Leopoli, la città reincarnata

RUBRICA: Citta (in)visibili

Chi arrivasse a Leopoli dal confine polacco, alla ricerca di scampoli di Unione Sovietica o delle atmosfere grigie e plumbee dell’Est Europa degli anni del post-soviet, rimarrebbe profondamente deluso. Nel capoluogo galiziano – fondato a metà del XIII° secolo all’incrocio di due importanti vie commerciali (una che attraverso i Balcani portava fino alla Grecia, l’altra che univa il Nord Europa alla Persia) dal principe della Rus galiziana Danylo, che le diede il nome del figlio Lev – non c’è traccia alcuna delle arterie socialiste né dei palazzi costruttivisti tipici dell’Urss. A colpire il visitatore è piuttosto quel carattere di polisemia, tipico dei luoghi di confine, che rappresenta tuttora la caratteristica principale della città più elegante e più europea di Ucraina. Furono polacchi, tedeschi, cechi, ungheresi, rumeni, armeni, ebrei, tatari, italiani, greci, lituani e turchi a conferire a Leopoli nel corso dei secoli, quel tratto multietnico e cosmopolita che ancora oggi si riscontra passeggiando per le sue antiche vie.

Allontanandosi dalla stazione ferroviaria – l’elegante edificio, fresco di restauro, realizzato fra il 1899 e il 1903 dall’architetto polacco Wladyslaw Sadlowski, su cui sventola orgogliosamente il giallo-blu della bandiera nazionale – e dirigendosi verso il centro, la prima impressione che si ricava, osservando palazzi e architetture, è quella di essere tornati per incanto all’epoca della monarchia danubiana. L’atmosfera che si respira percorrendo le stradine acciottolate a ridosso della centralissima Piazza Rynok è per certi versi simile a quella “magica” della Praga di fine degli anni ‘80, quando le luci al neon dei negozi in franchising non ne avevano ancora deturpato quell’aura seducente intrisa di storia e di rimandi letterari.

A livello visivo l’attuale Lviv, con la sua vasta teoria di chiese – Domenicana, Carmelitana, Gesuita e Benedettina – e i tanti palazzi secessionisti, soprattutto a sud-ovest della Città Vecchia, paga infatti più di un tributo alle due precedenti incarnazioni: l’austriaca Lemberg e la polacca Lwów. Veronika, raffinata pasticceria in stile austroungarico che sorge a circa metà del viale intitolato al poeta ucraino Shevchenko, riporta alla memoria proprio la Leopoli austro-ungarica e polacca dei primi del ‘900 evocata sia da Stanislaw Lem nel racconto autobiografico Il Castello Alto – vero e proprio viaggio alla ricerca del “tempo perduto” nella Lwów degli anni ‘20 e ‘30 – sia da Joseph Roth ne “La marcia di Radetzky”, romanzo storico che rievoca in maniera convincente e commovente l’atmosfera dell’Austria imperiale.

Roth, galiziano di origine ebraica, fortemente attratto dal cattolicesimo della corona asburgica, nacque a poca distanza da qui, nel villaggio di Schwabenhof, nei pressi di Brody. Lo scrittore che coltivò nel corso della sua vita un rapporto piuttosto conflittuale, di amore-odio, con la sua terra natale, in un articolo per il “Frankfurter Zeitung” del 1924 scrisse che la Galizia, pur giacendo in solitudine, non era affatto tagliata fuori dal mondo e possedeva più cultura di quanto si potesse superficialmente immaginare. Considerazioni condivisibili, se si pensa che proprio qui nacquero il regista di Viale del Tramonto, Billy Wilder, e lo scrittore von Sacher-Masoch. Questi stessi luoghi, in cui ancora oggi i ritmi di vita vengono scanditi dal suono cadenzato degli zoccoli dei cavalli, sono stati a partire dal secondo dopoguerra, l’avamposto della cultura nazionale e della resistenza ucraina contro il giogo moscovita. Leggenda vuole che sulle colline della Galizia meridionale, a pochi chilometri da qui, gruppi di partigiani abbiano continuato a combattere gli occupanti sovietici fino agli anni ‘60. Non stupisce dunque che sia stata proprio Leopoli, all’indomani del crollo dell’Urss, la prima città ucraina, a rimpiazzare la statua di un agonizzante Lenin con quella del poeta-eroe nazionale Taras Shevchenko.

