SLAVIA: I protobulgari, fondatori di un impero multietnico

Dalle steppe dell’Asia centrale giunsero alle porte d’Europa numerose popolazioni di origine altaica e di lingua turca, spinte dalle progressive migrazioni di altri gruppi. Tra questi i cazari, gli avari, i cumani e i peceneghi fino – più tardi – ai tatari. Ci fu però un gruppo destinato a lasciare un segno in Europa, fondando uno stato sopravvissuto fino ad oggi. La storiografia li chiama protobulgari, o bulgari del Volga, e sono una popolazione semi-nomade di lingua turca arrivata nel bacino del fiume Volga intorno al II secolo. Il loro nome deriverebbe dal turco “bulgha”, ovvero mescolanza, a testimoniare il grado di varierà etnica di questo gruppo.

Sulle sponde del Mar Nero essi si fusero con tribù sarmate per poi unirsi in alleanza con gli unni compiendo numerose scorrerie in Europa stanziandosi verso i Carpazi. Alcuni giunsero in Italia a seguito dei Longobardi e la loro presenza è confermata dall’esistenza, ancora in epoca medievale, del Comitatus Burgarensis, ovvero del contado Burgaro (o Bulgaro) compreso tra il fiume Ticino e il fiume Seveso nell’attuale Lombardia. Nel VII secolo discesero dai Carpazi verso la Mesia e la Tracia bizantine, corrispondenti all’attuale Bulgaria, e si unirono a genti slave che già stavano colonizzando le regioni. La società protobulgara era litigiosa e divisa in molti clan ma il Khan Asparuch, a metà del VII secolo, riuscì a riunirla sconfiggendo così l’impero bizantino nella battaglia di Onglossa e ottenendo dall’imperatore il riconoscimento dello stato bulgaro.

Nei successivi centocinquant’anni si susseguirono gli scontri tra il khanato bulgaro e l’impero bizantino finché nel 856 fu firmata una pace che sanciva l’esistenza di diritto dello stato bulgaro. Uno stato immenso, che andava dai Carpazi all’Egeo, che conquistò la Serbia e la Macedonia, e che costrinse l’impero a versare tributi ai khan bulgari. In questo periodo lo stato bulgaro andò incontro a una progressiva slavizzazione che diede vita a una cultura originale di cui  il Madarski Konnik (Cavaliere di Madara) è un esempio. Una cultura nella quale l’élite guerriera e aristocratica bulgara si univa al ceto mercantile trace e ai contadini slavi, dando origine a sincretismi e influenze poi amalgamatesi in un unicum originale. La capitale Pliska divenne un centro culturale e politico di rilievo e qui cominciarono a concentrarsi i monaci cristiani.

Nell’anno 864 Boris I si obbligò a convertire se stesso e il suo popolo al cristianesimo “orientale” malgrado precedenti accordi con l’Impero germanico. Anche se il grande scisma tra la chiesa di Roma e quella di Costantinopoli doveva ancora avvenire, esisteva già una forte “concorrenza“: il pontefice romano, da un lato, e il cesaropapa di Costantinopoli, dall’altro, rivaleggiavano per estendere la propria influenza verso i popoli pagani. Un’influenza foriera di annessioni territoriali o nuovi stati allineati alla politica dell’impero germanico, da una parte, e di quello bizantino, dall’altra.  La conversione di Boris I fu quindi un atto politico: Boris cercò dapprima l’alleanza con i tedeschi (e quindi con la chiesa di Roma) in chiave anti-bizantina ma poi preferì legarsi al potente vicino e mettere al sicuro i confini meridionali. Tuttavia, a causa della rinnovata aggressività bizantina, la Bulgaria guardò nuovamente verso occidente passando sotto Roma (866-870); questa nuova situazione fece decidere a Bisanzio di concedere autonomia alle diocesi bulgare.

