TURCICA: I turchi d’Eurasia dallo zarismo all’età sovietica

Tra il XVII e il XIX secolo, la progressiva espansione della Russia zarista portò alla pressoché completa estinzione di tutte le realtà politiche o tribali turche indipendenti in Europa orientale e in Asia centrale. Ovunque, seppure con tempi e modi diversi, il dominio zarista si affermò come una dura dominazione dei russi sulle popolazione autoctone, venata da un significato religioso di rivincita del Cristianesimo sull’Islam.

In genere l’attività missionaria cristiana fu accolta con un certo entusiasmo solo da quei turchi che erano rimasti pagani fino ad allora, o che erano stati islamizzati solo superficialmente. Tra questi spiccavano i ciuvasci, discendenti dei bulgari del Volga e ultimi rappresentanti di quella stirpe a cui erano appartenuti anche gli unni e gli àvari. Anche le popolazioni turche siberiane, ancora legate alle pratiche sciamaniche, in genere si convertirono al Cristianesimo. Al contempo, nonostante gli incentivi alla conversione, tra i turchi musulmani solo una piccola parte accettò di cambiare religione. In Asia centrale e in Europa orientale la grande maggioranza dei turchi rimase musulmana. I loro rapporti con il potere zarista dipesero molto da come esso percepiva la loro religione.

I turchi musulmani dell’Europa orientale furono chiamati indistintamente tatari e identificati con l’Orda d’Oro e con il “giogo” a cui essa aveva sottoposto la Russia. Per lungo tempo tutte le espressioni della cultura tatara, in particolare quelle legate alla religione, furono disprezzate e represse. Le cose cominciarono a cambiare soltanto alla fine del XVIII secolo. I russi si accorsero che era preferibile integrare la crescente popolazione turca e musulmana all’interno dello stato e della società civile, piuttosto che continuare una sterile e inconcludente guerra di religione. Questo cambio di atteggiamento fu anche favorito dal fatto che l’impero ottomano non costituiva più il pericolo di un tempo e si era anzi dovuto mettere sulla difensiva rispetto alla Russia. Nel corso dell’800 ai musulmani della Russia fu progressivamente concessa una libertà religiosa pressoché completa, e le loro classi dirigenti furono in parte integrate nell’élite  dell’impero.

In realtà è necessario fare una distinzione tra i turchi dell’Europa Orientalei tatari e anche gli azeri – da una parte, e le popolazioni siberiane e centroasiatiche dall’altra. I turchi della regione del Volga, della Crimea e dell’Azerbaigian provenivano da civiltà raffinate e i loro notabili si integrarono piuttosto bene nella civiltà europeizzante delle élites russe. I turchi dell’Asia centrale vennero invece percepiti come degli orientali, che per la cultura ottocentesca era legittimo sottoporre a una dominazione di tipo coloniale. I popoli che vivevano al di là degli Urali dovevano addirittura apparire come dei selvaggi semi-civilizzati, e la Siberia una terra vergine da conquistare alla civiltà russa. Per questa ragione furono soltanto i tatari e gli azeri a giocare un ruolo attivo di una certa importanza nella storia della Russia moderna.

A partire soprattutto dagli anni ’70 del XIX secolo, il panturchismo – cioè l’ideologia nazionalista che puntava a unire tutti i turchi in un’unica realtà sociale e politica – cominciò a svilupparsi tra i turchi dell’impero russo, a imitazione del panslavismo, rispetto al quale intendeva mettersi in competizione e in contrasto. Il nascente nazionalismo era fortemente legato al jadidismo (ceditçilik), un movimento religioso riformista e progressista che tentava di sposare i principi dell’Islam con i valori della civiltà occidentale. Questo movimento nazionalista e progressista ebbe una forte influenza sul pensiero politico del tardo impero ottomano e della Turchia repubblicana, soprattutto grazie all’azione degli esuli politici tatari e azeri. La teorizzazione del nazionalismo turco fu nel bene e nel male il principale contributo dei turchi di Russia alla storia politica e culturale degli ultimi due secoli.

