I neri d’Abcasia: Storia di una minoranza riscoperta e dimenticata

“Attraversando per la prima volta il villaggio abcaso di Adzyubzha, rimasi impressionato dal paesaggio puramente tropicale che mi circondava: sullo sfondo verde acceso di una giungla primordiale si stagliavano capanne di legno ricoperte di giunchi; bambini neri dalla testa riccia giocavano per terra, mentre una donna nera passava portando un carico sulla testa. Quella gente dalla pelle nera, vestita di bianco sotto al sole intenso, ricordava una scena tipica di qualche villaggio africano…”

Con queste parole, in una lettera indirizzata nel 1913 agli editori della rivista Kavkaz, data alle stampe, in lingua russa, a Tbilisi, il lettore E. Markov descrive una propria esperienza di viaggio in Abcasia. Si tratta di una delle prime e più famose descrizioni della presenza visibile di comunità afrodiscendenti nel Caucaso, sulle coste orientali del Mar Nero.

Origini della comunità nera in Abcasia

Sembra esserci relativamente poca chiarezza sulle origini della presenza di una popolazione nera in Abcasia, mentre le leggende abbondano. Se già nel V secolo a.C. lo storico greco Erodoto descriveva la “pelle nera” e i “capelli lanosi” degli abitanti della Colchide, l’ipotesi storicamente più probabile punta alla tratta degli schiavi ottomana. Dal sedicesimo secolo fino al 1810 le coste abcase sul Mar Nero furono soggette all’influenza dell’impero ottomano, e il Caucaso fu uno snodo importante dei circuiti che dall’Africa orientale portavano ai mercati di schiavi ottomani.

Alcuni storici sostengono quindi che gli afroabcasi siano i discendenti di un gruppo di schiavi africani (forse originari del Sudan o della Somalia) comprati da nobili abcasi a Costantinopoli intorno al 1700. In Abcasia, il loro status era pari a quello dei contadini locali. Il fatto che questa popolazione fosse concentrata nei pressi della Valle del Kodori, nell’attuale distretto di Ochamchire, suggerirebbe che i nobili abcasi sfruttassero gli uomini afrodiscendenti per assicurare la protezione del confine con la Mingrelia.

Secondo lo storico statunitense Allison Blakely, autore di un noto volume dedicato agli afrodiscendenti in Russia, in epoca imperiale e sovietica vi furono diverse ondate di (ri)scoperta dei “neri d’Abcasia” e di fascinazione nei loro confronti. Le fonti esistenti  – come la testimonianza di Markov del 1913 – fanno riferimento a “diverse famiglie” di afrodiscendenti e a “diversi villaggi” da loro popolati. La comunità viene descritta come perfettamente integrata nel tessuto sociale abcaso fin dal diciannovesimo secolo, al punto da considerarsi abcasa.

Tuttavia, non ci sono numeri precisi: all’epoca della dominazione imperiale russa, quando l’Abcasia apparteneva al governatorato di Kutaisi, gli afroabcasi venivano censiti come “arabi” o “ebrei”. I dati demografici relativi a questa comunità rimasero ugualmente occulti durante l’epoca sovietica, quando l’Abcasia divenne una repubblica autonoma all’interno della Georgia sovietica.

Il paradosso degli afrodiscendenti in Unione Sovietica

Contrariamente ad altre popolazioni della regione del Mar Nero, come i circassi o i tatari di Crimea, che furono classificate dalle autorità sovietiche come nazionalità o minoranze nazionali, gli afroabcasi rimasero legati ad un immaginario che li considerava come “non originariamente appartenenti” allo spazio sovietico. Sebbene neanche gli ebrei o i rom potessero vantare una presenza continua sul territorio sovietico, questi vennero riconosciuti come nazionalità distinte su base di caratteristiche linguistiche e culturali.

Agli afroabcasi, che parlavano abcaso, avevano adottato nomi e cognomi abcasi e praticavano le religioni e le usanze locali, non rimaneva nient’altro che il colore della pelle come indicatore di differenza. Ma in un contesto in cui il razzismo veniva presentato come male supremo del colonialismo capitalista a cui l’Urss si opponeva (e dell’imperialismo russo da cui cercava di distinguersi), una classificazione fondata su presupposti razziali non era ipotizzabile.

