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LINGUAE: Il macedone è una lingua o un dialetto?

Il veto recentemente posto dal governo bulgaro di Boyko Borisov al Consiglio “Affari generali” ha bloccato l’avvio dei negoziati per l’adesione all’Unione europea della Macedonia del Nord. Tra le annose questioni storiche e identitarie alla base delle controversie mai sopite tra i due stati è prontamente riemersa la disputa sulla lingua macedone, non riconosciuta come idioma a sé stante in Bulgaria. L’opinione che il macedone sia una delle svariate forme dialettali del bulgaro non si limita al ceto intellettuale – Accademia bulgara delle scienze (Bălgarska akademija na naukite, BAN) inclusa -, ma è una teoria diffusa in maniera trasversale nel paese. Mutualmente intelligibili, entrambe appartenenti al ceppo delle lingue slave meridionali, bulgaro e macedone formano un continuum dialettale; la prima basata sui dialetti più orientali, la seconda su quelli più occidentali.

Quasi amici 

Storicamente, la regione della Macedonia si estende dall’estremo sud-occidentale della Bulgaria fino alla parte centrale e settentrionale della Grecia, toccando gli odierni Kosovo, Serbia e Albania. Da sempre teatro di ambizioni territoriali contese dai vari paesi limitrofi, smembrata in tre dopo la prima guerra balcanica nel 1913, l’attuale Macedonia del Nord viene ricostruita come stato federale negli anni Quaranta, quando Josip Broz Tito ne fa la sesta repubblica jugoslava. Il 1° agosto 1947 il maresciallo e il primo ministro bulgaro Georgi Dimitrov firmano l’accordo di Bled (Bledska spogodva), in cui è ufficialmente riconosciuta l’esistenza di una nazione, un’identità e una lingua macedone.

Con la rottura dei rapporti tra Tito e Stalin nel 1948 la Bulgaria inizia però a tornare sui suoi passi, finché nel 1966 il presidente dell’Unione degli scrittori bulgari (Săjuz na bălgarskite pisateli, SPB) Georgi Džagarov rifiuta di sottoscrivere un concordato di collaborazione e amicizia con gli scrittori macedoni. Nel 1993 il governo bulgaro post-comunista ricusa la firma di un accordo bilaterale con la Macedonia, poiché nell’ultima clausola è menzionata la lingua macedone. Nel 1999 i due paesi siglano congiuntamente una dichiarazione bilingue di buon vicinato, consolidata da un memorandum nel 2008. Nel 2017 Bulgaria e Macedonia firmano un trattato di amicizia, anch’esso steso in entrambi gli idiomi.

In cirillico, ma senza declinazioni

Rispetto alle altre lingue slave moderne, bulgaro e macedone hanno mantenuto il maggior numero di caratteristiche proprie dello slavo ecclesiastico antico, sviluppato nei secoli a partire dall’opera di Cirillo e Metodio, i padri dell’alfabeto glagolitico, precursore del cirillico. Prive del sistema flessivo dei casi, eccezion fatta per il vocativo e qualche rara forma cristallizzata, sono entrambe dotate di una grammatica analitica e di un ricco paradigma verbale.

Altra peculiarità fondamentale è la presenza di articoli determinativi posposti, concordati in genere e numero col sostantivo o aggettivo che accompagnano. Il bulgaro ne ha un solo tipo, il macedone tre; due di questi, poco frequenti, fungono anche da pronome dimostrativo, indicando prossimità o distanza dal parlante, e sono comuni anche nella parlata del distretto bulgaro di Blagoevgrad, noto come Pirinska Makedonija (“Macedonia Pirin”). In bulgaro l’articolo maschile singolare ha due forme differenti, una per il soggetto e una per i complementi; in macedone è invece invariabile.

Ufficialmente codificato il 5 maggio del 1945, l’alfabeto cirillico utilizzato in macedone è in parte diverso da quello bulgaro, poiché segue il principio di corrispondenza tra grafema e fonema. Mancano infatti le lettere Щ (št), il cui fono è espresso dalla combinazione ШТ, la semivocale Й (i kràtko, “i breve”), e le due er, il segno palatalizzante ь (er màlăk) e la vocale ridotta Ъ (er goljàm). Quest’ultima è sostituita dalle vocali А, О, У (u) oppure dalla Р (r) sillabica, preceduta da un apostrofo, a seconda dei casi; la prima persona del verbo essere bulgaro съм (săm) diventa quindi сум (sum). Il ‘cirillico macedone’ comprende inoltre i grafemi propri del serbo Љ (lj), Њ (nj), Ј (j, che sostituisce la i breve), Џ (), e tre caratteri peculiari: Ѓ (gj), Ќ (kj) e Ѕ (dz).

Una versione ‘semplice’ del bulgaro?

Sul piano lessicale, il macedone è particolarmente ricco di prestiti, soprattutto anglicismi e serbismi, assenti in bulgaro. Le differenze di vocabolario tra i due idiomi si limitano però a un centinaio di termini del tutto difformi e all’uso di geosinonimi adattati ortograficamente. Ad esempio, il pronome interrogativo “cosa”, in bulgaro standard какво (kakvò), in substandard що (što), esiste in macedone solo nella seconda variante, trascritta come што. Ciò è dovuto al recupero di arcaismi e dialettalismi durante il processo di codificazione e purificazione del linguaggio standardizzato.

Anche a livello grammaticale le differenze sono minime. Il perfetto, un tipo di passato composto, a seguito di una recente ridefinizione in macedone viene espresso dall’unione di verbo avere e participio passivo, diversamente da quelle altre lingue slave che possiedono e formano questo tempo verbale unendo all’ausiliare essere il participio attivo. Questo modello, detto ‘vecchio perfetto’, è tuttavia ancora in uso nella parte orientale del paese. Per quanto riguarda l’indicativo presente, in bulgaro la prima persona singolare può avere tre terminazioni, -я (ja), -а oppure -ам. Nei primi due casi, la prima persona plurale termina in -м, mentre nel terzo in -ме. Il macedone invece ha sempre la desinenza -м nel primo caso, e -ме nel secondo.

È sulla base di tutti questi attributi che studiosi bulgari, ma anche internazionali, negano l’indipendenza della lingua macedone. Lo scrittore, partigiano e politico macedone Venko Markovski, autore del primo libro in macedone standard, nel dopoguerra prende parte alla codificazione battendosi contro la completa ‘serbizzazione’ della lingua. Negli anni Sessanta viene espulso dalla Jugoslavia e si rifugia a Sofia. Pochi giorni prima della sua morte, nel 1988, dichiara alla Televisione nazionale bulgara (Bălgarska narodna televizija, BNT) che non esiste un’identità nazionale né linguistica macedone, in realtà frutto dell’influenza del Comintern e della volontà del maresciallo Tito di allontanare la Macedonia jugoslava dalla Bulgaria, per meglio incorporarla nella federazione.

Un (ennesimo) trauma balcanico

La scrittrice Kapka Kassabova ha origini macedoni per via materna. In una recente intervista in occasione della pubblicazione in Bulgaria del suo ultimo libro To the Lake, incentrato sui laghi di Ocrida e Prespa, si esprime sull’annosa diatriba tra i due paesi:

Se si dovesse definire con una sola parola il trauma bulgaro-macedone, sarebbe probabilmente “confine”. In effetti, “confine” è sinonimo di ogni singolo trauma balcanico. Il “confine” nella nostra storia balcanica è un film dell’orrore fatto di una sola parola. E i confini più pericolosi e difficili da attraversare sono nella testa delle persone. Vengono piantati lì da determinate forze politiche che utilizzano la lingua come arma. Una volta eretti, i confini fisici con il tempo cadono e la natura li decompone, ma questo diventa molto più difficile nelle menti e cuori offesi della gente. (…) E forse un altro termine che spiega il trauma bulgaro-macedone è “schizofrenia” – la scomposizione di un’unità in frammenti separati, i quali litigano tra loro. Il più folle insiste maggiormente nell’avere ragione ad ogni costo. La posta in gioco in questo caso è troppo alta: il futuro della Macedonia e i rapporti tra i due paesi e i loro popoli.

foto: btvnovinite.bg

MACEDONIA DEL NORD: Il ricatto bulgaro che vuole minare le aspirazioni europee di Skopje

È ufficiale: per la Macedonia del Nord, i negoziati di adesione all’Unione europea non cominceranno nel 2020. È bastato il no del governo bulgaro di Bojko Borisov per spezzare il fronte quasi unanime dei paesi membri dell’Unione: il veto della delegazione bulgara nel Consiglio “Affari generali” decreta così lo slittamento della conferenza intergovernativa, che si sarebbe dovuta tenere questo dicembre e che avrebbe dato l’avvio ufficiale alle trattative per un futuro ingresso di Skopje nel club europeo.

Dopo Grecia e Francia, la Bulgaria è il terzo stato membro a mettere i bastoni tra le ruote alla piccola repubblica balcanica nel suo percorso di integrazione europea. Ancora una volta, come nel caso della disputa con Atene, l’ostacolo è rappresentato da questioni bilaterali irrisolte tra i due paesi. In cima alla lista di richieste del governo bulgaro vi è il riconoscimento delle radici bulgare della lingua macedone, che Sofia vorrebbe vedere inserito nel quadro delle negoziazioni di adesione – una pretesa inaccettabile non solo per Skopje, ma anche per l’intero blocco europeo.

La battuta d’arresto nelle trattative ha generato un’atmosfera di frustrazione e diffuso risentimento anti-bulgaro nell’opinione pubblica e nella politica macedone, su cui aleggia lo spettro delle elezioni anticipate e del ritorno dei nazionalisti al governo. Nel contesto di generale “affaticamento” delle politiche di allargamento dell’UE, questo ennesimo stallo rischia di compromettere ulteriormente la credibilità dell’Unione nei confronti dei partner balcanici candidati e l’entusiasmo di questi ultimi nel progetto di integrazione europea.

Il ricatto bulgaro

Il pomo della discordia è l’accordo di Prespa, con cui la Macedonia, ora del Nord, cambiò nel 2019 il proprio nome ufficiale, risolvendo un contenzioso quasi trentennale con la Grecia. Nel testo dell’accordo, negoziato a livello delle Nazioni Unite, viene riconosciuta l’esistenza della lingua macedone: secondo Sofia, questo contraddice l’accordo di amicizia, buon vicinato e cooperazione firmato l’anno precedente con Skopje, in cui il macedone è riconosciuto solo in quanto espressione linguistica a cui fa riferimento la costituzione macedone. Inoltre, con Prespa viene ufficialmente accettata a livello UE la denominazione “Macedonia del Nord” come equivalente a quella più lunga preceduta da “Repubblica di”: l’uso del nome breve, secondo la Bulgaria, potrebbe in futuro dare luogo a rivendicazioni di parte del territorio bulgaro, in cui si estende la parte settentrionale della regione storica della Macedonia.

Il trattato di amicizia sembrava aver messo l’ultima parola su queste dispute, ma aveva lasciato a una commissione congiunta di storici bulgari e macedoni l’interpretazione “oggettiva e scientifica” di numerosi eventi della storia comune su cui Sofia e Skopje hanno visioni divergenti – una su tutte, l’identità etnica dell’eroe nazionale Goce Delčev, rivoluzionario bulgaro macedone di fine Ottocento celebrato in entrambi i paesi. I risultati della commissione congiunta sono stati finora limitati, complice anche l’inattività della stessa per oltre un anno. Per questo motivo, mentre rispetto alla lingua e al nome del paese gli ambasciatori europei sono ottimisti sulla possibilità di trovare un compromesso, un accordo complessivo sembra ancora molto lontano.

La richiesta di introdurre nel quadro negoziale dispute bilaterali su questioni di natura identitaria è inaccettabile per i restanti paesi membri dell’UE per due ordini di motivi: sarebbe la prima volta in cui nel corpus legale dell’Unione viene codificata una questione di ordine storico, su cui la legge europea non si è mai espressa; inoltre, si stabilirebbe un pericoloso precedente secondo il quale ogni paese membro potrebbe anteporre questioni di natura squisitamente bilaterale alla politica comunitaria di allargamento, compromettendone l’approccio unitario.

