ISIS: Un’economia-mafia da quasi 3 miliardi di dollari l'anno

Un recente report di Reuters ci dice che lo Stato Islamico guadagna qualcosa come 2.9 miliardi di dollari l’anno, attestandosi come il gruppo terroristico più ricco al mondo. Da dove viene così tanta forza economica? E soprattutto, come riesce un sistema economico così vasto ad essere così resiliente e a sopravvivere a sanzioni, controllo dei trasferimenti bancari internazionali e altre misure che stati e organismi internazionali stanno attuando per limitare l’attività economica dello Stato Islamico?

Due ordini di fattori possono aiutare a spiegare questa straordinaria resilienza economica e questo successo “imprenditoriale”. Il primo fattore ha a che vedere con la diversificazione delle attività economiche stesse: non dipendendo da una sola o da poche fonti di entrata, ma da circa una decina (tra cui il controllo dei siti di estrazione del greggio e la sua vendita, così come accade per lo zolfo, il fosfato, il gas, il cemento, il controllo della produzione agricola in alcune aree, etc), nel momento in cui un settore venisse bloccato, si perdesse il controllo militare della zona in cui è operativo e venisse reso impraticabile per sanzioni internazionali, ce ne sono molti altri a supplire al fabbisogno economico.

Il secondo ordine di fattori è forse più inquietante, e cioè il ricorso da parte dell’ISIS a sistemi di finanziamento sui generis di quelli usati dai gruppi criminali organizzati. Non parliamo di attività criminali in sé, cioè lo Stato Islamico non gestisce il traffico di sostanze illegali, di armi o della prostituzione, ma usa, per attività lecite o illecite (ma non per forza criminali), metodi mafiosi.

L’economia-mafia. Innanzitutto l’ISIS chiede il pizzo: l’estorsione è, come per i gruppi criminali organizzati, una fonte certa di reddito nonché lo zoccolo duro delle entrate, quello che è meno tracciabile dalle autorità e quindi meno contrastabile. Si stima che solo in Mosul, con dati aggiornati a settembre 2014, l’ISIS riusciva a raccogliere 8 milioni di dollari al mese sotto forma di “tasse” sui consumi (una forma di IVA), sui prelievi bancari, sui pedaggi stradali, e su altre attività commerciali.

Come l’estorsione mafiosa poi, l’ISIS offre protezione da sé stesso, chiede cioè il pizzo a comunità non-musulmane residenti in Iraq. La legittimazione ideologica risiede nella gizya, cioè la tassa che era in vigore nel periodo classico e che prevedeva il pagamento di una somma di denaro per ogni residente non-musulmano, scomparsa insieme all’impero ottomano. La truffa però – a parte l’evidente anacronismo di una misura economica del genere –sta nel fatto che per le comunità non-musulmane dei territori sotto il controllo dello Stato Islamico, il maggiore pericolo da cui hanno bisogno di essere protette è lo Stato Islamico stesso.

Ci sono poi le tangenti. Non tutti i traffici illeciti e le attività criminali possono essere gestiti in prima persona dall’ISIS, che allora “subappalta” alcune attività in cambio di una tangente. È il caso di alcuni siti archeologici ad Aleppo e a Raqqa, in cui lo Stato Islamico non si impegna in prima persona a rubare reperti, o a farli uscire dalla Siria in modo sicuro, né a piazzarli sul mercato europeo. Ha però il controllo su quei siti (almeno alcuni) e quindi permette che qualcuno si occupi di gestire il traffico dei reperti archeologici, in cambio di denaro.

I contatti con l’economia legale. Esattamente come i gruppi criminali organizzati, anche lo Stato Islamico ha a un certo punto bisogno di reimmettere nel circuito dell’economia legale i proventi dei propri traffici. Il processo di riciclaggio dell’ISIS passa attraverso i circuiti bancari e finanziari di istituti di credito privati in Iraq, in Siria e soprattutto in Turchia.
Come fa ad aggirare le leggi antiriciclaggio?

Per quanto riguarda la Turchia, si parla di conti bancari aperti qualche tempo fa, quando l’ISIS non era una realtà così evidente e i clienti intestatari, che ricevevano grosse somme in trasferimenti da clienti VIP esteri, sono subito diventati clienti VIP a loro volta, meno sottoposti a controlli sui movimenti bancari per una sorta di “favoritismo” attuato dalle banche verso chi porta grosse liquidità. Il Christine Duhaime Anti Money Laundering Law in Canada scrive in un report che in tutto il 2013 in Qatar – uno dei paesi dai quali provenivano grandi quantità di finanziamenti privati allo Stato Islamico – è stato compilato soltanto un Report Transazioni Sospette, (Suspicion Transaction Report, il documento con cui le banche segnalano alle autorità trasferimenti sospetti). In seconda analisi, le personalità dello Stato Islamico stanno investendo nell’edilizia e nei beni di lusso in Turchia, approfittando della porosità del confine turco-siriano e del fatto che le leggi anti-riciclaggio turche sono sufficientemente labili.

Per quanto riguarda invece i rapporti con le banche in Iraq e Siria, il modello di infiltrazione è completamente diverso nonché molto più aggressivo: la People’s Credit Bank di Raqqa per esempio, è usata dallo Stato Islamico per prelevare tasse ogni due mesi dai commercianti della città per pagare acqua, elettricità e sicurezza, mentre la Central Bank di Mosul è stata derubata a giugno scorso.

Sembra che misure internazionali anti-riciclaggio per le banche –soprattutto estere, da e per paesi come la Turchia, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti – che controllino non solo i grandi movimenti bancari, ma anche trasferimenti di poche migliaia di dollari si stiano attuando.

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Un commento

  1. antonio evangelista

    brava!!

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