POPOLI: L’eredità multietnica degli imperi in Asia centrale

di Alberica Camerani

Parlare di popolazioni e minoranze in Asia Centrale, dove ogni stato ospita oltre un centinaio di gruppi etnici diversi, diaspore e numerose minoranze nazionali legate ai paesi confinanti, è complicato. La regione, posta sull’antica Via della Seta, è per definizione il luogo di incontro di merci, persone e idee tra Europa e Asia. Il mosaico di etnie e culture presente nell’area è frutto di un continuo processo di migrazioni interne ed esterne, nonché esito di processi storici millenari. Riflettere sulla composizione di questi stati multinazionali e conoscerne la diversità interna è di fondamentale importanza per capirne la storia, società e la situazione politica. 

Le origini

Nel corso dei secoli, tra i suoi valichi e passi rocciosi, sulle montagne, nei deserti sterminati e sulle sue steppe erbose, l’Asia Centrale ha assistito al passaggio di imperi, popoli, religioni e culture. Nel periodo pre-islamico la regione era parte dell’Impero persiano e dei suoi stati successori, come testimoniano i nomi propri di persone, luoghi e tradizioni (ad esempio, la festività del Nowruz) giunti fino ai giorni nostri. La situazione cambiò con l’arrivo delle invasioni arabe e, successivamente, turche che portarono con loro l’Islam, e con le conquiste dei mongoli da oriente.

Impero zarista e Unione Sovietica: migrazioni e deportazioni

Nel corso dell’Ottocento l’impero zarista proseguì la propria espansione verso Oriente giungendo nella regione e riscontrandovi una eterogenea mescolanza locale di popolazioni turciche: oltre a kirghisi, kazaki, uzbeki, turkmeni e tagiki (in realtà, questi ultimi, di lingua persiana) che rappresentavano i maggiori gruppi etnici, non mancavano altre popolazioni minori in numero, come i caracalpachi, i dungani e gli uiguri. I conquistadores russi non andavano troppo per il sottile nel rapportarsi a loro e, ad esempio, non distinguevano nemmeno tra kirghisi e kazaki (entrambe popolazioni nomadi concentrate in territori adiacenti), chiamandoli indifferentemente “kirghisi”. I tagiki si differenziavano per la loro lingua persiana, mentre gli uzbeki sedentari erano facilmente distinti dai nomadi turkmeni.

L’Asia Centrale, annessa all’impero russo, divenne allora terra di colonizzazione e di nuove migrazioni, in primo luogo quelle dei russi; inoltre, ai dungani, musulmani di lingua cinese già presenti sul territorio, si aggiunsero nel corso del secolo quelli in fuga dalla violenza che si era abbattuta su di loro in Cina. Ulteriore eterogeneità nazionale fu sancita nel corso del Novecento dalle deportazioni staliniane, che determinarono lo spostamento in Asia centrale di interi gruppi minoritari, quali coreani, tedeschi, tatari di Crimea, greci, ceceni, armeni.  

Repubbliche indipendenti alla ricerca di un’identità (multi)nazionale

Al collasso dell’esperimento sovietico, le repubbliche centro-asiatiche si ritrovarono tanto eterogenee a livello di popolazione quanto erano in fondo alla loro formazione, se non di più. Di conseguenza, ottenuta l’indipendenza, questi stati si sono ritrovati in situazioni delicate: i gruppi nazionali talvolta non costituiscono nemmeno, come nel caso del Kazakistan, un nucleo centrale maggioritario attorniato da diverse minoranze, ma sono tutti ugualmente numerosi. 

Dal 1991 molti gruppi etnici hanno approfittato di politiche favorevoli al loro ritorno in “madrepatria” (dove spesso in realtà mai avevano messo piede) e hanno così lasciato la regione, come nel caso dei tedeschi etnici. Molti invece si sono trasferiti in Russia per motivi lavorativi ed economici. Perciò oggi il caleidoscopio di nazionalità si è notevolmente ridotto e gli stati si configurano sempre di più come mononazionali, pur presentando ancora al loro interno numerose minoranze. 

Dopo quasi 150 anni di dominio russo e sovietico, gli stati centroasiatici sono nel pieno della ricerca della propria identità nazionale. La principale sfida, che si pone davanti a loro in questo processo, sta nell’includere e nel riconoscere il contributo di queste minoranze alla storia stessa di questa regione. Il fenomeno di scontri a matrice etnica è in aumento: a tal proposito, è doveroso ricordare le violenze scoppiate tra kazaki e dungani all’inizio del 2020 nel sud del Kazakistan, che hanno causato 11 morti, decine di feriti, incendi di abitazioni e la fuga di 600 dungani nel vicino Kirghizistan. Episodi come questi servono da monito all’utilizzo di narrative nazionaliste e all’adozione di politiche non inclusive che mettono a rischio la fragile armonia etnica. Certamente, la linea di demarcazione tra la celebrazione delle proprie peculiarità nazionali e la discriminazione delle altre etnie è difficile da tracciare in paesi che, dopo decenni di dominio zarista e sovietico, cercano di ricostruire una propria identità nazionale.

 

Immagine: ec-ifas.org

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