Ciononostante, le pressioni dei leader europei sulla Bulgaria sono state limitate, considerata la fitta agenda del Consiglio UE che attualmente vede al primo punto l’accordo sul budget pluriennale e sul Recovery Fund, minacciato dai veti di Polonia e Ungheria. In questo quadro, lo slittamento dei negoziati con la Macedonia del Nord è un prezzo che l’UE ritiene di poter pagare pur di non alienare Sofia nel braccio di ferro con Varsavia e Budapest.

Retroscena europei

Un’ulteriore vittima collaterale del veto bulgaro è fatalmente l’Albania, paese candidato all’adesione UE che lo scorso marzo aveva ricevuto il via libera del Consiglio europeo per l’avvio dei negoziati. Il paese guidato da Edi Rama è generalmente valutato dai partner europei come meno preparato dei vicini macedoni a un eventuale ingresso nell’Unione e la scelta di Bruxelles di affrontare in tandem i rapporti con i due paesi balcanici ha creato nell’ultimo anno un momentum positivo per Tirana. Un eventuale avvio della conferenza intergovernativa con la sola Albania avrebbe rappresentato una pesante umiliazione per la Macedonia del Nord e messo in discussione il principio del merito nella politica europea di allargamento: di conseguenza, anche per Tirana i negoziati di adesione sono rimandati.

Il silenzio sul destino della Macedonia del Nord nelle conclusioni del Consiglio rappresenta, tra l’altro, un danno severo alla reputazione della presidenza tedesca. Quest’ultima ha speso tutto il proprio capitale politico per l’avvio dei negoziati e fino all’ultimo ha tentato di favorire una mediazione, con il coinvolgimento diretto della cancelliera Angela Merkel al forum del Processo di Berlino, che quest’anno ha avuto luogo proprio a Sofia lo scorso 10 novembre. Nemmeno il promettente piano di integrazione economica regionale enunciato al summit di Sofia, co-presieduto da Borisov e dal primo ministro macedone Zoran Zaev, è valso a colmare la distanza tra i due paesi. Al contrario, le ultime settimane hanno visto un’escalation di accuse e discorsi d’odio tra personalità pubbliche, e a nulla sono serviti i tentativi di Zaev di smorzare i toni.

A complicare il quadro, l’atteggiamento ambiguo del Commissario per l’allargamento Olivér Várhelyi che in una seduta della commissione esteri del Parlamento europeo ha dichiarato che Skopje ha bisogno di compiere maggiori sforzi nei confronti della Bulgaria, prendendo di fatto posizione in una disputa su cui le istituzioni europee si sono generalmente mantenute equidistanti dai due contendenti.

Dissidi domestici

Sullo sfondo ci sono le manifestazioni spontanee contro la corruzione sistemica che dalla scorsa estate hanno raccolto la partecipazione di migliaia di cittadini bulgari e che hanno acceso i riflettori sulle responsabilità del governo di Borisov. La crisi di consenso, le conseguenze economiche della pandemia e le elezioni parlamentari a febbraio 2021 spiegano come un governo storicamente promotore dell’allargamento UE nei Balcani, come quello bulgaro, abbia scelto di fare marcia indietro, convogliando l’attenzione politico-mediatica attorno a una disputa identitaria con i vicini macedoni.

Su YouTube puoi rivedere la diretta di East Journal dedicata alle proteste in Bulgaria

A Skopje, l’intransigenza della Bulgaria e il conseguente fallimento dei negoziati rischiano di tradursi in un ulteriore indebolimento del socialdemocratico Zaev, che ha improntato il suo mandato all’insegna dell’integrazione europea. La scommessa di Zaev ha da sempre incontrato le resistenze dell’opposizione nazionalista, che proprio sulla questione dell’identità umiliata potrebbe raccogliere consenso. Tuttavia, finora le manifestazioni organizzate dall’opposizione contro il governo hanno registrato scarsa partecipazione, segno di una generale sfiducia degli elettori macedoni nei confronti della classe dirigente nel suo complesso.

Scenari futuri

Una svolta nei negoziati potrebbe dipendere dalla nomina, avvenuta la settimana scorsa, dell’ex primo ministro macedone Vlado Bučkovski a inviato speciale in Bulgaria. Bučkovski, esponente di spicco del partito di Zaev e di tendenze filo-bulgare, potrebbe rivelarsi nei prossimi mesi una figura chiave per favorire un clima di distensione tra Skopje e Sofia e ammorbidire le posizioni intransigenti del governo di Borisov.

È diffusa, ma forse mal riposta, la fiducia nel fatto che dopo le elezioni parlamentari di febbraio, qualunque sia l’esito, il mutato contesto domestico in Bulgaria sarebbe sufficiente a far cadere il veto: il sostanziale allineamento di maggioranza e opposizione sul dossier macedone farebbe infatti pensare il contrario. In attesa di ulteriori sviluppi, rimane per ora il sospetto che quest’ennesimo rinvio dei negoziati possa aver irrimediabilmente danneggiato i rapporti tra la Macedonia del Nord, sempre meno tollerante verso le ingerenze dei paesi confinanti, e un’Unione europea fiaccata dalle divisioni interne.

Immagine: Independent Balkan News Agency

CALCIO: La Macedonia del Nord all’Europeo, una vittoria per tutti

Giovedì 12 novembre, l’attaccante Goran Pandev ha segnato il gol più importante della storia del calcio macedone, al 56′ della partita contro la Georgia, decisiva per l’accesso all’Europeo di calcio della prossima estate. La Macedonia del Nord è riuscita così a coronare un sogno lungo 27 anni, qualificandosi alla prima grande competizione internazionale di calcio dalla propria indipendenza, grazie al successo di una squadra composta da calciatori appartenenti alle diverse etnie che vivono nel paese.

Divisioni, guerra e un nuovo presente

La Macedonia del Nord è uno dei tanti paesi dei Balcani dove etnie, religioni e lingue diverse si incontrano e si scontrano da secoli, alla ricerca di un difficile equilibrio per la convivenza comune. Anche tra gli appassionati dei Balcani, la Macedonia del Nord, la sua storia, le sue bellezze e il suo carattere multietnico, passano spesso sottotraccia, forse anche perché non è stata teatro delle tragedie che hanno insanguinato i Balcani negli anni Novanta, ricevendo meno attenzione mediatica

Tuttavia, anche la Macedonia del Nord ha avuto la sua guerra civile: dal gennaio al novembre 2001, dopo alcuni anni di forti tensioni, è divampato lo scontro armato tra una frangia dell’Esercito di Liberazione Nazionale (UÇK), composto da combattenti separatisti albanesi, e le forze dell’esercito regolare di Skopje, agli ordini del governo macedone. Il conflitto si è concluso con l’accordo di Ohrid, grazie al quale il governo centrale ha accettato di aumentare la presenza albanese nelle proprie istituzioni, riconoscendo anche la lingua albanese come co-ufficiale, mentre la controparte ha rinunciato alle pretese separatiste, inaugurando una nuova fase di condivisione del potere fra le due etnie. Una condivisione che, tra alti e bassi, continua ancora oggi, chiave per tenere insieme una realtà complessa.

Una squadra, diverse comunità

La squadra di calcio della Macedonia del Nord rappresenta questa complessità. Intorno al giocatore più noto, quel Goran Pandev che da anni milita con successo in Serie A, vi è un insieme di giocatori appartenenti a diverse comunità. Due dei tre difensori titolari della squadra macedone qualificatasi all’Europeo, Visar Musliu e Egzon Bejtulai, sono albanesi. Entrambi sono cresciuti nello Shkëndijail più importante club di calcio della comunità albanese in Macedonia del Nord, considerato un simbolo del nazionalismo albanese. Non a caso, lo Shkëndija è la squadra di Tetovë/Tetovo, il più importante centro della comunità albanese, situato alle pendici del Monte Šar, vicino al confine con il Kosovo, teatro degli scontri più duri durante la guerra del 2001.

È albanese anche il centrocampista offensivo del Levante Enis Bardhi, il giocatore con più qualità nella Macedonia del Nord. Nato nel 1995 a Skopje, Bardhi è cresciuto nella squadra della comunità albanese della capitale, lo Shkupi, giocando poi in Ungheria e Spagna. Prima di vestire la maglia della Macedonia del Nord, Bardhi era stato accostato all’Albania. Lo stesso giocatore aveva dichiarato di voler giocare per la nazionale rossonera: “Non credo ci sia alcun albanese nato a Skopje che non vorrebbe giocare per l’Albania”. La chiamata da Tirana però non è mai arrivata e alla fine Bardhi ha scelto la nazionale macedone.

Il giocatore più interessante in prospettiva futura è Eljif Elmas, centrocampista del Napoli, cresciuto fra Rabotnički e Stella Rossa. Nato a Skopje da una famiglia di etnia turca, cui appartiene poco meno del 3% della popolazione macedone, nel 2017, Elmas ha rifiutato l’invito a giocare per la nazionale della Turchia dell’allora commissario tecnico Fatih Terim, preferendo rappresentare la Macedonia del Nord. Una scelta che mostra forse come l’essere cresciuto a Skopje, a contatto con tutte le comunità della città, possa avere avuto un peso maggiore rispetto all’appartenenza etnica a una di esse e alla logica di separazione fra le diverse etnie.

Elmas e Bardhi sono due degli elementi della squadra passati attraverso l’Under 21 di Blagoja Milevski, al cui lavoro di selezione dei giovani calciatori va una parte del merito del successo macedone e di cui ha scritto Alex Alija Čizmić sulle pagine di Avvenire. Il nuovo gruppo di giovani si è andato ad aggiungere ad alcuni ottimi giocatori, con una discreta carriera già alle spalle, come gli attaccanti Pandev e Ilija Nestorovski, che hanno confezionato il gol decisivo contro la Georgia.

Una vittoria per l’unità?

I due attaccanti, entrambi da anni in Italia, rappresentano le principali soluzioni offensive della squadra, con Nestorovski che agisce da prima punta più classica e Pandev, invece, più libero di muoversi. Un attacco i cui nomi riportano all’etnia maggiormente presente nel Paese, quella macedone, di matrice slava, la cui identità è spesso messa in discussione dagli ambienti più nazionalisti delle vicine Grecia e Bulgaria. Questo fatto ha spinto in passato gli stessi macedoni ad affermare la propria identità in modi discutibili, come il progetto “Skopje 2014“, che ha riempito la capitale di innumerevoli statue che avrebbero dovuto rinvigorire l’immagine dell’identità macedone.

Questa situazione è emersa anche al fischio finale della partita di Tbilisi, quando i telecronisti della tv nazionale hanno dedicato la vittoria ai nemici del loro Paese, ma anche a tutti i “cristiani ortodossi, macedoni, albanesi e turchi che giocano per questa squadra” e che “devono proteggere il nostro Paese”. Al di là di qualche simile uscita infelice, progetti come “Skopje 2014” appartengono ormai a un passato abbandonato e l’immagine della nuova Macedonia del Nord del primo ministro Zoran Zaev sembra sempre più legata all’unione delle varie comunità nel nome di un nuovo presente, più fruttuoso per tutti. In questo senso va anche il recente cambio del nome in Macedonia del Nord, mal digerito dai nazionalisti macedoni, che ha risolto lo storico contenzioso con la Grecia e aperto per Skopje le porte all’integrazione euro-atlantica.

In un ambiente in cui è presente a tutti gli effetti un sistema di governo condiviso fra le maggiori etnie, un successo del genere può avere grande importanza per la soluzione dei nodi ancora irrisolti nei rapporti fra le diverse comunità etniche, come ha sottolineato anche il premier Zaev in occasione dei festeggiamenti post-partita. Per la Macedonia del Nord questa è una bella occasione per ritrovarsi uniti a tifare una squadra che rappresenta tutti e che ha alcuni mesi di felice attesa e preparazione prima dello storico esordio all’Europeo dell’estate prossima.

Foto: Profilo Facebook di Zoran Zaev

MACEDONIA: Alleanza tra socialdemocratici e partiti albanesi, nasce il nuovo governo Zaev

Domenica 30 agosto il parlamento macedone ha dato la fiducia al nuovo esecutivo a trazione socialdemocratica, con una maggioranza di 62 voti favorevoli su 120. La ratifica segna così il ritorno di Zoran Zaev alla guida del paese dopo sette mesi di governo tecnico e, con esso, di vuoto di leadership creatosi con le sue dimissioni da primo ministro lo scorso gennaio. La coalizione di governo – che comprende l’Unione Socialdemocratica (SDSM), i partiti etnici albanesi DUI e BESA, e il Partito Liberaldemocratico (LDP) – dovrà avviare i negoziati per l’accesso all’Unione europea e far fronte alle conseguenze sanitarie ed economiche della pandemia di COVID-19.

