UCRAINA: Quale futuro per il paese? Serve un nuovo progetto d'integrazione nazionale

Il futuro dell’Ucraina è incerto: anche dopo l’elezione di Poroshenko, mentre continua l'”operazione anti-terrorismo” all’est del paese contro i paramilitari filorussi, non è chiaro se il paese riuscirà a riprendersi dal duro colpo causato dall’annessione russa della Crimea e dalla destabilizzazione delle regioni di Donetsk e Lugansk. Ne hanno discusso a Berlino, tra gli altri, Andreas Umland della Kyiv-Mohyla Academy, Tatyana Malyarenko dell’università statale di Donetsk, e Dmitry Gorenburg del think tank CNA.

Andreas Umland: euromaidan, una vera rivoluzione le cui cause sono interne

Le cause della rivoluzione di Maidan sono state sostanzialmente domestiche, secondo Andreas Umland, professore all’università di Eichstaett-Ingolstadt e alla Kyiv-Mohyla Academy. “L’euromaidan è stato poco più di un accidente; il potenziale di protesta era già alto, Yanukovich era impopolare. E’ semplicemente accaduto che il rinvio della firma dell’accordo d’associazione all’UE abbia fatto da detonatore. Ma il comportamento del regime, a partire dalle violenze della polizia, è stato fondamentale per dare forma alle proteste.”

Persino l’accordo del 20 febbraio tra governo e opposizione, negoziato dai tre ministri degli esteri di Francia, Polonia e Germania, secondo Umland è sopravvalutato: “di fatto Yanukovich aveva già perso le basi del suo potere, polizia ed esercito non rispondevano più a lui”. Ed è curioso, secondo Umland, come tale accordo sia preso oggi come oro colato dagli stessi russi che allora rifiutarono di controfirmarlo.

L’UE ha avuto sì un ruolo, secondo Umland, ma più un ruolo passivo da modello di riferimento esterno, che non un ruolo attivo. “Per l’elite e la popolazione ucraina, l’importante non è stato ciò che pensavano a Bruxelles o a Berlino, quanto piuttosto il modello offerto da Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, paesi baltici: paesi che fino a 25 anni fa non erano tanto diversi dall’Ucraina stessa”.

Quella di Maidan è stata una vera rivoluzione, per Umland, a differenza di ciò che era stata la “rivoluzione arancione” del 2004. “C’è stato un rapido cambiamento politico, un profondo cambiamento socio-culturale, e un elemento di violenza: tutti gli elementi di una rivoluzione. Poi certo con l’elezione di Poroshenko e Klitschko ci sono anche elementi di continuità delle élite, ma anche loro non sono più prodotti diretti dell’era di Kuchma, a differenza della generazione politica precedente (Tymoshenko, Yushchenko, Yanukovich)”.

E proprio tali caratteristiche (le cause domestiche e il modello rivoluzionario) hanno causato il coinvolgimento della Russia, conclude Umland: “il modello rivoluzionario del maidan minaccia il regime di Putin“, poiché potrebbe essere replicato in Russia. Per questo, la strategia del Cremlino è stata duplice: mettere in discussione la legittimità del nuovo potere a Kiev, definendolo fascista o nazista, e rappresentare la nazione politica ucraina come insostenibile, come il caso speciale e straordinario di un paese incapace di sopravvivere unito dopo e che crolla su sé stesso dopo ventidue anni di precaria indipendenza, per giustificarne l’invasione.

L’Unione europea, secondo Umland, ha perso un’opportunità dopo la rivoluzione arancione, nel 2005, per offrire all’Ucraina una prospettiva d’adesione. “Schäuble l’aveva capito”. E anche lo stesso Mykola Azarov, primo ministro di Yanukovich, nel 2013 aveva annunciato che non avrebbe firmato l’accordo di associazione, se non l’avesse contenuta. “La posta in gioco oggi sarebbe stata molto più alta, anche se si tratta di una sola frase; avrebbe creato una coalizione molto più ampia” a favore delle riforme e dell’integrazione europea, conclude Andreas Umland.

Tetyana Malyarenko: chi c’è dietro all’instabilità in Ucraina orientale

La situazione in Crimea e quella in Ucraina orientale sono simili ma differenti, secondo Tatyana Malyarenko, professore di amministrazione pubblica all’Università Statale di Donetsk. In entrambi i casi, si tratta di un “conflitto in uno stato debole, dopo la fuga di Yanukovich, in cui élite locali ed attori esterni sfruttano il vuoto di potere per organizzarsi.”

Ma l’obiettivo è diverso: il separatismo in Crimea, contro l’opposizione al governo del maidan in Ucraina orientale. “In Crimea, già nel dicembre 2013 i sondaggi dicevano che il 52% dei residenti si sarebbero espressi per l’indipendenza; a Donetsk, solo il 32%. La Crimea aveva un progetto di statualità separata da vent’anni, volendo ricongiungersi alla Russia, mentre al momento della fuga di Yanukovich l’Ucraina orientale è rimasta in silenzio, sviluppando una contronarrativa al maidan, ritratto come non democratico e finanziato da attori esterni.

