondo turco.

Secondo il servizio stampa turco QHA, l’incontro si è aperto con un benvenuto da parte di Umit Silit, capo della piattaforma delle organizzazioni tatare della Crimea e della Fondazione per lo sviluppo della Crimea, a cui è seguito un intervento del regista e produttore Zafer Karatay, rappresentante turco del Mejlis dei tatari di Crimea. Karatay ha sollevato la questione relativa alla situazione attuale della Crimea e al ruolo della propaganda russa nello spazio mediatico odierno della comunità internazionale soffermandosi, in particolare, su quello turco.

L’appello contro l’annessione russa

I vari rappresentati hanno affermato che l’unico modo per porre fine alle violazioni dei diritti umani in Crimea è porre fine all’annessione russa. Hanno invitato la comunità internazionale a continuare a insistere a tal fine e dichiarato che bisogna, inoltre, fare di più per contrastare la propaganda russa in Turchia.

I rappresentanti hanno sollecitato la comunità internazionale con un appello: “Noi, discendenti dei tatari di Crimea costretti ad emigrare nel corso di molti secoli, continuiamo a lavorare in 43 organizzazioni e tre fondazioni in Turchia, un paese che ci ha accolto come una patria. […] L’unico modo per porre fine alla violazione dei diritti umani in Crimea è porre fine all’occupazione russa.”

I partecipanti hanno ribadito che non riconosceranno mai l’occupazione illegale del 2014 da parte della Russia della loro patria. Gli omicidi, i rapimenti e le decisioni dei cosiddetti tribunali avvenuti per mano dei russi all’interno della loro comunità sono crimini contro l’umanità e senza dubbio avranno un posto tra le pagine più buie della storia. Per mettere fine alle violazioni dei diritti umani e alle pratiche disumane quali la deportazione del leader e combattente di fama internazionale per i diritti umani Mustafa Dzhemilev, l’occupazione della penisola deve finire.

Le associazioni e le fondazioni partecipanti riconoscono esclusivamente un percorso democratico di sviluppo.

La posizione turca sull’annessione della penisola

L’ambasciatore turco in Ucraina Yagmur Ahmet Guldere ha affermato che il suo paese non riconosce l’annessione della Crimea e che la politica turca, da allora, non ha cambiato opinione a riguardo. Come riportato dai media, lo stesso capo della commissione per la politica estera del parlamento turco, Volkan Bozkir, ha dichiarato recentemente di appoggiare la comunità tatara: “Non abbiamo mai riconosciuto e non riconosceremo l’annessione della Crimea”.

 

Immagine: Qha

La resistenza dei tatari di Crimea

I tatari di Crimea sono una comunità nazionale turcofona e musulmana che vive almeno dal XV secolo sulla costa settentrionale del Mar Nero e, in particolare, nella penisola della Crimea. Il Khanato di Crimea ebbe il suo momento di massimo splendore tra XV e XVIII secolo sotto la dinastia, discendente di Gengis Khan, dei Giray. Lo stato era allora protetto dall’Impero ottomano: quando quest’ultimo entrò in conflitto con l’Impero zarista in espansione fu la fine per questa grande potenza e raffinata cultura. Da allora perseguitata e repressa, la comunità che ancora oggi vive nella penisola rifiuta strenuamente l’occupazione russa del proprio territorio.

I tatari di Crimea nel nuovo Parlamento ucraino

La comunità tatara, nonostante l’occupazione della Crimea da parte della Russia, sta mantenendo una propria rappresentanza nelle istituzioni dell’Ucraina. Ci sono infatti anche tre rappresentanti della comunità tatara di Crimea tra i deputati eletti nella nuova Rada, il parlamento ucraino, lo scorso 21 luglio. “Per noi è una conquista: nella scorsa legislatura gli interessi dei tatari di Crimea al parlamento erano rappresentati solo da me e Refat Čubarov”, dichiara Mustafa Džemilev, il settantacinquenne che è guida e leader dei tatari di Crimea fin dall’epoca sovietica.

Čubarov, presidente del Mejlis (il più alto organismo di rappresentanza dei tatari, vietato in Russia, e quindi in Crimea, dal 2016 in quanto ritenuto “estremista”), questa volta è rimasto fuori: il partito con cui si era candidato, Sila i Čest’ (Forza e Onore), non ha superato la soglia di sbarramento del 5%.

Džemilev e il vice-presidente del Mejlis Achtem Čijgoz sono invece tra i 24 deputati eletti del partito dell’ex-presidente Petro Porošenko, “Solidarietà europea”. Rustem Umerov, delegato del Kurultaj (assemblea del popolo tataro) e terzo rappresentante dei tatari di Crimea nella nuova Rada, si era invece candidato con il partito Holos (Voce) del rocker Svjatoslav Vakarčuk.

“Avevamo solo un unico principio in questa tornata elettorale: non candidarci assolutamente con il partito filorusso ‘Piattaforma di opposizione – Per la vita’ – afferma con decisione Džemilev – tutti gli altri partiti invece li abbiamo sentiti”. Il leader tataro non ha avuto molti dubbi nel presentarsi ai suoi elettori al fianco del presidente uscente Porošenko, per il quale nutre profonda stima e di cui apprezza molto l’operato, soprattutto a livello internazionale: “Penso che il presidente Porošenko sia riuscito a risolvere in maniera ottimale tutte le questioni più importanti; dal nulla ha creato un esercito e ha saputo edificare una potente coalizione internazionale filoucraina“.

L’importante, per Džemilev e gli altri rappresentanti tatari, è che il neo-eletto presidente Zelenskij e la sua squadra di governo non invertano il corso politico per l’Ucraina inaugurato da Porošenko: la desovietizzazione, il rafforzamento militare, l’orientamento a ovest verso Ue e Nato. “Tutto ciò permetterà una più rapida liberazione della Crimea”, afferma dal canto suo Achtem Čijgoz. Aggiungendo: “Certamente, un ruolo di non poca importanza gioca l’ottenimento per la Crimea dello status di autonomia nazionale“, un punto su cui da tempo i rappresentanti tatari insistono.

“Sono felice che Zelenskij abbia dichiarato l’intenzione di creare un Comitato per la liberazione dei territori ucraini. Sarebbe un passo importante – continua Džemilev – tuttavia alcune affermazioni di Zelenskij mi sconcertano. Ad esempio, l’idea di indire un referendum sull’adesione alla Nato. Ma quale referendum: il corso euroatlantico sta ben scritto nella Costituzione ucraina!”.

Mustafa Džemilev e la lunga repressione dei tatari di Crimea

Mustafa Džemilev è uno dei più noti dissidenti e difensori dei diritti umani della storia sovietica, famoso soprattutto per uno sciopero della fame durato 303 giorni, il più lungo nella storia dei movimenti per i diritti civili. Nel 2016 un giovane regista tataro, Ahmed Sarychalil, ha dedicato un documentario alla sua affascinante figura, titolato “Mustafa”.

Džemilev ha consacrato la propria vita alla lotta per i diritti del suo popolo, in primo luogo quello di tornare nella propria terra, scontando per questo oltre quindici anni nei gulag sovietici. Oggi la sua missione non è cambiata: una volta lasciata nel novembre del 2013 la carica di presidente del Mejlis, che guidava dal 1991, ha continuato a rappresentare la voce dei tatari di Crimea a Kiev (dal 1998 è membro della Rada) e, soprattutto, dal 2014 porta avanti una nuova lotta – quella di riportare la sua terra, annessa forzatamente dalla Russia – all’Ucraina. Da allora gli è vietato l’ingresso in Crimea (così come in Russia); il suo nome è sulla lista – rinnovata lo scorso inverno – delle persone bandite dalla penisola e dalla Federazione russa.

Non è tra i soli che hanno lasciato la Crimea occupata dal 2014, forzatamente o meno: si stimano tra i 15.000 e i 30.000 i tatari di Crimea che hanno abbandonato da allora la propria casa. Nonostante l’apparente riconoscimento dei diritti alla comunità (la lingua tatara è riconosciuta sulla carta, ad esempio, come ufficiale, accanto a russo e ucraino), la repressione nei loro confronti continua. Sono circa 130 i prigionieri politici tatari oggi nelle carceri russe; arresti e perquisizioni continuano ogni giorno. “Se confrontiamo le procedure di perquisizione dei tempi sovietici con quelle di oggi, noteremo molte differenze – racconta Džemilev – da me sono venuti a perquisire una decina di volte in epoca sovietica, ma almeno allora arrivavano e dicevano: ‘Ecco l’autorizzazione del procuratore o del giudice, abbiamo tutte le ragioni di ritenere che lei abbia della letteratura antisovietica. Le chiediamo di consegnarcela volontariamente, altrimenti procederemo con la perquisizione’. Mentre ora non ci sono autorizzazioni: fanno irruzione nelle case, tutti a terra e iniziano a cercare arrecando danni materiali; anche se le porte sono aperte preferiscono scavalcare. Visto da fuori, pare che abbiano scovato un covo di terroristi, mentre in realtà si tratta di gente comune”.

Nato nel 1943, Džemilev all’età di sei mesi venne deportato con la famiglia dalla Crimea all’Asia Centrale, in Uzbekistan. Sono oltre 183.000 i tatari di Crimea cui venne riservato in quegli anni lo stesso destino. Furono la comunità nazionale più colpita tra quelle che vennero accusate (o solo sospettate, è lo stesso) di alto tradimento ai danni dello stato sovietico. Per tutte la pena fu la stessa: il trasferimento forzato sugli Urali e in Asia Centrale con il divieto di far ritorno nella propria terra. Il 46% dei deportati tatari morì durante il tragitto o subito dopo. La deportazione puntò a distruggere, a cancellare la cultura del popolo tataro, la sua stessa identità. A tal proposito, oggi viene contestato un manuale di storia utilizzato nelle scuole della Crimea russa, nel quale i tatari vengono definiti dei collaborazionisti durante la Seconda guerra mondiale e conseguentemente nemici dello stato sovietico. Un modo per giustificare la loro deportazione: il 18 febbraio scorso il consiglio dei tatari di Crimea si è rivolto al governatore della regione Aksionov affinché il manuale venga ritirato.

Gli anni Sessanta, epoca di quel disgelo breve e precario inaugurato da Nikita Chruščiov, risvegliarono gli animi anche della comunità tatara; si iniziò a parlare di genocidio. Cinquemila tatari si trasferirono nella seconda metà del decennio a Mosca per tener vivo il movimento di rinascita, per far sentire più forte la propria voce nel centro del potere sovietico. E ottennero alcuni risultati: nel 1967 venne emanato il decreto che riabilitò i tatari di Crimea; eppure, nella loro penisola, nel frattempo ripopolata di nuovi cittadini sovietici, non riuscirono a rientrare e le repressioni non si arrestarono. Notizie sulla situazione dei tatari di Crimea cominciarono intanto a giungere oltrecortina, grazie alle voci di dissidenti (soprattutto russi).

Il 6 luglio 1987 fu una giornata importante per i tatari di Crimea: furono circa 150 in piazza Rossa a manifestare (ma le testimonianze sono discordanti e parlano anche di 500 persone) e il sit-in durò tutta la notte. Tra loro c’era anche la moglie di Mustafa, Safinar. L’evento portò i suoi frutti e i rappresentanti dei manifestanti vennero convocati da Andrej Gromyko in persona, allora presidente del presidium del Soviet Supremo dell’Urss.

Nel 1989 la repressione dei tatari di Crimea venne ufficialmente riconosciuta come “illegale e criminale”. Džemilev, eletto quell’anno capo del Movimento nazionale dei Tatari di Crimea, tornò nella penisola, seguito da altri 250.000 membri della comunità.

Prima o poi la Crimea tornerà ucraina

La fontana di Bachčisaraj, immortalata dal sommo poeta russo Aleksandr Puškin nell’omonimo poema (1824), era ridotta a un “tubo di ferro arrugginito” quando il poeta visitò il leggendario palazzo dei Khan nei primi anni Venti dell’Ottocento. La splendida e raffinata residenza dei sovrani tatari era stata distrutta nel 1736 dall’“orda” dei russi, i conquistadores della penisola di Crimea. Puškin se ne rammaricò e fece rivivere la perduta bellezza nel suo poema, rendendo eterna – grazie alla sua poesia – la civiltà tatara, checché ne pensassero i suoi compatrioti.

“L’unica possibilità perché vengano sollevate le sanzioni alla Russia è l’instaurazione a Kiev di un governo pronto ad accettare l’occupazione e a riconoscere la Crimea come russa. A Putin questo non è riuscito e speriamo non ci riesca mai – conclude Mustafa Džemilev – per questo, prima o poi, la Crimea tornerà ucraina”.

 

Questo articolo è frutto di una collaborazione editoriale con OBCT 

Immagine: Mustafa Džemilev @Shutterstock.com

RUSSIA: Continua la repressione contro i tatari di Crimea

Da quando la Federazione russa ha illegalmente annesso la penisola di Crimea nel marzo del 2014, la minoranza etnica dei tatari di Crimea continua ad essere vittima di ricorrenti repressioni e persecuzioni, spesso e volentieri di natura violenta. Le accuse principali sono la mancata accettazione della nuova situazione politica (l’occupazione russa che dura da 5 anni) e la divulgazione di affermazioni considerate come estremiste da parte delle autorità russe.

23 arresti in un solo colpo

Lo scorso 15 aprile le forze federali di sicurezza russe (FSB) hanno arrestato Rustem Abilev, un tataro di Crimea. Il caso rientra in una lunga serie di repressioni che vedono vittime gli abitanti tatari della penisola ormai dal 2014. Dopo la perquisizione della moschea di cui Abilev è l’imam e della sua casa nei pressi di Sebastopoli, l’uomo è stato arrestato con l’accusa di “chiamate per attività estremiste”. Secondo l’agenzia di stampa Crimean News Agency il tribunale di Sebastopoli ha stabilito che resterà in custodia fino al 10 giugno.

La vicenda è ricollegabile a quella verificatasi nella zona di Sinferopoli lo scorso marzo, quando gli agenti dell’FSB hanno fatto alcune incursioni di massa in dozzine di case arrestando 23 attivisti tatari di Crimea, alcuni dei quali membri attivi nella comunità Crimean Solidarity – una rete di solidarietà lanciata nel 2016 per fornire supporto alle famiglie dei prigionieri politici e dei tatari detenuti e scomparsi di Crimea.

I 23 tatari di Crimea sospettati di essere membri dell’organizzazione pan-islamista Hizb ut-Tahrir sono stati arrestati e deportati nella regione russa di Rostov sul Don, nello stesso tribunale dove altri prigionieri politici ucraini come Oleg Sentsov sono in attesa dei loro verdetti. Rimarranno sotto inchiesta almeno fino al giorno della prima udienza in tribunale, prevista per il 15 di maggio. Gli imputati rischiano di scontare una pena che va dai 10 ai 20 anni di carcere con una multa che raggiunge il milione di rubli, o una condanna a vita, a seconda delle accuse. Nel frattempo, almeno tre di loro hanno già subito violenze fisiche da parte degli agenti dei servizi di sicurezza russi, secondo quanto afferma anche Halya Coynash, membro del gruppo per la protezione dei diritti umani di Charkiv.

Repressioni e violazioni senza ritegno

Alcuni avvocati e testimoni dichiarano che le ultime incursioni di massa da parte dell’FSB non sono state effettuate secondo una procedura standard, violando la legge. Le forze dell’ordine hanno circondato le case dei tatari di Crimea senza presentarsi ufficialmente né mostrare un atto di perquisizione, hanno rimosso i telefoni cellulari degli individui e impedito loro di contattare gli avvocati o di parlare con le loro famiglie. Sempre stando ai racconti, gli agenti si sono comportati in maniera brusca, imprecando e spaventando donne e bambini. Inoltre, in diverse case hanno proibito ai residenti di assistere alle perquisizioni.

Le autorità non hanno trovato nulla di illegale in nessuna delle case perquisite, al di fuori di qualche libro o opuscolo. Successivamente, però, l’ufficio stampa dell’FSB ha dichiarato di aver confiscato una “quantità significativa di materiale propagandistico e di dispositivi di comunicazione e informazione” usati a “fini terroristici”.

Hizb ut-Tahrir bandita in Russia

Nata nel 1953, Hizb ut-Tahrir è un’organizzazione religiosa e politica internazionale che mira a riunire tutti i paesi musulmani in un unico califfato islamico, imponendo la legge della Sharia, ovvero l’insieme delle norme dottrinali, sociali e religiose islamiche.

L’organizzazione è stata messa al bando dalla Russia nel 2003 con l’accusa di essere un gruppo terroristico. Le motivazioni principali di tale messa al bando sono una propaganda islamista militante, unita all’intolleranza nei confronti delle altre religioni, e il reclutamento attivo di sostenitori, che determina una divisione nella società.

L’incursione dello scorso marzo in Crimea è solo l’ultima di queste operazioni speciali effettuate nel territorio della Federazione russa dagli agenti dell’FSB, i quali hanno dichiarato che i membri di Hizb ut-Tahrir “diffondono l’ideologia terrorista tra gli abitanti della penisola e reclutano i musulmani di Crimea nelle proprie file”. Nonostante l’opinione di Mosca, però, non ci sono ad oggi prove di attività pericolose eseguite dai membri di Hizb ut-Tahrir, che opera legalmente in Ucraina e in molti paesi europei. 

Diritti umani

L’arresto di questi 23 attivisti tatari è l’ennesima dimostrazione dell’intensificazione delle repressioni nei confronti di un gruppo etnico minoritario fondamentalmente contrario all’occupazione della penisola di Crimea da parte della Russia. Da cinque anni ormai le organizzazioni per i diritti umani ucraine, russe e internazionali hanno denunciato le feroci repressioni e persecuzioni dei dissidenti su temi politici e religiosi, soprattutto in Crimea. Il caso che coinvolge Hizb ut-Tahrir è il più grande in termini di numero di persone accusate e condannate sulla penisola. Il numero di imputati ha oggi raggiunto i 55 uomini, la maggioranza dei quali sono tatari di Crimea musulmani credenti.

Secondo i difensori dei diritti umani dell’organizzazione internazionale Human Rights Watch, la situazione dei diritti umani nella penisola si è notevolmente deteriorata in seguito all’annessione. Sotto vari pretesti, compresa la lotta contro l’estremismo, le autorità perseguitano chiunque osi criticare apertamente le azioni della Russia sulla penisola, in particolare i tatari. L’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch è convinta che le autorità russe dovrebbero ritirare le accuse, rilasciare gli attivisti – tutti uomini – e dar loro accesso a un avvocato. La vice-direttrice dell’organizzazione Rachel Denber afferma che gli arresti di massa in Crimea hanno come obiettivo quello di rappresentare i tatari di Crimea politicamente attivi come dei terroristi e di zittirli, aggiungendo che la cosa dovrebbe concludersi immediatamente e che questi uomini dovrebbero essere rilasciati subito. A riguardo, l’Unione europea ha già condannato pubblicamente in una riunione del Consiglio OSCE a Vienna queste azioni repressive nei confronti dei tatari di Crimea, invitando nuovamente le autorità russe a cessare di esercitare pressioni sulla comunità tatara di Crimea.

Immagine: Crimean Solidarity

CINEMA: “Mustafa”. La lotta di Cemilev, simbolo dei tatari di Crimea

Come riassumere in 90 minuti una vita di lotta – quella di Mustafa Cemilev, per il diritto dei tatari di Crimea di ritornare nella loro patria e di viverci liberamente? Ci è riuscito brillantemente Ahmed Sarykhalil, giovane regista tataro, che ha dedicato il suo primo lungometraggio “Mustafa” (Ucraina, 2016) alla storia di quello che è considerato il leader e il simbolo del popolo tataro di Crimea.

Per raccontare la vita del personaggio, il regista gioca ad alternare materiale prettamente documentaristico (foto, filmati e interviste originali), a ricostruzioni di episodi più personali della vita di Cemilev, interpretato dall’attore ucraino Maxim Pasichnyk. Ne risulta una testimonianza accurata ed polifonica (sono 26 gli attivisti e i dissidenti intervistati nel corso del film), ma anche un documentario estremamente coinvolgente che ci permette di immedesimarci nel protagonista proprio durante le situazioni più critiche della sua vita.

Nato nel 1943 in un villaggio della Crimea allora occupata dai nazisti, Mustafa Cemilev ha solo sei mesi quando viene deportato assieme a tutta la sua famiglia e circa 180 000 altri tatari di Crimea nell’Asia Centrale. Il film ci porta in Uzbekistan dove Cemilev, ancora diciottenne, sarà tra i fondatori dell’Unione dei Giovani Tatari di Crimea, organizzazione clandestina che, promuovendo la cultura e la storia tatara, chiede il diritto al ritorno in patria. In seguito, il regista ci fa rivivere i momenti più importanti della vita del dissidente tataro: il suo primo arresto nel 1966, gli anni di prigionia in Siberia durante i quali intrattiene un’amicizia epistolare con Andrej Sakharov, e il lunghissimo sciopero della fame durato 303 giorni, al quale egli sopravvive solo perché alimentato a forza.

Si delinea così un ritratto estremamente personale di Cemilev, in cui spiccano il coraggio e la forza di volontà, ma anche l’intelligenza e il sangue freddo con i quali affronta le situazioni più difficili, ad esempio facendosi beffe del medico di prigione a cui era stato affidato il compito di valutare la sua “sanità mentale”. Un personaggio dall’aura quasi eroica, ma anche profondamente cosciente dei limiti delle proprie forze e delle proprie azioni.

Liberato durante la perestroika, nel 1989 Cemilev riesce per primo a ritornare con la famiglia in Crimea, organizzando in seguito il ritorno in patria degli altri tatari vittime delle deportazioni staliniane. Nel 1991, i tatari di Crimea fanno di Cemilev il loro rappresentante ufficiale nominandolo presidente del Mejlis, il massimo organismo di rappresentanza della comunità tatara di Crimea, carica che ricoprirà fino al 2013.

L’azione del documentario si conclude nella Crimea occupata del maggio 2014, quando a Cemilev viene rifiutato l’ingresso al confine di fatto tra Ucraina e Crimea. Egli è inoltre bandito per 5 anni dal territorio della Federazione Russa per essersi opposto al referendum-farsa che aveva sancito l’annessione della penisola alla Russia. Un filmato originale mostra la protesta di un centinaio di attivisti tatari che cercano di sfondare un check-point russo nel vano tentativo di aiutare Cemilev a rientrare in Crimea. 

Oggi Mustafa Cemilev risiede a Kiev, dove continua la sua attività politica in quanto membro del Parlamento ucraino. Dal 2014, tra i 15 000 e i 30 000 tatari hanno nuovamente abbandonato la Crimea per sottrarsi all’occupazione russa; nel 2016, il Mejlis è stato dichiarato fuorilegge, e tacciato di essere un'”organizzazione estremista incitante all’odio verso la Russia e al nazionalismo etnico”. I processi, gli arresti e le sparizioni di attivisti tatari sono all’ordine del giorno in Crimea. Come il regista lascia intendere alla fine del film, mostrandoci un Cemilev inquieto e silenzioso che si allontana per la sua strada, la lotta dei tatari di Crimea per il diritto alla propria patria non si è ancora conclusa. E quella di Cemilev è di nuovo una vita in esilio.

UCRAINA: Abusi contro i tatari di Crimea, il report di Amnesty condanna i russi

Il recente rapporto annuale sulla situazione in Ucraina, realizzato da Amnesty International, conferma  gli abusi delle autorità russe in Crimea ai danni della popolazione tatara, abusi che su queste colonne abbiamo più volte denunciato. Il rapporto di Amnesty International scrive: “Non sono state condotte indagini efficaci sui sei casi di sospetta sparizione for­zata di attivisti tatari di Crimea, avvenuti nel 2014, e per un caso confermato di rapimento, tortura e uccisione. Ciò è avvenuto nonostante le molte prove a di­sposizione, incluse videoregistrazioni, suggerissero chiaramente che i paramilitari filorussi della cosiddetta Forza di autodifesa della Crimea erano responsabili di almeno alcuni di questi crimini”.

I tatari sono l’unica popolo autoctono della penisola benché, a seguito della deportazione operata dai sovietici, oggi solo il 12% della popolazione sia tatara. I tatari, di origine turcica, si trovano nella penisola dai tempi della dominazione ottomana e – fin dai tempi della conquista russa della Crimea – hanno subito violenti tentativi di russificazione e una feroce discriminazione culminata con la falsa accusa di essere stati collaborazionisti dei nazisti, accusa che è valsa una deportazione che costò migliaia di vittime. L’annessione della Crimea alla Russia putiniana è coincisa con una ripresa delle discriminazioni e della conseguente opposizione dei tatari alle autorità russe. Opposizione che si è sviluppata in un movimento di resistenza civile e che ha dato luogo anche a episodi di sabotaggio nei confronti di quello che viene percepito come un occupante.

“La comunità tatara di Crimea – prosegue il rapporto – è stata particolarmente colpita: le sue manifestazioni pubbliche sono state regolarmente vietate, i mezzi d’informazione in lingua tatara sono stati costretti a chiudere e i loro leader sono stati sottoposti a continue perquisizioni domiciliari e hanno subìto azioni penali e detenzione per motivi politici”. Ai tatari è impedita la libertà d’espressione, la libertà di associazione politica e la possibilità di rivendicare, attraverso strumenti pacifici, i propri diritti. “Il mejlis, un organo rappresentativo eletto dai membri della comunità dei tatari di Crimea, ha subìto ulteriori rappresaglie. Il suo attuale leader, Ahtem Čiygoz, è stato arrestato il 29 gennaio con l’accusa di aver organizzato “disordini di massa” il 26 febbraio 2014” prosegue il rapporto. “Il canale televisivo in lingua tatara ATR è stato costretto a chiudere le trasmis­sioni il 1° aprile, alla scadenza del termine per la nuova richiesta di registrazione ai sensi delle leggi russe. L’emittente aveva chiesto la registrazione per almeno quattro volte ma le era stata sempre negata arbitrariamente. ATR ha ripreso le tra­smissioni dall’Ucraina continentale ma i suoi giornalisti non sono più stati in grado di lavorare apertamente in Crimea”.

Particolarmente eloquente è il caso di Leonid Kuz’min, insegnante di storia, che ha perso il lavoro a seguito di un intervento della polizia “anti-estremismo” russa che lo ha arrestato e interrogato dopo la sua partecipazione a un corteo in memoria di Taras Shevcenko, poeta nazionale ucraino, avvenuto nel giorno del 201° anniversario della nascita del poeta. Nella Crimea “russa” basta poco per essere perseguitati, ma le violazioni dei diritti umani non finiscono qui. Oleg Sencov e Alexander Kolčenko sono due tatari che fanno parte del movimento anti-occupazione che, secondo Mosca, sarebbe un movimento terroristico e per questo i due sono stati processati in Russia, contrariamente allo stesso diritto russo, e condannati a pene decennali.

I tatari hanno così cominciato a reagire con azioni di sabotaggio. La matrice tatara non è stata fin qui formalmente riconosciuta ma tutti gli elementi convergono a far pensare che siano loro gli autori dei sabotaggi. Il 20 settembre scorso attivisti tatari hanno realizzato posti di blocco alla frontiera terrestre con la Crimea, fermando la consegna via terra di cibo e altri beni dall’Ucraina continentale. Il 20 novembre, quattro linee di energia elettrica che fornivano più del 70% dell’elettricità alla Crimea sono state fatte saltare da sconosciuti, causando un blackout in tutta la penisola. Un’azione che ha lasciato la Crimea al buio dimostrando la debolezza delle autorità locali e l’impotenza del Cremlino nel garantire un sufficiente livello di benessere alla popolazione della penisola.

Crimea al buio. Sabotaggio alle linee elettriche, un’azione dei tatari contro Mosca

La Crimea è al buio da due giorni. Appariva un semplice guasto, eppure così non è. Si tratta di un vero e proprio sabotaggio compiuto con ogni probabilità dai tatari di Crimea, un’azione che intende colpire Mosca che, dopo avere occupato la penisola, ha arrestato molti attivisti tatari che si erano opposti all’invasione e al passaggio della Crimea in mano russa.

Sabato 21 novembre due dei quattro piloni sui quali transitano i cavi che portano l’energia elettrica dall’Ucraina alla Crimea sono stati danneggiati da ignoti. La situazione non sarebbe apparsa poi così critica se al termine della giornata i piloni fuori uso non fossero risultati tutti e quattro, di fatto lasciando completamente al buio la Crimea. Quel che quindi appariva un problema tecnico, si è così trasformato in un vero e proprio scontro tra Crimea e Russia, da un lato, e Ucraina dall’altro.

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Da Mosca hanno subito tuonato dapprima contro il governo di Kiev, responsabile di non aver saputo rispettare gli impegni alla fornitura di energia, e successivamente contro i nazionalisti di Pravy Sektor e contro i tatari di Crimea colpevoli, a loro dire, di un vero e proprio sabotaggio.

A Kiev invece la società dell’energia elettrica UkrEnergo ed il Governo hanno inizialmente respinto le accuse, e successivamente hanno dato la loro disponibilità a ripristinare le connessioni quanto prima. Ma intanto le parti in causa si sono accorte che la questione stava assumendo tratti ben più seri di quanto preventivato.

Le autorità di Kiev, che sembravano estranee ai fatti, hanno dapprima dato disposizioni che le infrastrutture fossero velocemente ripristinate, ma hanno dovuto constatare che i piloni danneggiati sono presidiate da attivisti, principalmente tatari, che rifiutano l’accesso da parte dei tecnici e che chiedono, per voce del loro leader Mustafa Dzhemilev, il rilascio dei prigionieri politici tatari da parte della Russia. Così anche il presidente Poroshenko ed il primo Ministro Yatsenyuk hanno compreso che forse avrebbero potuto utilizzare a fini politici l’accaduto.

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Da Kiev quindi, dopo che il presidente ha invitato il governo a riunirsi sulla questione in una sessione di emergenza, sono giunte diverse indicazioni. Yatsenyuk ha affermato che a seguito dell’embargo di prodotti ucraini decretato da Mosca a partire dal 1° gennaio 2016, la stessa Ucraina ha intenzione di impedire che in Crimea arrivino rifornimenti attraverso il proprio territorio; il ministro degli Interni, Avakov, ha annunciato che è troppo pericoloso riparare i piloni danneggiati poiché è possibile che le aree circostanti siano minate o che vi siano attacchi sovversivi; il ministro dell’Energia, Demchyshyn, ha annunciato che i tecnici sono pronti e che sono necessarie 72 ore per ristabilire la linea elettrica. Sembra un gioco a poliziotto buono e poliziotto cattivo, verrebbe da dire.

Le autorità della Crimea, in accordo con il Cremlino, hanno decretato lo stato di emergenza a partire da oggi e fino a quando la fornitura di elettricità non sarà ripristinata. Così buona parte della popolazione, fino a nuovo ordine, rimarrà a casa da uffici e scuole.

Solo le città di Simferopol, Yalta e Sevastopol riescono ad avere per alcune ore del giorno della luce elettrica prodotta da generatori di fortuna, mentre il resto del territorio è al buio: la Crimea riceve più del 70% dell’energia elettrica direttamente dall’Ucraina. La situazione sta velocemente peggiorando, con gli ospedali che difficilmente riescono ad avere energia necessaria per mantenere attivi gli apparecchi salva vite, le scorte alimentari che non riescono ad essere mantenute a temperature appropriate, i trasporti pubblici che funzionano a singhiozzo. Diverso il discorso per la base russa di Sevastopol, dove tutto invece funziona perfettamente e dove l’energia non è mai stata tagliata.

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Non è la prima volta che l’utilizzo di energia risulta un metodo per far pressioni politiche. Tralasciando gli idrocarburi, che meriterebbero un libro a parte, si trovano situazioni simili, seppur decise ufficialmente ai vertici statali, tra repubblica separatista di Transnistria e Moldova: a seguito di imposizioni di doppia tassazione indiretta nel 2005 e 2006 da parte di Chisinau per i beni diretti verso la repubblica secessionista, quest’ultima tagliò più volte la fornitura di energia elettrica lasciando spesso al buio la Moldova. La storia, ad est, si ripete spesso. Che il taglio della luce riesca dove non possono le armi né le trattative diplomatiche?

APPROFONDIMENTO: La travagliata situazione delle minoranze dopo l’annessione russa della Crimea

Foto del maggio 2014, militanti tatari al confine tra Ucraina e Crimea (ITAR Tass)

STORIA: La relazione travagliata dei tatari di Crimea con la Russia

Oggi i tatari di Crimea, il popolo autoctono della penisola del mar Nero annessa un anno fa alla Russia, non dormono sonni tranquilli. Il regime moscovita ha esiliato i loro rappresentanti eletti (Mustafa Cemilev), chiuso i loro mezzi d’informazione, represso ogni manifestazione culturale subodorata di “separatismo”. A complicare le relazioni dei tatari con Mosca non c’è solo la deportazione di massa in Asia centrale subita dal popolo tataro dopo il 1945. Sono già la prima annessione del 1783 alla Russia zarista, e le purghe e deportazioni staliniane degli anni ’30, ad appesantire il fardello della memoria storica tra la minoranza autoctona di Crimea e i governanti moscoviti.

Atto I: L’annessione zarista

Il 7 aprile 1783 la zarina Caterina II, forte dell’alleanza all’Austria asburgica, proclamava l’annessione del Khanato di Crimea all’Impero Russo. Il pretesto fu quello di salvare la popolazione della penisola da un cattivo governo e dall’ingerenza ottomana. In base ai termini del trattato di Küçük Kaynarca, firmato a conclusione della guerra russo-ottomana che Istanbul aveva perso, la Crimea era stata ceduta e resa nominalmente indipendente, ossia sotto influenza russa. Il regime fantoccio del Khan Şahin Giray, sostenuto da Mosca, si era dimostrato impopolare tra i tatari, per le sue politiche volte ad allontanare la penisola dalla Sublime Porta ottomana. L’instabilità conseguente era servita da pretesto per l’intervento militare russo

Secondo il conte Alexander Bezborodko, consigliere di Caterina II, Istanbul aveva “compiuto numerosi e perfidi tentativi di suscitare una ribellione in Crimea… Il nostro solo desiderio è stato di riportare la pace in Crimea… e sia stati alla fine forzati dai Turchi ad annettere l’area.” Questo tipo di pretesto, che suona relativamente familiare nella situazione contemporanea, era peraltro senza fondamento: l’Impero Ottomano non aveva avuto alcun ruolo nella rivolta. L’indignazione del Sultano per il furto territoriale non aveva ricevuto supporto in Occidente, e anche la Francia lo aveva consigliato di accettare il fatto compiuto – ciò che avvenne con il successivo Trattato di Costantinopoli, con cui Istanbul cedeva a Mosca la Crimea con i vicini Kuban e Taman. L’annessione provocò la prima ondata di emigrazione dei tatari di Crimea verso i territori ottomani. Entro la fine del 18° secolo, in più di 100.000 avevano lasciato la penisola, segnando l’inizio della fine della secolare cultura tatara in Crimea.

‘Fortified by the Austrian alliance, Catherine [the Great] proceeded toward the realisation of the Grand Plan. She began in the Crimea where, in complete violation of her pledges at Kuchuk Kainarji, she applied the same tactics that had proved successful in Poland. She encouraged a revolt against the reigning khan and installed in his place a pretender who faithfully executed her orders. When the Tatar population rose in protest she proclaimed the annexation of the country with professions of acting only to deliver its people from misgovernment. This highhanded robbery excited the greatest indignation in Constantinople. But the Turks received no support from any quarter. Even France advised acceptance of the fait accompli. The inevitable outcome was the Treaty of Constantinople (1783) ceding to Russia the Crimean Peninsula with the neighbouring Kuban area and the Taman Peninsula.’

– L.S. Stavrianos, The Balkans since 1453, Hurst and Company, London, 1958, 2000, pp. 193-194

Atto II: Le purghe e deportazioni staliniane

L’Holodomor, la grande carestia artificiale che colpì l’Ucraina tra il 1930 e il 1933 per volere di Stalin, ebbe effetti anche in Crimea. Il pretesto stava nella volontà staliniana di reprimere le idee di “tatarizzazione” promosse da Veli Ibrahimov, leader comunista della repubblica autonoma di Crimea fino al 1928.

Negli anni ’20 Ibrahimov, lui stesso tataro, aveva promosso la cultura tatara per consolidare il potere bolscevico nella penisola. Dal 1927 Ibrahimov aveva iniziato a promuovere apertamente l’insediamento dei tatari nel nord della penisola, reclamandola per intero come paese tataro. Ciò tuttavia si contrapponeva ai piani di Stalin.

All’inizio del 1928, Ibrahim protestò apertamente contro l’idea di Stalin di deportare forzatamente e reinsediare i bielorussi in Crimea. Per la sua opposizione al leader sovietico, Ibrahimov venne arrestato e l’8 maggio 1928 venne giustiziato dopo un processo-farsa per “nazionalismo borghese”. A partire da tale data, la NKVD prese controllo della Crimea, con l’intento di sterminare ogni comunista locale e ogni membro dell’intelligentsia sospettato di “Ibrahimovismo”. In pratica ciò comportò l’assassinio dei sospettati di “attività kulake”, e la deportazione di massa dei tatari in Siberia.

Secondo il racconto di un testimone oculare russo, “interi villaggi di contadini crimeani vennero liquidati. Migliaia di persone vennero raccolte dietro i fili spinati dei campi di deportazione. Persone che erano cresciute in un clima temperato e mediterraneo, e che non avevano mai prima di allora lasciato le proprie native coste e montagne, si trovarono trapiantate nella taiga e nella tundra, e iniziarono a morire sin dai primi momenti. Non si trattava dell’applicazione di misure di massa, ma della distruzione fisica, la distruzione insensata e senza pietà di un intero popolo“.

In aggiunta, dietro pretesto di “combattere il nazionalismo borghese”, venne introdotta la proprietà agricola collettiva. Con la dipartita dei migliori contadini, uccisi come kulaki, venne la carestia. Tra questo genocidio, e un’altra carestia che aveva colpito la Crimea nel 1921, metà della popolazione tatara era stata uccisa, deportata, o era emigrata. 

Atto III: La deportazione totale dei tatari in Asia centrale

La Crimea era rimasta sotto il controllo nazista tra il settembre ’42 e l’ottobre ’43, parte del Reichskommissariat Ukraine come Teilbezirk Taurien. Nel 1944, sotto il pretesto della supposta collaborazione della popolazione tatara con il regime d’occupazione nazista, il governo sovietico su ordine di Stalin e Beria organizzò come punizione collettiva la deportazione totale del popolo tataro dalla Crimea.

La deportazione, conosciuta come Sürgünlik in tataro, colpì più di 230.000 persone, per la maggior parte reinsediati in Uzbekistan. Questi includevano l’intera popolazione dei tatari di Crimea, al tempo circa un quinto del totale degli abitanti della penisola, oltre a varie minoranze greche e bulgare. In Asia centrale, i tatari vennero reinsediati in campi di lavoro, sovkhoz e kolkhoz e comandati ai lavori più pesanti, oltre ad essere alloggiati in condizioni insalubri. Un gran numero di deportati (più di 100.000 secondo un censimento di attivisti tatari negli anni ’60) morirono di fame o malattia come risultato della deportazione. Secondo Brian Glyn Williams, un terzo dei deportati morì entro i primi cinque anni. La deportazione dei tatari di Crimea in Asia centrale è un caso di pulizia etnica, ed è considerato dai tatari e dai dissidenti sovietici alla stregua di un genocidio.

La collaborazione in senso militare era stata in realtà limitata, con un tatale di 9.225 tatari arruolati nella Legione Tatara e in altri battaglioni tedeschi, ma c’era stato in effetti un livello sorprendente di collaborazione tra il governo d’occupazione e l’amministrazione locale. Ciò era stato dovuto all’atteggiamento conciliante verso la popolazione crimeana (sia tatara sia russa) da parte del Commissario Generale Alfred Frauenfeld, che si era rifiutato di mettere in atto le politiche brutali perseguite dal Reichskommissar Erich Koch, con un conseguente conflitto personale tra i due.

La Repubblica autonoma socialista sovietica di Crimea (ASSR) venne declassata ad oblast russo il 30 giugno 1945, e quindi trasferito all’Ucraina nel 1954. I tatari di Crimea poterono rientrare solo a partire dalla perestrojka, acquisendo ben presto i passaporti dell’Ucraina indipendente, solo a partire dal 1991.

Atto IV ? La Crimea dopo l’occupazione e annessione russa

A partire dall’indipendenza dell’Ucraina, più di 250.000 tatari hanno fatto ritorno nella propria terra d’origine, lottando per ristabilirsi e per reclamare i propri diritti nazionali e culturali di ormai minoranza contro molteplici ostacoli economici e sociali. Nel 1991 venne fondato il Kulturai (Parlamento) come organo rappresentativo dei tatari di Crimea per relazionarsi con il governo centrale ucraino, il governo crimeano, e le organizzazioni internazionali. Il “Mejlis del popolo tataro di Crimea” ne è l’organo esecutivo. Mustafa Cemilev, già dissidente sovietico, ne è il rappresentante sin dagli anni ’90.

Durante il referendum-farsa, Cemilev si trovava ad Ankara da dove, in una conferenza stampa congiunta col ministro degli esteri turco Ahmet Davutoğlu, denunciò l’illegalità internazionale e la manipolazione della consultazione. Il mese successivo, al confine di fatto ucraino-crimeano, gli venne rifiutato l’ingresso e comunicato di essere bandito per 5 anni dal territorio della Federazione Russa, trovandosi così di fatto esiliato nell’Ucraina metropolitana. 

A partire dal referendum-farsa e dall’annessione della Crimea alla Russia putiniana nel 2014, i tatari di Crimea hanno ricominciato a temere per la propria incolumità. Il governo russo si è inizialmente speso per mostrare simpatia verso i tatali, facendo del tataro (sulla carta) la terza lingua ufficiale della regione. Ultimamente, al contrario, ha deciso di revocare le licenze alla televisione tatara ATR e alla radio “Meydan FM”. Secondo alcune intercettazioni, i rappresentanti russi erano stupiti che i media tatari non volessero trasmettere la propaganda di Mosca, “nemmeno a pagamento”. 

Allo stesso tempo, ai tatari rientrati è stato imposto di abbandonare le proprie case di residenza sulla costa a “fini sociali”, per essere reinsediati nell’interno della penisola. In 25 anni, infatti, ai tatari rientrati dall’Asia centrale non sono state restituite le proprietà possedute prima della deportazione, e la minoranza si è quindi trovata spesso a dover occupare case e terreni senza detenerne il titolo legale di proprietà. A partire da ciò, diverse famiglie tatare hanno iniziato a spostarsi verso Kiev e L’viv, per restare sotto giurisdizione ucraina. 

Il 29 marzo 2014, una sessione d’emergenza del Kurultai ha votato in favore della ricerca di una nuova “autonomia etnica e territoriale” per i tatari di Crimea usando mezzi “politici e legali”. La maggioranza degli abitanti della Crimea, tatari inclusi, ha accettato infine di consegnare i passaporti ucraini alle autorità d’occupazione, ricevendone in cambio nuovi passaporti russi, al fine di non ritrovarsi stranieri  a casa propria e dover far domanda per un permesso di residenza e di lavoro. Tuttavia, tali passaporti russi emessi a Sebastopoli e Simferopoli non sono riconosciuti internazionalmente e non sono validi per ottenere visti verso l’UE o gli Stati Uniti. Per ovviare a ciò, i cittadini ucraini di Crimea hanno la possibilità di registrarsi presso le autorità di Cherson, nell’Ucraina continentale, ottenendo un secondo passaporto ucraino valevole per l’espatrio.

Foto: Infowars.com

Cambiamenti demografici in Crimea: tatari (verde), russi (rosso), ucraini (giallo)

POLONIA: Nel paese dei tatari Lipka

“Dormono, dormono sulla collina”: non gli abitanti di Spoon River, ma i tatari Lipka di Polonia. Bohoniki è un villaggio di un centinaio d’anime, una strada sola nella pianura del nord-est della Polonia, a poca distanza dal confine bielorusso. In fondo al paese, adagiato su una collina sulla sinistra, c’è uno dei tre cimiteri tatari di tutto il paese. Gli altri due sono nel vicino villaggio di Kruszyniany (la cui moschea ha da poco subito atti di vandalismo), e a Varsavia. Nel cimitero di Bohoniki riposano generazioni di tatari, incluso il reggimento di ulani della Polonia d’interguerra. Le pietre tombali più antiche sono ormai illeggibili, nelle loro iscrizioni in arabo e cirillico dei tempi dello zar. Le tombe più recenti invece seguono lo standard polacco del marmo nero con nomi in bianco o oro.

Nei suoi giorni migliori Bohoniki arrivava a tremila abitanti; oggi la maggior parte dei polacchi d’origine tatara vive altrove, in città, dalla vicina Bialystok a Danzica e Varsavia. Tornano a Bohoniki solo un paio di volte l’anno, per le feste religiose o quelle tradizionali come il festival del raccolto Sabantuj in giugno, e al termine del loro viaggio terreno. Le altre comunità tatare sono finite più in là della linea Molotov-Ribbentrop, tra Bielorussia, Lituania e Ucraina.

A Bohoniki sono rimaste le tipiche casette di legno a un piano della Polonia rurale, e una moschea, anch’essa di legno. La custodisce Eugenia Radkiewicz, energica sorridente e fiera rappresentante della comunità tatara. Il suo agriturismo, proprio di fronte alla moschea, è l’unica attività presente nel villaggio. Nel giardino, Eugenia ha ricostruito una yurta tatara, la tenda da campo decorata dei nomadi da cui i tatari sono fieri di discendere: un letto, uno specchio, un tavolo, un cassettone e l’abito di un guerriero mongolo, “mobili tutti originali.” Eugenia parla solo polacco (la lingua tatara lipka, purtroppo, è persa da tempo), ma non manca di farsi capire. In moschea si aggiusta sul capo la tubeteika e sale le scale del minbar per una foto ricordo. La moschea di Bohoniki è stata restaurata tramite una donazione del re dell’Arabia Saudita, dopo una sua visita in Polonia di una decina d’anni fa. Eugenia tiene una foto della Kaaba della Mecca in soggiorno, dove serve il caffé non filtrato, alla turca. Suo figlio c’è stato, in pellegrinaggio in Arabia, è hajj, ma lei non porta il velo. Il suo islam, come quello del resto della comunità tatara di Polonia, così come quello dei musulmani dei Balcani, è un islam d’Europa, che da più di cinquecento anni convive con le altre confessioni della regione, ortodossi e cattolici. Le donne vi hanno sempre goduto di maggiori diritti e libertà che non altrove: la co-educazione di bambini e bambine è la norma, e il velo viene portato solo al momento del matrimonio.

I cavalieri tatari lipka (dal nome tataro per la Lituania) arrivarono nella Confederazione Polacco-Lituana tra il XIV e il XVII secolo, come profughi dopo le sconfitte dell’Orda Bianca e dell’Orda d’Oro, stati successori dell’impero mongolo in Europa orientale, da parte del restauratore Tamerlano. Ricevettero status nobiliare e terre da parte del granduca lituano Vytautas, e unirono il loro destino a quello della Confederazione. Le compagnie di cavalleria leggera tatara costituivano uno dei fondamenti del suo potere militare, contribuendo alla sconfitta dei cavalieri teutonici nella battaglia di Grunwald del 1410. All’interno della confederazione, i tatari formarono una casta a sè, mantenendo la propria confessione musulmana sunnita e le proprie tradizioni tatare. Nel 1590, erano circa 200.000, con 400 moschee. Il Risāle-yi Tatar-i Leh (Messaggio sui tatari di Polonia), scritto da un anonimo musulmano polacco a Istanbul nel 1557 per il sultano Solimano il Magnifico, enumera un centinaio di insediamenti e moschee nel territorio dell’allora Polonia.

Nel 1672 i tatari si ribellarono alla nobiltà polacca, la szlachta, per via di salari non pagati e restrizioni crescenti alla libertà religiosa a seguito della controriforma, ma alla fine scesero a compromesso con l’etmano Jan Sobieski e parteciparono assieme a lui alla battaglia di Vienna del 1683 contro le armate ottomane.

A partire dal secolo successivo, i tatari lipka si assimilarono sempre più, adottando costumi e lingua polacca (per le classi più elevate) o rutena (per le classi più basse), ma sempre mantenendo la religione musulmana. Allo stesso tempo, il duca lituano Vytautas che ne aveva incoraggiato l’insediamento entrò nelle loro leggende e folklore come Wattad, “difensore dei credenti nei paesi non musulmani”. Una parte di loro emigrò nell’impero ottomano nel settecento dopo aver sostenuto il candidato sbagliato al trono di Polonia, Stanisław Leszczyński, perdente contro l’elettore di Sassonia Augusto II. Nel ventesimo secolo, un reggimento di ulani tatari rimase presente nell’esercito della Seconda repubblica polacca, e guidato da Aleksander Jeljaszewicz fu una tra le ultime unità militari polacche a soccombere all’invasione nazista del 1939, a Wilno (oggi Vilnius).

Oggi i tatari lipka in Europa centro-orientale sono tra dieci e quindicimila, di cui solo duemila in Polonia, riuniti dal 1992 nell’Organizzazione dei tatari della repubblica polacca. Nel 2010, a Danzica, il presidente della repubblica Komorowski ha inaugurato loro un monumento: “i tatari hanno dato il loro sangue in tutte le insurrezioni per l’indipendenza nazionale. Il loro sangue è filtrato fino alle fondazioni della rinata Repubblica Polacca”.

Tatari: il popolo della Crimea

Tatari di Crimea è il termine usato per identificare le popolazioni turche tradizionalmente stanziate sulla costa settentrionale del Mar Nero, e in particolar modo nella penisola di Crimea. Tatari (spesso storpiato in tartari), è in realtà un vocabolo estremamente generico che sta ad indicare tutti i popoli di lingua e cultura turca dell’Europa orientale e della Russia. Originariamente riferito ai turchi che si insediarono nella regione del Volga a seguito degli eserciti mongoli, e che costituirono il nerbo del Khanato dell’Orda d’oro, questo appellativo finì per designare un insieme vasto ed estremamente eterogeneo di popolazioni. Tutti i tatari sono infatti di stirpe turca, ma possono differire gli uni dagli altri allo stesso modo di un italiano e un portoghese all’interno del mondo romanzo. I tatari di Crimea non vanno quindi confusi con altre realtà che portano lo stesso appellativo, e neppure considerati come una varietà locale di un’ipotetica ed inesistente nazionalità tatara. È dunque necessario sottolineare come, malgrado il nome, essi siano un popolo diverso per lingua e cultura dai tatari che vivono nel Tatarstan o in altre regioni.

L’importanza della Crimea nel mondo turco è data innanzitutto dalla sua particolare posizione di confine e cerniera tra due grandi gruppi etnico-linguistici turchi: gli oğuz e i kıpçak. Il gruppo oğuz, a cui appartengono proprio i turchi dell’Anatolia, è sicuramente il più grande e conosciuto. Esempi di popoli di stirpe kıpçak sono invece i tatari della Russia, i kazaki e i chirghisi. Queste due grandi famiglie hanno storicamente avuto nella Crimea un luogo privilegiato di incontro e di commistione culturale.

I tatari di Crimea non rappresentano in effetti una totalità omogenea, ma piuttosto un insieme di micro-etnie unite dall’appartenenza al gruppo linguistico turco e da una storia comune. Si possono distinguere almeno tre sottoinsiemi chiaramente definiti. Gli yalıboyu, che vivono sulle coste meridionali della Crimea, hanno caratteristiche culturali e linguistiche tipicamente oğuz, tanto da essere difficilmente distinguibili dai turchi della Turchia. Al contrario i noğay, storicamente insediati nelle zone steppose del nord, sono a tutti gli effetti identificabili come kıpçak. La maggioranza dei tatari di Crimea appartiene tuttavia all’etnia tat, tradizionalmente diffusa in tutta la costa settentrionale del Mar Nero e che presenta caratteristiche intermedie tra i gruppi oğuz e kıpçak.

A questi tre gruppi principali, costituiti quasi esclusivamente da musulmani sunniti, vanno aggiunti i cristiani turcofoni chiamati urum. Particolarità caratteristica della Crimea è anche la curiosa presenza di una piccola minoranza di ebrei di lingua turco-tatara, a loro volta divisi nei due sottogruppi dei kırımçak e dei karay: i primi aderiscono all’ebraismo rabbinico, mentre i secondi al caraismo.

Da un punto di vista tanto politico quanto culturale, la Crimea ha tradizionalmente gravitato attorno all’Impero ottomano, e quindi a Istanbul e alla Turchia. Per questa ragione la parlata degli yalıboyu, estremamente affine al turco parlato in Anatolia, ha storicamente avuto un prestigio maggiore. İsmail Gaspiralı, uno dei più grandi intellettuali che l’intero mondo turco abbia mai avuto, alla fine del XIX secolo sviluppò una lingua letteraria tataro-crimeana, ispirandosi proprio a questi dialetti oğuz della Crimea meridionale. Tuttavia, la moderna lingua letteraria dei tatari di Crimea si basa più sui dialetti tat – i più diffusi e caratteristici della Crimea – e presenta, accanto a tratti genuinamente oğuz, anche alcune caratteristiche tipicamente kıpçak. Gaspiralı aspirava infatti a dare il suo contributo alla civiltà turca in senso più generale, mentre oggi l’interesse principale è di utilizzare una lingua il più possibile caratterizzante dei tatari di Crimea, per contribuire alla sopravvivenza di questa cultura sempre più minacciata.

Nonostante la presenza di molti sottogruppi linguistici e confessionali, i tatari di Crimea si percepiscono come un solo popolo, unito da una storia e una cultura comune. L’identità del popolo tataro di Crimea coincide in gran parte con il Khanato di Crimea, uno Stato esistito tra il XV e il XVIII secolo nella parte settentrionale del Mar Nero. Retto dalla dinastia dei Giray, discendente di Gengis Khan e vassalla degli ottomani, il Khanato rappresentò per molti secoli una delle maggiori potenze dell’Europa orientale. Coerentemente con il proprio carattere di frontiera, l’organizzazione del Khanato presentava una mescolanza tra le leggi e i modelli mutuati dall’Impero ottomano, e l’organizzazione per clan familiari, tipica dei Khanati kıpçak che l’avevano preceduto nell’Europa orientale. I tatari di Crimea prosperarono fin quando poterono contare sul supporto degli ottomani, da cui dipendevano fortemente dal punto di vista politico, militare ed economico. Quando l’Impero ottomano cominciò a palesare segni di debolezza, tali da non potere più reggere un confronto ad armi pari con il rivale russo, per il Khanato fu la fine.

Gli Zar entrarono in possesso della Crimea nel 1783, e da questo momento cominciò un esodo di massa dei musulmani turcofoni dalle coste settentrionali del Mar Nero verso la Turchia. Si stima che nel corso del XIX secolo, circa un milione di persone abbandonarono i territori dell’ex-Khanato per rifugiarsi in Anatolia. Oggi la maggioranza dei tatari di Crimea vive in Turchia: nella sola provincia di Eskişehir, una delle più massicciamente interessate dall’arrivo dei profughi, essi eguagliano il numero totale di coloro che risiedono ancora in Crimea.

Per chi scelse di rimanere nella propria terra, il destino fu quello di essere sudditi di seconda categoria, che videro i propri scarsi diritti ulteriormente ridotti nel corso del tempo. Questa situazione non cambiò in modo sostanziale con la caduta dello zarismo e la nascita dell’Unione sovietica. Fu anzi nel periodo staliniano che i tatari di Crimea vissero le persecuzioni più atroci. Nel maggio del 1944 tutta la popolazione tatara crimeana, pretestuosamente accusata di collaborare con gli invasori nazi-fascisti, fu deportata in Asia centrale. Quasi la metà morì durante gli interminabili viaggi e il lavoro nei campi di prigionia, e ai sopravvissuti fu concesso di ritornare nella propria terra solo con l’inizio della perestrojka a metà degli anni ’80. Essi trovarono però una Crimea molto cambiata, ormai quasi totalmente russificata, che non si dimostrò accogliente verso i musulmani di lingua turca che tornavano. Oggi in Crimea vivono poco più di 200.000 tatari, circa il 12% della popolazione, una comunità piuttosto piccola e mal vista dalla maggioranza russofona. Dopo decenni di esilio i tatari sono oggi nella situazione di chi è diventato straniero nella propria terra. L’ostilità e la paura che i tatari nutrono oggi verso la Russia, è dunque conseguenza di una lunga storia di violenze e soprusi.

Eppure questo piccolo popolo, quasi del tutto ignorato prima che i venti di guerra tra Russia e Ucraina puntassero i riflettori del mondo sulla Crimea, ha avuto un ruolo non secondario nella storia dell’Europa. La temibile cavalleria dei Khan di Crimea, componente fondamentale degli eserciti ottomani, ha suscitato per secoli il terrore di tutti i nemici del Sultano, al punto di creare il mito occidentale dei “tartari” come sanguinari cavalieri della steppa. Nel 1683, dopo il disastro rappresentato dal fallito assedio di Vienna, una parte della dirigenza ottomana prese in considerazione di sostituire la Casata di Osman con un’altra dinastia. La scelta sarebbe caduta proprio sui Giray della Crimea. Questa possibilità ovviamente non si concretizzò, ma l’esempio può essere sufficiente a dimostrare l’eccezionale prestigio del Khanato di Crimea. I tatari di Crimea sono dunque una piccola nazione con una grande storia, di cui non è ancora arrivato il momento di scrivere la fine.

FOTO: AP, BBC

POLONIA: Sulle orme dei tatari, minoranza in estinzione

Qualche decina di chilometri da Białystok, nel voivodato della Podlasia (nord-est della Polonia), si trovano le due località abitate dai tatari, l’antico popolo di origine turcico-mongola che si è insediato su queste terre da secoli. Le località si chiamano Kruszyniany e Bohoniki. Sono famose per le loro moschee lignee, testimonianza di una cultura musulmana europea che si sta estinguendo.
A Kruszyniany è possibile vedere la moschea del XVIII° secolo, nella quale è possibile scoprire la storia e la particolarità dei tatari polacchi. Dietro alla moschea si trova un cimitero musulmano (mizar), nel quale le lapidi più antiche vengono datate per il XVIII secolo.

I tatari furono invitati a stanziarsi nella Polonia tra il XIII° e il XVII° secolo, erano cavalieri valenti e potevano essere utili alle battaglie dei re polacchi. Fu però con la Confederazione polacco-lituana che i tatari arrivarono fino alle trentamila unità. I capi furono persino insigniti dello status di szlachta (nobili) ottenendo una rappresentanza tra l’aristocrazia del Sejm (parlamento). Grazie a questi privilegi poterono preservare la loro cultura e la loro identità per secoli in una Europa che non conosceva ancora “scontri di civiltà né romantiche mitologie nazionali. Durante quello che è stato definito uno “scontro di civiltà” ante-litteram, vale a dire l’assedio di Vienna da parte degli ottomani nel 1689, i tatari di polonia (musulmani) combatterono contro le truppe del sultano: truppe che comprendevano anche tatari di Crimea.

Durante la prima guerra mondiale essi combatterono con le truppe polacche, alle quali si unirono lottando per l’indipendenza della Polonia. Fu nella Seconda guerra mondiale, nel rivolgimento di fronti, nelle persecuzioni razziali, nelle deportazioni che seguirono il conflitto, che i tatari di Polonia si ridussero enormemente di numero. Oggi se ne contano appena tremila. A Kruszyniany e Bohoniki si può osservare quanto resta della cultura tatara in Polonia e  al ristorante “Tatarska Jurta” è possibile immergersi nei sapori delle specialità culinarie locali, come pierekaczewnik, un tipo di pagnotta tonda e ripiena, e le altre prelibatezze tipiche per la cucina tatara, come trybuszok, kibiny, pieremiacz cebulnik. Dal censimento del 2002, l’ultimo di cui si hanno dati, il numero di persone che hanno indicato la propria nazionalità tatara sono appena cinquecento. Quello che resta dei tatari polacchi è poco più di una cartolina per turisti, ma andando oltre i corsi di cucina e le visite guidate si può assaporare ancora un po’ il sapore della vecchia Europa delle convivenze culturali, quella che la guerra ha quasi (ma non del tutto) cancellato.

 fonte: Wikipedia

AZERBAIGIAN: La commemorazione del Gennaio Nero

Il 20 gennaio, a Baku e in tutto l’Azerbaigian, è stato commemorato il trentunesimo anniversario di uno degli avvenimenti più oscuri e violenti della storia dell’Unione Sovietica: il Gennaio Nero [Qara Yanvar in azero]. Ogni anno, migliaia di azeri si radunano sul Viale dei Martiri, a Baku, dove sono sepolte le vittime della violenza delle truppe sovietiche. Tuttavia, gli azeri non furono i soli a soffrire per questo evento storico: i giorni che precedettero il 20 gennaio 1990 furono infatti caratterizzati da un violentissimo pogrom che prese di mira la popolazione armena di Baku.

L’origine della violenza

Alle radici dei fatti del gennaio 1990 vi è il conflitto che tutt’oggi frappone Armenia e Azerbaigian, ossia la disputa per il controllo del Nagorno-Karabakh. L’Unione Sovietica di Michail Gorbačëv era in quel periodo scossa in ogni parte da moti indipendentisti e il Caucaso non faceva eccezione. Il 20 febbraio 1988, la richiesta del Soviet della Regione Autonoma del Nagorno-Karabakh di venire annessa alla confinante Armenia, al tempo sotto il controllo della Repubblica Socialista Azera, inaugurò una crisi tutt’ora irrisolta.

Pochi mesi dopo, nel luglio dello stesso anno, nacque il Fronte Popolare dell’Azerbaigian, un movimento il cui intento era rivendicare l’autonomia ed eventualmente l’indipendenza del paese. Nella sua fase iniziale, il Fronte non aveva un preciso indirizzo politico, raccogliendo al suo interno sia le frange più moderate e liberali che quelle prettamente nazionaliste della società e dell’intellighenzia azera.

In un’escalation di tensione, numerosi azeri residenti in Armenia furono costretti a tornare al paese d’origine e lo stesso avvenne per gli armeni che vivevano in Azerbaigian. Nel corso del 1989 in Azerbaigian vi furono numerose manifestazioni e tafferugli volti a chiedere a Mosca una maggiore autonomia. Tra questi ebbero particolare risonanza gli scontri avvenuti a Jalilabad, i cui residenti chiedevano la possibilità di riavvicinarsi ai loro parenti residenti in Iran.

Il pogrom anti-armeno di Baku

Il 9 gennaio 1990, la decisione del parlamento armeno di integrare il Nagorno-Karabakh nei propri confini infiammò definitivamente gli animi. Mentre numerosi sostenitori del Fronte Popolare inondavano le strade di Baku per protestare contro questa decisione, Eimet Panakhov, uno dei leader più estremisti del movimento, dichiarava che “mentre le strade sono piene di senzatetto, migliaia di armeni vivono nel comfort”.

Fra il 13 e il 18 gennaio Baku fu così scossa da un sistematico linciaggio anti-armeno: gruppi di nazionalisti azeri diedero inizio a una vera e propria caccia alle streghe, caratterizzata da linciaggi pubblici e irruzioni all’interno degli appartamenti, che costrinsero i pochi armeni rimasti a evacuare la città. Una testimonianza drammatica degli eventi di quei giorni si trova nel romanzo Sogni di Pietra dello scrittore azero Akram Aylisli.

In tutto ciò, Mosca si astenne dall’intervenire: come descritto da Thomas de Waal in Black Garden, la polizia non fece nulla per fermare la violenza, mentre il governo centrale dichiarò lo stato d’emergenza in tutta la Repubblica  Socialista Azera, escludendo inspiegabilmente Baku. Solo nella notte del 19 gennaio, quando ormai la quasi totalità della popolazione armena aveva lasciato la città, venne dato ordine all’esercito di marciare su Baku.

Il massacro del 20 gennaio

Nella notte tra il 19 e il 20 gennaio, dopo aver tagliato le comunicazioni, l’esercito sovietico marciò sulla città, sfondando, oltre alle barricate poste a difesa delle strade, anche le automobili e persino alcune ambulanze. In una sola giornata, il bilancio dei morti fu tra i 130 e i 170 caduti. Tra le nazionalità coinvolte si annoverano azeri, tatari, russi ed ebrei.

Per la prima volta nella sua storia, i soldati dell’URSS marciarono contro una città dell’Unione Sovietica, tracciando uno spartiacque fondamentale non solo nei rapporti con l’Azerbaigian, ma con tutte le Repubbliche. A Baku e nel resto del paese, il Fronte Popolare guadagnò definitivamente il sostegno dei cittadini, concentrando i suoi sforzi contro il governo sovietico, invece che contro la popolazione armena.

Il giorno successivo al massacro circa 130 mila cittadini scesero in strada, mentre nel paese venne dichiarato un lutto che si protrasse per 40 giorni. Dal giorno dell’indipendenza, ottenuta nel 1991, ogni anno il 20 gennaio a Baku viene commemorato questo anniversario con un raduno presso il Viale dei Martiri, dove sono seppellite le vittime del Gennaio Nero.

2021: tra commemorazione e celebrazione

Negli anni, la commemorazione di questo evento storico ha avuto un ruolo fondamentale nel rafforzare la coesione nazionale in Azerbaigian: segna sia la definitiva presa di coscienza da parte della popolazione della necessità di ottenere l’indipendenza dal regime sovietico, sia la ferita, ancora aperta, causata dalla perdita del territorio del Nagorno-Karabakh.

Così, nel 2021,  l’anniversario del Gennaio Nero segnerà un momento fondamentale per celebrare la ritrovata unità nazionale e la riconquista di un territorio facente parte della giurisdizione azera. I recenti sviluppi, che hanno rafforzato la predominanza azera nella regione, verranno certamente celebrati dal regime, contribuendo tanto a rafforzare il sentimento di appartenenza nazionale e di fiducia nel governo che a esacerbare i rapporti con l’Armenia, che a sua volta ha commemorato in questi giorni i fatti avvenuti nei giorni che precedettero il 20 gennaio. Anche nel ricordo di un evento storico che ha coinvolto entrambi, i due popoli risultano irrimediabilmente divisi da una prospettiva storica agli antipodi.

Immagine: Anadolu Agency

L’esodo dimenticato dei turchi di Bulgaria – parte 1

Un esodo dimenticato

Una delle immagini più simboliche del periodo immediatamente precedente la fine del comunismo in Bulgaria ritrae una lunga coda di persone e mezzi che si riversa sul confine orientale di Kapitan Andreevo/Kapıkule, nella primavera-estate del 1989. L’esodo di oltre 300.000 turchi (fino a 360.000 secondo alcune fonti) e il collasso del regime comunista di Todor Živkov a novembre dello stesso anno sono due eventi certamente legati da un nesso. Tuttavia, questo non è stato ancora pienamente esplorato o riconosciuto nella narrazione dominante, a causa della persistente tabuizzazione della questione relativa alla minoranza turca nella coscienza nazionale del paese. La “grande escursione”, così denominata in maniera beffarda dal regime comunista di Sofia, rappresentò all’epoca il più grande movimento di migrazione forzata ad avere luogo in più di quarant’anni in territorio europeo, un destino che sarebbe diventato purtroppo di lì a poco familiare nella penisola balcanica, nei territori jugoslavi investiti dalle guerre.

Storia dei turchi di Bulgaria

Alla fine degli anni ‘80, i musulmani di origine turca costituivano circa il 10% della popolazione bulgara complessiva di 9 milioni, discendenti di quei turchi stabilitisi in quei territori a partire dal XIV secolo con l’avvio del dominio ottomano nei Balcani. Da quando nel 1908 la Bulgaria aveva ottenuto ufficialmente l’indipendenza dall’impero ottomano, questa comunità si era trovata ad affrontare una situazione inedita: nei territori bulgari così come altrove nei Balcani, da persone con status privilegiato associato al potere dominante, essi divennero infatti una minoranza vulnerabile soggetta a politiche di assimilazione forzata.