La composizione del governo

Il voto favorevole della maggioranza parlamentare sigilla l’accordo tra la SDSM e il partner senior della coalizione di governo, l’Unione Democratica per l’Integrazione (DUI), primo partito etnico albanese e già alleato nella scorsa legislatura. Dopo una campagna elettorale che ha evidenziato una distanza tra i due partiti, il ritorno di fiamma non è stato certo spontaneo: Zaev si è infatti impegnato a cedere la leadership a un esponente della DUI, per un periodo di almeno 100 giorni entro la scadenza del mandato. Se la promessa venisse effettivamente mantenuta, la Macedonia del Nord sarebbe guidata per la prima volta da un primo ministro albanese – una novità assoluta per un paese in cui la minoranza albanese rimane ancora male integrata e dove il rischio di tensioni inter-etniche non è mai del tutto dissipato.

Il nuovo esecutivo si presenta in un assetto più snello del precedente (19 ministri, 7 meno del precedente) e conferisce alla DUI 6 posizioni chiave, tra cui il ministero degli affari esteri e quello delle finanze. Il partner di coalizione elettorale BESA e l’LDP hanno ottenuto a loro volta due ministeri. Tra le fila della SDSM sono stati riconfermati il primo ministro uscente Oliver Spasovski, che torna a occuparsi di affari interni, e, in veste di ministro dell’integrazione europea, Nikola Dimitrov, abile diplomatico e vero artefice dell’avvicinamento tra Skopje e Bruxelles.

La conferma della prospettiva europea

Il vasto programma di governo include il rilancio dell’economia, del sistema educativo e della lotta alla corruzione e al crimine, con l’obiettivo esplicito di creare un clima politico favorevole all’apertura dei negoziati per l’adesione all’Ue. La fiducia arriva infatti a un mese da una sfida elettorale che è si è configurata come un vero e proprio referendum sulla scommessa europea di Zaev: il leader socialdemocratico ha puntato tutto il proprio capitale politico sulla normalizzazione dei rapporti bilaterali con la Grecia, che per far cadere il veto sull’accesso alla NATO e all’Ue ha preteso e ottenuto il cambio del nome del paese in Macedonia del Nord. Il testa a testa elettorale tra la SDSM e i conservatori nazionalisti (VMRO) è stato seguito con apprensione dalle cancellerie europee, che vedevano un eventuale successo della VMRO come un rischio per la tenuta degli accordi internazionali appena conclusi – preoccupazioni che si sono dissipate con la vittoria di misura della SDSM.

Durante il dibattito di domenica, i deputati della VMRO hanno accusato Zaev di corruzione e mala gestione dell’emergenza sanitaria, un tema che aveva già animato la campagna elettorale. La pandemia non ha infatti risparmiato la piccola repubblica balcanica – si contano 14mila contagiati e 600 morti – e, per quanto le conseguenze economiche non si siano ancora pienamente manifestate, si prevede una contrazione del PIL del 4%. Si tratta in ogni caso di una contrazione piuttosto contenuta, se si considera il contesto europeo nel suo complesso, e che difficilmente può essere imputabile al governo precedente. L’opposizione di destra ha anche colto l’occasione per ribadire la propria contrarietà all’accordo di Prespa con Atene, visto come un imperdonabile sacrificio dell’identità nazionale sull’altare dell’integrazione euro-atlantica. Dichiarazioni che non hanno impedito al nuovo governo di incassare la fiducia, archiviando, per ora, una fase di incertezza e aprendo dunque la strada alla prospettiva europea di Skopje.

Foto: europeanwesternbalkans.com

MACEDONIA: Vittoria di misura per i socialdemocratici di Zaev, partiti albanesi decisivi

Nelle elezioni parlamentari del 15 luglio in Macedonia del Nord i socialdemocratici (SDSM) dell’ex primo ministro Zoran Zaev ottengono una vittoria di stretta misura sui conservatori nazionalisti del Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone (VMRO), la principale formazione di opposizione. Sarà decisivo il ruolo dei partiti albanesi.

I risultati

La coalizione a guida socialdemocratica, che comprendeva per la prima volta anche il partito albanese Besa, ha ottenuto il 36% dei voti, staccando di poco più di un punto percentuale la coalizione nazional-conservatrice guidata da Hristijan Mickoski, fermatasi al 34,5%. SDSM e Besa otterranno 46 seggi (-8) mentre VMRO 44 (-7): entrambi lontani dalla maggioranza assoluta di 61 seggi su 120.

Terzo partito, più distanziato, è la storica formazione albanese di Ali Ahmeti, l’Unione democratica per l’integrazione (DUI) – già partner di minoranza nello scorso governo Zaev – con l’11% dei consensi e 15 seggi (+5). Poco dietro si è posizionato un altro partito che rappresenta la minoranza albanese, Alleanza-Alternativa (AA) di Ziadin Sela, che ha raccolto l’8,5% dei voti e 12 seggi (+9).

Entrano in parlamento anche il partito di sinistra Levica, con il 4,17% e 2 seggi, e il Partito democratico degli albanesi (DPA) di Menduh Thaçi con l’1,51% e 1 seggio. Degli 1,8 milioni di aventi diritto al voto, si sono recati alle urne il 50,84%, nonostante i rischi della pandemia.

Le prospettive

Le previsioni della vigilia che prospettavano un serrato testa a testa tra le due principali formazioni sono state rispettate. La SDSM perde 8 deputati, ma rimane primo partito. Secondo l’analista Igor Cvetkovski, i socialdemocratici avrebbero potuto fare anche meglio, se non fossero stati affossati negli ultimi due anni da vari scandali nel settore giustizia, come quello che ha colpito la procura speciale.

L’opposizione nazional-conservatrice della VMRO è comunque uscita sconfitta dalle urne: senza un candidato forte (l’ex premier Gruevski resta in esilio/asilo a Budapest), non è riuscita a mobilitare i propri elettori.  Non vince, invece, la strategia di coalizione pre-elettorale tra SDSM e Besa, che raccoglie ben pochi suffragi in tale comunità. I partiti albanesi raccolgono in tutto 28 seggi, un record.

Per formare un nuovo governo, sarà fondamentale rinnovare la coalizione tra SDSM e DUI, partito di governo storico della minoranza albanese di Macedonia, ed eventualmente AA, come nel 2016/2019. Malgrado le concessioni fatte da Zaev dal 2016, Ali Ahmeti prima del voto aveva messo come condizione per una coalizione che il nuovo premier dovrà essere un albanese. Le trattative non saranno semplici nè brevi.

Le elezioni rappresentavano un banco di prova importante per il governo uscente e hanno confermato la fiducia degli elettori in Zaev e nel suo piano di riforme che ha portato, anche se in sordina, la Macedonia a entrare nella NATO e ad avviare i negoziati per l’adesione all’Unione Europea. Si è trattato anche delle prime elezioni dal cambio di nome in Macedonia del Nord, in seguito all’accordo di Prespa con la Grecia, molto criticato dai nazionalisti del VMRO.

Le elezioni anticipate erano state provocate proprio dalle dimissioni di Zaev lo scorso ottobre in seguito alla mancata decisione del Consiglio europeo di aprire i negoziati per l’adesione all’UE. Dallo scorso 3 gennaio la repubblica è guidata da un governo tecnico di grande coalizione presieduto dall’ex ministro del’Interno Oliver Spasovski. Nel frattempo, a marzo 2020 è arrivato anche il via libera del Consiglio europeo all’avvio dei negoziati. Le elezioni anticipate, previste in origine per aprile, erano state rinviate a causa dell’epidemia di coronavirus che ha colpito anche la regione balcanica.

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Foto: Boris Grdanoski, AP

MACEDONIA: Il paese al voto, conferma socialdemocratica o ritorno a destra?

Mercoledì 15 luglio i cittadini della Macedonia del Nord si recheranno alle urne per il rinnovo del parlamento monocamerale, composto da 123 rappresentanti. Le elezioni anticipate sono state innescate dalle dimissioni dell’ex primo ministro Zoran Zaev in seguito alla mancata decisione del Consiglio europeo di ottobre di concedere al paese balcanico l’apertura dei negoziati per l’adesione all’Unione europea. Dallo scorso 3 gennaio la repubblica è guidata da un governo tecnico presieduto dall’ex ministro del’Interno Oliver Spasovski.

Si tratta delle prime elezioni dopo la conclusione dell’accordo sul cambio del nome del paese in Repubblica della Macedonia del Nord, l’evento più significativo dall’indipendenza del 1991 e che continua a dividere l’elettorato. Gli osservatori prevedono un’affluenza più bassa del solito, dovuta sia all’emergenza sanitaria legata al coronavirus, che ha registrato dallo scorso febbraio circa 7000 casi positivi e 358 vittime, sia una campagna elettorale che ha suscitato pochi entusiasmi attraverso tutto lo spettro politico.

I socialdemocratici

Le elezioni anticipate sono un test di credibilità per l’Unione Socialdemocratica di Macedonia (SDSM), il principale partito della coalizione di governo guidato dall’ex primo ministro Zaev. Nel corso dell’ultima legislatura, Zaev è riuscito a ottenere l’ingresso della paese nella NATO e l’apertura dei negoziati per l’adesione all’UE, a seguito della conclusione dell’accordo di Prespa con la Grecia. Quest’ultimo, nonostante la ratifica da parte del parlamento, continua a polarizzare l’elettorato e a fornire un argomento all’opposizione nazionalista.

A dispetto dei successi diplomatici ottenuti, Zaev non è riuscito a capitalizzare forti consensi. La decisione favorevole del Consiglio europeo di marzo di aprire i negoziati con la Macedonia del Nord è infatti passata in sordina a causa del diffondersi della pandemia e dei timori di conseguenti ripercussioni economiche sul paese. Il manifesto elettorale dei socialdemocratici ammonta a un lungo elenco di promesse già annunciate in precedenti tornate ma mai pienamente mantenute – tra cui investimenti in sanità e infrastrutture, aumento del salario minimo e transizione verde. Pesano sulla reputazione del governo anche i risultati deludenti in termini di lotta alla corruzione.

L’opposizione conservatrice

Il Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone (VMRO) è il principale partito di opposizione. Benché il partito si dichiari conservatore e sia affiliato al Partito Popolare Europeo, la VMRO ha una matrice marcatamente nazionalista e si rivolge principalmente all’elettorato etnico macedone. Dopo un decennio di leadership di Nikola Gruesvki, culminato con la sua messa in stato di accusa per corruzione e una fuga rocambolesca in Ungheria, la guida del partito è passata in mano a Hristijan Mickoski, professore universitario ed ex-protegé di Gruevski.

La campagna di Mickoski è stata incentrata intorno allo slogan “il rinnovamento sta arrivando“. Al centro del manifesto elettorale vi è infatti un nucleo centrale di riforme sociali ed economiche, tra cui lo sviluppo di una nuova politica industriale orientata all’export e l’introduzione della flat tax all’8%.

Ciò che distanzia maggiormente i conservatori dai socialdemocratici è soprattutto il perseguimento di una politica mono-etnica a scapito della minoranze e la promessa di mettere in discussione l’accordo di Prespa sul cambio del nome: questo annuncio risulta però in contraddizione con il posizionamento filoeuropeo e filoatlantico del partito e, a conti fatti, è improbabile che a esso venga dato seguito in un governo a guida Mickoski.

I partiti albanesi

La SDSM si presenta in coalizione elettorale con il partito albanese BESA: si tratta della prima volta dall’indipendenza del paese che un partito macedone e uno albanese si presentano al voto in coalizione, dato che fino ad oggi le forze albanesi erano solite formare alleanze solo dopo le elezioni con il blocco vincitore. L’annuncio dell’alleanza pre-elettorale è stato mal digerito dal principale partito albanese, la DUI, che è stato partner di coalizione durante il mandato di Zaev.

