POLONIA: Nel paese dei tatari Lipka

“Dormono, dormono sulla collina”: non gli abitanti di Spoon River, ma i tatari Lipka di Polonia. Bohoniki è un villaggio di un centinaio d’anime, una strada sola nella pianura del nord-est della Polonia, a poca distanza dal confine bielorusso. In fondo al paese, adagiato su una collina sulla sinistra, c’è uno dei tre cimiteri tatari di tutto il paese. Gli altri due sono nel vicino villaggio di Kruszyniany (la cui moschea ha da poco subito atti di vandalismo), e a Varsavia. Nel cimitero di Bohoniki riposano generazioni di tatari, incluso il reggimento di ulani della Polonia d’interguerra. Le pietre tombali più antiche sono ormai illeggibili, nelle loro iscrizioni in arabo e cirillico dei tempi dello zar. Le tombe più recenti invece seguono lo standard polacco del marmo nero con nomi in bianco o oro.

Nei suoi giorni migliori Bohoniki arrivava a tremila abitanti; oggi la maggior parte dei polacchi d’origine tatara vive altrove, in città, dalla vicina Bialystok a Danzica e Varsavia. Tornano a Bohoniki solo un paio di volte l’anno, per le feste religiose o quelle tradizionali come il festival del raccolto Sabantuj in giugno, e al termine del loro viaggio terreno. Le altre comunità tatare sono finite più in là della linea Molotov-Ribbentrop, tra Bielorussia, Lituania e Ucraina.

A Bohoniki sono rimaste le tipiche casette di legno a un piano della Polonia rurale, e una moschea, anch’essa di legno. La custodisce Eugenia Radkiewicz, energica sorridente e fiera rappresentante della comunità tatara. Il suo agriturismo, proprio di fronte alla moschea, è l’unica attività presente nel villaggio. Nel giardino, Eugenia ha ricostruito una yurta tatara, la tenda da campo decorata dei nomadi da cui i tatari sono fieri di discendere: un letto, uno specchio, un tavolo, un cassettone e l’abito di un guerriero mongolo, “mobili tutti originali.” Eugenia parla solo polacco (la lingua tatara lipka, purtroppo, è persa da tempo), ma non manca di farsi capire. In moschea si aggiusta sul capo la tubeteika e sale le scale del minbar per una foto ricordo. La moschea di Bohoniki è stata restaurata tramite una donazione del re dell’Arabia Saudita, dopo una sua visita in Polonia di una decina d’anni fa. Eugenia tiene una foto della Kaaba della Mecca in soggiorno, dove serve il caffé non filtrato, alla turca. Suo figlio c’è stato, in pellegrinaggio in Arabia, è hajj, ma lei non porta il velo. Il suo islam, come quello del resto della comunità tatara di Polonia, così come quello dei musulmani dei Balcani, è un islam d’Europa, che da più di cinquecento anni convive con le altre confessioni della regione, ortodossi e cattolici. Le donne vi hanno sempre goduto di maggiori diritti e libertà che non altrove: la co-educazione di bambini e bambine è la norma, e il velo viene portato solo al momento del matrimonio.

I cavalieri tatari lipka (dal nome tataro per la Lituania) arrivarono nella Confederazione Polacco-Lituana tra il XIV e il XVII secolo, come profughi dopo le sconfitte dell’Orda Bianca e dell’Orda d’Oro, stati successori dell’impero mongolo in Europa orientale, da parte del restauratore Tamerlano. Ricevettero status nobiliare e terre da parte del granduca lituano Vytautas, e unirono il loro destino a quello della Confederazione. Le compagnie di cavalleria leggera tatara costituivano uno dei fondamenti del suo potere militare, contribuendo alla sconfitta dei cavalieri teutonici nella battaglia di Grunwald del 1410. All’interno della confederazione, i tatari formarono una casta a sè, mantenendo la propria confessione musulmana sunnita e le proprie tradizioni tatare. Nel 1590, erano circa 200.000, con 400 moschee. Il Risāle-yi Tatar-i Leh (Messaggio sui tatari di Polonia), scritto da un anonimo musulmano polacco a Istanbul nel 1557 per il sultano Solimano il Magnifico, enumera un centinaio di insediamenti e moschee nel territorio dell’allora Polonia.

Nel 1672 i tatari si ribellarono alla nobiltà polacca, la szlachta, per via di salari non pagati e restrizioni crescenti alla libertà religiosa a seguito della controriforma, ma alla fine scesero a compromesso con l’etmano Jan Sobieski e parteciparono assieme a lui alla battaglia di Vienna del 1683 contro le armate ottomane.

A partire dal secolo successivo, i tatari lipka si assimilarono sempre più, adottando costumi e lingua polacca (per le classi più elevate) o rutena (per le classi più basse), ma sempre mantenendo la religione musulmana. Allo stesso tempo, il duca lituano Vytautas che ne aveva incoraggiato l’insediamento entrò nelle loro leggende e folklore come Wattad, “difensore dei credenti nei paesi non musulmani”. Una parte di loro emigrò nell’impero ottomano nel settecento dopo aver sostenuto il candidato sbagliato al trono di Polonia, Stanisław Leszczyński, perdente contro l’elettore di Sassonia Augusto II. Nel ventesimo secolo, un reggimento di ulani tatari rimase presente nell’esercito della Seconda repubblica polacca, e guidato da Aleksander Jeljaszewicz fu una tra le ultime unità militari polacche a soccombere all’invasione nazista del 1939, a Wilno (oggi Vilnius).

Oggi i tatari lipka in Europa centro-orientale sono tra dieci e quindicimila, di cui solo duemila in Polonia, riuniti dal 1992 nell’Organizzazione dei tatari della repubblica polacca. Nel 2010, a Danzica, il presidente della repubblica Komorowski ha inaugurato loro un monumento: “i tatari hanno dato il loro sangue in tutte le insurrezioni per l’indipendenza nazionale. Il loro sangue è filtrato fino alle fondazioni della rinata Repubblica Polacca”.

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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4 commenti

  1. Giuseppe Russo

    Bell’articolo. Tra l’altro, racconta di loro anche Sienkiewicz in «Krzyżacy» (1900). Credo peraltro che il toponomo affondi comunque le sue origini nel mondo linguistico della Slavia settentrionale, dato che ce ne sono moltissimi in quell’area che hanno come radice semantica Lip-, l’albero di tiglio, che è “Lipa” in polacco, “Lípa” in ceco, “Líepa” in lituano, etc.

  2. 😀 Bello.

  3. ci sono stata qualche anno fa.
    desolazione è la parola con cui definirei quel piccolo paese.
    ubriachi o semi davanti alla rivendita di liquori. strade tutte buche. facce incuriosite-ma neanche tanto-
    stalin ha fatto un lavoro di fino.

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