Durante le guerre balcaniche del 1912-1913 e nel corso della prima guerra mondiale, centinaia di migliaia di turchi abbandonarono il paese per raggiungere l’Impero ottomano e lo stesso avvenne durante gli scambi di popolazione successivi a tali conflitti. Nel periodo interbellico, molte furono le limitazioni imposte alla comunità turca del paese: un fatto clamoroso fu il divieto di adottare l’alfabeto latino divenuto ufficiale nella vicina Turchia con la riforma di Atatürk. I turchi di Bulgaria furono così obbligati a continuare a utilizzare quello su base araba, l’Osmanlıca.

Le prime discriminazioni durante il comunismo

L’avvento del regime comunista in Bulgaria segnò una nuova fase di discriminazione. Dopo un iniziale momento di tolleranza verso le minoranze (1944-56), il regime restrinse la libertà di stampa, di educazione, i diritti linguistici, culturali e religiosi, non solo dei turchi, ma anche di altre comunità musulmane (pomacchi, tatari, rom ecc.) così come di quella armena, greca ed ebraica. La nazionalizzazione delle scuole minoritarie private e le misure “modernizzanti” contrarie alla cultura tradizionale spinsero molti turchi a emigrare: fra il 1950 e il 1951, oltre 150.000 persone lasciarono il paese per la Turchia. Una successiva ondata si verificò fra gli anni 1969-74, interessando oltre 50.000 persone. Ciononostante, la maggioranza dei turchi rimase nel paese, concentrata soprattutto nelle aree nord-orientali e sud-orientali.

A partire dal 1972, l’uso pubblico della lingua turca venne proibito, così come il digiuno durante il ramadan, la circoncisione, gli abiti tradizionali, e, soprattutto, la possibilità di recarsi in moschea per pregare. La retorica ufficiale asseriva che i turchi altro non erano che bulgari convertiti, islamizzati secoli addietro, i quali dovevano essere supportati nel processo di riavvicinamento alle proprie radici originarie. La volontà di negazione dell’esistenza di una cultura turca distinta da parte delle autorità si spinse al punto di ordinare la distruzione delle pietre tombali e delle fontane con le iscrizioni ottomane per cancellare la presenza storica turca dallo spazio pubblico del paese.

Il “processo di rinascita”

Nel 1984, il governo bulgaro diede avvio a un’ulteriore fase di assimilazione della minoranza turca, denominata “processo di rinascita” (Vǎzroditelen protses). La nuova politica prevedeva la sostituzione dei nomi propri di origine turca, araba o musulmana con altri di origine bulgara (slava e/o cristiana). Fra il 1984 e il 1985, tale politica di cambiamento forzato dei nomi scatenò una serie di proteste della minoranza, nonché alcuni attacchi terroristici da parte di gruppi estremisti turchi che ebbero luogo alla stazione ferroviaria di Plovdiv, all’aeroporto di Varna e sul treno Sofia-Burgas, provocando diverse vittime.

Il regime represse violentemente le rivolte della popolazione turca. Uno dei fatti più gravi si verificò il 26 dicembre 1984, quando le forze di polizia aprirono il fuoco contro alcuni abitanti insorti nel villaggio di Benkovski sui monti Rodopi, non lontano dal confine greco: vi morirono tre persone, tra cui una bambina di appena 17 mesi.

La nuova politica discriminatoria proseguì nei suoi intenti: non solo i membri della minoranza turca vennero costretti a cambiare il proprio nome e cognome, ma lo stesso destino toccò retroattivamente ai nomi di persone decedute molti anni prima. Vennero così sostituite le carte d’identità, la documentazione medica, e persino le iscrizioni sulle tombe. Numerosi manifestanti vennero arrestati e incarcerati nel campo di lavoro di Belene sul Danubio.

L’autoimmolazione del poeta Mehmed Karahyuseinov

Il poeta Mehmed Hasanov Karahyuseinov fu una delle vittime più celebri, seppure indirette, di queste politiche di discriminazione. Il 2 febbraio 1985, alla vigilia del suo processo di “rinominazione”, Mehmed decise di darsi fuoco come gesto estremo di ribellione, rifiutando anche a costo della vita la perdita del suo nome. Karahyuseinov si procurò ustioni su oltre 50% del corpo, ma riuscì comunque a salvarsi, venendo soccorso da un tassista di passaggio, prima di entrare in coma. Beffardamente, il nome del poeta venne cambiato mentre lui si trovava in stato di incoscienza, in una versione bulgarizzata e cristianizzata del suo, ovvero Metodi Assenov Karahanov. Il poeta sopravvisse, seppure completamente sfigurato, per altri cinque anni, prima di soccombere alle complicazioni delle ustioni. Mehmed Karahyuseinov morì il 3 maggio del 1990 a 44 anni, in una Bulgaria post-comunista, senza riuscire a vivere abbastanza da vedersi restituito il suo nome originario.

Con il suo atto di auto-immolazione, Karahyuseinov divenne la personificazione della tragedia collettiva della sua comunità, della perdita della libertà, del venire meno della sua voce minoritaria. Poco prima del suo gesto, il poeta aveva scritto i seguenti versi:

Perché si avverano le mie cattive profezie?

Il mio mondo ti è pericoloso

Ma dove fuggirai dalla memoria

Sono ovunque in questa città

un bastone di corniolo bruciato.

Nella seconda parte si parla delle discriminazioni subite dalla minoranza turca nel 1989 e dell’evoluzione della questione fino ad oggi.

Immagine: http://bg-voice.com

UCRAINA: Il restyling che ha trasformato Lenin in viticoltore bulgaro

Lo scorso luglio, mentre statue e simboli in tutto il mondo divenivano oggetto di protesta, presi di mira per il loro portato colonizzatore, razzista, sessista, discriminatorio in senso lato, a Zaliznyčne nella regione di Odessa lo stesso, ma in chiave quantomeno creativa, accadeva a un monumento di Vladimir Lenin. Come titola il giornale locale “Družba” il 20 luglio Lenin è diventato bulgaro: il restyling della statua del leader sovietico, deliberato dall’amministrazione locale, lo ha salvato dalla rimozione. Vladimir Il’ič ora porta un cappello tradizionale dei bulgari di Bessarabia, regge una pianta di vite e delle cesoie, mentre ai suoi piedi un cesto di vimini raccoglie abbondanti grappoli d’uva. Così ricontestualizzato, sfida chiunque a riconoscerne le fattezze originarie.

Non è chiaramente un caso che Lenin si sia fatto bulgaro. In questa zona nell’estremo sud-ovest d’Ucraina, un territorio stretto tra Moldavia e mar Nero, parte della regione storica della Bessarabia, è quella bulgara una delle comunità storicamente più diffuse. E il vino ne è diventato nel tempo un attributo fondamentale.

Una colonizzazione storica

I primi bulgari si trasferirono in quest’area tra la fine del Settecento e il primo Ottocento, in particolare dopo la fine della (ennesima) guerra russo-turca nel 1812 (trattato di Bucarest); con loro altri popoli di fede cristiana, come i gagauzi, trovarono rifugio dall’impero ottomano sotto l’ala zarista, che li trattò come coloni di queste nuove terre acquisite, garantendo loro vantaggi fiscali e amministrativi attraverso una vera e propria campagna propagandistica di trasferimento.

Di occuparsi direttamente della questione dei “coloni stranieri della Russia meridionale” era stato incaricato nel 1818 il generale Ivan Inzov (cui rispondeva, tra gli altri, anche il poeta Aleksandr Puškin, che al tempo scontava in questa zona il suo “esilio meridionale”). Nel 1821 Inzov fondò per i nuovi sudditi bulgari la città di Bolhrad (che nel 1965 ha dato i natali all’ex presidente ucraino Petro Porošenko). Alla sua morte, in segno di riconoscenza, i coloni non solo portarono a spalla per oltre duecento chilometri, da Odessa a Bolhrad, la bara del generale, ma eressero un vero e proprio mausoleo in suo onore. 

Quando nel 1859, in seguito alla guerra di Crimea, la Bessarabia meridionale divenne parte del nuovo stato romeno (fino al 1878), i coloni si videro privati dei privilegi e dei diritti garantiti loro dall’impero zarista e parte di essi (circa 30.000 persone) si trasferì più a est, lungo il litorale del mare d’Azov. Qui fu fondato il piccolo centro di Preslav, così chiamato in onore dell’importante città bulgara di Veliki Preslav.

Dopo la rivoluzione d’Ottobre i bulgari di Bessarabia si ritrovarono cittadini romeni (fino al 1944), quelli stabilitisi in Ucraina orientale sovietici. In entrambi i casi le politiche di nazionalizzazione soppressero i tentativi di formazione e rivendicazione di un’autocoscienza bulgara da parte di queste comunità minoritarie. Negli anni Trenta le repressioni sovietiche si abbatterono su almeno 25.000 intellettuali e membri del clero bulgari. Nel 1944, assieme a tatari, armeni, greci e tedeschi, 12.500 bulgari furono deportati dalla penisola di Crimea.

È stato soprattutto con il collasso dell’esperimento sovietico che la comunità bulgara ha potuto coltivare nuovamente un interesse verso le proprie origini e peculiarità nazionali, attraverso anche festival e iniziative culturali, come il recente film documentario Il luogo della forza (Mistse sili, 2018).

Oggi, stando all’ultimo censimento ucraino, sono 204.600 i bulgari nella repubblica ucraina, la sesta minoranza nel paese (al collasso dell’Urss erano 233.800). Oltre due terzi (140.000) vivono compattamente nella Bessarabia ucraina (regione di Odessa), una zona caratterizzata – qui, come nella Bessarabia moldava – da un’incredibile eterogeneità: sempre secondo il censimento, il 40% della popolazione qui si dichiara ucraino, il 21% si dice bulgaro, il 20% russo, il 13% moldavo, il 4% gagauzo. Il russo, per eredità zarista e soprattutto sovietica, è lingua franca. Nel distretto di Bolhrad i bulgari costituiscono il 61% dei circa 70.000 residenti.

C’è bulgaro e bulgaro

In seguito alle diverse ondate di immigrazione bulgara nel corso dell’Ottocento, le comunità, non provenendo dalle stesse zone di origine, presero a formare un mosaico eterogeneo di cultura bulgara in territorio zarista. La stessa lingua ne rispecchia il quadro: l’Atlante dei dialetti bulgari dell’Unione Sovietica, redatto nel 1958, distingue tra 64 varianti locali. Si tratta di varianti linguistiche che si discostano dal bulgaro standard, essendosi sviluppate per oltre un secolo in forma autonoma, partendo dalla parlata della zona di origine specifica.

Nel tempo si è comunque venuta a creare una forma interdialettale comprensibile a tutti i bulgari d’Ucraina. In parte il fenomeno è stato caratterizzato dalla forte influenza esercitata dal russo in epoca sovietica, in parte dalla naturale modernizzazione della vita della popolazione: è così che la parola automobile presso i bulgari d’Ucraina si definisce alla russa “mašina” (e non “kola”, come nel bulgaro moderno), la lavatrice è “stiral’na mašina” (e non “peralna mašina”), i quotidiani sono “gazety” (e non “vestnitsi”).

Inoltre, si parla di una lingua madre di natura orale, che per lungo tempo non è stata accompagnata da un apprendimento scolastico: è per questo che, rispetto al bulgaro, ha standardizzato una serie di abbreviazioni e variazioni fonetiche tipiche del parlato (“moja” per “moga” [posso], “kvo” o “ko” per “kakvo“ [cosa], “ga” per “koga” [quando]).

Oggi la situazione è in parte cambiata: dal 2012 l’Ucraina riconosce infatti come lingua regionale le lingue delle minoranze nazionali (lì dove almeno il 10% della popolazione le indica quale lingua madre), permettendone con ciò l’insegnamento scolastico. Va da sé, tuttavia, che il bulgaro insegnato è quello moderno, che quindi si discosta dalla variante locale. Il vero problema oggi tuttavia, osserva Rajna Mandžukova del Centro dei bulgari di Bessarabia, non è tanto l’insegnamento scolastico, quanto il fatto che “sempre più spesso nei villaggi bulgari i genitori parlano in russo ai figli”.

Di politica e di vino

All’interno della repubblica ucraina, quella bulgara è una minoranza che non teme di alzare la voce. A livello politico la figura di Anton Kisse non passa inosservata. Presidente dell’Associazione dei bulgari d’Ucraina e vicepresidente del Consiglio delle comunità nazionali d’Ucraina, Kisse fin dai primi anni Duemila rappresenta con autorevolezza la voce dei bulgari nella politica, anche all’interno del parlamento. Autore di un volume sulla Rinascita dei bulgari d’Ucraina, è molto amato in Bessarabia, dove ha supportato l’organizzazione di eventi e iniziative culturali e sportive. La figlia Anastasiya è atleta olimpica di ginnastica artistica — ma della nazionale bulgara.

Ma dicevamo del vino. È questo infatti il simbolo dei bulgari di Bessarabia — sia per quanto riguarda il più importante festival della città di Bolhrad (il Bolgrad Wine Fest), che per le proteste. Nell’agosto dello scorso anno la comunità ha letteralmente bloccato la strada che da Odessa porta a Bolhrad rovesciando camion di uva sull’asfalto: gli agricoltori, lamentandosi di non essere considerati “utili” per il paese, chiedevano protezione e supporto da parte dello stato a fronte della chiusura del mercato russo e delle importazioni di vino dall’Unione europea.

Il vino è infatti fonte di sostentamento per le famiglie bulgare di Bessarabia da oltre un secolo. Benché l’enologia non rientrasse tra le attività tradizionali dei coloni bulgari al loro primo insediamento nell’area, la condizione geografica e climatica favorevole (si trova qui il lago Yalpuh, il maggiore naturale in Ucraina) li spinse a orientarsi verso la produzione vinicola. Oggi il brand più importante e riconosciuto è Kolonist (280.000 bottiglie all’anno), nato nel 2005 nel villaggio di Krynyčne dagli eredi della famiglia Plačkov, originaria della Macedonia settentrionale. Il nome del marchio, fondato dall’ex ministro dell’Energia Ivan Plačkov, rende onore alla storia dei “coloni” bulgari di queste terre.

Quest’articolo è il frutto di una collaborazione tra OBC Transeuropa e East Journal

 

Immagine: bessarabia.ua

POPOLI: L’eredità multietnica degli imperi in Asia centrale

di Alberica Camerani

Parlare di popolazioni e minoranze in Asia Centrale, dove ogni stato ospita oltre un centinaio di gruppi etnici diversi, diaspore e numerose minoranze nazionali legate ai paesi confinanti, è complicato. La regione, posta sull’antica Via della Seta, è per definizione il luogo di incontro di merci, persone e idee tra Europa e Asia. Il mosaico di etnie e culture presente nell’area è frutto di un continuo processo di migrazioni interne ed esterne, nonché esito di processi storici millenari. Riflettere sulla composizione di questi stati multinazionali e conoscerne la diversità interna è di fondamentale importanza per capirne la storia, società e la situazione politica. 

Le origini

Nel corso dei secoli, tra i suoi valichi e passi rocciosi, sulle montagne, nei deserti sterminati e sulle sue steppe erbose, l’Asia Centrale ha assistito al passaggio di imperi, popoli, religioni e culture. Nel periodo pre-islamico la regione era parte dell’Impero persiano e dei suoi stati successori, come testimoniano i nomi propri di persone, luoghi e tradizioni (ad esempio, la festività del Nowruz) giunti fino ai giorni nostri. La situazione cambiò con l’arrivo delle invasioni arabe e, successivamente, turche che portarono con loro l’Islam, e con le conquiste dei mongoli da oriente.

Impero zarista e Unione Sovietica: migrazioni e deportazioni

Nel corso dell’Ottocento l’impero zarista proseguì la propria espansione verso Oriente giungendo nella regione e riscontrandovi una eterogenea mescolanza locale di popolazioni turciche: oltre a kirghisi, kazaki, uzbeki, turkmeni e tagiki (in realtà, questi ultimi, di lingua persiana) che rappresentavano i maggiori gruppi etnici, non mancavano altre popolazioni minori in numero, come i caracalpachi, i dungani e gli uiguri. I conquistadores russi non andavano troppo per il sottile nel rapportarsi a loro e, ad esempio, non distinguevano nemmeno tra kirghisi e kazaki (entrambe popolazioni nomadi concentrate in territori adiacenti), chiamandoli indifferentemente “kirghisi”. I tagiki si differenziavano per la loro lingua persiana, mentre gli uzbeki sedentari erano facilmente distinti dai nomadi turkmeni.

L’Asia Centrale, annessa all’impero russo, divenne allora terra di colonizzazione e di nuove migrazioni, in primo luogo quelle dei russi; inoltre, ai dungani, musulmani di lingua cinese già presenti sul territorio, si aggiunsero nel corso del secolo quelli in fuga dalla violenza che si era abbattuta su di loro in Cina. Ulteriore eterogeneità nazionale fu sancita nel corso del Novecento dalle deportazioni staliniane, che determinarono lo spostamento in Asia centrale di interi gruppi minoritari, quali coreani, tedeschi, tatari di Crimea, greci, ceceni, armeni.  

Repubbliche indipendenti alla ricerca di un’identità (multi)nazionale

Al collasso dell’esperimento sovietico, le repubbliche centro-asiatiche si ritrovarono tanto eterogenee a livello di popolazione quanto erano in fondo alla loro formazione, se non di più. Di conseguenza, ottenuta l’indipendenza, questi stati si sono ritrovati in situazioni delicate: i gruppi nazionali talvolta non costituiscono nemmeno, come nel caso del Kazakistan, un nucleo centrale maggioritario attorniato da diverse minoranze, ma sono tutti ugualmente numerosi. 

Dal 1991 molti gruppi etnici hanno approfittato di politiche favorevoli al loro ritorno in “madrepatria” (dove spesso in realtà mai avevano messo piede) e hanno così lasciato la regione, come nel caso dei tedeschi etnici. Molti invece si sono trasferiti in Russia per motivi lavorativi ed economici. Perciò oggi il caleidoscopio di nazionalità si è notevolmente ridotto e gli stati si configurano sempre di più come mononazionali, pur presentando ancora al loro interno numerose minoranze. 

Dopo quasi 150 anni di dominio russo e sovietico, gli stati centroasiatici sono nel pieno della ricerca della propria identità nazionale. La principale sfida, che si pone davanti a loro in questo processo, sta nell’includere e nel riconoscere il contributo di queste minoranze alla storia stessa di questa regione. Il fenomeno di scontri a matrice etnica è in aumento: a tal proposito, è doveroso ricordare le violenze scoppiate tra kazaki e dungani all’inizio del 2020 nel sud del Kazakistan, che hanno causato 11 morti, decine di feriti, incendi di abitazioni e la fuga di 600 dungani nel vicino Kirghizistan. Episodi come questi servono da monito all’utilizzo di narrative nazionaliste e all’adozione di politiche non inclusive che mettono a rischio la fragile armonia etnica. Certamente, la linea di demarcazione tra la celebrazione delle proprie peculiarità nazionali e la discriminazione delle altre etnie è difficile da tracciare in paesi che, dopo decenni di dominio zarista e sovietico, cercano di ricostruire una propria identità nazionale.

 

Immagine: ec-ifas.org

Pillole di filosofia russa/1: Le origini del pensiero russo

Con il presente articolo East Journal lancia una nuova rubrica, curata da Arianna Marchetti, dedicata alla filosofia russa, dalle origini ai tempi moderni.

Ci sono diversi fattori che hanno determinato nel tempo il destino e il carattere della Russia: in primo luogo, la sua posizione e conformazione geografica; più storicamente, l’adozione del cristianesimo nella sua forma ortodosso-bizantina e l’invasione tataro-mongola. Anche alla luce di questi elementi è possibile comprendere l’origine e lo sviluppo di una specifica atmosfera quasi psicologica entro cui si è enucleato il pensiero russo. È anche questa atmosfera ad aver fatto sì che alcuni temi filosofici di origine europea occidentale si sviluppassero qui in maniera originale, “alla russa”.

La filosofia è stata, in Russia come altrove, uno strumento di autocoscienza nazionale: il pensiero si è arrovellato nei secoli sui cosiddetti valori fondamentali, sulle prospettive di sviluppo nazionale e sul posto della nazione nella storia e civiltà mondiale. Per questo motivo, è particolarmente interessante rivolgere l’attenzione ai maggiori prodotti della filosofia russa al fine di comprendere appieno le particolarità che caratterizzano questo paese, la sua storia e la sua realtà politico-culturale attuale.

La filosofia russa (o meglio, slava orientale), intesa come fenomeno intellettuale storico, ha assunto una sua forma delineata nel lungo periodo che va dal IX al XVII secolo. La Rus’ di Kiev del X secolo importò da Bisanzio, assieme alla religione, anche diversi concetti di filosofia classica, incorporandoli attraverso il filtro del cristianesimo. Contrariamente alla scolastica occidentale, la cui lingua era il latino (nella sua variante medievale), la filosofia della Rus’ si orientò nella direzione segnata dai monaci missionari Cirillo e Metodio, che nobilitarono nel IX secolo la “lingua degli slavi” dandole dignità liturgica, sacra (non solo i due fratelli monaci crearono un alfabeto adatto ai suoni slavi, ma favorirono anche la traduzione della Bibbia). Pertanto, il pensiero di questi secoli si contraddistingue, in primo luogo, per l’utilizzo della lingua slava ecclesiastica e, in secondo luogo, come ragionamento eminentemente religioso, il cui fine ultimo era avvicinarsi a Dio. La filosofia non era concepita come una costruzione logico-concettuale, bensì come una pratica meditativa volta al raggiungimento di un’unità con il divino tramite il raccoglimento interiore.

Il pensiero medievale slavo orientale è particolarmente affascinante e ha prodotto diversi importanti testi, opere che hanno influenzato nel tempo la cultura. Tra questi, spiccano il Sermone sulla Legge e la Grazia (Slovo o zakone i blagodati, XI secolo) attribuito a Ilarion di Kiev e il Sermone sulla Saggezza (Slovo o premudrosti, XII secolo) attribuito al vescovo Cirillo di Turov.

La ricerca morale di Dostoevskij, come la filosofia della storia di Tolstoj, sono tra gli esempi più noti dell’influenza della tradizione medievale, che fu ripresa più volte come ispirazione proprio per il suo carattere “puro”, privo di influenze razionali associate alla tradizione classica e occidentale. Il rifiuto di ogni speculazione razionale su Dio precluse al patrimonio filosofico latino medievale di mettere radici nel suolo russo: pur noto, questo corpus di testi non influenzò gli sviluppi stilistici nella Rus’. Anche la dominazione tataro-mongola — che si protrasse nell’area dal XIII al XV secolo — contribuì a rendere più difficile lo scambio di idee e testi tra i territori slavi e quelli europeo-occidentali. Fino alla ritirata dei tatari e l’ascesa di Ivan III nel 1478, la scolastica medievale rimase pressoché sconosciuta ai monasteri di Kiev e delle altre città dell’area: il pensiero slavo orientale rimase fortemente ancorato alla patristica greca e alla tradizione bizantina.

Nel Settecento, grazie alle riforme di Pietro il Grande, imperatore russo che promosse un’europeizzazione forzata nel paese proseguendo e approfondendo l’orientamento dei suoi predecessori, la religione, che fino a quel momento aveva permeato tutti gli strati della sfera intellettuale, iniziò a perdere il suo primato, aprendo il campo alla scienza. Questo fu un periodo di forte europeizzazione delle élite russe, caratterizzato dalla ricerca della modernizzazione in tutti i campi, dalla scienza alle discipline umane. Nel 1725 fu istituita un’Accademia delle Scienze e delle Arti, alla quale furono invitati a insegnare professori dall’Europa occidentale; l’illuminismo tedesco, ma non solo, si diffuse allora in maniera estesa.

Tre intellettuali della “dotta compagnia” di Pietro il Grande contribuirono in maniera particolare allo sviluppo della filosofia russa del tempo: Feofan Prokopovič, Vasilij Tatiščev e Antioch Kantemir, ferventi sostenitori dell’assolutismo illuminato e delle riforme pietrine. Ebbero quindi un ruolo centrale nel far progredire la filosofia verso nuove frontiere e nel promuovere l’idea della modernizzazione come forza del progresso storico.

 

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I neri d’Abcasia: Storia di una minoranza riscoperta e dimenticata

“Attraversando per la prima volta il villaggio abcaso di Adzyubzha, rimasi impressionato dal paesaggio puramente tropicale che mi circondava: sullo sfondo verde acceso di una giungla primordiale si stagliavano capanne di legno ricoperte di giunchi; bambini neri dalla testa riccia giocavano per terra, mentre una donna nera passava portando un carico sulla testa. Quella gente dalla pelle nera, vestita di bianco sotto al sole intenso, ricordava una scena tipica di qualche villaggio africano…”

Con queste parole, in una lettera indirizzata nel 1913 agli editori della rivista Kavkaz, data alle stampe, in lingua russa, a Tbilisi, il lettore E. Markov descrive una propria esperienza di viaggio in Abcasia. Si tratta di una delle prime e più famose descrizioni della presenza visibile di comunità afrodiscendenti nel Caucaso, sulle coste orientali del Mar Nero.

Origini della comunità nera in Abcasia

Sembra esserci relativamente poca chiarezza sulle origini della presenza di una popolazione nera in Abcasia, mentre le leggende abbondano. Se già nel V secolo a.C. lo storico greco Erodoto descriveva la “pelle nera” e i “capelli lanosi” degli abitanti della Colchide, l’ipotesi storicamente più probabile punta alla tratta degli schiavi ottomana. Dal sedicesimo secolo fino al 1810 le coste abcase sul Mar Nero furono soggette all’influenza dell’impero ottomano, e il Caucaso fu uno snodo importante dei circuiti che dall’Africa orientale portavano ai mercati di schiavi ottomani.

Alcuni storici sostengono quindi che gli afroabcasi siano i discendenti di un gruppo di schiavi africani (forse originari del Sudan o della Somalia) comprati da nobili abcasi a Costantinopoli intorno al 1700. In Abcasia, il loro status era pari a quello dei contadini locali. Il fatto che questa popolazione fosse concentrata nei pressi della Valle del Kodori, nell’attuale distretto di Ochamchire, suggerirebbe che i nobili abcasi sfruttassero gli uomini afrodiscendenti per assicurare la protezione del confine con la Mingrelia.

Secondo lo storico statunitense Allison Blakely, autore di un noto volume dedicato agli afrodiscendenti in Russia, in epoca imperiale e sovietica vi furono diverse ondate di (ri)scoperta dei “neri d’Abcasia” e di fascinazione nei loro confronti. Le fonti esistenti  – come la testimonianza di Markov del 1913 – fanno riferimento a “diverse famiglie” di afrodiscendenti e a “diversi villaggi” da loro popolati. La comunità viene descritta come perfettamente integrata nel tessuto sociale abcaso fin dal diciannovesimo secolo, al punto da considerarsi abcasa.

Tuttavia, non ci sono numeri precisi: all’epoca della dominazione imperiale russa, quando l’Abcasia apparteneva al governatorato di Kutaisi, gli afroabcasi venivano censiti come “arabi” o “ebrei”. I dati demografici relativi a questa comunità rimasero ugualmente occulti durante l’epoca sovietica, quando l’Abcasia divenne una repubblica autonoma all’interno della Georgia sovietica.

Il paradosso degli afrodiscendenti in Unione Sovietica

Contrariamente ad altre popolazioni della regione del Mar Nero, come i circassi o i tatari di Crimea, che furono classificate dalle autorità sovietiche come nazionalità o minoranze nazionali, gli afroabcasi rimasero legati ad un immaginario che li considerava come “non originariamente appartenenti” allo spazio sovietico. Sebbene neanche gli ebrei o i rom potessero vantare una presenza continua sul territorio sovietico, questi vennero riconosciuti come nazionalità distinte su base di caratteristiche linguistiche e culturali.

Agli afroabcasi, che parlavano abcaso, avevano adottato nomi e cognomi abcasi e praticavano le religioni e le usanze locali, non rimaneva nient’altro che il colore della pelle come indicatore di differenza. Ma in un contesto in cui il razzismo veniva presentato come male supremo del colonialismo capitalista a cui l’Urss si opponeva (e dell’imperialismo russo da cui cercava di distinguersi), una classificazione fondata su presupposti razziali non era ipotizzabile.

Come spiegano le antropologhe Kesha Fiskes e Alaina Lemon in un articolo dedicato alla presenza africana nell’ex spazio sovietico, il mancato riconoscimento dell’identità afroabcasa è rivelatore della controversa relazione tra i sovietici e le popolazioni razzializzate. Nonostante l’assenza di espliciti criteri discriminatori nelle politiche ufficiali sovietiche, i funzionari da cui dipendeva l’accesso dei cittadini all’educazione, all’impiego e alla residenza non erano immuni da preconcetti razzisti. Oltre a soffrire di povertà e mancanza di accesso a servizi essenziali, come altri popoli del Caucaso gli afroabcasi sarebbero stati vittime di trasferimenti forzati volti a disperdere la comunità.

Al contempo, la storia gli afroabcasi e il “mito” della loro perfetta integrazione come cittadini sovietici venivano strumentalizzati per promuovere un’immagine positiva dell’Urss, che avrebbe estirpato qualsiasi forma di razzismo. Nel 1973, il corrispondente dell’agenzia Novosti Slava Tynes, afroamericano naturalizzato sovietico, pubblicò nel quotidiano statunitense The Afro-American una serie di tre articoli dedicati alla vita degli afrodiscendenti in Urss, in particolare agli afroabcasi. Uno di questi racconta la storia di Nutsa Abash, rispettata ginecologa presso l’ospedale di Sukhumi, e della sua famiglia afrodiscendente, ed è intitolatoIl colore della pelle non crea nessuna barriera agli africani in Unione Sovietica“: un perfetto slogan sovietico dell’anti-razzismo e dell’emancipazione delle popolazioni nere.

Le idee socialiste e la propaganda anti imperialista, messa in atto fin dagli anni trenta, riuscirono a sedurre numerosi afroamericani che visitarono l’Urss approfittandone per denunciare lo sfruttamento dei neri in America; eppure, come si resero conto anche alcuni di loro, nonostante il potere liberatorio del messaggio di solidarietà internazionalista, quella dell’antirazzismo sovietico era più un’utopia che una realtà. Fiskes e Lemon ricordano anche come le autorità sovietiche cercassero di ostacolare le interazioni tra i visitatori afroamericani e la comunità afroabcasa.

Nutsa Abash con sua figlia Naira Bobyleva.

E oggi?

Negli ultimi anni la storia degli afroabcasi ha riscontrato una nuova ondata di relativa popolarità, con vari articoli comparsi nei media caucasici e russofoni. In particolare, il dibattito sull’origine degli afroabcasi si è riacceso in seguito alla pubblicazione nel 2017 di una serie di fotografie molto rare appartenenti all’esploratore statunitense George F. Kennan, che tra il 1870 e il 1880 aveva viaggiato nel Caucaso. Una delle fotografie ritrae un uomo dai tratti africani che indossa la čocha e la papacha (rispettivamente il mantello con le cartucciere e il copricapo di lana tradizionali del Caucaso) e tiene in mano un pugnale.

Tuttavia, le informazioni sulla vita degli afroabcasi dopo il crollo dell’Unione Sovietica sono scarsissime. In un articolo del 1993, in pieno conflitto abcaso-georgiano, il linguista John Colarusso scriveva: “i tre villaggi di Adzyuzhba, Kindigh e Tamsh, che ospitavano l’unica popolazione afrodiscendente dell’intera ex-Unione Sovietica, sono stati distrutti dalle truppe georgiane durante l’assedio di Tkvarchel. Il destino di questi unici afroabcasi è ancora da determinare, anche se almeno un sopravvissuto è stato visto”.

Come sostiene Sergej Arutjunov, direttore del dipartimento per lo studio dei popoli del Caucaso presso l’Istituto di etnologia e antropologia dell’Accademia Russa delle Scienze intervistato nel 2017 da Kavkaz-uzel, è probabile che i discendenti dei neri d’Abcasia vivano ancora oggi in Georgia, Russia e in altre ex-repubbliche sovietiche nelle quali si sono sparpagliati in seguito al conflitto, e che abbiano col passare del tempo perso i propri tratti distintivi, assimilandosi alle popolazioni locali.

Da Colombo a Montanelli, di statue abbattute e del perché accade

Le manifestazioni seguite alla morte di George Floyd, l’uomo afroamericano ucciso da un agente di polizia di Minneapolis, negli Stati Uniti, hanno preso una piega originale che sta trovando epigoni anche in Europa: quella dell’abbattere statue. Statue di personaggi variamente implicati nella tratta degli schiavi, sostenitori di politiche colonialiste o razziste. Tuttavia c’è chi vede in questi abbattimenti una furia iconoclasta che, rifiutando il passato, ignora la complessità e offende la memoria. Proviamo a guardare la questione da un altro punto di vista.

A cosa servono le statue

Le statue parlano al presente. Non c’entrano con gli uomini del passato in sé, con il loro pensiero. Riguardano piuttosto un messaggio – politico, identitario, culturale – che una volta impetrato serve a durare nel tempo, a dirci chi siamo o, almeno, a farci dire chi siamo dalle istituzioni che le erigono e le conservano. Abbatterle significa solo che quel messaggio non è più attuale, oppure non serve più a propagandare un’idea di società, di identità, di cultura, utili al nostro tempo.

La geografia degli affetti

Le statue c’entrano più con la memoria che con la storia. E la loro costruzione è finalizzata a codificare una memoria collettiva, un insieme di valori in cui la comunità dovrebbe riconoscersi. Questa è quella che Tuan, celebre geografo sino-americano, ha chiamato la “geografia degli affetti“. Accade però che il meccanismo di riconoscimento tra luogo e comunità vada in crisi nel tempo, producendo frantumi, memorie parziali e differenti a seconda del gruppo sociale cui si appartiene.

La “comunità degli affetti” reagisce a questa frantumazione attraverso l’uso selettivo della memoria che tende a escludere quanto la comunità prevalente non gradisce. La selezione della memoria non riguarda la storia del luogo ma una sua interpretazione nel presente e per il presente, spesso a vantaggio della classe dominante che trova nell’uso selettivo della memoria una fonte di legittimazione.

Perché le statue cambiano significato

Nel saggio “A modern sense of place”, la geografa Doreen Massey trova forse la più efficace chiave interpretativa, oggi condivisa da tutta la comunità accademica. I luoghi sono processi, non sono spazi. Processi in continuo divenire, punti di intersezione di infinite relazioni sociali. Le interazioni sono, per loro natura, mobili, quindi un luogo non è fisso né immutabile. Un luogo è il risultato di molteplici negoziazioni da parte di chi agisce in esso. E le negoziazioni sono mutevoli e possono produrre qualcosa di nuovo in qualsiasi momento.

Ecco perché luoghi simbolici, come le statue, vengono facilmente ri-semantizzate, cambiando significato e perdendo, di fatto, il loro senso originario.

La rielaborazione del passato

Quando il filosofo francese Jean-Francois Lyotard diede alle stampe “La condition postmoderne” (1979) individuò nel peculiare rapporto con la Storia una delle caratteristiche fondamentali dell’epoca che chiamò “post-moderna”. Lyotard sosteneva che una caratteristica del postmodernismo è (piuttosto che una vera rottura) una costante rielaborazione del passato, un passato da cui può venire fuori tutto e il contrario di tutto, impedendo una visione unitaria del mondo. Inutile ricordare che, nell’epoca post-moderna, ci siamo dentro fino al collo.

Alcuni esempi: Cristoforo Colombo

Cristoforo Colombo è ritenuto dai manifestanti americani simbolo dell’oppressione coloniale. Alle orecchie di un europeo questa affermazione può sembrare una bestialità ma negli Stati Uniti, dove si celebra il Columbus Day, la memoria di Colombo è stata cristallizzata in un “santino” facile da demistificare poiché davvero Cristoforo Colombo ha formulato progetti di sfruttamento intensivo del Nuovo Mondo attraverso la schiavitù delle popolazioni locali – anzi, egli stesso fu protagonista di simili azioni.

Naturale quindi il rifiuto di un “santino” che, da simbolo dell’America bianca, è facilmente diventato simbolo del colonialismo e del razzismo.

Quando, nel 2018, si discusse della rimozione della statua di Colombo a New York – ritenuta controversa proprio in quanto ritenuto simbolo del colonialismo – la comunità italoamericana si oppose fermamente rivendicandola come simbolo identitario, a conferma di quel carattere frantumato che hanno assunto i simboli e la Storia in epoca post-moderna.

La statua di Leopoldo II del Belgio

In Belgio si discute da tempo della rimozione dei monumenti a Leopoldo II la cui scandalosa amministrazione del Congo – morirono 10 milioni di persone ridotte alla schiavitù e alla fame –  è universalmente ritenuta uno dei peggiori crimini del XIX secolo. Le manifestazioni americane hanno ravvivato il dibattito. Tuttavia l’unica statua del terribile regnante fin qui rimossa è quella di Anversa, città fiamminga, dove governa la destra xenofoba e anti-monarchica: qui la rimozione della statua non coincide con l’affermazione di uno spirito di tolleranza, ma è strumentale a ledere l’immagine della monarchia avversata dal partito. Un esempio di come rimuovere le statue non sia esercizio privo di trappole.

La farsa di Montanelli

In Italia la protesta è apparsa meno consapevole. Pur non mancando monumenti che meriterebbero, se non la rimozione, un profondo ripensamento, quali ad esempio il mausoleo di Graziani o i molti retaggi toponomastici del fascismo, si è puntato il dito contro la statua di Indro Montanelli, giornalista liberal-conservatore, simbolo dell’identità borghese di Milano e padre nobile di tanto giornalismo nostrano. Un personaggio tuttavia secondario, senza responsabilità politiche dirette (gli si imputano piuttosto comportamenti privati), che fa pensare quanto gli stessi protestatari ignorino la presenza di simboli assai più carichi di significato, facendo apparire la protesta come pretestuosa, farsesca emulazione di quelle americane.

A Torino, non potendola abbattere, si è “sbombolettata” la statua di Vittorio Emanuele II, re d’Italia, pessimo monarca invero, ma sono stati ignorati monumenti di epoca fascista disseminati in tutto il centro storico, simbolo della supremazia razziale degli italiani. A Bolzano, è bene ricordarlo, il Duce va ancora a cavallo davanti al Tribunale. Solo da due anni un’installazione luminosa con le parole di Hannah Arendt ha dato un nuovo significato al monumento che, da sempre, è impossibile rimuovere in quanto simbolo dell’italianità in quella che è una provincia di lingua tedesca. Purtroppo certi simboli non cambiano mai. Forse nemmeno certi popoli.

CULTURA: Draj-Hmara, un poeta ucraino nei gulag sovietici

Poeta, traduttore, filologo, professore, mirabile poliglotta (o, piuttosto, iperpoliglotta, a conoscenza di ben 19 lingue): Michajlo Draj-Hmara (1889-1939) è una figura poco nota del panorama culturale, storico e letterario ucraino, soffocata, come tante altre, tra le pieghe della storia dal clima socio-politico in cui si ritrovò a vivere. A differenza di diversi volti, poi riemersi, conservati nella memoria culturale, per lo meno da quella clandestina, la figura di Draj-Hmara è ancora tutta da scoprire – e non solo fuori dall’Ucraina. A Kiev solo nel novembre del 2014 si è apposta una targa in via Sadova 1/14, dove abitava il poeta, e se non fosse stato per l’indefesso lavoro di raccolta, studio e commento della figlia Oxana, professoressa emigrata negli USA nel 1951, la sua produzione sarebbe per molti versi ancora ignota.

A partire dal 1933 divenne un personaggio sempre più scomodo all’interno del mondo sovietico e come molti altri fu presto arrestato, condannato sulla base di prove dubbie quando non fabbricate. Venne inviato in Siberia, più precisamente nella Kolyma, la terra dell’oro e del terrore, magistralmente – e tragicamente – immortalata nella prosa di Varlam Šalamov (I racconti della Kolyma). La vita qui era così dura che “un anno conta per due, perciò spero di essere liberato prima”, scriveva a casa Draj-Hmara, ancora speranzoso, nel giugno del 1936; “la temperatura raggiunge i 45 gradi sotto zero, ma non la sento; è come stare a -15 gradi a Kiev”, raccontava. Il poeta morì nell’inverno del 1938-39 in circostanze mai del tutto chiarite. Le fonti ufficiali parlano di arresto cardiaco, ma i ricordi di un compagno internato, Michail Dobrovol’skij, raccontano una versione differente: sfidò delle guardie apparentemente alticce che stavano sparando agli internati, mettendosi davanti a un compagno più giovane.

Poeta fin dalla tenera età, Michajlo Draj-Hmara studiò filologia slava all’università di Kiev nei primi anni Dieci. Per studio e ricerca si recò in quegli anni a Zagabria, Budapest, Belgrado, Bucarest. Durante il Primo conflitto mondiale era già professore universitario a Pietrogrado: qui, se da un lato si appassionò alla poesia di Mandel’štam e al simbolismo di Blok (evidente nella sua produzione poetica), dall’altro “scoprì” in un certo senso la propria identità fieramente ucraina. Fu allora che aggiunse, accanto al suo cognome originario Draj, la parola ucraina Hmara: assieme all’assonante drei tedesco, il suo nuovo cognome prese a significare “tre nubi”.

A Pietrogrado il giovane studioso partecipava alle riunioni degli altri ucraini, studiò con passione la storia ucraina: come racconta la figlia, tornò a Kiev nel maggio del 1917 “pensando e vivendo in maniera nuova”. Il suo rientro in Ucraina era in fondo legato a questo suo cambiamento: era interessato a prendere parte attiva al risveglio nazionale. Si trattava di un’idea diffusa nell’ambiente dell’università di Kam”janec’-Podil’s’kyj dove Draj-Hmara prese a insegnare filologia slava, slavo ecclesiastico, storia delle lingue e letterature polacca, serba e ceca tra il 1918 e il 1923, prima di tornare a lavorare a Kiev. In questi anni si mise anche a tradurre la Divina Commedia, lavoro che finì sequestrato dalla polizia segreta sovietica e andò così perduto (la prima traduzione integrale in lingua ucraina uscì solo nel 1976, a cura di Evgen Drob’jazko). Nel 1926 venne pubblicata l’unica sua raccolta poetica edita in vita, Prorosten’; altre due uscirono postume nel 1969.

Michajlo Draj-Hmara fece parte, come poeta, della pleiade dei cosiddetti “neoclassici”, un gruppo di poeti che nella Kiev degli anni Venti sviluppavano linee e forme (neo)classiche nella letteratura ucraina: tra loro Mykola Zerov, Osval’d Burghardt (più noto come Juriy Klen), Maksym Ryl’s’kij e Pavlo Fylypovič.

Si trattava, appunto, essenzialmente di una questione di forma, mentre il contenuto, più o meno allegorico, era squisitamente loro contemporaneo. La stessa scelta di rifarsi a forme del passato era qualcosa di legato in fondo all’assordante “rumore del tempo”: nel mondo rivoluzionario, in cui il nuovo doveva essere accolto, supportato, foraggiato, questa presa di posizione stilistica prendeva facilmente una piega anche politica, ostile alla nuova realtà sociale, statale. Ma non era solo una questione di forma: si pensi alla lingua, quell’ucraino che Draj-Hmara voleva vedere fiorire come una tra le tante lingue slave, una come tutte, temendo invece quella russificazione che poi si sarebbe effettivamente realizzata – e i cui esiti, soprattutto per quanto riguarda la lingua ucraina, si sentono ancora oggi. Con aspra durezza il poeta reagì al veto di Maksim Gor’kij posto sulla traduzione del suo La madre in ucraino:

«Di un “dialetto” noi vogliamo fare una “lingua”! Che orrore questo per un intellettuale russo! Secondo Gor’kij, costruendo assieme ai moscoviti la Torre di Babele (non è poi una Torre di Babele questa “lingua universale”?), dobbiamo rinunciare alla nostra lingua, alla nostra cultura, cui un popolo di 40 milioni ha dato vita nel corso di un millennio, e tutto ciò soltanto per non dar fastidio ai nostri “fratelli”».

Nella nuova realtà statale sovietica e sovranazionale non c’era spazio per voci discordanti, potenzialmente secessioniste, che minavano la realizzazione del progetto politico, sociale ed economico, che ostacolavano il nuovo corso storico in questa parte di mondo. Ogni nucleo intellettuale presente sul territorio della neonata Unione Sovietica andava vagliato: non vi erano forse degli spiriti “controrivoluzionari” al suo interno? Fu così che in Ucraina, ma anche, ad esempio, nel Caucaso e in tutte le aree popolate da gruppi nazionali non russi, come la Crimea, l’Udmurtia o i paesi baltici dopo la loro annessione post-bellica, si procedette a una soppressione sistematica dell’espressione nazionale – una storia autobiografica romanzata, ma non troppo, splendidamente da Levan Berdzenišvili in La santa tenebra , “forse l’unico libro sui Gulag sovietici che è impossibile leggere senza ridere”.

L’Ucraina in questo contesto fu forse tra le quindici repubbliche quella cui fu destinata la storia più tragica, con deportazioni di massa a partire dal 1931 che raggiunsero i due milioni di persone nel secondo dopoguerra; l’accusa più diffusa era quella di “nazionalismo”. Oltre alla pesante russificazione e alla carestia forzata del 1932-33 (holodomor), si registrò una progressiva cancellazione dell’identità nazionale e di qualsiasi forma di opposizione, i cui esiti, come per la questione linguistica, si ripercuotono tutt’oggi. Poeti e artisti non possono però che essere voce del loro tempo, Draj-Hmara tra loro. Questa è l’Ucraina che descrisse allora:

Quale mare ingiallito:
la segale ancora da falciare,
vuota di spighe,
nell’attesa dei falciatori,
ma di questi
non c’è traccia.
È deserto qui:
nessuna fattoria,
nessun albero:
steppe,
steppe,
senza fine.

Tanta partecipazione, inevitabilmente politica, però non poteva essere tollerata in epoca staliniana. Fu così che tra il 1933 e il 1934 i neoclassici di Kiev finirono nel mirino delle autorità sovietiche; venne aperto l’affaire Zerov, in cui finirono i membri del gruppo. L’accusa era, in generale, di attività controrivoluzionaria e di nazionalismo. Come commentò lo stesso Draj-Hmara, “tra me e la rivoluzione sociale a lungo ci fu il nazionalismo, che io interpretavo, evidentemente sbagliando, come servizio verso il mio popolo”. Una delle sue poesie in particolare disturbava le autorità, I cigni (Lebedy, 1928), un sonetto che, “dedicato ai compagni”, richiama i versi di Mallarmé e si conclude con questa terzina:

Osate, cigni: dalla cattività, dal nulla

Vi fa venire alla luce la chiara costellazione della Lira,

dove ribolle l’oceano di fervente vita.

Nel 1936 Draj-Hmara fu definitivamente accusato di spionaggio a favore di agenti stranieri e preparazione di attentati contro le autorità sovietiche. Scrive Benson Bobrick in Siberia: “Fra le accuse specifiche che gli furono mosse c’era quella di aver ricevuto corrispondenza dall’estero, in base a una cartolina con il francobollo bulgaro trovata nel suo appartamento. Draj-Hmara fece notare che la data della cartolina era 1912, quando non esisteva ancora il governo sovietico, ma gli fu risposto: ‘Non ha importanza che esistesse o no; resta il fatto che lei era in corrispondenza con la Bulgaria, nostra nemica’” (1995, p. 422). Il poeta venne condannato a cinque anni di Kolyma. Anche la famiglia non restò, come accadeva di regola, indenne: la moglie e la figlia furono trasferite forzatamente da Kiev in Baschiria. In una delle ultime lettere alla famiglia, scrive sempre Bobrick, il poeta chiese loro di recitare per lui, con lui, le quartine iniziali di Amore autunnale di Aleksandr Blok.

* Alle traduzioni dall’ucraino ha collaborato Claudia Bettiol

 

Questo articolo è frutto di una collaborazione con Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa.

STORIA: I jadidi e il riformismo islamico nel tardo impero russo

Con la fine dei cinquant’anni del “grande gioco”, l’impero russo si ritrovò a governare l’intero territorio del Turkestan: un’area immensa e popolata soprattutto da popoli turcofoni e musulmani. Anche per tali popoli turchi d’Asia centrale, la fine degli emirati tradizionali e l’accesso, seppur coloniale, ad un grande impero europeo portò non pochi cambiamenti sociali e culturali. Tra questi, vi fu l’emergere di un movimento riformista islamico, quello dei jadidi.

Una nuova didattica per i musulmani dell’impero zarista

La Russia zarista controllava già territori abitati da musulmani, come i tatari di Crimea e del Volga. Fu proprio uno dei primi, İsmail bey GaspıralıGasprinsky a rendersi conto della necessità di una riforma dell’istruzione per la modernizzazione delle comunità musulmane dell’impero zarista – idee che Gasprinsky diffuse attraverso la rivista Tercüman, da lui diretta dal 1883 al 1918. 

Gasprinsky e i suoi sodali si spesero per una nuova didattica (usul-i jadid): trasformare i maktab, le tradizionali scuole primarie coraniche, in vere scuole all’occidentale, in cui gli scolari non si limitassero a memorizzare il Corano ma apprendessero a scrivere e leggere in arabo (insegnato in maniera fonetica) così come in russo e nella propria lingua madre, il turco, di cui Gasprinsky codificò una variante semplificata  “pan-turcmena”,  omettendo le parole importate dall’arabo e dal persiano, e che potesse essere compresa “dal barcaiolo del Bosforo come dal cammelliere di Kashgar”.

Come scrive il professore Adeeb Khalid nel suo “The Politics Of Muslim Cultural Reform: Jadidism In Central Asia” (1998), la disputa tra qadim e jadid, vecchio e nuovo, era in effetti una contesa tra due diverse comprensioni della conoscenza e della sua trasmissione. Da una parte il maktab come istituzione dell’era del manoscritto, in cui “la scarsità della parola scritta le dava un’aura sacra” e “la scrittura stessa era oggetto di riverenza e gli usi mnemonici, rituali e devozionali della parola scritta oscuravano le sue più banali funzioni documentarie”. Dall’altra, la scuola dei jadidi come istituzione dell’era della stampa, in cui il significato della parola scritta era l’oggetto proprio della riverenza, non la scrittura stessa, e in cui la progressiva alfabetizzazione della popolazione permetteva ai nuovi intellettuali di sfidare l’autorità dell’élite culturale e religiosa tradizionale.

Progressismo illuminista e riformismo islamico

I jadidi si autodefinivano taraqqiparvarlar – termine multilingue composto da taraqqi (progresso, in arabo), parvar (nutrire, in persiano) e –lar (plurale, in turco). Il loro progressismo culturale si poneva nella traccia dell’illuminismo, e vedevano l’Europa occidentale come incarnazione di tale progresso. E tuttavia i jadidi restavano musulmani praticanti. Come scrive Khalid,

I jadidi facevano parte di una comunità cosmopolita di musulmani uniti dalla lettura degli stessi testi dai viaggi. Vivevano nell’ultima generazione in cui intellettuali musulmani in diversi paesi potevano comunicare tra loro senza l’uso di lingue europee. Il jadidismo dell’Asia centrale si situava esattamente nel campo del modernismo musulmano: era musulmano perché le sue strutture retoriche erano radicate nella tradizione musulmana dell’Asia centrale e perché i jadidi derivavano la massima autorità per i loro argomenti nell’Islam. I jadidi non hanno mai rinnegato l’Islam nel modo in cui molti Giovani Turchi avevano fatto ben prima della fine del XIX secolo. Piuttosto, la modernità era [vista come] pienamente congruente con la “vera” essenza dell’Islam, e solo un Islam purificato da tutte le accrezioni dei secoli poteva garantire il benessere dei musulmani”.

Sebbene le idee avanzate dai jadidi sovvertissero la dicotomia tra colonizzatore e colonizzato e quindi non corrispondessero al progetto coloniale zarista, i jadidi non erano contrari al dominio russo. Khalid sostiene che i jadidi non lottarono per liberarsi dall’impero, ma piuttosto cercarono di “stabilire una presenza musulmana centroasiatica nella vita russa tradizionale”. Nel 1906 Gasprinski fondò a Pietroburgo l’Unione dei Musulmani (Ittifaq-i Muslimin), che riuniva i membri dell’intellighenzia dei vari popoli turchi di fede musulmana dell’Impero russo, e lo stesso anno fu uno dei principali organizzatori del Primo Congresso dei Musulmani di tutta la Russia, congresso volto a introdurre riforme sociali e religiose tra i popoli musulmani di Russia.

Ciononostante, l’amministrazione coloniale russa trattò i jadidi con sospetto, vedendo il jadidismo “principalmente come un fenomeno politico”, anche se i jadidi mancavano di un quadro istituzionale per articolare gli interessi politici, affrontavano una sostanziale opposizione all’interno della comunità musulmana, e rimasero fondamentalmente un movimento culturale a maglie larghe – anche se vari intellettuali jadidi presero poi la strada del nazionalismo turco.

Il jadidismo in epoca sovietica e post-sovietica

Sebbene i jadidi si impadronissero del caos del periodo rivoluzionario per cercare di far avanzare le loro idee, salendo alla ribalta negli anni ’20, essi godettero solo di un successo limitato. Tra chi provò a unificare bolscevismo e Islam vi fu il tataro del Volga Mirsaid Sultan-Galiev. Ma dopo una iniziale fase di apertura da parte dell’ideocrazia sovietica alle proposte di Sultan-Galiev di fondare partiti comunisti musulmani nell’area centro asiatica, il movimento jadidista conobbe una fase di repressione poiché considerato reazionario nei confronti dello spirito della rivoluzione. Le grandi purghe staliniane misero fine al movimento, e i jadidi furono sostituiti da una nuova generazione (la “classe del ’38”), la cui educazione e visione del mondo erano state modellate interamente nel contesto sovietico.

Oggi, elementi del pensiero jadidista sono parte della narrativa ufficiale in Uzbekistan sotto la presidenza di Islom Karimov, che onora i jadidi come martiri della tirannia sovietica, allo stesso tempo idealizzando un a-storico Islam “tradizionale”. Allo stesso tempo, al jadidismo fanno riferimento anche i due partiti nazionalisti uzbeki Birlik (Unità) ed Erk (Libertà), messi al bando dallo stesso regime.

Le domande che si ponevano i jadidi restano attuali: qual è il modo migliore per le nazioni dell’Asia centrale di migliorare il benessere dei loro vari popoli rimanendo fedeli alla proprioa ricca e variegata cultura e religione? Un forte senso d’identità musulmana non dovrebbe servire da fonte d’ispirazione per i progressisti illuminati? Come sostiene Khalid, per i jadidi la risposta a tali questioni sarebbe potuta venire solo da un dibattito aperto e plurale, che possa portare verso un progresso sociale.

Questo articolo include testo dalla voce “Jadidismo” su Wikipedia, redatta dallo stesso autore

UNGHERIA: Scoppia la protesta, preso d’assalto il Parlamento (PESCE D’APRILE 2020)

Una manifestazione non autorizzata è degenerata in protesta dilagando per le strade di Budapest. Sembra che i manifestanti abbiano assaltato il parlamento. Ragione della protesta sarebbe la recente attribuzione di pieni poteri al premier ungherese, Victor Orban, accusato di voler trasformare il paese in una dittatura. Mentre vi scriviamo, la protesta è ancora in corso.

Dalle prime informazioni in nostro possesso la manifestazione, organizzata tramite social-network, aveva intenzioni pacifiche e goliardiche. Una folla di giovani vestiti da cow-boys si è radunata in tarda mattinata sotto la statua di Bud Spencer in Corvin sétány. Il travestimento sarebbe un rimando al celebre manifesto di Solidarnosc che ritrae Gary Cooper in “Mezzogiorno di fuoco“. Le forze dell’ordine sono rapidamente intervenute per disperdere la manifestazione. In base alle nuove leggi sul contenimento dell’epidemia da Covid-19, sono infatti vietati assembramenti e quindi anche manifestazioni pubbliche. Allo scattare del mezzogiorno, i giovani avrebbero estratto dalle fondine le pistole giocattolo mirando verso la polizia in tenuta anti-sommossa che ha risposto al fuoco con proiettili di gomma e lacrimogeni, causando la fuga dei manifestanti e alcuni feriti.

Una parte dei protestatari si è allora diretta verso il parlamento prendendolo d’assalto al grido di “più forte, ragazzi!“. Dalle finestre del palazzo è stato esposto un manifesto con la scritta: “Non c’è cattivo più cattivo di un buono quando diventa cattivo”. Intanto alcuni testimoni raccontano di aver visto la statua di Imre Nagy, recente rimossa, tornare sulle sue proprie gambe in Piazza dei Martiri, con lo sguardo fisso verso il parlamento.

Circolano voci sulla presenza di carri armati in città. Per quanto incredibile, si tratterebbe dei vecchi tank sovietici usati per reprimere la Rivoluzione ungherese del ’56. A guidare la colonna dei blindati – finora conservati al Memento Park – ci sarebbe proprio Victor Orban. Nella confusione generale, l’esercito si è mobilitato per respingere l’invasione sovietica. Dalle finestre, i cittadini lanciano kurtoskalacs incendiari. Al momento filtrano poche notizie dal paese, ai giornalisti sono state tagliate le dita tempo fa. Tuttavia barricate si stanno ergendo in varie parti della capitale dopo che la signora Agota, vedova di un eroe del ’56, è stata arrestata con l’accusa di diffondere fake-news mentre condivideva su Twitter la ricetta dei suddetti kurtoskalacs. 

Il messaggio recitava: “Setacciate la farina. Stop. Unitela con l’uovo. Stop. Usate gancio impastatore per arrotolare impasto. Stop”. La ricetta sarebbe in realtà un messaggio cifrato che incita alla rivolta, da tempo atteso dai dissidenti magiari. Secondo le nostre fonti, alla guida dei dissidenti ci sarebbe un misterioso personaggio che viene chiamato Trinità.

Arrivano le prime reazioni internazionali: il governo polacco ha condannato l’invasione sovietica dello stato ungherese mentre a Praga hanno adottato il calendario giuliano per evitare una nuova primavera. La Russia si dice pronta a mandare uomini senza mostrine o, alla peggio, reparti dell’esercito per combattere il Covid-19. Il Venezuela ha manifestato il proprio sostegno al compagno Orban. I dissidenti magiari hanno chiesto il sostegno del governo americano, ma il presidente Trump ha twittato di non sapere dove si trovi l’Ungheria.

I manifestanti intanto hanno chiesto le dimissioni del premier Orban dichiarando: “Altrimenti ci arrabbiamo!“. Vi terremo aggiornati sugli sviluppi della situazione. Aldo dice Ciribiribin Kodak.

Questo articolo, espressione del nostro animo più scanzonato, è un ‘pesce d’aprile’ non dissimile dai molti che abbiamo fatto negli anni precedenti. Tuttavia, con un punta di amaro in più. In Ungheria è recentemente passata una legge che conferisce “pieni poteri” al primo ministro: il parlamento è esautorato, non fa leggi, non le vota. Una pena detentiva pari a cinque anni è stata stabilita per chi diffonde “notizie false”, cioè non approvate dal governo. Il paese vede già compromessa l’indipendenza del sistema giudiziario (i giudici sono controllati dal governo, non sono indipendenti come da noi) e dei media. Il sistema elettorale favorisce la maggioranza al governo, quella di Orban. Questi “pieni poteri” senza data di scadenza danno a Orban un’autorità senza precedenti. Da qui questo scherzo che vede una surreale rivolta e un Orban a bordo dei tank sovietici pronto a reprimerla, come nel ’56 fecero i russi. La statua di Nagy che torna da sola al suo posto durante l’ipotetica rivolta narrata dall’articolo è, quindi, un richiamo a quei valori di libertà che hanno caratterizzato la storia del popolo ungherese e che auspichiamo di rivedere ancora. 

CRIMEA: L’occupazione russa cancella i diritti civili

Nell’ultimo rapporto Freedom in the World 2020, la Crimea e il Donbas orientale figurano tra i territori “not free”, posizionandosi rispettivamente all’ottavo e al quinto posto della lista (più il numero è basso, meno la libertà è presente sul territorio). È la prima volta che i territori occupati nel Donbas ucraino vengono inseriti nel rapporto. Al contrario, la Crimea fece la sua prima apparizione nel 2017. Da quel momento, nessun miglioramento è mai stato registrato.

Freedom in the World 2020

Ogni anno Freedom House, ONG specializzata nella ricerca nel campo della democrazia e delle libertà, pubblica il rapporto “Freedom in the World” con lo scopo di mappare e classificare il rispetto dei diritti e delle libertà presenti nei diversi stati del mondo. Tuttavia, può capitare che territori contesi tra diversi stati siano presi in considerazione singolarmente, al fine di evitare di trasmettere qualsiasi messaggio politico sulla loro appartenenza territoriale. È il caso della Crimea e del Donbas orientale. Dal 2014, l’Ucraina non controlla più nessuno dei due territori, essendo stato il primo annesso illegalmente dalla Federazione Russa ed essendo il secondo teatro di una guerra ibrida tra le forze governative ucraine e i separatisti sostenuti da Mosca.

Nel valutare il grado di libertà presente in ogni territorio, Freedom House tiene in considerazione i diritti politici e quelli civili, divisi a loro volta in sottogruppi. In Crimea, la repressione di attivisti o dissidenti politici, di giornalisti non-allineati al governo, di testimoni di Geova e della minoranza tatara è all’ordine del giorno. Allo stesso tempo, la leva militare obbligatoria per tutti i crimeani, l’eliminazione della lingua ucraina dalle scuole, la chiusura di numerose chiese ortodosse ucraine sono solo alcuni elementi di un processo di russificazione della penisola che si protrae dal 2014. Anche l’ultimo rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) ha denunciato gravi violazioni dei diritti umani in Crimea, come anche nel Donbas, tra cui il trasferimento e la deportazione forzata di individui verso la Federazione Russa.

I Tatari di Crimea

Largamente perseguitata dall’occupazione russa è la minoranza tatara, etnia di origine turca stanziatasi nella penisola ai tempi del Khanato dell’Orda d’oro. I capi di accusa mossi più di frequente dalle autorità russe nei confronti dei tatari di Crimea sono quelli di divulgare informazioni false e di resistere al controllo territoriale russo. Inoltre, i tatari sono stati spesso accusati di partecipazione ad attività organizzate da Hizb ut-Tahrir, movimento dell’Islam politico legale in Ucraina e in molti altri paesi. Nel 2003, la Corte Suprema russa ha classificato Hizb ut-Tharir come un’organizzazione terroristica. È con il pretesto della lotta al terrorismo che lo scorso 11 marzo una nuova ondata di arresti ha colpito la comunità tatara di Crimea.

Sono ormai sei anni che la comunità tatara chiede la fine dell’occupazione russa della Crimea. E’ questo, secondo i tatari, l’unico modo per porre fine alle numerose violazioni dei diritti umani che si verificano nella penisola.

Foto: ukrinform.net

RUSSIA: Human Rights Watch denuncia la persecuzione dei Testimoni di Geova

L’organizzazione americana Human Rights Watch, che si occupa di difendere i diritti umani, ha denunciato l’aumento delle persecuzioni ai danni dei Testimoni di Geova in Russia. Per la Ong si tratta di “una escalation vertiginosa di una persecuzione condotta su scala nazionale che ha avuto luogo negli ultimi dodici mesi […] portando 313 persone ad affrontare processi con l’accusa di estremismo”.

Infatti, come questo giornale ha più volte denunciato, la legge russa equipara i Testimoni di Geova alle organizzazioni terroristiche di matrice islamica. Trattandoli alla stregua di un movimento eretico, le autorità russe proibiscono loro di radunarsi, di praticare il culto, di stampare testi religiosi. I seguaci del movimento rischiano pene detentive dai sei ai dieci anni unicamente in ragione della loro fede. Mai, infatti, i Testimoni di Geova si sono resi protagonisti di attività terroristiche o cospirative in Russia.

I Testimoni di Geova sono su una lista di “terroristi ed estremisti” curata dall’ente Rosfinmonitoring, che include diverse persone i cui casi sono stati documentati da Human Rights Watch. Il Rosfinmonitoring congela i beni di chi fa parte della lista, permettendo loro di accedere solo a una piccola somma per le spese di sostentamento.

“Per i Testimoni di Geova in Russia professare la loro fede significa mettere a rischio la loro libertà”, ha commentato Rachel Denber, vice direttrice di Human Rights Watch per l’Europa e l’Asia centrale. “Non c’è nulla che possa minimamente giustificare tutto ciò. È arrivato il momento che il presidente Putin si assicuri che le forze dell’ordine fermino questa persecuzione”.

Questioni come la libertà di pensiero, di assemblea e di religione – fondamentali in qualsiasi democrazia liberale – sono in Russia facilmente sacrificate sull’altare del nazionalismo.  La retorica che descrive la Russia come un grande paese multiculturale non regge di fronte all’evidenza dei fatti, dove il multiculturalismo, la diversità etnica o religiosa, sono tollerati solo nella misura in cui si integrano con la visione di una primazia dell’etnia russa e della confessione ortodossa. In base alla Costituzione russa (art. 28) solo le grandi confessioni religiose possono godere della libertà di culto: buddismo, islamismo, ebraismo e cristianesimo non-ortodosso in cui, però, non sono annoverati i Testimoni di Geova.

La denuncia di Human Rights Watch apre una breccia nel muro di indifferenza che ha fin qui distinto l’opinione pubblica occidentale. Un’indifferenze dovuta anche all’ostilità con cui il mondo cattolico e cristiano guardano ai Testimoni di Geova, spesso vittime di pregiudizi e percepiti con insofferenza. Papa Francesco recentemente ha definito “non cristiano” il movimento, contribuendo all’isolamento del gruppo religioso.

La questione dei Testimoni di Geova riguarda anche il modo in cui le autorità russe trattano le minoranze, perseguitandole quando non allineate alle visioni politiche e culturali di Mosca. Si tratta di un vizio antico, che nel secolo scorso portò alla deportazione dei ceceni e, prima, al genocidio dei circassi, e che oggi si manifesta nella repressione dei tatari di Crimea e nella persecuzione dei Testimoni di Geova.

 

 

Diritti umani in Russia, Ucraina e Bielorussia: questi sconosciuti

L’organizzazione internazionale non governativa Human Rights Watch (HRW) ha recentemente pubblicato il suo rapporto annuale sulle violazioni dei diritti umani in quasi 100 paesi del mondo. Tra questi figurano anche Bielorussia, Russia e Ucraina, regioni alle porte d’Europa di cui ci occupiamo e dove i diritti umani rimangono ancora ben lontani dall’essere tutelati e difesi. Eppure, anche di fronte alle politiche repressive e agli scarsi risultati ottenuti, sono cresciuti attivismo e proteste, un coro di voci che si batte per chiedere giustizia e uguaglianza.

Bielorussia: tra pena di morte, repressioni e discriminazioni

Il capitolo dedicato alla Bielorussia di HRW si apre con la pena di morte. La patria di Aljaksandr Lukašenka è l’unico paese europeo a non aver ancora abolito questa pratica, nonostante le autorità bielorusse e il Consiglio d’Europa abbiano annunciato lo scorso agosto l’intenzione di sviluppare una tabella di marcia verso una moratoria sulla pena capitale. Tre sono le condanne a morte che sono state registrate nel 2019, a cui se ne è aggiunta una quarta lo scorso 10 gennaio con l’esecuzione dei due fratelli Ilja e Stanislav Kostev. Il verdetto, come sottolineano gli attivisti per i diritti umani, viene eseguito da un boia con un colpo alla nuca del condannato; la famiglia non viene informata né del luogo dell’esecuzione, né di quello di sepoltura.

HRW parla anche della mancata libertà di espressione, di informazione e di manifestazione nel paese, citando i ricorrenti attacchi ai giornalisti e le numerose discriminazioni nei confronti della popolazione rom e dei disabili. Il rapporto non fa alcun riferimento a repressioni specifiche nei riguardi della comunità LGBT, ma un recente articolo sul sito dell’organizzazione riporta il brutale attacco omofobico nei confronti del regista Nikolaj Kuprič (che ha prodotto un film su pregiudizi e discriminazioni nei confronti delle persone LGBT dal titolo “Pussy Boys”), che gli ha provocato gravi perdite di memoria.