Secondo la DUI infatti, la frammentazione dei partiti albanesi andrebbe a scapito della minoranza, che ammonta a circa un quarto della popolazione. In caso di vittoria della VMRO, però, non è da escludere che la DUI si allei con i nazionalisti, con cui sono stati al governo insieme in passato e con cui sono venuti meno i malumori dopo la fine della leadership di Gruevski. Durante la campagna, la DUI ha lanciato la provocazione di un primo ministro albanese come condizione per la propria partecipazione in un governo di coalizione, presentando come candidato il veterano politico Naser Ziberi. La proposta, presentata come ultimatum, sembra piuttosto un’abile mossa elettorale per ottenere consensi.

Nel nuovo parlamento dovrebbero entrare anche i rappresentanti di Alleanza-Alternativa (AA), un’altra formazione albanese che secondo i sondaggi si attesterebbe attorno all’8%, dietro alla DUI, dunque con un ruolo da giocare nelle alleanze post-voto.

Sondaggi e scenari 

I sondaggi suggeriscono un testa a testa tra la coalizione di SDSM e BESA e la destra di VMRO. La DUI, che si colloca al terzo posto, potrebbe giocare ancora una volta il ruolo decisivo nella formazione del governo, dando a uno dei due blocchi elettorali i voti necessari per raggiungere la maggioranza dei seggi parlamentari. Un ruolo analogo toccherebbe alla AA se il risultato delle urne dovesse confermare le attese.

Sebbene appare poco realistico che l’accordo di Prespa possa davvero essere messo in discussione, un eventuale ritorno dei nazionalisti al governo potrebbe rendere più tesi i rapporti bilaterali con la Grecia e con la Bulgaria, con la quale è stato siglato un trattato di amicizia nel 2018 ma con cui le dispute sul patrimonio storico comune sono tutt’altro che sopite.

I temi più urgenti restano quello sanitario e quello economico: con il rilassamento delle misure di confinamento, la curva dei contagi è tornata a crescere, destando preoccupazioni sull’evoluzione della crisi sanitaria nel paese e imponendo la chiusura delle frontiere a Skopje da parte dei partner europei, con pesanti ripercussioni sul sistema produttivo. Il nuovo governo, oltre ai negoziati con l’UE, dovrà dunque prendere le redini di una difficile ripresa economica.

Foto: Iportal

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MACEDONIA: Zaev si è dimesso, il paese si prepara alle elezioni anticipate

Il primo ministro della Macedonia del Nord, Zoran Zaev, si è dimesso il 3 gennaio scorso. Insieme a Zaev ha rassegnato le dimissioni l’intero governo, lasciando il posto a un governo tecnico. Il nuovo esecutivo è presieduto dall’ex ministro dell’Interno Oliver Spasovski, che dovrà guidare il paese al voto del prossimo 12 aprile.

Le dimissioni

Il socialdemocratico Zaev era in carica dal 2017, alla guida di una coalizione di centrosinistra arrivata al governo dopo un decennio di dominio dei conservatori, impersonato dall’ex premier Nikola Gruevski. Zaev ha deciso di dimettersi e di indire le elezioni anticipate alla fine dello scorso ottobre, subito dopo il terzo rinvio dell’inizio dei negoziati della Macedonia del Nord con l’Unione europea. Zaev aveva difatti investito gran parte del suo capitale politico nell’avvicinamento euro-atlantico del paese e lo stop del Consiglio europeo dello scorso ottobre ha seriamente indebolito la sua leadership. La promessa fatta da Zaev ai cittadini, e su cui si basava l’azione politica del suo governo, puntava sul fatto che se Skopje avesse riportato importanti risultati diplomatici avrebbe sicuramente ottenuto una data per l’inizio dei negoziati di adesione.

Dopo le dimissioni, secondo la legge macedone, il governo ad interim, formato da rappresentanti di maggioranza e opposizione, deve entrare in carica cento giorni prima della data fissata per le elezioni; per questo motivo Zaev si è dimesso ufficialmente solo a inizio gennaio. La crisi politica, gestita dal presidente Stevo Pendarovski, ha comunque trovato d’accordo i leader dei sette partiti presenti nel parlamento macedone, pronti a sfidarsi nelle urne il 12 di aprile.

L’accordo con la Grecia e il no della Francia

Il governo di Zaev è stato protagonista di un lungo percorso diplomatico e legislativo per porre fine alla trentennale diatriba con la Grecia sul nome dell’ex repubblica jugoslava, da Repubblica di Macedonia – lo stesso di una regione settentrionale greca e per questo non riconosciuto da Atene – in Repubblica della Macedonia del Nord. Grazie allo storico accordo raggiunto da Zaev e dall’allora primo ministro greco Alexis Tsipras a Prespa, nel 2018, i due stati iniziarono un complicato iter legislativo. Nonostante un referendum che non raggiunse il quorum a settembre 2018, il parlamento macedone ratificò il cambio del nome a gennaio 2019, seguito poi dall’assemblea greca.

Il governo macedone sperava che questo importante passo bastasse per assicurare una data certa per l’apertura dei negoziati di adesione – già rinviata due volte, a partire dal 2018 – ma così non è stato. Nonostante la larga maggioranza dei paesi UE ad ottobre fosse favorevole, fu decisiva l‘opposizione della Francia del presidente Emmanuel Macron, unico paese contrario all’apertura dei negoziati sia per la Macedonia del Nord che per l’Albania, altro stato dei Balcani in attesa. Per Macron, l’Unione europea è al momento troppo debole per accettare nuovi membri, e dovrebbe riformare il proprio iter di adesione, prima di un nuovo allargamento.

Se la svolta macedone non è bastata ancora per un primo passo verso l’Ue, l’accordo con la Grecia ha finalmente fatto cadere il veto di Atene sull’adesione di Skopje alla NATO. La Macedonia del Nord diventerà presto il trentesimo paese a partecipare all’organizzazione atlantica. Al momento 22 paesi su 29, tra i quali da poco anche l’Italia, hanno ratificato il protocollo di adesione dello stato balcanico. Inoltre, nell’attesa di una prossima apertura dei negoziati di adesione all’Unione – che il commissario Ue per l’Allargamento, l’ungherese Oliver Varhelyi, ha ribadito essere una priorità – la Macedonia del Nord è stato uno tra i paesi più entusiasti di sottoscrive l’accordo per quello che è stato nominato «mini Schengen» balcanico. L’accordo promosso insieme alla Serbia e all’Albania mira a una maggiore integrazione tra i paesi dei Balcani occidentali, che passi prima di tutto dalla libertà di circolazione di persone, merci e capitali.

 Verso nuove elezioni

Le prossime elezioni saranno un difficile banco di prova per l’ex primo ministro Zaev e la sua Unione Socialdemocratica (SDSM). Un nuovo mandato di altri quattro anni sarebbe la legittimazione della sua politica di avvicinamento all’Europa, mentre un ritorno al potere del partito conservatore e nazionalista VMRO-DPMNE rischierebbe di mettere in discussione lo storico accordo con la Grecia, mal digerito dalla parte più nazionalista della società macedone.

La VMRO, difatti, pur essendo favorevole all’ingresso del paese sia nella NATO che in Ue, è sempre stato fortemente contrario all’accordo con Atene e al cambio di nome del paese, fino a definirlo «un’umiliazione per la Macedonia» e «un genocidio dello stato di diritto». Come in passato, un ruolo cruciale per la formazione del prossimo esecutivo lo giocheranno i partiti rappresentanti la comunità albanese, che nell’ultima legislatura hanno in larga maggioranza appoggiato la SDSM, costringendo la VMRO-DPMNE all’opposizione.

I prossimi mesi di campagna elettorale diranno in che direzione volgerà la società macedone. Non solo la questione del nome, però, sarà al centro del dibattito: temi altrettanto importanti, come la diffusa corruzione e le difficili condizioni economiche e del mercato del lavoro, saranno ugualmente affrontati e discussi. Temi su cui sia i socialdemocratici che i conservatori, fino ad ora, non hanno saputo dare risposte convincenti, risposte di cui la Macedonia del Nord ha urgente bisogno.

Foto: EurActiv

Macron blocca l’avvio dei negoziati UE per Albania e Nord Macedonia. Elezioni anticipate a Skopje

 di Tommaso Meo e Andrea Zambelli

La Francia di Macron blocca l’avvio dei negoziati per l’adesione UE di Albania e Macedonia del Nord. Dopo il no del Consiglio europeo, il premier Zaev annucia elezioni anticipate a Skopje.

Dopo che martedì i ministri degli esteri non avevano trovato un accordo sull’apertura del dialogo con i due paesi dei Balcani, anche i capi di stato e di governo nella tarda serata di giovedì non hanno trovato l’unanimità sulla questione. Nonostante la larga maggioranza dei paesi UE fosse favorevole, è stata decisiva la forte opposizione della Francia del presidente Emmanuel Macron, unico paese contrario all’apertura dei negoziati con entrambi i paesi balcanici. Olanda e Danimarca erano favorevoli invece ad avviare il dialogo per il momento con la sola Macedonia del Nord. I 27 hanno quindi rimandato la discussione al prossimo Consiglio europeo, prima del vertice UE-Balcani di Zagabria nel 2020.

Molto dura la reazione del Commissario europeo all’allargamento Johannes Hahn, he ha parlato di un fallimento dei leader UE, incapaci di dare seguito alle proprie promesse. “Rifiutarsi di riconoscere i progressi fatti rischia di destabilizzare i Balcani, con conseguenze per tutta l’UE. Il premier italiano Giuseppe Conte ha parlato di un “errore storico“, dicendosi “molto dispiaciuto e vicino alla comunità albanese e della Macedonia del Nord”. La presidente della nuova Commissione europea Ursula von der Leyen ha rimarcato gli sforzi fatti dai due paesi, sostenendo che “meritino un segnale positivo”. Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, ha invitato albanesi e macedoni a non arrendersi, perché non ha dubbi che diventeranno cittadini europei. “Questi due paesi sono pronti ad aprire i negoziati; sono gli stati membri che non sono pronti, oggi.”

Ma a nulla sono valsi gli appelli. Macron ritiene prioritario che l’UE si concentri su una riforma interna prima di ogni ulteriore allargamento, e nella conferenza stampa seguita al Consiglio europeo ha chiaramente indicato la sua volontà di trovare una alternativa all’adesione per i paesi dei Balcani, considerati “partner, ma non necessariamente futuri stati membri”. Una vera doccia fredda sull’intera politica d’allargamento da parte del presidente francese, che ha al contempo annunciato una sua visita nella regione.

Il ministro degli esteri macedone Nikola Dimitrov ha affermato che “il minimo che l’UE deve alla regione adesso è di essere chiara [con noi]. Se non c’è più consenso sul futuro europeo dei Balcani occidentali, se la promessa di Tessalonica 2003 non è più valida, i cittadini hanno diritto a saperlo.”

E se già per tutta la giornata di venerdì si sono rincorse le voci sulle possibili dimissioni del premier macedone Zoran Zaev (una fakenews lanciata dall’ANSA alle 13:15 e rimbalzata sui vari media balcanici), nella mattina di sabato questi ha annunciato elezioni anticipateil prima possibile” nella repubblica balcanica. “L’Europa non ha rispettato ciò che ci aveva promesso. Ci è stata fatta una grande ingiustizia. Sono deluso e indignato”, ha affermato. Stando ai sondaggi, le elezioni potrebbero mettere fine alla parentesi progressista e riportare al governo i nazionalisti della VMRO, scalzati solo nel 2017.

Più calma la situazione a Tirana, dove il premier Edi Rama ha commentato che i due paesi balcanici si trovano ad essere “vittime collaterali” degli scontri tra gli stati membri UE.

L’apertura dei negoziati con Albania e Macedonia del Nord è stata posticipata già due volte dal 2018, anche se i due paesi hanno concluso le riforme richieste dall’UE. L’Albania ha completato una riforma della giustizia, mentre la Macedonia ha risolto una disputa trentennale cambiando il proprio nome ufficiale in Repubblica della Macedonia del Nord.

MACEDONIA: Il caso Janeva, corruzione e politica tra veleni e colpi bassi

Con voto quasi unanime, il 14 settembre scorso il parlamento della Macedonia del Nord ha ufficialmente rimosso dal suo incarico la procuratrice Katica Janeva, giudice a capo della Procura Speciale. Il voto arriva poche settimane dopo l’arresto della Janeva, accusata d’abuso d’ufficio e corruzione.