Il figlio di Boris, Simeone il Grande, continuò l’opera di consolidamento di uno stato la cui slavizzazione fu completata dall’opera missionaria di Clemente e Naum, discepoli di Cirillo e Metodio,. caduti in disgrazia presso l’imperatore e malvisti dal papa, che trovarono rifugio in Bulgaria. Grazie all’invenzione dell’alfabeto cirillico, Clemente e Naum diffusero il cristianesimo in lingua slava che divenne così lingua di cultura. Dal punto di vista culturale si possono distinguere due periodi: il primo (VII – IX sec.) detto pagano in cui si manifestavano le credenze degli slavi e dei protobulgari e l’edificazione di fortezze; il secondo (IX – XII sec) detto cristiano vide la conversione del popolo bulgaro e il formarsi di una identità slavo-bizantina molto forte adottando a livello ideologico l’universalismo dell’Impero. Simeone arrivò a essere nominato co-imperatore di Bisanzio e portò il regno bulgaro al rango di impero. Boris II non ebbe la stessa capacità del padre e lo stato bulgaro, minacciato da più parti e dilaniato da conflitti interni, cadde nel 1018.

La cultura bulgara, sorretta dal culto cristiano in lingua slava (slavo ecclesiastico), continuò però ad esistere così come l’aristocrazia locale. Quando la quarta crociata si risolse nel saccheggio di Costantinopoli e nella proclamazione dell’impero latino d’Oriente, la Bulgaria ritrovò la forza per liberarsi e un “secondo impero” guidato dalla dinastia slava degli Asen ristabilì l’antica grandezza perdendo poi gradualmente terreno di fronte agli ottomani che conquisteranno la Bulgaria nel XIV secolo. Così il regno dei bulgari, fondato da cavalieri turchi delle steppe, cadde sotto i colpi di altri turchi, quelli della stirpe di Osman (Uthman), dando origine alla secolare – tutt’ora viva – competizione tra bulgari e turchi. Nel XVIII secolo, cercando di sottrarsi al dominio ottomano, alcuni bulgari migrarono verso nord percorrendo all’indietro il percorso fatto dagli avi e si stanziarono in Bessarabia, grossomodo l’attuale Moldavia, dove ancora oggi si trova una minoranza linguistica bulgara. Altri andarono nel Banato asburgico, regione a cavallo tra le moderne Voivodina e Romania, dove ancora si trovano i loro discendenti.

Si dovette attendere il 1878 perché la Bulgaria tornasse indipendente. Dell’antica radice turcica non resta nulla. I turcismi presenti nella lingua bulgara sono infatti dovuti alla dominazione ottomana e nulla c’entrano con i protobulgari di cui però i moderni bulgari portano il nome, Come nel caso della Rus’ di Kiev, gli slavi di Mesia e Tracia presero il nome dei loro dominatori, gente “mescolata” che veniva da lontano e che con altra gente, slavi ma anche traci, si rimescolò per dar vita a uno stato che, milleduecento anni dopo, è ancora lì e porta il loro nome.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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4 commenti

  1. Cari amici, in effetti a Ochrida furono Clemente e Naum, discepoli di Metodio, a dare un apporto decisivo per la creazione di una tradizione scrittoria e religiosa in Bulgaria. Noto, di passaggio, che Cirillo però, quando Metodio parte da Roma, era un po’ morto, tanto che è ancora sepolto lì.

    • verissimo, abbiamo corretto. Prossimamente puntatona su Cirillo e Metodio, per fare chiarezza…

  2. Per quanto riguarda i bulgari d’italia mi permetto uno spot per le tombe di vicenne in molise dove sono presenti addirittura seplture con cavallo. le origini di questo stanziamento risalgono ai tempi di re grimoaldo allorquando altzeco fu nominato gastaldo di bojano da romualdo duca di benevento.

  3. Sono stato anni in Bulgaria terra stupenda natura bellissima ricchissima mi manca forse non una grande cultura culinaria ma molta frutta ortaggi vini fantastici grappe tanta storia…..cosa altro viva la Bulgaria

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