I diritti umani in Russia: cambiamenti insperati

La situazione dei diritti umani in Russia continua a mantenersi negativa e la lunghezza del capitolo dedicato da HRW lo dimostra. L’aumento dell’attivismo civile e delle proteste ha solo provocato l’ennesima ondata di repressioni, divieti e un inasprimento delle leggi e dei relativi procedimenti amministrativi e penali per motivi politici. L’esempio più recente è quello delle proteste di massa di Mosca della scorsa estate per le “elezioni pulite” alla Duma della città di Mosca. Ma il mancato rispetto dei diritti umani si spinge oltre la sfera prettamente politica e abbraccia anche la vita sociale: dall’ambiente alla vita domestica, dalla libertà di parola alle più diffuse discriminazioni xenofobe e omofobiche.

Le autorità russe hanno continuato a introdurre nuove restrizioni alla libertà di parola, anche online, adottando una legge sul controllo di Internet e una sugli “agenti stranieri“. Anche le persecuzioni religiose dei testimoni di Geova e l’oppressione ai tatari di Crimea (con più di 63 sentenze per atti terroristici) continuano senza sosta nelle repubbliche federali russe e nell’annessa penisola di Crimea.

L’unico raggio di luce nella questione dei diritti umani sembra esser stato rappresentato dai due scambi di prigionieri tra Russia e Ucraina avvenuti rispettivamente a settembre e dicembre 2019. Ma ciò non ha portato, comunque, alla fine del conflitto armato nell’est dell’Ucraina, né a un miglioramento delle condizioni dei rimanenti prigionieri politici rinchiusi nelle carceri russe.

Il focolaio ucraino

Sebbene ci sia stata una diminuzione delle vittime civili, la guerra in corso da 6 anni nei territori a est del paese rappresenta un rischio continuo per la popolazione civile. Un problema sottovalutato e che si aggiunge oggi a violenze e violazioni dei diritti di altra natura.

I media indipendenti continuano a subire pressioni. Da gennaio a luglio 2019 l’Istituto dei mass media (Institut Masovoi informacii) ha documentato almeno 12 casi di attacchi a giornalisti, di cui uno fatale; ha inoltre registrato decine di casi di minacce che ostacolano le attività professionali dei giornalisti. Intimidazioni e casi di violenza si sono verificati anche nei confronti del clero e dei credenti, soprattutto in seguito alla scissione delle due chiese ortodosse ucraine.

Le repressioni persistono anche nei confronti delle minoranze. La violenza e la discriminazione basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, sull’appartenenza etnica, linguistica e religiosa, sono tematiche che hanno attirato l’attenzione di moltissime associazioni e organizzazioni locali e internazionali, tra cui OSCE e ONU. 

Diritti umani: parlarne per poterli tutelare

Questo trentesimo rapporto mondiale annuale di Human Rights Watch riflette il vasto lavoro investigativo che l’organizzazione indipendente, nata nel 1978, ha condotto durante l’anno in stretta collaborazione con attivisti locali e internazionali al fine di poter riassume le condizioni dei diritti umani nei diversi paesi. Rappresenta solo uno dei tanti modi che ci fanno aprire gli occhi nei confronti dei nostri vicini e capire quanto ancora c’è da lottare per i nostri diritti di base.

Le violazioni della libertà di parola e di movimento, le discriminazioni e i pregiudizi, le misure di sicurezza antiterrorismo e la pena di morte in Bielorussia, ai confini d’Europa, ci rivelano la faglia esistente tra la retorica dei diritti umani e la difficile realtà della loro applicazione.

 

Immagine: picpedia.org

RUSSIA: La persecuzione dei Testimoni di Geova si allarga, ora è la volta della Circassia

Continua la persecuzione dei Testimoni di Geova nelle repubbliche della Federazione russa. Dopo l’arresto di alcuni membri del movimento religioso avvenuto in Daghestan, di cui abbiamo parlato qui, ora è la volta della repubblica di Karačaj-Circassia nel Caucaso settentrionale.

I fatti

Nella giornata di lunedì 16 dicembre, a Cherkessk, capitale della repubblica, alcuni reparti del FSB – i servizi segreti russi – hanno fatto irruzione nelle abitazioni di nove membri della comunità arrestando dieci persone con la solita, assurda, accusa: quella di essere membri di una organizzazione religiosa estremista.

In base alla legge russa, i Testimoni di Geova sono equiparati alle organizzazioni terroristiche di matrice islamica, trattati alla stregua di un movimento eretico, è loro proibito radunarsi, praticare il culto, stampare testi religiosi. I seguaci del movimento rischiano pene detentive dai sei ai dieci anni per il solo e unico fatto della loro fede. Mai, infatti, i Testimoni di Geova si sono resi protagonisti di attività terroristiche o cospirative in Russia. Ma questo poco conta.

Sono circa quattrocento le comunità sparse per la Russia e le repubbliche del Caucaso settentrionale e la loro situazione peggiora di anno in anno. Si comincia con le requisizioni, i sequestri dei beni immobili, la schedatura dei fedeli e si finisce con arresti arbitrari e pene detentive sproporzionate. Questo il copione andato in scena in Karačaj-Circassia dove, già nel febbraio 2017, la Corte regionale aveva sciolto per legge la locale organizzazione dei Testimoni di Geova trasferendo allo stato i suoi beni immobili. Da quel momento in poi le forze di polizia hanno provveduto al sequestro e alla distruzione dei testi e del materiale religioso, multando con 50mila rubli (circa 800 euro) il capo della comunità locale per “distribuzione di materiale estremista”.

Il Cremlino e le minoranze

La questione dei Testimoni di Geova riguarda il modo in cui le autorità russe trattano le minoranze, perseguitandole quando non allineate alle visioni politiche e culturali di Mosca. Si tratta di un vizio antico, che nel secolo scorso portò alla deportazione dei ceceni e, prima, al genocidio dei circassi, e che oggi si manifesta nella repressione dei tatari di Crimea e nella persecuzione dei Testimoni di Geova.

Questioni come la libertà di pensiero, di assemblea e di religione – fondamentali in qualsiasi democrazia liberale – sono in Russia facilmente sacrificate sull’altare del nazionalismo.  La retorica che descrive la Russia come un grande paese multiculturale non regge di fronte all’evidenza dei fatti, dove il multiculturalismo, la diversità etnica o religiosa, sono tollerati solo nella misura in cui si integrano con la visione di una primazia dell’etnia russa e della confessione ortodossa. In base alla Costituzione russa (art. 28) solo le grandi confessioni religiose possono godere della libertà di culto: buddismo, islamismo, ebraismo e cristianesimo non-ortodosso (in cui, però, non sono annoverati i Testimoni di Geova).

Infedeli al putinismo?

Ma c’è dell’altro. I Testimoni di Geova rifiutano la violenza, non riconoscono altra autorità al di fuori di Dio, e quindi non votano, si rifiutano di prestare servizio nell’esercito e non partecipano del patriottismo nazionale. Sono, in buona sostanza, “infedeli” al putinismo ovvero infedeli a quel misto di nazionalismo esasperato, militarismo, revival religioso di matrice ortodossa che rappresenta l’ossatura culturale e ideologica del potere russo degli ultimi vent’anni. La saldatura tra “trono e altare”, come la si chiamava ai tempi dello zarismo, ovvero tra il Cremlino e il patriarcato ortodosso, è un elemento caratterizzante della Russia putiniana.

A complicare il quadro è anche il fatto che il movimento, nato in Pennsylvania nel 1870, ha la sua sede principale negli Stati Uniti e viene quindi assimilato a quegli “agenti stranieri” che la paranoia del Cremlino individua in tutte le organizzazioni (umanitarie, politiche, religiose) che arrivano d’oltreoceano.

L’indifferenza dell’occidente

Su questa situazione pesa il silenzio dell’occidente. Un silenzio dovuto da un lato all’indifferenza, se non aperta ostilità, del mondo cattolico (Papa Francesco ha definito “non cristiano” il movimento) e dall’altro ai molti pregiudizi covati dall’opinione pubblica europea. In questo cono d’ombra, i Testimoni di Geova si trovano soli di fronte alla repressione del Cremlino, e sono servite a poco le perorazioni di Human Rights Watch, che ha denunciato la persecuzione in atto.

CULTURA: Il minareti e i campanili di Kazan’, la “capitale russa” del Tatarstan

Nell’ottobre del 1990 il Soviet Supremo dell’URSS riconosceva ufficialmente la libertà di fede per i propri cittadini; negli anni successivi, la Russia e gli altri paesi nati dalle ceneri dell’Unione Sovietica avrebbero assistito ad un’imponente rinascita religiosa. Nel discorso pubblico russo di oggi è diventato ormai comune parlare di ortodossia, giudaismo, islam e buddismo come di “religioni tradizionali” della Federazione. Se noi occidentali associamo automaticamente alla Russia lo sfarzo e le chiese dorate del Cremlino di Mosca, allo stesso tempo, tuttavia, ignoriamo che in questo territorio sconfinato esistano anche moschee, sinagoghe e templi buddisti, simboli di una secolare convivenza tra fedi e popoli diversi.

Kazan’, un’antica capitale islamica sul Volga

Nell’estremità centro-orientale della Russia Europea, a poco meno di 800 km da Mosca, si trova la multietnica e multiconfessionale repubblica del Tatarstan. La sua capitale, Kazan’, è oggi emblema dell’incontro tra islam e cristianesimo ortodosso, le due maggiori religioni dello stato, professate rispettivamente dalla popolazione tatara e da quella russa.

La fede islamica aveva raggiunto questi territori così a Nord già nel 922, settant’anni prima che gli slavi orientali, padri degli odierni russi, ucraini e bielorussi, si convertissero al cristianesimo. Furono i Bulgari del Volga, una popolazione turca di cui i tatari si considerano discendenti, ad adottare l’islam come religione ufficiale; successivamente, i Bulgari, che per secoli avevano fondato la propria ricchezza sul commercio attraverso la via d’acqua del fiume Volga, vennero travolti, insieme agli slavi, dalle invasioni mongolo-tatare del XIII secolo. Sulla base della cultura bulgara – una civiltà urbana, islamica, dotata di una letteratura e di una scrittura fondate sul modello arabo, – si vennero a formare, tra il XIII e il XV secolo, l’identità e la lingua turco-tatara. La città di Kazan’, adagiata sul Volga, crebbe notevolmente d’importanza, sino a diventare, nel 1438, capitale dell’omonimo, potente khanato.

L’avvento della Russia e del cristianesimo nel Tatarstan

Nel 1552 le truppe dello zar Ivan il Terribile conquistarono il khanato e distrussero Kazan’. Da allora, la dominazione cristiana ha inesorabilmente plasmato il destino dei musulmani del Volga. Sulle rovine della fortezza cittadina, un tempo occupate dal palazzo del khan e da una grande moschea, venne innalzata una tipica fortezza russa, con chiese e mura di pietra. L’intera città fu ricostruita e si sviluppò secondo l’architettura importata dai conquistatori: non più dominata da minareti, ma da campanili, Kazan’ divenne una città propriamente russa. Fuori dalle mura, nella parte meridionale della nuova città, si sviluppò invece la tatarskaja slobodà, il “quartiere tataro”, che, ancora oggi, si erge a fianco della sua controparte cristiana, contribuendo a costruire l’atmosfera e l’originale pluralità di Kazan’.

una nuova moschea per i tatari e i musulmani della Russia

Nel 2005, a seguito di un concorso indetto dalla presidenza del Tatarstan, nella fortezza di Ivan il Terribile, cuore della città russa, è stata costruita e inaugurata la sfarzosa moschea di Kul Sharif. Si è trattato di un vero e proprio riconoscimento materiale e simbolico della storia culturale del popolo tataro e del suo legame secolare con la Russia ortodossa. Questa audace impresa urbanistico-architettonica, che ha visto l’inserimento di una grande moschea moderna all’interno di uno spazio storico a lei estraneo, ha fortemente modificato l’aspetto della città antica di Kazan’. I suoi esiti estetici, soprattutto se confrontati con le moschee settecentesche della tatarskaja slobodà, paiono, tuttavia, meno gloriosi degli intenti simbolici che l’hanno ispirata.

Assieme alla cattedrale moscovita di Cristo Salvatore, ricostruita nel 2000 sulle rovine dell’omonimo edificio distrutto da Stalin, la moschea di Kul Sharif simboleggia la rinascita delle religioni nella Russia del XXI secolo. Una rinascita che, dietro al gusto kitsch di tanti nuovi progetti, di ricostruzioni e restauri azzardati, vuole presentare al mondo le prove di un’imponente e ritrovata opulenza.

La continuità ritrovata di un dialogo secolare

Oggi, la fortezza russa di Kazan’ è dominata non solo da una cattedrale ortodossa, ma anche da una moschea, a riprova del fondamentale ruolo della città come centro della convivenza interreligiosa nella Russia post-sovietica. La vita a fianco dei cristiani ha inevitabilmente segnato la dottrina della scuola teologica tatara, che affonda le proprie radici nella Bulgaria del X secolo ed è, quindi, una delle istituzioni più antiche di tutto il mondo islamico: la fede di questi “musulmani del Nord”, rifiorita negli ultimi vent’anni e rafforzata dalla ricostituzione, nel 2017, dell’accademia teologica di Kazan’, è un esempio ignoto e taciuto, ma reale, di un dialogo possibile.

Foto: bip-club.ru

UCRAINA: Scambio di prigionieri con Mosca, ma a che prezzo?

da KIEV – Sabato 7 settembre è stato effettuato uno scambio di prigionieri politici tra Kiev e Mosca nell’ambito di un accordo “35 per 35”. Nella mattinata, mentre all’aeroporto russo di Vnukovo sono atterrati 35 cittadini russi detenuti in Ucraina, altrettanti cittadini ucraini imprigionati in Russia sono stati accolti da parenti, amici, giornalisti e dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky all’aeroporto di Borsispil’. In particolare, sono tornati nelle rispettive patrie il regista Oleg Sentsov e i 24 marinai catturati al largo della Crimea, per l’Ucraina, mentre la Russia ha visto, fra gli altri, il ritorno dell’ex giornalista della filiale ucraina di RIA Novosti Kirill Vyshinskij e del testimone chiave del caso del Boeing malese Volodymyr Tsemach.

Le trattative per lo scambio di questi prigionieri si sono svolte in assoluta segretezza fra i capi di stato dei due paesi, i quali non hanno rivelato alcun dettaglio sui termini dell’accordo. Mosca, in particolare, ha mantenuto tale riservatezza anche sui nomi dei cittadini che sono ritornati in patria (resi noti da alcune agenzie di stampa internazionali) ed il presidente russo Vladimir Putin non ha ancora rilasciato alcun commento sulla questione.

Superati i primi momenti di speranza, di attesa e di gioia emergono in superficie alcuni dubbi relativi al successo dell’operazione: in che modo si è pattuito lo scambio e come influenzerà le relazioni future tra Russia e Ucraina?

La lotta non finisce qui

“Siamo lieti di essere nel nostro paese d’origine. Vorrei ringraziare tutte le persone che hanno lottato per noi, per la nostra liberazione e che l’hanno resa possibile. Spero che anche gli altri prigionieri verranno liberati. Ma anche dopo la liberazione dell’ultimo prigioniero, la nostra lotta non finisce qui”.

Queste le primissime parole di Oleg Sentsov, il principale prigioniero politico rilasciato di cui si parla, colui che ha attirato l’attenzione dei media internazionali per oltre 5 anni. Il regista ucraino nativo di Simferopol’ (Crimea), arrestato nel maggio 2014 con l’accusa di terrorismo e condannato a 20 anni di carcere da un tribunale russo nel 2015, è stato rimpatriato assieme a Oleksandr Kol’čenko e Volodymyr Baluch (incarcerati con accuse analoghe) e ad altri 32 prigionieri. Ma ce ne sono almeno altri 60 ancora detenuti nelle carceri russe per questioni politiche, e un altro paio di centinaia si aggiungono a questa cifra tra militari e tatari di Crimea. L’attivismo di Sentsov e di tutti i suoi sostenitori non termina dunque qui.

A godere della libertà al fianco di Sentsov e compagni, ci sono anche i 24 membri della marina militare ucraina catturati durante l’incidente navale avvenuto il 25 novembre 2018 nei pressi dello stretto di Kerč’, sulle acque del Mar d’Azov. Il fatto che non siano stati rilasciati precedentemente, senza dover essere oggetto di scambio, come richiesto dal Tribunale internazionale del diritto del mare di Amburgo lo scorso maggio, ha destato alcune perplessità sui termini dell’accordo. Ancora una volta, il presidente russo Vladimir Putin sembra aver giocato bene le sue carte e, soprattutto, sembra aver dettato chiaramente le condizioni relative allo scambio.

Un punto a favore per Mosca

Sebbene ciascuna parte abbia pattuito uno scambio “35 per 35”, il risultato non sembra aver garantito una parità di condizioni. Alcuni sospettano che la volontà della Russia di raggiungere un accordo possa essere stata collegata al sorprendente arresto da parte dei servizi segreti ucraini di Volodymyr Tsemach, il 58enne testimone chiave dell’abbattimento del volo MH17 (Amsterdam-Kuala Lumpur) sul suolo ucraino del luglio 2014, che ha portato la morte di tutte le 298 persone a bordo.

Secondo quanto dichiarato dalle indagini, Tsemach a quel tempo era comandante della difesa aerea nella città di Snižne, nella regione di Donetsk, proprio dove il Boeing malese venne abbattuto da un missile, riconosciuto come appartenente ai militanti separatisti. Tenendo conto del suo coinvolgimento, il gruppo di investigatori olandesi che si occupano del caso ha più volte chiesto al governo di Kiev di non liberare questo prigioniero e di non consegnarlo alle autorità russe in quanto vorrebbero porgli ulteriori domande al fine di continuare le loro investigazioni. La cosa non è avvenuta ed i Paesi Bassi hanno espresso chiaramente la loro delusione nei confronti di Kiev.

Sulla questione, il miliardario russo e critico del Cremlino Michail Chodorkovsky ha riferito alla stazione radio russa Echo Moskvy di essere convinto che la Russia abbia chiesto il rilascio di Tsemach per sabotare il caso giudiziario MH17, previsto nei Paesi Bassi l’anno prossimo.

Come affermano anche alcuni membri dell’ex governo ucraino, con cui concordano anche la maggior parte delle autorità europee, la liberazione di Tsemach è un passo avanti verso l’assoluzione della Russia sul caso del Boeing abbattuto, in quanto egli è l’unica persona che può testimoniare la responsabilità della Russia.

Promesse e compromessi

Una delle promesse di Volodymyr Zelensky come capo dello stato ucraino – come abbiamo ribadito più volte – è quella di riportare la pace nel Donbass e porre fine al conflitto armato con la vicina Russia. Nei suoi primi 100 giorni al potere, il presidente ucraino sembra aver raggiunto la prima tappa di questo lungo percorso sabato scorso, grazie al ritorno a casa di questi 35 prigionieri politici ucraini.

Il rilascio e lo scambio di prigionieri è uno dei punti concordati nell’accordo di pace di Minsk. Stabilisce che, alla fine, tutti i prigionieri di entrambe le parti devono essere liberati. Lo scambio di sabato è perciò una pietra miliare verso la realizzazione di questo obiettivo e l’ascesa al potere di Zelensky sembra aver permesso questa particolare disposizione a scendere a compromessi, ben visti dal presidente americano Donald Trump e dal ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian il quale vi vede l’opportunità di trovare una soluzione alla crisi.

Ma i rispettivi due presidenti, a che gioco stanno giocando? Come fa notare un ex deputato “è da ingenui aspettarsi che la Russia faccia concessioni in termini di pace” e il silenzio relativo alle modalità di preparazione e di realizzazione dello scambio innegabilmente invita a riflettere.

Nonostante questo piccolo passo avanti, che è necessario celebrare, la strada per raggiungere un’intesa fra i due paesi è ancora molto lunga. Se anche le due parti riuscissero a trovare un accordo comune rimarrebbero comunque molti problemi di fondo irrisolti da affrontare perché qualcuno dovrà essere disposto a rinunciare a qualcosa. Una rinuncia che costerà cara, ed il costo di queste conseguenze ricadrà principalemente sulla popolazione civile. Insomma, la realtà è ben diversa da come si presenta su carta e si prospetta tutt’altro che rosea.

 

Immagine: zik.ua

L’ultima puntata di Kiosk, la radio sintonizzata sull’est!

Identità ai margini d’Europa

 Listen to “S01E17 – Identità ai margini d’Europa” on Spreaker.

Il viaggio di Kiosk continua, costantemente in movimento ai margini orientali dell’Europa, sfidando e interrogando le frontiere che delimitano paesi, continenti e identità.

Cosa significa l’Europa in contesti diversi e a diverse latitudini? Le identità nazionali in Europa centro-orientale sono davvero così omogenee come alcuni governi vorrebbero far credere? Le minoranze possono e devono “difendere la nazione”? Insieme ai nostri ospiti, nella puntata di oggi cercheremo di rispondere a queste e molte altre domande.

Iniziamo con un ospite molto speciale, da sempre fonte di ispirazione per le redazioni di Kiosk e East Journal: Paolo Rumiz, giornalista, scrittore e grande viaggiatore triestino. Intervistato a Bruxelles, Rumiz ha condiviso con noi l’esperienza di un viaggio nel Mediterraneo sulle tracce di “Europa” – in un documentario diretto da Alessandro Scillitani – e le sue riflessioni sull’anima e sull’identità europea.

Ci spostiamo poi ai confini dell’Unione Europea per raccontare la storia dei tatari Lipka, comunità musulmana che da secoli vive sui territori delle odierne Polonia, Bielorussia e Lituania, ricordandoci come l’identità di questa regione sia stata un tempo estremamente multiculturale e multireligiosa. Lo facciamo con Davide Denti, redattore di East Journal.

Infine, la nostra edicola mobile ci porta a Mosca, dove 7 anni fa le Pussy Riot inscenavano una “preghiera punk” contro Vladimir Putin. Rievochiamo le origini del collettivo femminista, la detenzione, l’attivismo e la celebrità internazionale insieme a Daniele Paletta, curatore del libro “Madonna liberaci da Putin” di Andrea Vania, pubblicato nel 2014 da Vololibero edizioni.

Playlist

Vi siete persi la puntata precedente? Ascoltatela qui:

Listen to “S01E16 – Eppur si muove: attivismi ad Est” on Spreaker.

Kiosk – Voci e idee da luoghi non comuni è un programma radiofonico che nasce in collaborazione con Radio Beckwith, Most Associazione e East Journal. Ogni giovedì alle 21.30 su Radio Beckwith e subito dopo disponibile in podcast sul nostro sito e su iTunes, Spreaker, Spotify e iHeartRadio. In replica la domenica alle 20.

“Avrete molte sfide sulle vostre spalle”, l’ultima lettera di Ljudmila Alekseeva

Si è spenta sabato 8 dicembre Ljudmila Michajlovna Alekseeva, storica attivista per i diritti umani russa. Dissidente ai tempi dell’Unione Sovietica, Alekseeva è stata tra i fondatori del Gruppo Helsinki di Mosca nel 1976. Si è spenta a 91 anni, dopo una vita passata a difendere i diritti umani, consapevole che non avrebbe potuto partecipare alle celebrazioni per il settantesimo anniversario della firma della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

Proprio con questa consapevolezza ha scritto una lettera, indirizzata ad amici e colleghi, ma, soprattutto, a una nuova generazione di attivisti. Un testamento lasciato a chi, da ora in poi, avrà il peso della sua eredità sulle spalle. Un’eredità fatta di lotte e manifestazioni, dialoghi e petizioni, un’esperienza pluriennale difficile da eguagliare, una responsabilità che qualcuno dovrà avere il coraggio di sobbarcarsi.

Ljudmila Michajlovna se n’è andata con la consapevolezza di aver fatto tanto, ma con la speranza che qualcuno possa fare ancora di più. Come dopo una lunga corsa, passa il testimone. Starà ai giovani russi – ma non solo – proseguire sulla sua strada.

Pubblichiamo una traduzione della sua lettera.

“Miei cari amici, colleghi!

Mi dispiace molto che la mia salute non mi abbia permesso di essere con voi oggi, in un giorno molto importante per tutti noi, mentre festeggiamo i settanta anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani!

Abbiamo davvero qualcosa da festeggiare e su cui riflettere in questo giorno. Settanta anni fa è stato adottato il documento più importante che, attingendo alla tragica esperienza della terribile seconda guerra mondiale, ha posto le regole universali della vita insieme sul nostro pianeta, basate sul rispetto della dignità umana e dei diritti umani.

Negli ultimi decenni, abbiamo lavorato al meglio delle nostre forze e talenti per garantire che questa importante dichiarazione fosse piena di contenuti reali, diventasse parte della cultura e della politica, fosse protetta da leggi e istituzioni e si sviluppasse nella nostra vita quotidiana. È stato un percorso difficile, con successi variabili a velocità diverse, con vittorie e delusioni, guadagni e perdite amare.

In generale, guardando indietro, vale la pena notare l’indiscusso progresso nello sviluppo del diritto internazionale, l’abbandono del sistema coloniale, il graduale abbandono della pena di morte, la lotta globale contro la discriminazione e il pregiudizio razziale e per l’uguaglianza tra donne e uomini. Sempre più persone sul pianeta vivono in condizioni di libertà e democrazia, siamo comunque riusciti a evitare una nuova guerra mondiale, e in generale l’intensità dei conflitti militari tende ancora a diminuire. Questo progresso sarebbe stato impossibile senza un movimento attivo di difensori dei diritti umani e umanisti in tutto il mondo! Allo stesso tempo dobbiamo ammettere che, mentre ci allontaniamo nel tempo dalle lezioni della seconda guerra mondiale, le nuove generazioni si rivolgono con sempre più cinismo e indifferenza a un sistema ancora non consolidato di valori e istituzioni, sfidando costantemente la sua solidità.

La crescita del populismo e del nazionalismo sullo sfondo della crisi migratoria, i conflitti per motivi religiosi, la rinascita di governanti autoritari e le visioni del mondo in alcune sue parti, il rifiuto degli obblighi internazionali da parte dei singoli stati (inclusa la Russia, che è particolarmente deplorevole per noi) minacciano le nostre importanti ma fragili conquiste passate e pongono nuove sfide sulle vostre spalle. Speravo sinceramente che saremmo stati in grado di lasciare un mondo migliore e più giusto, in cui non ci sarebbe stato posto per le privazioni e le sofferenze che gravavano sulla mia generazione e su quelle precedenti. Lo spero ancora, ma sfortunatamente è già ovvio che anche voi dovrete affrontare molte difficoltà e sfide. Voglio solamente credere che la vostra generazione non ripeterà tutti i nostri errori, ma sarà in grado di fare affidamento su alcuni risultati ed esperienze.

Uno dei problemi più importanti del movimento globale per i diritti umani è che una parte di essa è stata burocratizzata ed è diventata un elemento di garanzia per le attività dei governi nazionali o delle organizzazioni intergovernative (specialmente in Europa). Alcuni di loro sono attivamente coinvolti direttamente in politica, il che limita la capacità di influenzare la visione della maggioranza dei cittadini, limitandosi a lavorare con una ristretta cerchia di alleati politici. Ciò non significa che io sia contraria alla collaborazione con le autorità o i politici, significa solo che abbiamo bisogno di molte più persone nel movimento che siano pronte a comunicare e condividere i loro valori con un pubblico più ampio, specialmente tra i giovani.

Penso che questo sia il nostro compito più importante: uscire dal “ghetto” di una comunicazione confortevole, con persone che la pensano allo stesso modo, o da un lavoro tematicamente ristretto fatto da esperti, e andare incontro alle masse, impegnarsi a educare a un nuovo livello, con nuovi approcci, tecnologie e persone. È proprio un’ampia attività di educazione ai diritti umani e – più in generale – all’umanismo a dover diventare uno dei nostri compiti più importanti. Dobbiamo lottare con tutte le nostre forze per mantenere la nostra unità e benevolenza all’interno movimento! Potremo essere divisi sulla strategia da adottare per raggiungere alcuni obiettivi, o a causa di opinioni individuali, ma al fine di raggiungere obiettivi strategici comuni dobbiamo tollerare le nostre differenze, rispettarci e sostenerci a vicenda, e non permettere alle autorità di istigare conflitti interni e sfiducia reciproca.

Una caratteristica speciale del movimento per i diritti umani è sempre stata la solidarietà internazionale. Lo è stata con la società civile di Bielorussia, Asia centrale e altri paesi. Ora sono importanti azioni di solidarietà con i difensori dei diritti umani in Ucraina, in particolare in Crimea. Il sostegno al movimento pacifista dei tatari di Crimea è sempre stato un compito specifico del gruppo di Helsinki di Mosca e di tutto il nostro movimento per i diritti umani. 

Mi sembra che ci attendano tempi difficili. Anche in Russia. Vediamo perfettamente quanto siano deboli la società civile, la cultura giuridica e le istituzioni democratiche nel nostro paese. È ingenuo pensare che siano solo ed esclusivamente le nostre autorità a esserne colpevoli. Sì, siamo stati davvero sfortunati con le autorità, ma il fatto che queste autorità possano contare, attraverso semplice propaganda e manipolazione, sul sostegno della maggioranza dei nostri concittadini, è anche colpa nostra. Abbiamo sottovalutato l’influenza di una coscienza imperiale sciovinista ferita, eredità del passato totalitario, non sempre sappiamo scegliere le giuste argomentazioni, lo stile e la forma di comunicazione per convincere le persone. Senza questa capacità, anche in caso di cambiamento, con un potere più solidale con la nostra visione, dipenderemo ancora dalla volontà e dalle opinioni di politici inclini al populismo e al cinismo, che continueranno a manipolare la società.

Dobbiamo imparare a comunicare e diffondere i nostri punti di vista e valori tra tutti i nostri concittadini, senza rinunciare a nessuno. Né alle autorità, né all’opposizione, né alle vittime del dispotismo, né agli autori dei crimini, perché sono tutti i nostri concittadini e sono persone, portatrici della dignità umana, per le quali lavoriamo e con cui viviamo e creiamo un mondo migliore. Dobbiamo difendere le nostre convinzioni, i diritti e le libertà rimaste e in costante restrizione, resistendo all’isolazionismo, alla militarizzazione e alla clericalizzazione della vita pubblica, indicando alle autorità e alla società gli errori del percorso scelto. Non dobbiamo permettere il dominio dell’oscurantismo ideologico, ma fornire, anche nelle condizioni più difficili, un’opportunità per l’esistenza e la diffusione di un’opinione alternativa. Dobbiamo continuare a difendere le vittime della tirannia delle autorità, dobbiamo proteggere senza compromessi noi stessi e i critici delle autorità che vengono perseguitati, di fronte alla crescente repressione politica.

Vi prego di inviare le mie più calorose parole di sostegno al caro L’ev Alexandrovič Ponomarev [arrestato per aver pubblicizzato sui social media una manifestazione non autorizzata, N.d.T.] e invito tutti i colleghi a unirsi urgentemente in azioni in sua difesa! Dobbiamo ricordarci di tutti gli altri prigionieri politici e prigionieri di coscienza e cercare costantemente il loro rilascio incondizionato e immediato! I funzionari russi di oggi continuano a ripetere gli errori dei loro predecessori, limitando le libertà nella speranza di rimanere al potere con l’aiuto di metodi dittatoriali, aggravando in tal modo la propria posizione e aumentando le possibilità di un crollo incontrollabile dell’autorità per via della resistenza della società e, Dio non voglia, della violenza. Credo che non dovremmo essere complici in uno scenario del genere, ma dovremmo, nonostante tutto, spiegare pazientemente alle autorità che è nel loro interesse e nell’interesse del paese cambiare rotta, assicurare una libera competizione politica e garantire le libertà civili. Non possiamo e non dobbiamo essere guide nella rotta del “tanto peggio, tanto meglio”, perché a essere peggiori non saranno solo le autorità, ma tutti noi, mentre la via d’uscita da questa spirale sarà in definitiva ancora più lunga e più complessa.

Dobbiamo fare appello ai valori, all’esperienza storica e al buon senso. È molto difficile, ma è necessario, e se siamo convincenti, coerenti e uniti, allora il successo sarà sicuramente dalla nostra parte. Credetemi, so di cosa sto parlando. Quando abbiamo iniziato il nostro difficile cammino nella difesa dei diritti umani, avevamo molti meno motivi per essere ottimisti rispetto a oggi, ma abbiamo creduto nel successo della nostra causa senza speranza! Oggi vi auguro la stessa fede, la forza e buona fortuna dal profondo del mio cuore!”

UCRAINA: Arrestato avvocato che voleva difendere i marinai attaccati nel mar d’Azov

Emil Kurbedinov, avvocato famoso internazionalmente per le sue attività in difesa dei compatrioti tatari di Crimea, è stato arrestato la mattina del 6 dicembre mentre si recava nel suo ufficio a Simferopol’.

Kurbedinov è accusato di estremismo per un post pubblicato su Facebook nel 2013. Non si conoscono ancora i dettagli né i contenuti del messaggio, ma alcune fonti locali credono che avesse contenuti religiosi e relativi a Hizb ut-tahrir, movimento islamico vietato in Russia poiché considerato un’organizzazione terroristica. Sono numerosi i tatari di Crimea in stato di arresto o prigionia per lo stesso motivo. Alcuni di loro sono difesi dallo stesso Kurbedinov.

L’applicazione delle leggi “anti-estremismo” russe sta di fatto colpendo la minoranza tatara, colpevole di opporsi all’occupazione russa della penisola. Le accuse, molto spesso, si basano su fatti avvenuti prima dell’annessione, formalizzatasi con il referendum del marzo 2014.

L’avvocato, già arrestato nel 2017 con una simile accusa, al momento si trova in un tribunale di Simferopol’ e rischia l’arresto amministrativo. Lo difenderanno alcuni colleghi avvocati, come lui impegnati nella difesa della minoranza tatara di Crimea.

Recentemente, Kurbedinov aveva accettato di difendere alcuni marinai ucraini, tra i 24 detenuti dopo l’attacco avvenuto il 25 novembre da parte di navi russe. Secondo alcune fonti, sarebbe proprio questo il pretesto per l’arresto dell’avvocato.

Nel 2017, Kurbedinov aveva rilasciato alcune dichiarazioni a East Journal sulla situazione dei dissidenti in Crimea e sulla libertà di espressione.

ARMENIA: Lo speciale anniversario della fondazione di Yerevan

Nota per essere una delle più antiche città abitate al mondo, lo scorso 21 ottobre Yerevan ha festeggiato il 2800° anniversario della propria fondazione, celebrandolo attraverso una serie di eventi che per un’intera giornata hanno animato e colorato ogni angolo della capitale armena.

L’antica Erebuni

Una leggenda popolare, diffusa dai primi studiosi cristiani, legherebbe la fondazione di Yerevan addirittura a Noè, che dopo aver deposto l’Arca sui declivi montuosi dell’Ararat avrebbe esclamato, ovviamente in lingua armena, “Yerevants!” (È apparsa!).

Leggende a parte, una serie di prove archeologiche, tra cui un’iscrizione cuneiforme ritrovata nei pressi della città, farebbero risalire la fondazione di Yerevan al 782 a.C., anno in cui nell’area dove attualmente sorge la capitale armena venne costruita la fortezza di Erebuni.

Voluta dal re Argishti, sovrano di Urartu, antico regno proto-armeno esistito tra il IX e il VI secolo a.C., la cittadella fortificata di Erebuni fu edificata per difendere il paese dagli attacchi di tribù nomadi come gli sciti e i cimmeri, che con le loro improvvise incursioni minacciavano il Caucaso meridionale.

La parola “Erebuni”, che nell’antica lingua urartea significava probabilmente “conquistata”, sembrerebbe essere un riferimento all’insediamento del popolo di Urartu nella valle dell’Ararat.

In seguito alla caduta di Urartu, la fortezza finì nelle mani dei persiani, entrando a far parte prima dell’Impero dei medi e poi di quello achemenide. Con la fondazione del Regno d’Armenia (IV secolo a.C.), e la sua progressiva espansione in Anatolia e nel Medio Oriente, l’importanza di Erebuni declinò significativamente, a causa del sorgere di altri nuovi centri abitati in tutto il paese.

Con l’arrivo degli arabi, nel VII secolo d.C., la fortezza di Erebuni venne integrata all’interno dell’Emirato d’Armenia. Situata in quella che all’epoca era una posizione strategica, all’incrocio delle rotte carovaniere che collegavano l’Europa all’Oriente, Erebuni tornò progressivamente ad acquisire importanza. Fu proprio in questo periodo che il toponimo “Erebuni”, influenzato dalla lingua armena, mutò definitivamente in “Yerevan”.

Dalla Persia alla Russia

Nel corso dei successivi secoli la città di Yerevan passò dalle mani degli arabi ai selgiuchidi, dal Regno di Georgia ai mongoli dell’Ilkhanato e poi ai turcomanni, fino a essere conquistata, all’inizio del XVI secolo, dai safavidi. Da allora, e fino al XVIII secolo, Yerevan divenne oggetto di contesa tra persiani e ottomani, che occuparono a intermittenza la città.

Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo la popolazione armena di Yerevan calò drasticamente, a causa della decisione dello shah Abbas I di ricollocare migliaia di armeni dal Caucaso alla Persia, rimpiazzandoli con persiani, curdi e tatari.

Nel 1747 la città divenne capitale del Khanato di Erivan (Iravan), entità semi-indipendente legata da un rapporto di vassallaggio alla Persia afsharide. In seguito alla guerra russo-persiana del 1826-28 passò sotto il controllo dell’Impero russo, insieme al resto dell’Armenia, come stabilito dal Trattato di Turkmenchay (1828).

Sotto lo Zar Yerevan visse un rapido processo di crescita, grazie anche a una riforma amministrativa che favorì il processo di reinsediamento della popolazione armena dalla Persia e dall’Impero ottomano. Nel giro di un secolo Yerevan passò così dall’essere un piccolo villaggio di provincia a uno dei principali centri del Caucaso meridionale, tanto che nel 1879 le autorità zariste le conferirono ufficialmente il titolo di città.

Capitale dell’Armenia indipendente

In seguito alla Rivoluzione russa del 1917, Yerevan seguì le sorti dell’Armenia, entrando prima a far parte della Repubblica Federativa Democratica Transcaucasica, e poi, a partire dal 28 maggio 1918, diventando la capitale della neonata Repubblica Democratica d’Armenia, mantenendo questo titolo fino al 2 dicembre 1920, quando venne invasa dall’Armata Rossa.

Durante il periodo sovietico Yerevan, capoluogo della RSS Armena, venne trasformata in una moderna metropoli industriale, raggiungendo verso la fine degli anni Settanta il milione di abitanti.

Nel 1924 diventò la prima città dell’URSS a poter godere di un piano urbanistico generale, sviluppato in questo caso dall’architetto Alexander Tamanyan, il quale progettò la celebre pianta circolare che caratterizza tutt’ora il centro cittadino, per la cui realizzazione vennero tuttavia demoliti molti edifici storici.

Il 21 settembre 1991, durante il collasso sovietico, Yerevan tornò ad essere capitale dell’Armenia indipendente. Negli ultimi venticinque anni la città è stata epicentro di numerosi eventi, tra cui i tanti movimenti di piazza che hanno scosso il paese fino a cambiarne a volte la storia.

I primi furono quelli che nel 1996 e nel 2008 portarono decine di migliaia di persone a protestare contro l’elezione alla presidenza del paese rispettivamente di Levon Ter-Petrosyan e Serzh Sargsyan, con brogli denunciati in entrambi i casi.

Più recentemente si ricordano invece il movimento noto come Electric Yerevan (2015), i disordini nati in seguito alla crisi degli ostaggi del 2016, e infine le proteste dello scorso aprile, guidate da Nikol Pashinyan e sfociate nella cosiddetta Rivoluzione di velluto, che portò alle dimissioni di Sargsyan e alla salita al potere dello stesso Pashinyan.

CRIMEA: Sparatoria al Politecnico di Kerch, terrorismo o follia?

Un giovane studente, Vladislav Roslyakov, di diciott’anni appena, ha fatto esplodere un ordigno all’interno dell’Istituto tecnico professionale di Kerch, in Crimea, uccidendo almeno diciotto persone e ferendone cinquanta. Le cause del gesto non sono note. La polizia ha dichiarato che il giovane, dopo aver piazzato l’ordigno presso i locali della mensa al primo piano dell’edificio, si sarebbe tolto la vita. La presenza di alcuni cadaveri uccisi a colpi di arma da fuoco – in prima battuta negata dalle autorità locali, poi confermata – rende meno chiaro lo svolgersi degli eventi: è possibile che il giovane fosse armato e abbia aperto il fuoco sui compagni dopo aver piazzato l’ordigno, come è possibile che quegli spari siano di altra origine. L’anti-terrorismo russo ha dichiarato che potrebbe esserci più di un attentatore. Alcuni testimoni pare abbiano confermato la presenza di più uomini armati e mascherati. L’ordigno non è ancora stato identificato.

In un primo momento l’esplosione è stata attribuita a una fuga di gas, solo più tardi si è compresa la terribile realtà. Eventi di questo tipo – tristemente frequenti negli Stati Uniti – non sono mai avvenuti in Russia. La città di Kerch è il punto di partenza del ponte che collega la Crimea alla Russia, recentemente ultimato dopo anni di intensi lavori. Il ponte collega, fisicamente e simbolicamente, la penisola di Crimea – illegalmente annessa dai russi nel 2014 – al resto del paese. Secondo le autorità russe, proprio la natura simbolica del ponte lo rende un bersaglio ambito dai terroristi. Per difendere il ponte, i russi bloccano da mesi l’accesso navale al mar d’Azov rendendolo di fatto un “lago” russo a scapito dei porti ucraini – tra cui Mariupol – chiusi nella morsa di Mosca.

Ma se terrorismo dovesse essere, di quale matrice? L’attacco è stato paragonato a quello avvenuto a Beslan, in Ossezia settentrionale, nel 2004. Allora i morti furono 334, tra cui 186 bambini, uccisi per mano delle milizie islamiste guidate da Shamil Basaev, leader dei fondamentalisti islamici che avevano preso in mano le sorti della guerra cecena trasformandola in una guerra non per l’indipendenza della piccola repubblica, ma per la costituzione di un grande emirato caucasico. La presa del potere delle frange islamiste all’interno della leadership cecena giocò a legittimare l’intervento di Mosca contro i ceceni.

In Crimea esiste un’altra minoranza musulmana oppressa, quella tatara. I tatari hanno fin da subito opposto resistenza all’invasione russa e per questo sono stati duramente colpiti: la loro autonomia politica e religiosa è stata cancellata, i loro leader sono stati incarcerati, i loro beni confiscati, le radio e i giornali sono stati chiusi. Finora la resistenza tatara si è limitata a poche azioni dimostrative tra cui spicca l’abbattimento di alcuni tralicci della corrente elettrica che, nel 2015, ha lasciato la Crimea al buio per giorni senza che Mosca riuscisse a riprendere il controllo della situazione. Se l’attentato di oggi venisse ricondotto ai tatari, si aprirebbe uno scenario inquietante sia per il salto di qualità del terrorismo tataro, sia per le brutali repressioni che ne seguirebbero con la scusa della lotta al terrorismo.

Che questo attacco possa essere di matrice terroristica appare tuttavia poco probabile, certamente poco sensato, soprattutto perché diretto non a un obiettivo strategico o simbolico, ma a dei giovani in una scuola per mano di un coetaneo. Andrebbero però ricostruite le cause psicologiche e sociali del gesto in una regione dove la vita è difficile, il disagio giovanile molto diffuso, la repressione all’ordine del giorno.

Terrorismo o follia? Una pagina ancora da scrivere che, tuttavia, pesca nel torbido di una società traumatizzata e agitata da quattro anni di annessione non del tutto digerita.

 

 

 

ROMANIA: La protesta della diaspora termina in violenza

Notte di tensione e violenza quella di ieri per le strade di Bucarest. La manifestazione anti-governativa dei romeni all’estero si è trasformata in un violentissimo scontro tra una parte dei manifestanti e la gendarmeria. Fonti giornalistiche riportano più di 400 feriti; l’atmosfera nel paese è estremamente tesa.

Le premesse

Il meeting della diaspora romena, già da tempo in programma, ha richiamato nella capitale oltre 100.000 persone. Sono circa 5 milioni i romeni che vivono all’estero, buona parte emigrati durante gli anni della transizione, tra il 1990 e il 2000. L’Italia è il paese che ne ospita il maggior numero (circa un milione), seguita a ruota dalla Spagna. Gli expat romeni sono tutt’altro che avulsi dalla vita politica del paese d’origine; tradizionalmente ostili al partito social-democratico (PSD), nel 2014 hanno di fatto sancito la vittoria alle presidenziali di Klaus Iohannis sul candidato socialista Victor Ponta, molto forte in Romania ma privo di qualsiasi presa sugli emigrati. Essi vedono nel PSD l’erede del vecchio partito comunista e, soprattutto, di quel Fronte di Salvezza Nazionale guidato da Ion Iliescu che ha governato il paese negli anni Novanta, proprio nel periodo più caldo dell’emigrazione. Da ciò nasce l’ostilità verso i socialisti, visti quasi come causa della loro partenza. Sfruttando le vacanze estive e il tradizionale ritorno a casa, i romeni della diaspora si son dati appuntamento a Bucarest, per protestare contro il governo. In un primo momento l’amministrazione della capitale, guidata dal sindaco Gabriela Firea, esponente di punta del PSD, non si era mostrata entusiasta all’idea della manifestazione di massa. Tuttavia, sull’onda della pressione mediatica, ha concesso l’autorizzazione allo svolgimento della dimostrazione. I primi scontri si sono registrati intorno alle 16.00, quando alcuni manifestanti hanno cercato di forzare le barricate che proteggevano Palatul Victoriei, la sede del governo. La situazione sembrava essersi rasserenata, almeno fino alle 23.00, quando il vaso di Pandora è stato scoperchiato.

Provocatori e gendarmeria

Intorno alle 23.00, in risposta alle provocazioni di uno sparuto gruppo di manifestanti (con ogni probabilità provocatori giunti col preciso scopo di causare disordini) la gendarmeria ha risposto lanciando gas lacrimogeni in maniera indiscriminata anche sui partecipanti pacifici, aumentando il caos. I facinorosi hanno approfittato del disordine per attaccare le forze dell’ordine: due gendarmi, tra cui una ragazza di vent’anni, sono stati privati delle pistole e malmenati, prima di essere salvati da un gruppo di manifestanti che ha fatto da scudo umano. Nel frattempo, il resto delle forze dell’ordine ha continuato ad usare i gas e a picchiare anche uomini innocenti, colpevoli soltanto di essersi trovati al posto sbagliato al momento sbagliato. Risultato: circa 400 feriti, alcuni anche gravi. Com’è stato possibile tutto questo?

Dipanare la matassa

Chi è anche solo minimamente avvezzo ai fatti romeni sa che l’infiltrazione di provocatori violenti all’interno di proteste pacifiche è tutto tranne che inusuale. Era già successo nel febbraio 2017, all’epoca delle prime grandi manifestazioni contro il governo PSD. Tuttavia, non è semplice identificare questi gruppi e i loro mandanti. I media anti-governativi ritengono che siano ambienti vicini al partito social-democratico a muovere questi huligani, al fine di macchiare le proteste davanti all’opinione pubblica etichettandole come violente. Di contro, risulta difficile credere che un governo già ampiamente mal visto sia sul piano interno che internazionale possa adottare una strategia talmente suicida, che ha come solo esito quello di infangare ancora di più l’esecutivo e il suo principale partito. Non è così peregrino immaginare che alti circoli dell’amministrazione pubblica e dei servizi, fortemente ostili al PSD, possano aver mosso le fila dei disordini proprio per screditare Liviu Dragnea e i suoi fedelissimi. Ogni ipotesi è plausibile, ma non ci sono elementi che possano avvalorare l’una o l’altra opzione. La terza variante, la più tristemente auspicabile, è la completa impreparazione e inadeguatezza delle forze dell’ordine e delle istituzioni competenti, del tutto incapaci di gestire situazioni di tale complessità. L’unico fatto concreto sono i feriti che da ieri notte popolano gli ospedali di Bucarest. 

E adesso?

Il presidente della Repubblica Klaus Iohannis, con un post su Facebook, ha immediatamente condannato i fatti di ieri, scagliandosi contro la gendarmeria, la cui azione è stata definita “non proporzionata alle azioni della maggior parte delle persone di Piata Victoriei”. Liviu Dragnea e il premier Viorica Dancila tacciono, guardinghi. La situazione è in evoluzione continua. Prevedere cosa accadrà adesso è impossibile. I fatti di ieri hanno ulteriormente dimostrato che la democrazia romena è in crisi. L’autunno si prospetta caldissimo; tra un anno si terranno le elezioni presidenziali, e il rischio di una svolta autoritaria non è così remoto. 

Foto: IlPost

Cento anni fa nacquero le repubbliche di Georgia, Armenia e Azerbaigian

A più di un anno dalla Rivoluzione di Febbraio, che aveva posto fine all’Impero russo, il Caucaso viveva un momento di grande instabilità e fermento politico. In seguito alla caduta dello Zar, per consentire ai rappresentanti del nuovo Governo provvisorio di amministrare la regione, venne inizialmente istituito un Comitato Speciale Transcaucasico; rimpiazzato in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre da un Commissariato, di fatto separato dalla Russia sovietica e formato dai social-democratici georgiani, dai socialisti rivoluzionai armeni e dai musavatisti azeri.

In seguito al ritiro della Russia dalla Prima guerra mondiale, i vertici del Commissariato, non sentendosi vincolati dall’accettare gli accordi di Brest-Litovsk, decisero di proclamare la piena indipendenza della regione, istituendo il 22 aprile 1918 la Repubblica Federativa Democratica Transcaucasica. La neonata entità, scossa da gravi divisioni interne e indebolita dalla guerra con gli ottomani, finì però per dissolversi a un solo mese dalla propria creazione, dando vita a tre nuove repubbliche indipendenti.

Georgia (1918-1921)

La prima repubblica a dichiarare la propria indipendenza fu la Georgia, il 26 maggio 1918. Il primo capo del Consiglio Nazionale georgiano, organo legislativo della repubblica, fu il social-democratico Noe Ramishvili, che guidò il paese nel suo primo mese d’indipendenza per poi essere sostituito dal collega Noe Jordania. Nel febbraio 1919 il Consiglio venne sostituito da una nuova Assemblea Costituente, i cui membri furono eletti in seguito alle prime e uniche elezioni della giovane repubblica, le quali confermarono al potere i social-democratici. Ispirandosi alla socialdemocrazia europea, i leader della prima repubblica georgiana riuscirono a combinare le idee del liberalismo con gli impulsi egualitari del socialismo, istituendo un sistema democratico e multi-partitico in netto contrasto con la “dittatura del proletariato” imposta nella vicina Russia sovietica, poiché, secondo il pensiero di Karl Kautsky, essi vedevano la rivoluzione come una conquista democratica del potere piuttosto che come la dittatura di una sola classe.

Fin dai primi mesi d’indipendenza la Georgia venne però scossa da una serie di conflitti che ne misero a rischio la stabilità: la guerra con gli ottomani fu risolta con il Trattato di Batumi del 4 luglio 1918, in seguito al quale la Georgia fu costretta a cedere le regioni di Artvin, di Ardahan, dell’Agiaria e parte del Samtskhe-Javakheti; territori che i turchi controlleranno fino all’Armistizio di Mudros del 30 ottobre. Il successivo ritiro degli ottomani dal Caucaso portò a un conflitto con l’Armenia per il possesso delle regioni di Lori e del Borchali, a cavallo tra i due paesi; mentre un secondo scontro si verificò nella regione di Sochi, questa volta tra georgiani, bolscevichi e l’Armata Bianca di Anton Denikin, che premeva da nord. Dal 1918 al 1920 in tutto il paese scoppiarono inoltre diverse ribellioni contadine, incoraggiate dai bolscevichi e supportate dalla Russia sovietica. Le più gravi si verificarono in Abkhazia e Ossezia del Sud, dove iniziarono a nascere i primi movimenti separatisti.

A partire dal 1920, in seguito alla definitiva sconfitta di Denikin e all’ingresso dell’Armata Rossa prima in Azerbaigian e poi in Armenia, la Georgia si ritrovò accerchiata dalla Russia sovietica. Con il controverso Trattato di Mosca del 7 maggio 1920 i sovietici riconobbero l’indipendenza georgiana, ma in cambio ottennero da Tbilisi la legalizzazione del partito bolscevico e la cacciata delle truppe straniere presenti sul proprio territorio, lasciando di fatto la Georgia senza protezioni. Gli incidenti ai confini però continuarono, così come aumentarono le rivolte bolsceviche, sempre incitate da Mosca. Nel febbraio 1921 ebbe il via l’invasione sovietica della Georgia. Il 25 febbraio, quattro giorni dopo l’approvazione della nuova Costituzione georgiana, la capitale Tbilisi venne presa dalle truppe sovietiche, che proclamarono la nascita della RSS Georgiana. Il resto del paese venne conquistato nelle settimane successive.

Armenia (1918-1920)

La dichiarazione d’indipendenza della Repubblica Democratica Armena arrivò due giorni dopo quella georgiana, il 28 maggio 1918; lo stesso giorno il Consiglio Nazionale armeno, basato a Tbilisi, inviò a Yerevan due delegati per prendere il potere. Il primo premier dell’Armenia indipendente fu Hovhannes Kajaznuni, mentre Aram Manukian, eroe della resistenza di Van, città dove tre anni prima, nel bel mezzo del genocidio armeno, fermò l’avanzata ottomana, venne nominato primo ministro degli Interni. Nel giugno 1919, in seguito alla dissoluzione del Consiglio Nazionale, si tennero le prime elezioni dell’Armenia indipendente, che decretarono l’affermazione della Federazione Rivoluzionaria Armena, la quale diede vita a una delle prime repubbliche socialiste della storia, insieme alla vicina Georgia. Uno dei primi grandi problemi che la neonata repubblica si ritrovò a dover affrontare fu la gestione degli oltre 300.000 rifugiati in fuga dal genocidio in atto nell’Impero ottomano, i quali generarono una grave emergenza umanitaria alla quale il governo rispose con fatica.

Come la Georgia, anche l’Armenia si ritrovò invischiata nella guerra con gli ottomani, che nel frattempo erano avanzati fino ad Alessandropoli. Con una serie di vittorie decisive, gli armeni fermarono l’avanzata dei turchi alle porte di Yerevan, ma furono tuttavia costretti ad accettare le pesanti perdite territoriali imposte dal Trattato di Batumi. Oltre al conflitto con la Georgia, l’Armenia si dovette confrontare militarmente anche con l’Azerbaigian, il quale rivendicava buona parte del suo territorio. Il Trattato di Sèvres tra l’Impero ottomano e gli Alleati (10 agosto 1920), portò all’Armenia consistenti acquisizioni territoriali, ma non fu mai ratificato a causa dello scoppio di un nuovo conflitto con i nazionalisti turchi. La Guerra turco-armena terminò con il Trattato di Alessandropoli del 3 dicembre 1920, con gli armeni costretti a rinunciare ai territori ricevuti a Sèvres.

La guerra con la Turchia espose una sempre più debole Armenia alle mire espansionistiche della Russia. L’invasione sovietica dell’Armenia iniziò nel novembre 1920, con gli armeni ancora impegnati sul fronte turco. Il 2 dicembre (il giorno precedente al Trattato di Alessandropoli) il governo armeno fu costretto a dimettersi, sostituito da un nuovo governo filo-sovietico. Nei giorni successivi l’Armata Rossa entrò nella capitale, ponendo fine all’indipendenza armena. Un estremo tentativo di resistenza si verificò nelle regioni meridionali del paese, dove Garegin Nzdeh istituì la Repubblica dell’Armenia montanara, che dall’aprile al luglio 1921 tentò di opporsi, senza fortuna, all’avanzata sovietica.

Azerbaigian (1918-1920)

Come l’Armenia, la Repubblica Democratica dell’Azerbaigian, per iniziativa dello stesso Consiglio Nazionale azero, anch’esso inizialmente basato a Tbilisi, dichiarò la propria indipendenza il 28 maggio 1918. Il termine “Azerbaigian”, che all’epoca si limitava a indicare l’omonima regione dell’Iran, fu scelto per motivi politici, in quanto gli azeri rifiutarono di identificarsi come “tatari del Caucaso”, definizione coloniale coniata dai russi. La prima capitale dell’Azerbaigian fu Ganja, essendo Baku all’epoca dell’indipendenza sotto il controllo di un governo a guida bolscevica (Comune di Baku). Il primo capo del governo fu invece Fatali Khan Khoyski, mentre il primo presidente Mammad Amin Rasulzadeh. Nel dicembre 1918 il Consiglio Nazionale venne sciolto, sostituito da una nuova Assemblea Nazionale. Il nuovo stato azero, guidato dal partito Müsavat, fu una delle prime repubbliche democratiche del mondo musulmano, nonché la prima in assoluto a garantire pari diritti politici a uomini e donne, adottando il suffragio universale.

Come i suoi vicini caucasici, anche l’Azerbaigian si trovò ad avere a che fare con una lunga serie di dispute territoriali. Mentre quelle con la Georgia (per le regioni di Balakan, Zaqatala e Qakh) e con la Repubblica delle Montagne del Caucaso settentrionale (per la regione di Derbent) non sfociarono mai in conflitti armati, le dispute con l’Armenia portarono a sanguinosi combattimenti nel Karabakh, nel Nakhichevan e nella regione di Syunik. Armeni e azeri si scontrarono anche a Baku, dove nell’agosto 1918 gli armeni di Dashnak, supportati dai britannici, cacciarono i bolscevichi della Comune, dando vita alla Dittatura Centrocaspiana. I tentativi da parte di azeri e turchi di riconquistare la città portarono alla Battaglia di Baku. Con la caduta della Dittatura Centrocaspiana, nel settembre 1918, Baku divenne la nuova capitale dell’Azerbaigian.

L’Azerbaigian fu la prima delle tre repubbliche transcaucasiche ad essere invasa dall’Armata Rossa. A causa delle sue grandi riserve energetiche, il paese era considerato dai sovietici di estrema importanza per l’economia russa, al punto da spingere lo stesso Lenin ad affermare che la Russia non sarebbe potuta sopravvivere senza il petrolio di Baku. L’invasione ebbe inizio nell’aprile 1920; il 30 aprile i sovietici entrarono nella capitale, incontrando una scarsa resistenza da parte dell’esercito azero, le cui unità principali erano ancora impegnate a contrastare la guerriglia armena nel Karabakh. Gli ultimi focolai di resistenza, concentrati a Ganja, roccaforte dei musavatisti, vennero spenti entro il mese di maggio.

Babchenko il “nemico della patria” russa che ha inscenato la propria morte

Il giornalista russo Arkadij Babchenko è stato ucciso ieri a Kiev, dove si era rifugiato a causa delle pesanti minacce ricevute in patria. Uno sconosciuto lo ha atteso sulle scale del palazzo in cui viveva, e gli ha esploso tre colpi alla schiena mentre rientrava nel suo appartamento. La moglie lo ha soccorso, ma il giornalista è spirato durante il trasporto all’ospedale.

Così avevamo iniziato a scrivere prima di sapere che no, Babchenko è vivo. La sua morte è stata una messinscena. Per quali ragioni? In un’intervista rilasciata una volta svelato l’inganno, ha dichiarato che si è trattato di “motivi di sicurezza”. Accompagnato da agenti dei servizi segreti ucraini ha detto ai giornalisti che “è stata un’operazione speciale in corso da più di un mese”. Forse si è cercato di stanare potenziali assassini.

La vicenda personale di Babchenko, giornalista russo costretto a lasciare il suo paese e a cercare in rifugio in Ucraina, è complessa e drammatica. Voce critica della coscienza russa, minacciato di morte, additato come “nemico della patria”, aveva partecipato come soldato russo alle guerre cecene. Dal 2000 aveva poi lavorato come corrispondente di guerra per il Moskovsky Komsomolets, e aveva scritto il libro La guerra di un soldato in Cecenia sulle sue esperienze di quegli anni. Il suo sguardo sulla realtà era considerato anti-patriottico nel proprio paese e ciò aveva iniziato a metterlo in pericolo. Già nel 2008 dichiarava: “La società russa è estremamente crudele. La xenofobia e il nazionalismo sono molto diffusi, credo che il mio paese possa essere comparato alla Germania del 1934″.

Aveva narrato delle violenze continue, abituali durante il servizio militare: “Se hai un figlio, sai che un giorno dovrà partire per il servizio militare per due anni e che per due anni lo picchieranno. L’esercito rispecchia la società. Se la società è crudele, l’esercito è crudele. La Russia non ha mai aspirato ad essere una nazione libera. La mentalità dello schiavo fa parte della nostra mentalità. Credo faccia parte di noi. È una cosa terribile. Ci sono tre persone al mondo che odio con tutto me stesso: Boris Eltsin, Graciov (il Ministro della Difesa che ha deciso, con il presidente Eltsin, di lanciare la repressione su Grozny nel 1994, ndr) e Putin”.

Negli ultimi anni, era stato estremamente critico con la politica estera aggressiva di Mosca nei confronti dell’Ucraina, con l’occupazione della Crimea e la guerra nel Donbass, e poi nell’intervento in Siria, e deplorava la continua propaganda e la persuasione occulta effettuata dalle televisioni nazionali.

Un post pubblicato su Facebook il 25 dicembre 2016 gli era costato minacce esplicite. In quel post Babchenko dichiarava di non provare compassione per il coro dell’Armata Rossa perito in un incidente aereo mentre si recava in Siria a suonare per le truppe. La macchina del fango si era immediatamente scatenata, era stato pubblicato il suo indirizzo privato, ed aveva ricevuto continue minacce di morte per sé e per la famiglia. Il canale televisivo Tsargrad lo aveva posto in decima posizione tra i più pericolosi russofobi, additandolo come nemico della patria. Un deputato aveva chiesto a gran voce che gli venisse tolta la cittadinanza. Il giornalista aveva compreso il pericolo, e si era rifugiato a Praga, poi in Israele, ed infine a Kiev, dove aveva iniziato a collaborare con il canale televisivo ATR, che si occupa della minoranza tatara di Crimea.

Dopo l’occupazione russa del 2014 il canale era stato costretto a ridurre i notiziari e ad occuparsi solo di cultura, ma nel 2015 non aveva più ricevuto la licenza per operare in Russia ed aveva dovuto chiudere i battenti. Le trasmissioni sono riprese mesi dopo da Kiev, da dove la rete tenta di difendere i diritti dei tatari, ormai totalmente imbavagliati nella propria terra. Purtroppo a Kiev i fuorusciti russi possono essere raggiunti con facilità: nel marzo del 2017 l’ex deputato Denis Voronenkov è stato freddato da un killer in pieno giorno sulla soglia dell’Hotel Premier Palac, nel centro della città, e il giornalista Pavel Sheremet è stato ucciso da una bomba piazzata nella propria auto. Tornano in mente le parole pronunciate dallo scrittore Viktor Erofeev, certo non un oppositore, dopo l’occupazione della Crimea, quando, parlando dell’informazione televisiva, aveva detto: “Fiumi di odio si riversano dai canali federali della Russia, mescolati al fango della menzogna più sfrontata”.

Vale la pena di leggere il post su Facebook che ha segnato  la caduta in disgrazia di Babchenko in patria:

“C’è forse in me una qualche sorta di compassione per la morte di ottanta dipendenti statali del Ministero della Difesa di uno pseudo-impero uscito di testa, che hanno allestito nel vicino paese, una volta alleato, un’altra battaglia di Stalingrado e un altro assedio di Kursk con migliaia di morti e che sono volati ora in Siria a cantare e danzare a comando per i piloti, per sollevare loro l’animo bellico, perché  bombardino meglio, e compassione per la morte di nove dipendenti delle agenzie di propaganda di massa – anzi dei suoi maggiori esponenti, di “Pervyj kanal” e “Zvezda” – che assemblano storie di fascismo, di juntas dittatoriali, di crocifissioni di bambini, di migliaia di persone ingaggiate in una guerra come quella in Ucraina, così come nella stessa Siria, che hanno giustificato l’arresto di miei amici, che hanno mentito sul fatto che un mio amico viene torturato nella colonia penitenziaria di Segeža (si riferisce a Il’dar Dadin, NdT) che hanno incitato a massacrare me e i miei amici, che hanno gettato tonnellate di merda sulle persone a me vicine e che più di una volta hanno messo la loro vita in pericolo, che hanno promosso campagne contro gli immigrati, contro i georgiani, contro gli ucraini, con l’accusa di essere anti-liberali, pedofili e altro ancora, che hanno portato agli omicidi di dissidenti e di tutti coloro che reputano diversi in città russe pacifiche – a centinaia, se non migliaia – e che hanno portato in prima fila un nuovo mondo orwelliano, la dittatura e il gulag ….
Domanda retorica.
No. Non provo compassione, né dispiacere. Non esprimo condoglianze a parenti e persone vicine. Come non lo ha fatto nessuno di loro. Continuando a cantare e a danzare a supporto del potere o comunque a versare merda dagli schermi del televisore anche dopo la morte. Il sentimento in me è uno solo – me ne infischio. Non mi sono opposto io a questo stato e ai suoi asserviti. Sono stati lo stato e i suoi asserviti a contrapporre me a loro. Sono stato identificato come nemico e traditore della patria. Per questo, me ne infischio altamente.
Benché in me non ci sia nemmeno soddisfazione per le disgrazie altrui, né gioia.
Nella mia testa c’è solo un pensiero razionale: alla televisione, a questa forza viva che rende zombie e che ha innescato il meccanismo degli arresti e omicidi dei miei amici e colleghi, ora mancano nove persone all’appello.
No regrets. They don’t work.
E’ tutto”.

 

UCRAINA: Ucciso il giornalista Babchenko, noto oppositore di Putin

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AGGIORNAMENTO: Arkadij Babčenko è vivo, la sua morte è stata inscenata dai servizi segreti ucraini. Per saperne di più, leggi gli altri articoli di East Journal.

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Il giornalista russo Arkadij Babčenko è stato ucciso martedì sera, 29 maggio, a Kiev. Secondo quanto riportato dalla polizia ucraina, la moglie lo avrebbe ritrovato sanguinante all’ingresso del condominio dove abitano. È morto poco dopo l’arrivo dei soccorsi, sull’ambulanza nel tragitto per l’ospedale, a causa delle ferite riportate. Il capo della polizia di Kiev, Andriy Kriščenko ha aggiunto che la morte di Babčenko potrebbe essere legata alla sua attività professionale.

Il collega Osman Pašaev ha scritto su Facebook che “Babčenko è stato ucciso da tre colpi di pistola sparati alle spalle nell’androne delle scale di casa sua, mentre rientrava a casa dopo aver fatto la spesa”.

Babčenko era molto noto per il suo attivismo politico, esternato frequentemente attraverso i social, oltre che per i suoi resoconti dalla guerra in Cecenia. Era un noto oppositore del presidente russo Vladimir Putin. Il 25 dicembre 2016 aveva reagito controcorrente, rispetto ai colleghi russi,  alla scomparsa dei 92 passeggeri dell’aereo militare che trasportava in Siria il coro dell’Armata Rossa assieme ad alcuni giornalisti. A seguito di questo episodio erano iniziati gli episodi di minacce di morte e le intimidazioni, che lo avevano portato a trasferirsi prima a Praga e successivamente a Kiev.

Nella capitale ucraina aveva iniziato a lavorare come presentatore televisivo per il canale ucraino dei tatari di Crimea ATR TV. Contemporaneamente, proseguiva la sua attività giornalistica, caratterizzandosi per essere uno dei più aspri critici del Cremlino.

Il Primo Ministro ucraino Volodimir Grojsman ha descritto Babčenko come “un vero amico dell’Ucraina, che stava raccontando al mondo l’aggressione russa” aggiungendo che “i killer verranno puniti”. In risposta, il deputato russo Evgenij Revenko, parlando all’agenzia di stato Ria Novosti, ha affermato che “l’Ucraina sta diventando un posto molto pericoloso per i giornalisti”, aggiungendo che “il governo ucraino non è in grado di garantire la libertà”.