E’ questa, al momento, l’unica certezza di una vicenda che, c’è da esserne certi, riserverà altre sorprese nell’immediato futuro e che potrebbe avere ripercussioni politiche, anche ai massimi livelli. Una vicenda che ha del clamoroso, se si pensa che la Janeva era considerata la nuova eroina della lotta alla corruzione e che la Procura Speciale, da lei stessa guidata fin dalla sua istituzione nel 2016, aveva proprio lo scopo di contrastare la corruzione, dilagante in tutto il paese.

I fatti

La ricostruzione dei fatti ci riporta nel cuore dell’estate scorsa, e precisamente al 15 luglio, quando Boki 13, al secolo Bojan Javanosky, ex star televisiva, conduttore di successo e proprietario dell’emittente TV 1TV, viene arrestato con l’accusa di tentata estorsione ai danni dell’imprenditore macedone Jordan Kamchev, l’uomo più ricco della Macedonia del Nord. Kamchev stesso è nel mirino della Procura Speciale e, secondo l’accusa, sarebbe stato indotto da Javanosky al pagamento di una somma di cinque milioni di euro in cambio di un trattamento più mite da parte della procura. Javanosky, infatti, può far leva su rapporti privilegiati con la Janeva e, in particolare, col figlio di quest’ultima, manager di un’associazione di volontariato intestata a Javanosky.

E’ stato il quotidiano italiano “La Verità” a pubblicare per primo le intercettazioni audio in cui si sentirebbe Javanosky millantare ottime relazioni con la Janeva (e persino con l’attuale primo ministro, il socialdemocratico Zoran Zaev, che “non avrebbe certamente causato problemi”) e da cui si evincerebbe che il tentativo di estorsione sarebbe addirittura stato concordato con la giudice. Resta il fatto che il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro ha anche pubblicato il video in cui si vede Javanosky uscire dall’abitazione di Kamchev con una borsa contenente un milione e mezzo di euro. La vera pistola fumante riguardo al coinvolgimento diretto della Janeva sembrerebbe, però, essere un’altra intercettazione audio, quella in cui si la si ascolterebbe rassicurare l’imprenditore sul fatto che “tutto andrà bene”. A ciò si devono aggiungere le perplessità espresse da alcuni dei suoi più stretti collaboratori circa la sua tendenza a prendere decisioni discutibili, senza condividerle, inclusa quella di restituire il passaporto proprio a Kamchev.

La vicenda giudiziaria farà il suo corso e solo le indagini potranno chiarire se si sia trattato, effettivamente, di un tentativo di estorsione e quale sia stato il reale coinvolgimento della giudice che, dal canto suo, ha tentato di derubricare il fatto a una “normale” attività d’ufficio finalizzata alla “estrazione delle informazioni” dagli indagati.

La politica dei veleni e dei colpi bassi

Ma è il piano politico quello ad offrire gli spunti di maggior interesse e, con ogni probabilità, la chiave di lettura più pertinente dell’intero caso. Vicenda giudiziaria e politica si intersecano, infatti, in un legame che pare indissolubile e che, dimostra, qualora ve ne fosse bisogno, quanto “tossico” sia il clima politico del paese balcanico.

Nel 2016, infatti, erano state le intercettazioni rese pubbliche da Zoran Zaev, all’epoca all’opposizione, a provocare un vero e proprio terremoto. Esse fornivano, infatti, le prove delle presunte attività illegali perpetrate da Nikola Gruevski, allora primo ministro e leader del partito conservatore VMRO-DPMNE (Partito Democratico per l’Unità Nazionale Macedone). Le proteste popolari che ne scaturirono in tutto il paese portarono alla caduta del governo Gruesvki nonché alla sconfitta alla tornata elettorale dell’anno successivo, consegnando il paese nelle mani dell’acerrimo nemico Zaev e “inducendo” Gruesvki  alla sua rocambolesca fuga nell’Ungheria del sodale politico Viktor Orban.

I ruoli si sono ora invertiti e non è da escludere che la regia, più o meno occulta, dell’intero intreccio sia proprio quella “dell’esule” Gruevski. Così come potrebbe non essere una coincidenza il fatto che il caso sia stato scoperchiato da un quotidiano, “La Verità”, vicino alle posizioni sovraniste espresse in Italia da Matteo Salvini e condivise da quest’ultimo proprio con il duo Gruevski-Orban.

Quali conseguenze?

La vicenda butta nuovo discredito sulla politica macedone facendo precipitare la fiducia dei cittadini sulla classe dirigente del paese, come dichiarato dal presidente della repubblica, Stevo Pendarovski. Dal canto loro le opposizioni chiedono le immediate dimissioni di Zaev il quale, di converso, ha tentato nei giorni scorsi di confinare i fatti alla mera sfera giudiziaria, rivendicando i presunti successi del proprio esecutivo e ricordando l’importanza epocale delle sfide che il paese si trova ad affrontare: l’adesione all’UE e alla NATO, in primis.

Il quadro tuttavia potrebbe drasticamente cambiare qualora si dovesse comprovare non solo un coinvolgimento diretto del primo ministro ma anche una qualsivoglia connessione tra alcuni dei ministri del suo esecutivo e la società “Alleanza Internazionale” gestita da Bojan Javanovski.

Sullo sfondo, lo scontro politico si sposta anche sul futuro della Procura Speciale: nata tra mille speranze è, ora, presa tra l’incudine e il martello di chi, come le attuali opposizioni, la considerano un’emanazione del partito di governo responsabile della propria sconfitta elettorale e chi, al contrario, vorrebbe che continuasse ad operare anche oltre il limite, previsto per la fine di quest’anno, per poter portare a termine le decine di indagini ancora in corso.

In tutto ciò l’Europa è spettatrice interessata e considera l’estensione delle attività della Procura come condizione necessaria per l’avvio dei negoziati di adesione alla UE.

MACEDONIA: Quasi fatta per il nuovo nome, manca solo il consenso di Atene

Venerdì 11 gennaio il parlamento macedone ha dato il definitivo via libera al cambio di nome del paese con l’approvazione dei quattro emendamenti costituzionali necessari ad attuare quanto previsto dall’accordo con la Grecia, siglato il 17 giugno scorso nella località di Prespa. L’intesa è valsa addirittura la candidatura per il premio Nobel per la pace per i primi ministri Zoran Zaev e Alexis Tsipras. Con questo voto il paese è pronto ad assumere il nome ufficiale di Repubblica di Macedonia del Nord, anche se la conclusione dell’iter avverrà solo dopo la ratifica da parte del parlamento greco.

La diatriba sul nome

La questione del nome del paese balcanico nasce già all’indomani dell’indipendenza di Skopje dal resto della Jugoslavia, avvenuta nel 1991. In quell’occasione venne adottato il nome di Repubblica di Macedonia, decisione contrastata da Atene che considerava la propria regione settentrionale l’unica vera Macedonia. La diatriba non si riferiva ad un semplice aspetto di toponomastica ma toccava questioni di identità storiche e nazionali.

Una prima soluzione venne offerta dall’ONU che, con la Risoluzione 817 del 7 aprile 1993, decise di adottare il nome provvisorio di Former Yugoslav Republic of Macedonia (FYROM). Il mancato raggiungimento di un accordo definitivo tra le parti, per ben 27 anni, ha portato all’utilizzo del veto da parte di Atene all’adesione di Skopje all’Unione europea e alla NATO.

L’iter parlamentare

Il parlamento macedone aveva già approvato l’accordo di Prespa con due votazioni, la prima avvenuta il 20 giugno 2018 e la seconda il 5 luglio, dopo il rifiuto del presidente della Repubblica Gjorge Ivanov di firmare l’accordo. A questo seguì l’indizione di un referendum per il 30 settembre il cui testo recitava “Siete favorevoli all’entrata nella Nato e nell’Unione europea accettando l’accordo siglato tra Repubblica di Macedonia e Grecia?”. Nonostante il tentativo del premier Zaev di collegare l’accettazione dell’accordo all’integrazione internazionale del paese, pur con la maggioranza dei consensi espressi il referendum fallì per il mancato raggiungimento del quorum.

Convinto della necessità di chiudere una volta per tutte la questione, il 19 ottobre il governo ottenne il voto favorevole del parlamento per l’avvio del processo di riforma della Costituzione. La maggioranza dei due terzi richiesta per l’approvazione fu raggiunta grazie al sostegno decisivo di otto parlamentari del partito di opposizione VMRO-DPMNE, che ottennero in cambio l’amnistia per reati inerenti all’assalto al parlamento del 27 aprile 2017 e alle inchieste relative alla corruzione sul progetto urbanistico “Skopje 2014”. A seguito della fuga in Ungheria dell’ex premier Nikola Gruevski e ai problemi interni, il VMRO sta attraversando un periodo di forte crisi, come dimostrato dall’incapacità di opporre una seria resistenza alla ratifica dell’intesa.

Venerdì scorso il parlamento ha quindi approvato i quattro emendamenti costituzionali, concludendo così il proprio compito sull’applicazione dell’accordo di Prespa. Grazie al sostegno del partito socialdemocratico SDSM e di quelli della minoranza albanese, oltre a quello dei deputati espulsi dal VRMO-DPMNE dopo il voto di ottobre, il governo ha ottenuto la maggioranza dei due terzi (81 voti su 120) necessaria all’approvazione delle modifiche. Gli emendamenti prevedono l’utilizzo del nome Repubblica di Macedonia del Nord e il rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e la non ingerenza negli affari dei paesi limitrofi.

Le reazioni

Il premier Zaev si è mostrato entusiasta per il successo ottenuto, ben cosciente della grande credibilità acquisita nel raggiungere un risultato che nessuno prima di lui era riuscito ad ottenere. Il giorno dopo la votazione ha affermato che i parlamentari macedoni “hanno fatto la storia” e che si aspetta ora che anche i deputati greci ratifichino l’accordo. Da parte sua il primo ministro greco Tsipras ha rassicurato che il voto del parlamento greco avverrà entro la fine del mese.

Grande soddisfazione è stata espressa anche dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini e dal Commissario europeo per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento Johannes Hahn che in comunicato congiunto hanno descritto il voto macedone come “un’opportunità unica e storica nel risolvere una delle più antiche controversie nella regione e ad avanzare decisamente sul cammino dell’Unione europea”.
Sulla stessa linea è stata la dichiarazione del Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg che in un tweet ha affermato che “la NATO sostiene fermamente la piena attuazione dell’accordo, che è un contributo importante per una regione stabile e prospera”.

I prossimi passi

La palla passa adesso al parlamento greco dove è prevista una maggioranza semplice per la ratifica dell’accordo. Il voto non dovrebbe riservare sorprese nonostante le dimissioni di Panagiotis Kammenos, ministro della Difesa e presidente del partito nazionalista di destra dei Greci Indipendenti (ANEL), contrario alla ratifica. La decisione ha provocato una spaccatura interna al partito nazionalista con l’espulsione del ministro del Turismo Elena Kountoura e del viceministro dell’Agricoltura Vassilis Kokkalis per la loro intenzione di sostenere comunque il governo durante il voto di fiducia previsto per mercoledì. A questi si sono aggiunti altri due deputati di ANEL, il viceministro per la Protezione dei Cittadini Katerina Papakosta e il deputato Spyros Danellis del partito To Potami. In questo modo Tsipras può contare sui voti necessari a superare il voto di fiducia e proseguire con la ratifica dell’accordo.

Nonostante il voto contrario alla fiducia, inoltre, il partito centrista To Potami ha dichiarato che sosterrà la ratifica dell’accordo di Prespa quando questa giungerà in parlamento. Il voto positivo da parte del parlamento ellenico sembra quindi ormai vicino e dovrebbe svolgersi dopo l’ottenimento della fiducia da parte del governo Tsipras.

Un’eventuale e sorprendente mancata ratifica porterebbe al definitivo fallimento delle trattative, considerate come un vero e proprio modello per la risoluzione dei conflitti, e rischierebbe di ricacciare l’area in un clima di sfiducia e instabilità. La speranza dell’Unione europea è che il parlamento greco condivida la scelta dei colleghi macedoni, ponendo così la parola fine alla questione del nome della Macedonia, in modo da avviare le trattative per l’adesione del paese.