Come spiegano le antropologhe Kesha Fiskes e Alaina Lemon in un articolo dedicato alla presenza africana nell’ex spazio sovietico, il mancato riconoscimento dell’identità afroabcasa è rivelatore della controversa relazione tra i sovietici e le popolazioni razzializzate. Nonostante l’assenza di espliciti criteri discriminatori nelle politiche ufficiali sovietiche, i funzionari da cui dipendeva l’accesso dei cittadini all’educazione, all’impiego e alla residenza non erano immuni da preconcetti razzisti. Oltre a soffrire di povertà e mancanza di accesso a servizi essenziali, come altri popoli del Caucaso gli afroabcasi sarebbero stati vittime di trasferimenti forzati volti a disperdere la comunità.

Al contempo, la storia gli afroabcasi e il “mito” della loro perfetta integrazione come cittadini sovietici venivano strumentalizzati per promuovere un’immagine positiva dell’Urss, che avrebbe estirpato qualsiasi forma di razzismo. Nel 1973, il corrispondente dell’agenzia Novosti Slava Tynes, afroamericano naturalizzato sovietico, pubblicò nel quotidiano statunitense The Afro-American una serie di tre articoli dedicati alla vita degli afrodiscendenti in Urss, in particolare agli afroabcasi. Uno di questi racconta la storia di Nutsa Abash, rispettata ginecologa presso l’ospedale di Sukhumi, e della sua famiglia afrodiscendente, ed è intitolatoIl colore della pelle non crea nessuna barriera agli africani in Unione Sovietica“: un perfetto slogan sovietico dell’anti-razzismo e dell’emancipazione delle popolazioni nere.

Le idee socialiste e la propaganda anti imperialista, messa in atto fin dagli anni trenta, riuscirono a sedurre numerosi afroamericani che visitarono l’Urss approfittandone per denunciare lo sfruttamento dei neri in America; eppure, come si resero conto anche alcuni di loro, nonostante il potere liberatorio del messaggio di solidarietà internazionalista, quella dell’antirazzismo sovietico era più un’utopia che una realtà. Fiskes e Lemon ricordano anche come le autorità sovietiche cercassero di ostacolare le interazioni tra i visitatori afroamericani e la comunità afroabcasa.

Nutsa Abash con sua figlia Naira Bobyleva.

E oggi?

Negli ultimi anni la storia degli afroabcasi ha riscontrato una nuova ondata di relativa popolarità, con vari articoli comparsi nei media caucasici e russofoni. In particolare, il dibattito sull’origine degli afroabcasi si è riacceso in seguito alla pubblicazione nel 2017 di una serie di fotografie molto rare appartenenti all’esploratore statunitense George F. Kennan, che tra il 1870 e il 1880 aveva viaggiato nel Caucaso. Una delle fotografie ritrae un uomo dai tratti africani che indossa la čocha e la papacha (rispettivamente il mantello con le cartucciere e il copricapo di lana tradizionali del Caucaso) e tiene in mano un pugnale.

Tuttavia, le informazioni sulla vita degli afroabcasi dopo il crollo dell’Unione Sovietica sono scarsissime. In un articolo del 1993, in pieno conflitto abcaso-georgiano, il linguista John Colarusso scriveva: “i tre villaggi di Adzyuzhba, Kindigh e Tamsh, che ospitavano l’unica popolazione afrodiscendente dell’intera ex-Unione Sovietica, sono stati distrutti dalle truppe georgiane durante l’assedio di Tkvarchel. Il destino di questi unici afroabcasi è ancora da determinare, anche se almeno un sopravvissuto è stato visto”.

Come sostiene Sergej Arutjunov, direttore del dipartimento per lo studio dei popoli del Caucaso presso l’Istituto di etnologia e antropologia dell’Accademia Russa delle Scienze intervistato nel 2017 da Kavkaz-uzel, è probabile che i discendenti dei neri d’Abcasia vivano ancora oggi in Georgia, Russia e in altre ex-repubbliche sovietiche nelle quali si sono sparpagliati in seguito al conflitto, e che abbiano col passare del tempo perso i propri tratti distintivi, assimilandosi alle popolazioni locali.

Chi è Laura Luciani

Nata a Civitanova Marche il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacia firmavano un accordo sulla dissoluzione dell'URSS. Attualmente è dottoranda in scienze politiche presso la Ghent University (Belgio), con una ricerca sulle politiche dell'Unione europea per la promozione dei diritti umani e il sostegno alla società civile nel Caucaso meridionale. Oltre a questi temi, si interessa di spazio post-sovietico in generale, di femminismo e questioni di genere, e a volte di politiche linguistiche. E' co-autrice del programma "Kiosk" di Radio Beckwith.

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