In seguito alla rivoluzione del 1905 – che ebbe come conseguenza l’istituzione del parlamento (Duma) e la promulgazione della costituzione (23 aprile 1906) – i turchi dell’impero russo si dotarono della prima istituzione politica ufficialmente riconosciuta. Questa prese il nome di Unione dei musulmani di Russia (Rusya Müslümanları İttifakı), benché in realtà rappresentasse di fatto esclusivamente la componente turcofona dell’Islam russo, e fosse naturalmente egemonizzata dai notabili azeri e tatari. In ogni caso la rapida involuzione della situazione politica russa spense presto gli entusiasmi dei turchi, come di tutti coloro che aspiravano a un cambiamento.

La rivoluzione del 1917 colse i turchi di sorpresa e il loro ruolo nello sviluppo degli eventi fu secondario. Le parziali origini turco-mongole di Lenin – aveva sangue ciuvascio e calmucco da parte di padre – sono solo una curiosità biografica priva di alcun peso effettivo. Durante la guerra civile russa i turchi combatterono sia dalla parte dei bolscevichi che della controrivoluzione. Mentre alcuni tatari contribuirono a costituire i reparti di cavalleria dell’Armata Rossa, soprattutto in Asia centrale si sviluppò un movimento controrivoluzionario i cui membri erano chiamati basmacı (banditi). In realtà si trattò più che altro di un’espressione dell’indomito tribalismo locale, privo di un serio contenuto ideologico.

Nel caos di quegli anni l’esperienza più importante fu la creazione della Repubblica democratica dell’Azerbaigian. Questo fu in realtà il primo stato nazionale turco, fondato sui principi della democrazia parlamentare, della laicità dello stato e dell’uguaglianza politica e sociale tra i sessi. L’effimero stato azero durò appena due anni, dal 1918 al 1920, prima di essere riconquistato dai bolscevichi. Il suo esempio fu però determinante per indirizzare le riforme di Atatürk in Turchia.

L’illusione di poter sposare il leninismo con le istanze nazionali dei turchi, inizialmente coltivata da alcuni intellettuali marxisti turcofoni, dovette lasciare presto spazio a una realtà molto diversa. Nonostante gli intenti ufficiali di garantire l’autonomia delle nazionalità in un’unione fraterna, il dominio sovietico impose  ovunque i suoi esperimenti sociali senza alcun riguardo per la cultura e le esigenze dei popoli turchi. Anzi, nell’età sovietica la russificazione proseguì sempre in modo sostenuto, forse più che nel tardo periodo zarista. Talvolta l’ostilità dei dirigenti sovietici verso determinati popoli turchi raggiunse livelli di aperta persecuzione, come nel caso dei tatari di Crimea, deportarti in massa nel ’44 perché accusati di sostenere le forze dell’asse. La dipendenza dell’economia delle repubbliche sovietiche centroasiatiche da quella della Russia determinò anche una grave situazione di sottosviluppo economico.

Con il crollo dell’Unione Sovietica, nel corso del 1991 le repubbliche di Azerbaigian, Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Kazakistan dichiararono la propria indipendenza. Nascevano così cinque nuovi stati turchi nel cuore dell’Eurasia. Nella stessa Russia post-sovietica fu inoltre concesso un certo grado di autonomia – sulla carta molto ampia – a tutte le minoranze etniche e nazionali, tra cui quelle tatare e più in generale turcofone. Questa situazione favorì oggettivamente una rinascita delle culture nazionali dei popoli turchi, ma ciò avvenne senza una vera iniziativa da parte delle popolazione coinvolte. Ancora una volta tatari e azeri – in circostanze del tutto diverse – dimostrarono una certa vitalità e una coscienza nazionale piuttosto sviluppata. Ma in Asia centrale la costruzione dell’identità nazionale delle neonate repubbliche fu guidata dall’alto nella generale passività e indifferenza delle masse, stremate da 80 anni di dittatura e di oppressione culturale e politica.

Chi è Carlo Pallard

Laurea magistrale con lode in Scienze storiche presso l'Università degli studi di Torino, con tesi dal titolo "Da impero a nazione. Ziya Gökalp e la nascita della Turchia moderna". È autore, assieme a Matteo Bergamaschi, del volume Dire io. Sulla questione identitaria del mondo post-moderno, Aracne editrice, Roma 2012. Parla turco, inglese e azero. E' nato a Torino nel 1988.

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