Foto: SAKIS MITROLIDIS/AFP/Getty Images

BALCANI: I primi ministri di Grecia e Macedonia proposti per il Nobel per la Pace

L’economista tunisina Uided Bushamaui ha proposto i primi ministri di Macedonia e Grecia, Zoran Zaev e Alexis Tsipras per il premo Nobel per la pace del prossimo anno. La Bushamaui, anch’essa insignita della medesima onorificenza nel 2015, ha motivato la propria decisione con la volontà di riconoscere gli sforzi compiuti dai due leader nel superare la controversia sul nome della Macedonia: controversia che si trascinava dal 1991, da quando, cioè, la Macedonia si è dichiarata indipendente. L’ufficializzazione della proposta è avvenuta nel corso di una cerimonia tenutasi a Skopje, dove la Bushamaui si trova in visita, alla presenza di diplomatici e politici di entrambi i paesi coinvolti.

L’accordo siglato da Grecia e Macedonia nel giugno scorso sulle sponde del Lago di Prespa assegna alla Macedonia il nome di Repubblica della Macedonia del Nord: il nome Macedonia viene quindi condiviso con quello della regione nord-orientale della Grecia che, da sempre, ne rivendica l’esclusività.

Nell’ottobre scorso il parlamento macedone ha approvato la mozione volta ad avviare il processo di riforma della Costituzione, passo formalmente necessario per cambiare il nome del paese: un voto nient’affatto scontato alla vigilia data la necessità di ottenere una maggioranza dei due-terzi dei deputati e vista l’aperta ostilità dei partiti conservatori. In concomitanza con l’annuncio della Bushamaui, la commissione parlamentare Affari Costituzionali macedone ha ripreso la discussione sugli emendamenti presentati che dovranno, però, essere avallati solo a maggioranza semplice. Questo passaggio prelude al voto finale per l’approvazione definitiva, previsto a fine gennaio.

Perché l’accordo sia valido è necessaria, a questo punto, anche la ratifica del parlamento greco: partita tutta da giocare, questa, date le recenti fibrillazioni in seno al governo greco e alle dichiarazioni di venerdì scorso di Panos Kammenos, leader del partito di destra ANEL attualmente in coalizione con SYRIZA. Kammenos ha già fatto sapere che non voterà per l’accordo, minacciando di far cadere il governo.

In questo contesto è di giovedì 13 dicembre la dichiarazione del Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite, Matthew Nimetz, che ribadendo l’importanza di portare a compimento l’iter, lo ha inquadrato come punto cardine indispensabile per la stabilità regionale dei Balcani. L’iniziativa della Uided Bushamaui potrebbe, ora, dare nuovo slancio al processo e favorire il clima di fiducia necessario per il suo definitivo compimento.

MACEDONIA: La fuga per la libertà dell’ex premier Gruevski, rifugiato in Ungheria

Macedonia, Albania, Montenegro, Serbia e infine Ungheria. No, non è la tabella di marcia di un Balkan Tour di un viaggiatore solitario o la rotta di un migrante siriano diretto verso l’Europa, ma il tragitto percorso dall’ex premier della Macedonia, Nikola Gruevski, nella sua “fuga verso la libertà”. Una fuga che aveva come meta proprio l’Ungheria del primo ministro Viktor Orbán, amico di vecchia data. E difatti, mentre il governo macedone ha immediatamente chiesto l’estradizione dell’ex premier, il ministro della Giustizia ungherese László Trócsányi ha dichiarato che il governo non intende accettare la richiesta. Secondo Budapest, Gruevski è un perseguitato politico, vittima di un complotto orchestrato dal miliardario di origini ungherese George Soros, accusato da Orbán di sostenere l’immigrazione attraverso le sue ONG.

Gli antefatti

Gruevski è senza dubbio il politico che più di ogni altro ha dominato la scena macedone nell’ultimo decennio ricoprendo la carica di primo ministro dal 2006 al 2016 e dando vita ad un sistema clientelare controllato dal suo partito, la VMRO-DPMNE. In dieci anni di governo Gruevski e il suo partito sono riusciti ad estendere il loro dominio su tutti i settori della società, attraverso la gestione diretta del processo di privatizzazione, uno stretto controllo sui media e l’alleanza con i servizi di sicurezza del paese, come dimostrato dalla nomina di Sašo Mijalkov, cugino del premier, a direttore dei servizi segreti nel 2006.

Le opposizioni guidate dall’attuale premier e leader del partito socialdemocratico macedone (SDSM), Zoran Zaev, cercarono di scoperchiare il velo di silenzio dietro questo contorto sistema di comando. Nel febbraio 2015, l’opposizione diffuse una serie di intercettazioni che riguardavano membri del governo, magistrati e uomini delle forze dell’ordine, che mostravano chiaramente il controllo esercitato sulla società macedone.
In seguito a questa denuncia, scoppiarono nel paese imponenti manifestazioni di piazza che portarono alle dimissioni di alcuni membri del governo. Pressato dall’Unione europea, lo stesso Gruevski fu costretto a fare un passo indietro nel gennaio 2016. Il sostanziale pareggio alle elezioni del dicembre 2016 e la formazione del governo da parte di Zaev furono il preludio per la fine politica di Gruevski, avvenuta definitivamente con la sconfitta alle elezioni locali di ottobre.

Il peggio, per Gruevski, doveva ancora arrivare. A maggio di quest’anno, la Corte d’appello di Skopje ha emesso una condanna in primo grado nei suoi confronti per un caso di corruzione legato all’acquisto di una Mercedes, del valore di 580 mila euro, con l’utilizzo di soldi pubblici. Lo scorso 5 ottobre, la Corte ha confermato in appello la condanna a due anni di carcere ed emanato, il 9 novembre, un ordine di arresto per l’ex premier.

La fuga

Per nulla intenzionato a finire in carcere, Gruevski mette così in atto un piano di fuga degno di un film d’azione. In questa storia non manca proprio nulla: intrighi e coperture internazionali, fughe notturne, falle nei servizi di sicurezza macedoni e apparizioni social una volta giunto a destinazione. Secondo la ricostruzione più accreditata, sostenuta dalle notizie ufficiali rilasciate dopo alcuni giorni dalle polizie degli Stati coinvolti, l’ex premier avrebbe attraversato il confine macedone-albanese e poi, a bordo di un‘auto diplomatica ungherese, quello albanese-montenegrino. Di lì avrebbe raggiunto poi la Serbia da dove sarebbe partito, probabilmente con un aereo privato, per l’Ungheria.

Per la riuscita della sua impresa, Gruevski ha potuto far affidamento non solo sul probabile utilizzo di metodi di corruzione spicciola ma anche e soprattutto sull’aperto sostegno del governo ungherese di Orbán, da sempre suo stretto alleato politico. La lunga fuga sarebbe durata ben quattro giorni, dall’8 al 13 novembre, senza che i servizi segreti macedoni fossero in grado di raccogliere notizie certe sulla sua sparizione. Se sia stato aiutato da uomini rimasti a lui fedeli all’interno degli apparati di sicurezza non è possibile affermarlo con certezza ma resta un’ipotesi tutt’altro che impossibile.

Il 13 novembre, giorno in cui sarebbe dovuto entrare in carcere, Gruevski ha fatto la sua apparizione su Facebook dichiarando di aver ricevuto ospitalità in Ungheria, di aver già presentato richiesta di asilo politico e di esser stato costretto a fuggire in seguito alle numerose minacce di morte ricevute nei giorni precedenti. Non sono mancate ovviamente le invettive contro l’attuale governo macedone accusato di usare metodi antidemocratici e di abusare del sistema giudiziario.

Le reazioni

La volontà di raggiungere l’Ungheria è dettata dagli stretti rapporti esistenti tra Gruevski e Orbán, che hanno spesso condiviso una comune politica in materia di immigrazione nonché interessi economici legati agli investimenti ungheresi nel settore dei media macedoni. Il premier ungherese, pur dichiarando di non voler entrare nelle questioni macedoni, ha difatti riconosciuto al collega il merito di aver contrastato l’immigrazione sostenendo che sarebbe stato molto più difficile, se non impossibile, difendere il confine ungherese senza di lui” e che per questo merita un trattamento equo.

Stranamente l’Unione europea, presa forse da altre preoccupazioni in questo momento, ha assunto una posizione piuttosto morbida nei confronti del governo ungherese. Secondo una dichiarazione del portavoce della Commissione europea, Maja Kocijančič, l’intenzione dell’UE è quella di non politicizzare la questione.

Nel frattempo a Skopje è partito, come era prevedibile, un acceso dibattito sulle gravi incapacità mostrate dal governo e dai servizi segreti nell’impedire la fuga di Gruevski. Le opposizioni guidate dal partito di sinistra Levica chiedono le dimissioni del ministro degli Interni, Oliver Spasovski, e l’arresto dell’ex capo dei servizi segreti, Saso Mijalkov. Secondo alcune indiscrezioni di stampa, l’inerzia del governo sarebbe stato addirittura volutamente calcolata per essere utilizzata come moneta di scambio per ottenere il sostegno della VMRO-DPMNE all’accordo con la Grecia sul nome del paese, dopo il fallimento del referendum del mese scorso.

Al di là di ipotesi e trame nascoste, questa questione pone non pochi dubbi sulla credibilità del sistema politico macedone in un momento storico molto delicato. Stretto tra la necessità di raggiungere un accordo con la Grecia per poter avviare le trattative per l’adesione all’UE e la forte polarizzazione interna alla società riguardo questo tema, il governo si trova adesso a fare i conti con una questione che potrebbe avere gravi ripercussioni sulla sua stessa tenuta.

Foto: Balkan Insight

MACEDONIA: Il parlamento approva il cambio di nome, è la svolta decisiva?

Venerdì 19 ottobre il parlamento della Macedonia ha approvato la mozione volta ad avviare il processo di riforma della Costituzione per cambiare il nome del paese. Dopo una giornata molto intensa, in tarda serata due-terzi dei deputati presenti in aula hanno votato a favore della mozione del governo. Il primo ministro Zoran Zaev ottiene così una clamorosa e per molti versi inaspettata vittoria: dopo il fallimento del referendum del 30 settembre, il voto dell’aula dà un nuovo slancio all’approvazione dello storico accordo raggiunto tra Grecia e Macedonia lo scorso giugno.

I rischi della vigilia

La giornata di venerdì si era aperta all’insegna della tensione. Per approvare la mozione ed aprire così la procedura di modifica della Costituzione necessaria per cambiare il nome del paese in “Repubblica della Macedonia del Nord”, come previsto dall’accordo di Prespa siglato dal premier macedone Zaev e dal suo omologo greco Alexis Tsipras lo scorso 17 giugno, serviva difatti un voto favorevole dei due-terzi dei deputati. Per raggiungere la soglia decisiva degli 80 voti, dunque, non bastava il supporto della sola maggioranza, composta dai parlamentari dell’Unione Socialdemocratica (SDSM) e dei partiti della comunità albanese. La ferma contrarietà a sostenere l’accordo da parte del maggior partito d’opposizione, i conservatori della VMRO-DPMNE, non sembrava lasciare spazio a molte speranze. Nonostante ciò, nei giorni precedenti la votazione Zaev aveva mostrato ottimismo, nella convinzione che alcuni deputati dell’opposizione si sarebbero smarcati dalla linea di partito.

Il voto e le reazioni

Le speranze del primo ministro si sono materializzate al momento del voto, avvenuto in tarda sera. Esattamente 80 deputati hanno difatti votato a favore della mozione, a fronte dei 39 contrari. Zaev, in conferenza stampa, ha parlato di giornata storica, incassando poi il plauso della comunità internazionale: il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il Commissario europeo per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento Johannes Hahn, e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini si sono complimentati con il governo di Skopje, convinti che questo passaggio possa essere decisivo nel processo di integrazione europea e atlantica del paese.