Harlem Désir, rappresentante OSCE per la libertà dei media, si è detto “terrorizzato” per l’accaduto, richiamando le autorità ucraine a condurre “indagini immediate ed approfondite”. Intanto, le indagini sono state aperte e ulteriori dichiarazioni verranno rilasciate nelle prossime ore.

Foto: independent.uk

 

 

 

LINGUAE: La meravigliosa toponomastica russa

Da un territorio immenso come quello della Federazione Russa ci potremmo attendere una grande varietà di toponimi originali; tuttavia, pare che la ricca lingua russa abbia riservato poca fantasia alla toponomastica.

Monotonia toponimica

Degli oltre 170 mila centri abitati registrati (città, campagne, villaggi) circa il 44% dei toponimi si ripete almeno una volta: un terzo di questi deriva da nomi propri (come Ivanovka o Michajlovo), un quarto da elementi naturali (ad esempio, Sosnovka da sosna – pino o Berezovka da berëza – betulla). Per dare un’idea, quasi duecento villaggi russi si chiamano rispettivamente Sosnovka e Berezovka.

Accenni di desovietizzazione

Per quanto riguarda la desovietizzazione, relativamente poche città hanno modificato il loro nome negli anni Novanta, riadottando il nome pre-rivoluzionario e abbandonando quello legato al personaggio bolscevico di riferimento: oltre a Leningrado/Pietroburgo, ricordiamo Ordžonikidze /Vladikavkaz, Sverdlovsk/Ekaterinburg, Gor’kij/Nižnij Novgorod, Kujbyšev/Samara, Kalinin/Tver’.

Toponimi scioglilingua

Il toponimo russo più lungo registrato è “Territorio centrale del sovchoz dedicato al quarantesimo anniversario dell’Ottobre Rosso” – in russo Central’naja usad’ba sovchoza imeni 40-letija Velikogo Oktjabrja, un villaggio di mille abitanti nell’oblast’ moscovita.

I due villaggi dal nome più lungo (scritto tutto attaccato) sono Verchnenovokutlumbet’evo e Starokoz’modem’janovskoe23 lettere ciascuno. Verchnenovokutlumbet’evo è un villaggio di circa 250 abitanti, in prevalenza tatari, situato nell’oblast’ di Orenburg. Starokoz’modem’janovskoe conta 700 abitanti e si trova nell’oblast’ di Tambov.

Al contrario, esistono ben 46 toponimi di due sole lettere, 11 dei quali sono Jar (in russo Яр) e 3 Yb (Ыб), nella repubblica dei Komi. La vocale gutturale Ы (/ɨ/), tipica di alcune lingue slave ma assente nella maggior parte delle lingue indoeuropee, è diffusa molto in Jacuzia dove una ventina di centri abitati iniziano per questa lettera, come Ytyk-Kjuel’ o Yllymach.

Toponimi “parlanti”

Sono diffusi in tutto il territorio della Federazione una serie di toponimi particolarmente interessanti, dai nomi più che parlanti, la cui origine spesso non è particolarmente chiara. Proviamo a vederne alcuni.

La regione di Perm’ sembra particolarmente abitata dagli animali: tra i centri abitati troviamo Passeri (Vorob’i), Zanzare (Komary), Criceti (Chomjaki), Lepri (Zajcy). Zanzara (Komar) esiste anche nel territorio dell’Altaj, mentre le Bravi Api (Dobrye Pčely) si trovano nell’oblast’ di Rjazan’.

Non distante sulla cartina compaiono qui Paradiso Perduto (Poterjannyj Raj) e Nuovo Mondo (Novyj Mir), oggi disabitati. Di Città-paradiso (Rajgorod) ce ne sono invece due, entrambe abitate, nei territori dell’Altaj e nell’oblast’ di Volgograd. Nuova Vita (Novaja Žizn’) si trova nell’oblast’ di Pskov, Vita Felice (Vesëlaja Žizn’) nel territorio di Krasnodar. Felice (Vesëlyj) è un villaggio dell’oblast’ di Brjansk, dove si trova anche Nuova Luce (Novyj Svet). Piccolo e Grande Gioco (Malaja e Bol’šaja Igra) sono registrate invece in Udmurtia.

Una volta raggiunto il Fondo (Dno, oblast’ di Pskov) e la Fine (Konec, ben otto villaggi con questo toponimo), con tanta Buona Volontà (Dobraja Volja, tre villaggi) si può risalire la Via Luminosa (Svetlyj Put’, oblast’ di Penza) attraverso la Valle della Libertà (Dolina Svobody, territorio dell’Altaj), Avanti (Vperëd, in Baschiria) Per la Patria (Za Rodinu, territorio di Krasnodar) e la Verità (Pravda, territorio dell’Altaj).

Diversi “oggetti” sono poi disseminati per la Russia: di Chiavi (Ključi) ce ne sono un centinaio; di Cucchiai (Ložki) due. Ci sono poi Pila (Batarejka, territorio di Krasnodar), Pattini (Kon’ki, in Udmurtia), Denti (Zuby, oblast’ di Pskov), Grandi Stivali (Bol’šie Boty, territorio della Transbajkalja), Cetrioli (Ogurcy, territorio di Krasnojarsk), Criniera Pulita e Criniera Alta (Čistaja Griva e Vysokaja Griva, territorio dell’Altaj), Gomiti (Lokti, oblast’ di Tjumen’) e Piccolo Gomito (Lokotok, territorio dell’Altaj). Nel territorio di Krasnodar c’è un’Oasi (Oazis) e una Ampia Fessura (Širokaja Ščel’), in quello di Krasnojarsk Segreto (Tajna).

L’oblast’ di Tjumen’ raccoglie tra i suoi paesi e campagne Acido (Kisloe), Bella (Krasivaja) e Brutto (Durnoe, che vuole anche dire “cattivo” e “stupido”). Il villaggio Stupido (Tupica) si trova nel territorio di Perm’, di villaggi dal nome Sfigato (Lochovo) ce ne sono ben sei (in realtà, la parola loch prima di venire risemantizzata nel gergo popolare indicava semplicemente l’albero del cosiddetto “olivo russo”, l’Elaeagnus). Piuttosto Pieno o Grosso (Polnovat) è un villaggio dell’oblast’ di Tjumen’, così come Piccola Metà (Polovinka); qui si trovano anche Dispnea (Odyška) e Ovatta (Vata).

Ci sono i villaggi degli Uomini (Čuvaki, territorio di Perm’) e delle Donne (Babki, oblast’ di Pskov).

Come dimenticare, poi, Togliatti (o meglio Tol’jatti), la città sulle rive della Volga che prima di venire rinominata nel 1964 in onore del segretario del PCI, allora da poco scomparso, si chiamava, per l’appunto, Stavropol’ sulla Volga (Stavropol’-na-Volge). Togliatti si era occupato alacremente della collaborazione tra la Fiat e la locale industria sovietica VAZ e tuttora la città porta fieramente il suo nome: il referendum del 1996 che proponeva di riadottare il nome di Stavropol’ sulla Volga venne bocciato da oltre il 70% degli elettori (per quanto allora il quorum del 50% non venne raggiunto, annullando di fatto l’esito del voto). Con i suoi oltre 700mila abitanti è la città russa più popolata che non è capoluogo di un soggetto federale.

Un universo in miniatura

Non è raro trovare cittadine e villaggi che riprendono il loro nome da importanti e famose città europee. Di Parigi (Pariž) ce ne sono addirittura due, una in Baschiria e l’altra nell’oblast’ di Čeljabinsk. Sorta sugli Urali, in memoria della vittoria su Napoleone, questa cittadina di 1700 abitanti dal 2005 vanta anche una copia della Torre Eiffel.  Non distante si trovano poi Berlino (Berlin), Lipsia (Lejpcig) e Varna. Varna, assieme a Crimea (Krym), compare anche nell’oblast’ di Brjansk. In Baschiria, invece, fanno compagnia a Parigi, Venezia (Venecija) e addirittura Marte (Mars); Giove (Jupiter) si trova nell’oblast’ di Brjansk. Nel territorio di Krasnodar c’è Armenia Lavoratrice (Trudovaja Armenija), mentre nell’oblast’ polare di Murmansk troviamo Afrikanda: secondo la leggenda, il nome deriva da una battuta tra due ingegneri che lamentandosi dell’afa estiva paragonarono la località all’Africa; in una zona dove d’inverno si raggiungono i -50 può far sorridere. Murmansk è infatti la maggiore città al mondo sita oltre il circolo polare artico; l’etimologia stessa di questo capoluogo deriva da “norman”, letteralmente persona nordica.

CRIMEA: Voci dalla repressione. La fatica della verità sotto il regime russo

Con l’annessione e l’inizio delle persecuzioni in Crimea, un cono d’ombra è calato sulla penisola. Le immagini della propaganda accecano e nascondono repressione e persecuzioni. I media locali sono stati messi a tacere, quelli internazionali non riescono a squarciare il velo della disinformazione. In questo contesto, ha preso corpo una rete di cittadini reporter che, dal basso, testimoniano la quotidiana repressione del nuovo regime.

“La realtà del giornalismo partecipativo si è fatta sempre più attuale e – si può dire – necessaria” afferma Remzi Bekirov, tataro di Crimea e attivo membro della comunità Crimean Solidarity nata come rete di solidarietà tra le famiglie dei prigionieri politici. Insieme ad altri suoi colleghi, Remzi ci ha raccontato il perché della sua scelta e cosa comporta essere un giornalista civile dove la repressione è di casa.

Una scelta di coscienza

Ciò che accomuna tutti i giornalisti civili in Crimea è la volontà di raccontare e denunciare – seppur con i loro limitati mezzi – una situazione attorno alla quale è stato costruito un muro dell’informazione. Una cortina di fumo che molti cittadini della penisola non intendono accettare.

A partire dal 2014, la situazione dei media in Crimea si è fatta drammatica: “Non ci sono più giornalisti indipendenti, la necessità di raccontare si fa sempre più forte” commenta Michail Batrak, attivista ucraino di Simferopol’, per il quale il giornalismo è nel frattempo diventato una professione. Michail ha iniziato a seguire in particolare i processi di vari dissidenti e prigionieri politici, tra cui quello di Vladimir Balukh, un contadino e attivista condannato per aver affisso una bandiera ucraina e un cartello in ricordo dei caduti di Maidan.

La maggior parte dei giornalisti civili in Crimea, ci racconta Remzi, fino al 2014 non si erano mai occupati di nulla del genere: “Sono laureato in storia” racconta “e oggi lavoro sia come insegnante, sia nell’edilizia. Ma la vita detta le sue regole e oggi, oltre alla mia attività principale, mi occupo anche di giornalismo. Non mi sarei mai aspettato di poterlo fare”. Remzi si è avvicinato a questa attività dopo che i suoi vicini di casa, Uzair e Tejmur Abdullaev, sono stati arrestati. “Praticamente tutte le famiglie dei prigionieri politici si ritrovano sole” aggiunge Remzi. Da questo è nata la comunità Crimean Solidarity ed è nato anche il personale desiderio di Remzi di fare informazione. In Crimea, la stessa attività di giornalista civile si basa saldamente sulla comunità e sui legami tra individui. Nel caso di una perquisizione – uno degli eventi maggiormente coperti da questi reporter – è il passaparola a far accorrere il giornalista sul posto, per far sì che possa registrare in tempo l’accaduto. In Crimea, di fatto, questo tipo di giornalismo è molto spesso inscindibile dal sentimento di solidarietà reciproca.

Anche El’maz, una cittadina tatara di Crimea che ha preferito rimanere anonima, è diventata inconsapevolmente un riferimento per la sua comunità: “Si può dire che non sia io a decidere cosa scrivere, ma è quel che sta succedendo qui dal 2014. Io scrivo dei fatti di cui divento testimone”.

El’maz ha semplicemente iniziato a descrivere sul suo profilo Facebook quello che vedeva quasi quotidianamente: “Non sapevo nemmeno che questa attività si chiamasse giornalismo civile. Ho deciso che dovevo fare qualcosa per migliorare la mia situazione e quella di molti altri, anche se questo richiede molte energie, soprattutto dal punto di vista mentale ed emotivo”. Così, gli scritti di El’maz hanno acquisito popolarità, finché alcuni media hanno iniziato a usarla come fonte: “Diversi siti web riprendono quello che scrivo sulla mia pagina di Facebook. Alcuni mi chiedono il permesso, altri non lo fanno, ma a me non importa. L’importante è che si parli di ciò che accade qui da noi”.

Una scelta di coscienza, dunque, che implica rischi molto alti e racchiude una considerevole componente emotiva, fatta di rabbia, dolore e speranza.

I rischi del mestiere

I rischi dei giornalisti, siano questi ultimi improvvisati o professionisti, sono gli stessi di qualunque voce indipendente. Arresti, perquisizioni, minacce e torture sono frequenti tra i dissidenti e tra coloro che cercano di fornire un’informazione diversa da quella monolitica imposta nella penisola.

La vicenda di Nariman Memedeminov, attivista del gruppo Crimean Solidarity, ne è un esempio. Dopo numerose perquisizioni e fermi negli ultimi anni, Memedeminov è stato prelevato dalla propria abitazione la mattina del 22 marzo e incarcerato il giorno dopo, in seguito a un processo lampo.

L’accusa, come frequentemente accade, è quella di incitamento al terrorismo e fa riferimento a contenuti pubblicati da Memedeminov anni prima dell’annessione della penisola. Stando alle parole dell’avvocato Emil Kurbedinov – sempre in prima linea quando si tratta di persecuzioni di attivisti suoi connazionali – è chiaro come questo sia l’ennesimo caso falsificato dalle autorità e sia una punizione per l’attività civica di Memedeminov, membro attivo della comunità tatara e reporter per vocazione. Nel frattempo, la comunità intorno a Memedeminov è riuscita a mobilitare i più importanti media ucraini, che hanno riportato la notizia ed espresso la loro solidarietà con l’attivista. Sul suo caso, tuttavia, niente sembra essersi mosso. Il timore è che diventi il primo di un’ondata di persecuzioni nei confronti dei giornalisti civili, diventati ormai il prossimo gruppo da mettere al bando. “Il rischio di essere incarcerati c’è sempre: sapendo come vengono “fabbricati” i casi in Crimea, è assolutamente possibile” commenta Michail.

Remzi Bekirov racconta di essere stato arrestato lo scorso anno, mentre effettuava alcune riprese durante una perquisizione a casa di un conoscente: “Ci hanno caricati su un camioncino e diretti alla polizia distrettuale, dopodiché ci hanno sottoposti ad arresto amministrativo per presunto ‘raduno non autorizzato’. E’ così che definiscono la nostra presenza sul luogo di una perquisizione”.

Anche le minacce sono all’ordine del giorno: “Ricevo continuamente minacce scritte, ma provo a non pensarci, perché non voglio che raggiungano il loro scopo, che è quello di spaventarmi e farmi tacere” commenta El’maz.

Aleksej Šestakovič ha vissuto in prima persona violenze psicologiche e fisiche, dopo le quali è stato costretto a lasciare la sua città natale, Sebastopoli. Aleksej è un attivista anarchico ed ecologista di vecchia data e, riguardo alla sua attività, commenta convinto che “ogni attivista dev’essere anche un po’ giornalista”. Il canale YouTube di Aleksej presenta numerosi filmati girati nel corso degli ultimi anni.

A inizio marzo, Aleksej è stato arrestato insieme a un altro attivista e – come racconta – ha subito torture dalle forze dell’ordine durante i dieci giorni di detenzione. Appena uscito dal carcere, avendo appurato di non essere più al sicuro, Aleksej ha lasciato il paese e ora si trova in Italia: “Se fossi ancora a casa mia, continuerei a ricevere minacce di arresto, sarei continuamente perseguitato. Gli agenti dei servizi segreti mi dicevano ‘tanto prima o poi ti mettiamo dentro’”.

Tra speranza e rassegnazione

Cosa aspettarsi dal futuro? La Crimea è quasi scomparsa dai giornali e dalle agende politiche internazionali. Solo di rado si fa qualche accenno alle vicende interne alla penisola, ma l’impressione è che Sebastopoli e la Crimea siano considerati ormai soggetti federali russi.

C’è ancora chi resiste ai soprusi, non limitandosi alla semplice sopravvivenza, ma opponendosi attivamente, seppur in maniera non violenta. Diversi stati d’animo, tuttavia, spesso convivono in questo atto di resistenza: che cosa si spera di ottenere con tutto questo?

Remzi Bekirov non ha dubbi riguardo a ciò che desidera dalla comunità internazionale e dai media: “Dall’Ucraina e dai media internazionali ci aspettiamo delle azioni concrete per quanto riguarda i prigionieri politici. Non si può smettere di parlare dei Tatari di Crimea e questi temi devono continuare ad essere presenti sui giornali”.

A tutto questo, Remzi aggiunge una richiesta di riconoscimento, qualcosa che lo tocca personalmente da vicino. “Vorrei che venissimo considerati come tutti i giornalisti, che avessimo i loro stessi diritti, affinché il giornalismo civico in Crimea non scompaia”.

È più amaro e rassegnato, invece, il commento di El’maz: “Non so cosa ci si possa aspettare dalla comunità e dai media internazionali” commenta “se a quattro anni dall’annessione non hanno fatto nulla di significativo“. El’maz chiede di tenere accesi i riflettori sulla Crimea, ma rimane molto pessimista sul destino che aspetta tutti quelli come lei: “In quanto agli abitanti della Crimea – attivisti, giornalisti, o chiunque altro – nessuno può difenderci. Possiamo contare solo su noi stessi”.

La sua rassegnazione risuona come un monito al mondo intero, una preghiera a rompere il silenzio totale che la “politica reale” ha permesso calasse sulla penisola.

Nella foto una lettera di supporto a  Il’mi Umerov, vicepresidente del parlamento dei tatari di Crimea (Mejlis), arrestato a causa delle sue posizioni contrarie all’annessione.

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BOSNIA: Il grande gelo dei veterani

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da OBC Transeuropa

Quelle tra fine febbraio e inizio marzo sono state le notti più gelide dell’inverno bosniaco, con temperature tra i -15 e i -20 nelle regioni di Sarajevo e Tuzla. In quelle stesse notti il termometro sociale ha iniziato a salire, quando i veterani di guerra hanno occupato diversi luoghi nevralgici della rete stradale del paese, tra cui lo snodo di Sički Brod vicino a Tuzla, vari punti lungo la Brod-Sarajevo (principale via di comunicazione del paese) e diversi passi di frontiera con la Croazia. Iniziati il 28 febbraio, i blocchi sono durati diversi giorni, causando pesanti disagi alla viabilità e qualche scontro con le forze di polizia.

Dopo alcune settimane di tregua e mobilitazioni a singhiozzo, la protesta è riemersa tra il 9 e il 10 aprile con nuovi blocchi stradali, e con ancora più forza il 17 aprile, quando un corteo di qualche centinaio di veterani si è radunato davanti al Parlamento della Federazione di BiH e ha anche cercato di farvi ingresso, prima di essere caricato dalla polizia antisommossa. “Abbiamo difeso questo paese, ma oggi non abbiamo niente”, ha commentato un manifestante. Un altro, più bellicoso: “La prossima volta veniamo con le bombe”. L’escalation di blocchi stradali e presidi è insolita anche per la categoria sociale probabilmente più protestataria del paese come quella dei veterani, già protagonisti di importanti mobilitazioni nel 2012, nel 2014, nel 2016 e infine nel giugno dell’anno scorso, quando decine di reduci di guerra costruirono un’occupazione permanente autonominatasi “Kamp Heroja” (“Campo degli Eroi”) davanti alla sede del governo della Federazione di BiH, una delle due entità che compongono il paese.

Dieci mesi dopo le tende del “Kamp Heroja” sono ancora lì, ormai una parte stabile del paesaggio urbano sarajevese. E identiche restano le richieste al governo della Federazione da parte dei veterani che nel 1992-95 hanno combattuto sia nelle file dell’Armija, l’esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina, che in quelle dell’HVO, la compagine militare croato-bosniaca (non è coinvolto in questa protesta il terzo attore militare del conflitto, la VRS, quella serbo-bosniaca i cui veterani ricevono sussidi dalla Republika Srpska, l’altra entità del paese). Sono tre le rivendicazioni base della protesta: la creazione di un registro unico e pubblico degli ex-combattenti, un sussidio minimo di 167 euro al mese e uno stop ai fondi alle associazioni di categoria che, secondo le ragioni della protesta, sottraggono risorse pubbliche alle reali necessità dei veterani.

Ognuno di questi punti illustra bene i paradossi e gli squilibri del sistema pubblico bosniaco nell’ultimo dopoguerra. A ventidue anni dalla fine del conflitto non esiste un registro centrale e affidabile dei veterani, che indichi chiaramente chi ha combattuto per quale unità e per quanto tempo. Questo vuoto amministrativo avrebbe permesso nel corso degli anni, secondo le accuse dei veterani, migliaia di iscrizioni abusive e certificazioni di invalidità false o esagerate. Secondo i dati in possesso del governo della Federazione, sarebbero circa 577.000 i combattenti registrati (per la certificazione è sufficiente avere prestato servizio in guerra un giorno solo), dei quali circa 92.000 hanno ottenuto una prestazione di invalidità nel 2017. È però una cifra fortemente contestata dai veterani che protestano, secondo cui i combattenti congedati alla fine del conflitto non erano più di 280.000 e dunque, come ha detto ironicamente uno di loro, in 22 anni “non solo nessuno è morto, ma anzi ne sono nati di nuovi”.

Solo negli ultimi mesi, pressato dalle proteste, il governo della Federazione ha iniziato a aggiornare e sistematizzare i dati. Il ministro dei Veterani Salko Bukvarević ha annunciato di avere depennato circa 6.000 utenti e ridotto le prestazioni di invalidità per circa 7.000. Ma il completamento del registro durerà a lungo e richiederà una paziente e non scontata collaborazione degli enti locali. E soprattutto, non soddisfa i veterani in protesta, che fin da subito richiedevano un registro accessibile al pubblico per indagare sugli abusi del passato ed evitare nuove manipolazioni. Il governo della Federazione, invece, prevede di riservare l’accesso alle sole istituzioni e di evitare misure retroattive per ragioni di privacy e operatività.

L’altra richiesta degli ex-combattenti appare, a prima vista, paradossale: il taglio ai fondi e, nei fatti, una drastica diminuzione delle associazioni di categoria a cui loro stessi appartenevano o appartengono tuttora. Si tratta di circa 1.600 enti, ovvero 20 per ogni municipalità della Federazione, che sono accusati di malagestione e spreco di risorse. Le organizzazioni di veterani percepiscono gran parte dei fondi a livello locale. Secondo dati ufficiali, dei circa 6.15 milioni di euro che ottengono, solo 185.000 arrivano dalla Federazione. Il grosso è dunque stanziato dai dieci cantoni che compongono la Federazione, e una parte minore proviene dalle municipalità. La proliferazione di associazioni è dunque, almeno in parte, conseguenza della frammentazione istituzionale e della confusione tra competenze imposte dal sistema di Dayton.

Va riconosciuto che molte organizzazioni fungono da welfare sostitutivo, garantendo un sostegno primario per voci quali borse di studio, servizi medici e spese funerarie. Ci sono però abusi sistemici e una diffusa corruzione che coinvolge funzionari e partiti politici, soprattutto a livello locale. Molte associazioni hanno operato da “macchine elettorali”, con una base socialmente vulnerabile e dunque ancora più ostaggio delle promesse economiche dei partiti e della demagogia dei leader in cambio di voti.

Un caso eclatante è emerso proprio la scorsa settimana, quando  un’inchiesta del magazine sarajevese Klix ha indagato la vicenda di Pravednost (Correttezza), un’organizzazione creata da un noto politico sarajevese, l’ex-generale dell’esercito Sefer Halilović. Secondo l’inchiesta, Pravednost ha beneficiato di oltre 600.000 euro di fondi pubblici, concessi dal ministero dei Veterani del Cantone di Sarajevo (da molti anni sotto il controllo del partito di Halilović, il BPS) e invece di programmi sociali li avrebbe destinati, in buona parte, alle spese legali e di sostentamento di alcuni ex-ufficiali che sono attualmente imputati per crimini di guerra dalla giustizia bosniaca. Curiosamente lo stesso Halilović, personaggio molto popolare tra i reduci di guerra, aveva personalmente visitato le proteste di fine febbraio e ne aveva più volte appoggiato le richieste.

I veterani e la politica

Poiché in Bosnia Erzegovina vi è già fibrillazione per le elezioni di ottobre, alcuni hanno insinuato che la mobilitazione degli ex-combattenti sarebbe stata montata ad arte per poi essere addomesticata con promesse simboliche e qualche piccola concessione economica. Eppure, anche ora che la tensione torna ad aumentare, il tema dei veterani è nuovamente sparito dall’agenda del Parlamento della Federazione, cosa che ha propiziato il corteo e gli incidenti di ieri. I partiti continuano a mostrare un certo distacco sulla questione. Un motivo cruciale è che negli ultimi anni si sono fatte sempre più intense le pressioni degli organi internazionali (su tutti l’FMI) sulle istituzioni bosniache per contenere i sussidi ai veterani nell’ambito dei tagli alla spesa pubblica. È soprattutto per queste pressioni che il governo della Federazione, pur avendo già fatto passi concreti sul registro e sui limiti alle associazioni, si è mostrato finora inflessibile sull’aumento delle risorse finanziarie per i veterani, che ammontano a 290 milioni di euro (una parte consistente del budget totale).

Poi vi è una questione più prettamente politica. L’SDA, il principale partito della Federazione e dei musulmani nazionalisti, sta vivendo una profonda crisi di leadership interna, che di fatto priva i veterani del loro tradizionale interlocutore e getta incertezza sui rapporti di potere futuri. L’instabilità si manifesta anche nei media del paese che hanno effettuato una copertura totalmente dissimile delle proteste dei veterani. Come spiega un’analisi di Balkan Insight, i due canali TV pubblici di Sarajevo, BHTV e FTV, hanno ignorato di fatto le manifestazioni anche quando hanno creato caos nelle comunicazioni del paese, mentre le emittenti transnazionali Al Jazeera Balkans e N1 (affiliato della CNN) hanno seguito gli eventi con grande attenzione ed edizioni speciali.

Per ora, il resto della popolazione non pare avere mostrato né appoggi tangibili, né ostilità verso la causa dei veterani. In Bosnia Erzegovina vi è indubbiamente un diffuso riconoscimento per lo status sociale di combattente (anche se per lo più diviso secondo le appartenenze etno-nazionali) e un rispetto per le enormi sofferenze materiali che i reduci di guerra patiscono. Vi è sicuramente una certa popolarità per la rivendicazione di giustizia sociale e la narrazione anti-elitaria di cui i veterani si presentano portatori, visti come “difensori veri” di patrie e comunità che si mantengono sulla soglia di sopravvivenza al contrario di un ceto politico superpagato e ampiamente disprezzato. C’è simpatia per la trasversalità di appartenenze che ormai da tempo caratterizza le mobilitazioni dei veterani, togliendo la linea di frattura dal fattore “etnico” e riposizionandola tra il “basso” di chi reclama insieme i diritti negati e l’”alto” di chi sfrutta le differenze per proprio privilegio.

Ma si avvertono anche segnali di insofferenza per la continua mobilitazione dei veterani, a volte considerata una lobby che difende unicamente gli interessi corporativi grazie a un rapporto subdolo con la classe politica e con una retorica revanscista e assistenzialista che ostacolerebbe una transizione verso il futuro. Talvolta, più semplicemente, i veterani sono percepiti come “privilegiati” che accedono a certi benefici, come l’accesso preferenziale o esclusivo ad alcuni impieghi e servizi pubblici (educazione, sanità) nonché a prestazioni sociali e sussidi d’invalidità maggiori di almeno il 30% rispetto ai cittadini comuni, per quanto bassi in termini assoluti.

A queste disparità di trattamento alcuni hanno autonomamente reagito con stratagemmi che hanno causato, però, nuovi squilibri e fratture sociali. La politologa Jessie Hronesova, in un suo articolo, ha illustrato come molte vittime civili della guerra, per aggirare la loro esclusione dalle politiche riparatorie riservate ai veterani, abbiano fatto certificare se stessi o alcuni familiari morti come soldati. Dunque è stata anche questa pratica a contribuire al fenomeno dei “falsi certificati” che ha alimentato un’ondata di sfiducia verso le istituzioni e tra le stesse categorie sociali. Secondo la sociologa Oliwia Berdak, la centralità dell’uomo-cittadino-combattente nel sistema sociale bosniaco avrebbe inoltre contribuito alla ri-tradizionalizzazione di genere, relegando la donna a un ruolo dipendente e subordinato.

Proteste e movimenti

Risulta ancora più delicato indagare la relazione tra proteste dei veterani e le proteste sociali più ampie, come quelle per il lavoro e per le politiche urbane, o espressioni trasversali come i Plenum del 2014. Un’attivista dei movimenti di Sarajevo che preferisce restare anonima spiega a OBCT: “Un appoggio organizzato ai veterani di fatto non esiste. C’è chi aderisce alla protesta, chi supporta moralmente, ma non c’è nulla di politicamente strutturato. È una questione molto delicata. In un momento in cui le politiche sociali sono oggetto di riforma è opinione diffusa, soprattutto a sinistra, che sia problematico basare le prestazioni sociali su un certo status particolare invece di una solidarietà sociale ampia”.

Secondo l’attivista, è cruciale l’assenza di ogni riferimento al lavoro: “Quasi non si parla dei diritti di questo gruppo di persone in quanto lavoratori. Loro sono stati combattenti durante la guerra, ma prima e dopo di questa erano, e sono, lavoratori a cui è stato sottratto di fatto il diritto al lavoro, con la svendita e la distruzione del patrimonio produttivo in Bosnia Erzegovina. Ma i loro problemi sono immediati e richiedono una soluzione istantanea perché molti da anni vivono appena sulla soglia di sopravvivenza. E quindi ampliare le basi della protesta, dando ad essa un senso più ‘politico’, diventa quasi impossibile”.

Dunque non ci possono essere rapporti tra le proteste dei veterani e gli altri movimenti sociali? “I collegamenti tra le proteste sono deboli e rari”, risponde. “L’intersezione è un’eccezione. Una protesta non riesce a essere una scintilla per qualcosa di più grande. Ma non solo: una protesta perde forza da sola perché insiste sull’importanza del gruppo e non cerca legami con il contesto sociale più ampio. E in un contesto in cui dominano le narrazioni, sia locali che straniere, sull’eccesso di politiche sociali, sulla spesa degli aiuti e sulla pigrizia di chi li riceve, tutto ciò è ancora più difficile”.

LINGUAE: Viaggio tra i calmucchi, isola buddista d’Europa

All’interno della Federazione russa esistono numerosi gruppi etnici e altrettanti ceppi linguistici. Abbiamo già scoperto la lingua sacha, parlata nella lontana Jacuzia. Oggi viaggeremo tra le steppe della Calmucchia, una delle repubbliche autonome situate nel territorio europeo del paese, l’unica di religione buddista in Europa, dove si parla (generalmente) il calmucco.

La Calmucchia: isola buddista in Europa

I calmucchi sono un gruppo etnico discendente dal popolo mongolo degli oirati che abita l’unico territorio europeo in cui è diffuso il buddismo tibetano. La repubblica è infatti l’unica isola buddista del continente europeo. La principale città, Elista, nota capitale degli scacchi, ne è il centro nevralgico ed ospita uno dei templi più a ovest del mondo.

Arrivati nel XVII secolo dai territori dell’Asia Centrale furono proprio i calmucchi, così chiamati dai russi, a controllare la vasta area della “Grande Tataria”, che si estendeva dalla Cina al Don e attraversava la Siberia settentrionale.

La storia dei calmucchi è molto ricca e decisamente complessa. In epoca sovietica, la popolazione subì prima una collettivizzazione disastrosa negli anni ’30, quindi una deportazione di massa in Siberia nel ’45; nel 1958 la repubblica ottenne la sua autonomia, status che mantiene ancora oggi.

Sebbene i calmucchi risiedano geograficamente in Europa (tra le steppe deserte delle rive del Mar Caspio), le caratteristiche in comune con le popolazioni di lingua mongola, tra cui oirati e buriati (abitanti della repubblica omonima situata al di sopra della Mongolia), sono notevoli e ben consolidate: non solo a livello fisico si nota una certa somiglianza (tratti mongoli), ma anche cultura e tradizioni sono molto vicine fra loro, malgrado le costanti migrazioni e i conflitti. Inoltre, proprio come molte popolazioni mongole, i calmucchi aderiscono al buddismo tibetano e parlano un idioma che ha una stretta affinità linguistica con quello dei suoi lontani parenti.

Origini della lingua calmucca

Il calmucco è una lingua di ceppo mongolico parlata non solo nella repubblica della Calmucchia, di cui è lingua ufficiale, ma anche in Cina e Mongolia. Secondo alcune fonti, ci sono complessivamente circa mezzo milione di parlanti calmucco, di cui 154.000 in Russia, 200.000 in Mongolia e 139.000 in Cina, ma il loro numero sta drasticamente diminuendo, tanto che si parla di una possibile estinzione.

Il linguista Nicholas N. Poppe ha classificato il gruppo di lingue calmucco-oirate come appartenente al ramo occidentale delle lingue mongole, dato che il ceppo si è sviluppato separatamente. Poppe sostiene che, benché le differenze fonetiche e morfologiche siano minime, calmucco e oirato possono considerarsi due lingue diverse, data la significativa diversità lessicale. Il calmucco, ad esempio, ha adottato molte parole di origine russa e tatara.

Parlare di una lingua calmucca unica è, tuttavia, complicato. La popolazione mescola diverse varianti dialettali, torgud, dôrvôd, buzava tra le maggiori. Tutte si condizionano a vicenda e sono state più o meno influenzate dalla lingua russa e dalla politica sovietica di russificazione.

In generale, si può dire che i dialetti calmucchi delle tribù nomadi e pastorali della regione del Volga sono quelli più “puri”, mentre quelli parlati lungo il Don si sono sviluppati in stretta interazione con la lingua russa, come conseguenza di un’integrazione amministrativa e militare dei calmucchi ai cosacchi dell’area, alla fine del Settecento.

Sistema di scrittura

Il calmucco è una lingua agglutinante, come gran parte delle lingue uralo-altaiche, che grazie all’uso dei suoi suffissi permette di creare facilmente nuove parole.

A livello di struttura, questa lingua non è particolarmente complicata: il suo sistema fonetico è piuttosto semplice e sul piano grammaticale non presenta troppe sorprese, ad eccezione dei dieci casi in cui vengono declinati aggettivi e sostantivi, tra singolare e plurale. Non esiste il genere.

In Calmucchia il 5 settembre si festeggia la Giornata nazionale del sistema di scrittura. Oggigiorno l’alfabeto utilizzato dalla lingua calmucca è il cirillico. Tuttavia, è stato riformato e ripensato parecchie volte durante il corso della sua storia. Si possono distinguere cinque fasi fondamentali nell’evoluzione della scrittura calmucca.

Fino al XVII secolo la scrittura utilizzata era quella delle antiche lettere mongole (alfabeto uiguro). Ma fu presto reinventata e riadattata da un monaco lamaista appartenente alla tribù hošuud, che nel 1648 applicò all’alfabeto classico mongolo la scrittura fonetica oirata, chiamandolo “Todo Bichig” (letteralmente: alfabeto chiaro).

La particolarità del “Todo Bichig” era quella di scrivere dall’alto verso il basso, proprio come nelle lingue mongole. Questo alfabeto è tuttora in uso fra gli oirati che abitano in Cina, mentre cadde in disuso nel 1923 fra i calmucchi, che lo abbandonarono definitivamente.

Tra 1924 e 1930, infatti, sotto l’influenza della forzata russificazione del regime sovietico, la scrittura calmucca adottò progressivamente l’alfabeto cirillico, sistema di scrittura reso definitivo nel 1938. Ci fu anche una piccola parentesi in cui si cercò di abbracciare l’alfabeto latino, ma senza grandi successi.

Un futuro incerto

La lingua e la cultura calmucca sono in continua lotta per la sopravvivenza. Durante la seconda guerra mondiale, i calmucchi (non solo quelli accusati di appoggiare l’esercito tedesco, ma anche coloro che combatterono nell’Armata rossa) furono confinati nei gulag siberiani e sparpagliati in Asia Centrale. Qui fu loro vietato di comunicare in calmucco nei luoghi pubblici e pertanto la loro lingua natale non venne più tramandata alle giovani generazioni.

Sebbene il governo di Chruščëv, in seguito alla denuncia dei crimini staliniani, permise alla popolazione calmucca di far ritorno nelle terre d’origine e di riprendere le proprie tradizioni, il declino della lingua calmucca era ormai irreversibile. Inoltre, l’accoglienza non fu certo rosea: le terre erano ormai occupate da russi e ucraini, che ci lavoravano e vivevano in maniera fissa. I calmucchi tornati dal lungo esilio, inoltre, parlavano essenzialmente russo.

Di recente sono state approvate alcune leggi riguardanti l’uso del calmucco nei luoghi pubblici, come nei negozi o nelle fermate degli autobus, ma non è sufficiente a far rivivere questa lingua.

Televisione e radio non possono permettersi di distribuire programmi nella lingua locale e per ridurre i costi preferiscono lasciare spazio al russo e, ormai, all’inglese. Malgrado le difficoltà, esistono comunque riviste e giornali pubblicati in lingua calmucca, tra cui il famoso settimanale Hal’mg ynn (Хальмг үннКалмыцкая правда, ovvero “Verità calmucca”), ora presente nella versione bilingue.

Nel 1999 è stato firmato un disegno di legge sulle lingue dei popoli della Repubblica di Calmucchia, in cui si dichiara che russo e calmucco sono entrambe lingue ufficiali e che la seconda verrà preservata e utilizzata in modo equo. Secondo la normativa, tutti i documenti ufficiali, i processi legali e giudiziari, i pannelli stradali e i nomi dei luoghi, come anche ciò che riguarda votazioni e referendum, devono essere redatti rispettivamente nelle due lingue ufficiali.

Nonostante i cambiamenti e i miglioramenti, l’uso della lingua calmucca è in netta diminuzione e la diffusione del russo ne è la principale ragione: il 98% dei bambini calmucchi non parla la lingua madre, che è poco usata ormai anche tra gli adulti, dove il russo ha la meglio.

Foto: Yuliya Yangulova

CRIMEA: Elezioni in stile sovietico e osservatori “amici di Putin”

di Maria Baldovin e Laura Luciani

Il 18 marzo, presumibilmente, non è stato scelto come data per le elezioni presidenziali russe per caso. La data, infatti, è già diventata parte del repertorio di ricorrenze nazionali di cui la Russia va orgogliosa, poiché anniversario della “riunificazione” (leggasi annessione illegale) della Crimea alla Russia.

Per Vladimir Putin l’evento ha rappresentato il punto di partenza di una rinata popolarità, che lo ha portato a vincere le ultime presidenziali con il risultato più alto di sempre. Ma come si sono svolte le prime elezioni russe in Crimea? Sappiamo che l’OSCE/ODIHR non ha inviato i propri osservatori nella penisola, così come Federica Mogherini ha dichiarato a nome dell’UE che le elezioni nel territorio occupato non sarebbero state riconosciute. Eppure, su varie testate russe si può leggere a riguardo dell’alta affluenza, del risultato plebiscitario a favore di Putin e delle dichiarazioni di diversi “osservatori internazionali”, i quali avrebbero confermato il corretto svolgimento delle operazioni elettorali. Cerchiamo di capire com’è realmente andata.

“Tutta la famiglia va a votare”

L’obiettivo del Cremlino era chiaro: le prime elezioni presidenziali russe in Crimea dovevano diventare “un secondo referendum” che, echeggiando i risultati del 16 marzo 2014, avrebbe riconfermato “la legittimità dell’adesione della penisola alla Russia”. I dati ufficiali (quelli della Commissione Elettorale Centrale russa), confermano la decisa vittoria di Putin, che avrebbe ottenuto il 92,2% dei voti in Crimea e il 90,2% a Sebastopoli. L’affluenza sarebbe stata del 71%, sempre secondo i dati russi.

Ma le gravi irregolarità osservate nel resto della Russia lo scorso 18 marzo danno ragione di credere che i dati sulle elezioni in Crimea non siano esenti da falsificazioni. Sebbene non esistano, per il momento, dati alternativi, alcune testimonianze dalla penisola possono offrire un quadro più completo del contesto in cui il voto si è svolto.

Una nostra fonte residente in Crimea, che ha preferito rimanere anonima, suggerisce che i risultati delle elezioni e l’alta affluenza siano dovuti a forme più o meno forti di pressione sugli elettori. Un’associazione in difesa dei diritti umani (Krymskaja pravozašitnaja gruppa), ha riportato il caso di una casa-albergo statale per anziani, la cui direzione ha costretto i propri impiegati tatari a votare sotto minaccia di licenziamento. Simili casi di pressione sulla minoranza tatara (che era stata invitata dal proprio parlamento – il Mejlis – a boicottare le elezioni) sono stati segnalati anche dall’avvocato e difensore dei diritti umani Emil Kurbedinov. Inoltre, agli insegnanti di numerose scuole sarebbe stato richiesto di organizzare mostre fotografiche sulle elezioni, e gli alunni sarebbero stati invitati a partecipare ad un concorso intitolato “Mamma, papà ed io – tutta la famiglia va a votare”, facendosi fotografare al seggio con i propri genitori.

In secondo luogo, continua la nostra fonte, le autorità locali avrebbero manipolato i dati finali poiché minacciate di licenziamento in caso di bassa affluenza ai seggi. Tecniche specifiche, come ad esempio costringere gli impiegati pubblici ad andare a votare entro le 10 di mattina, sarebbero inoltre state usate per creare l’illusione ottica di lunghe file di fronte ai seggi.

Ma non di sola coercizione vive il Cremlino. Infatti, le elezioni in Crimea (come nel resto del paese) si sono svolte come una grande festa popolare, in cui gli elettori potevano godere di tutta una serie di gratifiche: trasporto gratuito fino al seggio elettorale, buffet e fiere di prodotti a prezzi scontati, palloncini colorati e canzoni. Una tecnica tipicamente sovietica che, creando un’atmosfera positiva, avrebbe incoraggiato la popolazione a svolgere il proprio dovere di cittadini. Quest’anno, l’ordine di “trasformare le elezioni in una festa” era venuto direttamente dal Cremlino che – per sopperire all’assenza di un reale pluralismo politico – aveva basato la legittimità delle elezioni proprio sui dati dell’affluenza.

Osservatori rispettabili

“Atmosfera distesa e elezioni svoltesi in maniera corretta e professionale” è il commento di alcuni osservatori internazionali, successivamente citati da diversi media russi. Data l’assenza dell’OSCE, o di qualunque missione ufficiale di monitoraggio elettorale, sorge spontanea la domanda: chi sono costoro? Leonid Sluckij, a capo del comitato affari esteri della Duma, li ha definiti “300 rispettabili politici internazionali”. Tuttavia, il processo di osservazione elettorale non spetta ai politici e bastano poche ricerche per capire come la valutazione di questi “rispettabili” personaggi non possa essere ritenuta imparziale.

Non è la prima volta, infatti, che cosiddetti osservatori internazionali si recano in Crimea. Una delegazione composta da politici europei aveva già assistito al referendum del 2014. A guida della missione c’era allora Luc Michel, politico belga a capo di un partito estremista/eurasiatista e di Eurasian Observatory for Democracy and Elections, organizzazione che si propone di contrastare la “maniera occidentale” di condurre il monitoraggio elettorale. A lui si erano aggiunti una schiera di altri politici europei – appartenenti a partiti estremisti di destra, ma anche di sinistra – di cui lo scrittore e accademico ucraino Anton Šechovcov aveva pubblicato una lista sul suo blog. Non sorprendentemente, si tratta di partiti euroscettici, russofili e in favore della “riunificazione” tra Crimea e Russia.

Quattro anni dopo, alcune facce cambiano, ma non la sostanza: presenti il politico del partito tedesco Die Linke Andreas Maurer, l’amico norvegese dei separatisti di Donetsk Hendrik Weber, il capo della cosiddetta “lobby pro-russa” francese Thierry Mariani, il precedente (poi sfiduciato) presidente dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa Pedro Agramunt.

Tra i volti nostrani c’è Stefano Valdegamberi, consigliere regionale del Veneto, insieme al “russo d’Italia” Gianluca Savoini, presidente dell’associazione Lombardia-Russia e intercessore del Carroccio presso il Cremlino.

Personaggi sconosciuti ai più sul piano internazionale, che tuttavia diventano miracolosamente garanti della correttezza delle elezioni e le cui testimonianze vengono orgogliosamente portate a suffragio di questa tesi da testate come Sputnik e non solo.

La sera delle elezioni presidenziali, sulla piazza del Maneggio di Mosca, i presentatori del concerto tenutosi in onore dell’anniversario dell’annessione hanno descritto la Crimea come “una nave che fa ritorno al proprio porto”. A quattro anni dall’atto unilaterale che nel marzo 2014 ha portato alla violazione dell’integrità territoriale ucraina, le prime presidenziali russe in Crimea sono invece state definite “una farsa politica” dal presidente ucraino Poroshenko. Pressioni sugli elettori, atmosfera e risultati degni dei vecchi tempi sovietici, osservatori “amici di Putin”: benvenuti in Crimea, nuovo microcosmo della democrazia illiberale putiniana.

Immagine: rbc.ru

LINGUAE: Alla scoperta della lingua jacuta e dell’estremo nord siberiano

Linguae oggi vi porta alla scoperta della lingua jacuta, idioma di ceppo turco parlato nelle lontane terre orientali dell’estremo nord siberiano.

Nel territorio vastissimo della Federazione russa, che abbraccia ben due continenti, vivono e convivono numerosi gruppi etnici e popoli indigeni, la cui lingua nativa non è quella russa. All’interno di questo immenso paese, infatti, esistono più di 250 idiomi diversi, molti dei quali sono oggi in via di estinzione a causa principalmente di carenza di parlanti. Non è tuttavia il caso dei tatari, dei baschiri, dei ciuvasci e degli jacuti, tutti popoli che riescono a mantenere in vita la loro lingua e a garantirle una certa prosperità.

La lingua jacuta, chiamata sacha dai suoi parlanti nativi, è una lingua altaica appartenente al ceppo linguistico turco e diffusa tra la minoranza etnica degli jacuti, popolo indigeno russo che abita la Repubblica Sacha (Jacuzia), regione vastissima situata nell’estremo nord-orientale della Siberia.

La lingua sacha ha cominciato a svilupparsi nel XV-XVI secolo, quando in questi territori siberiani si installò la popolazione jacuta, i cui antenati appartenevano alla tribù turca dei Kurikan, i quali abitavano i territori tra il lago Bajkal e il fiume Angara.

Insieme al russo, la lingua jacuta è oggi la lingua ufficiale della Repubblica Sacha ed è parlata da più di 450 000 persone. È ampiamente usata come lingua franca anche da altre minoranze etniche della Repubblica di Sacha, tra cui gli evenki, gli jukaghiri, i čukči e i dolgani. Durante l’ultimo censimento, circa l’8% dei rappresentanti di queste minoranze nazionali ha dichiarato di conoscere e parlare la lingua jacuta e di essere praticamente bilingue.

La lingua jacuta viene studiata in più di 400 scuole locali ed è utilizzata come lingua d’istruzione da più del 17% della popolazione, che la predilige al russo. Il governo locale cerca in tutti i modi di mantenerla in vita, pubblicando all’incirca 20 testate regionali, 7 testate locali e 5 riviste in questa lingua. Inoltre, la radio parla jacuto da due a cinque ore al giorno, mentre la televisione per due ore al giorno.

Alfabeto latino o cirillico?

Il primo testo scritto in lingua jacuta appare nel 1819. Si tratta di un brevissimo catechismo tradotto dal russo da un prete, Popov, che utilizzò l’ortografia russa, rivelatasi tuttavia non molto adatta all’idioma in questione.

Il tentativo successivo, molto più riuscito, datato 1851, è opera del linguista tedesco Otto von Bohtlingk, noto per il suo lavoro sulla lingua jacuta “Über die Sprache der Jakuten”. Decise di prendere come alfabeto base quello cirillico russo, modificandolo leggermente per permettere di rifletterne la fonetica jacuta. Questo nuovo alfabeto fu preso come riferimento per il primo dizionario russo-jacuto (1907), redatto da Eduard Pekarskij, che contiene all’incirca 25 000 parole.

Tuttavia, ben presto alcuni studiosi si resero conto che l’alfabeto cirillico non rispondeva esattamente alle esigenze di questa lingua. Semen Andreevič Novgorod, considerato il padre dell’alfabeto jacuto, riprese gli studi di Von Bohtlingk interessandosi molto anche al folclore locale e creando la prima rivista letteraria e politica in lingua sacha (Sacha sangata – Саха саҥата) tra il 1912 e il 1913.

Novgorod considerava l’alfabeto dell’esperto tedesco foneticamente inadatto per la lingua jacuta, la cui scrittura doveva essere rapida (un suono, un fonema). Decise perciò di rimetterci mano, inizialmente mescolando i due alfabeti, cirillico e latino, per poi finalmente adottare l’alfabeto fonetico internazionale (IPA), che a suo parere calzava a pennello.

Le critiche all’alfabeto di Novgorod non mancarono e tra il 1929 e il 1939 l’IPA venne sostituito da un altro alfabeto che rispecchiava il sistema di scrittura turco unificato, ovvero un alfabeto latino utilizzato in epoca sovietica da tutte le lingue di ceppo turco, iraniano, mongolo, ugro-finnico e nord-caucasico. Solo verso la seconda metà degli anni ’30 iniziò il processo di traslitterazione e riscrittura di queste lingue dell’URSS in alfabeto cirillico (fenomeno legato alla russificazione forzata di epoca staliniana), e così avvenne anche per la lingua jacuta, il cui alfabeto tuttora in uso fu approvato il 23 marzo 1939.

L’alfabeto moderno è composto dalle 33 lettere dell’alfabeto russo e da altre 5 lettere che indicano i suoni specifici della lingua sacha (Ҕҕ, Ҥҥ, Өө, Һһ, Үү), da due digrammi (Gd, Ny) e da 4 dittonghi (yo, ya, ue, үө).

Parliamo jacuto!

La lingua jacuta è una lingua agglutinante piuttosto omogenea, nonostante esistano comunque delle piccole differenze dialettali, che si notano soprattutto tra le parlate del nord e del sud della regione.

Caratterizzata da 18 consonanti, 8 vocali e 4 dittonghi, il suo tratto principale è l’armonia nell’utilizzo delle vocali e dei suoni lunghi e corti. L’accento è posto sull’ultima sillaba, tratto tipico degli idiomi di ceppo turco, tuttavia nelle parole lunghe potrebbe esserci un accento secondario posto sulla prima sillaba.

La lingua jacuta, il cui predicato verbale è sempre posto alla fine del periodo, è caratterizzata da un’eccezionale varietà di forme temporali, tra cui circa una ventina di forme passate, riconoscibili grazie a prefissi e suffissi. Non esistono preposizioni, ma sono ben 8 i casi utilizzati per declinare nomi e numeri: nominativo, accusativo, comitativo, partitivo, dativo, comparativo, strumentale e ablativo.

I pronomi personali sono min, en, kini, bihigi, ehigi, kililair.

Il plurale è indicato dal suffisso -lar-, che può assumere forme diverse (-lar, -ler, -lör, -lor, -tar, -ter, -tör, -tor, -dar, -der, -dör, -dor, -nar, -ner, -nör, -nor), a seconda dell’armonia con il suono precedente.

Numerosi prestiti vengono dalla lingua mongola e dalle lingue altaiche manciù-tunguse, parlate nell’Asia settentrionale. L’influenza russa lessicale rimane tuttavia quella più significativa:

бииккэ (biike) = in russo, вилка (vilka – forchetta)

остуол (ostuol) = in russo, стол (stol – tavolo)

хортуоска (hortuoska) = in russo, картошка (kartoška – patata)

баһыыба (bahyyba) = in russo, спасибо (spasibo – grazie)

Ci sono diversi modi per approcciarsi allo studio della lingua jacuta, che resta tuttavia un idioma complesso e ricco. Esiste un dizionario online russo-jacuto, una pagina Wikipedia dedicata alla grammatica jacuta, un forum apposito di scambi interlinguistici, nonché trasmissioni radio-televisive dove si possono ascoltare programmi in lingua sacha.

RUSSIA: Come vincere le elezioni senza brogli, tra false ong e repressione

L’aria che tira alla vigilia delle elezioni presidenziali di domenica 18 marzo porta con sé allo stesso tempo tensione e rassegnazione. Vladimir Putin vincerà – con percentuali più o meno bulgare – e si preparerà al suo quarto mandato. Il risultato, tuttavia, non arriverà senza gli sforzi delle autorità, atti a indirizzare notevolmente lo svolgimento delle elezioni. Non si tratta prettamente di brogli, poiché non sono questi ultimi a rendere le elezioni russe non competitive, o almeno non solo, come spiegava bene Oleksiy Bondarenko in un articolo sulle elezioni locali russe di sei mesi fa. E mentre non c’è dubbio che ci siano ancora arresti e colpi di manganello a reprimere le voci dissenzienti, spesso è soprattutto una spudorata propaganda – con l’abuso di risorse amministrative – a spostare decisamente l’ago della bilancia.

Un consenso sponsorizzato

Se il consenso di cui gode Putin viene spesso dato per scontato, spesso ci si dimentica dei vantaggi di cui Vladimir Vladimirovič – da presidente in carica – può disporre. Questo vantaggio è rappresentato in gran parte dall’uso delle risorse amministrative, ovvero risorse statali – finanziarie, umane, materiali o tecniche – a cui il presidente ha facile accesso. In altre parole, quello che accade in Russia – e in altri paesi non eccessivamente democratici – è l’ingente abuso di media, organizzazioni parastatali e altre risorse di cui l’autorità possiede praticamente il monopolio. Lo spazio su giornali e telegiornali, prevedibilmente, è dedicato quasi esclusivamente a Vladimir Putin, che quest’anno corre da candidato indipendente. Proprio per quest’ultimo motivo, il presidente uscente ha avuto bisogno di 300mila firme a sostegno della propria candidatura, tre volte le firme necessarie ai candidati con un partito alle spalle. Una cifra che certamente non ha spaventato Putin, i cui volontari si sono immediatamente attivati per raccogliere le firme necessarie. Come descritto in un recente report di Golos, organizzazione che sostiene elezioni libere e democratiche, le organizzazioni coinvolte nella campagna elettorale a sostegno di Putin sono spesso associazioni giovanili, che ricevono ingenti finanziamenti dal governo e rientrano quindi tra le cosiddette GONGO.

GONGO

GONGO

Acronimo di Government-Organized Non-Governmental Organization, letteralmente “organizzazione non governativa organizzata dal governo”. Fondata e finanziata per volere di un governo, una GONGO è in apparenza un’organizzazione genuina dai fini più svariati, ma opera per conto delle autorità, di cui è sostanzialmente uno strumento. Le GONGO sono presenti soprattutto in stati autoritari o semi-autoritari, dunque rappresentano un fenomeno molto frequente nel mondo post-sovietico.

Una delle organizzazioni citate nell’indagine di Golos, l’associazione giovanile “Volontari della vittoria”, ricorda vagamente Naši, movimento giovanile attivo anni fa e considerato una GONGO per eccellenza. Si tratta di organizzazioni che simulano una sana partecipazione civica, ma che in realtà sono fortemente controllate dal governo: una società civile fasulla per elezioni altrettanto fasulle, come scrive amaramente Natalia Zviagina. Questa imitazione di società civile per tutta la campagna elettorale ha propagandato la candidatura di Putin, ha fortemente esortato i cittadini a recarsi alle urne e infine osserverà le votazioni domenica 18 marzo.

Ancor meno genuino e verosimile è il presunto supporto mostrato da un gruppo di Tatari di Crimea; la manifestazione, svoltasi alla fine di febbraio, ha visto i partecipanti indossare una maglietta con la scritta “Avanti Putin!” in lingua locale. Tuttavia, pare che lo slogan contenesse errori grammaticali e fosse scritto in lingua tatara, non la stessa parlata dagli autoctoni della Crimea, ma parlata in regioni come il Tatarstan. Un dettaglio trascurabile per gli organizzatori, ma che si è rivelato sufficiente a smascherare la vera natura della dimostrazione, chiaramente pianificata dall’alto. Sempre in Crimea, così come in Russia, i bambini nelle scuole sono attivamente coinvolti nella promozione delle elezioni, con attività che invitano i cittadini e i genitori ai seggi. Specialmente nella penisola, annessa illegalmente alla Federazione russa nel 2014, il rischio di una bassa affluenza è reale. Questa eventualità rappresenterebbe un notevole smacco e senza dubbio delegittimerebbe ulteriormente la presenza russa nella penisola, dove il giorno delle elezioni ricorrerà il quarto anniversario dell’annessione. E mentre Porošenko vorrebbe introdurre sanzioni contro gli organizzatori delle elezioni in Crimea, Putin si è recato nella penisola e ha ribadito il ruolo del referendum del 2014 nel “ristabilire la giustizia storica”.

Cari, vecchi servizi segreti

Tuttavia, accanto a tutto questo soft power, i vecchi metodi di repressione delle voci fuori dal coro continuano ad essere usati frequentemente, anche prima delle elezioni. In Crimea continuano i processi nei confronti degli oppositori, con la minoranza tatara costantemente nel mirino. Arresti arbitrari, sparizioni e vessazioni hanno ancora luogo, anche in un momento in cui i riflettori di tutto il mondo sono puntati sulla Russia e sulla penisola occupata. Alcune fonti, inoltre, riportano le intimidazioni ricevute da membri della minoranza tatara, minacciati di licenziamento in caso di mancata partecipazione alle elezioni.

Anche in Russia il periodo pre-elettorale ha visto i servizi segreti russi (FSB) reagire sempre più duramente nei confronti dei dissidenti, o presunti tali. Negli ultimi due mesi, un’ondata di arresti, rapimenti e torture ha investito la scena anarchica e antifascista di San Pietroburgo e di Penza, città capoluogo dell’omonima regione. Secondo gli inquirenti, le persone arrestate a Penza a ottobre sarebbero membri di una cella terroristica di nome Set’ (rete), il cui obiettivo sarebbe stato organizzare rivolte per destabilizzare il paese. A San Pietroburgo, una serie di arresti, torture e perquisizioni ha colpito negli ultimi mesi i membri di collettivi antifascisti, accusati di appartenere alla stessa cella. Inutile dire che gli attivisti respingono ogni capo d’accusa e spesso sono stati costretti a firmare dichiarazioni sotto tortura. Non è chiaro se quest’ondata di repressioni sia direttamente collegata alle elezioni e se sia un tentativo di disincentivare proteste, o qualunque tentativo di attività pubblica che non sia controllata dall’alto. Simili casi di persecuzioni si erano verificati anche nel 2011, l’anno delle contestate elezioni parlamentari.

L’uomo forte per il paese

Durante la campagna elettorale, la scena è stata dominata da un manifesto recitante “Un presidente forte, una Russia forte”.  Ma quanto è veramente forte la popolarità di Putin, se ha bisogno di continue repressioni e di spinte insistenti verso i seggi? La risposta sarà probabilmente racchiusa nei risultati di domenica. Di certo c’è un fatto: benché l’ideologia putiniana basi molta della sua retorica sulla sconfitta del nazifascismo e appoggi i ribelli del Donbas nella loro lotta contro i “fascisti di Kiev”, il regime odierno opera con metodi molto simili a quello che si propone di combattere. Solo il tempo dirà come il ventennio putiniano si evolverà ulteriormente.

PICCOLA STORIA DELLA PROPAGANDA RUSSA, cap. V: La disinformazione ai tempi di Maidan

La situazione creatasi in Ucraina durante la rivolta di Euromaidan, e la conseguente caduta del regime di Yanukovich, non hanno rappresentato un fulmine a ciel sereno per Mosca, ma rientravano nelle eventualità strategiche previste per il paese “fratello”. Già dai tempi della rivoluzione arancione, nel 2004, le peggiori opzioni riguardo all’Ucraina erano state prese in considerazione, in un periodo caratterizzato da un’intensa attività dell’intelligence USA riguardo alle cosiddette “rivoluzioni colorate“, che in quegli anni destabilizzarono violentemente l’orto di casa di Mosca, come in Kirghizistan e soprattutto in Georgia, dove con il presidente Saakashvili la Russia trovò un palese avversario.

La persuasione occulta delle televisioni russe

La situazione in Ucraina, nonostante i timori, poté essere ricondotta in termini di pacifica convivenza, nonostante i deboli tentativi del presidente Yushenko di orientare il paese verso l’Occidente. Negli anni successivi, però, i problemi creatisi riguardo al transito del gas russo verso l’Europa e alle morosità dell’Ucraina nel pagamento dello stesso, iniziarono a scavare, da parte russa, una spirale di sfiducia e sotterranea ostilità. L’Ucraina non era più ritenuta un partner affidabile, e i media televisivi russi, ormai posti sotto il totale controllo del potere, iniziarono a ripetere slogan secondo cui l’Ucraina “ruba il nostro gas“, e “vive alle nostre spalle”; l’opinione pubblica iniziò ad assuefarsi all’idea che l’Ucraina si stava trasformando in un paese ostile, profittando al tempo stesso della generosità russa.

Il termometro del cambiamento si ebbe tra familiari e parenti che vivevano divisi tra Russia e Ucraina: nelle conversazioni telefoniche e ancor più nelle visite in Russia gli ucraini iniziarono a sentirsi rimproverare coi toni usati dalla televisione; amici e conoscenti iniziarono a raffreddare i rapporti, con totale sorpresa di chi giungeva in visita. La persuasione occulta iniziava a mostrare la propria efficacia e a preparare il terreno per il futuro. Qualunque decisione politica o economica negativa riguardo all’Ucraina sarebbe ormai stata giustificata dall’atteggiamento “ostile e profittatorio” degli ucraini, vissuto ormai come un dato di fatto acquisito dall’opinione pubblica. Il primo fondamentale passo per scavare un solco di sfiducia e ostilità verso il popolo fratello era stato compiuto.

Lo snodo politico della Crimea

Il secondo step fu la manovra progressiva posta in atto nei confronti della Crimea. Si iniziò a far notare quanto storicamente la Crimea fosse territorio russo, giunto all’Ucraina solo in seguito ad una incomprensibile decisione amministrativa di Krusciov; fu ribadita la condizione di Sebastopoli come città martire in cui l’Armata Rossa aveva eroicamente combattuto l’invasore nazista; si iniziò soprattutto a proporre legalmente un percorso semplificato per concedere il passaporto russo ai cittadini della Crimea, nonostante che fosse impossibile per un cittadino ucraino possedere la doppia nazionalità. Gli esperti dell’area iniziarono a comparare la situazione con quella dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud, dove la Russia era intervenuta militarmente in modo più o meno esplicito, notando forti parallelismi, e paventando una prossima escalation anche per la Crimea.

L’importanza strategica della base di Sebastopoli è sempre stata determinante per la Russia, in grado da sola di giustificare anche una guerra: le trattative periodiche con l’Ucraina per l’allungamento della concessione per la base erano vissute dalla Russia con sempre maggiore fastidio e imbarazzo; il prolungamento della concessione fino al 2042 ottenuto dal governo amico di Yanukovich aveva disteso gli animi, ma la sostanza del problema non mutava, ed era palese l’insofferenza russa per il fatto di non controllare liberamente una città e una base considerati sacri per la propria identità storica e strategica.

Già nel 2008, al tempo della guerra fra Russia e Georgia, l’ Ucraina sostenne esplicitamente la Georgia, il presidente Yushenko volò a Tbilisi l’undici agosto, a guerra ancora in corso, e dichiarò pubblicamente di vendere a quel paese ingenti quantitativi di armi. Inoltre, la tensione più grave con la Russia si ebbe il 14 agosto, quando Yushenko emise un ordine che limitava i movimenti della frotta russa nel Mar Nero, basata a Sebastopoli: secondo quell’ordine, il comando della flotta russa doveva comunicare con un anticipo di 72 ore i propri movimenti, e l’Ucraina poteva decidere se consentirli o vietarli. In quel momento la tensione in Crimea divenne palpabile: oltre ad un possibile scontro fra le due flotte militari, russa e ucraina, dato che la Russia affermava di non riconoscere l’ordine, si ebbe la sensazione che la Russia potesse davvero tentare il colpo di mano, già da qualche anno temuto dagli esperti più avveduti, anche in conseguenza delle minacce ucraine di non rinnovare il trattato che concedeva alla Russia la base di Sebastopoli, e che sarebbe scaduto nel 2009.

Fra i tatari di Crimea si avvertì un’ondata di preoccupazione: essi temevano oltre ad un’invasione, anche atti di violenza da parte della maggioranza russa della penisola, che notoriamente disponeva di armi, nascoste in vista di un potenziale conflitto civile con i tatari (anch’essi comunque in possesso di quantitativi di armi). Per alcuni giorni la tensione nella penisola fu palpabile, e forse la Russia fu tentata già allora dall’ipotesi dell’annessione: disponendo a Sebastopoli di 25 mila uomini, 338 navi da guerra e 22 jet, non avrebbe certo avuto difficoltà ad impadronirsi della Crimea, come non ne ha avute a maggior ragione nella primavera del 2014, quando l’esercito ucraino era paralizzato dopo i fatti del Maidan. Probabilmente, in seguito a quella crisi, vennero elaborati i piani definitivi dell’operazione, che sarebbe stata posta in essere in un momento più propizio, coinciso poi con la caduta del regime di Yanukovich a Kiev.

Euromaidan fascista e altre falsificazioni

L’inizio della rivolta di Euromaidan, con la sua specifica carica antirussa, ed il progressivo indebolimento del regime di Yanukovich con il crescere della protesta, fecero scattare il passo definitivo della propaganda e della preparazione militare. Le televisioni russe descrivevano la situazione in Ucraina con toni da tregenda, descrivendo l’Ucraina e Kiev nelle mani di una “Junta” fascista di tipo sudamericano, nominando le forze della protesta come “banderovci“, ovvero seguaci di quel Bandera che era stato collaborazionista con i nazisti durante la seconda guerra mondiale, pur di combattere il potere sovietico, intervistando falsi cittadini ucraini (impersonati da attori) per offrire testimonianze tanto vibranti quanto false, e creando ad arte menzogne clamorose come quella del bambino crocifisso dai soldati di Kiev, contando sul dato scientifico che dimostra come l’emozione creata da una notizia falsa è molto più potente e indelebile della successiva dimostrazione che l’evento in questione sia stato inventato.

Zombirovanie, le vittime della propaganda

Le popolazioni ucraine delle regioni di confine, oltre che della Crimea, che potevano ricevere i canali televisivi russi, vennero colpite da questa propaganda, che è tuttora avvertibile nelle zone prossime ai territori delle repubbliche di Donetsk e Lugansk, con una sensibile modificazione delle opinioni e delle valutazioni della realtà. In russo, i telespettatori vittime di questa propaganda vengono definiti “zombirovanie” ovvero resi come zombie dalla ossessiva propaganda. La cinica deformazione della realtà e l’incitamento all’odio verso i “traditori” ucraini ha condotto a drammatiche separazioni tra famiglie, interruzioni di rapporti fra parenti, rotture di amicizie, divorzi, ha spezzato legami decennali nelle famiglie i cui membri si erano trasferiti per lavoro in Russia, ha creato una frattura quasi insanabile tra popoli fratelli che avevano convissuto con totale identità di cultura e formazione per tutto il periodo sovietico, senza motivi di rancore o rivalità. Soprattutto questa drammatica evoluzione dei rapporti tra le popolazioni è una delle responsabilità più gravi da ascrivere alla politica di disinformazione russa riguardo all’Ucraina. Naturalmente la guerra portata nelle province di Donetsk e Lugansk, con il suo carico di ventimila morti fra civili e militari (cifra imprecisa per difetto) rappresenta una decisione di gravità incalcolabile per l’attuale amministrazione russa, che segna, qualunque sarà l’esito del conflitto, una responsabilità storica difficile da cancellare.

