L’esodo dimenticato dei turchi di Bulgaria – parte 1

Un esodo dimenticato

Una delle immagini più simboliche del periodo immediatamente precedente la fine del comunismo in Bulgaria ritrae una lunga coda di persone e mezzi che si riversa sul confine orientale di Kapitan Andreevo/Kapıkule, nella primavera-estate del 1989. L’esodo di oltre 300.000 turchi (fino a 360.000 secondo alcune fonti) e il collasso del regime comunista di Todor Živkov a novembre dello stesso anno sono due eventi certamente legati da un nesso. Tuttavia, questo non è stato ancora pienamente esplorato o riconosciuto nella narrazione dominante, a causa della persistente tabuizzazione della questione relativa alla minoranza turca nella coscienza nazionale del paese. La “grande escursione”, così denominata in maniera beffarda dal regime comunista di Sofia, rappresentò all’epoca il più grande movimento di migrazione forzata ad avere luogo in più di quarant’anni in territorio europeo, un destino che sarebbe diventato purtroppo di lì a poco familiare nella penisola balcanica, nei territori jugoslavi investiti dalle guerre.

Storia dei turchi di Bulgaria

Alla fine degli anni ‘80, i musulmani di origine turca costituivano circa il 10% della popolazione bulgara complessiva di 9 milioni, discendenti di quei turchi stabilitisi in quei territori a partire dal XIV secolo con l’avvio del dominio ottomano nei Balcani. Da quando nel 1908 la Bulgaria aveva ottenuto ufficialmente l’indipendenza dall’impero ottomano, questa comunità si era trovata ad affrontare una situazione inedita: nei territori bulgari così come altrove nei Balcani, da persone con status privilegiato associato al potere dominante, essi divennero infatti una minoranza vulnerabile soggetta a politiche di assimilazione forzata.

Durante le guerre balcaniche del 1912-1913 e nel corso della prima guerra mondiale, centinaia di migliaia di turchi abbandonarono il paese per raggiungere l’Impero ottomano e lo stesso avvenne durante gli scambi di popolazione successivi a tali conflitti. Nel periodo interbellico, molte furono le limitazioni imposte alla comunità turca del paese: un fatto clamoroso fu il divieto di adottare l’alfabeto latino divenuto ufficiale nella vicina Turchia con la riforma di Atatürk. I turchi di Bulgaria furono così obbligati a continuare a utilizzare quello su base araba, l’Osmanlıca.

Le prime discriminazioni durante il comunismo

L’avvento del regime comunista in Bulgaria segnò una nuova fase di discriminazione. Dopo un iniziale momento di tolleranza verso le minoranze (1944-56), il regime restrinse la libertà di stampa, di educazione, i diritti linguistici, culturali e religiosi, non solo dei turchi, ma anche di altre comunità musulmane (pomacchi, tatari, rom ecc.) così come di quella armena, greca ed ebraica. La nazionalizzazione delle scuole minoritarie private e le misure “modernizzanti” contrarie alla cultura tradizionale spinsero molti turchi a emigrare: fra il 1950 e il 1951, oltre 150.000 persone lasciarono il paese per la Turchia. Una successiva ondata si verificò fra gli anni 1969-74, interessando oltre 50.000 persone. Ciononostante, la maggioranza dei turchi rimase nel paese, concentrata soprattutto nelle aree nord-orientali e sud-orientali.

A partire dal 1972, l’uso pubblico della lingua turca venne proibito, così come il digiuno durante il ramadan, la circoncisione, gli abiti tradizionali, e, soprattutto, la possibilità di recarsi in moschea per pregare. La retorica ufficiale asseriva che i turchi altro non erano che bulgari convertiti, islamizzati secoli addietro, i quali dovevano essere supportati nel processo di riavvicinamento alle proprie radici originarie. La volontà di negazione dell’esistenza di una cultura turca distinta da parte delle autorità si spinse al punto di ordinare la distruzione delle pietre tombali e delle fontane con le iscrizioni ottomane per cancellare la presenza storica turca dallo spazio pubblico del paese.

Il “processo di rinascita”

Nel 1984, il governo bulgaro diede avvio a un’ulteriore fase di assimilazione della minoranza turca, denominata “processo di rinascita” (Vǎzroditelen protses). La nuova politica prevedeva la sostituzione dei nomi propri di origine turca, araba o musulmana con altri di origine bulgara (slava e/o cristiana). Fra il 1984 e il 1985, tale politica di cambiamento forzato dei nomi scatenò una serie di proteste della minoranza, nonché alcuni attacchi terroristici da parte di gruppi estremisti turchi che ebbero luogo alla stazione ferroviaria di Plovdiv, all’aeroporto di Varna e sul treno Sofia-Burgas, provocando diverse vittime.

Il regime represse violentemente le rivolte della popolazione turca. Uno dei fatti più gravi si verificò il 26 dicembre 1984, quando le forze di polizia aprirono il fuoco contro alcuni abitanti insorti nel villaggio di Benkovski sui monti Rodopi, non lontano dal confine greco: vi morirono tre persone, tra cui una bambina di appena 17 mesi.

La nuova politica discriminatoria proseguì nei suoi intenti: non solo i membri della minoranza turca vennero costretti a cambiare il proprio nome e cognome, ma lo stesso destino toccò retroattivamente ai nomi di persone decedute molti anni prima. Vennero così sostituite le carte d’identità, la documentazione medica, e persino le iscrizioni sulle tombe. Numerosi manifestanti vennero arrestati e incarcerati nel campo di lavoro di Belene sul Danubio.

L’autoimmolazione del poeta Mehmed Karahyuseinov

Il poeta Mehmed Hasanov Karahyuseinov fu una delle vittime più celebri, seppure indirette, di queste politiche di discriminazione. Il 2 febbraio 1985, alla vigilia del suo processo di “rinominazione”, Mehmed decise di darsi fuoco come gesto estremo di ribellione, rifiutando anche a costo della vita la perdita del suo nome. Karahyuseinov si procurò ustioni su oltre 50% del corpo, ma riuscì comunque a salvarsi, venendo soccorso da un tassista di passaggio, prima di entrare in coma. Beffardamente, il nome del poeta venne cambiato mentre lui si trovava in stato di incoscienza, in una versione bulgarizzata e cristianizzata del suo, ovvero Metodi Assenov Karahanov. Il poeta sopravvisse, seppure completamente sfigurato, per altri cinque anni, prima di soccombere alle complicazioni delle ustioni. Mehmed Karahyuseinov morì il 3 maggio del 1990 a 44 anni, in una Bulgaria post-comunista, senza riuscire a vivere abbastanza da vedersi restituito il suo nome originario.

Con il suo atto di auto-immolazione, Karahyuseinov divenne la personificazione della tragedia collettiva della sua comunità, della perdita della libertà, del venire meno della sua voce minoritaria. Poco prima del suo gesto, il poeta aveva scritto i seguenti versi:

Perché si avverano le mie cattive profezie?

Il mio mondo ti è pericoloso

Ma dove fuggirai dalla memoria

Sono ovunque in questa città

un bastone di corniolo bruciato.

Nella seconda parte si parla delle discriminazioni subite dalla minoranza turca nel 1989 e dell’evoluzione della questione fino ad oggi.

Immagine: http://bg-voice.com

Chi è Giustina Selvelli

Assistant professor presso l’università di Nova Gorica, si occupa di migrazioni e lingue, di minoranze e confini, di diversità bioculturale e sistemi di scrittura.

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