Aria ben diversa, invece, si respira dalle parti dell’opposizione. Il leader della VMRO Hristijan Mickoski ha attaccato duramente gli otto parlamentari del proprio partito che hanno votato con il governo, accusandoli di aver tradito la volontà degli elettori macedoni, che nel referendum del 30 settembre avevano largamente boicottato la consultazione. Di conseguenza, Mickoski ha annunciato la loro espulsione dalla VMRO. Il leader dei conservatori ha inoltre accusato Zaev di aver comprato il loro consenso tramite promesse e ricatti. Non a caso, si sono subito diffuse diverse voci intorno alle motivazioni alla base della decisione degli otto deputati di smarcarsi dalla linea del partito: nonostante i protagonisti abbiano pubblicamente giustificato la scelta con la volontà di sbloccare il processo di adesione del loro paese all’Unione europea e alla Nato, il fatto che quattro di loro siano indagati (tre per l’assalto al parlamento del 27 aprile 2017, e uno per le inchieste relative alla corruzione intorno al progetto urbanistico “Skopje 2014”) ha alimentato i sospetti che il governo abbia offerto loro un’amnistia.

I prossimi passi

Nonostante le recriminazioni dell’opposizione, il voto del parlamento macedone ha riaperto le porte all’approvazione dell’accordo con la Grecia, che si temeva compromesso dopo il fallimento del referendum. I prossimi passaggi prevedono, entro 15 giorni, la presentazione degli emendamenti costituzionali in aula, che potranno essere approvati a maggioranza semplice, a cui seguirà un’ultima votazione finale, questa volta a maggioranza dei due-terzi: Zaev dovrà perciò lavorare per mantenere il sostegno da parte dei deputati dissidenti.

L’accordo sarà definitivamente approvato, però, solo se ratificato anche dal parlamento greco: proprio lì, adesso, si annidano i maggiori rischi. Tsipras, che si è complimentato con Zaev per il successo ottenuto, non può contare difatti sul supporto all’accordo con Skopje da parte del suo intero governo, che anzi sulla questione sta pericolosamente vacillando, come dimostrano le recenti dimissioni del ministro degli Esteri Nikos Kotzias e le dichiarazioni del ministro della Difesa Panos Kammenos, secondo il quale il suo partito, i Greci Indipendenti (ANEL), è pronto ad uscire dalla coalizione di governo piuttosto che votare l’accordo.

La strada per la conclusione della diatriba del nome tra Grecia e Macedonia è dunque ancora lunga, ma dal parlamento macedone è arrivata una spinta che può essere decisiva.

Sul nome della Macedonia siamo alla resa dei conti

Sono giornate decisive per il futuro dell’accordo tra Grecia e Macedonia raggiunto lo scorso 17 giugno. Sia dalle parti di Skopje che di quelle di Atene, la tensione politica è particolarmente alta e i rischi che la soluzione alla diatriba del nome si allontani nuovamente sono concreti. In Grecia, lo scontro tra i partner di governo in merito all’accordo con Skopje ha portato mercoledì 17 ottobre alle dimissioni del ministro degli Esteri, segno che la questione sta facendo vacillare pericolosamente l’esecutivo di Alexis Tsipras. In Macedonia, invece, dopo il mancato raggiungimento del quorum nel referendum del 30 settembre scorso, che ha di fatto bloccato l’adozione dell’intesa, il premier macedone Zoran Zaev ha un’ultima carta da giocare: far approvare l’accordo in parlamento.

Le tensioni in Grecia

L’ultima novità in ordine di tempo sono le dimissioni del ministro degli Esteri ellenico Nikos Kotzias, annunciate il 17 ottobre. Le dimissioni sono dovute alla frattura sempre più palese tra i due partner di governo, SYRIZA, partito del premier Tsipras, favorevole all’accordo con la Macedonia, e i Greci Indipendenti (ANEL), che hanno espresso la loro contrarietà. Proprio uno scontro verbale con il leader di ANEL, il ministro della Difesa Panos Kammenos, avrebbe portato alle dimissioni di Kotzias, tra i protagonisti delle trattative condotte con Skopje nei mesi che hanno preceduto l’accordo di giugno. Tsipras ha annunciato che manterrà nelle sue mani la carica di ministro degli Esteri, una decisione volta ad assicurare il successo dell’accordo con la Macedonia, aggiungendo che non tollererà alcuna ambiguità su questo tema. E’ evidente che, quando l’accordo dovrà passare per il voto del parlamento ellenico, i rischi per la tenuta del governo Tsipras sono altissimi.

L’opzione parlamentare di Zaev

Prima del voto greco, però, la palla è ancora nelle mani macedoni, ed in particolare in quelle del primo ministro Zaev. All’indomani dei deludenti risultati del referendum, che ha visto una partecipazione al voto del 36.8% degli aventi diritto e, tra questi, un voto favorevole all’accordo del 94.18%, Zaev ha subito esplicitato la volontà di provare ugualmente a far passare l’accordo con la Grecia, che modificherebbe il nome del paese in “Repubblica di Macedonia del Nord”, tramite il voto parlamentare. Lo stesso Zaev ha lasciato intendere che in caso di fallimento sarebbe pronto ad aprire la strada a nuove elezioni. Da quel momento, è iniziato un forte pressing verso i conservatori della VMRO-DPMNE, il principale partito di opposizione e sostenitore del boicottaggio del referendum. Senza i voti dell’opposizione, difatti, raggiungere i due-terzi dei deputati, necessari per approvare l’accordo in aula, è impossibile.

Le pressioni sulla VMRO

Gli inviti rivolti alla VMRO sono arrivati sia dal governo socialdemocratico che dalla comunità internazionale. Lo stesso Zaev, nel discorso al parlamento dello scorso 15 ottobre, ha richiamato l’opposizione ad aprire ad una fase di riconciliazione nazionale, volta a raggiungere il comune obiettivo dell’adesione della Macedonia all’Unione europea e alla NATO. Alcuni hanno intravisto nel discorso l’offerta, da parte del governo, di una sorta di amnistia per i responsabili dei fatti del 27 aprile, quando un gruppo di esponenti della VMRO si è reso protagonista di un attacco ai deputati dell’opposizione all’interno del parlamento. L’ipotesi di un’amnistia, però, è stata subito smentita dall’esecutivo. Anche la comunità internazionale non ha mancato di esprimersi in modo netto sulla questione. L’Unione europea, per bocca del Commissario per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento Johannes Hahn, ha accusato l’opposizione di comportamento distruttivo e anti-democratico. Gli Stati Uniti, tramite una lettera inviata al leader della VMRO Hristijan Mickoski dall’assistente segretario di Stato per gli affari europei ed euroasiatici Wess Mitchell, hanno espresso delusione per la rigidità tenuta dall’opposizione sul tema.

Gli scenari

Nonostante gli appelli, per Zaev il tempo stringe. La discussione presso il parlamento macedone, che dovrebbe portare al voto degli emendamenti costituzionali necessari per cambiare il nome del paese, è iniziata lunedì 15 ottobre: i deputati hanno tra i 10 e i 20 giorni di tempo per trovare un’intesa e iniziare le votazioni. Nonostante Zaev si dica ottimista che un processo inclusivo possa portare ad un’intesa tra maggioranza e opposizione, le speranze, ad oggi, non sono molte: nonostante piccoli ed isolati segnali di apertura, come quelli della deputata Daniela Rangelova, la classe dirigente della VMRO non ha cambiato posizione rispetto all’intesa. Al momento, la richiesta dei deputati conservatori è quella di un dialogo diretto tra Zaev e Mickoski: non è da escludere che un faccia a faccia tra i due potrebbe aprire nuovi scenari.

Se la svolta tanto attesa non dovesse realizzarsi, il futuro politico di Zaev sarebbe appeso ad un filo. In caso di elezioni, la VMRO si presenterebbe come il grande favorito, mentre i socialdemocratici rischierebbero di tornare all’opposizione. Se così fosse, il tentativo coraggioso di Zaev di risolvere con il dialogo e il compromesso una controversia lunga ben 27 anni coinciderebbe, inesorabilmente, con la sua fine politica.

Un rischio che condivide con l’altro protagonista di questa storia, Tsipras, spettatore interessato di quanto succederà a Skopje nei prossimi giorni.

MACEDONIA: L’ex-premier Gruevski condannato a due anni di carcere

Il 5 ottobre scorso la Corte d’appello di Skopje ha confermato la condanna a due anni di carcere per l’ex-premier macedone Nikola Gruevski. La Corte ha dunque confermato la sentenza di primo grado, emessa a maggio, ritenendo infondate le obiezioni della difesa. All’ex-primo ministro rimane ora solo la strada dell’appello alla Corte suprema, ma rischia comunque di finire in carcere prima che quest’ultima consideri il suo caso. Proprio mentre il suo partito, la VMRO-DPMNE, spera di tornare al potere a seguito del fallimento del referendum sull’accordo con la Grecia relativo al nome del paese, tutto lascia pensare che la sentenza metta la parola fine alla carriera politica di Gruevski.

Il caso

La condanna dell’ex-premier è parte del caso giudiziario denominato “Tank”, in cui è coinvolto anche l’ex-assistente al ministero dell’Interno Gjoko Popovski. Secondo la sentenza, nel 2012 Gruevski avrebbe influenzato Popovski e l’allora ministro dell’Interno Gordana Jankulovska per spingerli all’acquisizione di una Mercedes da 580.000 euro, ottenendo così vantaggi personali con i soldi di un’istituzione pubblica. Lo stesso Popovski è stato condannato a quattro anni e mezzo per abuso d’ufficio, mentre il processo alla Jankulovska giungerà a sentenza nelle prossime settimane.

La reazione

Gruevski ha definito il processo un atto di persecuzione politica realizzato dai suoi avversari, il partito socialdemocratico della SDSM ora al governo. Il caso della Mercedes, però, rischia di non essere isolato: Gruevski è difatti coinvolto in altri quattro processi. Le azioni giudiziarie contro di lui ed il suo operato durante dieci anni di governo, dal 2006 al 2016, sono state innescate dalle indagini del Procuratore speciale istituito nell’ambito dell’accordo tra i partiti che, nel 2016, ha posto fine alla crisi politica che aveva bloccato il paese. Una crisi politica iniziata proprio per le proteste dell’allora opposizione contro il governo di Gruevski, accusato di aver costruito un sistema di spionaggio e schedatura ai danni di più di 20.000 cittadini macedoni.

Una VMRO senza Gruevski?

La conferma della sentenza a due anni di carcere per l’uomo forte della Macedonia dell’ultimo decennio arriva in un periodo particolarmente delicato per il paese. Il governo di Zoran Zaev, formatosi dopo le elezioni del 2016, è stato fortemente indebolito dal mancato raggiungimento del quorum nel referendum tenutosi lo scorso 30 settembre sull’accordo sul nome raggiunto con la Grecia. Il partito di Gruevski, che si è schierato per il boicottaggio del voto, spera ora di fermare il tentativo dei socialdemocratici di far passare l’accordo in parlamento. Se anche questo tentativo di Zaev dovesse andare a vuoto, si aprirebbe la strada alle elezioni anticipate, in cui la VMRO punta a tornare al governo. Un ritorno, però, che, alla luce della sentenza, difficilmente coinciderà con il ritorno di Gruevski.

MACEDONIA: Dopo il fallimento del referendum, il paese verso elezioni anticipate

Il referendum per cambiare il nome del paese in “Macedonia del Nord” è fallito. Nonostante si sia espresso favorevolmente il 92% dei votanti l’affluenza si è fermata al 36%, non raggiungendo il quorum necessario. Il quesito referendario era stato posto in modo tale che i cittadini si esprimessero su ciò che l’approvazione dell’accordo con la Grecia avrebbe portato: “Siete favorevoli a divenire membri dell’Unione Europea e della NATO accettando l’accordo tra la Repubblica di Macedonia e la Repubblica di Grecia?”

Tutti cantano vittoria

Nonostante non sia andato a votare il 50% più uno degli elettori, il primo ministro Zoran Zaev, artefice dell’accordo con Atene e principale promotore del “sì”, si è mostrato soddisfatto dell’esito del voto. “Al referendum hanno votato più di 600mila persone e di questi più del 90% si è espresso a favore, suggerendo che la Macedonia deve accettare l’accordo con la Grecia e diventare membro dell’UE e della NATO”, ha dichiarato il premier macedone alla conferenza stampa dopo la chiusura dei seggi.