Sulle orme di von Masoch: tra scritti da rivalutare menu erotico e frustate

“In un paese come la Galizia ove da secoli si trovano confessioni e nazionalità tanto diverse, è quasi implicito tollerarsi a vicenda”. Così scriveva Leopold von Sacher-Masoch in una pagina autobiografica del 1887, lodando la straordinaria cultura della tolleranza della monarchia danubiana. L’autore di Venere in Pelliccia, figlio di un ufficiale austriaco e di un’energica donna della piccola nobiltà russa, nacque nell’allora Lemberg nel 1836 e vi trascorse gran parte della sua infanzia.

I Racconti di Galizia, libro ingiustamente offuscato dalla notorietà delle pubblicazioni successive, che l’hanno dipinto come un “pervertito”, costituiscono una sorta di guida sentimentale lungo l’itinerario di un paesaggio sconosciuto e ancestrale. Un mondo con cui Leopold familiarizzò sin da bambino grazie all’amatissima governante Anna. E pochi sanno che fu questa tata rutena a insegnargli l’ucraino. Oggi l’atteggiamento dei galiziani verso il loro concittadino non oscilla più tra il miope disinteresse e il fiero disprezzo del passato. Sono infatti sempre di più i leopolitani che, parlando dei personaggi per cui Lviv è famosa, accostano il suo nome a quello di Lem, Roth e Wilder. In tempi recenti gli è stato addirittura dedicato un locale in vulytsya Serbska: il Masoch Cafe. Qui i clienti più trasgressivi, dopo aver deliziato il proprio palato con una delle pietanze scelte dal “menù erotico”, possono chiedere alle cameriere di essere ammanettati o frustati.

Cosa vedere: dalla “Casa Nera” alla vista mozzafiato del Castello Alto

La visita della città non può che iniziare da Ploshcha Rynok, la Piazza del mercato con i suoi quarantaquattro palazzi in stile barocco-rinascimentale. L’elegante edificio al civico 6, appartenuto al commerciante di vini cretese Konstyantyn Kornyakt, ospita al suo interno la “Corte Italiana”, i cui tre ordini di logge riecheggiano le armonie del Brunelleschi e del Bramante. La casa al civico 14, detta la Casa Veneziana, fu la residenza di Antonio Massari, un mercante della Serenissima, così orgoglioso delle sue radici da farvi apporre lo stemma araldico di San Marco ancora oggi in bella vista. Al numero 2 abitò invece Roberto Bandinelli, figlio di un famoso intagliatore fiorentino, che assieme al connazionale Domenico Montelupi può essere considerato l’inventore dei moderni servizi di DHL.

A cominciare dal 1629, infatti, da questo edificio di pietra in stile neobarocco ogni sabato venti postini partivano alla volta di Lublino, Varsavia, Danzica e Cracovia. Petro Krasovsky commissionò invece la costruzione dell’edificio forse più suggestivo dell’intera Piazza, la Casa Nera, al civico 4, il cui bugnato esterno ricorda il Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Altri luoghi da non perdere sono il Castello Alto dalla cui collina si gode, specie al tramonto, un panorama mozzafiato della città; il Cimitero Monumentale di Lychakivske, che allinea tombe di aristocratici polacchi, combattenti ucraini, soldati sovietici, ebrei galiziani e famosi scrittori come Ivan Franko; il Teatro dell’Opera e del Balletto in stile viennese in prospekt Svobody; il Museo dell’Architettura e della Vita Popolare, complesso all’aperto che mostra fattorie, mulini a vento, chiese nei diversi stili regionali.

Foto:  Matteo Zola

fonte dell’articolo: Quotidiano Nazionale

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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