Crimea ed Ucraina orientale si differenziano quindi in attori, condotta della guerra, ed obiettivi, secondo Malyarenko. In particolare, in Ucraina orientale, sono diversi gli attori in campo: attivisti della Repubblica Popolare di Donetsk, forze armate paramilitari, sostenitori filo-russi, e volontari dalla Russia.

“Gli attivisti della Repubblica Popolare di Donetsk (DPR) erano miei studenti, e non certo dei più brillanti. Non avrebbero mai potuto organizzare tutto da soli. Anziché creare le istituzioni necessarie a tenere in piedi uno stato, non fanno altro che creare notizie per i media (documenti, appelli al sostegno) per mostrare che la DPR esiste; ma non hanno alcun potere reale”, secondo Malyarenko.

In secondo luogo, ci sono quelle forze che detengono il potere reale: “non sono visibili, appaiono solo in situazioni critiche (occupazioni di fabbriche e aeroporti). Si tratta di mercenari pagati da forze diverse, locali e straniere, e che agiscono in maniera non coordinata. La situazione reale è molto più cinica di quella mostrata dai media russi: il compito principale dei paramilitari è la difesa delle proprietà di Yanukovich in Ucraina orientale, o la modifica dei diritti di proprietà su banche e fabbriche in altri casi”. Un esempio, secondo Malyarenko, è quello dei campi di prospezione petrolifera e di shale gas, per i quali la Shell aveva firmato un contratto con Yanukovich giusto prima della rivolta di piazza, e che si trovano proprio nell’area di Slavyansk e Kramatorsk dove sono più attivi i paramilitari. “Ma Slavyansk e Kramatorsk non sono aree di grande sostegno politico-elettorale per Yanukovich, come lo erano invece altre città depresse, ex miniere di carbone. Perché proprio lì, allora, si sono concentrate le azioni dei paramilitari? Potremo dirlo probabilmente meglio tra qualche mese.

La terza categoria di attori del conflitto in Ucraina orientale, secondo Malyarenko, sono i sostenitori locali dei paramilitari, cittadini ucraini filorussi. “Si tratta spesso di operai delle industrie della regione che esportano in Russia; il loro interesse è pragmatico e di breve periodo, hanno bisogno dell’apertura dei confini per non perdere il lavoro. Non si tratta dei residenti di Donetsk, spesso comparativamente più ricchi.” Infine, ci sono i volontari venuti dalla Russia, “cosacchi”, spesso non pagati, ma semplici gruppi di persone che si organizzano per venire a fare la guerra in Ucraina.

“La questione dell’Ucraina orientale non è il separatismo ma la debolezza dello stato,” conclude Malyarenko. “L’Ucraina non ha la capacità di venirne a capo, militarmente o tramite negoziati. Il confine russo-ucraino è aperto, e Yanukovich ed altri dalla Russia hanno tutti i fondi necessari per supportare la continuazione del conflitto.”

Anche l’elezione di Poroshenko e il programma del nuovo governo a Kiev non sembrano portare troppe speranze. “Sembra di essere di nuovo nel 1991, – chiosa Malyarenko: – liberalizzazione del mercato, capacità amministrative. Poi, dopo la rivoluzione arancione, la stessa agenda: sviluppo dell’economia, fine della corruzione. Oggi, a 23 anni dall’indipendenza, cosa è stato ottenuto? sono pessimista. Anche euromaidan mi sembra credere in qualcuno che possa fare le riforme al posto nostro, anziché essere noi stessi a farle. Poroshenko è solo uno Yanukovich light, era stato accusato di corruzione e rimosso nel 2005. L’Ucraina deve ancora creare delle istituzioni che possano limitare il comportamento predatorio delle élite. Poroshenko non è interessato a questo; forse sarà filo-occidentale per un po’, ma tra un paio d’anni potremmo dover mettere in piedi un nuovo maidan”. 

Il paese è soggetto ad una crescente polarizzazione, secondo Malyarenko. “Nel 1991 l’Ucraina scelse un modello d’identità civica, la dizione etnica di ‘nazionalità’ sparì dal passaporto. Ma dopo il maidan e i fatti di Crimea e di Donetsk, le persone devono scegliere se identificarsi con l’Ucraina o no. In particolare nelle regioni orientali, la polarizzazione è molto forte e in crescita lungo una dimensione etnica, come dimostrano i casi di cyber-hate. Per tenere insieme il paese, l’élite deve proporre un nuovo progetto d’integrazione per l’Ucraina. 

Dmitry Gorenburg: il pericolo dell’etnonazionalismo russo

Secondo Dmitry Gorenburg del think tank CNA, le potenziali conseguenze di lungo termine della crisi ucraina vengono da quelle parti del discorso pubblico di Putin in cui parla della protezione delle popolazioni etnicamente russe anche al di fuori dei confini della Federazione Russa, transformandole in un potenziale pretesto d’intervento ovunque nel resto dell’ex URSS. Una profezia auto-avverantesi: “i russi etnici stessi potrebbero non voler essere usati come quinta colonna, ma le loro condizioni di sicurezza potrebbero peggiorare e portare ad una perdita di fiducia” rispetto alle nazionalità titolari, secondo Gorenburg. “Il caso più probabile è quello del Kazakistan, in caso Nazarbayev scompaia senza aver organizzato una successione.” Ma il rischio non si limita all’area ex sovietica: “il pericolo è globale: include la ricomparsa delle pretese ungheresi sull’Ucraina occidentale, o l’utilizzo agli stessi fini della diaspora cinese in Asia sudorientale.