Il cotone in Asia Centrale, progresso e schiavitù

Quando si parla dell’Asia Centrale e della sua economia spesso gli studi, motivati da interessi strategici e geopolitici, danno uno spazio sproporzionato a materie prima quali gas e petrolio, a discapito delle altre risorse presenti nelle repubbliche centroasiatiche, una di queste è il cotone. L’Asia Centrale produce circa il 15% del cotone mondiale, facendo di questa coltura una voce fondamentale del bilancio statale, tuttavia le problematiche legate al cotone sono molte e complesse, strettamente intrecciate alla Storia di questa pianta; una storia lunga oltre 7mila anni.

Le testimonianze più antiche dell’esistenza del cotone sono state ritrovate in Messico ed in Perù, mentre per quanto riguarda i resti bisogna invece spostarsi in Pakistan; in Asia Centrale, fonti cinesi ne attestano la presenza circa 2mila anni fa. La diffusione in Europa si avrà molto più tardi tramite i saraceni giunti in Sicilia, ma per lungo tempo il cotone resterà un prodotto di lusso. La Storia moderna del cotone inizia nel XVI secolo quando, dopo la scoperta dell’America, se ne resero disponibili nuove qualità più resistenti che diedero il via ad un’estesa produzione.

Per l’Asia Centrale momento cruciale fu la guerra civile americana, che praticamente fermò l’importazione di cotone in Russia. Di fatto, questo fu il vero motore della colonizzazione russa delle terre centroasiatiche. Gli odierni Uzbekistan, Turkmenistan e Tagikistan vennero destinati alla produzione intensiva dell’oro bianco (come viene chiamato il cotone) mentre Kazakistan e Kirghizistan, con una forte popolazione nomade, divennero meta di insediamento dei coloni provenienti in gran parte dall’Ucraina. L’Asia Centrale era ormai organizzata in funzione del centro.

Una delle cause scatenanti la grande rivolta del 1916 fu proprio la raccolta del cotone, mentre durante l’epoca comunista furono numerose le minoranze insediate con la forza nelle zone di produzione, tra queste i tatari di Crimea, i mescheti ed i tedeschi del Volga. Il cotone fu anche all’origine di profonde crepe nel sistema sovietico, come nel 1976 allorché Sharaf Rashidov, il leader del comunismo uzbeko, dichiarò che l’Uzbekistan avrebbe prodotto una quantità enorme di cotone. Per far risultare raggiunti gli obiettivi si spedirono treni vuoti e sacchi con pietre corrompendo funzionari di ogni grado e livello.

La questione venne risolta solo nel 1982, quando alla morte di Breznev salì al potere Yuri Andropov che da tempo stava raccogliendo prove contro gli uzbeki. Rashidov morì dopo avere ricevuto una telefonata dallo stesso Andropov, non è chiaro se di infarto o per suicidio da veleno. In ogni caso la gestione delle colture di cotone in epoca comunista ha lasciato anche tremendi problemi ambientali come la quasi scomparsa del Lago d’Aral ed i dissesti idrici dei grandi fiumi della regione. Al momento dell’indipendenza le repubbliche centroasiatiche si trovarono a dover gestire tutto ciò.

L’importanza economica del cotone ne ha fatto un monopolio controllato dallo Stato o da pochi grandi proprietari che l’hanno reso inoltre uno strumento di corruzione. Per mantenere la produzione destinata al mercato internazionale – non vanno dimenticati gli interessi occidentali nei campi di cotone centroasiatici – è prassi comune obbligare la popolazione alla raccolta per parte dell’anno, nessuno viene risparmiato, da professionisti come medici ed insegnanti fino ai bambini. Sino ad oggi in Uzbekistan ogni anno più di un milione di persone è stata inviata coattamente sui campi di cotone .

Inutile dire che tutto questo avviene senza il minimo rispetto per i diritti umani, eppure qualche cosa sta cambiando. Reduci dall’organizzazione economica di impronta sovietica, estremamente specializzata, i governi locali hanno dovuto ridurre la terra destinata al cotone per diversificare le colture, mentre le proteste internazionali hanno recentemente portato l’Uzbekistan ad affermare che per la raccolta non saranno più utilizzati bambini e specifiche categorie di lavoratori. Il governo uzbeko ha anche lanciato una campagna marketing che vede le celebrità del paese posare durante la raccolta.

Le problematiche legate al cotone sono anche molte altre, dalla mancata meccanizzazione per migliorare le condizioni di vita dei raccoglitori, ai rischi di possibili guerre per il controllo delle acque destinate ai campi, come molte nella Storia di questa pianta sono le zone oscure. Per il cotone si combatté la citata guerra civile americana, sempre il cotone fu poi al centro della rivoluzione industriale che cambiò la vita di milioni di persone per i secoli a venire, inchiodandole alla fabbrica. Il cotone è una fibra morbida, delicata e resistente, ma vale la pena ricordare anche quale sia a volte il prezzo del progresso.

Fonte immagine: Jay Phagan – Flickr

UCRAINA: I diritti umani in Crimea sono in costante pericolo

Un recente report dell’ONU ha riportato l’attenzione della comunità internazionale sulla situazione dei diritti umani in Crimea. Ne abbiamo parlato con due attivisti, intervenuti a Bruxelles allo scopo di informare i rappresentanti dell’Unione Europea sulle reali condizioni in cui versa la regione.

Le violazioni dei diritti umani

“La situazione dei diritti umani in Crimea continua a peggiorare” afferma Emil Kurbedinov, avvocato e difensore dei diritti umani che vive e lavora a Sinferopoli. Kurbedinov, nel 2017 vincitore del premio conferito dall’associazione Front Line Defenders, da anni lavora in difesa dei tatari di Crimea.

Le repressioni contro la minoranza tatara, di cui Kurbedinov stesso fa parte, sono cominciate con l’annessione della penisola, da secoli patria dei tatari. I tatari sono strenui oppositori del nuovo ordine e vittime prevalenti dell’attuale situazione; tuttavia, tra le fila dei prigionieri politici compaiono anche nomi di ucraini, spesso colpevoli di avere affisso bandiere e simboli, o di aver fatto affermazioni considerate “estremiste” dai servizi di sicurezza russi. Le leggi anti-estremismo e anti-terrorismo sono usate in modo strumentale, al fine di limitare l’opposizione politica, come dimostra il caso dello stesso Medžlis, il parlamento della minoranza tatara abolito l’anno scorso con l’accusa  di essere un’organizzazione terroristica.

“Nel 2014, quando sono cominciate le prime repressioni, quasi nessuno si è unito a me nella difesa dei miei connazionali” racconta Kurbedinov. I rischi da intraprendere, effettivamente, sono molti, in quanto arresti e ispezioni avvengono in modo alquanto arbitrario.
Kurbedinov racconta di essere stato arrestato in modo totalmente ingiustificato, mentre si recava in aiuto a un attivista, la cui casa stava venendo perquisita dai servizi federali per la sicurezza russi (FSB).

Le intimidazioni proseguono e l’avvocato racconta di ricevere tutt’oggi telefonate, minacce e “saluti speciali” dagli agenti del FSB, che gli ricordano le conseguenze del suo lavoro. Kurbedinov può ora tuttavia contare sull’appoggio di altri cinque avvocati unitisi alla causa, segno che la paura sta iniziando a venir meno e la resistenza, al contrario, si sta rafforzando. Ciononostante, la situazione dei diritti umani nella penisola continua a peggiorare: rapimenti, sparizioni, arresti e torture sono all’ordine del giorno, mentre l’attenzione internazionale continua a scemare e la penisola si trova, di fatto, quasi isolata.

Le missioni di monitoraggio delle organizzazioni internazionali sono, al momento, praticamente assenti. “Se ci fossero missioni internazionali permanenti,” fa notare Ivan (che ha preferito rimanere anonimo, ndr) “anche coloro che si oppongono in Crimea saprebbero che non sono soli nella loro lotta contro queste costanti vessazioni”. Agli scettici sulla possibilità di una missione di monitoraggio nella penisola, Ivan risponde che se la Russia non permettesse l’ingresso di osservatori internazionali, darebbe a vedere a tutti di avere qualcosa da nascondere. L’attivista prevede che le repressioni diminuiranno poco prima delle elezioni presidenziali russe, quando i riflettori saranno puntati sulla penisola, ma che torneranno sempre più forti dopo la prevedibile vittoria di Putin.

Il muro dell’informazione

Ad aggravare la situazione è l’assenza di media indipendenti che possano documentare l’oppressione esercitata su parte della popolazione. Ivan, a capo di diverse iniziative per la libertà di stampa, racconta che il panorama mediatico in Crimea è diventato monolitico a partire dal 2014: diversi giornali e canali – soprattutto in lingua ucraina e tatara – sono stati forzatamente chiusi, sono stati documentati centinaia di attacchi a giornalisti e reporter, si è assistito a un inesorabile abbandono della penisola da parte di molti di essi.

La propaganda del Cremlino è assordante, mentre ai cittadini della penisola è negato l’accesso a circa quaranta siti internet di informazione. Un vero e proprio tentativo di isolare la Crimea, che rischierebbe di concretizzarsi sempre di più, se il progetto del muro tra la penisola e l’Ucraina andasse in porto.

Ivan non esita ad addossare parte delle responsabilità proprio all’Ucraina: “Tutt’oggi, l’accesso in Crimea passando per l’Ucraina è concesso ai cittadini stranieri esclusivamente nel caso in cui essi siano giornalisti o attivisti per i diritti umani”. La procedura rimane macchinosa e la legge in vigore non aiuta gli appartenenti a queste due categorie, una volta entrati in Crimea: “I servizi segreti russi sanno perfettamente che giornalisti e attivisti sono gli unici autorizzati a entrare, per cui si mettono immediatamente sulle loro tracce” spiega Ivan. Un’altra critica mossa alle autorità ucraine riguarda le indagini condotte sulle violazioni dei diritti umani in Crimea, che appaiono troppo superficiali. Pare che l’Ucraina contribuisca – anche se indirettamente – a isolare la Crimea e a lasciare i suoi cittadini al proprio destino.

Sono proprio ordinari cittadini, improvvisatisi giornalisti e reporter, a sopperire al vuoto dell’informazione originatosi dall’ondata censoria. Grazie a internet e ai social media, infatti, video e informazioni possono essere condivisi praticamente in tempo reale. I cittadini volontari, tuttavia, non sono adeguatamente equipaggiati, non dispongono di una formazione giornalistica, non ricevono supporto di alcun tipo. La situazione della società civile indipendente nella penisola è pertanto assolutamente drammatica, anche a causa della mancanza di risorse finanziarie. Sarebbe un discreto passo avanti – come notano entrambi gli attivisti – se la stampa internazionale si interessasse a questi nuovi “colleghi”, che svolgono il loro lavoro volontariamente e in condizioni di pericolo, riuscendo spesso a offrire un’informazione alternativa a quella imposta dal Cremlino.

Nel frattempo – e anche grazie agli spunti offerti da Emil e Ivan durante i loro incontri – il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione che condanna le violazioni dei diritti umani in Crimea: la speranza è che cresca l’attenzione nei confronti dei cittadini della penisola e che quest’ultima non sia data per persa, come vorrebbe una bieca realpolitik.

Lo scontro tra Russia ed Ucraina continua all’Eurovision

Rischia di diventare l’Eurovision Song Contest più politicizzato di sempre. Manca ormai poco più di un mese alla competizione canora più popolare d’Europa e lo scontro tra Russia ed Ucraina è già entrato nel vivo e rischia di non vedere neanche una sfida tra i cantanti dei due paesi. L’Ucraina infatti, che ospiterà la competizione a Kiev tra il 9 ed il 13 maggio prossimi, ha vietato l’ingresso nel paese per tre anni della rappresentante russa, la cantante Julia Samoylova.

Nel bene o nel male c’entra sempre la Crimea

I fatti: la Samoylova si è recata nel 2015 per esibirsi in un concerto in Crimea, senza passare dal territorio ucraino e senza richiedere il preventivo permesso dalle autorità di Kiev. Il Servizio di Sicurezza Ucraino (SBU), che si occupa della questione e che ha già sanzionato numerosissimi giornalisti, politici e personaggi famosi colpevoli della medesima azione (nella lista anche Silvio Berlusconi, Gerard Depardieu, Steven Seagal), ha provveduto in data 22 marzo ad includere tra le personae non gratae la stessa cantante, designata in precedenza rappresentante russa all’Eurofestival.

Uno scherzo del destino se si pensa che il diritto ad ospitare la competizione spetta all’Ucraina per aver vinto l’edizione del 2016 con un brano dal titolo 1944 sulla deportazione dei Tatari di Crimea da parte di Stalin, cantato da Jamala.

Al momento fallito ogni tentativo di mediazione

Il 23 marzo, giorno successivo alla notizia del provvedimento, l’European Broadcasting Union (EBU), che produce l’Eurovision, ha dapprima pubblicato sul proprio sito un comunicato con il quale ha affermato di rispettare le leggi locali del paese ospitante, ed al tempo stesso ha inviato, nella persona del suo direttore generale Ingrid Deltenre, una lettera indirizzata al primo Ministro ucraino Volodymyr Groysman con la quale, dopo aver definito la scelta “inaccettabile”, veniva sottolineato che la decisione “avrebbe avuto certamente un impatto negativo sulla reputazione dell’Ucraina come nazione moderna, democratica ed europea”. La lettera conteneva inoltre la minaccia di mettere in dubbio la futura partecipazione dell’Ucraina alla competizione, e sottolineava il rischio del boicottaggio dell’evento paventato da numerosi paesi membri.
Ad oggi nessun ripensamento da parte delle autorità ucraine è arrivato.

Ma l’EBU ha proposto una soluzione anche alla Russia, ovvero la possibilità, mai concessa precedentemente, che la cantante russa si esibisse via satellite: proposta rigettata subito al mittente. Uno stallo su tutti i fronti.

Le prospettive

Manca oltre un mese alla competizione, ma difficile immaginare un ripensamento da una delle due parti, così come difficile non trovare una critica da muovere nei confronti di entrambe.

La Russia non poteva non sapere della situazione della Samoylova considerata l’importanza che tale evento assume nel continente e tutto fa pensare che la scelta sia stata fatta proprio per mettere in crisi le autorità ucraine.

A Kiev invece sono giunti ad escludere una cantante dopo averne scoperto la partecipazione e ciò non potrà che nuocere all’immagine dell’Ucraina, anche considerato che l’artista è affetta da atrofia muscolare ed è in sedia a rotelle sin dalla gioventù dimostrando palesemente di essere un soggetto debole e particolarmente sfortunato per il suo handicap.

“Nessuna canzone, discorso, gesto di natura politica o similare può essere permesso durante l’Eurovision”, recita il regolamento. Se le premesse sono queste purtroppo l’edizione di quest’anno rischia di diventare l’evento canoro più politicizzato della storia.

STORIA: Bar, la cittadina ucraina fondata in onore di Bari

di Claudio Cacace

Nell’Ucraina occidentale, nella regione storica della Podolia, esiste la piccola città di Bar, il cui nome certo non rimanda agli altri toponimi presenti nel resto del territorio ucraino. Questa città infatti, ha una storia davvero particolare che lega la città di Bari al paese dei cosacchi.

La città in origine era un piccolo avamposto commerciale chiamato Row, ma nel 1537 la regina di Polonia e duchessa di Bari, Bona Sforza d’Aragona, durante l’espansione verso est del regno polacco, volle ribattezzare questo piccolo villaggio in onore del suo lontano ducato. Bona Sforza fece acquisire a Bar notevole importanza economica e militare all’interno dei territori orientali. Fu così che venne edificata una fortezza (oggi in rovina) e nel 1540 suo marito il re Sigismondo I, concesse alla città i diritti di Magdeburgo.

La regina italiana è ricordata dai polacchi come la regina del “periodo d’oro” della millenaria storia polacca (nel XVI era il più vasto stato europeo), mentre in Ucraina, proprio in questo periodo storico sorgono  le prime importanti scuole, collegi e università per il tramite del sistema scolastico che i gesuiti impiantarono nella Repubblica nobiliare polacco – lituana (si veda Giuseppe Perri – Umanesimo Ucraino).

Bar continuerà ad avere una certa importanza anche dopo la morte della regina Bona Sforza (avvenuta a Bari nel 1557), per il controllo delle terre orientali, da mantenere sia contro le truppe dei tatari del Khanato di Crimea sia contro i cosacchi che non accettavano il potere dei nobili polacchi (la szlachta). Anche una nutrità comunità ebraica trovò casa a Bar, grazie all’editto di tolleranza di Sigismondo II del 1556, sviluppando fiorenti attività mercantili per tutto il XVI e XVII secolo.

Nel 1648 però, nel pieno della rivolta anti polacca guidata dall’etmano cosacco Bohdan Chmel’nyc’kij, la fortezza fu gravemente danneggiata e la popolazione fuggì dalla città. Successivamente nel 1672 Bar fu conquistata dagli ottomani e divenne sede dell’amministrazione locale fino al 12 novembre 1674, quando dopo 4 giorni di assedio la città fu ripresa dalle truppe (i gloriosi ussari alati) del re Giovanni III Sobieski (colui che nel 1683 libererà Vienna dall’assedio ottomano). La città vide la pace solo dopo il 1699, quando i polacchi la riconquistarono a più riprese.

Nel 1768 i nobili polacchi si allearono e istituirono la confederazione di Bar (Konfedercja Barska) per difendersi sia dall’aggressione da parte dell’impero russo sia contro il re di Polonia e granduca di Lituania Stanislao II Augusto Poniatowski che stava cercando assieme ai riformatori, di indebolire la ricca nobiltà.

Con le spartizioni della Polonia e successivamente con la rivoluzione russa, Bar entrerà sotto la sfera d’influenza di Mosca come la gran parte del territorio ucraino fino al 1991, anno della nascita dell’Ucraina come stato indipendente.

Oggi Bar è una città di 17000 abitanti circa e custodisce all’interno del proprio museo di storia una esposizione dedicata alla regina Bona Sforza. Sullo stemma della città, invece, si distinguono sull’intaglio di una chiave, due lettere latine, sono le iniziali della regina italiana, e sulla parte superiore un nastro che reca la scritta “Nicola” in cirillico. San Nicola, infatti è il santo patrono della città di Bari, ed è venerato da tutte le chiese ucraine, sia da quelle ortodosse che dalla chiesa greco cattolica, inoltre fu proprio nel giorno del santo, in suo onore che il 6 dicembre del 1517 a Napoli furono celebrate le nozze tra Sigismondo I di Polonia e Bona Sforza.

Foto: Wikicommons

 

RUSSIA: La vera faccia dell’oppositore Aleksej Navalny

Nonostante si sia parlato molto del noto oppositore di Putin (leggi qui) la figura di Navalny è piuttosto controversa. Aleksej ha 40 anni, una famiglia modello e si differenzia dai soliti burocrati del Cremlino per essere un ribelle. È un grande oratore, bello ed ammirato dai giovani perché aspira alla presidenza, anche se il Cremlino cerca in tutti i modi di bloccargli la strada. Tuttavia molti rimangono scettici sulle sue capacità come politico e sulla sua personalità.

Liberale o nazionalista?

Portavoce della lotta contro la corruzione, rivelatasi un vero successo grazie alla creazione del RosPil, Navalny incarna il nuovo trend ideologico dei nazional-democratici, i Natsdem, pro-europeisti e democratici ma anche xenofobi, preoccupando diversi noti giornali (Lenta). In realtà, il suo esordio politico è avvenuto con l’adesione al partito liberale “Yabloko”, da cui è stato però espulso nel 2007 proprio a causa delle sue posizioni nazionaliste.

Engelina Tareyeva, membro di “Yabloko”, lo accusa di creare le proprie relazioni sulla base dell’etnicità delle persone e di voler riabilitare il nazionalismo, presentandolo a braccetto con la democrazia. Navalny si difende, affermando che il suo non è un nazionalismo etnico ma civico, e si proclama a favore dell’abolizione del federalismo, forma ereditata del passato imperiale e dalla successiva amministrazione sovietica, che in genere premia l’oligarchia.

Artem Lebedev, famoso web-designer figlio della scrittrice Tat’jana Tolstaja, considera Navalny un populista senza alcuna esperienza in politica. Un blogger brillante, ma pur sempre un politico che mira solo ai propri interessi, senza fare nulla di concreto. Non è un caso che Navalny abbia trovato una scusa per non partecipare a un dibattito televisivo con Lebedev.

Dal lato opposto, Aider Muzhdabayev, vice-direttore del canale ATR dei tatari di Crimea, sebbene ritenga Navalny un convinto nazionalista, apprezza la sua onestà: “Ad alcuni piace, ad altri no. Io lo apprezzo per la sua sincerità e condivido la sua campagna contro la corruzione”.

La questione Caucaso

Le critiche a Navalny sono giunte soprattutto dopo la sua partecipazione a proteste con sfumature razziste, tra cui la famosa “Marcia russa” di Mosca nel 2011 e la campagna “Stop Feeding The Caucasus!“, che non è mancata di cenni islamofobici. Con questo slogan Navalny ha sottolineato di voler parlare della corruzione endemica nel Caucaso del Nord, chiedendo al Cremlino di smettere di inviare denaro a queste regioni. Sergej Aleksashenko, vice-ministro delle finanze sotto Eltsin, ha fatto notare al blogger come lo slogan più appropriato fosse “Stop Feeding The Regime” e riflettere piuttosto sulle politiche del Cremlino. Navalny ha poi più volte proposto l’introduzione di visti per i paesi dell’Asia Centrale. Lottare contro l’immigrazione clandestina e il crimine organizzato, e proteggere l’etnia russa all’estero sembrano essere le prerogative principali, assieme alla riduzione del numero degli immigrati e loro cernita sulla base delle capacità produttive.

Tra Siria e Ucraina

Navalny dichiara che la Russia in Siria sta combattendo sul fronte sbagliato. Dovrebbe allearsi alle forze USA, invece di aiutare il presidente Assad contro i ribelli.

Per quanto riguarda la Crimea, la sola via d’uscita è, a suo avviso, indire un nuovo referendum (non essendo il primo stato “normale”). Tuttavia è convinto che la questione non si chiuderà facilmente.

Il leader dei tatari di Crimea, Mustafa Cemilev, lo rimprovera di non conoscere il diritto internazionale, in quanto i referendum si svolgono sull’intero territorio e quindi è necessario innanzitutto restituire la Crimea all’Ucraina.

Se eletto, il blogger promette inoltre la piena applicazione degli accordi di Minsk.

RUSSIA: Oltre quindicimila in piazza per Nemtsov, a due anni dalla sua morte

Quindicimila russi hanno sfilato per le vie di Mosca, domenica, per ricordare il politico d’opposizione Boris Nemtsov, ex vicepremier e tenace oppositore di Putin, assassinato due anni fa a due passi dal Cremlino. Si tratta della più grande manifestazione di piazza in Russia dal’analoga marcia di un anno fa, che aveva raccolto circa venticinquemila persone.

“Ci siamo riuniti qui per domandare che gli assassini di Boris Nemtsov siano portati davanti alla giustizia – non solo gli esecutori materiali ma anche i mandanti”, ha dichiarato l’attivista dell’opposizione Ilya Yashin alla Reuters. “Ci siamo riuniti qui per chiedere riforme e il rilascio dei prigionieri politici“. “E’ importante che dopo due anni la gente continui a mostrarsi e dimostrare solidarietà con le idee per le quali Boris Nemtsov combatteva e ha dato la sua vita”, ha concluso Yashin.

I manifestanti portavano bandiere russe (iconicamente trafitte da fori di proiettile), striscioni dei partiti dell’opposizione e citazioni di Nemtsov, incluse “Putin è guerra e crisi”, e cantavano slogan innegianti a “Nemtsov eroe della Russia”,“La Russia sarà libera”. Tra la folla si sono viste anche varie bandiere ucraine, europee, e gli stendardi dei tatari che denunciano la repressione nella Crimea occupata.

Prima dell’omicidio Nemtsov stava lavorando ad un rapporto sul coinvolgimento della Russia nella guerra in Donbass e aveva accusato Putin di aver scatenato una guerra nascosta.

“Per noi, Nemtsov rappresenta una Russia in grado di pensare liberamente e gli stessi valori democratici per cui ci battiamo: libere elezioni e no alla corruzione“, ha dichiarato una partecipante, Yekaterina Getgarts, al Telegraph. La manifestazione si è svolta pacificamente, tranne che per il momento in cui un assalitore ignoto ha spruzzato della vernice verde sulla faccia del politico d’opposizione ed ex premier Mikhail Kasyanov.

In previsione della manifestazione le autorità avevano bloccato varie arterie centrali di Mosca, incanalando i manifestanti tra due ali di barriere metalliche circondate dalle forze dell’ordine. La polizia ha proceduto anche a diversi arresti.

Dopo la marcia, migliaia di persone hanno deposto fiori sul ponte dove Nemtsov fu assassinato con vari colpi da fuoco alle spalle mentre rientrava a casa con la compagna. La manifestazione non era stata autorizzata a passarvi davanti, e ancora oggi le autorità russe impediscono la costruzione di qualsiasi simbolo memoriale permanente al politico ucciso.

L’assurdo omicidio di Nemtsov resta irrisolto. Cinque uomini sono stati portati alla corte marziale, ma nessuno è stato condannato. Per il procuratore, l’assassino sarebbe Zaur Dadayev, ex membro della polizia d’élite cecena. Ma l’entourage di Nemtsov accusa di omicidio politico le élite cecene, finora non toccate dall’inchiesta, e lo stesso Cremlino.

Altre manifestazioni in ricordo di Nemtsov si sono tenute in altre città russe, incluse San Pietroburgo e Nizhny Novgorod, sua città natale, anche se in tono minore.

Per l’analista Leonid Ragozin, “non è stata certo una marcia di rivoluzionari, piuttosto di persone che sanno di partecipare ad un gioco di lungo periodo, che sanno di essere una minoranza, ma che hanno ancora la dignità e la speranza di riunirsi una volta ogni tanto e mostrare a tutti che esistono e sono numerosi. E’ anche la minoranza di cui il Cremlino ha più paura: gli operativi di Putin sono riusciti a cooptare la maggioranza dell’elettorato di destra e di sinistra, ma hanno fallito con quelle persone che sono capaci di pensiero critico e libere da pastoie ideologiche”.

Sempre domenica le autorità russe hanno rilasciato il 34enne attivista dell’opposizione Ildar Dadin, detenuto da 15 mesi in una prigione siberiana, dopo che una corte aveva ribaltato una sentenza che l’aveva riconosciuto come unico responsabile in base ad una normativa draconiana sulle proteste non autorizzate. Dadin, che era stato dichiarato prigioniero di coscienza da Amnesty International, aveva denunciato le torture e gli abusi dietro le sbarre. Appena rilasciato, Dadin ha inscenato una mini-manifestazione per Nemtsov. “Continuerò a battermi contro il regime fascista di Putin”, ha dichiarato Dadin dopo il rilascio in un video per il canale indipendente Dozhd. “Mi batterò perché i diritti umani in Russia siano rispettati”.

Foto: Twitter

ROMANIA: Il prossimo premier sarà donna e musulmana

Il partito socialista, che ha vinto le elezioni parlamentari dell’11 dicembre scorso, ha finalmente indicato il nome del prossimo primo ministro. Si tratta di Sevil Shhaideh, donna, economista, classe 1964, di origini tatare, è una figura politica poco nota dentro e fuori il paese avendo fin qui ricoperto incarichi minori, tra cui spicca quello di segretario presso il ministero per lo Sviluppo regionale sotto il precedente governo socialista. Sevil Shhaideh potrebbe quindi essere la prima donna a ricoprire l’incarico di primo ministro nella storia politica romena. Non solo, sarebbe anche il primo premier musulmano, essendo la minoranza tatara di fede islamica.

Si attende solo che il presidente della repubblica, Klaus Iohannis, esponente di un’altra minoranza – quella tedesca – le conferisca l’incarico di formare il governo. Incarico che, abitualmente, viene dato al leader del partito che ha vinto le elezioni, in questo caso Liviu Dragnea, segretario del partito socialista. Ma Dragnea, condannato per frode elettorale e sospeso da ogni incarico politico fino all’aprile scorso, non ha potuto candidarsi a primo ministro a fronte della contrarietà di Iohannis il quale, appena dopo le elezioni, ha dichiarato che “il paese non può essere guidato da indagati o condannati per reati penali”.

Sevil Shhaideh, sposata con un milionario di origini siriane, ha trascorso gran parte della sua vita a Costanza, città sulle rive del Mar Nero, dove si concentra la minoranza tatara giunta nella regione alla fine del XVIII secolo, all’indomani della conquista russa della Crimea. L’esodo dei tatari verso la Dobrugia, come allora si chiamava la provincia di Costanza, fu favorito dalle autorità ottomane e portò nella regione circa 100mila persone. La successiva indipendenza della Romania (1878) causò una nuova migrazione di questa popolazione verso l’Anatolia. Solo una minima parte decise di rimanere, costituendo oggi una delle tante minoranze del paese.

I tatari in Romania sono appena l’1% della popolazione ma potrebbero trovarsi a esprimere il primo ministro. Una eventualità che dimostra quanto la politica e la società romene si siano allontanate dal nazionalismo portato avanti anche durante il regime di Ceausescu, noto per la sua brutalità verso le minoranze. Inoltre, in periodo di islamofobia montante, il paese non si fa problemi ad avere un premier musulmano. Un segnale importante per il resto d’Europa, sempre più avvitato in nazionalismi di ritorno, xenofobia, “controrivoluzioni” e populismo.

Tuttavia la nomina della Shhaideh non cambierà molto le politiche romene in fatto di immigrazione. I governi di Bucarest, socialisti compresi, si sono sempre opposti alla redistribuzione dei migranti nei paesi UE attraverso un sistema di quote, come suggerito da Bruxelles. La Shhaideh non sembra intenzionata a discostarsi da questa linea.

L’EPOPEA DELL’ASIA CENTRALE: Le Repubbliche sovietiche

Gli anni della Rivoluzione russa e della conseguente guerra civile tra Rossi bolscevichi e Bianchi zaristi furono un periodo estremamente confuso per l’Asia Centrale, durante il quale la regione cadde in preda ad una violenta anarchia. Approfittando del caos, le elitè musulmane della regione crearono uno stato indipendente, chiamato Autonomia di Kokand, che tuttavia godette di vita breve, tanto da venir rovesciata già nel 1919. Nel 1920 invece l’Armata Rossa, guidata dal generale Michail Frunze, occupò Bukhara e rovesciò l’emiro, che aveva provato a rendersi indipendente.

Una volta padroni dell’area, i bolscevichi iniziarono a modificare la struttura politica dell’Asia centrale, dando così vita ad una girandola di creazioni e soppressioni di Stati che sarebbe continuata per i successivi 20 anni. Le prime ad essere create furono la Repubblica Socialista Sovietica Autonoma del Turkestan, corrispondente agli attuali Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan, e la Repubblica Socialista Sovietica Autonoma del Kirghizistan, corrispondente all’attuale Kazakistan (l’errore del nome fu causato dalla continua confusione da parte dei Russi tra Kazachi e Kirghisi). I due emirati di Bukhara e Khiva vennero invece trasformati in due Repubbliche Popolari Sovietiche. Questa caotica situazione venne mantenuta fino al 1924, quando all’interno del partito comunista la linea di coloro che difendevano l’idea di un’unica repubblica pan-turca venne sconfitta da linea di coloro che invece volevano la creazione di repubbliche autonome più piccole e più compatte dal punto di visto etnico. Fu così che nel 1924 il Turkestan venne diviso nella RSS del Turkmenistan e nella RSS dell’Uzbekistan, da cui successivamente nacquero nel 1929 la RSS del Tagikistan e nel 1939 la RSS del Kirghizistan. A nord, invece, a Mosca si erano intanto accorti dell’errore etnico ed avevano rinominato la RSSA del Kirghizistan in RSSA del Kazakistan, che nel 1936 venne trasformata nella RSS del Kazakistan, dando in questo modo all’Asia centrale la suddivisione territoriale che presenta tuttora.

Nonostante il presupposto teorico di omogeneità etnica, queste repubbliche vennero create in modo totalmente arbitrario senza rispettare la reale distribuzione delle popolazioni, che nel corso dei secoli si erano spesso mescolate. La situazione peggiorò negli anni della Seconda Guerra Mondiale, quando la paranoia di Stalin trasformò l’Asia centrale in un’enorme lager per le minoranze etniche che egli riteneva alleate con il nemico tedesco o giapponese. I primi a subire tale trattamento furono i Coreani che vivevano nell’Estremo Oriente Russo, i quali furono brutalmente deportati in Kazakistan ed Uzbekistan nel 1937-38. I Coreani furono ben presto seguiti da altri gruppi etnici, ripartiti tra Siberia ed Asia centrale, tra cui possiamo citare Polacchi, Estoni, Ucraini, Tedeschi del Volga, Rumeni della Bessarabia (odierna Moldavia) e Tatari dalla Crimea. Strappati dalle loro terre e case, questi popoli vennero abbandonati in lande aride e desolate o costretti a lavorare in campi di lavoro in condizioni tremende, che portarono alla morte di un numero stimabile tra 1/6 ed 1/3 dell’intera popolazione deportata.

Dopo la morte di Stalin, il nuovo segretario Nikita Chruščëv permise alle popolazioni deportate di poter tornare nelle loro terre natali, mentre al contempo diede via ad una serie di programmi di sviluppo economico per trasformare l’Asia centrale. In particolare, il Kazakistan conobbe un processo di rapida industrializzazione, soprattutto grazie allo sviluppo dell’industria estrattiva e mineraria. Kazakistan ed Uzbekistan vennero inoltre interessati dalla Campagna delle Terre Vergini, un mastodontico progetto sovietico per far aumentare la produzione di cotone di quei territori grazie all’utilizzo delle risorse idriche del Lago D’Aral e dei suoi affluenti e di fertilizzanti. La campagna si concluse anni dopo con un clamoroso insuccesso, ed ebbe inoltre la conseguenza di causare il prosciugamento del Lago d’Aral, oggi quasi completamente asciutto.

Negli anni successivi, l’Asia centrale rimase un territorio periferico dell’Unione sovietica, utile solo per le proprie risorse energetiche e minerarie. Alla fine degli anni ’80, quando l’URSS ormai era diretta verso il tramonto, la regione fu scossa da alcuni movimenti di protesta, come per esempio la rivolta di Jeltoqsan (dicembre) avvenuta in Kazakistan nel 1986, ed episodi di violenza etnica, ma in generale i desideri di indipendenza rimasero molti minoritari e contenuti. La situazione precipitò con il fallito Colpo di Stato del dicembre del 1991, in seguito al quale le Repubbliche dell’Asia centrale dichiararono la propria indipendenza dall’Unione Sovietica. La prima a farlo fu il Kirghizistan, mentre l’ultima fu il Kazakistan il 16 dicembre del 1991, quando ormai l’Unione Sovietica si era già dissolta da qualche giorno.

Umberto Guzzardi

TURCICA: I turchi d’Eurasia dallo zarismo all’età sovietica

Tra il XVII e il XIX secolo, la progressiva espansione della Russia zarista portò alla pressoché completa estinzione di tutte le realtà politiche o tribali turche indipendenti in Europa orientale e in Asia centrale. Ovunque, seppure con tempi e modi diversi, il dominio zarista si affermò come una dura dominazione dei russi sulle popolazione autoctone, venata da un significato religioso di rivincita del Cristianesimo sull’Islam.

In genere l’attività missionaria cristiana fu accolta con un certo entusiasmo solo da quei turchi che erano rimasti pagani fino ad allora, o che erano stati islamizzati solo superficialmente. Tra questi spiccavano i ciuvasci, discendenti dei bulgari del Volga e ultimi rappresentanti di quella stirpe a cui erano appartenuti anche gli unni e gli àvari. Anche le popolazioni turche siberiane, ancora legate alle pratiche sciamaniche, in genere si convertirono al Cristianesimo. Al contempo, nonostante gli incentivi alla conversione, tra i turchi musulmani solo una piccola parte accettò di cambiare religione. In Asia centrale e in Europa orientale la grande maggioranza dei turchi rimase musulmana. I loro rapporti con il potere zarista dipesero molto da come esso percepiva la loro religione.

I turchi musulmani dell’Europa orientale furono chiamati indistintamente tatari e identificati con l’Orda d’Oro e con il “giogo” a cui essa aveva sottoposto la Russia. Per lungo tempo tutte le espressioni della cultura tatara, in particolare quelle legate alla religione, furono disprezzate e represse. Le cose cominciarono a cambiare soltanto alla fine del XVIII secolo. I russi si accorsero che era preferibile integrare la crescente popolazione turca e musulmana all’interno dello stato e della società civile, piuttosto che continuare una sterile e inconcludente guerra di religione. Questo cambio di atteggiamento fu anche favorito dal fatto che l’impero ottomano non costituiva più il pericolo di un tempo e si era anzi dovuto mettere sulla difensiva rispetto alla Russia. Nel corso dell’800 ai musulmani della Russia fu progressivamente concessa una libertà religiosa pressoché completa, e le loro classi dirigenti furono in parte integrate nell’élite  dell’impero.

In realtà è necessario fare una distinzione tra i turchi dell’Europa Orientalei tatari e anche gli azeri – da una parte, e le popolazioni siberiane e centroasiatiche dall’altra. I turchi della regione del Volga, della Crimea e dell’Azerbaigian provenivano da civiltà raffinate e i loro notabili si integrarono piuttosto bene nella civiltà europeizzante delle élites russe. I turchi dell’Asia centrale vennero invece percepiti come degli orientali, che per la cultura ottocentesca era legittimo sottoporre a una dominazione di tipo coloniale. I popoli che vivevano al di là degli Urali dovevano addirittura apparire come dei selvaggi semi-civilizzati, e la Siberia una terra vergine da conquistare alla civiltà russa. Per questa ragione furono soltanto i tatari e gli azeri a giocare un ruolo attivo di una certa importanza nella storia della Russia moderna.

A partire soprattutto dagli anni ’70 del XIX secolo, il panturchismo – cioè l’ideologia nazionalista che puntava a unire tutti i turchi in un’unica realtà sociale e politica – cominciò a svilupparsi tra i turchi dell’impero russo, a imitazione del panslavismo, rispetto al quale intendeva mettersi in competizione e in contrasto. Il nascente nazionalismo era fortemente legato al jadidismo (ceditçilik), un movimento religioso riformista e progressista che tentava di sposare i principi dell’Islam con i valori della civiltà occidentale. Questo movimento nazionalista e progressista ebbe una forte influenza sul pensiero politico del tardo impero ottomano e della Turchia repubblicana, soprattutto grazie all’azione degli esuli politici tatari e azeri. La teorizzazione del nazionalismo turco fu nel bene e nel male il principale contributo dei turchi di Russia alla storia politica e culturale degli ultimi due secoli.

In seguito alla rivoluzione del 1905 – che ebbe come conseguenza l’istituzione del parlamento (Duma) e la promulgazione della costituzione (23 aprile 1906) – i turchi dell’impero russo si dotarono della prima istituzione politica ufficialmente riconosciuta. Questa prese il nome di Unione dei musulmani di Russia (Rusya Müslümanları İttifakı), benché in realtà rappresentasse di fatto esclusivamente la componente turcofona dell’Islam russo, e fosse naturalmente egemonizzata dai notabili azeri e tatari. In ogni caso la rapida involuzione della situazione politica russa spense presto gli entusiasmi dei turchi, come di tutti coloro che aspiravano a un cambiamento.

La rivoluzione del 1917 colse i turchi di sorpresa e il loro ruolo nello sviluppo degli eventi fu secondario. Le parziali origini turco-mongole di Lenin – aveva sangue ciuvascio e calmucco da parte di padre – sono solo una curiosità biografica priva di alcun peso effettivo. Durante la guerra civile russa i turchi combatterono sia dalla parte dei bolscevichi che della controrivoluzione. Mentre alcuni tatari contribuirono a costituire i reparti di cavalleria dell’Armata Rossa, soprattutto in Asia centrale si sviluppò un movimento controrivoluzionario i cui membri erano chiamati basmacı (banditi). In realtà si trattò più che altro di un’espressione dell’indomito tribalismo locale, privo di un serio contenuto ideologico.

Nel caos di quegli anni l’esperienza più importante fu la creazione della Repubblica democratica dell’Azerbaigian. Questo fu in realtà il primo stato nazionale turco, fondato sui principi della democrazia parlamentare, della laicità dello stato e dell’uguaglianza politica e sociale tra i sessi. L’effimero stato azero durò appena due anni, dal 1918 al 1920, prima di essere riconquistato dai bolscevichi. Il suo esempio fu però determinante per indirizzare le riforme di Atatürk in Turchia.

L’illusione di poter sposare il leninismo con le istanze nazionali dei turchi, inizialmente coltivata da alcuni intellettuali marxisti turcofoni, dovette lasciare presto spazio a una realtà molto diversa. Nonostante gli intenti ufficiali di garantire l’autonomia delle nazionalità in un’unione fraterna, il dominio sovietico impose  ovunque i suoi esperimenti sociali senza alcun riguardo per la cultura e le esigenze dei popoli turchi. Anzi, nell’età sovietica la russificazione proseguì sempre in modo sostenuto, forse più che nel tardo periodo zarista. Talvolta l’ostilità dei dirigenti sovietici verso determinati popoli turchi raggiunse livelli di aperta persecuzione, come nel caso dei tatari di Crimea, deportarti in massa nel ’44 perché accusati di sostenere le forze dell’asse. La dipendenza dell’economia delle repubbliche sovietiche centroasiatiche da quella della Russia determinò anche una grave situazione di sottosviluppo economico.

Con il crollo dell’Unione Sovietica, nel corso del 1991 le repubbliche di Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan dichiararono la propria indipendenza. Nascevano così cinque nuovi stati turchi nel cuore dell’Eurasia. Nella stessa Russia post-sovietica fu inoltre concesso un certo grado di autonomia – sulla carta molto ampia – a tutte le minoranze etniche e nazionali, tra cui quelle tatare e più in generale turcofone. Questa situazione favorì oggettivamente una rinascita delle culture nazionali dei popoli turchi, ma ciò avvenne senza una vera iniziativa da parte delle popolazione coinvolte. Ancora una volta tatari e azeri – in circostanze del tutto diverse – dimostrarono una certa vitalità e una coscienza nazionale piuttosto sviluppata. Ma in Asia centrale la costruzione dell’identità nazionale delle neonate repubbliche fu guidata dall’alto nella generale passività e indifferenza delle masse, stremate da 80 anni di dittatura e di oppressione culturale e politica.

UCRAINA: Odessa città napoletana, dove l’italiano era lingua ufficiale

Nel 1794, Giuseppe De Ribas, nato a Napoli da un nobile spagnolo al servizio dei Borboni, fondò la città di Odessa, in Ucraina, organizzandone il porto, la flotta e il commercio, rendendola una città importante per il Mar Nero e il Mediterraneo.

Al posto di Odessa “città leggendaria”, come la definisce Charles King, docente di Affari internazionali della Georgetown University di Washinghton, nel suo recente libro Odessa (Einaudi 2014), sorgeva un villaggio, Khadjber, abitato dai tatari. De Ribas entrò in contatto con questo lembo di terra quasi fortuitamente, in quanto Ufficiale di collegamento al servizio dell’Ammiraglio Grigorij Aleksandrovič Potëmkin, principe e amante dell’imperatrice Caterina, il cui obiettivo, dopo la sconfitta dell’impero ottomano, era di estendere verso ovest il grande impero russo.

De Ribas ribattezzò il villaggio Odesso, in omaggio alla vecchia colonia greca che si estendeva sulla costa. Luogo di incontro tra la civiltà orientale e quella occidentale, multiculturale per la sua stessa natura geografica, situata alla foce di grandi fiumi, tra cui il Danubio, divenne presto il cuore pulsante dell’impero meridionale della zarina Caterina, la quale per la sua stessa forza ed importanza geo-strategica ribattezzò il villaggio al femminile, Odessa.

Ben presto, ad Odessa si costituì una colonia italiana, che nel 1850 contava circa tremila di abitanti, quasi tutti di origine meridionale. Rilevante fu il contributo che questa comunità diede alla fondazione, allo sviluppo e all’economia dell’impero russo. L’italiano rimase lingua ufficiale dell’attività economica della città. Cartelli stradali, passaporti, liste dei prezzi erano scritti in italiano, e la comunità italiana diede un grande contributo alla cultura della città alle porte del Mar Nero, soprattutto nell’ambito dell’architettura. Il napoletano Francesco Frapolli fu nominato architetto ufficiale della città da Richelieu, nel 1804 e fu lui a progettare la monumentale Opera di Odessa e la famosa Chiesa della Trinità.

La famosa canzone O’ sole mio fu scritta e composta ad Odessa da Giovanni Capurro e Eduardo Di Capua che in quel tempo si trovava nella città russa. La musica si ispirò ad una bellissima alba sul Mar Nero e dedicata alla nobildonna oleggese Anna Maria Vignati Mazza. Il brano non ebbe immediato successo a Napoli, salvo poi diventare famosa sulle sponde del Mar Nero e da lì divenire canzone patrimonio della musica mondiale.

Inoltre, grandi attori teatrali come Tommaso Salvini, Ernesto Rossi ed Eleonora Duse contribuirono alla formazione dell’Opera di Odessa, facendo della città la più europea e mediterranea dell’impero russo.

Tuttavia, il peso della colonia italiana diminuì progressivamente nella seconda metà dell’Ottocento (nel censimento del 1900 la comunità italiana contava solo 286 unità), ma l’impronta italiana nella città è evidente tutt’oggi.

Odessa, città di frontiera tra est e ovest, in realtà vanta radici nell’Italia meridionale. Ieri come oggi, la costa del Mar Nero rimane una regione di frontiera tra l’Europa occidentale e quella orientale. Ripensare alle radici comuni aiuterebbe a guardarsi con fratellanza e unione.

TURCICA: Il mondo turco tra stagnazione e declino

A metà del XVI secolo la civiltà turca aveva incontestabilmente raggiunto il suo massimo splendore. Le dinastie turche governavano su gran parte dell’Europa centro-orientale e del Medio Oriente, sulla Persia, sull’India e su quasi tutta l’Asia centrale. Eppure già allora cominciavano a palesarsi le prime crepe.

Nelle terre settentrionali, l’Orda d’Oro non si riprese mai del tutto dalle distruzioni di Tamerlano e si divise in tanti principati più piccoli, progressivamente fagocitati dalla nascente potenza russa. La distruzione dei principati tatari poteva essere considerata conclusa alla fine del XVI secolo. Sopravvisse soltanto il khanato di Crimea, retto dalla dinastia dei Giray, che offrendosi come vassallo dell’impero ottomano poté continuare per altri due secoli ad essere una delle principali potenze dell’Europa orientale. Una volta occupata tutta la regione del Volga e degli Urali, nel XVII secolo i russi si lanciarono alla conquista della Siberia, dove vivevano molte popolazioni turche (nomadi e in gran parte ancora pagane) che avevano conservato quasi inalterata l’antica cultura dei loro antenati. Le disavventure di questo universo turco settentrionale – marginale rispetto a una civiltà che ormai gravitava verso l’Europa mediterranea e l’Asia meridionale – passavano però decisamente in secondo piano rispetto ai grandi successi degli ottomani e degli altri imperi di origine turca. Nessuno avrebbe mai pensato che i turchi potessero andare incontro a un periodo di crisi.

Alla fine del ‘500 l’impero ottomano era infatti ancora la prima potenza mondiale, ma c’erano già alcuni segnali di un’inversione di tendenza. Dopo Solimano il Magnifico non ci furono altri sovrani del prestigio e del carisma dei primi ottomani. Il potere effettivo cominciò a sfuggire dalla mani del sultano in favore del sadrazam (gran visir) e degli altri notabili di corte. In un primo momento questa situazione non aveva ancora conseguenze sulla conduzione generale dello stato, grazie all’azione di grandi statisti come il bosniaco Sokollu Mehmet Pascià. All’inizio del ‘600 la costante intromissione in politica da parte dei familiari del sultano, delle donne dell’harem e dei cortigiani di palazzo aveva però creato un situazione di grave instabilità che minacciava la salute dell’impero. Siccome il potere del sultano si rivelava troppo debole per riportare l’ordine al vertice dello stato,  a metà del XVII secolo l’iniziativa fu presa dalla famiglia albanese dei Köprülü, che avrebbe egemonizzato le principali cariche politiche per il successivo trentennio. I Köprülü rinsaldarono le istituzioni dell’impero, ma furono d’altra parte troppo conservatori per capire appieno l’importanza delle innovazioni provenienti dall’Occidente. Il prezzo da pagare fu un isolamento culturale e scientifico che ebbe effetti drammatici. Il progetto dei Köprülü di ristabilire pienamente il prestigio dell’impero andò in frantumi sotto le mura di Vienna il 12 settembre 1683. Nel 1699 gli ottomani firmarono il primo trattato di pace a loro totalmente sfavorevole. Queste sconfitte rappresentarono il primo importante arretramento degli ottomani, palesando l’arretratezza e l’inferiorità tecnologica del loro impero.

Nonostante tutto, il bilancio delle vicissitudini ottomane appare quasi positivo se paragonato a quello dei loro rivali safavidi. Dopo la morte di Abbas (1605) il loro impero conobbe una rapida decadenza in ogni ambito, finché i rivali uzbeki e afghani arrivarono a minacciarne la stessa esistenza. A salvare l’Iran fu Nadir Şah, un turcomanno proveniente dalla tribù degli Afşar. Dopo aver cacciato gli invasori e restaurato il potere centrale, nel 1736 destituì l’ultimo esponente dei safavidi e si nominò Scià di Persia. Nadir fu l’ultimo grande conquistatore turco. Il suo regno fu caratterizzato da una serie impressionante di campagne militari condotte contro quasi tutti gli stati confinanti e coronate da sfavillanti successi. Genio militare assoluto, può essere visto come l’ultimo erede di Attila o il primo antesignano di Napoleone. Nadir Şah fu però anche un uomo dissoluto e violento, capace di atteggiamenti tanto bizzarri da far dubitare della sua salute mentale. Narcisista ed egocentrico, era ossessionato dalle figure di Gengis Khan e Tamerlano, di cui si considerava erede. Voleva imitare i suoi idoli in tutto, comprese le modalità e le proporzioni dei massacri e delle devastazioni. Ma quella che era la normalità per i nomadi del Medioevo era una follia sanguinaria agli occhi degli uomini del XVIII secolo. Stanche delle atrocità del loro signore, le sue guardie del corpo lo uccisero a tradimento nel 1747. L’Iran sopravvisse così al crollo della dinastia safavide, ma non tornò mai all’antico splendore. Nel secolo seguente l’Iran fu retto dalla dinastia dei Qajar, anch’essa di origine turca ma dalla cultura quasi totalmente iranizzata. Il loro regno coincise con un lungo periodo di decadenza.

Alla generale decadenza degli stati turchi tra XVII e XVIII secolo non si sottrasse nemmeno l’impero moghul delle Indie. L’ultimo imperatore di grande importanza fu Aurangzeb, che fu per altro in gran parte responsabile della rovina della dinastia. Musulmano fanatico, nel 1658 prese il potere sterminando orribilmente i fratelli assieme a tutta la loro discendenza. Vietò a corte ogni forma di musica e di arte, che disprezzava perché peccaminose, e prese l’abitudine di vestirsi di lana o cotone grezzo e mangiare nella terracotta. Mise fine alla tradizione di tolleranza religiosa della sua famiglia, tentando di imporre l’Islam a tutti i sudditi dell’impero. La sua vita fu una lunga guerra santa per schiacciare gli “infedeli” ovunque potessero opporvisi. Aurangzeb era in effetti un condottiero di talento, e ottenne buoni risultati da un punto di vista militare. Al termine del suo lungo regno (1707) l’India era però un paese stremato da decenni di guerre e violenze, e la convivenza etnica e religiosa su cui si era basata la civiltà dei moghul sembrava un lontano ricordo. L’impero andò dunque incontro a una rapidissima decadenza, dividendosi progressivamente in una serie di piccoli principati che furono facile preda per i colonizzatori britannici nel XIX secolo.

UCRAINA: La tatara Jamala vince all’Eurovision, ed è subito polemica con Mosca

Sabato 14 maggio Susana Jamaladinova, in arte Jamala, ha vinto l’Eurovision Song Contest 2016 al termine di una gara che non l’ha vista trionfare né al voto delle giurie tecniche, che hanno premiato l’australiana Dami Im, arrivata infine seconda, né al voto popolare che ha visto vincitore il russo Sergei Lazarev, nella classifica generale terzo.

1944

Una canzone, quella di Jamala, ricca di riferimenti storici, autobiografici e, perché no, anche politici, molto diversa dalle canzonette che solitamente dominano la scena dell’Eurovision. Il testo, metà in inglese e metà in lingua tatara, parla di stranieri che arrivano, invadono e prendono possesso delle case, gridando la loro innocenza. Questi stranieri sarebbero, in verità, gli uomini della polizia politica di Stalin che nel 1944, in piena Seconda Guerra Mondiale, deportarono verso l’Asia centrale i circa 250.000 tatari della Crimea, ai pochi sopravvissuti dei quali venne permesso di rientrare nella penisola del Mar Nero solamente negli anni ’80. Jamala deriva proprio da una di queste famiglie: la sua bisnonna fu costretta a trasferirsi in Kirghizistan e solo nel 1989 la cantante, allora bambina, ed i suoi parenti sono potuti rientrare in Crimea, dove tutt’ora – Jamala esclusa – risiedono.

Ma non si può non pensare che la canzone sia anche un modo per criticare l’annessione russa della Crimea avvenuta nel 2014, e le continue vessazioni ad opera del governo russo, tra le quali i mandati di arresto e le perquisizioni di pochi giorni fa.

Leggi anche: tutti gli articoli di East Journal sui tatari

L’Eurovision e la politica

Il regolamento dell’Eurovision parla chiaro: “nessuna canzone, discorso o gesto di natura politica o similare deve essere permesso durante la manifestazione” e ancora “nessun messaggio che promuova alcuna istituzione, organizzazione o causa politica”. Quindi non sembrerebbe assurda l’accusa arrivata dalla Russia che la canzone non avrebbe dovuto essere ammessa. E che a Mosca non l’abbiano presa bene si comprende anche da alcune dichiarazioni che non sembrano proprio da dopo festival! “Invece di una concorrenza leale hanno prevalso le posizioni politiche. L’Ucraina in realtà ha perso”, ha tuonato il presidente della Commissione Esteri del Senato russo, Konstatin Kosachev, mentre Elena Drapeko, vicepresidente della Commissione cultura della Duma, ha definito la competizione canora “la conclusione di una campagna di propaganda e di disinformazione contro la Russia”. D’altronde anche da Kiev, poco prima della finale, erano girate le dichiarazioni di Zurab Alasania, direttore della televisione di Stato ucraina, che minacciava di boicottare la successiva edizione qualora avesse vinto la Russia.

Tuttavia non è certo la prima volta che la politica entra in scena durante l’Eurovision, a maggior ragione se si pensa che lo scopo della competizione, nata nel 1956, è quello di unire l’Europa… se non è un obiettivo politico questo!

Anche Lazarev, il cantante russo, sotto sotto gioisce

Proclamata la vincitrice la rete si è scatenata e divisa tra chi ha festeggiato, celebrando la vittoria dell’Ucraina sulla Russia, dei diritti civili, delle minoranze etniche, e chi invece ha gridato allo scandalo e al verdetto politico. Ma pochi hanno pensato a cosa sarebbe successo se avesse vinto il cantante russo, e soprattutto a chi fosse. Sergei Lazarev, con una canzone tipica da Eurovision ed una coreografia decisamente più originale di tutte le altre, era dato per favorito. Pochi però sanno che Lazarev è un anticonformista per antonomasia. Intervistato due anni fa, Lazarev, la cui nonna è ucraina, si definì contrario all’annessione della Crimea alla Russia e dichiarò che per lui la Crimea rimaneva Ucraina. Inoltre decise di non accettare nessuna offerta per cantare – dietro pagamento, si intende – nella penisola. In seguito evitò di tornare sull’argomento, quasi a voler evitare problemi, ma di certo non si può dire sia filo-putiniano, se si aggiunge anche la sua lotta dichiarata contro l’omofobia e a favore dei diritti degli omosessuali.

Eurovision 2017, quo vadis?

Il diritto ad ospitare la competizione spetta allo stato vincitore nella passata stagione, e così, nel 2017, sarà il turno dell’Ucraina. Nel 2005, pochi mesi dopo la Rivoluzione arancione, toccò a Kiev organizzare la manifestazione dopo che Ruslana andò a vincere la competizione, prima e, fino a pochi giorni fa, unica volta per l’Ucraina. Dove si terrà l’evento non è dato sapere anche se già i commenti si sprecano. La televisione di stato russa si è chiesta, per esempio, come sarà possibile per un paese in forte crisi economica, con una guerra ancora attiva nell’est e con una capitale spesso cornice di disordini, organizzare un tale evento, e Sputnik, canale di informazioni vicino al Cremlino, è già sicuro che l’Ucraina chiederà i soldi all’Europa per organizzare l’evento. Ognuno, a quanto pare, dice la propria.

Intantoda Kiev il sindaco Klitschko ha candidato la città e lo stadio Olimpico come sede dell’evento, al pari del suo collega di Odessa Trukhanov: la competizione per Eurovision non è solo canora!

L’Eurasia di Slavs and Tatars. Arte, umorismo e laboratorio di ricerca

Ben vengano gli artisti ibridi, quelli che cercano contaminazioni con altre discipline, per uscire dai confini dell’arte fine a se stessa e mettere in discussione convenzioni e convinzioni. Ciò è inevitabile se a costituire fonte di ispirazione e laboratorio di ricerca storico-antropologica è una vasta area geografica di cui si vogliono raccontare trasformazioni politiche e transizioni di popoli, culture ed epoche diverse al pubblico contemporaneo, soprattutto quello occidentale. Questo in sintesi l’ambizioso progetto del collettivo artistico Slavs and Tatars, autodefinitosi come “una fazione di polemiche e intimità dedicata all’area ad est dell’ex Muro di Berlino e ad ovest della Grande Muraglia cinese, conosciuta come Eurasia”.

Nato nel 2006 da un duo polacco-iraniano, il collettivo, che preferisce non rivelare le singole identità dei suoi membri, è cresciuto negli anni rendendosi famoso grazie ad un approccio interdisciplinare che combina mostre, pubblicazioni e conferenze performative. Questi archeologi di tutti i giorni giocano soprattutto su associazioni più o meno dirette, umorismo ed emozioni, e considerano l’arte come un mezzo per parlare di questioni complesse. Al modo del leggendario saggio-pazzo medievale Molla Nasreddin, personaggio che ispirò l’omonima rivista satirica azera (1906-30), e rappresentato dagli artisti in chiave antimodernista in groppa ad un asino al contrario (2012), Slavs and Tatars guardano al passato “per anticipare, immaginare o rimpiangere un futuro impossibile”.

Interessati sopratutto a concetti come identità, fede, nation building e preservazione della storia, tre sono fino ad oggi i principali cicli tematici esplorati nelle loro opere: dalla celebrazione della complessità del Caucaso, all’improbabile eredità tra Polonia ed Iran fino all’attuale ricerca attorno al ruolo rivoluzionario del sacro e del sincretico. In particolare, è la ricerca linguistica a giocare un ruolo importante: una lingua non è un mero sistema razionale di transazione e comunicazione, “nasconde tanto quanto rivela” e a loro giudizio va rivisitata come forma di “ospitalità sacra”. Molteplici sono infatti le opere dedicate agli alfabeti dell’area, alle riforme linguistiche intraprese nel XX secolo o alla fonetica, così come a poeti e scrittori.

Raccontare estensivamente la loro prolifica attività in un breve articolo è impresa impossibile, ma già alcune opere introducono alla loro visione del mondo. Come ad esempio il primo lavoro Slavs, ovvero un piccolo poster-manifesto che intende evocare l’affinità culturale esistente nel vasto territorio dell’est Europa, ignorando confini geografici e rigide classificazioni accademiche.

Nel 2009 la scena artistica internazionale li scopre grazie alla serie Kidnapping Mountains, un tributo all’alfabeto azero e all’identità georgiana, così come un’esigenza di soffermarsi su altre questioni geopolitico-culturali dell’area. Sempre nello stesso anno, rifacendosi ad un’iconografia hollywoodiana, il cartellone Idź na Wschód! Go East! affisso nel centro di Varsavia, riportava alla memoria il ruolo dei tatari polacchi nella creazione dell’attuale identità nazionale del Paese. Nel progetto Hymns of No Resistance invece, è attraverso classici della musica pop riarrangiati da Berivan Kaya e da The Orient Orchestra che si affrontano questioni come la diaspora armena, l’identità curda, il conflitto russo-georgiano del 2008 e la toponomastica.

La pubblicazione 79.89.09 (2011) crea un collegamento tra date simboliche a livello mondiale: la Rivoluzione Iraniana (1979), la caduta del comunismo (1989), tema poi ripreso in Friendship of Nations: Polish Shi’ite Showbiz con focus sull’esperienza di Solidarność, e i prodromi della crisi finanziaria (2009). Un mix accattivante di foto d’epoca, documenti ufficiali, citazioni e fotomontaggi per capire meglio il mondo in cui viviamo.

Mirrors for Princes (2015) si presenta come raccolta di scritti e saggi di prominenti ricercatori che, ricollegandosi alla letteratura didascalica stile “Il Principe” di Machiavelli, genere condiviso dal mondo cristiano e da quello musulmano, tratta del delicato equilibrio tra isolamento e società, e tra spirito e stato. Sempre recente è la pubblicazione e installazione Qit Qat Qlub (2015) che, rievocando un brindisi a Damasco dell’imperatore Guglielmo II nel 1898 per celebrare l’alleanza con Abdul Hamid II e ripescando dal dimenticatoio il giornale propagandistico El-Dschihad indirizzato ai prigionieri di guerra musulmani in Germania, analizza il rapporto tra cultura e politica tedesca rispetto all’est e all’orientalismo.

E questo è solo un assaggio, chissà quali altri temi verranno affrontati nei prossimi anni. La vastità e la ricchezza della loro amata Eurasia fanno sperare che Slavs and Tatars continuino la loro attività di aedi dei nostri tempi, attingendo ad un’epica ancora poco conosciuta in Occidente e dandone diverse, a volte insolite, chiavi di lettura.

Foto: Matthew Black. Reverse Joy (2013), Slavs and Tatars

ESTONIA: Prosegue l’integrazione della minoranza russa

Un recente sondaggio commissionato dalla parlamentare europea estone Yana Toon mostra quanto in Estonia sempre più russi vogliono costruire il proprio futuro nel paese. Il 96% dei non-estoni considera necessaria la capacità di parlare la lingua estone, mentre di converso molti estoni considerano utile conoscere la lingua russa. I membri della minoranza russa in Estonia si considerano “russi estoni” o “russofoni” oltre che “cittadini estoni”, mettendo la cittadinanza davanti alla propria appartenenza etnica. Secondo Toon, il sondaggio manda un segnale chiaro: i russi d’Estonia vogliono costruire la propria vita nel paese, e non vedono nessun ruolo particolare della Russia in tale progetto. 

Alla fine del 2015 la popolazione d’Estonia era così etnicamente suddivisa: 69,13% estoni, 25,14% russi, 1,71% ucraini, 0.93 bielorussi e 3.09% altre nazionalità. Nella prima metà del secolo scorso gli abitanti di origine estone erano quasi il 90% del totale, mentre la popolazione di origine russa era l’8%. L’attuale situazione è dovuta ad un processo di rapida urbanizzazione e industrializzazione partito nel 1940 per un anno e ripreso nel 1944, entrambi periodi di occupazione sovietica; l’obbiettivo di Stalin e dei suoi successori era quello di aumentare la presenza della popolazione russa nel paese nell’ottica più ampia di sovietizzazione dei territori occupati; inoltre durante la seconda guerra mondiale e negli anni ad essa immediatamente successivi 60.000 di estoni furono deportati in Siberia o uccisi dal regime comunista, mentre altri riuscirono a emigrare richiedendo asilo politico in stati che continuavano a riconoscere l’esistenza della Repubblica Democratica dell’Estonia, fondata nel 1918.

Nel 1991, anno di riconquista dell’indipendenza, la percentuale di cittadini estoni era scesa al 61% del totale. La sfida era dunque quella di attuare politiche di integrazione per tutti i cittadini già residenti nel paese che non avevano ottenuto la cittadinanza estone. Solo le persone nate prima del 16 giugno 1940 (anno di inizio della prima occupazione sovietica) e i loro discendenti ebbero di diritto l’accesso alla cittadinanza; ben il 32% dei residenti è rimasto senza cittadinanza, diventando così intestatario di un passaporto cosiddetto “grigio” o scegliendo di ottenere una cittadinanza diversa (spesso quella russa, ndr).

Per approfondire: leggi anche LETTONIA: Nepilsoņi, il problema degli alieni

Lo scorso giugno il rapporto sui diritti umani del dipartimento di stato USA aveva criticato la politica di integrazione messa in atto dai governi estoni definendola “inadeguata”. Mentre l’agenzia ONU per i rifugiati considera i possessori di questo passaporto ibrido come privi di cittadinanza, il governo estone si difende dicendo che ogni possessore di passaporto grigio è comunque in grado di ottenere la cittadinanza tramite il processo di naturalizzazione e può godere di parte dei diritti propri di un normale cittadino, come ad esempio il diritto di voto alle elezioni locali.

Dopo l’ingresso dell’Estonia nell’Unione Europea nel 2004 il numero di naturalizzazioni è quasi raddoppiato rispetto agli anni precedenti. La naturalizzazione si ottiene dopo otto anni di residenza nel paese di cui almeno cinque consecutivi, con un esame di lingua estone e conoscenza della costituzione. Al primo marzo 2016 solo il 6,1% della popolazione estone è ancora senza cittadinanza. Il parlamento si è impegnato nell’ultimo anno a semplificare ulteriormente la procedura tramite una serie di emendamenti tra i quali si prevede, tra gli altri, la naturalizzazione per tutti quei bambini nati nel paese con entrambi i genitori senza una cittadinanza. Dopo 24 anni il tema dell’integrazione interna è più che mai attuale ma allo stesso tempo delicato in un periodo in cui in altri stati europei scelgono sempre più politiche di respingimento e chiusura delle frontiere.

TURCICA: L’età dei “tartari”

Negli imperi turco-islamici sorti attorno all’anno mille, e in modo particolare tra i selgiuchidi, coesistevano due ambienti culturali radicalmente differenti. Uno di questi era rappresentato dalle élites urbane, generalmente legate alle diverse corti, o comunque inserite nei contesti della cultura, della religione e delle arti. Un discorso simile va fatto per gli artigiani e i mercanti, cioè quella che potremmo definire un po’ anacronisticamente come la “borghesia” dell’epoca. Questi erano totalmente inseriti nella civiltà iranica, utilizzavano il persiano come lingua di cultura e si erano uniformati allo stile di vita, all’ethos e ai gusti estetici persiani. La diffusione della lingua e della cultura persiana tra le classi abbienti e intellettuali turche non era di certo una novità, ma ne aveva accompagnato la storia almeno dall’epoca göktürk. Nel contesto islamico la simbiosi turco-iranica aveva però raggiunto un livello mai riscontrato in precedenza. “Quando il cane turco va in città, abbaia in persiano” dice un antico detto anatolico, fotografando perfettamente la realtà del Basso Medioevo in epoca selgiuchide.

Completamente diversa era la situazione delle campagne. Nella steppa anatolica, così come nel Caucaso meridionale e in Azerbaigian, le tribù avevano conservato un’identità marcatamente turca. Questi “turchi veraci”, che venivano chiamati turcomanni (türkmen), erano rimasti legati a una cultura semi-nomade e mantenevano inalterate le proprie tradizioni e il proprio modo di vivere. Tra loro la tradizione colta persiana non era riuscita a penetrare, e anche l’islamizzazione aveva seguito percorsi poco convenzionali. Spesso i turcomanni aderivano a forme di Islam eterodosse e sincretiste, favorite dal proselitismo dei mistici. Non di rado fu necessario trovare soluzioni di compromesso tra le pratiche islamiche, di difficile comprensione e attuazione, e le tradizionali concezioni sciamaniche. Nell’altopiano anatolico e tra le alture del Caucaso si sviluppò una ricchissima letteratura orale in lingua turca, in cui le leggende importate dall’Asia centrale trovavano una nuova dimensione, fondendosi con l’Islam e le tradizioni locali precedenti alle invasioni.

