Crimea al buio. Sabotaggio alle linee elettriche, un’azione dei tatari contro Mosca

La Crimea è al buio da due giorni. Appariva un semplice guasto, eppure così non è. Si tratta di un vero e proprio sabotaggio compiuto con ogni probabilità dai tatari di Crimea, un’azione che intende colpire Mosca che, dopo avere occupato la penisola, ha arrestato molti attivisti tatari che si erano opposti all’invasione e al passaggio della Crimea in mano russa.

Sabato 21 novembre due dei quattro piloni sui quali transitano i cavi che portano l’energia elettrica dall’Ucraina alla Crimea sono stati danneggiati da ignoti. La situazione non sarebbe apparsa poi così critica se al termine della giornata i piloni fuori uso non fossero risultati tutti e quattro, di fatto lasciando completamente al buio la Crimea. Quel che quindi appariva un problema tecnico, si è così trasformato in un vero e proprio scontro tra Crimea e Russia, da un lato, e Ucraina dall’altro.

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Da Mosca hanno subito tuonato dapprima contro il governo di Kiev, responsabile di non aver saputo rispettare gli impegni alla fornitura di energia, e successivamente contro i nazionalisti di Pravy Sektor e contro i tatari di Crimea colpevoli, a loro dire, di un vero e proprio sabotaggio.

A Kiev invece la società dell’energia elettrica UkrEnergo ed il Governo hanno inizialmente respinto le accuse, e successivamente hanno dato la loro disponibilità a ripristinare le connessioni quanto prima. Ma intanto le parti in causa si sono accorte che la questione stava assumendo tratti ben più seri di quanto preventivato.

Le autorità di Kiev, che sembravano estranee ai fatti, hanno dapprima dato disposizioni che le infrastrutture fossero velocemente ripristinate, ma hanno dovuto constatare che i piloni danneggiati sono presidiate da attivisti, principalmente tatari, che rifiutano l’accesso da parte dei tecnici e che chiedono, per voce del loro leader Mustafa Dzhemilev, il rilascio dei prigionieri politici tatari da parte della Russia. Così anche il presidente Poroshenko ed il primo Ministro Yatsenyuk hanno compreso che forse avrebbero potuto utilizzare a fini politici l’accaduto.

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Da Kiev quindi, dopo che il presidente ha invitato il governo a riunirsi sulla questione in una sessione di emergenza, sono giunte diverse indicazioni. Yatsenyuk ha affermato che a seguito dell’embargo di prodotti ucraini decretato da Mosca a partire dal 1° gennaio 2016, la stessa Ucraina ha intenzione di impedire che in Crimea arrivino rifornimenti attraverso il proprio territorio; il ministro degli Interni, Avakov, ha annunciato che è troppo pericoloso riparare i piloni danneggiati poiché è possibile che le aree circostanti siano minate o che vi siano attacchi sovversivi; il ministro dell’Energia, Demchyshyn, ha annunciato che i tecnici sono pronti e che sono necessarie 72 ore per ristabilire la linea elettrica. Sembra un gioco a poliziotto buono e poliziotto cattivo, verrebbe da dire.

Le autorità della Crimea, in accordo con il Cremlino, hanno decretato lo stato di emergenza a partire da oggi e fino a quando la fornitura di elettricità non sarà ripristinata. Così buona parte della popolazione, fino a nuovo ordine, rimarrà a casa da uffici e scuole.

Solo le città di Simferopol, Yalta e Sevastopol riescono ad avere per alcune ore del giorno della luce elettrica prodotta da generatori di fortuna, mentre il resto del territorio è al buio: la Crimea riceve più del 70% dell’energia elettrica direttamente dall’Ucraina. La situazione sta velocemente peggiorando, con gli ospedali che difficilmente riescono ad avere energia necessaria per mantenere attivi gli apparecchi salva vite, le scorte alimentari che non riescono ad essere mantenute a temperature appropriate, i trasporti pubblici che funzionano a singhiozzo. Diverso il discorso per la base russa di Sevastopol, dove tutto invece funziona perfettamente e dove l’energia non è mai stata tagliata.

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Non è la prima volta che l’utilizzo di energia risulta un metodo per far pressioni politiche. Tralasciando gli idrocarburi, che meriterebbero un libro a parte, si trovano situazioni simili, seppur decise ufficialmente ai vertici statali, tra repubblica separatista di Transnistria e Moldova: a seguito di imposizioni di doppia tassazione indiretta nel 2005 e 2006 da parte di Chisinau per i beni diretti verso la repubblica secessionista, quest’ultima tagliò più volte la fornitura di energia elettrica lasciando spesso al buio la Moldova. La storia, ad est, si ripete spesso. Che il taglio della luce riesca dove non possono le armi né le trattative diplomatiche?

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Foto del maggio 2014, militanti tatari al confine tra Ucraina e Crimea (ITAR Tass)

Chi è Pietro Rizzi

Dottorando in Relazioni Industriali presso l’Università degli Studi di Bergamo, collabora con l’OSCE/ODIHR come osservatore elettorale durante le missioni di monitoraggio in Est Europa. Redattore per East Journal, dove si occupa di Ucraina, Est Europa e Caucaso in generale. In passato è stato redattore ed art director del periodico LiberaMente, e si è a lungo occupato di politica come assistente parlamentare e consulente giuridico per comitati referendari. Ha risieduto, per lavoro e ricerca, a Kiev e Tbilisi.

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