Nel caso della Crimea, secondo Gorenburg, tutto dipenderà da quanto la Russia si dimostrerà efficace ad assimilare logisticamente la Crimea, in termini di approvigionamenti e di risorse: “il ponte sullo stretto di Kerch era stato definito tecnicamente infattibile solo 10 anni fa”. Dall’altra parte, Mosca corre il rischio di inimicarsi i tatari di Crimea, quel 12% di popolazione che sarebbe “potenzialmente disponibili ad azioni contro la Russia, se l’élite locale continua ad agire contro di loro.”

In Ucraina orientale, al contrario, “le rimostranze locali hanno fatto da combustibile, usato dalla Russia per accendere qualcosa di più ampio e che potrebbe prendere del tempo prima di estinguersi. Non si trattava di separatismo ma di un sentimento contrario al maidan, che senza l’appoggio coperto della Russia sarebbe rimasto a bassa scala. Oggi la Russia chiaramente fornisce armi (non sono quelle che si potevano trovare negli arsenali ucraini), infiltra volontari da oltre frontiera, e probabilmente fornisce anche del personale chiave per la coordinazione delle azioni”. Nella zona, secondo Gorenburg, agisce “un insieme di forze differenti, che non sono sotto il controllo degli attori principali. Data la debolezza dell’Ucraina e la serietà della minaccia, l’unica possibilità per una fine [del conflitto] è un patto tra Mosca e Kiev”.

Alla conferenza dei ministri della difesa di diversi paesi non occidentali a Mosca, secondo Gorenburg, è apparso chiaro come tali paesi “vedono gli Stati Uniti come impegnati in una strategia globale di destabilizzazione dei governi che non accettano l’agenda politica americana tramite tattiche di proteste popolari (le rivoluzioni colorate) e forza militare (dal Kosovo all’Egitto). La Russia sta mettendo in atto l’uguale e contrario di ciò che considerano che gli USA stiano facendo.

Chi è Davide Denti

Dottore di ricerca in Studi Internazionali presso l’Università di Trento, si occupa di integrazione europea dei Balcani occidentali, specialmente Bosnia-Erzegovina.

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4 commenti

  1. articolo molto importante. visione lucida, lontana dalla propaganda e dalle farneticazioni dei fanatici

  2. grande contributo di analisi, alcune frasi sono dei grimaldelli per capire cosa succede: “il compito principale dei paramilitari è la difesa delle proprietà di Yanukovich in Ucraina orientale, o la modifica dei diritti di proprietà su banche e fabbriche in altri casi” oppure ””Poroshenko è sono uno Yanukovich light”…

  3. Interessantissima l’informazione per me nuova del contratto della shell! Bisogna spizzicare qui e là per avere delle informazioni vere su quello che accade in Ucraina!! In ogni caso parlare di legittimo diritto di proprietà da parte di questa multinazionale nello sfruttamento di una così ampia parte del territorio ucraino mi sembra orribile, considerando anche il fatto che a cedergli questo presunto diritto è stato un presidente da voi sempre definito corrotto. Adesso capisco un po meglio tutti i bombardamenti contro le città di queste regioni e l’uccisione dei civili con le decine di migliaia di profughi (naturalemte mai menzionati in queste tre analisi). E capisco anche un po meglio il viaggio del capo della Cia a Kiev prima che iniziasse questa operazione militare assassina contro l’est (anche questo mai menzionato..). Che “il compito principale dei paramilitari è la difesa delle proprietà di Yanukovich in Ucraina orientale” mah! Questa è spazzatura, come buona parte delle analisi di questi tre professori. Per esser disposti a dire cose come queste bisogna evidentemente esser ben retribuiti, magari a libro paga di qualche Ong “indipendente”. Comunque grazie per l’informazione sulla shell. Un altro tassello nella ricostruzione di tutti gli interessi Usa nel rendere l’Ucraina un suo paese vassallo!

  4. Le analisi dei professori ancorchè interessanti sono parziali. Potendo osservare le tv satellitari dei Paesi interessati – non divulgate dalle ns. televisioni- sono frequenti i cannoneggiamenti ed i bombardamenti aerei sulle popolazioni civili, l’esodo di decine di migliaia di donne e bambini nei vicini Oblast russi. Se probabilmente è da considerarsi vera la presenza di personale russo – della FR – tra gli insorgenti, è anche vera la partecipazione della Guardia Nazionale Ucraina farcita da estremisti nazionalisti, per non dire altro, provenienti dall’ovest del Paese. L’interesse da parte delle Amministrazioni Occidentali è evidente. Il problema è chi pagherà i costi della crisi ucraina. Certamente non l’Amministrazione americana. Sicuramente la zoppicante economia Europea