L’equilibrio tra la componente persianizzante e quella turcomanna si mantenne per tutta l’età selgiuchide, anche quando i Grandi Seligiuchidi d’Iran entrarono in crisi. Del resto gli scià della Corasmia, che ne presero per molti aspetti il posto, erano ancora più iranizzati di quanto lo fossero i selgiuchidi. Nel corso del XIII secolo una nuova grande ondata di invasioni nomadi sconvolse per l’ennesima volta tutto l’assetto politico e culturale del mondo orientale. Come è noto, questa volta l’iniziativa non era guidata dai turchi, ma dai mongoli. Gengis Khan fu probabilmente il più grande conquistatore di ogni tempo, ma le sue imprese portano eterna gloria al popolo mongolo, e qui ci stiamo occupando dei turchi. La sua biografia quindi non ci riguarda. Le sue azioni ebbero però un impatto fondamentale sullo sviluppo della storia turca.

La maggior parte dei turchi delle steppe furono integrati nelle sue orde, e in molti frangenti ne costituirono la maggioranza. Bisogna ricordare che, prescindendo dalla parziale islamizzazione di una parte del mondo turco, la differenza tra i turchi e i mongoli era all’epoca quasi esclusivamente linguistica. Per tutto il Medioevo turchi e mongoli non ebbero neppure la chiara consapevolezza di essere due popoli diversi. Mongoli e turchi condividevano infatti la stessa civiltà, le stesse concezioni del mondo e gli stessi valori, e soprattutto la stessa organizzazione politica su base tribale. Da sempre tribù mongole venivano integrate nelle grandi confederazioni tribali a guida turca e viceversa. L’impero di Gengis Khan non fece dunque eccezione. I mongoli avevano inoltre una cultura ancora molto arretrata se paragonata ad alcune realtà del mondo turco. Gli uiguri e i turchi islamizzati ottennero posti di assoluto rilievo nell’amministrazione e andarono a costituire la classe intellettuale dell’impero mongolo.

Alla morte di Gengis Khan il suo impero si divise in quattro khanati – uniti sotto la teorica autorità di un khaghan supremo – controllati dai suoi figli e dai suoi nipoti, che estesero ulteriormente i proprio territori con nuove spettacolari conquiste. Se escludiamo la parte dell’alta Asia ancora oggi abitata dai mongoli, il resto dei territori conquistati da Gengis Khan e dai suoi successori perse molto rapidamente il proprio carattere mongolo. La parte orientale dell’impero, che presto avrebbe inglobato l’intera Cina, seguì un percorso chiaramente diverso e sostanzialmente estraneo al mondo turco. Nelle altre tre porzioni l’elemento turco delle orde gengiskhanidi ebbe invece un peso superiore agli stessi mongoli.

In particolare nei territori nord-occidentali sorse un grande regno, conosciuto come Orda d’Oro (Altın Orda), che ebbe un’identità assolutamente turca. La popolazione e l’esercito erano costituiti in larghissima parte da genti di origine cumana – da qui il nome di “Khanato Kıpçak” con cui l’Orda era anche conosciuta – e con il tempo la stessa famiglia imperiale e la classe dirigente di origine mongola si turchizzarono e islamizzarono del tutto. A metà del XIV secolo l’Orda d’Oro, che controllava la gran parte della Russia e dell’Europa orientale, era uno stato turco e musulmano. L’Orda d’Oro rappresentò anche una splendida civiltà, con un’anima urbana (la capitale Saray era una delle metropoli più grandi del mondo medievale) e una nomade e pastorale. I musulmani turcofoni dell’Orda d’Oro furono conosciuti come tatari e svilupparono una cultura molto originale, che su un base kıpçak mescolò elementi dall’Asia Centrale e dall’Europa dell’Est. Influenzarono così in modo decisivo la storia della Russia e degli altri paesi che assoggettarono.

I mongoli distrussero la Corasmia, mentre il Sultanato di Rum sopravvisse accettando una forma umiliante di vassallaggio. Tra i risultati della distruzione mongola degli stati turco-islamici ci fu il riemergere della componente turcomanna, favorita dalla rovina delle classi dirigenti persianizzate. Agli inizi del XIV secolo i nomadi turchi e mongoli avevano raggiunto un’egemonia quasi assoluta dalle pianure dell’Ucraina alla Cina e dall’Iraq alla Manciuria. L’Europa li designò globalmente con il nome di “tartari” e imparò a temerli e in fondo anche ad ammirarli. Era cominciata la vera età dell’oro dei nomadi eurasiatici.

CALCIO: Fenerbahçe-Lokomotiv e la maglietta di Putin

La gara Fenerbahçe – Lokomotiv Mosca era sicuramente la più attesa di questo turno di Europa League e infatti, come da copione, ha fatto parlare molto. Non certo per quello che è successo in campo, con la facile vittoria del Fenerbahce per 2-0 (doppietta di Josef Souza), ma perché era la prima partita di calcio che ha messo di fronte una squadra russa e una turca dopo l’abbattimento del jet russo Su-24 da parte del governo di Erdoğan.

Dmitrij Tarasov, ventottenne centrocampista del Lokomotiv Mosca, non si è fatto sfuggire l’occasione e ha deciso, a fine partita, di esporre una t-shirt con l’immagine di Vladimir Putin con un cappello da marinaio e la scritta “Il presidente più corretto”. La frase sulla maglietta di Tarasov è un’allusione alle milizie senza mostrine che hanno occupato la Crimea nel marzo del 2014 e che venivano chiamati in gergo popolare come “persone gentili”, prima che Putin ammettesse che si trattava dei soldati effettivi russi. La Turchia condannò l’annessione russa della Crimea, sopratutto vedendola come una minaccia per i tatari turchi che abitano la penisola. E’ anche vero che le tensioni tra Ankara e Mosca non sono certo nate con l’abbattimento del jet, che sicuramente ha contribuito ad alimentare un clima di tensione sempre crescente, soprattutto nell’immaginario popolare.

Durante la partita ci sono stati scontri tra le tifoserie: la polizia turca ha fermato tre tifosi dei gialloneri mentre tiravano pietre e bottiglie al bus che trasportava i supporters del Lokomotiv. I media turchi, ovviamente, hanno subito condannato il gesto: il quotidiano Yeni Safak l’ha definita una “provocazione di Putin”. Ma anche dalla Russia arrivano condanne perentorie. Igor Lebedev, membro della federazione calcistica russa, non usa mezzi termini per definire il gesto di Tarasov: «Possiamo solo ringraziarlo per aver compiuto un gesto così stupido, il patriottismo non si fa con le magliette e le immagini».

In tutto questo infatti, Tarasov ha provato a respingere le accuse di provocazione definendosi solamente un “patriota” e dichiarando quanto segue all’agenzia russa R-sport: «Non volevo provocare nessuno, sono un patriota, Putin è il mio presidente e sono sempre pronto a dargli il mio supporto. Quello che c’era scritto sulla maglietta era solamente quello che volevo dire». Aggiungendo inoltre che potrebbe indossare una maglietta con un altra didascalia durante il match di ritorno, previsto a Mosca il 25 febbraio.

È molto probabile però che il centrocampista, da 6 anni al Lokomotiv e che vanta giusto un paio di presenze in nazionale russa, non potrà giocare quella partita. L’UEFA infatti non l’ha presa bene: «In questo caso c’è stata una violazione disciplinare e una chiara provocazione», ha detto una fonte Uefa all’agenzia R-Sport. «Tarasov potrebbe essere squalificato per un lungo periodo di tempo, un minimo di 10 partite». La UEFA infatti condanna qualunque tipo di gesto politico compiuto durante una partita. Il Barcellona per esempio fu multato per 30.000 euro perché, durante l’ultima finale di Champions League, alcuni supporter blaugrana avevano esposto degli striscioni a favore dell’indipendenza della Catalonia. Anche il Lokomotiv potrebbe essere punito per aver permesso al giocatore di mostrare la maglietta, anche se va precisato come sul proprio sito ufficiale il club abbia pubblicato un messaggio che definiva il comportamento di Tarasov in quel frangente come “inaccettabile”.

Foto: Eurosport

CRIMEA: “Meglio al buio che con l’Ucraina”, il referendum farsa sull’elettricità

Dal 21 novembre scorso la Crimea è al buio a causa di un sabotaggio alle linee elettriche che collegano la penisola al resto dell’Ucraina. Una situazione che ha rivelato i punti deboli dell’occupazione russa e che ha portato, nei giorni scorsi, a un referendum nel quale si chiedeva ai cittadini della Crimea di scegliere tra il black-out e la permanenza della regione sotto le autorità russe. Il 94% delle persone ha scelto di rimanere con Mosca, confermando quanto già espresso nel marzo 2014. Un consenso plebiscitario dietro al quale le autorità russe nascondono la propria debolezza.

La resistenza tarara

Il black-out è cominciato con l’abbattimento dei quattro piloni sui quali transitano i cavi che portano l’energia elettrica dall’Ucraina alla Crimea. L’azione di sabotaggio fu rivendicata dai tatari, minoranza turcofona che più di tutti si oppose all’annessione russa della penisola e che, anche per questo, ha fin qui pagato il prezzo più alto dell’occupazione, con arresti di attivisti e la chiusura di radio e televisioni in lingua tatara.

La lotta dei tatari ha radici antiche, da quando nel 1783 la Russia zarista conquistò la Crimea agli ottomani, ma si nutre soprattutto del ricordo della deportazione che la minoranza dovette subire nel 1944, quando tutta la popolazione tatara della penisola venne caricata su carri bestiame e spedita in Asia centrale come punizione per una mai dimostrata collaborazione con i nazi-fascisti. Molti morirono lungo il tragitto e nei campi di prigionia. Negli anni Ottanta, con la perestrojka, fu concesso ai sopravvissuti di tornare nella loro terra della quale oggi rappresentano il 12% della popolazione. L’ostilità e la paura che i tatari nutrono oggi verso la Russia, è dunque conseguenza di una lunga storia di violenze e soprusi.

Quella tatara si profila come una vera resistenza all’occupante con azioni di sabotaggio commerciale e, adesso, energetico. Un’azione di cui poco si parla, offuscata dalle azioni militari dei filorussi in Donbass che alcuni, nella cecità ideologica, chiamano “resistenza” alludendo alla più nobile esperienza europea durante la Seconda guerra mondiale.

La proposta di Kiev

L’azione dei tatari è stata abilmente utilizzata da Kiev che ne ha fatto l’arma fin qui più efficace nella lotta contro i russi per il controllo della regione. L’Ucraina fornisce alla Crimea il 70% del suo fabbisogno di energia elettrica. Lo scorso 31 dicembre Kiev vedeva scadere il contratto che la obbligava a fornire elettricità alla penisola. Il governo ha così proposto di farsi carico del ripristino dell’energia elettrica solo se le autorità locali avessero riconosciuto la Crimea come parte integrante del territorio ucraino.

La proposta ha mandato in subbuglio il Cremlino anche alla luce, è il caso di dirlo, del diffuso malcontento nella regione. Per prevenire ogni possibile dissenso, Mosca ha così ordinato un referendum sulla proposta ucraina, composto da un doppio quesito: “Sei favorevole o contrario alla stipula di un contratto commerciale con l’Ucraina per la fornitura di elettricità alla Crimea e a Sebastopoli in cambio del riconoscimento dell’autorità ucraina sulla regione?“. E ancora: “Sei pronto a resistere a difficoltà temporanee connesse alla minore fornitura di energia elettrica per i prossimi tre o quattro mesi?“. Il 94% dei cittadini della Crimea, stoicamente, si sono detti pronti. Cosa sono il buio e il freddo quando in gioco c’è l’appartenenza nazionale?

Un referendum farsa

Questo almeno è quanto Mosca vuole far credere ma il referendum non può ritenersi rappresentativo di alcunché, in quanto condotto telefonicamente su un campione di appena mille intervistati. Numeri estremamente bassi considerando che la popolazione complessiva della Crimea è di circa 2 milioni di persone. Ecco che allora il “referendum” appare per quel che è: una pezza messa in fretta e furia per coprire l’incapacità di gestire una regione che sta sfuggendo di mano, mostrando la compattezza e l’orgoglio della popolazione. Il Cremlino non sarà in grado di collegare la Crimea al resto del paese prima di molti mesi. L’ipotesi di un collegamento tramite lo stretto di Kerch è di ardua realizzazione a causa dei fondali melmosi che rendono difficile la posa dei piloni per il ponte stradale come per quello elettrico.

Verso l’oscurità?

Così la popolazione della Crimea passerà un durissimo inverno scaldandosi con il sempre più tiepido amore per l’inquilino del Cremlino. E’ possibile che l’ondata migratoria verso Kiev e Leopoli da parte dei giovani crimeani aumenti. La Crimea, prima dell’annessione russa, è stata governata da un’oligarchia mafiosa. Tuttavia le speranze di migliorare la propria situazione stanno venendo meno a fronte di difficoltà sempre maggiori. L’oscurità in cui è caduta la penisola è reale ma anche metaforica, ma isolare la Crimea nella sua oscurità non servirà a indebolire Vladimir Putin. Servirà solo a colpire una popolazione vittima di una partita di cui non sono i giocatori, ma solo le pedine. Un nuovo stato de facto, un nuovo conflitto congelato, non porteranno benessere e stabilità. Nemmeno a Kiev. Cercare un compromesso che non abbandoni a se stessa la popolazione, pur senza rinunciare alla sovranità sulla regione, sarà per Kiev la vera sfida dei prossimi anni.

 

CRIMEA: La complessa situazione delle minoranze dopo l’annessione russa

di Pietro Scartezzini

Ancora oggi un nutrito gruppo di minoranze e popolazioni indigene presenti in tutto il pianeta sono a rischio a causa degli egoismi dei governi nazionali, nonostante la crescita dei meccanismi di protezione internazionale a seguito della prima e soprattutto della seconda guerra mondiale.

Uno dei casi recenti più eclatanti è sicuramente quello riguardante il conflitto russo-ucraino. La crisi che ha coinvolto questi due Paesi ha avuto e ha tuttora gravi ripercussioni sui gruppi minoritari viventi in Ucraina (gli ucraini stessi e i tatari), specialmente nel sud est del paese e in Crimea, dove circa il 60% della popolazione è di etnia russa. La situazione è divenuta ancora più complicata dopo l’annessione della Crimea da parte della Federazione Russa. Tale annessione fu possibile grazie al referendum-farsa del marzo 2014, da considerarsi illegale secondo il diritto internazionale, come ribadito dalla Risoluzione GA/11493 dell’Assemblea Generale dell’ONU e da autorevoli esperti in materia. Si può così affermare che la Crimea è oggi de facto parte della Russia, ma non de jure.

Nonostante tutti gli strumenti e meccanismi nazionali ed internazionali esistenti, che dovrebbero avere lo scopo di proteggere minoranze e popoli indigeni, situazioni come quella sopracitata continuano ad avvenire. Se ne deduce quindi che i meccanismi esistenti di tutela hanno urgente bisogno di modifiche e miglioramenti, per evitare di essere ancora testimoni inermi di simili tragedie.

Come riportato da varie fonti (si possono citare i report ufficiali di ONU, OSCE, Consiglio d’Europa e organizzazioni non governative quali Amnesty International) ogni giorno ucraini e tatari vengono perseguitati dalle autorità de facto russe locali. Esempi lampanti sono le difficoltà che incontrano queste popolazioni nel praticare la loro religione (musulmana) o parlare la propria lingua (tataro e ucraino) in pubblico senza ricevere insulti, provocazioni, minacce o addirittura azioni punitive. Un altro caso eclatante è il divieto emesso nei confronti dei leader del Mejlis (l’organismo governativo della minoranza tatara in Crimea) Mustafa Cemilev e Refat Chubarov di entrare in territorio crimeano per i prossimi cinque anni, con l’accusa di istigazione al terrorismo.

Le azioni concrete realizzate dalle tre organizzazioni internazionali (ONU, OSCE, Consiglio d’Europa) sono state per lo più deboli e poco concrete. Uno dei motivi principali di questo fallimento è dovuto al fatto che l’Alto Commissario per le Minoranze Nazionali dell’OSCE e il segretariato della Convenzione Quadro sulle Minoranze Nazionali del Consiglio d’Europa hanno avuto la possibilità di visitare la penisola solo per pochi giorni. Addirittura, alla Relatrice Speciale ONU sulle Questioni delle Minoranze non è stato nemmeno concesso il diritto di entrare in Crimea. Ha costituito inoltre un grande ostacolo alla riuscita degli obiettivi preposti la ristrettezza del mandato in loro possesso.

Le tre organizzazioni internazionali hanno utilizzato in generale lo stesso metodo iniziale di approccio al problema. Si sono realizzati incontri con persone vittime di abusi e con rappresentanti delle minoranze coinvolte e delle autorità locali. L’elaborazione delle loro testimonianze in report ufficiali e resi pubblici ha avuto e ha tutt’ora il fine di esercitare pressione politica nei confronti del governo di Putin, di sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale sul tema e di indurre le maggiori potenze ad inserire la problematica della tutela delle minoranze tra le priorità della comunità internazionale.  Tuttavia, si può notare come le tre istituzioni sopramenzionate abbiamo analizzato i vari problemi da prospettive differenti.

L’ufficio della Relatrice Speciale ONU sulle Questioni delle Minoranze, in stretta collaborazione con l’UNHCR (l’agenzia ONU per i rifugiati), si è concentrato principalmente sulla tragica condizione dell’oltre mezzo milione di sfollati presenti su tutto il territorio ucraino, Crimea compresa. Inoltre, anche il Segretario Generale ONU Ban Ki-moon ha reclamato la possibilità di accesso illimitato alla penisola (fin ad oggi non accordato dal governo russo) al fine di monitorare direttamente le possibili violazioni dei diritti umani e le condizioni di vita dei gruppi minoritari.

L’ufficio dell’Alto Commissario per le Minoranze Nazionali dell’OSCE si è invece soffermato soprattutto sui problemi in materia religiosa e linguistica che affliggono ucraini e tatari. Il limite principale alla libera pratica religiosa è rappresentato dall’obbligo di registrazione delle organizzazioni religiose secondo la legislazione russa, la quale, grazie alla presenza di un’infinita burocrazia e di insormontabili ostacoli, risulta di una complicatezza inaudita. Di conseguenza, risulta praticamente impossibile sia svolgere l’attività clericale che praticare la religione come fedele. Per quanto riguarda invece la questione della lingua, è ormai avanzata la sostituzione della lingua russa a quella ucraina nei vari istituti educativi che già non la usavano.

Gli ufficiali del segretariato della Convenzione Quadro sulle Minoranze Nazionali del Consiglio d’Europa hanno analizzato principalmente la condizione dei tatari, cercando insistentemente una genuina collaborazione con le autorità locali al fine di perseguire una pacifica coesistenza tra i vari gruppi etnici presenti da secoli sulla penisola. È inizialmente apparso come un notevole segno di conciliazione il fatto che i membri del nuovo governo di Crimea abbiano più volte ribadito la volontà di salvaguardare la comunità tatara, mantenendo intatto lo speciale status della lingua tatara (parlata ed insegnata sin dalle scuole primarie) e continuando a concedere la possibilità di osservare le feste religiose musulmane. Tuttavia, il compromesso che si era palesato è stato screditato da di episodi deplorevoli verificatisi dopo la partenza dei delegati del Consiglio d’Europa: uno su tutti, la distruzione della sede governativa del Mejlis a Simferopoli e lo sfratto di tutti i suoi dipendenti.

Infine, dopo che i tatari di Crimea sono stati riconosciuti come popolo indigeno da vari organi internazionali (spicca tra questi il Forum Permanente sulle Questioni Indigene dell’ONU, nel 2013), con tutto quello che ne consegue in materia di diritti e doveri da parte degli stati in cui vivono, anche l’ufficio della Relatrice Speciale ONU sui Diritti dei Popoli Indigeni  ha iniziato ad analizzare i problemi che affliggono questa popolazione. Tuttavia, non è stata ancora presa in considerazione alcuna concreta iniziativa specifica.

Pur avendo a disposizione vari strumenti e meccanismi internazionali che dovrebbero servire a salvaguardare i gruppi minoritari nel mondo, gli attuali metodi mancano di efficienza e concreta utilità. La messa in atto degli interventi delle forze diplomatico-governative dovrebbe divenire una questione prioritaria, perché queste rappresentano uno strumento essenziale nel conseguimento della completa tutela delle minoranze. È inoltre decisivo che i governi nazionali acquisiscano maggiore consapevolezza delle condizioni di vita delle minoranze nel mondo, inclusa quella tatara di Crimea sotto l’occupazione russa della penisola.

Photo: REUTERS/Gleb Garanich

Russia e Cecenia tra conquista e resistenza

Il territorio che oggi costituisce la Cecenia è stato conquistato dai russi appena due secoli fa. Fin da subito, alla conquista seguirono le guerre che però mai portarono a un punto risolutivo: i russi non riuscirono a radicarsi nel territorio, i ceceni non poterono liberarsi della presenza e del potere russo. Eppure per i russi era necessario controllare il Caucaso del Nord, anche in vista dell’espansione verso sud nelle terre che furono dei persiani e degli ottomani, e per questo non cessarono mai di impegnarsi militarmente nella regione.

Occorre dire che prima della conquista russa non esisteva uno stato ceceno.  Il Caucaso del Nord è fatto di montagne e valli profonde e isolate. In questi territori le società si dividevano in comunità in cui i rapporti con l’esterno erano scarsi e quelli interni, invece, si regolavano attraverso i clan e le tribù. Vi erano però grandi differenze a seconda della popolazione: i cabardi o gli osseti hanno dato luogo a strutture sociali gerarchizzate e verticali, mentre ceceni e ingusci si organizzavano in modo orizzontale e relativamente egualitario dove il potere era esercitato dai capifamiglia. Gli anziani esercitavano la giustizia e il diritto consuetudinario (adat) non era stato scalzato dalla legge islamica (shari’a) giunta insieme alla diffusione della fede musulmana. E’ in questo contesto che arrivano i russi.

La Russia tendeva ad assimilare le aristocrazie locali per radicarsi nei territori conquistati ma i ceceni non avevano un notabilato locale da usare come interlocutore per cooptare la popolazione. Di fronte alle resistenze di quest’ultima, usò la violenza incontrando una tenace resistenza armata. La prima rivolta fu guidata da Mansur, sceicco della confraternita islamica (tariqaat) detta Naqshbandiya. Il ruolo delle confraternite islamiche nel Caucaso è fondamentale: da una lato esprimono e conservano un Islam di tipo moderato, aperto al sincretismo con le culture locali; dall’altro diventano elemento identitario della popolazione. Le tariqat sono le tipiche organizzazioni del sufismo, corrente mistica dell’Islam che fu importante per la diffusione della religione musulmana in Africa proprio in virtù della sua capacità di legarsi alla cultura locale. Questa parentesi verrà utile nel proseguo del racconto.

La resistenza di Mansur (1785 – 1791) si concluse con una sconfitta. Come pure quella organizzata da Shamil, membro della stessa confraternita di Mansur, che tra il 1824 e il 1859 terrà testa ai russi proclamando la jihad e diventando un eroe popolare. La novità di Shamil fu che seppe uscire dai confini tradizionali della famiglia e del clan, mobilitando un vero esercito e organizzando una struttura amministrativa, nominando governatori locali affiancati da un muftì, interprete della legge islamica. E’ l’embrione di una stato ceceno che trova, nell’Islam, legittimità e coerenza. Non furono dunque i russi a creare uno stato ceceno, ma la necessità di questi ultimi di organizzarsi. Shamil venne sconfitto ma ci vollero ancora decenni prima che i russi potessero imporre la loro autorità sulle regioni cecene e quindi una relativa pace.

Quando l’impero zarista cadde fu di nuovo tempo di conflitti e un pronipote di Shamil proclamò la nascita di un Emirato del Caucaso sfidando il generale “bianco” Denikin. Quando, nel 1920, i “bianchi” vennero sconfitti dall’Armata Rossa, la situazione peggiorò poiché i bolscevichi intendevano estirpare l’elemento religioso, così importante per l’identità dei ceceni che infatti ripresero le armi. Fu inutile. L’élite religiosa venne deportata o uccisa. La struttura sociale clanica venne annientata con la forzata collettivizzazione. Si cominciò però a formare una classe intermedia di quadri politici locali che seppe mettere in comunicazione la popolazione con l’autorità sovietica. Tuttavia la freddezza dell’adesione cecena alla causa sovietica spinse, negli anni Trenta, a una feroce repressione che portò a una nuova ondata di resistenza armata.

Nel 1942 l’esercito nazista arrivò a poche centinaia di chilometri dal territorio ceceno. La collaborazione con i nazisti da parte delle bande armate cecene vi fu, seppur limitata, ma questo bastò a Stalin per dichiarare l’intero popolo ceceno colpevole di tradimento e – come accadde ad altri musulmani, i tatari di Crimea – condannarlo alla deportazione in Asia centrale.

SLAVIA: "Giogo tataro" o "eurasianesimo"? L'influenza dei tataro-mongoli sulla Russia

Russia mia! Donna mia! Il nostro cammino è dolorosamente chiaro: un dì la volontà di una freccia tatara l’ha tracciato per noi trafiggendoci il seno”.

Con queste parole il poeta russo Alexander Blok esprimeva in versi l’opinione secondo cui le invasioni tataro-mongole avrebbero avuto conseguenze determinanti per lo sviluppo della Russia. Blok, il più grande poeta russo dopo Puškin, si inseriva in un dibattito che dall’Ottocento caratterizzava le élites culturali russe: qual è stato il ruolo della Russia nella storia, e che cosa è la Russia?

Il “giogo” tataro

Una domanda difficile per un paese dalla grande storia e dai bruschi e repentini stravolgimenti: le invasioni mongole, il regno di Pietro il Grande, la Rivoluzione d’Ottobre e la caduta dell’Urss sono avvenimenti su cui gli storici ancora oggi non trovano accordo e che segnano uno scarto rispetto alla precedente fase storica. Per quanto riguarda l’influenza mongola sui russi molte sono le teorie degli storici e degli intellettuali. Secondo alcuni la dominazione tataro-mongola avrebbe avuto conseguenze devastanti, portando il paese all’imbarbarimento e all’allontanamento dallo sviluppo europeo. Ecco allora che tale dominazione diventa negativa, un “giogo” che ha costretto i russi alla servitù segnandone il ritardo rispetto agli altri slavi e, più in generale, nei confronti dell’Europa.

Queste valutazioni muovono dalla Russia ottocentesca che, dopo aver ricacciato Napoleone, non ha saputo cogliere gli elementi positivi della Rivoluzione francese imbrigliando la società in un immobile autoritarismo che ha impedito, di fatto, la rivoluzione industriale nel paese. Al mancato sviluppo industriale si deve l’arretratezza russa (e sovietica) nel corso del Novecento fino ad oggi. Tutto sarebbe colpa dei mongoli. Una tesi fatta propria anche da Karl Marx che scrisse come “nel fango insanguinato della schiavitù mongola e non nella gloriosa rudezza dell’epoca normanna [quella dei vichinghi di Kiev] è nata quella Moscovia di cui la Russia moderna non è che una metamorfosi”. E proseguiva dicendo che “la potenza moscovita nacque e crebbe a quella scuola di abiezione che fu la terribile schiavitù imposta dai mongoli. […] Alla fine Pietro il Grande cementò insieme l’acume politico del vecchio schiavo al servizio del padrone, con le orgogliose aspirazioni del capo tataro che vuole conquistare il mondo”.

La scuola eurasiana

Nella parole di Marx riecheggia l’idea antica, già proposta da Erodoto, che contrappone l’Europa “della libertà” all’Asia del despotismo. Erodoto aveva in mente le città greche opposte all’impero persiano ma l’antinomia si è prestata a numerose rivisitazioni nei secoli. La Russia venne così annoverata dai suoi detrattori come una potenza “asiatica”, autoritaria e distante dai valori europei. E il carattere asiatico della Russia andava ricercato sia nella dominazione mongola che nella cultura bizantina, immobile e autocratica. A questa visione si opposero, in Russia, scrittori e saggisti che invece vedevano nell’eredità mongola e bizantina i due aspetti fondamentali della diversità russa: essi opponevano al razionalismo europeo, per loro nefasto, una spiritualità irrazionale che diventava idea-forza capace di portare la Russia verso il dominio del mondo.

L’idea-forza è la stessa, come abbiamo visto, formulata da Gengis Khan e consapevolmente gli eurasiatisti la ripresero. Dopo l’oblio del periodo sovietico l’eurasiatismo è tornato in auge in Russia. L’opera del filosofo Alexander Dugin propone un neo-eurasiastismo che vede nella Russia la nazione guida del blocco post-sovietico e dell’Europa tutta in funzione anti-americana. A differenza del pan-slavismo, idea politica che pone la Russia alla testa delle nazioni slave, incaricata della missione della libertà per gli slavi oppressi, l’eurasiatismo si pone in diretta connessione con l’oriente asiatico e vede nell’alleanza con la Cina e l’India il motore della conquista universale.

L’ossessione mongola

Quella del “pericolo giallo” è un’altra idea ricorrente nel mondo intellettuale russo. Idea che tradisce paure profonde che individuano nell’Asia la madre delle invasioni, dei reggimenti di formiche che preludono alla perdita di libertà e allo stato totalitario. L’ossessione mongola è ricorrente nella letteratura russa specialmente nei periodi di incertezza. Il termine “mongolo” diventa allora sinonimo di “asiatico”: all’indomani della guerra russo-giapponese, che vide la vittoria dello stato asiatico, in Russia si diffuse il timore dell’invasione “gialla”. Un’idea sviluppata già dal filosofo Vladimir Solov’ev che paventava, nel 1894, una imminente nuova invasione di “mongoli innumerevoli e insaziabili come le cavallette”.

E’ interessante notare come lo scrittore polacco Stanislaw Witkiewicz desse alle stampe, nel 1927, un romanzo dal titolo “Insaziabilità” ambientato “nel superbordello di una metropoli cosmica” in un’epoca immaginaria in cui disfacimento e superomismo si fondono, segnando la fine di una civiltà corrotta e minacciata dall’arrivo di un esercito “rosso” che come cavallette tutto divora e distrugge. Quando nel 1939 l’esercito sovietico invase la Polonia molti videro nell’opera di Witkiewicz una premonizione. Per i polacchi l’oriente despotico e totalitario era però la Russia. Segno che ognuno ha la sua Asia con cui fare i conti.

L’eredità tataro-mongola nei costumi e nella lingua

Al netto delle paranoie e delle ideologie, l’eredità tataro-mongola sulla Russia è concreta. Se non se ne può indagare in modo oggettivo l’influenza sulla mentalità, e quindi sulle idee politiche e sociali, è però possibile constatare quante siano le parole russe di origine mongola. La maggior parte dei termini commerciali russi è di origine mongola: “bazar” (mercato); “tovar” (merce); “sunduk” (forziere); “barys” (profitto); “tamoznja” (dogana) segno delle intense attività commerciali tra russi e mongoli. Ancora oggi nel centro di Mosca è possibile passeggiare lungo l’Arbat, un quartiere che trae il nome dal “ribat”, la locanda in cui i commercianti alloggiavano e cambiavano i cavalli. E i mercanti tatari entravano in città per quella che ancora oggi è la Bol’saja Ordynka, la strada dell’Orda d’Oro.

Per i russi il dominio mongolo è coinciso anche con le (troppe) tasse. Ben presto i russi dovettero pagare i tributi in moneta sonante e non con il grano o altre derrate. Questo portò allo sviluppo del rublo che fece la sua comparsa a Novgorod e Mosca a metà del XIII secolo. Il valore del rublo era di cento den’gi, termine che oggi sta per “soldi” e che deriva dal tataro “tenga”. Anche il copeco, pari oggi ai centesimi di rublo, era una moneta in uso presso il tatari (il kopak).

La durezza dell’occupazione tatara ha lasciato anche vocaboli come “kandaly” col significato di “ceppi, catene”. Anche l’uso russo di sedersi su un tappeto o su un materasso (il tjuffiak) deriva da un’usanza tatara di sedersi sui tappeti (tusak).

All’ombra della pax mongolica

L’abbondanza di termini commerciali dimostra quanto intensi fossero gli scambi sotto il dominio tataro-mongolo. Un dominio che non fu mai particolarmente oppressivo: i russi poterono conservare le loro usanze; i nobili mantennero i propri privilegi e mai i nuovo dominatori cercarono di sostituirli con membri dell’élite mongola. La differenza di religione portò il popolo russo a riunirsi intorno alla fede comune in un ripiegamento nazionale facilmente comprensibile che giovò alla costruzione di una identità comune, cosa quest’ultima assai importante visto che i principati russi erano in costante guerra tra loro prima dell’arrivo dei mongoli.

Malgrado l’enorme pressione fiscale, i russi poterono sviluppare una solida economia favorita dall’introduzione dell’efficiente sistema di comunicazioni mongolo e dall’edificazione di nuove strade. Le città russe finirono al centro di una fitta rete di commerci tra l’Europa e l’Asia che contribuì allo sviluppo dell’artigianato. Le lunghe carovane cariche di merci che partivano da Venezia, Bruges, Parigi, passavano per quella Russia che cresceva di ricchezza e forza all’ombra della pace mongolica. Forse, senza la pax mongolica, la Russia non sarebbe mai cresciuta al punto da poter costruire un impero diventando la potenza mondiale che è stata ed è. 

RUSSIA: Messa a tacere la televisione tatara in Crimea. Si teme la persecuzione di Mosca

La Russia ha rifiutato il rinnovo della concessione per le trasmissioni della televisione ATR dei tatari di Crimea, lo comunica il New York Times. Secondo la comunità tatara si tratta dell’ennesimo episodio di discriminazione dovuto alla loro contrarietà rispetto all’annessione della penisola alla Russia.

La stazione televisiva ATR è stata aperta nel 2006 e ha finora potuto trasmettere grazie a una licenza concessa dal governo ucraino. La licenza, però, scadeva a fine marzo e le autorità di Mosca si sono rifiutate di rinnovarla. ATR fu in prima fila nell’opposizione all’annessione della Crimea alla Russia e, una volta avvenuta, subì le ritorsioni delle nuove autorità e le fu impedito di trasmettere programmi che parlassero di politica. Nel gennaio del 2015 la televisione è stata coinvolta in un’indagine volta a definire le responsabilità per le proteste anti-russe andate in scena in Crimea l’anno precedente.

Anche la radio tatara “Meydan FM” dovrà chiudere, facendo parte della stessa compagnia cui appartiene la televisione ATR. I tatari si trovano così senza una voce che li rappresenti. Questa, oltre che essere una limitazione alla libertà d’espressione, è una evidente ritorsione nei confronti di una comunità che ha espresso la sua contrarietà all’annessione della Crimea alla Russia. Una contrarietà che ha motivazioni storiche: nel 1944 l’intera popolazione dei tatari di Crimea subì la deportazione in Asia centrale decisa dalle autorità sovietiche. Stalin, con la scusa che i tatari avrebbero collaborato con i nazisti (accuse storicamente infondate), li deportò al fine di cambiare gli equilibri etnici nella penisola favorendo la russificazione. I tatari sono infatti gli unici abitanti autoctoni della Crimea, dove giunsero nel XV° secolo fondando un khanato poi vassallo dell’Impero Ottomano.

Quando i russi, perseguendo il progetto della “novorossiya“, entrarono in guerra con gli ottomani (guerra russo-turca, 1768-1774), ai tatari di Crimea venne concessa l’indipendenza grazie al trattato di Kaynarca. La Russia però violò il trattato e annesse la Crimea nel 1783. Da allora i tatari vennero perseguitati, privati della proprietà della terra, espulsi. Quelli che restarono subirono poi la collettivizzazione (e la carestia) dei primi anni Trenta, fino alla deportazione del 1944. Solo nel 1967, dopo aver ricevuto il perdono di Stato (per una colpa mai commessa), poterono rientrare in Crimea.

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Oggi temono una nuova persecuzione. Le autorità russe hanno più volte fatto irruzione nelle scuole in lingua tatara e nelle moschee a scopo di intimidazione. I leader della comunità tatara, come Nariman Dzhelalov, ricevono regolari visite da parte della forze di polizia. Il capo del governo locale ha dichiarato che i tarai “svolgono attività antirussa e sono una quinta colonna dell’occidente”. 

 

ISIS: Un’economia-mafia da quasi 3 miliardi di dollari l'anno

Un recente report di Reuters ci dice che lo Stato Islamico guadagna qualcosa come 2.9 miliardi di dollari l’anno, attestandosi come il gruppo terroristico più ricco al mondo. Da dove viene così tanta forza economica? E soprattutto, come riesce un sistema economico così vasto ad essere così resiliente e a sopravvivere a sanzioni, controllo dei trasferimenti bancari internazionali e altre misure che stati e organismi internazionali stanno attuando per limitare l’attività economica dello Stato Islamico?

Due ordini di fattori possono aiutare a spiegare questa straordinaria resilienza economica e questo successo “imprenditoriale”. Il primo fattore ha a che vedere con la diversificazione delle attività economiche stesse: non dipendendo da una sola o da poche fonti di entrata, ma da circa una decina (tra cui il controllo dei siti di estrazione del greggio e la sua vendita, così come accade per lo zolfo, il fosfato, il gas, il cemento, il controllo della produzione agricola in alcune aree, etc), nel momento in cui un settore venisse bloccato, si perdesse il controllo militare della zona in cui è operativo e venisse reso impraticabile per sanzioni internazionali, ce ne sono molti altri a supplire al fabbisogno economico.

Il secondo ordine di fattori è forse più inquietante, e cioè il ricorso da parte dell’ISIS a sistemi di finanziamento sui generis di quelli usati dai gruppi criminali organizzati. Non parliamo di attività criminali in sé, cioè lo Stato Islamico non gestisce il traffico di sostanze illegali, di armi o della prostituzione, ma usa, per attività lecite o illecite (ma non per forza criminali), metodi mafiosi.

L’economia-mafia. Innanzitutto l’ISIS chiede il pizzo: l’estorsione è, come per i gruppi criminali organizzati, una fonte certa di reddito nonché lo zoccolo duro delle entrate, quello che è meno tracciabile dalle autorità e quindi meno contrastabile. Si stima che solo in Mosul, con dati aggiornati a settembre 2014, l’ISIS riusciva a raccogliere 8 milioni di dollari al mese sotto forma di “tasse” sui consumi (una forma di IVA), sui prelievi bancari, sui pedaggi stradali, e su altre attività commerciali.

Come l’estorsione mafiosa poi, l’ISIS offre protezione da sé stesso, chiede cioè il pizzo a comunità non-musulmane residenti in Iraq. La legittimazione ideologica risiede nella gizya, cioè la tassa che era in vigore nel periodo classico e che prevedeva il pagamento di una somma di denaro per ogni residente non-musulmano, scomparsa insieme all’impero ottomano. La truffa però – a parte l’evidente anacronismo di una misura economica del genere –sta nel fatto che per le comunità non-musulmane dei territori sotto il controllo dello Stato Islamico, il maggiore pericolo da cui hanno bisogno di essere protette è lo Stato Islamico stesso.

Ci sono poi le tangenti. Non tutti i traffici illeciti e le attività criminali possono essere gestiti in prima persona dall’ISIS, che allora “subappalta” alcune attività in cambio di una tangente. È il caso di alcuni siti archeologici ad Aleppo e a Raqqa, in cui lo Stato Islamico non si impegna in prima persona a rubare reperti, o a farli uscire dalla Siria in modo sicuro, né a piazzarli sul mercato europeo. Ha però il controllo su quei siti (almeno alcuni) e quindi permette che qualcuno si occupi di gestire il traffico dei reperti archeologici, in cambio di denaro.

I contatti con l’economia legale. Esattamente come i gruppi criminali organizzati, anche lo Stato Islamico ha a un certo punto bisogno di reimmettere nel circuito dell’economia legale i proventi dei propri traffici. Il processo di riciclaggio dell’ISIS passa attraverso i circuiti bancari e finanziari di istituti di credito privati in Iraq, in Siria e soprattutto in Turchia.
Come fa ad aggirare le leggi antiriciclaggio?

Per quanto riguarda la Turchia, si parla di conti bancari aperti qualche tempo fa, quando l’ISIS non era una realtà così evidente e i clienti intestatari, che ricevevano grosse somme in trasferimenti da clienti VIP esteri, sono subito diventati clienti VIP a loro volta, meno sottoposti a controlli sui movimenti bancari per una sorta di “favoritismo” attuato dalle banche verso chi porta grosse liquidità. Il Christine Duhaime Anti Money Laundering Law in Canada scrive in un report che in tutto il 2013 in Qatar – uno dei paesi dai quali provenivano grandi quantità di finanziamenti privati allo Stato Islamico – è stato compilato soltanto un Report Transazioni Sospette, (Suspicion Transaction Report, il documento con cui le banche segnalano alle autorità trasferimenti sospetti). In seconda analisi, le personalità dello Stato Islamico stanno investendo nell’edilizia e nei beni di lusso in Turchia, approfittando della porosità del confine turco-siriano e del fatto che le leggi anti-riciclaggio turche sono sufficientemente labili.

Per quanto riguarda invece i rapporti con le banche in Iraq e Siria, il modello di infiltrazione è completamente diverso nonché molto più aggressivo: la People’s Credit Bank di Raqqa per esempio, è usata dallo Stato Islamico per prelevare tasse ogni due mesi dai commercianti della città per pagare acqua, elettricità e sicurezza, mentre la Central Bank di Mosul è stata derubata a giugno scorso.

Sembra che misure internazionali anti-riciclaggio per le banche –soprattutto estere, da e per paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti – che controllino non solo i grandi movimenti bancari, ma anche trasferimenti di poche migliaia di dollari si stiano attuando.

SLAVIA: Dalla sottomissione alla libertà, la lunga guerra dei russi contro i mongoli

Abbiamo visto che l’ideologia dei tataro-mongoli era l’elemento distintivo rispetto alle altre popolazioni delle steppe che li avevano preceduti. Popolazioni con cui, pur tra feroci scontri, gli slavi orientali seppero trovare un modus vivendi poiché entrambi i gruppi non erano animati dalla volontà di annientare il nemico. L’idea mongola che fosse volere di Dio il loro dominio sul mondo e che ogni ribellione a questo disegno fosse una ribellione contro Dio, li spinse a fare tabula rasa di ogni resistenza. Nella concezione dei mongoli “in cielo c’è Dio, unico, immortale e altissimo. In terra c’è il khan oceanico, l’unico e supremo signore”. Una visione metafisica del mondo che coincide con una visione politica per la quale i popoli della terra possono anche trovarsi de facto fuori dal dominio dei khan ma de jure essi sono membri del grande impero voluto da Dio.

Accettare la sottomissione, quindi il vassallaggio, risparmiava dalla distruzione. Ma i russi del XIII secolo, a differenza di altre popolazioni, decisero di combattere per la propria libertà. Se uscirono sconfitti dalla scontro fu perché quella libertà era “anarchica”, non subordinata a una organizzazione che unisse tutti i principati russi i quali, a dirla tutta, si erano fatti la guerra fino al giorno prima dell’arrivo dell’orda. Fu il coraggio dei russi a “costringere” i mongoli alla distruzione. La conquista, come abbiamo visto, fu brutale. Dai legati pontifici in visita nelle terre degli slavi orientali apprendiamo che dei russi “restarono solo mucchi di ossa”.

La sottomissione di Alexander Nevski

Una volta sottomessi i nemici, l’atteggiamento dei dominatori tataro-mongoli si contraddistinse per la grande tolleranza: non si infierì mai sui nobili scampati al massacro; venne conservata la libertà religiosa; vennero favoriti i commerci grazie alle nuove reti di comunicazione. I tataro-mongoli non tentarono mai di installare propri nobili o proprie istituzioni.

Nel 1257 tutte le città russe, da Mosca a Kiev, erano state conquistate. Novgorod era l’ultima grande città russa a non essere ancora stata toccata dalla furia dei conquistatori. Un giorno di primavera arrivarono alle porte di Novgorod due emissari mongoli chiedendo la sottomissione della città. Novgorod era la città “rivale” di Kiev prima dell’invasione, ricca e potente fu anch’essa fondata da quei vichinghi che diedero vita a molti dei principati russi poi caduti sotto i colpi dell’orda. La Cronaca di Novgorod racconta come la popolazione non volesse cedere e rifiutasse di pagare i tributi richiesti dai messi mongoli in cambio della pace. Fu il principe Alexander Nevski, vincitore degli svedesi nel 1240 e dei livoni nel 1242, a evitare la catastrofe.

Alexander Nevski fu anzitutto un condottiero e per questo è ricordato e celebrato in Russia. Fatto santo dalla chiesa ortodossa nel 1547, è considerato l’eroe nazionale russo e a lui sono dedicati l’omonimo monastero di San Pietroburgo, la cattedrale di Sofia e quella di Tallin. L’eroe però si sottomise ai mongoli contro il volere del popolo. Fu un gesto di grande spessore politico anche se costò la vita a molti suoi concittadini che, nel 1259, si ribellarono alle imposte volute dai mongoli e vennero uccisi su suo ordine. Nevski non voleva in alcun modo offrire ai suoi nuovi “padroni” mongoli ragioni per dubitare della lealtà della città. Da buon vassallo combatté al fianco dei mongoli in molte battaglie.

L’eroe della Russia sacrificò la libertà in nome della sopravvivenza e diede così inizio al lungo e travagliato rapporto tra mongoli e russi.

La riconquista della libertà

La pace mongola consentì alla Russia di ricostruire le proprie forze, di ripopolare le aree abbandonate dopo l’arrivo dei tataro-mongoli e di ricostruire le città. Alcuni centri, come Kiev e Rjazan‘, non torneranno mai più all’antico splendore. Dopo alterne vicende Kiev, la regina della città russe, passerà nelle mani dei polacco-lituani e la leadership e la cultura vichingo-slava scompariranno lasciando il posto a un progressivo ripopolamento slavo di cui gli ucraini di oggi sono gli eredi. In tal modo Kiev cesserà di essere una città eminentemente “russa” lasciando spazio all’emergere di nuovi centri di potere, su cui svetterà Mosca.

Nel settembre del 1380 fu proprio il principe di Mosca, Dimitri (poi noto con l’appellattivo di Donskoj, ovvero “Demetrio del Don”) a sconfiggere per la prima volta un capo mongolo. Fu quella la celebre battaglia di Kulikovo, la “battaglia di Campo della Beccacce” che vide la sconfitta dei tatari dell’Orda d’Oro, uno dei khanati in cui venne diviso l’impero mongolo alla morte di Gengis Khan. Dopo 150 anni di dominio, i russi ritrovavano la via della libertà.

Non fu una strada facile. Nel 1382 la città di Mosca venne punita dai tatari che la invasero e bruciarono. Si dovette attendere ancora un secolo perché il principato di Mosca potesse rafforzarsi al punto da spingere i tatari a una “separazione amichevole”. Nel 1480 sul fiume Ugra i due eserciti si incontrarono e senza ingaggiare battaglia i tatari accettarono di porre fine al proprio dominio sulla Russia.

Nel 1552 Ivan il Terribile, penultimo principe della dinastia scandinava dei Rurik (ormai slavizzata) diede inizio ai lavori di costruzione della cattedrale di San Basilio, che domina oggi la piazza Rossa, per celebrare la definitiva sconfitta dei tatari ricacciati al di là del Caspio.

La cattedrale di San Basilio testimonia però, con le sue cupole, le piramidi dorate, i campanili a forma di minareti, il profilo orientale, quanto forte sia stata l’influenza dei tataro-mongoli sulla cultura russa. Due secoli di dominazione hanno lasciato un segno indelebile sui russi, ma di quanto sia profondo questo segno parleremo la prossima volta.

nella foto statua di Alexander Nevski a San Pietroburgo (Wikipedia)

SLAVIA: I russi e il terrore dei tataro-mongoli. Ma Gengis Khan era cristiano

“Non è l’acqua che sale in primavera, non sono i flutti del mare che si sollevano. E’ la forza potente e maledetta dei tatari che si appressano a Kiev, e il vapore delle froge dei cavalli oscura già la luna nel cielo…”. Con queste parole un cantico del XIII secolo racconta l’immane terrore suscitato dall’arrivo di quelli che venivano chiamati tatari, un’enorme armata che invase l’Europa, guidata da Batu Khan, condottiero mongolo nipote di Gengis Khan.

I termini “mongolo” e “tataro” sono talvolta considerati equivalenti ma sappiamo che si trattava di due popolazioni differenti: i tatari erano un’antica popolazione turcofona stanziata nell’attuale Manciuria (il termine stesso deriverebbe dal manciù Ta ta me, ovvero “arciere”), e fu una delle cinque grandi tribù che costituivano l’orda che, dall’inizio del XII secolo, dominò la Mongolia e si spinse in Cina, Iran ed Europa. Il termine “mongolo” è quindi un termine ombrello, sotto il quale vengono raccolte tutte le popolazioni che nel passato, come oggi, parlano una lingua mongolica. Le lingue mongoliche appartengono alla famiglia delle lingua altaiche, come anche il turco. Esisteva quindi un apparentamento tra le popolazioni mongoliche e quelle turcofone (come i tatari, ma anche i cazari, i cumani o i protobulgari di cui abbiamo già parlato) e non deve quindi sorprendere che queste popolazioni si siano federate, secoli fa, dando vita al grande impero mongolo. Parleremo quindi in questa sede, e per le successive puntate, di “tataro-mongoli” per indicare le popolazioni che nell’alto Medioevo si spinsero fino in Europa orientale e la cui memoria è tutt’oggi serbata in Europa come sinonimo di razzia e distruzione.

Il termine “tataro” ebbe successo in Europa per via dell’assonanza con “tartaros“, termine greco con cui si indicavano gli Inferi, e davvero infernali furono per gli slavi quegli arcieri a cavallo, abili e feroci. Oggi i tatari della Crimea e della Polonia sono gli eredi indiretti di quelli giunti agli ordini di Batu Khan. Più in generale i “mongoli” sono passati alla storia per la barbarie con cui distrussero i giovani stati degli slavi orientali e per una volta il luogo comune corrisponde alla verità, benché non si trattasse di una brutalità fine a se stessa.

Il terrore mongolo

Gli slavi orientali avevano già avuto scontri con altre popolazioni turcofone, come i peceneghi o i cumani (detti anche “poloviciani”) i cui territori confinavano a a sud est con quelli dei principati russi. La lotta fra slavi e nomadi era però sempre stata subordinata alla necessità di non distruggersi a vicenda. Ai tataro-mongoli invece non interessa cercare una convivenza, ed è questo il primo elemento che stordisce gli slavi orientali:

“In quell’anno [1223] comparvero dei pagani di cui nessuno conosceva esattamente la provenienza, né chi fossero né che lingua parlassero né a quale fede né a quale tribù appartenessero. Tatari vengono chiamati […] Dio solo sa chi siano e noi ne parliamo a causa delle miserie che hanno cagionato alle province russe”

Quel che terrorizzava dei tataro-mongoli era l’apparente insensatezza della loro violenza e di fronte all’incomprensione quella brutalità diventava impossibile da combattere. Il Detto sulla distruzione di Rjazan’, risalente al 1237, mostra con quale ferocia le truppe di Batu Khan si dedicavano alla distruzione del nemico:

“Al sesto giorno gli infedeli marciarono sulla città, gli uni con il fuoco, gli altri con le macchine da assedio […] e conquistarono Rjazan’ al ventunesimo giorno del mese di dicembre. E penetrati nella cattedrale uccisero la principessa Agrippina e bruciarono nella cattedrale il vescovo con tutto il clero. Nella città uomini, donne e bambini furono sgozzati con le spade, altri annegati nel fiume. E i preti e i monaci furono sgozzati fino all’ultimo […] i templi di Dio furono distrutti e il sangue scorse sui sacri altari […] tutti furono uccisi, tutti bevvero dal calice della morte. E non rimase nessuno né per gemere né per piangere”.

La gratuità apparente del massacro, la ferocia sistematica, avevano l’effetto di seminare un terrore mai provato prima. Per i mongoli prendere Rjazan’ non fu saccheggio o distruzione, fu cancellare dalla mappa geografica la città e occorse un secolo perché Rjazan’ cominciasse timidamente a rinascere, avendo persa per sempre l’antica grandezza.

Stessa sorte toccò a Kiev, la regina della città russe. Nel 1240 le truppe di Batu Khan arrivarono alle porte della città e con queste accese parole Serapione di Kiev, archimandrita del monastero delle Grotte, descrisse la tragedia:

“Dio ha diretto contro di noi un popolo crudele che non ha risparmiato né la bellezza della fanciulla né l’impotenza degli anziani né la debolezza dei bambini. Il sangue dei nostri padri e dei fratelli come le piene ha irrigato la terra. La potenza dei principi e dei voivodi si è esaurita. Svanita è la nostra grandezza, scomparsa la bellezza del nostro paese. [… ]Taci orgoglio, la nostra bellezza non è più”.

L’idea mongola (e l’idea russa)

Prima di volgersi all’Europa i tataro-mongoli si scatenarono sulla Cina, assai più prossima. Era quello un impero potente e immenso, ricco e raffinato. Ma Gengis Khan indicò nella Cina il simbolo di tutta la decadenza della Terra: “Il cielo è stanco dell’arroganza e del lusso spinti all’estremo della Cina. Io vivo nella regione selvaggia del nord dove l’uomo ha delle inclinazioni che impediscono il formarsi dell’avidità e dei desideri. Io ritorno alla semplicità e mi volgo alla purezza”. E si dichiarò investito di una missione di conquista per volere di Tengri, il “cielo blu eterno”, forza soprannaturale tradizionale dei tataro-mongoli. La sua era una visione messianica ispirata a una saggezza armata che doveva unire i popoli delle steppe e spingerli nel comune destino di governo universale e rifondazione del mondo. Un’idea che non apparteneva ai popoli della steppa prima di lui. Un’idea che diede ai tataro-mongoli la forza di conquistare quasi tutto il mondo allora conosciuto.

Quella che muoveva i tataro-mongoli era una vera e propria ideologia che secondo alcuni studiosi sarebbe poi stata ereditata dalla Russia risorta dopo la fine del “giogo tataro”. Non è anche l’idea russa permeata da una visione messianica di rinnovamento del mondo? Non c’è forse un’assonanza tra le parole di Gengis Khan e quelle di Dostojevski che, nel romanzo L’idiota, scrive: “Abbiamo formato una grande nazione, arrestato per sempre l’Asia, sopportato grandi sofferenze ma mai abbiamo perso l’idea russa, quella che rinnoverà il mondo”?

Una vicinanza culturale?

Tuttavia pensare che fossero solo dei brutali invasori è sbagliato. Temujin, il futuro Gengis Khan (il khan “oceanico”) era forse di fede cristiano-nestoriana, religione che secondo alcune fonti avrebbe appreso in gioventù mentre era al servizio del khan della tribù dei Keraiti di cui sposerà la figlia, Borte, iniziando ad ampliare i propri possedimenti. Il culto nestoriano affermava come in Cristo convivessero due distinte “persone”, l’uomo e il dio, unite dal punto di vista “morale”. In sostanza Cristo era anzitutto un uomo che però conteneva, come un tempio, il dio. Bollata come eretica dal Concilio di Calcedonia (451 d.C.) si diffuse in Asia presso gruppi tatari turcofoni. Pur rimanendo fermamente ancorati alla tradizione religiosa delle steppe, i grandi khan non erano poi così distanti dalla cultura europea.

Un esempio di questa relativa vicinanza è la lettera che Ogodai, figlio di Gengis Khan, scrisse al Papa intimandolo a sottomettersi perché “così è voluto da Dio” e “tu verrai alla testa di tutti i re a offrirci servizio e omaggio” altrimenti anche l’Europa occidentale avrebbe conosciuto la furia dei mongoli. Fu poi il turno di San Luigi, re di Francia, che nel 1260 si vide recapitare una missiva in cui il gran khan Guyuk gli offriva un’alleanza contro i mamelucchi che in Egitto le stavano dando di santa ragione ai francesi. E il francescano Rubrouk, latore della missiva, scrisse nella sua Cronaca che il santissimo re stava per cedere all’offerta degli infernali “tartari”.

I tataro-mongoli non erano dunque estranei alla politica europea e la brutalità che essi adoperavano contro i nemici era per loro un modo per convincere gli altri ad arrendersi senza combattere, evitando nuove guerre. Ai loro occhi gli europei erano destinati ad essere sudditi del regno universale dei khan e la rivalità era solo temporanea, necessaria a imporre il volere di Dio. La grande pace avrebbe poi regnato sul mondo. I principi russi che non accettavano questo disegno divino erano ribelli contro Dio e per questo andavano distrutti.

Alcuni principi, come Alexander Nevski, scelsero di sottomettersi e fu grazie a loro che la Russia ha potuto risorgere, quasi due secoli dopo. La Russia è sopravvissuta grazie alla sottomissione, all’intelligente accettazione di una supremazia, e all’attesa che il potere dei khan si sgretolasse.. Ma in quei due secoli i russi si lasceranno anche “conquistare” da alcuni aspetti della cultura e della mentalità mongola che avrebbero poi integrato nel proprio modo di vivere e di pensare. L’eredità mongola sulla cultura e mentalità russa sarà argomento della prossima puntata.

 

 

SLAVIA: I protobulgari, fondatori di un impero multietnico

Dalle steppe dell’Asia centrale giunsero alle porte d’Europa numerose popolazioni di origine altaica e di lingua turca, spinte dalle progressive migrazioni di altri gruppi. Tra questi i cazari, gli avari, i cumani e i peceneghi fino – più tardi – ai tatari. Ci fu però un gruppo destinato a lasciare un segno in Europa, fondando uno stato sopravvissuto fino ad oggi. La storiografia li chiama protobulgari, o bulgari del Volga, e sono una popolazione semi-nomade di lingua turca arrivata nel bacino del fiume Volga intorno al II secolo. Il loro nome deriverebbe dal turco “bulgha”, ovvero mescolanza, a testimoniare il grado di varierà etnica di questo gruppo.

Sulle sponde del Mar Nero essi si fusero con tribù sarmate per poi unirsi in alleanza con gli unni compiendo numerose scorrerie in Europa stanziandosi verso i Carpazi. Alcuni giunsero in Italia a seguito dei Longobardi e la loro presenza è confermata dall’esistenza, ancora in epoca medievale, del Comitatus Burgarensis, ovvero del contado Burgaro (o Bulgaro) compreso tra il fiume Ticino e il fiume Seveso nell’attuale Lombardia. Nel VII secolo discesero dai Carpazi verso la Mesia e la Tracia bizantine, corrispondenti all’attuale Bulgaria, e si unirono a genti slave che già stavano colonizzando le regioni. La società protobulgara era litigiosa e divisa in molti clan ma il Khan Asparuch, a metà del VII secolo, riuscì a riunirla sconfiggendo così l’impero bizantino nella battaglia di Onglossa e ottenendo dall’imperatore il riconoscimento dello stato bulgaro.

Nei successivi centocinquant’anni si susseguirono gli scontri tra il khanato bulgaro e l’impero bizantino finché nel 856 fu firmata una pace che sanciva l’esistenza di diritto dello stato bulgaro. Uno stato immenso, che andava dai Carpazi all’Egeo, che conquistò la Serbia e la Macedonia, e che costrinse l’impero a versare tributi ai khan bulgari. In questo periodo lo stato bulgaro andò incontro a una progressiva slavizzazione che diede vita a una cultura originale di cui  il Madarski Konnik (Cavaliere di Madara) è un esempio. Una cultura nella quale l’élite guerriera e aristocratica bulgara si univa al ceto mercantile trace e ai contadini slavi, dando origine a sincretismi e influenze poi amalgamatesi in un unicum originale. La capitale Pliska divenne un centro culturale e politico di rilievo e qui cominciarono a concentrarsi i monaci cristiani.

Nell’anno 864 Boris I si obbligò a convertire se stesso e il suo popolo al cristianesimo “orientale” malgrado precedenti accordi con l’Impero germanico. Anche se il grande scisma tra la chiesa di Roma e quella di Costantinopoli doveva ancora avvenire, esisteva già una forte “concorrenza“: il pontefice romano, da un lato, e il cesaropapa di Costantinopoli, dall’altro, rivaleggiavano per estendere la propria influenza verso i popoli pagani. Un’influenza foriera di annessioni territoriali o nuovi stati allineati alla politica dell’impero germanico, da una parte, e di quello bizantino, dall’altra.  La conversione di Boris I fu quindi un atto politico: Boris cercò dapprima l’alleanza con i tedeschi (e quindi con la chiesa di Roma) in chiave anti-bizantina ma poi preferì legarsi al potente vicino e mettere al sicuro i confini meridionali. Tuttavia, a causa della rinnovata aggressività bizantina, la Bulgaria guardò nuovamente verso occidente passando sotto Roma (866-870); questa nuova situazione fece decidere a Bisanzio di concedere autonomia alle diocesi bulgare.

Il figlio di Boris, Simeone il Grande, continuò l’opera di consolidamento di uno stato la cui slavizzazione fu completata dall’opera missionaria di Clemente e Naum, discepoli di Cirillo e Metodio,. caduti in disgrazia presso l’imperatore e malvisti dal papa, che trovarono rifugio in Bulgaria. Grazie all’invenzione dell’alfabeto cirillico, Clemente e Naum diffusero il cristianesimo in lingua slava che divenne così lingua di cultura. Dal punto di vista culturale si possono distinguere due periodi: il primo (VII – IX sec.) detto pagano in cui si manifestavano le credenze degli slavi e dei protobulgari e l’edificazione di fortezze; il secondo (IX – XII sec) detto cristiano vide la conversione del popolo bulgaro e il formarsi di una identità slavo-bizantina molto forte adottando a livello ideologico l’universalismo dell’Impero. Simeone arrivò a essere nominato co-imperatore di Bisanzio e portò il regno bulgaro al rango di impero. Boris II non ebbe la stessa capacità del padre e lo stato bulgaro, minacciato da più parti e dilaniato da conflitti interni, cadde nel 1018.

La cultura bulgara, sorretta dal culto cristiano in lingua slava (slavo ecclesiastico), continuò però ad esistere così come l’aristocrazia locale. Quando la quarta crociata si risolse nel saccheggio di Costantinopoli e nella proclamazione dell’impero latino d’Oriente, la Bulgaria ritrovò la forza per liberarsi e un “secondo impero” guidato dalla dinastia slava degli Asen ristabilì l’antica grandezza perdendo poi gradualmente terreno di fronte agli ottomani che conquisteranno la Bulgaria nel XIV secolo. Così il regno dei bulgari, fondato da cavalieri turchi delle steppe, cadde sotto i colpi di altri turchi, quelli della stirpe di Osman (Uthman), dando origine alla secolare – tutt’ora viva – competizione tra bulgari e turchi. Nel XVIII secolo, cercando di sottrarsi al dominio ottomano, alcuni bulgari migrarono verso nord percorrendo all’indietro il percorso fatto dagli avi e si stanziarono in Bessarabia, grossomodo l’attuale Moldavia, dove ancora oggi si trova una minoranza linguistica bulgara. Altri andarono nel Banato asburgico, regione a cavallo tra le moderne Voivodina e Romania, dove ancora si trovano i loro discendenti.

Si dovette attendere il 1878 perché la Bulgaria tornasse indipendente. Dell’antica radice turcica non resta nulla. I turcismi presenti nella lingua bulgara sono infatti dovuti alla dominazione ottomana e nulla c’entrano con i protobulgari di cui però i moderni bulgari portano il nome, Come nel caso della Rus’ di Kiev, gli slavi di Mesia e Tracia presero il nome dei loro dominatori, gente “mescolata” che veniva da lontano e che con altra gente, slavi ma anche traci, si rimescolò per dar vita a uno stato che, milleduecento anni dopo, è ancora lì e porta il loro nome.

UCRAINA: Cosa succede? Tutti i fatti, tutte le analisi, dall'inizio delle proteste ad oggi

Cronologia della crisi ucraina, dall’Accordo di associazione con l’Unione Europea, alle prime proteste a Kiev, fino alla fuga di Yanukovich, all’annessione russa della Crimea e alla guerra civile nell’Ucraina orientale. Con link attivi ai nostri approfondimenti.

L’ACCORDO MANCATO – cronistoria del mancato accordo con l’Unione Europea

22 luglio 2008 viene annunciata l’intenzione di siglare un Accordo di associazione tra unione Europea e Ucraina

19 dicembre 2011 il presidente del Consiglio europeo, Hermann Van Rompuy, durante il XV° summit tra UE e Ucraina tenutosi a Kiev, afferma che la ratifica dell’Accordo sarà “problematica” se il governo ucraino non risolverà il nodo della detenzione dell’ex primo ministro Julia Timoshenko.

30 marzo 2012 a Bruxelles comincia l’iter per la ratifica dell’Accordo ma ancora in novembre nessuno degli stati membri dell’Unione ha apposto la sua firma.

10 dicembre 2012 il Consiglio dell’Unione Europea conferma la volontà di ratificare il trattato qualora l’Ucraina completi le riforme necessarie al suo stato di diritto, tra cui la liberazione di Julia Timoshenko.

22 febbraio 2013 il parlamento ucraino approva, con 315 voti favorevoli su 349, una risoluzione che prevede l’adozione delle “raccomandazioni” di Bruxelles e il presidente Viktor Yanukovich firma un decreto che istituisce il “Piano delle misure prioritarie per l’integrazione europea dell’Ucraina” che dovranno essere realizzate entro il 29 novembre 2013, data in cui è previsto il summit del Parternariato orientale dell’Unione Europea a Vilnius, in Lituania. ARTICOLO Tira e molla tra Mosca e l’UE ma forse a novembre è la volta buona

14 agosto 2013 la Russia cambia le proprie regole doganali sulle importazioni dall’Ucraina causando perdite per l’export ucraino pari a 1,4 miliardi di dollari nei successivi tre mesi. Tale mossa è stata interpretata come l’inizio di una guerra commerciale finalizzata a evitare la firma dell’Accordo con l’Unione Europea.

18 settembre 2013 il parlamento ucraino approva la bozza dell’Accordo di associazione e stabilizzazione con l’UE che sarebbe poi stato firmato dal presidente Yanukovich a Vilnius il successivo 29 novembre. ARTICOLO Anche gli oligarchi preferiscono l’UE

21 novembre 2013 un decreto del governo ucraino sospende i preparativi per la firma dell’Accordo di associazione. Il motivo ufficiale fu che nei mesi precedenti l’Ucraina aveva vissuto “un calo della produzione industriale e delle relazioni con la Russia”. Lo stesso giorno il parlamento boccia quattro richieste di cure mediche all’estero per Julia Timoshenko, avanzate dall’Unione Europea. ARTICOLO: Putin e le offerte che non si possono rifiutare

21 novembre 2013 viene organizzata una manifestazione di protesta in piazza Indipendenza a Kiev, i manifestanti chiedono che venga firmato l’Accordo con l’UE. ARTICOLONiente accordo con l’UE. Proteste a Kiev

27 novembre 2013 il presidente Yanukovich, a Vilnius per il summit del Parternariato orientale dell’UE, non firma l’atteso Accordo di associazione.

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EUROMAIDAN – la fase “civile” delle proteste

30 novembre 2013 un’imponente manifestazione di dissenso nei confronti della mancata firma dell’Accordo con l’UE viene organizzata in piazza Indipendenza a Kiev. Circa 100mila persone partecipano alla manifestazione. Gli organizzatori di quella che chiamano “Euromaidan” chiedono le dimissioni del presidente Yanukovich e la ripresa del dialogo con l’Unione Europea. Il presidente Yanukovich ordina l’intervento dei Berkut, la polizia antisommossa, che sgombera la piazza.

1 dicembre 2013 la piazza viene nuovamente occupata. La sede del municipio di Kiev viene occupata dai manifestanti. I Berkut intervengono nuovamente causando feriti anche tra i giornalisti occidentali. Il ministro degli Interni  Vitaliy Zakharchenko parla di “abuso della forza” e promette un’inchiesta. Nasce “AutoMaidan”, gruppo guidato da Dmytro Bulatov, allo scopo di bloccare il traffico di Kiev incolonnando automobili come segno di protesta. ARTICOLO: La Russia blocca le bollette del gas mentre il premier si scusa per le violenze della polizia

2-7 dicembre 2013 viene votata una mozione di sfiducia al governo, respinta dal parlamento. Si registrano scontri all’esterno del parlamento. I leader dell’opposizione Arseniy Yatsenyuk, Oleh Tyahnybok e Vitali Klitschko incontrano ambasciatori stranieri. Il ministro degli Esteri tedesco, Guido Westerwelle, vola a Kiev e fa una passeggiata in piazza Indipendenza dove, nel frattempo, sono state piantate tende ed erette barricate dai dimostranti. Arrivano dall’ovest circa 150 dimostranti ultranazionalisti di Svoboda. Il presidente Yanukovich incontra l’omologo russo Vladimir Putin a Sochi dove firmano accordi di cooperazione economica. APPROFONDIMENTO: La protesta del “nazionalismo civico”. Ma non tutto il paese scende in piazza

8 dicembre 2013 la manifestazione si trasforma, gruppi insurrezionali entrano nei cortei organizzati per la “marcia del milione” e abbattono la statua di Lenin. Il partito ultranazionalista Svoboda rivendica l’azione e il parlamentare di Svoboda, Ihor Miroshnichenko, partecipa alla distruzione della statua al grido di “Yanukovich sei il prossimo”. ARTICOLO: Un milione in piazza a Kiev. Abbattuta la statua di Lenin

11 dicembre 2013 si registrano scontri violenti tra forze dell’ordine e manifestanti. Le truppe dei Bekrut affiancate da reparti d’élite della gendarmeria agli ordini del ministero degli Interni, attaccano nella notte gli accampamenti dei manifestanti. Secondo fonti governative si stimano 4000 agenti e 15mila manifestanti che, dopo otto ore di scontri, respingono le forze dell’ordine ed erigono nuove barricate. Arrivano in piazza elmetti, armature, bastoni, scudi e armi. APPROFONDIMENTO: Yanukovich, lasci o raddoppi?

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L’ INSURREZIONE – la fase “violenta” delle proteste

14 dicembre 2013 l’agenzia di stampa russa Interfax parla di 200mila persone che ogni giorno affollano piazza Indipendenza e circa 4000 che restano accampati durante la notte. Nasce l'”Unione popolare di Maidan” che raggruppa tutti i partiti politici di opposizione e i cui leader sono Julia Timoshenko, il leader del partito “Patria” Arseniy Yatsenyuk, il leader del partito “Udar” ed ex-pugile Vitali Klitschko, il leader del partito ultranazionalista “Svoboda” Oleh Tyahnybok, il giornalista Serhiy Kvit, il leader socialista Yuriy Lutsenko e la cantante Ruslana.

17 dicembre 2013 la Russia sottoscrive l’acquisto di 15 miliardi di bond ucraini APPROFONDIMENTO: Yanukovich e il magna magna in salsa gialloblu

25 dicembre 2013 viene aggredita e ridotta in fin di vita la giornalista Tatiana Chornovol APPROFONDIMENTO: Tatiana Chornovol, il pestaggio di Natale e il gioco sporco del potere

1 gennaio 2014 si tiene una manifestazione silenziosa di 15mila persone in memoria del 105° anniversario della nascita del controverso leader nazionalista ucraino Stepan Bandera

10 gennaio 2014 scontri tra la polizia e manifestanti nel quartiere Sviatoshyn a Kiev dove il locale tribunale sta emettendo una sentenza di condanna nei confronti dei “Patrioti ucraini”, gruppo responsabile di un attentato dinamitardo compiuto il 24 agosto 2011, giorno dell’indipendenza ucraina. Il gruppo fece esplodere una statua di Lenin a Boryspil.

16 gennaio 2014 il Partito delle Regioni (del presidente Yanukovich) e il Partito comunista ucraino votano le “leggi anti-protesta”, le cosiddette “leggi liberticide” che criminalizzavano la partecipazione alle proteste (fino a tre anni di prigione); rimuovevano l’immunità parlamentare per quei politici responsabili di aver partecipato alle proteste; garantivano l’amnistia alle forze delle ordine, inclusi i Berkut; prevedevano il ritiro della patente a chiunque partecipasse a cortei in automobile; istituivano il carcere per i reati di diffamazione a mezzo stampa; registravano come “agenti stranieri” tutte le Ong che ricevevano fondi dall’estero; prevedevano la parziale censura di Internet a scopi di sicurezza sociale. ARTICOLO: Ma non si chiamava “democrazia”?  APPROFONDIMENTO: La nuova dittatura di Yanukovich

19 – 22 gennaio 2014 scoppiano gli scontri di strada Hrushevskoho. centinaia di auto, minibus e furgoni vengono portati in strada per creare barricate. Vengono trovati i primi morti tra gli attivisti, con il cranio fracassato o la colonna vertebrale spezzata, abbandonati agli angoli della strada. Gli attivisti ucraini Ihor Lutsenko e Yuriy Verbytsky vengono rapiti dall’ospedale in cui si trovavano a seguito di scontri con i Berkut. Il primo verrà ritrovato con segni di violente percosse, il secondo verrà ritrovato cadavere. Il leader di AutoMaidan, Dmytro Bulatov, sparisce per riapparire solo il 30 gennaio successivo dichiarando di essere stato rapito e torturato da squadracce filogovernative. Giungono voci di carri armati diretti a Kiev.

23 gennaio 2014 il gruppo di estrema destra UNA-UNSO (assemblea nazionale di auto-difesa ucraina) assalta la sede della locale TV Kyiv e circonda l’ambasciata americana lamentando l’invio di finanziamenti ai partiti di opposizione. Lo stesso giorno una volontaria presso il centro medico di Maidan, originaria di Donetsk, viene rapita e abbandonata nuda in bosco fuori città. Gli hooligans dello Shaktar Donetsk e della Dinamo Kiev dichiarano su Facebook il loro supporto ai manifestanti. APPROFONDIMENTO: Europeismo e democrazia non c’entrano niente, basta con l’informazione a metà

26 gennaio 2014 il presidente Yanukovich offre all’opposizione la guida del governo, ma i leader dell’opposizione rifiutano. ARTICOLO: Yanukovich offre la guida del governo, ma l’opposizione rifiuta

28 gennaio 2014 il parlamento cancella le leggi anti-proteste. Due giorni dopo il presidente Yanukovich firma la legge che le abroga. ARTICOLO: Il parlamento cancella le leggi liberticide. Yanukovich apre al dialogo

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LA “RIVOLUZIONE” – la piazza va al governo

18 febbraio 2014 si rompe la fragile tregua tra governo e opposizioni. Circa 25mila manifestanti assediano il parlamento. I Berkut usano granate stordenti e lacrimogeni contro i manifestanti che rispondono con bombe molotov, sassi e bastoni. Gli scontri più gravi si concentrano al parco Mariinsky e su strada Hrushevskoho. Sono almeno 26 le vittime, tra cui dieci poliziotti. Almeno 1100 i feriti. ARTICOLO: La repressione di Yanukovich si abbatte su Maidan  APPROFONDIMENTO: La quiete prima della tempesta

20 febbraio 2014 su piazza Indipendenza vengono sparati colpi di arma da fuoco. Dai tetti dei palazzi circostanti la piazza alcuni cecchini sparano sulla folla. Uccise 94 persone. Colpi sono stati sparati anche dalla piazza.

22 febbraio 2014 si dimette il presidente del parlamento, Volodymyr Rybak, uomo vicino a Yanukovich di cui da due giorni non si hanno più notizie APPROFONDIMENTO: Oltre la geopolitica? I messaggi di Euromaidan per Bruxelles

23 febbraio 2014 viene comunicata la fuga di Yanukovich da Kiev. Nominato il nuovo governo ad interim. Arseniy Yatseniuk è nominato primo ministro. Oleksandr Turchynov è il nuovo presidente. Viene liberata Julia Timoshenko. Vengono fissate elezioni presidenziali per il 25 giugno. I Berkut chiedono perdono e vengono sciolti.  APPROFONDIMENTO: In difesa di Yanukovich (e di Lenin) mentre si parla di dividere il paese

ANALISI: Dopo le proteste, il punto della situazione e le chiavi di lettura possibili

ANALISI: La lotta tra gli oligarchi alla base delle proteste?

ANALISI: Scenario jugoslavo per l’Ucraina? A rischio l’integrità del paese

ANALISI: Il governo di Kiev è legittimo? L’ombra nera di Svoboda

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CRIMEA – storia di un’annessione territoriale

25 febbraio 2014 prime proteste a Simferopoli, capoluogo della Crimea. Gli abitanti locali, per il 58% di etnia russa, chiedono l’indipendenza della regione. ARTICOLO La Crimea contesa tra Mosca e Kiev

27 – 28 febbraio 2014 le truppe paramilitari occupano gli edifici chiave di Simferopoli, capitale della Crimea, senza incontrare resistenza, issando sul tetto del parlamento locale la bandiera russa. Il giorno seguente viene occupato l’aeroporto e il presidente Yanukovych parla dal suo rifugio a Rostov sul Don, in Russia, accusando il governo di Kiev di “golpe”.

1° marzo 2014 il parlamento russo approva la richiesta del presidente Vladimir Putin all’uso della forza militare in Ucraina, truppe russe si trovavano già al confine dove stava avendo luogo un’esercitazione militare, interpretata unanimemente come un tentativo di intimidazione verso il nuovo governo di Kiev.

Il 2 marzo 2014 hanno luogo manifestazioni pro-russe in molte città ucraine, compresa Kharkiv, la più grande città del paese dopo Kiev. Si registrano movimenti nella base russa di Sebastopoli dove, in base a un accordo siglato nel 1991 e recentemente rinnovato fino al 2042, è ancorata la flotta della marina militare russa. Nuove truppe para-militari occupano il comando della guardia costiera a Balaklava e circondano la base militare ucraina a Perevalnoe, non lontano da Simferopoli. Qui i militari ucraini si sono rifiutati di cedere le armi e da giorni le due parti si fronteggiano, pur senza sparare un colpo: i soldati ucraini sono, di fatto, prigionieri dentro la propria base ma devono evitare di aprire il fuoco se non vogliono scatenare la reazione russa. Il premier Yatsenyuk parla di “dichiarazione di guerra” da parte della Russia e la Nato esprime  “amicizia verso il governo di Kiev”. All’apertura delle borse, il rublo crolla.

3 – 4 marzo 2014 le sempre più numerose truppe paramilitari hanno preso il controllo dei punti di confine tra Crimea e Ucraina, sono anche stati visti mentre scavavano trincee.  Navi russe sorvegliano le acque al largo della Crimea. Gli Stati Uniti ammettono: “la Russia ha il pieno controllo operativo della Crimea”. Il presidente russo Putin dichiara che i paramilitari attivi in Crimea “non hanno nulla a che fare con la Russia”. APPROFONDIMENTOCosa succede in Crimea, tra propaganda etnica e retoriche umanitarie

Il 6 marzo 2014 il parlamento della Crimea si pronuncia all’unanimità per l’adesione alla Federazione Russa staccandosi così dall’Ucraina. Per il 16 marzo è previsto un referendum per ratificare la decisione del parlamento. In Crimea, tuttavia, solo il 58% della popolazione è russa. Il presidente russo Vladimir Putin dichiara che “la Russia darà pieno appoggio alla Crimea se deciderà di lasciare l’Ucraina”.

Il 16 marzo 2014 si tiene il referendum: circa il 97% tra i votanti della Crimea risponde affermativamente alla domanda “Siete a favore della riunificazione della Crimea con la Russia come entità costituente?”.  ARTICOLO: La Crimea dice sì a Mosca. Quali scenari?“.

17 marzo 2014 arrivano le prime sanzioni da parte di USA ed Unione Europea che congelano i conti di alcuni esponenti russi e della Crimea.

18 marzo 2014 si registra il primo scontro a fuoco a Simferopoli: un soldato ucraino e un paramilitare pro-russo muoiono. Il giorno seguente militari russi circondano la base militare ucraina di Perevalnoe e costringono i soldati all’interno a evacuare.

21 marzo 2014 Vladimr Putin dichiara la Crimea parte della Federazione Russa. Il giorno seguente vengono sgomberate altre due basi militari ucraine. Kiev ordina ai suoi soldati di abbandonare la penisola. ARTICOLO: Tatari, il popolo della Crimea

24 marzo 2014 la Russia è sospesa dal G8

ANALISI: Perché nessuno riconoscerà l’annessione della Crimea alla Russia

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 DONBASS – una guerra civile nell’est del paese

7 aprile 2014 le città di Donetsk, Lugansk e Kharikiv  nell’Ucraina orientale sono teatro di proteste da parte della popolazione russofona che chiede la creazione di uno stato federale o l’annessione a Mosca. A Donetsk le manifestazioni, dapprima pacifiche, sono presto sfociate nell’occupazione del palazzo dell’amministrazione locale. ARTICOLO: Manifestazioni filorusse nell’est del paese. Verso lo smembramento? 

12 – 13 aprile 2014 una protesta coordinata esplode in tutte le città dell’Ucraina orientale. Gruppi armati senza mostrine, simili a quelli attivi in Crimea, entrano in azione.

Sloviansk, città di 120mila abitanti nell’oblast di Donetsk, un commando di circa settanta uomini, armati di kalashnikov e armi automatiche, prende d’assalto la sede della polizia locale issando bandiera russa sul tetto dell’edificio. Dopo il blitz parte della popolazione scende in strada per dare il proprio sostegno ai paramilitari, tra di loro il sindaco della città. Il 13 aprile le truppe ucraine tentano di riprendere il controllo dell’edificio ma vengono respinti e un soldato ucraino perde la vita.

Kramatorsk e Druzkhovka gruppi armati arrivano a bordo di autobus e in meno di un’ora occupano stazioni di polizia e edifici amministrativi.

Donetsk continua l’occupazione del palazzo dell’amministrazione locale e va in scena una nuova massiccia manifestazione di piazza a supporto dei filorussi.

Lugansk i rivoltosi filorussi occupano la sede principale dell’amministrazione locale.

Mariupol i manifestanti filorussi vengono sgomberati dall’intervento delle forze dell’ordine ucraine, ma le manifestazioni a favore dell’annessione a Mosca continuano.

Kharkiv è teatro di manifestazioni ma non si registrano interventi armati da parte dei filorussi.

13 aprile 2014 Gazprom alza le tariffe del gas passando dai 268 dollari ai 485 dollari ogni 1000 metri cubi dicendo che Kiev non è più idonea allo sconto praticato in precedenza. La controparte ucraina Naftogaz reagisce sospendendo tutti i pagamenti fino a che non ci sarà una nuova negoziazione sui prezzi. ARTICOLO: Uomini armati assaltano Sloviansk. Una nuova Crimea?

14 aprile 2014 a Horlivka separatisti filorussi assaltano la sede della polizia locale. Un caccia russo sorvola a bassa quota una nave da guerra americana nel Mar Nero. Una provocazione che inasprisce ancor di più i rapporti tra la diplomazia americana e quella russa. Si viene a sapere che il capo della CIA è a Kiev e che truppe speciali russe, gli spetsnaz, coordinano e aiutano i rivoltosi filorussi nell’est del paese. Il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, mette in guardia Kiev “dall’usare la forza poiché ogni azione contro i filorussi potrebbe far cadere il paese in una guerra civile”. ARTICOLO: I filorussi occupano Horlivka, continua la rivolta nell’est del paese

ANALISI: Slavofilismo e occidentalismo. Attualità di un’antica controversia

15 aprile 2014 inizia l’operazione “anti-terrorismo” promossa da Kiev per riportare sotto il suo controllo le province orientali ormai in mano ai separatisti. I centri urbani dell’Ucraina orientale, Izyum , Barvinkovye e Sloviansk (160 km dal confine russo), vedono transitare sul su territorio decine di mezzi corazzati, elicotteri, camion militari e pullman di truppe governative ucraine in divisa nera che fanno minacciosamente ronda in attesa delle indicazioni di Kiev. OPINIONE: Kiev lancia l’operazione antiterrorismo. La mossa che Mosca attendeva?

16 aprile 2014 a Kramatorsk le forze ucraine vengono disarmate dai separatisti russi che sequestrano loro sei mezzi blindati con i quali sono entrano in città accolti come eroi dalla folla dei cittadini.

A Mariupol circa 300 uomini attaccano nella notte una base militare ucraina. Le truppe di Kiev rispondono aprendo il fuoco e uccidendo tre separatisti, secondo quanto riferito dal ministro degli Interni ucraino, Arsen Avakov. Secondo le fonti ministeriali, altri 13 separatisti sono stati feriti e 63 arrestati. E’ il più grave fatto di sangue dall’inizio della “operazione anti-terrorismo” lanciata da Kiev contro i separatisti filorussi.

A Novoazovsk i separatisti issano la bandiera russa sui palazzi del consiglio regionale e del consiglio comunale.

ANALISI: Gli irriducibili di Maidan e la rivoluzione infinita

17 aprile 2014 a Ginevra le diplomazie russa e americana si incontrano per colloqui di pace. Viene approvato un documento per la “de-escalation” del conflitto e il disarmo delle parti. Non viene specificato chi debba essere disarmato, se i filorussi o i “fascisti ucraini” che secondo Mosca circolano liberi e minacciano la popolazione russofona.

20 aprile 2014 si rompe la fragile tregua. Tre separatisti filorussi vengono uccisi durante uno scontro a fuoco in un checkpoint di Sloviansk. A ucciderli “nazionalisti ucraini”, secondo Mosca, che accusa Kiev di non avere rispettato i patti siglati a Ginevra.

21 aprile 2014 Kiev mostra immagini che proverebbero il coinvolgimento di soldati russi nei disordini di Sloviansk e dell’est del paese. A Krasnoarmiysk i filorussi, che ancora controllano le sedi delle istituzioni locali, tentano di conquistare la miniera

22 aprile 2014 due uomini vengono ritrovati uccisi nella regione di Donetsk, uno dei quali è politico locale ucraino. I loro corpi presentano segni di torture. Kiev accusa i filorussi di uccidere gli oppositori e rilancia il suo “piano anti-terrorismo” con il favore di Washington. La Russia ricomincia le esercitazioni militari lungo il confine.

28 aprile 2014 a Kharkiv viene ucciso il sindaco Hennadiy Kernes da un commando anonimo. ANALISI: Agguato al sindaco di Kharkiv. L’underground criminale gioca la sua partita per il potere

A Kostyantynivka uomini in uniforme militare, ma senza mostrine, hanno preso il controllo della sede dell’amministrazione locale sventolando la bandiera dell’auto-proclamata Repubblica di Donetsk.

1 maggio 2014 nella notte, a Kiev, va in scena un’esercitazione militare che simula la difesa della città. Nel Donbass, intanto, si organizza il referendum per la secessione

2 maggio 2014 a Odessa l’incendio del palazzo dei Sindacati, dove decine di manifestanti filorussi si erano rifugiati a seguito di scontri con la controparte filogovernativa, causa decine di vittime arse vive o morte soffocate. Tra loro donne e anziani. ARTICOLO: “Odessa non perdonerà”. La ricostruzione dei fatti e la verità impossibile.

9 maggio 2014 a Mariupol si registrano undici morti civili. Due le versioni: quella governativa, che afferma una reazione al tentativo da parte dei separatisti di occupare una caserma di polizia. E quella dei filorussi, che raccontano come l’esercito abbia fatto fuoco sulla folla che manifestava a favore di Mosca dinnanzi al palazzo della polizia. ARTICOLO: L’esercito di Kiev uccide i civili. Anche loro terroristi?

11 maggio 2014 Si tiene il referendum per l’indipendenza dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk organizzato dai separatisti nel tentativo di creare una situazione simile a quella della Crimea. ARTICOLO: Il referendum nell’est del paese. In attesa di risposte da Kiev

20-25 maggio 2014 si intensifica l’operazione anti-terrorismo a Lugansk e Sloviansk. Secondo fonti russe sarebbero molte le vittime civili.

ANALISI: In Ucraina sta andando in scena la crisi del putinismo

ANALISI: La Repubblica di Donetsk, una storia che si ripete

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DONBASS – La “riconquista” di Poroshenko e l’aereo malese

25 maggio 2014 si tengono le elezioni presidenziali in Ucraina anche se nell’est del paese alcuni seggi vengono chiusi dai separatisti. Vince l’oligarca Petro Poroshenko, proprietario della Roshen, che promette “pace e unità per il paese”. La Russia si dice pronta al dialogo ARTICOLO: Petro Poroshenko, il Willy Wonka che piace anche a Mosca

ANALISI. Elezioni presidenziali. Che tutto cambi affinché tutto resto come prima

29 maggio 2014 i separatisti abbattono un elicottero militare ucraino uccidendo i 14 militari a bordo

4 giugno 2014 il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, in visita a Varsavia, condanna l’aggressione russa all’Ucraina

13 giugno 2013 le truppe ucraine riconquistano Mariupol dopo duri combattimenti. Le autorità ucraine denunciano l’arrivo di mezzi blindati dalla Russia che nega ogni coinvolgimento.

14 giugno 2014 i separatisti abbattono un velivolo di rifornimento militare uccidendo 49 soldati ucraini. ARTICOLO: Abbattuto aereo dell’esercito ucraino, 49 morti. Una guerra civile?

20 giugno 2014 inizia la tregua unilaterale decisa dal presidente ucraino Petro Poroshenko  ANALISI: Quale futuro per il paese? Serve un piano di integrazione nazionale

21 giugno 2014 gli Stati Uniti impongono nuove sanzioni a 7 sette leader separatisti attivi nell’Ucraina orientale

24 giugno 2014 un elicottero militare ucraino viene abbattuto dai separatisti, uccidendo nove soldati di Kiev. ARTICOLO: Scade la tregua. I pochi risultati del piano di pace di Poroshenko

27 giugno 2014 il presidente ucraino Petro Poroshenko firma l’Accordo di associazione con l’Unione Europea, congiuntamente a Moldavia e Georgia APPROFONDIMENTO: Firmati gli accordi di associazione. Kiev è davvero più vicino all’Europa?

5 luglio 2014 l’esercito ucraino riprende Sloviansk, caposaldo dei separatisti filorussi, e lancia un’offensiva su Kramatorsk

APPROFONDIMENTO: Anche i ceceni combattono per Mosca

APPROFONDIMENTO: Intervista: “Sono stato un separatista in Ucraina”

11 luglio 2014 circa 30 soldati ucraini sono uccisi da un missile lanciato dai separatisti sulla cittadina di Zelenopillya

APPROFONDIMENTO: Achemetov, l’oligarca tra gli oligarchi

15 luglio 2014 un aereo militare ucraino bombarda la città di Snizhne, in mano ai separatisti, uccidendo 11 civili

17 luglio 2014 il volo di linea MH17 della Malaysian Airlines, partito da Amsterdam, viene abbattuto nei cieli dell’Ucraina orientale. Muoiono tutte le 298 persone a bordo. A causare l’abbattimento è probabilmente un missile terra-aria BUK, di fabbricazione russa, in dotazione sia all’esercito russo che a quello ucraino. I separatisti, il governo russo e le cancellerie occidentali si accusano a vicenda dell’attentato ARTICOLO: Cade aereo di linea nell’est. Trecento morti. E’ stato abbattuto?

19 luglio 2014 gli osservatori Osce mandati a Grabovo, dove si trovano i resti umani e materiali dell’attentato, lamentano di avere un accesso limitato all’area.

22 luglio 2014 circa 200 corpi vengono trasportati dai separatisti verso Donetsk da cui raggiungeranno l’Olanda.

24 luglio 2014 il primo ministro ucraino Yatseniuk si dimette dopo che i partiti Udar e Svoboda ritirano l’appoggio al suo governo.

26 luglio 2014 inizia la battaglia di Donetsk, l’esercito ucraino circonda la città e scatena un fuoco di artiglieria. I separatisti fanno saltare i ponti di accesso. Le vittime civili si contano a decine. ARTICOLO: Donetsk, l’ultima battaglia è in corso. Ma anche Kiev è responsabile delle vittime civili.

31 luglio 2014 gli inviati Osce entrano finalmente a Grabovo, nel sito in cui si trovano i resti dell’attentato al volo di linea MH17 della Malaysian Airlines. Ottengono le scatole nere dai separatisti e parlano di circa ottanta corpi ancora da raccogliere. Gli Stati Uniti accusano la Russia di essere responsabile dell’attentato e di avere fornito il missile ai separatisti. La Russia accusa Kiev di aver abbattuto l’aereo malese con un missile aria-aria lanciato da un caccia militare. Non vengono presentate prove a suffragio di nessuna delle due ipotesi.

1 agosto 2014 il parlamento respinge le dimissioni di Yatseniuk e approva la legge di bilancio

8 agosto 2014 il parlamento vota una proposta di legge che introduce pesanti limitazioni alla libertà di stampa e di espressione. Insorgono Reporter sans Frontiéres e altre organizzazioni in patria e all’estero. La legge viene emendata.

12 agosto 2014 il Cremlino annuncia l’inizio di una operazione umanitaria in Ucraina orientale. Circa 280 camion partono nella notte da Mosca in direzione di Lugansk. Lo scopo dichiarato è quello di portare aiuti alla popolazione civile. L’operazione prevede il coinvolgimento della Croce Rossa internazionale e gode dell’appoggio di Kiev.

15 agosto 2014 l’esercito di Kiev intensifica l’offensiva su Donetsk e Lugansk. Il convoglio umanitario allestito da Mosca si muove verso la frontiera ucraina. Intanto Rinat Akhmetov, l’uomo più ricco del paese, uomo chiave del sistema Yanukovich, passato ora dalla parte del nuovo potere di Kiev, promuove una sua iniziativa di assistenza umanitaria alle popolazioni civili. Nel frattempo il ministro della difesa dell’entità separatista di Donetsk, Igor Strelkov, ha lasciato la carica. Questo è solo l’ultimo di una serie di avvicendamenti, avvenuta in questi giorni, nelle file dei ribelli.

Xinjiang: un mosaico di etnie

Farfalle e trincee aveva parlato qui del museo di Urumqi, dove una vasta sala è riservata all’esposizione delle tredici maggiori etnie del Xinjiang. Nel post precedente si erano pubblicate le foto che ne ricostruicono i tratti e gli ambienti, ora vediamo di dare qualche informazione in più sul loro numero e la loro storia. Anche attraverso la conoscenza dei suoi abitanti l’Ovest della Cina riserva davvero, come vedremo, molte sorprese.

I mongoli

I mongoli nel Xinjiang sono circa 167mila, e per lo più vivono nella Prefettura Autonoma di Bayangolin, in quella di Bortala, nella Contea autonoma di Hebuksar ed in altri luoghi minori. Conosciute in passato con il nome complessivo di oirati, una parte dei quali  divenne nota in Occidente con il nome di calmucchi, le varie popolazioni mongole sono numerose e spesso confuse tra loro. Tra queste abbiamo gli zungari, da cui prende il nome una regione dello Xinjiang, i torgud arrivati fino al Volga e tornati nella loro terra d’origine nel XVIII secolo, in quella che è forse una delle ultime grandi migrazioni della Storia. Vi sono poi altra due tribù mongole che durante l’epoca Qing hanno raggiunto il Xinjiang: gli uriyangqad ed i cahahar. Originarie di quella che è oggi la Mongolia Interna queste popolazioni, una volta assorbite nell’impero cinese, divennero parte dell’esercito della dinastia Qing (1644-1911) che, nel XVIII secolo, li trasferì nel Xinjiang per difendere la frontiera occidentale, destino comune ad altre popolazioni. La maggior parte dei mongoli presenti nello Xinjiang vive di pastorizia ed allevamento.

Gli uiguri

Gli uiguri sono la popolazione maggioritaria del Xinjiang (sebbene i cinesi Han siano in fase di sorpasso) e danno il nome alla stessa regione autonoma. Una stima parla di quasi 9 milioni di appartenenti a questa etnia; definirla minoranza o meno solleva enormi problemi anche politici essendo la regione del Xinjiang assolutamente turbolenta nei riguardi del governo centrale di Pechino. Originariamente popolazione nomade gli uiguri, chiamati nel corso della storia in innumerevoli modi, divennero ben presto sedentari stabilendosi soprattutto nelle oasi della regione. Questo ci riporta direttamente alla Via della Seta ed al transito, per quelle oasi, di merci e cultura. Proprio a livello culturale gli uiguri hanno subito le influenze dovute alla geografia, trovandosi a vivere in un vero e proprio punto di contatto tra Oriente ed Occidente, senza dimenticare la vicina India. Se oggi gli Uiguri sono musulmani in passato tra di loro erano diffusi lo sciamanismo, il manicheismo e, soprattutto il buddhismo. Nel Xinjiang gli uiguri si dedicano per lo più all’artigianato, all’agricoltura ed all’allevamento.

Gli hui

Gli hui sono una popolazione del tutto simile agli Han, l’etnia maggioritaria in Cina, se non per la religione. Gli Hui sono infatti musulmani, eredi di una lunga storia che ha visto l’islam farsi sempre più presente nell’impero cinese. Gli hui sono sempre stati tradizionalmente stanziati nel Gansu, una regione confinante con il Xinjiang, dove nel corso di frequenti guerre di confine l’aspetto etnico ha spesso prevalso su quello religioso. Gli hui, chiamati anche dungani, hanno infatti spesso combattuto contro gli Uiguri, sebbene nella regione il cambio di alleanze, per i motivi più diversi, non è mai stato infrequente. La diffusione  dell’islam nel Xinjiang si ricollega alle migrazioni dall’Asia Centrale durante le epoche Tang (618-907) e Song (960-1279), nonchè ai funzionari islamici durante la dinastia Yuan (1279-1368), quando i mongoli conquistarono la Cina. I discendenti di Gengis Khan affidarono infatti l’amministrazione dell’impero a musulmani provenienti dai territori conquistati ad occidente. Oggi gli Hui del Xinjiang vivono soprattutto nella Prefettura Autonoma di Changji Hui e nella Contea Autonoma di Yangqi Hui. Il loro numero è di circa circa 870mila, sono sparsi generalmente in ampi territori vivendo in piccole comunità e per lo più vivono di agricoltura, se in campagna, o di commercio se in città.

I tagiki

Nel Xinjiang i tagiki sono circa 40mila, molti dei quali vivono nella Contea Autonoma di Tashkurgan, una zona montuosa ai confini del Pakistan, lungo la Karakoroum Highway, ossia la strada carrozzabile più alta al mondo. Questa zona confina inoltre con il Tagikistan propriamente detto ed il Kirghizistan. Altri luoghi nel Xinjiang dove vivono i tagiki sono Yarkand, Poksam, Kirgilik e Guma. Queste sono tutte città oasi poste a sud del deserto del Takamaklan, lungo l’antica rotta meridionale della Via della Seta. Tradizionalmente i tagiki vivono sui monti ad altezze elevate, il che ha fatto loro assumere il soprannome di “aquile”. Caratteristica della popolazione tagika è la lingua di derivazione iranica, che ne fa un’affascinante eccezione in una regione dove numerose sono le lingue di origine turca. I tagiki oggi presenti nel Xinjiang sono per lo più impegnati nell’allevamento e nella pastorizia.

I kazaki

Stimati in circa 1milione e mezzo di componenti l’etnia kazaka vive soprattutto nella Prefettura Autonoma di Yili, nelle Contee autonome di Barkol e Mulei nonché sparsi in altri luoghi. La loro storia è complessa e non è facile risalire alle loro origini, che sembrano comunque da far risalire al popolo dei wusun. Altro gruppo etnico fondamentale nella storia dei kazaki furono i kitai (da cui il termine Catai una volta usato ad occdente per indicare l’intera Cina) che unificarono una moltitudine di tribù. Storicamente i kazaki furono tra i nemici più acerrimi della dominazione cinese del Xinjiang, anche grazie alla loro vicinanza con i confini prima russi e poi sovietici. Tuttavia questa frontiera vide anche la tragedia dei kazaki in fuga dall’URSS per sfuggire alla collettivazione forzata, rifiutata poi anche sul suolo cinese dove preferirono uccidere gli armenti, esponendosi alla morte per fame, piuttosto che consegnarli al governo. Oggi i kazaki, in maggioranza musulmani dopo un passato sciamanico, del Xinjiang sono attivi nella pastorizia, nell’allevamento, nell’artigianato e nella caccia.

I kirghisi

I kirghisi sono una popolazione dalla storia un po’ complicata, come molte altre popolazioni presenti nello Xinjiang. Originari della Siberia, più precisamente nella regione tra Russia e Mongolia attraversata dal fiume Yenisei, sarebbero poi migrati verso sud fino a raggiungere la catena del Tian Shan (dove si trova l’odierno Kirghizistan) ed il Xinjiang. Non c’è chiarezza nemmeno sull’origine del loro nome, che in passato identificava anche gli attuali kazaki. I kirghisi del Xinjang vivono per lo più nella Prefettura Autonoma di Kizilsu, il loro numero è di circa 170mila unità. A complicare le cose ci si mette anche il Museo di Urumqi che ne parla come Khalkhas, ossia con lo stesso nome di un’antica federazione mongola, oggi l’etnia maggioritaria dei mongoli della Mongolia propriamente detta. Interessante il fatto che esiste anche qualche centinaio di khirghisi che nel corso del XVIII secolo furono trasferiti, non è chiaro quanto di loro iniziativa, in Manciura nell’odierna provincia cinese di Heilonjang dove parlano una lingua chiamata Fuyu Kyrgyz, la lingua di origine turca più orientale al mondo.

Gli Xibe

Nonostante vivano nel Xinjiang gli Xibe sono considerati l’etnia originaria della regione più a nord-est della Cina. Questa popolazione, oggi concentrata nelle Contee Autonome di Xibe e Chabucha (all’interno della Prefettura autonoma di Yili), discende infatti da un gruppo di circa 1000 soldati (le cosiddette Otto Bandiere Xibe) che nel 1764, nel corso della “marcia verso ovest” della dinastia Qing, furono trasferiti dalla loro terra d’origine al Xinjiang, insieme ai loro familiari, per difenderne i confini. Una volta stabilitisi questo gruppo di circa 3000 persone furono dei veri e propri pionieri nello sfruttamento agricolo del Xinjiang. Oggi questa etnia che ha saputo svilupparsi negli Xibe attuali consta di circa 40mila membri ed è ancora per lo più impegnata nel settore agricolo.

I russi

Nel Xinjiang esiste anche una piccola minoranza etnica russa, circa 11mila persone. Questi russi, sono attivi soprattutto nel settore agricolo, rappresentano l’eredità di flussi migratori che dalla Russia si sono diretti, nel corso del XVIII secolo, verso quello che oggi è la parte più occidentale della Cina. Flussi aumentati nel XIX secolo dopo la presa del potere dei bolscevichi. I russi del Xinjiang vivono per lo più nelle città di Yili, Tacheng, Altai ed Urumqi. Le vicende della regione del Xinjiang successivamente alla Rivoluzione d’Ottobre sono molto interessanti, essendo spesso questa una meta dove si rifugiavano russi bianchi in fuga ed altri elementi antibolscevichi, ponendosi poi al servizio di questa o quella fazione locale. I russi del Xinjiang sono in maggior parte ortodossi.

I tatari

I tatari dello Xinjiang costituiscono una minuscola parte della popolazione tatara mondiale, visto che con circa 5mila unità ne costituiscono meno dell’1%. L’unica realtà amministrativa autonoma concessa ai tatari dal governo cinese consiste nella Città Autonoma di Daquan, all’interno della contea di Qitai. Altre città dove vivono dei tatari sono Urumqi, Changji, Qitai, Yining, Burqin ed Habahe. Sebbene in passato con il termine tataro si intendesse chiunque parlasse una lingua di origine turca, la loro origine andrebbe fatta risalire ai Kypchak (i Polovtsy delle cronache russe), una confederazione di tribù stanziata sulle rive dell’Irtish, un fiume siberiano. I tatari arrivarono fino al Volga ed alla Crimea e proprio dall’impero russo sembrano essere giunti, nel XIX e XX secolo, i pochi elementi presenti in Xinjiang. Oggi questi tatari sono impegnati nell’agricoltura, nell’artigianato e nel commercio. I tatari sono in maggioranza musulmani.

I daur

Anche i circa 7mila daur, una delle più piccole minoranze ufficialmente riconosciute in Cina, devono la loro presenza nel Xinjiang allo spostamento in massa fatto nel 1764. Gli odierni daur sono infatti i discendenti degli ufficiali e dei soldati mandati ad Ovest con compiti militari, mentre la loro origine storica è da far risalire al popolo dei Khitan durante la dinastia Liao (907-1125). I luoghi del Xinjiang in cui i daur possono essere trovati sono la Contea Autonoma di Tacheng, Urumqi, Yining, Huocheng ed il Villaggio di Nazionalità di Axida’er. Nel resto della Cina i daur sono principalmente stanziati nella Mongolia Interna e nella Provincia di Heilongjiang, mentre in tutto il paese sono complessivamente circa 130mila. Da segnalare come il trasferimento dei daur sia dipeso anche da ragioni geopolitiche. Situata lungo le rive dell’Amur questa popolazione era un ostacolo alla penetrazione russa verso l’Oceano Pacifico. A partire dal 1682, per questo motivo, le autorità russe inviarono tra i daur dei missionari con l’intento di convertirli al cristianesimo ortodosso, il che spaventò alquanto i governanti cinesi che decisero di spostare i daur per ragioni di sicurezza. La loro attività principale è l’agricoltura mentre una minoranza si dedica all’allevamento, nonostante storicamente i daur siano stati importanti commercianti. La religione più seguita tra i daur è lo sciamanesimo.

Gli uzbeki

Nel Xinjiang gli uzbeki sono circa 15mila e vivono sparsi un po’ ovunque, senza aree autonome particolari, sebbene le maggiori concentrazioni siano nelle città di Yining, Tacheng, Kashgar, Urumqi, Yarkant e Kargilik, ossia nelle stesse aree in cui vivono i tagiki. La popolazione uzbeka del Xinjiang inoltre parla una lingua simile a quella degli uiguri, popolazione con la quale sono a contatto così stretto che oggi è abbastanza difficile riconoscere immediatamente i membri delle due etnie. Gli uzbeki sono tradizionalmente commercianti originari della Sogdiana, della Chorasmia e della Valle di Fergana, giunti nella regione del Xinjiang tra XVI e XVII secolo. Il commercio è ancora oggi la loro attività principale insieme all’artigianato ed all’orticoltura. Anche la storia degli Uzbeki rimanda alla Via della Seta ed all’espansione dell’Islam nella regione del Xinjiang, sia per il loro ruolo di commercianti sia per il loro passato legato ai Khanati della Valle di Ferghana. Sebbene gli uzbeki commerciassero sia con la Cina che con la Russia, come i kazaki furono avversi sia al comunismo russo che a quello cinese, ragione per cui più volte si ribellarono e più volte furono repressi.

I manciù

I manciù del Xinjiang sono circa 24mila e vivono per lo più nelle città di Yili, Changji ed Urumqi. Originari del nord-est della Cina, le radici dei manciù sono da far risalire ai Tunguti, una confederazione di tribù locali con innesti di elementi sia turchi che mongoli. I manciù arrivarono a conquistare l’intera Cina, insieme alla Corea ed alla Mongolia e nel 1644 quando diedero vita alla dinastia Qing che durò fino al 1911, anno della proclamazione della Repubblica in Cina da parte delle forze repubblicane di Sun Yat-Sen. Politicamente i manciù furono importanti ancora negli anni ‘30 del XX secolo, quando i giapponesi invasero la Manciuria e posero un manciù, Pu Yi l‘ultimo imperatore, a capo di uno stato fantoccio: il Manchukuo. Oggi parlare di etnia manciù è da alcuni studiosi ritenuto difficile per via del loro altro grado di assimilazione con la cultura cinese, a partire dai tempi della dinastia Qing. Nonostante ciò tra gli odierni manciù sono ancora diffusi il lamaismo ed, in misura minore, lo sciamanesimo. Per quanto riguarda il Xinjang anche per i manciù qui presenti (una piccola minoranza dei manciù cinesi) le origini vanno cercate nei compiti militari di difesa della frontiera occidentale.

UCRAINA: Quale futuro per il paese? Serve un nuovo progetto d'integrazione nazionale

Il futuro dell’Ucraina è incerto: anche dopo l’elezione di Poroshenko, mentre continua l'”operazione anti-terrorismo” all’est del paese contro i paramilitari filorussi, non è chiaro se il paese riuscirà a riprendersi dal duro colpo causato dall’annessione russa della Crimea e dalla destabilizzazione delle regioni di Donetsk e Lugansk. Ne hanno discusso a Berlino, tra gli altri, Andreas Umland della Kyiv-Mohyla Academy, Tatyana Malyarenko dell’università statale di Donetsk, e Dmitry Gorenburg del think tank CNA.

Andreas Umland: euromaidan, una vera rivoluzione le cui cause sono interne

Le cause della rivoluzione di Maidan sono state sostanzialmente domestiche, secondo Andreas Umland, professore all’università di Eichstaett-Ingolstadt e alla Kyiv-Mohyla Academy. “L’euromaidan è stato poco più di un accidente; il potenziale di protesta era già alto, Yanukovich era impopolare. E’ semplicemente accaduto che il rinvio della firma dell’accordo d’associazione all’UE abbia fatto da detonatore. Ma il comportamento del regime, a partire dalle violenze della polizia, è stato fondamentale per dare forma alle proteste.”

Persino l’accordo del 20 febbraio tra governo e opposizione, negoziato dai tre ministri degli esteri di Francia, Polonia e Germania, secondo Umland è sopravvalutato: “di fatto Yanukovich aveva già perso le basi del suo potere, polizia ed esercito non rispondevano più a lui”. Ed è curioso, secondo Umland, come tale accordo sia preso oggi come oro colato dagli stessi russi che allora rifiutarono di controfirmarlo.

L’UE ha avuto sì un ruolo, secondo Umland, ma più un ruolo passivo da modello di riferimento esterno, che non un ruolo attivo. “Per l’elite e la popolazione ucraina, l’importante non è stato ciò che pensavano a Bruxelles o a Berlino, quanto piuttosto il modello offerto da Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, paesi baltici: paesi che fino a 25 anni fa non erano tanto diversi dall’Ucraina stessa”.

Quella di Maidan è stata una vera rivoluzione, per Umland, a differenza di ciò che era stata la “rivoluzione arancione” del 2004. “C’è stato un rapido cambiamento politico, un profondo cambiamento socio-culturale, e un elemento di violenza: tutti gli elementi di una rivoluzione. Poi certo con l’elezione di Poroshenko e Klitschko ci sono anche elementi di continuità delle élite, ma anche loro non sono più prodotti diretti dell’era di Kuchma, a differenza della generazione politica precedente (Tymoshenko, Yushchenko, Yanukovich)”.

E proprio tali caratteristiche (le cause domestiche e il modello rivoluzionario) hanno causato il coinvolgimento della Russia, conclude Umland: “il modello rivoluzionario del maidan minaccia il regime di Putin“, poiché potrebbe essere replicato in Russia. Per questo, la strategia del Cremlino è stata duplice: mettere in discussione la legittimità del nuovo potere a Kiev, definendolo fascista o nazista, e rappresentare la nazione politica ucraina come insostenibile, come il caso speciale e straordinario di un paese incapace di sopravvivere unito dopo e che crolla su sé stesso dopo ventidue anni di precaria indipendenza, per giustificarne l’invasione.

L’Unione europea, secondo Umland, ha perso un’opportunità dopo la rivoluzione arancione, nel 2005, per offrire all’Ucraina una prospettiva d’adesione. “Schäuble l’aveva capito”. E anche lo stesso Mykola Azarov, primo ministro di Yanukovich, nel 2013 aveva annunciato che non avrebbe firmato l’accordo di associazione, se non l’avesse contenuta. “La posta in gioco oggi sarebbe stata molto più alta, anche se si tratta di una sola frase; avrebbe creato una coalizione molto più ampia” a favore delle riforme e dell’integrazione europea, conclude Andreas Umland.

Tetyana Malyarenko: chi c’è dietro all’instabilità in Ucraina orientale

La situazione in Crimea e quella in Ucraina orientale sono simili ma differenti, secondo Tatyana Malyarenko, professore di amministrazione pubblica all’Università Statale di Donetsk. In entrambi i casi, si tratta di un “conflitto in uno stato debole, dopo la fuga di Yanukovich, in cui élite locali ed attori esterni sfruttano il vuoto di potere per organizzarsi.”

Ma l’obiettivo è diverso: il separatismo in Crimea, contro l’opposizione al governo del maidan in Ucraina orientale. “In Crimea, già nel dicembre 2013 i sondaggi dicevano che il 52% dei residenti si sarebbero espressi per l’indipendenza; a Donetsk, solo il 32%. La Crimea aveva un progetto di statualità separata da vent’anni, volendo ricongiungersi alla Russia, mentre al momento della fuga di Yanukovich l’Ucraina orientale è rimasta in silenzio, sviluppando una contronarrativa al maidan, ritratto come non democratico e finanziato da attori esterni.

Crimea ed Ucraina orientale si differenziano quindi in attori, condotta della guerra, ed obiettivi, secondo Malyarenko. In particolare, in Ucraina orientale, sono diversi gli attori in campo: attivisti della Repubblica Popolare di Donetsk, forze armate paramilitari, sostenitori filo-russi, e volontari dalla Russia.

“Gli attivisti della Repubblica Popolare di Donetsk (DPR) erano miei studenti, e non certo dei più brillanti. Non avrebbero mai potuto organizzare tutto da soli. Anziché creare le istituzioni necessarie a tenere in piedi uno stato, non fanno altro che creare notizie per i media (documenti, appelli al sostegno) per mostrare che la DPR esiste; ma non hanno alcun potere reale”, secondo Malyarenko.

In secondo luogo, ci sono quelle forze che detengono il potere reale: “non sono visibili, appaiono solo in situazioni critiche (occupazioni di fabbriche e aeroporti). Si tratta di mercenari pagati da forze diverse, locali e straniere, e che agiscono in maniera non coordinata. La situazione reale è molto più cinica di quella mostrata dai media russi: il compito principale dei paramilitari è la difesa delle proprietà di Yanukovich in Ucraina orientale, o la modifica dei diritti di proprietà su banche e fabbriche in altri casi”. Un esempio, secondo Malyarenko, è quello dei campi di prospezione petrolifera e di shale gas, per i quali la Shell aveva firmato un contratto con Yanukovich giusto prima della rivolta di piazza, e che si trovano proprio nell’area di Slavyansk e Kramatorsk dove sono più attivi i paramilitari. “Ma Slavyansk e Kramatorsk non sono aree di grande sostegno politico-elettorale per Yanukovich, come lo erano invece altre città depresse, ex miniere di carbone. Perché proprio lì, allora, si sono concentrate le azioni dei paramilitari? Potremo dirlo probabilmente meglio tra qualche mese.

La terza categoria di attori del conflitto in Ucraina orientale, secondo Malyarenko, sono i sostenitori locali dei paramilitari, cittadini ucraini filorussi. “Si tratta spesso di operai delle industrie della regione che esportano in Russia; il loro interesse è pragmatico e di breve periodo, hanno bisogno dell’apertura dei confini per non perdere il lavoro. Non si tratta dei residenti di Donetsk, spesso comparativamente più ricchi.” Infine, ci sono i volontari venuti dalla Russia, “cosacchi”, spesso non pagati, ma semplici gruppi di persone che si organizzano per venire a fare la guerra in Ucraina.

“La questione dell’Ucraina orientale non è il separatismo ma la debolezza dello stato,” conclude Malyarenko. “L’Ucraina non ha la capacità di venirne a capo, militarmente o tramite negoziati. Il confine russo-ucraino è aperto, e Yanukovich ed altri dalla Russia hanno tutti i fondi necessari per supportare la continuazione del conflitto.”

Anche l’elezione di Poroshenko e il programma del nuovo governo a Kiev non sembrano portare troppe speranze. “Sembra di essere di nuovo nel 1991, – chiosa Malyarenko: – liberalizzazione del mercato, capacità amministrative. Poi, dopo la rivoluzione arancione, la stessa agenda: sviluppo dell’economia, fine della corruzione. Oggi, a 23 anni dall’indipendenza, cosa è stato ottenuto? sono pessimista. Anche euromaidan mi sembra credere in qualcuno che possa fare le riforme al posto nostro, anziché essere noi stessi a farle. Poroshenko è solo uno Yanukovich light, era stato accusato di corruzione e rimosso nel 2005. L’Ucraina deve ancora creare delle istituzioni che possano limitare il comportamento predatorio delle élite. Poroshenko non è interessato a questo; forse sarà filo-occidentale per un po’, ma tra un paio d’anni potremmo dover mettere in piedi un nuovo maidan”. 

Il paese è soggetto ad una crescente polarizzazione, secondo Malyarenko. “Nel 1991 l’Ucraina scelse un modello d’identità civica, la dizione etnica di ‘nazionalità’ sparì dal passaporto. Ma dopo il maidan e i fatti di Crimea e di Donetsk, le persone devono scegliere se identificarsi con l’Ucraina o no. In particolare nelle regioni orientali, la polarizzazione è molto forte e in crescita lungo una dimensione etnica, come dimostrano i casi di cyber-hate. Per tenere insieme il paese, l’élite deve proporre un nuovo progetto d’integrazione per l’Ucraina. 

Dmitry Gorenburg: il pericolo dell’etnonazionalismo russo

Secondo Dmitry Gorenburg del think tank CNA, le potenziali conseguenze di lungo termine della crisi ucraina vengono da quelle parti del discorso pubblico di Putin in cui parla della protezione delle popolazioni etnicamente russe anche al di fuori dei confini della Federazione Russa, transformandole in un potenziale pretesto d’intervento ovunque nel resto dell’ex URSS. Una profezia auto-avverantesi: “i russi etnici stessi potrebbero non voler essere usati come quinta colonna, ma le loro condizioni di sicurezza potrebbero peggiorare e portare ad una perdita di fiducia” rispetto alle nazionalità titolari, secondo Gorenburg. “Il caso più probabile è quello del Kazakistan, in caso Nazarbayev scompaia senza aver organizzato una successione.” Ma il rischio non si limita all’area ex sovietica: “il pericolo è globale: include la ricomparsa delle pretese ungheresi sull’Ucraina occidentale, o l’utilizzo agli stessi fini della diaspora cinese in Asia sudorientale.

Nel caso della Crimea, secondo Gorenburg, tutto dipenderà da quanto la Russia si dimostrerà efficace ad assimilare logisticamente la Crimea, in termini di approvigionamenti e di risorse: “il ponte sullo stretto di Kerch era stato definito tecnicamente infattibile solo 10 anni fa”. Dall’altra parte, Mosca corre il rischio di inimicarsi i tatari di Crimea, quel 12% di popolazione che sarebbe “potenzialmente disponibili ad azioni contro la Russia, se l’élite locale continua ad agire contro di loro.”

In Ucraina orientale, al contrario, “le rimostranze locali hanno fatto da combustibile, usato dalla Russia per accendere qualcosa di più ampio e che potrebbe prendere del tempo prima di estinguersi. Non si trattava di separatismo ma di un sentimento contrario al maidan, che senza l’appoggio coperto della Russia sarebbe rimasto a bassa scala. Oggi la Russia chiaramente fornisce armi (non sono quelle che si potevano trovare negli arsenali ucraini), infiltra volontari da oltre frontiera, e probabilmente fornisce anche del personale chiave per la coordinazione delle azioni”. Nella zona, secondo Gorenburg, agisce “un insieme di forze differenti, che non sono sotto il controllo degli attori principali. Data la debolezza dell’Ucraina e la serietà della minaccia, l’unica possibilità per una fine [del conflitto] è un patto tra Mosca e Kiev”.

Alla conferenza dei ministri della difesa di diversi paesi non occidentali a Mosca, secondo Gorenburg, è apparso chiaro come tali paesi “vedono gli Stati Uniti come impegnati in una strategia globale di destabilizzazione dei governi che non accettano l’agenda politica americana tramite tattiche di proteste popolari (le rivoluzioni colorate) e forza militare (dal Kosovo all’Egitto). La Russia sta mettendo in atto l’uguale e contrario di ciò che considerano che gli USA stiano facendo.

UCRAINA: La storia degli armeni di Crimea

Il recente riconoscimento armeno dell’annessione della Crimea alla Russia ha scatenato una guerra diplomatica tra l’Ucraina e il paese caucasico, incrinando i legami che da tempo uniscono i due paesi. Infatti, nonostante le due nazioni siano di recente costituzione, ucraini e armeni hanno da sempre intrattenuto ottimi rapporti, e lo stesso territorio ucraino ha ospitato per secoli numerose comunità armene, il cui numero è raddoppiato al momento della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Tutt’ora si stima che in Ucraina risieda una comunità di circa 100.000 armeni, concentrati per la maggior parte nelle regioni russofone del paese, ovvero l’Ucraina orientale e meridionale e la Crimea. Secoli fa, fu proprio la Crimea una delle terre ad avere accolto una delle prime comunità diasporiche armene, la quale diede vita a una colonia che contribuì a caratterizzare la regione nel corso dei secoli, resistendo – in numero seppur limitato – fino ai giorni nostri.

I primi insediamenti armeni in Crimea risalgono al XIII secolo, quando venne fondata una colonia denominata “Armenia Marittima”, per la sua strategica posizione sul Mar Nero. Seppur consistente, la presenza armena, va detto, non è mai stata numericamente costante (nel periodo tra il XIV e il XV si arriverà a circa 140-150mila perone), a causa dei frequenti e numerosi spostamenti In questo periodo infatti, la Crimea era governata, a partire dal 1236, dai tatari. I componenti della diaspora armena, appartenevano alla popolazione proveniente dall’Armenia storica e più precisamente dall’antica capitale Ani. Altre comunità provenivano dal Regno di Cilicia, unico esempio al mondo di regno in diaspora, che nonostante la sua breve vita, ha dato vita ad uno dei periodi più alti dell’arte e della letteratura armena.

La presenza delle comunità diasporiche armene in Crimea ha dato vita a una fitta rete di relazioni economiche e commerciali, sia con i paesi bagnati dal Mar Nero, sia con paesi quali la Polonia e paesi del Mediterraneo. Tra questi ultimi sicuramente  Genova ha ricoperto un ruolo di primo piano nelle relazioni con gli armeni di Crimea, tanto da divenirne protettrice. Comunità genovesi erano presenti in Crimea a partire dal 1275 e vi rimasero sino al 1475, quando la penisola di Crimea non venne occupata dai turchi.

La presenza armena in Crimea si delinea come una presenza dal carattere più marcatamente commerciale, ed incarnando quella che B. L. Zekiyan ha definito come “identità polivalente”, ossia una fortissima capacità di adattamento e di sapersi reinventare. “Integrazione differenziata”, è forse il termine che più si adatta alla situazione delle comunità diasporiche in Crimea. L’essere immersi in un contesto altro (tipico delle comunità in diaspora), non ha impedito relazioni e contatti, senza per questo dover necessariamente perdere la propria identità. Termini come discriminazione o isolamento, quindi sono termini non ricollegabili all’esperienza diasporica armena in Crimea. Le comunità armene di Crimea si dimostrarono comunità molto attive e presenti nella regione, pur non riuscendo a ripetere per intensità politica, letteraria, artistica, l’esperienza ciliciana. Nonostante questo, la loro presenza resta ugualmente importante, in particolare per la fondazione di villaggi e distretti e per l’edificazione di monasteri e di chiese.

Le maggiori comunità armene erano presenti nella città di Teodosia (Caffa), Kazarat e Shurkat. Il nome di quest’ultima antica capitale tatara, chiamata Krym (da cui Crimea), potrebbe derivare dall’antico monastero armeno della Santa Croce (in armeno “Surb k’ach’“). I due terzi della popolazione di Caffa, alle soglie della conquista turca, erano composti da armeni. Scrive A. Ferrari: “Sembra che questi disponessero di un vasto quartiere che dava sul mare, un porto fortificato, al cui interno sorgevano numerose chiese. Una delle porte di Caffa era chiamata con il loro nome”. Va ricordato come la presenza di comunità armene nell’attuale Ucraina non fosse limitata solo alla penisola di Crimea, ma sin dall’VIII-X secolo si potevano trovare altre comunità in particolare a Kiev, Luc’k e Kamenec-Podilskij. In Ucraina, gli armeni riuscirono ad ottenere un’autonomia giuridica e amministrativa, garantita da privilegi regali o privati e fondata sull’antico codice di Mkhitar Gosh.

 Questo ci mostra come all’arrivo dei turchi, seppur presente da poco più di due secoli, la comunità armena in Crimea non sia da considerare una comunità rimasta ai margini della società, ma piuttosto una comunità ponte, che ha saputo reinventarsi, dimostrandosi viva e partecipe (praticando attività quali commercio, agricoltura, copiatura di manoscritti e attività bancarie). L’apporto dato all’economia e alla cultura in Crimea, specie nella città di Caffa, risulta essere di un certo rilievo sino all’arrivo dei turchi (successivamente la presenza armena sarà formata da coloro che fuggivano da un’Armenia devastata da guerre e conflitti), quando la maggior parte degli armeni residenti furono costretti ad emigrare verso Polonia e Moldavia, dando vita a loro volta ad altre comunità diasporiche. Anche in seguito alla conquista russa, l’arte armena rimase importante. È infatti in questo periodo che il percorso culturale di Ivan Ajvazovskij, pittore armeno, nato e vissuto a Teodosia (l’antica Caffa), trova il massimo splendore.

Della fiorente comunità armena in Crimea, attualmente sono rimaste solo 20.000 persone circa, secondo le stime di “The Armenia Diaspora Encyclopedia“, superstiti che rappresentano la testimonianza di una secolare storia che ha visto arrivare nella penisola crimeana migliaia di persone prima dall’Anatolia e dalla Cilicia e poi dal Caucaso, che con la loro cultura e con le loro tradizioni hanno contribuito a sviluppare quella particolare identità multietnica, ancor più forte che nella stessa Ucraina, che ha sempre contraddistinto la regione.

La Crimea, luogo dell'immaginario russo

Maximilian Voloshin è uno dei più importanti poeti russi, nato a Kiev nel 1877 fu il padre del simbolismo russo ma la sua eredità più importante non si trova nei poemi e nei versi, bensì in una casa. Nel 1983 la madre di Voloshin  acquistò una piccola abitazione nel villaggio di Koktebel, in Crimea, che presto divenne rifugio per il figlio e per i suoi amici poeti, artisti, filosofi e scrittori che da Mosca e Pietroburgo lo venivano a trovare passando alcuni mesi presso quella dimora, piccola Atene in riva al mare dell’Ottocento.

A Koktebel la poetessa  Marina Tsvetaeva incontrò il suo futuro marito, Sergei Efron: erano poco più che adolescenti quando si innamorarono su quella spiaggia della Crimea. A Koktebel il poeta Mendelstam si divertiva a scandalizzare i locali con i suoi capelli lunghi e il suo modo disordinato di vestire. A Koktebel la poetessa Anna Achmatova si faceva affascinare dall’esotismo di una regione mediterranea, abitata da genti musulmane, carica di storia e bellezza, con fiordi a precipizio sul mare caldo.

La casa di Voloshin era diventata una colonia per poeti, e Mendelstam rese la Crimea celeberrima grazie al suo poema Feodosia, ode alla città tatara di Kaffa. La penisola divenne nell’immaginario della Russia pre-sovietica, un piccolo paradiso selvaggio, pieno di vita e magia. Persino lo zar e la famiglia reale cedettero al fascino della Crimea e mossero, nei tardi anni Novanta del secolo, dall’imperiale Pietroburgo alla piccola Livadia, a sud di Yalta, dove sua maestà si fece costruire un palazzo estivo.  Quando il tempo delle maestà rovinò sotto i colpi dell’ingiustizia sociale, e il nuovo potere sovietico si consolidò, la Crimea divenne il premio per gli operai più instancabili, il sogno erotico di masse proletarie prigioniere dell’era dell’acciaio.

Ma la Crimea non fu soltanto il sogno dei letterati borghesi o delle classi operaie, fu anche teatro per orribili tragedie storiche: dalla Guerra di Crimea (1853-1856) alla Guerra civile (1918-1923) quando i “bianchi” fedeli allo zar furono gli ultimi ad arrendersi al nuovo esercito rosso. Nel 1944 la popolazione locale fu deportata dalla paranoia di Stalin, i tatari di Crimea vennero cacciati dalle loro case, internati in campi di lavoro, ricollocati nelle steppe. I toponimi tatari vennero cambiati con nomi russi, nelle case tatare andarono a vivere russi e ucraini. Yalta divenne un importante centro termale dove i ricchi rampolli della capitale venivano a curarsi la tubercolosi come già, tre decenni prima, fece Anton Cechov. A Yalta si incontrarono i vincitori dell’orrenda guerra e a Yalta venne deciso un folle destino d’acciaio per l’Europa centro-orientale.

Dopo la caduta dell’impero sovietico, la tristezza meccanizzata lasciò il campo ai baccanaliKoktebel divenne una rinomata località dove praticare il nudismo, con alberghi presi d’assalto dai sempre più numerosi turisti occidentali attratti dal libertinismo che caratterizzò i primi anni del post-sovietismo un po’ in tutto l’est europeo. Oggi, tra le bancarelle e le ciabatte dei bagnanti, si può ancora visitare – per un vicolo scuro – quella che fu la casa di Voloshin, la casa dei poeti della Russia amata.

Questo articolo è una versione (non una vera e propria traduzione) di The Crimea of Russia’s imagination, di  Ruth Maclennan, scritto per BBC.

Foto: dr_tr, flickr

UCRAINA: Il governo di Kiev è legittimo? L’ombra nera di Svoboda

di Pietro Rizzi, Davide Denti e Giorgio Fruscione

La rivolta andata in scena a Kiev ha portato al potere un governo che rappresenta i partiti di opposizione al deposto presidente Yanukovich. Tuttavia tra “piazza” e partiti di opposizione non c’è sempre stata sintonia: come abbiamo scritto altrove l’opposizione condivide con Yanukovich ed il suo governo tutte le colpe, e forse ne ha di maggiori. Non ha saputo leggere la situazione e comprendere le proteste né tanto meno guidarle. Si è fatta trovare impreparata in ogni momento e non ha avuto proposte politiche concrete.

La fuga di Yanukovich ha però lasciato un vuoto da colmare, e i rappresentanti dei partiti Patria e Svoboda hanno dato vita a un governo unitario, mentre l’altro partito di opposizione, Udar, pur non facendone parte ha scelto di sostenerlo. Ma tale governo è legittimo? Dal punto di vista puramente formale, lo è. Yatsenyuk è stato designato da un parlamento democraticamente eletto, in cui i partiti non hanno più, oggi, le stesse posizioni che avevano al momento delle elezioni. Anche gli esponenti del Partito delle Regioni, quello di Yanukovich, hanno appoggiato il nuovo esecutivo. E l’articolo potrebbe finire qui. Proviamo invece a farci delle domande per problematizzare la questione, fermo restando la legittimità formale del governo di Kiev.

Questioni tecniche

Che cosa vuol dire, in effetti, che un governo sia legittimo o meno? In base a quali criteri? Nel diritto internazionale basta l’effective government, ovvero l’effettiva e indipendente potestà su una comunità territoriale. Se per essere legittimo un governo dovesse anche avere un’investitura democratica, molti sarebbero i governi “illegittimi”, a partire da quello russo. Le derive ultra-nazionaliste (di cui parleremo) e la presenza di un partito d’estrema destra al governo, qual è Svoboda, non bastano a mettere in discussione la legittimità del governo.

Passiamo allora all’impeachment che il Parlamento ha fatto contro Yanukovich all’indomani della sua fuga: è stato un atto costituzionale? No, esso è avvenuto in palese violazione della Costituzione ucraina non essendo stati rispettati in alcun modo la procedura prevista ed il quorum dei tre quarti richiesto per destituire il Presidente (Artt. cost. 111-112). Altrettanto incostituzionale è stata la reintroduzione della legge con la quale si rivedevano i poteri del Presidente tornando, quindi, alla situazione del 2004. Peccato che la stessa legge del 2004 fu abrogata dalla Corte Costituzionale perché adottata in violazione degli Artt. cost. 157 e 159. Si è quindi riesumata una legge che era già stata invalidata perché approvata senza rispettare la procedura costituzionale e perché assunta in un momento, la così detta Rivoluzione arancione del 2004, che è stata paragonata ad un periodo di stato d’emergenza: non si capisce perché adesso la valutazione dovrebbe essere diversa.

Questioni politiche

Queste le considerazioni “tecniche”, ma occorre anche fare delle considerazioni politiche. Questo Parlamento è composto dalle stesse persone che votarono a favore delle leggi “liberticide” di Yanukovich e consentirono la repressione della protesta. Gran parte dei deputati che hanno militato nel partito del Presidente sono ora alla base della nuova maggioranza parlamentare ed è lecito che sorgano dubbi sull’opportunità che una nuova fase si basi ancora su coloro che volenti o nolenti hanno partecipato al regime precedente.

Ma era davvero plausibile indire elezioni subito dopo la fuga di Yanukovich, con un paese sballottato e la gente ancora sulle barricate? I tre mesi di governo provvisorio (febbraio/maggio) fino alle elezioni anticipate parlamentari e presidenziali sembrano un termine democraticamente ragionevole. Peccato che il 25 maggio non si terrà nessuna elezione parlamentare. Si voterà solo per il presidente (l’Ucraina è infatti una repubblica semi-presidenziale sbilanciata ora, dopo la reintroduzione della Costituzione del 2004, verso il Parlamento) e questa Rada – e quindi questo governo – resterà in carica almeno fino a ottobre. Salvo colpi di scena.

Si voterà invece, in tutta una serie di elezioni locali che erano state bloccate negli ultimi anni dal governo Yanukovich per timore di perdere: tra queste, si sceglierà il nuovo sindaco di Kiev, che è governata da un commissario governativo dal 2010.

Il governo, insomma, è legittimo ma si poggia su un Parlamento politicamente delegittimato, benché eletto democraticamente nel 2012.

L’anima nera del governo

Non si può poi tacere l’anima nera di questo governo: Svoboda, partito di estrema destra nazionalista con derive razzistiche e antisemite, contrario tanto alla Russia quanto all’Unione Europea. Il leader del partito è Oleh Tyahnybok, noto per aver detto che il suo scopo è “estirpare dall’Ucraina tutta la feccia russa, tedesca e giudea”. Alle elezioni parlamentari del 2012 ha raccolto il 10% dei voti, con 36 deputati su 450 totali. Oggi, nonostante nei sondaggi sia attestato sul 6,5% (ma solo al 3,5% per le presidenziali del 25 maggio), Svoboda conta quattro esponenti nell’attuale esecutivo. Il primo è Oleksander Sych, vice-premier (carica che condivide con Serhiy Arbuzov, uomo di Yanukovich, già capo della Banca centrale ucraina), noto per le sue posizioni anti-abortiste è stato eletto in Parlamento nel 2012. Il secondo è Andriy Mokhnyk, ministro dell’Ecologia e delle Risorse naturali, braccio destro di Tyahnybok, Completano il quadro Ihor Shvayka, ministro dell’Agricoltura e Igor Tenyukh, ministro della Difesa. Cariche tutt’altro che marginali che non possono che gettare discredito sull’attuale esecutivo ucraino. Da aggiungere alla lista il neo procuratore generale Oleg Makhnitsky, che ha il compito di guidare la magistratura inquirente e quindi di decidere chi incriminare e chi salvare: un ruolo che dovrebbe ricoprire una persona meno vicina all’estremismo.

Svoboda è stata la protagonista della seconda fase della protesta, iniziata con l’abbattimento della statua di Lenin e culminata nell’assedio al Parlamento. Svoboda è stata abile a spaccare la protesta deviando nella violenza quella che poteva essere una nuova “rivoluzione” pacifica come quella del 2004.

Il direttore delle televisione di stato ucraina, Alexander Panteleimónov, è stato aggredito nei giorni scorsi e forzato a dimettersi a seguito di violenze perpetrate da uomini di Svoboda. Un portavoce del partito, Alexander Aronets, ha inviato un messaggio tramite Facebook in cui sosteneva che “queste azioni sono necessarie” perché il canale televisivo e il suo direttore sono stati “un lavaggio del cervello per il popolo ucraino”. Come avviene in molti paesi, il direttore Panteleimónov era stato nominato dal partito al potere, quello di Yanukovich, di cui era espressione. Ma l’azione di Svoboda testimonia come le squadracce del partito siano pronte a farsi giustizia da sole, esattamente come prima facevano le squadre di picchiatori targate Yanukovich. Il premier ucraino Yatsenyuk ha pubblicamente condannato l’azione ma il nuovo governo deve fare attenzione a non cadere preda della violenza di Svoboda.

La legge sulle lingue minoritarie

Tra le prime misure approvate dal nuovo Parlamento c’è stata l’abrogazione della legge del 2013 sulla tutela del multilinguismo: una legge che tutelava di fatto solo il russo, poiché le altre lingue non superavano la soglia del 10% dei parlanti nel proprio distretto, costringendo così le piccole minoranze linguistiche (tatari, ma anche ungheresi, bulgari, rumeno/moldavi, ruteni, polacchi) a dover scegliere tra russo e ucraino. L’abrogazione, nonostante fosse stata pensata per riportare in condizioni di parità la protezione delle diverse lingue oltre all’ucraino, è stata intesa come espressione del nazionalismo del nuovo governo e usata da Putin per giustificare il proprio intervento. Tuttavia la richiesta di abrogazione non è stata mai firmata dal Presidente della Repubblica ad interim: di fatto, quindi, quella legge è ancora in vigore e la lingua russa non è discriminata, anzi rimane l’unica lingua protetta oltre all’ucraino.

Conclusione

Occorre guardare alla situazione ucraina con realismo: il nuovo potere è fragile, preda di molte pulsioni, sostenuto da forze eterogenee e opposte tra loro, e per superare l’epoca di Yanukovich sono necessarie soluzioni di compromesso. La presenza di Svoboda nell’attuale esecutivo, che non va sottovalutata, non è tale da poter far ricadere sotto l’etichetta di “fascista” l’intero governo. Esso è però senz’altro espressione del nazionalismo ucraino, e il nazionalismo non è mai un buon consigliere.

UCRAINA: La Crimea dice sì a Mosca. Quali scenari?

“Siete a favore della riunificazione della Crimea con la Russia come entità costituente?”. Circa il 96% tra i votanti della Crimea, con un’affluenza superiore all’81%, ha risposto affermativamente, segnando, almeno simbolicamente, la fine della sovranità ucraina sulla regione. Sovranità che ormai da vari giorni non era più de facto in capo all’Ucraina, dopo che militari apparentemente senza mostrine, ma chiaramente russi, avevano preso il controllo della regione appoggiati da buona parte della popolazione.

Le ore precedenti alla diffusione dell’esito del referendum sono state ricche di eventi che non fanno ben sperare: sabato 15, mentre a Kiev la Corte Costituzionale dichiarava incostituzionale la consultazione referendaria e la Verkhovna Rada, il Parlamento, scioglieva il Parlamento della Crimea con 278 voti su 450, il Ministero degli esteri affermava che Strilkove, una cittadina appartenente alla regione di Kherson (geograficamente Crimea) veniva conquistata da truppe russe. La nota del Ministero terminava con un poco tranquillizzante: “l’Ucraina si riserva il diritto di usare tutte le misure necessarie per fermare l’invasione russa”.

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU esaminava nella stessa giornata una risoluzione che dichiarasse invalida la consultazione referendaria: copione ovvio, con 13 voti a favore, l’astensione della Cina ed il veto russo. Esito scontato che ha dimostrato l’isolamento internazionale della Russia.

La domenica del referendum, oltre ai comunicati delle cancellerie europee e degli USA con i quali si ripeteva il non riconoscimento, il Ministro della Difesa ucraino ha annunciato una tregua con la Russia sino al 21, giorno in cui il Parlamento russo esaminerà la proposta di legge per l’annessione di terre straniere e l’Ucraina siglerà la parte politica dell’Accordo di associazione con l’UE. Una buona notizia, se non si fosse saputo del dislocamento di altre truppe russe in Crimea, e dello spostamento di soldati e mezzi blindati ucraini al confine con la Russia.

Prevale il principio di autodeterminazione o il principio dell’integrità territoriale?

La Russia è intervenuta affermando di voler proteggere la popolazione di origine (e spesso con passaporto) russa. Causa contingente l’abrogazione della legge (poi non ratificata dal Presidente ad interim) che garantiva l’ufficialità del russo, e di altre lingue minori, in regioni dove le minoranze erano superiori al 10%. Putin ha più volte dichiarato di aver ricevuto richieste di intervento e protezione da parte dalla popolazione della Crimea ed ha accettato il referendum come in linea con il principio di autodeterminazione dei popoli sancito dalla Carta delle Nazione Unite, articolo 1, paragrafo 2. Tale principio, spesso invocato ma che nella prassi ha avuto un’applicazione abbastanza limitata, è stato inquadrato nell’ottica dei territori coloniali e di quelli conquistati ed occupati con la forza.

L’Ucraina accusa la Russia di violazione del proprio territorio e ritiene che il referendum sia incostituzionale: un referendum che trattasse questioni territoriali sarebbe legale se coinvolgesse tutti i cittadini ucraini (articolo 73 della Costituzione). La Russia inoltre ha sottoscritto alcuni trattati nei quali riconosceva l’integrità territoriale ucraina con inclusa la Crimea (Dichiarazione di Alma Ata del 1991, Memorandum di Budapest 1994, Accordo per la concessione della base di Sebastopoli del 1997, prorogato nel 2010).

Referendum: si è svolto tutto in modo appropriato?

Tralasciando la validità del referendum è opportuno rimarcare alcune particolarità. Innanzitutto i quesiti. Il primo chiedeva se si volesse l’annessione alla Russia, l’altro se si preferisse la reintroduzione della Costituzione del 1992 all’interno dell’Ucraina, tralasciando l’opzione dell’indipendenza. La campagna referendaria non si è svolta: non vi sono stati comitati promotori, anche se gran parte della nomenklatura e dei media (russi poiché la televisione ucraina è stata in gran parte oscurata) hanno sponsorizzato l’annessione. Il tempo di preparazione è stato limitato: il Consiglio Supremo della Crimea ha stabilito il 6 marzo che dieci giorni dopo si sarebbe svolto il referendum, in precedenza era stato fissato per il 25 maggio, e poi per il 30 marzo. In un lasso di tempo simile è difficile organizzare un sistema perfetto, ed il blocco dell’accesso alle liste elettorali da parte della Commissione Elettorale Centrale di Kiev ha portato gli organizzatori a rifarsi a liste non aggiornate. Proprio liste elettorali approssimative hanno lasciato alle commissioni distrettuali numerose libertà: molti i cittadini non ucraini che, residenti in Crimea, sono stati ammessi al voto. I militari hanno presidiato per motivi di ordine pubblico le strutture dove si svolgevano le consultazioni. Le urne trasparenti e le schede inserite aperte, che alcuni media hanno sottolineato in negativo, sono previste dalla legislazione elettorale ucraina e non si diversificano rispetto alle precedenti elezioni nazionali. L’inno di Mosca ha risuonato al di fuori di molte strutture elettorali, e le bandiere russe sono state portate da numerosi votanti all’interno dei seggi.

Non si sono verificati scontri e, al di fuori delle valutazioni personali e delle percentuali bulgare, il risultato (con i tatari e gli ucraini che hanno boicottato la consultazione) è in linea con l’opinione della maggioranza degli abitanti della Crimea.

Crimea: quale scenario?

La comunità internazionale e l’Ucraina non accetteranno l’esito del referendum, ma la palla sembra essere in mano a Putin che può accettare di annettere la Crimea o farne un nuovo territorio amico, da proteggere, ma da lasciare ad una forma di autogestione.

Se annessione fosse si troverebbe una regione in crisi economica per la quale dovrebbe sborsare vari miliardi di dollari. Non essendo contigua territorialmente andrebbe poi finanziato un ponte sullo stretto di Kerch, del quale si parla da anni. La minoranza ucraina e tatara andrebbero gestite con attenzione: troppo controllo sarebbe criticato, ma troppa libertà permetterebbe loro di sollevarsi. Un altro confine da gestire con l’Ucraina sarebbe, dopo quanto accaduto, fonte di rischi continui.

La seconda possibilità è uno scenario transnistriano. Putin potrebbe preferire che la Crimea si gestisca da sola, mantenendo però un certo controllo sui governanti, sulla falsa riga di quanto è avvenuto anche in altre autoproclamatesi repubbliche (Abkhazia, Ossezia del sud). Mosca dovrebbe comunque aprire il cordone della borsa per non suscitare nostalgie verso l’Ucraina, ma la responsabilità sarebbe in primo luogo dei nuovi leader. Il rischio, in questi casi, è che poi il vertice statale pretenda sempre di più e che inizi a cercare una propria via di affermazione che in casi analoghi ha creato problemi a Mosca (Smirnov in Transnistria). La base di Sebastopoli rende l’area di particolare importanza ed al tempo stesso è una presenza militare costante che in caso di necessità potrebbe agire in Crimea ed all’esterno senza dover più sottostare alle regole di Kiev: un guadagno geopolitico non da poco. In questo caso a fronte di ogni eventuale crisi con l’Ucraina la Crimea potrebbe essere una spina nel fianco dell’ex stato di appartenenza e la Russia potrebbe sempre affermare la propria estraneità ai fatti. Dopo alcune brutte esperienze passate (soprattutto la guerra in Ossezia del sud del 2008) Putin potrebbe essere tentato di assumersi personalmente l’onere della Crimea, accettando la proposta di annessione e proponendosi come il liberatore dal governo di Kiev, definito spesso fascista ed antisemita.

Le prossime ore saranno importanti per capire che cosa voglia fare il leader del Cremlino, sempre più combattuto tra l’ascoltare le minacce internazionali o seguire i falchi interni. La partita ucraina potrebbe non essere finita e le manifestazioni a Kharkiv, Donetsk ed in altre parti sud orientali del paese ne sono dimostrazione. Non sarà un voto a sancire la fine della partita.

UCRAINA: Cosa succede in Crimea, tra propaganda etnica e retoriche umanitarie. Qualche spiegazione

Questo articolo segue idealmente quello realizzato per fare il punto sulle motivazioni e conseguenze delle proteste a Kiev.

Riassunto dei fatti

Per il riassunto dei fatti, dalle prime proteste in Crimea alla pronuncia del parlamento locale per l’annessione alla Russia, si legga qui.  Per una analisi dei fatti, si prosegua.

L’intervento russo è legale?

Nel 1921 la Crimea diventa una Repubblica socialista sovietica ed è solo nel 1954 che Nikita Krushchev la annette all’Ucraina, decisione osteggiata dalla popolazione che temeva di essere minoranza nella nuova repubblica. La scelta di Khrushchev rientra nella logica sovietica di unire all’interno delle repubbliche socialiste diverse componenti nazionali, al fine di impedire a ciascuna di emergere e mettere in discussione il potere di Mosca. Con l’annessione della Crimea, a maggioranza russofona, l’Ucraina si trovava così divisa a metà tra popolazione russa e ucraina.

Nel 1991, all’indomani della caduta del regime sovietico, un accordo tra Kiev e Mosca sancì la permanenza della Crimea all’interno dello stato ucraino. Nel 1992 la popolazione della Crimea votò per l’indipendenza ma alla fine il governo locale decise di restare parte dell’Ucraina pur con uno status di “repubblica autonoma”. L’Ucraina, tuttavia, non è uno stato federale e la Crimea non ha mai goduto di effettive autonomie. Essa è parte integrante dello stato ucraino: una richiesta di secessione non avrebbe nessuna legittimità legale, così come Mosca non può rivendicare il possesso della Crimea dopo aver firmato con Kiev un accordo in senso contrario nel 1991.

L’accordo del 1991 prevedeva che la flotta da guerra della marina russa potesse rimanere ancorata a Sebastopoli, ed è stato recentemente rinnovato fino al 2042. L’esercito russo, secondo gli accordi, non può uscire dalle basi: farlo sarebbe un atto di guerra. Il nuovo potere di Kiev ritiene valido l’accordo e la presenza della flotta russa a Sebastopoli non è stata messa in discussione dal nuovo governo.

Nel 1994 Stati Uniti, Russia, Regno Unito e Ucraina firmarono il Memorandum di Budapest che sanciva l’inviolabilità della sovranità ucraina e vietava qualsiasi azione di coercizione economica e militare da parte dei firmatari atta a sottomettere il paese. Tale accordo non fu mai rispettato nella sostanza: Mosca ha sempre tenuto Kiev nella sua orbita con la minaccia del gas (coercizione economica) e dal 2004 ha distribuito passaporti russi ai cittadini ucraini di lingua russa, in Crimea come nel Donbass, a est del paese (ingerenza politica).

Di ingerenza politica sono in certa misura responsabili anche gli Stati Uniti che, almeno dal 2004, hanno manifestamente finanziato – attraverso una rete di organizzazioni non governative e fondazioni – i movimenti di opposizione al regime di Yanukovich.

In ogni caso l’accordo di Budapest è oggi carta straccia.

Gli argomenti di Mosca

Mosca usa tre diversi argomenti:

1) “le truppe paramilitari non sono russe, non obbediscono al Cremlino. Sono milizie di autodifesa” – formalmente può essere vero ma è evidente che rispondono agli interessi di Mosca. Non solo: gruppi spontanei di autodifesa non potrebbero avere quel tipo di capacità organizzativa e armamenti, né una preparazione militare sufficiente.

2) “a Kiev è andato al governo un potere fascista il cui ultranazionalismo è un pericolo per i cittadini di origine russa” – esiste nella protesta di Kiev una “anima nera” rappresentata da gruppi ultranazionalisti. Nel governo essi ricoprono alcune cariche, benché marginali. È impossibile dire, al momento, quale sarebbe la linea di governo verso le minoranze non ucraine. Tuttavia parlare di “fascismo” è retorico e fuori luogo e testimonia la volontà del Cremlino di dare un connotato ideologico alla sua operazione. Il governo rappresenta tutte le forze dell’opposizione, tra cui gli ultranazionalisti, ma non è guidato da loro. È sbagliato prendere una parte per il tutto. È però un fatto che la legge a tutela delle minoranze sia stata cancellata dal nuovo parlamento.

3) “Mosca ha il diritto di difendere la popolazione russa” – un diritto che si fonda su un abuso. In Crimea i russofoni sono davvero cittadini russi, poiché hanno il passaporto russo, ma questo è stato concesso senza un accordo con le autorità di Kiev. È evidente oggi come Mosca stesse – con quella mossa – preparando il terreno. Inoltre la popolazione russa in Crimea è poco più della metà del totale (58%, secondo il censimento del 2011).

La risposta occidentale

Gli Stati Uniti e l’Unione Europea ne usano sostanzialmente una:

1) “la Russia ha stracciato tutti i trattati esistenti e tutte le regole del diritto internazionale, deve ritirare le truppe e riconoscere la legittimità delle aspirazioni di libertà del popolo ucraino” – Nella forma è corretto, nella sostanza non si può però dimenticare che il bombardamento di Belgrado e del Kosovo, come la guerra in Libia, furono condotte dalla Nato senza avallo Onu. E la guerra in Iraq fu motivata con prove poi rivelatesi false, costruite ad arte da Washington. Le argomentazioni usate allora non furono dissimili da quelle usate oggi da Mosca: c’erano governi dittatoriali e popolazioni da proteggere. Intervento umanitario, insomma, come quello messo in campo oggi dal Cremlino. Disse Montanelli che “ogni diritto ha il suo rovescio” e il concetto di “bellum iustum” è facile da piegare ai propri interessi.

In tutto questo l’Unione Europea ricopre un ruolo marginale: i paesi che la compongono non hanno la stessa opinione sul da farsi e, al di là dell’accordo di associazione già proposto, non hanno molto da offrire. Certo anche l’UE ha fatto la sua “propaganda” insistendo sull’europeismo delle proteste anche quando era evidente che non lo erano. Ma oltre a questo, non è l’eminenza grigia che l’altra propaganda, quella anti-europeista, vuole descrivere. La recente intercettazione tra la Ashton e il ministro degli Esteri estone conferma l’estraneità di Bruxelles dalle vicende ucraine, al punto che Ashton ha dovuto farsi informare dal ministro estone su quanto accedeva in quelle ore a Kiev.

La pericolosa propaganda etnica

Mosca insiste sulla tutela della popolazione russa di fatto calcando la mano sulle differenze “etniche” tra due gruppi che vengono presentati dalla retorica del Cremlino come contrapposti e irriducibilmente diversi. Non è vero. Se guardiamo ai morti durante le manifestazioni di Kiev, c’era chi veniva dalla Crimea e chi da Donetsk, anche se per ovvie ragioni la maggior parte erano cittadini di Kiev. Inoltre non esiste una linea di demarcazione culturale netta: molti ucraini sono di religione ortodossa, come i russi. Altri di confessione uniate (una fede di rito orientale ma di dottrina cattolica) a testimoniare come l’Ucraina sia un ponte tra oriente e occidente europeo. Anche linguisticamente gran parte della popolazione parla surzhik, un misto di vocabolario russo combinato con la grammatica e la pronuncia ucraina.

Nel caso della Crimea poi si dimentica come solo poco più della metà della popolazione sia russa (58%), seguita da ucraini (24,4%) e tatari (12,1%). Questi ultimi sono gli unici abitanti autoctoni della regione, in buona misura scacciati dalle loro terre durante la russificazione forzata avvenuta a metà dell’Ottocento e deportati in Asia centrale da Stalin nel 1944. Sorte che condivisero con una minoranza italiana, tutt’ora presente nella penisola. Insomma, lo slogan “la Crimea è Russia” non dice il vero.

La retorica occidentale e la diplomazia divisa

Come non dice il vero nemmeno la pelosa retorica del campo occidentale, fondata sul diritto alla libertà del popolo ucraino: anche quelli che manifestano a Kharkiv contro l’attuale governo, e hanno votato per Yanukovych alle scorse elezioni, sono cittadini ucraini. Non si è ancora certi che il nuovo corso rappresenti davvero le aspirazioni di tutto il popolo ucraino. E questo parlamento, va ricordato, è lo stesso che votò le leggi repressive contro i manifestanti di piazza Indipendenza volute da Yanukovych. Finché non si andrà a votare, il parlamento resta quello.

La situazione è quindi assai più complessa di come certe retoriche la dipingono. Il potenziale esplosivo c’è tutto e le opposte propagande confondono. La diplomazia internazionale è all’opera in queste ore per trovare una soluzione. Germania e Italia fanno cospicui affari con il Cremlino, specialmente con Gazprom (colosso energetico pubblico russo). La Gran Bretagna è pronta a un accordo e gli Stati Uniti non sembrano disposti a infilarsi in questo ginepraio. L’opzione di una spartizione dell’Ucraina, di cui si parla ormai da dieci anni, si sta facendo sempre più concreta.

Conclusioni

In mezzo a tante retoriche è bene guardare alla vicenda ucraina con una buona dose di realismo politico. Un realismo che vede due “blocchi” contrapposti desiderosi di mettere le mani sulla preda ambita: della libertà degli ucraini o della sicurezza dei russi, non importa né a Mosca né a Washington. Come abbiamo più volte detto, l’Ucraina è fondamentale per la volontà di potenza russa, ed è per questo che Washington è interessata a spostarla nella sua orbita di influenza. Tuttavia Mosca non accetterà facilmente una Ucraina di campo occidentale, magari con basi Nato a poche centinaia di chilometri dalla capitale.

Nell’era moderna il dominio non si esercita solo con le armi: l’Ucraina è un paese in bancarotta. Il Fondo monetario internazionale è pronto a elargire prestiti che saranno condizionati, come è la regola, da precise scelte politiche che Kiev dovrà operare. Scelte non meno “invasive” di quelle che avrebbe dovuto fare accettando il denaro russo. Tra la padella e la brace, gli ucraini saranno comunque cotti e mangiati.

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Foto: IBTimes. Uomo con bandiera marina sovietica a Sebastopoli

UCRAINA: Occupati da milizie gli aeroporti della Crimea, mentre Yanukovich parla da Rostov

di Giovanni Bensi e Davide Denti

Azioni dimostrative sono in corso dalla prima mattina in Crimea da parte di milizie filorusse, che hanno circondato l’aeroporto del capoluogo Simferopol. Nel frattempo, il deposto presidente Yanukovych è riapparso ed ha tenuto un discorso da Rostov sul Don, in Russia, negando la legittimità dell’attuale governo, ma ribadendo anche l’integrità territoriale dell’Ucraina. A Kiev si è insediato ufficialmente il governo Yatsenyuk, un “governo kamikaze”, ha detto il neo premier, per via delle misure impopolari che dovrà assumere.

Prosegue la radicalizzazione dello scontro in Crimea. Blitz di commando russi negli aeroporti, nella notte

Proprio nel giorno in cui Arseniy Yatsenyuk presentava al Parlamento di Kiev il suo programma come nuovo premier di transizione in Ucraina, s’infiammava la Crimea. A Simferopoli, capitale della repubblica autonoma, ieri un commando di 60 uomini armati e in tuta mimetica (tra cui membri del gruppo di bikers Night Wolves, che in passato avevano avuto udienza da Putin, facendo anche ritardare un suo appuntamento con Yanukovych) ha preso il controllo del Parlamento e del governo locale, issando una bandiera russa in cima all’edificio Il blitz, che non ha causato feriti, è opera delle autoproclamatesi forze di autodifesa della popolazione russofona della Crimea. Il parlamento regionale, cui avevano accesso solo i deputati russofili, ha votato quindi perché si tenga un referendum sullo status della Crimea il 25 maggio prossimo, in concomitanza con le elezioni legislative e presidenziali anticipate nel paese. Nel referendum, denunciato come illegittimo da Kiev, si chiede di confermare che “la Repubblica autonoma di Crimea ha la sua indipendenza statuale ed è parte dell’Ucraina in base ad accordi e trattati”.

Inoltre, l’assemblea ha dimesso la giunta regionale e nominato nuovo governatore Sergey Aksyonov del partito Unità Russa. Aksyonov, così come il presidente del parlamento della Crimea Volodymyr Konstantinov, non riconoscono la deposizione di Yanukovych e lo considerano ancora presidente legittimo del paese. “Seguiremo le sue indicazioni,” ha dichiarato Aksyonov. Non è chiaro quanti deputati abbiano partecipato al voto e se questo si sia svolto in maniera regolare, a causa dello stato d’assedio dell’edificio. Secondo la Costituzione ucraina, il governatore della Crimea è nominato dal parlamento locale in consultazione col presidente della repubblica.

In risposta alle tensioni in Crimea, il ministro dell’interno Arsen Avakov ha messo in allerta le forze di polizia, comprese quelle speciali. Da Kiev e’ arrivato anche un monito a Mosca: il presidente ad interim Oleksandr Turchinov ha avvertito i russi che “qualsiasi movimento militare al di fuori della base” navale di Sebastopoli, “ancor più se avverrà con le armi, sarà visto come un’aggressione militare”. L’incaricato d’affari russo è stato convocato per invitare Mosca a rispettare l’integrità territoriale della repubblica ex sovietica.

Si sarebbe intanto ritirato dall’aeroporto di Belbek a Simferopoli il commando armato che ne aveva assunto il controllo nella notte, fino all’arrivo di soldati russi appoggiati da blindati che si erano schierati a presidiarne il perimetro: lo ha dichiarato un portavoce dello scalo, Ihor Stratilati, intervistato dall’emittente radiofonica russa ’Ekho Moskvy’. Il portavoce ha confermato che le operazioni sono comunque proseguite senza particolari problemi. Il gruppo, composto da una cinquantina di persone in tuta mimetica e armate fino ai denti, era arrivato a bordo di tre camion corazzati ’Kamaz’, privi di targhe o di altri segni di riconoscimento. Secondo Stratilati, “pensavano che fosse atterrato un aereo con manifestanti a bordo ma, quando si sono resi conto da soli che non c’era nessuno, si sono scusati e se ne sono andati”. Stando ad altre fonti aeroportuali, pero’, i miliziani non identificati rimarrebbero comunque nei pressi della struttura. Giornalisti presenti sul posto hanno riferito una diversa versione sulle cause dell’incursione: gli occupanti avrebbero inteso impedire l’arrivo nella Repubblica autonoma di Crimea, di cui Simferopoli e’ la capitale, del neo-ministro dell’interno ucraino, Arsen Avakov, il quale aveva dichiarato: “considero l’azione come un’invasione armata e un’occupazione.” Un’azione simile è avvenuta, più tardi nella giornata, anche presso l’aeroporto di Sebastopoli. Secondo Avakov, i soldati responsabili delle azioni dimostrative presso gli aeroporti di Simferopoli e Sebastopoli sarebbero membri della flotta russa con base a Sebastopoli, ma i media russi li definiscono pattugli di autodifesa della Crimea.

La Crimea è una repubblica autonoma all’interno dell’Ucraina, dopo essere stata a questa ceduta dal Krushchev  nel 1954. I due milioni di abitanti della penisola sono in maggioranza russofoni e non vedono di buon occhio gli avvenimenti a Kiev. Ma esiste anche una consistente fetta di ucrainofoni e tatari di Crimea (discendenti dei tatari espulsi da Stalin verso l’Asia centrale e ritornati negli anni ’90) che sono invece leali al nuovo governo di Kiev e molto diffidenti di Mosca.

Yanukovych parla da Rostov. “Sono ancora il presidente legittimo. L’Ucraina resti unita.” 

Intanto è tornato a farsi sentire il presidente ucraino deposto, Viktor Yanukovych, con un discorso e conferenza stampa di un’ora da Rostov na Donu, in Russia, non lontano dai confini ucraini.

Dopo giorni in cui si speculava della sua posizione, è dunque confermato che Yanukovych abbia lasciato il paese – i media russi parlavano di Barvikha, una casa di cura del Cremlino vicino a Mosca, un giornale greco ha scritto che si trova nel monastero del Monte Athos ma per il nuovo procuratore generale di Kiev, Oleg Makhnitskij, esponente del partito nazionalista “Svoboda” (“Libertà”), Yanukovych era ancora in Ucraina. Janukovich aveva rilasciato una dichiarazione ieri, diffusa dai media russi, sostenendo di essere ancora il “presidente legittimo”, aveva avvertito che le regioni del sud-est non si piegheranno alle nuove autorità imposte dalla piazza e aveva chiesto alla Russia garanzie per la propria incolumità rispetto agli “attacchi degli estremisti”. Mosca aveva fatto sapere di avergli assicurato “la sicurezza personale su tutto il territorio russo”.

Nel discorso da Rostov, Yanukovych ha ribadito di essere ancora il presidente legittimo, di non essere stato cacciato ma di essersi dovuto allontanare dal paese per via delle minacce all’incolumità sua e della sua famiglia. Ha accusato l’attuale parlamento e governo di essere illegittimi e controllati dai “fascisti”, e l’occidente di aver condotto all’attuale situazione con la propria condotta irresponsabile e non avendo fatto rispettare gli accordi presi. Ricollegandosi all’accordo con i leader dell’opposizione su mediazione dei ministri degli esteri Ue, Yanukovych ha detto che le elezioni presidenziali si dovranno tenere solo a dicembre, e che non parteciperà alle elezioni previste per maggio, in quanto “illegali”. Per quanto riguarda la situazione in Crimea, secondo il deposto presidente essa è una reazione al “banditismo” a Kiev; allo stesso tempo, ha reiterato la sua opinione che l’Ucraina debba restare unita, e annunciato che non chiederà azioni militari esterne. Infine, si è detto pronto a rientrare in Ucraina non appena la sicurezza sua e della sua famiglia saranno garantite, e ha confermato di non aver incontrato Putin in questi giorni ma di avergli solo parlato al telefono.

Il governo Yatsenyuk ottiene la fiducia del parlamento

Nel frattempo la Rada suprema, il Parlamento, ha confermato con 371 sì su 450 la nomina di Yatsenyuk, fedelissimo di Julija Tymoshenko, come premier per la transizione. L’ex ministro dell’economia, che era già stato designato mercoledì sera dai manifestanti riuniti in Majdan Nezalezhnosti, a Kiev, si è impegnato a non candidarsi alle presidenziali del 25 maggio. Poi ha avvertito che il nuovo esecutivo dovrà prendere “decisioni estremamente impopolari” per guidare il Paese attraverso la crisi economica e si è impegnato a rispettare i diritti della minoranza russofona. A quest’ultimo riguardo, il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, ha espresso preoccupazione per le “gravi violazioni dei diritti umani” dei russofoni in Ucraina a cui, ha avvertito, Mosca “risponderà in maniera decisa e intransigente”.

Lavrov incontrerà la responsabile della politica estera Ue, Cathy Ashton, a Roma, il 5 marzo. L’incontro russo-georgiano, che avrebbe dovuto tenersi negli stessi giorni, è stato posticipato di una decina di giorni.

Foto: Russia Today

UCRAINA: Scenario jugoslavo per l'Ucraina? A rischio l'integrità del paese

La crisi ucraina che va avanti da oltre tre mesi evolve di minuto in minuto trasformando non solo la complessità della situazione all’interno del paese, in cui sono coinvolti leader politici e “di piazza”, ma anche il contesto geopolitico circostante, dove il ruolo degli attori internazionali rappresenta il motore dell’intera questione.

Le notizie delle ultime ore circa le mobilitazioni di massa in Crimea, in risposta al nuovo governo “EuroMaidan”, accompagnate dalle immagini di un mezzo blindato nella città di Sebastopoli, non sembrano rassicurare circa l’integrità territoriale ucraina, che dopo 60 anni potrebbe appunto vedere il ritorno della regione autonoma della Crimea verso la Russia.

Nonostante la crisi istituzionale e politica dell’Ucraina sia in continua evoluzione, esisterebbero i presupposti per la considerazione di un esito simile a quello della Jugoslavia.  I due casi, va detto, presentano differenze sia dal punto di vista geopolitico che per il periodo storico in cui sono inserite. Mentre la Jugoslavia, ponte d’Europa tra est ed ovest, iniziava la sua dissoluzione all’indomani del caduta del muro di Berlino; l’Ucraina, stretta tra le due potenze – russa ed europea – è tuttora coinvolta in quel periodo di transizione, di cui è difficile stabilire la fine. Tuttavia, allo scenario ucraino è stato più volte affiancato lo spettro della “sindrome jugoslava”.

Il contesto di partenza è uguale in entrambi i casi: l’acuirsi della crisi economica dettata da un crescente debito pubblico il cui aggravarsi prevede l’insolvenza delle banche, il fallimento di molte imprese, l’insostenibilità della spesa pubblica e il deteriorarsi degli standard di vita della popolazione. Mentre in Jugoslavia questo scenario ha portato alla contrapposizione di forze accentratrici e spinte secessioniste, in Ucraina è prevalsa la scelta di Yanukovic di allinearsi con Mosca e l’Unione doganale euroasiatica, piuttosto che con l’Unione Europea, attraverso la firma del patto di associazione.

La reazione, in entrambi i casi, è stata una crisi politica ed istituzionale che, nel caso jugoslavo, ha portato alla dissoluzione della Lega dei Comunisti Jugoslavi nel gennaio del ’90, e nel caso ucraino alla rivolta di massa contro il potere di Yanukovic. La formazione di governi locali a stampo nazionalista è stata la prassi seguita dalle repubbliche jugoslave nel biennio ’91-’92, mentre a Kiev i leader politici dell’opposizione si sono fatti portavoce delle rivolte di EuroMaidan, imponendo la deposizione e la fuga di Yanukovic (accusato e ricercato per omicidio di massa) e la formazione di un governo in attesa delle elezioni fissate al 25 maggio.

L’analogia tra la crisi politica jugoslava e quella ucraina sta anche nella formazione di nuovi poteri i cui esponenti erano relegati all’illegalità, nel caso dei nazionalismi in Jugoslavia, e all’opposizione “forzata”, se non addirittura al carcere, nel caso ucraino.

Allo stesso tempo, la crisi jugoslava si è evoluta attraverso la radicalizzazione di partiti nazionali e la formazione di gruppi paramilitari pronti a combattere per la compattezza etnonazionale. Nello stesso modo, a Kiev, i gruppi a sostegno di EuroMaidan si sono radicalizzati tra le frange più estreme, quali i nazisti di Pravij Sektor da un lato, e le forze di polizia speciale berkut dall’altro.

Inoltre, dopo le giornate di guerriglia della settimana scorsa che hanno causato oltre ottanta morti su piazza Indipendenza, è tornata la “quiete” ma restano i segni della battaglia, nonché i gruppi di rivoltosi, spesso armati, decisi a difendere quanto conquistato in tre mesi di rivolta. Nonostante la formazione del nuovo governo, i cui ministri sono in maggioranza rappresentanti dell’ovest e del centro del paese, l’Ucraina sembra più instabile che mai. I disordini davanti al parlamento della Crimea a Simferopoli lasciano infatti presagire che le divisioni tra tatari di Crimea (12%), che appoggiano il nuovo governo, e russi (circa 60%), che difendono l’autonomia se non addirittura l’integrazione con la Russia, possano portare alla frammentazione del paese.

Per quanto concerne i gruppi nazionali e linguistici, l’Ucraina è ancor più frammentata di quanto lo fosse la Jugoslavia, dove però il mescolamento tra gruppi nazionali era maggiore. Tuttavia, cosi come all’inizio della crisi jugoslava i progetti politici di indipendenza o difesa della federazione seguivano le percentuali dei gruppi nazionali, allo stesso modo in Ucraina sono prevalentemente gli ucraini dell’ovest a voler difendere l’integrità del paese, mentre ad est e in Crimea sono i russofoni e gli appartenenti all’etnia russa a ventilare l’ipotesi di secessione.

Infine, il ruolo della comunità internazionale, divisa come lo fu in Jugoslavia, tra progetti d’integrazione europea da un lato e rispetto degli accordi firmati da Yanukovic con Mosca dall’altro. Nel 1991 le potenze europee si divisero tra coloro che spingevano per il riconoscimento dell’indipendentismo sloveno e croato, come Germania e Austria, e coloro invece che volevano mantenere l’integrità jugoslava, come Francia e Gran Bretagna.

Il futuro dell’Ucraina, e di conseguenza della sua integrità, dipenderà da quali attori saranno in grado di garantirle l’appoggio necessario, che in termini economici ammonta a 35 miliardi di euro. Mentre l’UE sembra incentivare il nuovo governo affinché mantenga l’unità territoriale del paese, la Russia si è già espressa in difesa della popolazione russa e soprattutto della flotta navale sul Mar Nero. Se la Jugoslavia alla fine si è dissolta è anche in virtù della mancanza di interessi internazionali legati alla sua integrità, mentre in Ucraina i gasdotti che riforniscono l’Europa, nonché la flotta russa di Sebastopoli, rappresentano gli interessi maggiori sia per il mantenimento dell’integrità che per una sua frammentazione.

Per l’Ucraina dunque, il pericolo di uno “scenario jugoslavo” dipenderà anche da quale interesse a livello internazionale sarà in grado di prevalere.

UCRAINA: Yatsenyuk premier, la piazza va al governo. Sale la tensione in Crimea

di Giovanni Bensi e Davide Denti

Varato ieri sera il governo di transizione a Kiev. I ministri si sono presentati alla piazza, prima del voto di venerdì sulla fiducia alla Rada. Del governo fa parte il partito Batkivshchyna (Patria) di Tymoshenko e Yatsenyuk, insieme al partito di estrema destra Svoboda (Libertà) e a vari indipendenti e membri della società civile e delle proteste. Rimane fuori dal governo (ma lo sosterrà) il partito Udar di Viktor Klitschko, così come l’oligarca Petro Poroshenko, oltre alla vechia guardia di regionari e comunisti già a sostegno di Yanukovych. Intanto, aumentano le tensioni in Crimea tra filogovernativi e filorussi.

Il nuovo governo Yatsenyuk

Batkivshchyna ottiene 7 posti: premier, un vicepremier, energia, giustizia, interni, affari sociali. Svoboda ottiene due ministeri, agricoltura (Oleksandr Myrny) e ambiente (Andriy Mokhnyk, vicecapo del partito), e il procuratore generale facente funzioni. Gli altri ministeri sono per attivisti di euromaidan e membri della società civile.

Primo ministro è Arseniy Yatsenyuk, del partito Patria, già vice della Tymoshenko. Gli fa da vice Borys Tarasiuk, incaricato anche dell’integrazione europea.  Oleksandr Shlapak, economista e vicecapo dell’amministrazione presidenziale sotto Yushchenko (già forte critico della Tymoshenko), è il nuovo ministro delle finanze. Pavlo Sheremeta, economista indipendente, fondatore della Kyiv-Mohyla Business School e presidente della Kyiv School of Economics, è il nuovo ministro dell’economia. L’ambasciatore Andriy Deschytsia, che iniziò il dissenso dei diplomatici verso il ministro Leonid Kozhara, sarà il nuovo ministro degli esteri.  Confermato agli interni Arsen Avakov, già governatore di Karkhiv, vicino a Yushchenko.

Mininstro dell’energia è Yuriy Prodan, già nella stessa posizione nel governo Tymoshenko dal 2007 al 2010. Anche Ludmyla Denysova, ministro del lavoro e politiche sociali, era già stata ministro di Tymoshenko nello stesso periodo.

Sergiy Kvit, rettore della Kyiv Mohyla Academy, dovrebbe essere il nuovo ministro dell’educazione. Il nuovo ministro della cultura è Yevhen Nishchuk, portavoce di euromaidan, attore e professore di teatro. Oleh Musiy, dottore e coordinatore dei servizi medici di euromaidan, è il nuovo ministro della sanità. Olha Bohomolets, attivista dei servizi medici di euromaidan, sarà suo viceministro per le questioni umanitarie.

Volodymyr Groisman, sindaco della città di Vinnytsia, molto popolare e considerato vicino a Poroshenko, sarà il nuovo ministro per le politiche regionali. Anche l’attivista di automaidan, Dmytro Bulatov, sarà nel governo come ministro dello sport e dei giovani.

Diverse le nomine anche a capo di enti paragovernativi. Stepan Kubiv, deputato del partito Patria e già a capo di Kredobank nel 2000-2008, è il nuovo governatore della banca centrale. Tetiana Chornovol, giornalista investigativa e attivista di euromaidan, dovrebbe dirigere una nuova unità anticorruzione. Ehor Sobolev, attivista di euromaidan, sarà a capo del nuovo comitato per la lustrazione. Andriy Parubiy, deputato di Batkivshchyna e capo dell’autodifesa di euromaidan, è il nuovo segretario del consiglio nazionale per la sicurezza e la difesa. 

La maggior parte dei ministri in pectore arriva dall’Ucraina occidentale e centrale; solo due ministri possono dire di rappresentare geograficamente il sud e l’est: Arsen Avakov, già nominato ministro degli interni, che proviene da Kharkiv, e Lyudmyla Denysova, dalla Crimea. (d.d.)

Sale la tensione in Crimea. Scontri tra filorussi e filogovernativi a Simferopoli

Proprio in Crimea continuano le turbolenze. I due milioni di abitanti della penisola, trasferita dalle autorità sovietiche sotto amministrazione ucraina nel 1954 e oggi repubblica autonoma all’interno dell’Ucraina, sono in maggioranza russofoni e non vedono di buon occhio gli avvenimenti a Kiev. Dall’altra parte, esiste anche una consistente fetta di ucrainofoni e tatari di Crimea (discendenti dei tatari espulsi da Stalin verso l’Asia centrale e ritornati negli anni ’90) che sono invece leali al governo di Kiev. Nella giornata di mercoledì, scontri tra diversi gruppi di manifestanti nel centro del capoluogo Simferopoli hanno fatto due morti (per infarto e ferite, pare) e trenta feriti. Due palazzi governativi sono stati occupati dai filorussi, che vi hanno issato la bandiera russa e lo striscione “La Crimea è Russia”. Il ministro degli interni Arsen Avakov, ha fatto bloccare dalle forze di polizia tutto il quartiere adiacente alla sede del parlamento, precisando di avere preso questa decisione “per fronteggiare lo sviluppo di azioni estremiste” e “scontri armati nel centro della città”.

Nel frattempo, per stemperare le tensioni nel paese dopo la cancellazione della legge sulle lingue minoritarie (che proteggeva in pratica solo il russo), Andrii Sadovyi, sindaco della città di L’viv, nella regione più occidentale, ha proclamato il russo lingua ufficiale della città per un giorno. “Posso benissimo parlare russo seppur con un accento”, ha detto. “È il momento per questa iniziativa. Bisogna seminare un terreno fertile e non l’asfalto coperto di sangue”. Sadovyi è al momento forse il politico più popolare in Ucraina, e potrebbe candidarsi alle elezioni presidenziali, anche se non ha ancora confermato il suo interesse per tale posto. (d.d.)

Le reazioni russe

Il pericolo di un conflitto armato per la Crimea si fa più minaccioso. La Russia, infatti, continuerà a difendere i diritti dei suoi connazionali all’estero, in modo “fermo e senza compromesso”. L’ammonimento arriva oggi dal ministero degli esteri di Mosca, mentre sale la tensione in Crimea dove milizie di autodifesa formate dalla popolazione russofona hanno preso il controllo della sede del parlamento e del governo locali. “Il ministero degli esteri russo continuerà a difendere i diritti dei suoi connazionali nell’arena internazionale e reagirà in modo fermo e senza compromesso in caso venissero violati”, ha scritto il dicastero su twitter, denunciando allo stesso tempo “violazioni dei diritti umani su vasta scala in Ucraina”. Tra questi, a destare la “preoccupazione” di Mosca, una serie di episodi di “discriminazioni, aggressioni e vandalismo”.

Poco prima, una nota dello stesso ministero aveva riferito di continue profanazioni di “monumenti della storia” legata alla passata dominazione russa e sovietica in Ucraina. In particolare – ha denunciato il dicastero – l’ultimo episodio riguarda il Memoriale della fiamma eterna nella città di Sumy. “Stanno umiliando la memoria dei soldati che hanno liberato l’Ucraina”, ha accusato la Cancelleria moscovita, spiegando che “a Sumy è apparsa una vasta discarica vicino alla fiamma eterna, che commemora gli eroi della Seconda guerra mondiale”, proprio nel “70° anniversario della liberazione dell’Ucraina” dai nazisti.

Intanto i jet da guerra russi lungo i confini occidentali sono stati posti in allerta da combattimento. Lo ha annunciato il ministero della difesa dopo il blitz della milizia filo-russa che ha preso il controllo delle sedi del parlamento e del governo della Repubblica autonoma di Crimea. “I nostri aerei da guerra stanno effettuando pattugliamenti aerei continui nelle regioni di confine”, si legge in un comunicato. “Al momento hanno ricevuto un segnale di massima allerta”, aggiunge la nota. (g.b.)

 Foto: Marco Residori, Flickr

UCRAINA: Dopo le proteste. Il punto della situazione e le chiavi di lettura possibili

Premessa alle proteste

L’Ucraina è un paese diviso, ad ogni elezione si può vedere come la parte meridionale ed orientale del paese, di lingua russa, voti in maggioranza per il candidato più vicino a Mosca. La parte occidentale e settentrionale è invece di lingua ucraina, più vicina all’Europa centrale anche per ragioni storiche e vota tendenzialmente per i partiti di orientamento nazionalista. Tuttavia non c’è una spaccatura netta e la frontiera tra le due anime del paese è graduale e indefinita.

Il candidato “russofilo”, l’attuale presidente Yanukovich, è stato eletto presidente nel 2010, per la seconda volta non-consecutiva. In mezzo c’è stata la Rivoluzione arancione che ha portato al potere i candidati nazionalisti Viktor Yushenko e Julia Timoshenko. Quella “rivoluzione” nacque da un ampio e pacifico movimento di protesta per i risultati delle elezioni del 2004, ampiamente manipolati. La vittoria di Yanukovich fu contestata e piazza Indipendenza divenne il simbolo di quella protesta. La coalizione arancione tuttavia fallì nei suoi obiettivi e nel 2010 Yanukovich è stato rieletto. Da allora ha giocato sui due tavoli russo ed europeo, cercando di ottenere il massimo possibile da entrambe le parti ma senza mai mettere in discussione l’alleanza con Mosca.

Tuttavia l’imperversare della crisi economica convinse parte dell’establishment intorno a Yanukovich a giocare la carta europea: l’accesso all’area di libero scambio avrebbe forse giovato all’economia nazionale. Anche gli oligarchi che sostengono Yanukovich sembravano d’accordo. Non lo era però il Cremlino. Dopo una serie di trattative l’accordo con l’UE fallì anche grazie alla promessa di Mosca di elargire 15 miliardi di dollari per dare fiato all’economia ucraina.

Le fasi della protesta

Le proteste – che già covavano sotto la cenere – scoppiarono in quel novembre 2013 quando Kiev decise di non firmare l’accordo di associazione con l’Unione Europea.  La protesta è un insieme di anime con diverse aspirazioni e coloro che la guidavano a novembre, quando tutto è iniziato, non sono più gli stessi di oggi. Si possono individuare tre fasi:

1) La prima fase, iniziata il 21 novembre quando il Governo sospese le trattative per l’Accordo di Associazione con l’UE, si è connotata per le proteste pacifiche ed era fondata su una visione modernizzatrice dell’Ucraina come paese europeo.

2) La seconda fase è iniziata il 30 novembre quando i Berkut – le forze speciali – hanno sgomberato con la forza Maidan durante la notte. Il pacifismo è sparito, le bandiere europee pure e l’obiettivo è diventato opporsi alla mala gestione del presidente Yanukovich. In questa fase hanno assunto la guida progressivamente i gruppi d’opposizione più estremi, Svoboda e Spilna Sprava in primis, e questo trasferimento di leadership all’interno della piazza ha coinciso con eventi significativi: l’abbattimento della statua di Lenin a Kiev l’8 dicembre, l’accordo con la Russia per un prestito di 15 milioni di dollari il 19 dicembre, il pestaggio di Tatyana Chornovol il 25 dicembre, le leggi anti-protesta del 16 gennaio.

3) La terza fase è iniziata con i morti del 22 gennaio: la protesta diventa guerriglia urbana e l’obiettivo diventa la rimozione di Yanukovich ad ogni costo. Chi guida questa fase sono i guerriglieri, coloro che sono disposti a rischiare la vita per portare a termine il loro compito. Chiaramente le forze all’estrema destra dello scenario politico giocano un ruolo fondamentale, ma la situazione ha cancellato ogni logica politica. Durante ognuna delle tre fasi un’anima della protesta non ha escluso l’altra, e mentre gli estremisti si guadagnano la ribalta continua la protesta, pacifica e talvolta silenziosa, della gente comune.

4) La quarta fase è quella in corso, che ha visto la fuga da Kiev del presidente Yanukovich e la sua delegittimazione da parte del parlamento; la liberazione di Julia Timoshenko; la richiesta di “perdono” da parte dei Bekrut. Ma mentre il nuovo corso cerca di affermarsi, cominciano le proteste in alcune città a maggioranza russa che vedono il nuovo potere di Kiev come un colpo di Stato e un pericolo per le loro comunità.

Le responsabilità della politica ucraina

L’opposizione condivide con Yanukovich ed il suo governo tutte le colpe, e forse ne ha di maggiori. Non ha saputo leggere la situazione e comprendere le proteste né tanto meno guidarle. Si è fatta trovare impreparata in ogni momento e non ha avuto proposte politiche concrete.

Una diversità rispetto alla Rivoluzione arancione del 2004 è stata la non adeguata preparazione dei leader d’opposizione che non hanno colto la gravità del momento continuando a ragionare in modo settario. Klitschko, ex pugile, e leader di UDAR è colui che avrebbe maggiori possibilità, ma non ha una preparazione politica sufficiente. Yatseniuk, ex ministro degli Esteri e leader del partito Patria (quello della Timoshenko), non ha il carisma necessario. Tiahnybok, il leader di Svoboda noto per i suoi saluti nazisti,  non rappresenta una credibile alternativa. In tutto ciò la Timoshenko, in carcere fino a pochi giorni fa con l’accusa di corruzione, ha perso i riflettori: ha sempre la guida del suo partito, lo stesso di Yatseniuk, ma dal carcere lo spazio d’azione è limitato e questa diarchia all’interno del suo partito rischia di portare a Patria una perdita di consensi.

Dal canto suo Yanukovich ha gravi colpe. Non l’avvicinamento alla Russia, che è una legittima scelta di politica internazionale, ma la gestione mafiosa e clientelare del potere. Un potere che si basa sugli oligarchi che lo finanziano e su squadracce di picchiatori: molti settori dell’economia sono stati infiltrati dagli uomini “d’onore” vicini al Partito delle Regioni e per chi non si piega ci sono le intimidazioni e le violenze. Stessa sorte capita alle voci libere, in genere giornalisti indipendenti come fu Gongadze. Rimarchevole è che il leader dell’opposizione, Julia Timoshenko, sia stata  in carcere fino a pochi giorni fa: la Timoshenko, che certo non è esente da colpe, è stata condannata per ragioni eminentemente politiche.

Questa situazione è divenuta insostenibile al punto che il supporto a Yanukovich è cominciato a venir meno anche da parte dei suoi elettori mentre i suoi oppositori non hanno dimenticato l’esperienza della Rivoluzione arancione.

Le responsabilità internazionali e il gioco geopolitico

L’Ucraina è sull’orlo del collasso economico, ma resta una pedina fondamentale dello scacchiere geopolitico internazionale e specialmente nei rapporti tra l’Europa e la Russia. I motivi della sua importanza sono molteplici. Quelli essenziali sono:

1) il controllo dei gasdotti e la possibilità di influire sul prezzo del gas. Per la Russia è fondamentale controllare i gasdotti ucraini per continuare a giocare in posizione di vantaggio la partita del gas con l’Europa. Per i paesi europei la sicurezza energetica dipende, oggi, in buona misura da Mosca

2) lo sbocco sul Mar Nero, fondamentale per la Russia che non ha più porti dal pescaggio sufficiente ad ancorare la sua flotta mercantile e da guerra. Attualmente a Sebastopoli, in Crimea, si trova ancoratala flotta da guerra russa in base a un accordo firmato tra Yanukovich e Putin.

3) La Crimea è al centro degli interessi del Cremlino e le spinte autonomiste vanno viste come un tentativo di Mosca di tornare a controllare la regione. Il Mar Nero e l’accesso al Mediterraneo sono strategici per una Russia che voglia coltivare volontà di potenza. Senza l’Ucraina il peso geopolitico della Russia sarebbe ridotto, ed è per questo che gli Stati Uniti sono da sempre interessati alle vicende ucraine.

Il ruolo dell’Unione Europea

L’Unione Europea da anni annovera l’Ucraina nelle sue politiche di parternariato orientale e nel 2004, mentre a Kiev andava in scena la Rivoluzione arancione, dieci nuovi paesi (quasi tutti dell’est) aderivano all’Unione facendo dell’Ucraina un oriente ormai vicino. Quello che l’UE può offrire oggi all’Ucraina in crisi è l’accesso al suo spazio di libero scambio che consentirebbe a Kiev di vendere le proprie merci senza barriere e dazi doganali. Nel novembre 2013 questa opzione è stata rifiutata (ma si riproporrà) e al momento da Bruxelles non possono fare altro. Rispetto alla Rivoluzione arancione del 2004, quando Javier Solana si recò a Kiev per esprimere apertamente il sostegno dell’Unione alle proteste, oggi i rappresentanti di Bruxelles sembrano più freddi. La grande differenza con il 2004 è l’assenza americana. 

Alcuni paesi europei, Polonia in testa, manifestano apertamente il loro supporto alle proteste. Lettonia e Lituania garantiscono rifugio e cure mediche ai manifestanti. La Germania critica, senza eccessi, l’operato delle forze dell’ordine che hanno causato, ormai, più di cento morti dall’inizio delle proteste.

Le chiavi di lettura

Quello ucraino è un conflitto di conflitti. Quello che vediamo, in superficie, è uno scontro tra “piazza” e “palazzo”. Tuttavia non tutto il paese è rappresentato in quella piazza, come si è detto molti sono gli elettori di Yanukovich. Più in profondità si trova una lotta tra clan oligarchici e le violenze potrebbero essere strumentali a uno di questi clan, impegnato a scalzare quello che sostiene Yanukovich ma certo non migliore. Più in alto, molto sopra le teste dei protestatari, c’è la competizione geopolitica tra Russia e blocco euro-atlantico. Se guardiamo alla società troviamo invece una conflittualità tra nazionalisti, più o meno estremi, e “russofili”. Un contrasto che fin qui non ha mai prodotto violenze ma che non va sottovalutato.

Il rischio di una guerra civile è reale ma non inevitabile, molto dipenderà da quanto soffieranno sul fuoco le parti in causa.

 

UCRAINA: Una nuova "guerra di Crimea"? Intanto a Sebastopoli sfilano i carrarmati

DA KIEV – La situazione in Ucraina, dopo il bagno di sangue di giovedì scorso e il successivo collasso del governo, con la fuga del presidente Yanukovich, è tutt’altro che tranquilla, e molte nubi si addensano sul futuro del paese. A partire dalla Crimea, vero oggetto del contendere. Ieri un carrarmato russo è arrivato in piazza Nakhimov (video), nel centro di Sebastopoli, come riferiscono la TV russa in lingua inglese Russia Today (espressione diretta del Cremlino, ndr) e anche alcuni siti locali, secondo i quali altri mezzi blindati sono stati visti nelle vie principali d’ingresso della città. A Sebastopoli è ancorata la flotta della marina da guerra russa che dispone anche di mezzi militari terrestri come quello intervenuto stamane “a protezione del sindaco di Sebastopoli”, russofono ed espressione della comunità russa locale. Dal comando russo hanno poi precisato che “qualsiasi azione contro le nostre truppe sarà considerato come un attacco a uno stato sovrano”.

La Russia non ha alcuna intenzione di rinunciare alle proprie basi in Crimea e all’assetto geopolitico finora esistente, che essa considera come vitale per i propri interessi. Dunque la risposta all’Ucraina e all’occidente, che sta mettendo in qualche modo le mani su territori dalla Russia considerati intoccabili, sarà ferma e risoluta: se i propri interessi venissero seriamente minacciati, l’Ucraina sarebbe la prima a farne le spese.

Pare che si stiano costituendo spontaneamente delle unità di auto-difesa. Il nemico, qui, è il potere rappresentato dalla Maidan e dall’occidente accusato senza mezzi termini di aver sostenuto e fomentato la rivolta. Il risentimento antirusso è deflagrato senza controllo nelle regioni dell’ovest, mentre all’est e in Crimea si assiste al fenomeno inverso: molti cittadini di lingua russa, nelle regioni dell’est, temono che il nuovo potere formatosi a Kiev estremizzi l’ostilità verso le altre regioni e verso il potente vicino russo, molto irritato per il cambio di potere a Kiev.

La Crimea, donata all’Ucraina da Krusciov, non si sente affatto ucraina, e i russi potrebbero facilmente sobillare una rivolta per riportarla alla madrepatria. Oltre alle basi militari russe, esistono sul posto quantità pericolose di armi, stoccate in segreto al momento delle tensioni etniche fra russi e tatari di qualche anno fa. Incendiare la Crimea per poterla strappare all’Ucraina sarebbe molto più facile di quanto non si creda.  Un intervento “fraterno” della Russia non è escluso, nel caso che la situazione degenerasse, e le reciproche rassicurazioni fra est e ovest sull’integrità territoriale dell’Ucraina non sembrano del tutto tranquillizzanti: se dividere il Paese tra ovest ucrainofono e est russofono appare progetto complicato e possibilmente sanguinoso, un futuro controllo della Crimea da parte della Russia appare un’ipotesi da non trascurare.

Ora sarebbe importante che il nuovo potere in formazione a Kiev non si caratterizzi per comportamenti palesemente ostili nei confronti del potente vicino. In ogni caso la Russia ha i mezzi per danneggiare severamente l’economia ucraina, e non avrà esitazione ad usarli. Le rassicurazioni di Catherine Ashton su una collaborazione fra est e ovest sull’Ucraina non desteranno certo particolare entusiasmo a Mosca. Il potere da queste parti non si discute, si esercita.

L’atteggiamento russo nei confronti degli antichi possedimenti sovietici è sempre stato quello di chi ha rinunciato solo temporaneamente alla propria sovranità. Dove non arrivano i tank (almeno temporaneamente) arriva il gas e il sistema dei dazi sulle importazioni. Condividere l’influenza sull’Ucraina con l’Europa o gli Stati Uniti è un’idea molto fastidiosa per Mosca. Il progetto di unione doganale cui l’Ucraina era invitata non prevede apparentamenti ad ovest. La Russia non rinuncerà alla propria influenza sull’Ucraina. E storicamente non è abituata a discutere, ma a comandare. Ora, c’è da augurarsi che l’occidente e il nuovo potere ucraino, che hanno marcato un punto a proprio vantaggio, non irritino ulteriormente Mosca. Potrebbe essere un gioco molto pericoloso. Per tutti. Una nuova “guerra di Crimea” non è certo l’opzione più plausibile ma non si può al momento escluderla.

Foto Daily Mail

UCRAINA: In difesa di Yanukovich (e di Lenin), mentre si parla di dividere il paese

Il presidente ucraino Yanukovich è fuggito da Kiev a bordo di un elicottero, il parlamento lo dichiara decaduto e vota il ritorno alla costituzione del 2004, quella scritta a seguito della Rivoluzione arancione. Si tratta dello stesso parlamento che meno di due settimane fa votò le leggi repressive contro la protesta. Un parlamento che sembra in preda al panico, pronto a votare qualunque cosa pur di non finire nel tritacarne.

Il cambio di regime è in corso e, malgrado le tensioni crescenti, non sembrano al momento profilarsi pericoli per l’unità del paese. Sembra che il presidente Yanukovich, dopo aver dichiarato di non essersi dimesso e di essere ancora il leader legittimo del paese, sia volato ieri notte a Kharkiv, nell’estremo est del paese al confine con la Russia. La città è una delle sue roccaforti, qui si sono radunati manifestanti che protestano contro il cambio di regime a Kiev. Nella mattinata di oggi i manifestanti pro-Yanukovich si sono ritrovati nella piazza principale della città, ai piedi della statua di Lenin, simbolo della continuità dell’influenza russa nella regione. Una statua di Lenin era stata abbattuta, nelle prime settimane della protesta, proprio a Kiev segnando una svolta nelle manifestazioni anti-governative divenute, da allora, sempre più marcatamente estremiste e nazionaliste. I manifestanti di Kharkiv hanno dichiarato di voler difendere la statua di Lenin dalla violenza dei nazionalisti.

La difesa del “simbolo” dell’eredità russa non è stata seguita da scontri, una ridotta compagine di manifestanti anti-Yanukovich occupa attualmente il lato opposto della piazza ma le due fazioni si fronteggiano pacificamente, divise dalla polizia in assetto anti-sommossa. Una polizia che non si sa ancora a chi obbedirà. Stesso copione sta andando in scena a Donetsk: qui, più che a Kharkiv, si fonda il potere del presidente Yanukovich e proprio con il nome di “clan di Donetsk” è noto il gruppo oligarchico che lo supporta. L’umore della piazza si riassume in queste poche parole: “Yanukovich è il nostro presidente, lo abbiamo eletto democraticamente“.

Secondo alcune agenzie il governatore di Kharkiv avrebbe lasciato la città nella notte per recarsi in Russia, tuttavia si trovava stamane ai microfoni della BBC. La situazione è confusa e al momento non si sa dove sia Yanukovich ed è difficile immaginare i prossimi passaggi di una crisi che potrebbe ancora riservare violenze. Né è facile immaginare quali misure metterà in campo la Russia – che ha apertamente parlato di colpo di stato – per evitare di perdere il paese dalla sua sfera d’influenza. L’Ucraina è infatti fondamentale per la Russia, sia per mantenere la supremazia nella partita energetica che per questioni militari (a Sebastopoli, in Crimea, è ancorata la flotta della marina militare russa).

Le voci di una divisione del paese si rincorrono. Non si tratta di novità: fin dai tempi della Rivoluzione arancione molti think tank, russi ed europei, hanno profilato questa soluzione che vedrebbe la parte orientale del paese (russofona e vicina a Mosca) consegnata a uno stato filo-russo mentre quella occidentale verrebbe lasciata al campo euro-atlantico. Le voci di una spartizione del paese non trovano conferme ufficiali in queste ore, né i protestatari sembrano interessati a questa soluzione. A Kiev come a Donetsk si continua a ripetere: “il paese deve restare unito”. Ma a quale prezzo ancora non si sa.

ROMANIA: Il villaggio di Pungesti dice no alla Chevron

Da ormai dieci anni la riapertura della miniera di Rosia Montana anima il dibattito politico in Romania. Le ragioni di chi si oppone a quella che potrebbe diventare la più grande miniera a cielo aperto d’Europa si scontrano con i favorevoli ad una ripresa delle attività, che, sostengono, potrebbe alleviare la disastrosa situazione economica in cui versa la zona. Il premier Victor Ponta, un tempo contrario al progetto, ha cambiato opinione, dichiarando la riapertura della miniera di importanza fondamentale dal punto di vista economico. Il parlamento, nel frattempo, ha istituito una commissione ad hoc per analizzare la proposta di legge che conferirebbe alla miniera lo status di progetto di interesse nazionale. Se approvata dal parlamento, la legge darebbe il via libera all’esproprio dei terreni degli abitanti che si sono rifiutati di cedere le loro proprietà alla compagnia Gabriel Resources.

I romeni, nel frattempo, non stanno a guardare. Il 15 settembre scorso le bandiere con il simbolo della campagna Save Rosia Montana hanno sventolato in molte piazze della Romania, d’Europa e anche a New York, in occasione della giornata di mobilitazione globale indetta dagli organizzatori della campagna, mentre il 21 settembre i manifestanti hanno creato una lunghissima catena umana che ha circondato la Casa del Popolo a Bucarest, ora sede del parlamento romeno. A tutt’oggi le mobilitazioni stanno proseguendo con cadenza settimanale.

Dopo Rosia Montana, Pungesti

Oltre a dover trovare una soluzione alla questione di Rosia Montana, il governo guidato dal social-democratico Victor Ponta si trova ora a fronteggiare un altro focolaio di protesta a Pungesti, comune della Moldavia romena. Proprio a Pungesti la compagnia petrolifera americana Chevron avrebbe dovuto iniziare le trivellazioni esplorative alla ricerca di gas di scisto (l’ormai famoso gas shale) utilizzando l’altrettanto famosa tecnica della fratturazione idraulica, il fracking.

Nonostante avesse ottenuto i permessi necessari ad iniziare le trivellazioni, il 3 ottobre scorso la Chevron si è trovata impossibilitata a cominciare i lavori a causa delle proteste della popolazione locale, che ha bloccato in massa l’accesso al sito.

Pungesti è solo uno dei tre villaggi della Romania orientale in cui la Chevron ha ottenuto il permesso di trivellare il terreno alla ricerca di gas di scisto. Secondo le stime dell’amministrazione di informazione energetica statunitense (EIA), dal gas di scisto la Romania potrebbe recuperare un quantitativo in grado di coprire la propria domanda energetica per più di un secolo. E nonostante le preoccupazioni di chi sostiene che il fracking potrebbe danneggiare irrimediabilmente l’ambiente e inquinare le falde acquifere, la Chevron afferma che tutte le sue attività rispettano gli standard e le leggi romene ed europee a riguardo.

Gli abitanti di Pungesti, che vivono prettamente di agricoltura di sussistenza in una delle regioni più povere d’Europa, non sono dello stesso parere. Hanno infatti continuato a protestare per giorni, chiedendo a gran voce ai politici di revocare alla Chevron il permesso di trivellare il loro territorio. Nel giro di qualche giorno i manifestanti hanno raggiunto quasi le mille unità a Pungesti, mentre in altre città della Romania sono stati organizzati raduni in solidarietà con gli abitanti del villaggio.

Coscienza ambientale o disinformazione?

A chi sostiene che l’opposizione allo sfruttamento del gas shale a Pungesti sia il segno di una rinata consapevolezza ambientale dei cittadini romeni, Mircea Badea, giornalista di Antenna 3, controbatte affermando che i cittadini di Pungesti sono contadini contrari al progetto non tanto perché consapevoli del danno ambientale che comporterebbe, ma solamente per paura e disinformazione.

Dalle colonne del quotidiano Adevarul, invece, Dan Marinescu si chiede quale futuro potrebbe avere la Romania se gli americani smettessero di investire nel paese. E sostiene che, prima di invitare gli americani ad andarsene, i romeni dovrebbero rivolgere lo stesso invito alla loro propria classe politica.

TURCHIA: Attenti al kemalismo. Che la rivolta non ci accechi

Che questa protesta turca vada presa sul serio, è ormai evidente. La reazione barbarica delle forze di polizia, la violenza inutile e gratuita contro giovani ragazze e ragazzi, ma anche vecchi e persino bambini, l’uso sconsiderato di gas urticanti in metropolitana e di sostanze chimiche dannose per l’uomo, sgomentano. Le immagini che riportiamo testimoniano questa violenza. Ma dopo i primi giorni di scontri e manifestazioni è ora giunto il momento di capire qualcosa di più. Dove stanno le ragioni e i torti, e quali sono i possibili rischi per il paese. Come sempre in questi casi, facciamoci delle domande. Chi sono i contestatori? A chi giova la protesta? Quali possono essere le conseguenze interne? Proviamo a dare delle risposte che non vogliono essere verità rivelate ma possibilità per una riflessione “a freddo”.

La duplice anima della protesta

A veder bene ci accorgiamo di una duplice “anima”. La prima sembra essere non-ideologica, ecologista e democratica, simile ai movimenti dei cosiddetti indignati. Questa, anche a causa della repressione poliziesca, si è esacerbata in posizioni anti-governative pur non rifacendosi a nessun partito politico di opposizione. La seconda, e le molte bandiere “rosse” o con l’effige di Ataturk ne danno immediata visione, è un’anima kemalista. Cosa intendiamo con “kemalista”? Una ideologia politica corporativista, vicina al nazismo (prima) e al socialismo (poi), di tipo nazionalista e razzista (“chi non è un puro turco ha solo un diritto in questo paese, il diritto alla schiavitù” tuonava il ministro della Giustizia di Ataturk nel 1930) che, dalla morte del pater patriae Mustafa Kemal Ataturk, è andata incontro a mutamenti che non ne hanno mai fatto, però, un ideologia democratica. Oggi il kemalismo è rappresentato dal Chp, partito di sinistra che ha ottenuto il 25% dei voti nel 2011, e dal Mhp, partito nazionalista e panturco, che ha preso il 13% dei voti.

Il kemalismo antidemocratico

Ancora una riflessione: il kemalismo, con il pretesto della laicità, ha sempre rovesciato (attraverso l’esercito, garante della nazione fondata da Ataturk) tutti i governi eletti nelle poche votazioni pluri-partitiche andate in scena nel paese dal dopoguerra in poi. Nel 1960, poi nel 1971 e infine nel 1980 tre colpi di stato rovesciarono governi che, di fatto, minavano la supremazia dell’esercito. Ancora nel 1995 (l’altroieri) la vittoria del partito islamico Refah, che aveva abbandonato l’Islam politico per farne un semplice riferimento culturale, viene contestata dall’esercito che pone un ultimatum in seguito al quale il governo si dimette per evitare un nuovo intervento dei carroarmati. Il partito viene poi sciolto dall’esercito che, attraverso il Consiglio nazionale di sicurezza, è il vero padrone della Turchia. In nome della laicità il kemalismo ha asfaltato ogni espressione democratica nel Paese. In nome dei valori “democratici occidentali” di cui era fedele alleato ha distrutto ogni espressione democratica interna. Ma che laicità era quella del kemalismo? Ataturk disse: “Grazie ad Allah sono turco, quindi musulmano. Ogni turco deve essere musulmano”. Il nazionalismo turco si è sempre legato strettamente all’Islam, purché la religione fosse sotto il controllo dell’esercito. Le persecuzioni ai danni delle minoranze etniche e religiose sono storia nota, l’ultima rivolta degli aleviti a Istanbul nel 1994 causò 25 morti. 

Arriviamo così al contestato Erdogan, tutt’altro che un democratico (e i fatti di questi giorni lo dimostrano) ma l’unico capace (anche