Secondo il ragionamento di Zaev, la “Macedonia europea” ha preso più voti di quanti ne abbiano mai presi i vincitori delle passate elezioni macedoni. Ma il primo ministro non è il solo ad aver ignorato il mancato raggiungimento del quorum. Sia l’Unione Europea che la NATO si sono infatti complimentate per il risultato del referendum. “Con una sostanziale vittoria dei ‘sì’, c’è un ampio supporto per l’Accordo di Prespa e per il percorso Euroatlantico del paese. Mi aspetto che tutti i leader politici rispettino questa decisione e che sia portata avanti con massima responsabilità e coesione oltre le divisioni di partito, nell’interesse del paese” – ha dichiarato sul proprio profilo twitter il commissario UE per l’allargamento Johannes Hahn. A fargli eco c’è anche il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg, che ha incoraggiato i leader politici macedoni ad impegnarsi in modo costruttivo affinché non venga persa questa occasione storica, aggiungendo che le porte della NATO sono aperte ma che devono essere rispettate tutte le procedure a livello nazionale.

Anche nella sede del partito d’opposizione VMRO DPMNE, però, si esulta per il risultato del voto. “Il fatto è che l’accordo non ha ricevuto semaforo verde, bensì uno stop da parte della popolazione” – ha dichiarato ai suoi sostenitori il leader del partito Hristijan Mickoski. E ha aggiunto: “La gente che ha votato contro l’accordo e quelli che astenendosi hanno scelto di mostrare cosa ne pensano hanno espresso il messaggio più forte – [e cioè che] questa è Macedonia!”

La palla passa al parlamento

La decisione ora spetterà al parlamento, che per approvare la modifica costituzionale per cambiare nome al paese necessita della maggioranza di due terzi, ovvero il voto favorevole di 80 deputati dell’assemblea. Consapevole di poter contare sull’appoggio di solo 71 deputati, Zaev ha già detto che qualora il VMRO DPMNE non dovesse votare in favore verranno indette elezioni anticipate.

Secondo Zaev non esiste infatti un accordo migliore di quello siglato con il primo ministro greco Alexis Tsipras lo scorso giugno sul Lago di Prespa. “Noi [socialdemocratici] useremo l’altro strumento democratico a nostra disposizione, ovvero andare ad elezioni anticipate immediatamente!” – ha dichiarato il primo ministro.

Mentre è prevedibile che il VMRO DPMNE si manterrà coerente alla decisione di boicottare il referendum di domenica non sostenendo il voto nell’assemblea di Skopje, secondo alcune indiscrezioni i cittadini macedoni sarebbero chiamati nuovamente ai seggi già a novembre.

L’esito del referendum, dal sapore prettamente politico, lascia quindi pensare che i socialdemocratici di Zaev possano contare sull’appoggio di circa il 35% dell’elettorato. Dal canto suo, l’opposizione nazionalista del VMRO DPMNE non ha boicottato il referendum in quanto contraria all’ingresso in UE e NATO – di cui è sempre stata sostenitrice – bensì per pura coerenza ideologica: “la difesa dell’interesse nazionale”.

Con tutta probabilità, ancora una volta l’ago della bilancia saranno i partiti che rappresentano la minoranza albanese, che hanno fin qui appoggiato l’esecutivo macedone ma i cui elettori sembrano meno interessati all’annosa questione del nome, come dimostra la bassa affluenza di domenica nei comuni dove vive la maggioranza degli albanesi di Macedonia.

Senza approvazione dell’accordo, la Grecia continuerà a porre il veto all’integrazione euroatlantica del paese. Dopo più di tre anni dalla crisi politica che portò al rovesciamento del governo nazionalista di Nikola Gruevski, la Macedonia sembra  oggi ancora più polarizzata dal punto di vista politico, mentre la sua affermazione in campo internazionale è ora più lontana dal potersi definitivamente concretizzare.

 

Foto: Il Sole 24 Ore

MACEDONIA: Accordo con la Grecia, al via la campagna referendaria

La Macedonia si prepara ad affrontare dei mesi particolarmente caldi sul fronte politico. È difatti iniziata la campagna referendaria in vista della consultazione popolare sull’accordo con la Grecia, in programma tra settembre e ottobre. L’intesa, che sancisce che lo stato con capitale Skopje si chiamerà Repubblica della Macedonia del Nord, ponendo fine ad una diatriba con Atene che dura da 27 anni, ha ottenuto la ratifica del parlamento macedone, ma dovrà ora passare al vaglio del voto dei cittadini. Sarà un voto decisivo non solo per le sorti del primo ministro Zoran Zaev, che ha investito tutto sul compromesso con il suo omologo Alexis Tsipras, ma per gli equilibri del paese e di tutta la regione.

Il voto del parlamento

L’accordo siglato da Zaev e Tsipras il 17 giugno scorso sulle rive del lago di Prespa, al confine tra Macedonia e Grecia, ha superato i primi ostacoli in vista della sua definitiva ratifica. Il parlamento macedone ha difatti votato a favore dell’intesa per ben due volte, il 20 giugno e il 5 luglio. Il doppio voto si è reso necessario a causa del rifiuto del presidente della Repubblica Gjorge Ivanov di firmare l’accordo. Ivanov, esponente del partito di centrodestra VMRO-DPMNE, all’opposizione del governo Zaev, lo ha difatti definito incostituzionale, nonché una capitolazione e una rinuncia alla propria identità nazionale. Secondo la Costituzione macedone, però, il presidente non può porre il veto ad una legge votata due volte: grazie al secondo passaggio in aula, dunque, il voto si può ritenere valido. Anche se Ivanov si rifiuterà ancora di apporre la propria firma, la crisi istituzionale che ne deriverebbe non sarebbe in grado di fermare l’accordo.

L’opposizione e la strategia nazionalista

La posizione di Ivanov rispecchia fedelmente quella del suo partito di appartenenza. I parlamentari della VMRO, difatti, sono usciti dall’aula al momento del voto, e ora preannunciano un’aspra battaglia contro l’accordo. Una battaglia che sarà soprattutto nelle piazze, come già dimostrato nelle settimane scorse, ma anche legale: il partito ha difatti presentato un’accusa di tradimento contro Zaev e i suoi ministri. La strategia del centrodestra è quella di soffiare sul fuoco del nazionalismo, molto sentito da una parte della popolazione, per vincere il referendum, far saltare l’accordo e sancire il crollo dell’esecutivo, riprendendosi così quel potere perso nelle elezioni del dicembre 2016.

Il governo e la carta internazionale

La carta più forte che Zaev può mettere sul tavolo per vincere il referendum è quella dell’integrazione europea ed atlantica. Dopo anni di frustrante limbo dovuto al veto posto dal governo greco, la Macedonia ha finalmente ottenuto un semaforo verde da parte del Consiglio europeo dello scorso 26 giugno. Grazie alla risoluzione della diatriba sul nome, dunque, i negoziati per l’adesione all’Unione europea della Macedonia (e con lei dell’Albania) inizieranno ufficialmente nel giugno del 2019. Notizie positive sono arrivate anche dal Consiglio della NATO dell’11 e 12 luglio, nel quale Skopje ha ricevuto l’invito ufficiale per l’adesione all’Alleanza atlantica, che si completerà però solo quando l’accordo sul nome sarà ratificato in modo definitivo. Proprio su questi successi internazionali punta la campagna referendaria del governo, già iniziata sui social media, nonostante la data ufficiale della consultazione non sia ancora stata fissata.

Di fronte a questo quadro, è evidente che la campagna referendaria dei prossimi 3-4 mesi sarà particolarmente accesa. I rischi di scontri di piazza e di toni infuocati sono reali, soprattutto alla luce delle tensioni che hanno caratterizzato i rapporti tra gli opposti schieramenti politici negli anni scorsi. In gioco c’è la stabilità del paese.

Le ricadute regionali

La questione non si limita però ai confini macedoni. Il soggetto maggiormente interessato all’esito del referendum è chiaramente la Grecia. Così come Zaev, anche il primo ministro greco Tsipras rischia molto. L’opposizione ha già annunciato di voler combattere contro l’intesa con ogni mezzo, rifiutando qualunque compromesso che permetta allo stato vicino l’utilizzo del termine “Macedonia”, considerato esclusivo della regione settentrionale del paese ellenico. Anche gli alleati di Syriza si sono detti contrari, con conseguenti pericoli per la stabilità del governo: se il referendum macedone dovesse passare, dunque, anche il voto del parlamento greco che lo seguirà si prospetta particolarmente rischioso.

L’attenzione sul percorso di ratifica, però, va oltre alle due parti contraenti. Lo dimostrano gli attestati di stima e di supporto arrivati ai due leader da parte dei maggiori soggetti internazionali, su tutti gli Stati Uniti e l’Unione europea. La risoluzione di una crisi quasi trentennale, difatti, può agire da esempio a livello internazionale, in particolare sulla regione balcanica. Se Atene e Skopje dovessero davvero portare alla nascita della Repubblica della Macedonia del Nord, difatti, le pressioni sulle leadership regionali per risolvere le crisi ancora aperte, su tutte quella del Kosovo, sarebbero ancora più forti. Il referendum macedone, dunque, è certamente uno degli appuntamenti politici cruciali per il futuro di tutti i Balcani.

BALCANI: La Macedonia ha (finalmente) un nome

Martedì 12 giugno la Macedonia e la Grecia hanno raggiunto uno storico accordo che potrebbe risolvere la questione del nome, una diatriba che divide i due paesi da ben 27 anni. L’annuncio è arrivato direttamente dai primi ministri dei due paesi, Zoran Zaev e Alexis Tsipras. Secondo l’intesa raggiunta, lo stato con capitale Skopje assumerà il nome di “Repubblica della Macedonia del Nord”, andando così incontro alle richieste di Atene. In realtà, la strada per la chiusura definitiva della vicenda è ancora tortuosa: le ratifiche dei due parlamenti e lo svolgimento di un referendum tra i cittadini macedoni rappresentano ostacoli tutt’altro che facili per i due governi.

L’accordo

L’intesa tra Grecia e Macedonia era nell’aria da tempo, grazie alla svolta impressa dai socialdemocratici di Zaev arrivati al governo un anno fa, dopo un decennio di dominio del centrodestra nazionalista. Dopo mesi di trattative tra le due parti, negli ultimi giorni diverse fonti hanno riportato di un susseguirsi di telefonate tra i due premier, volte a limare gli ultimi dettagli di un accordo definitivo. La telefonata del pomeriggio di martedì 12 giugno è stata quella decisiva: al termine della conversazione, difatti, Zaev e Tsipras hanno comunicato solennemente ai propri cittadini, tramite due distinte conferenze stampa, il raggiungimento dello storico accordo.

Secondo quanto spiegato dai due primi ministri, quella che attualmente è chiamata Macedonia o FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia) assumerà il nome di “Republic of North Macedonia”, in macedone “Severna Makedonija”. Tsipras ha spiegato che questo nome sarà assunto in modo ufficiale sia negli affari domestici che in quelli internazionali, andando così a sostituire i termini precedentemente usati. Il premier greco ha aggiunto che Skopje procederà a delle modifiche della propria Costituzione. Zaev, invece, ha tenuto a specificare che la lingua del paese continuerà a chiamarsi macedone, e i suoi cittadini saranno chiamati macedoni/cittadini della Repubblica della Macedonia del Nord.

Le due parti

Al momento, quanto presentato da Zaev e Tsipras è tutto ciò che è noto rispetto all’accordo. Da quanto emerso, è evidente che la Grecia ha visto riconosciute la maggior parte delle proprie richieste. L’accordo protegge l’utilizzo esclusivo del termine Macedonia per definire la regione settentrionale del paese ellenico, con capoluogo la città di Salonicco. Era difatti questo il vero nodo per cui la Grecia non ha mai riconosciuto la definizione “Repubblica di Macedonia” adottata da Skopje nel 1991, costringendo il paese vicino ad accedere all’ONU con il termine provvisorio di FYROM e bloccandone il processo di adesione all’Unione europea e alla NATO.

Zaev, dal canto suo, ha concesso molto proprio per raggiungere il vero obiettivo della sua trattativa, ottenere il via libera di Atene all’ingresso di Skopje nella NATO e all’apertura dei negoziati con l’Unione europea. Zaev spera di veder realizzato il secondo obiettivo già il 28 giugno, quando il Consiglio europeo dovrà decidere in merito alla raccomandazione della Commissione a favore dell’apertura dei negoziati di adesione.

I prossimi passi

La vicenda, però, è tutt’altro che conclusa. I prossimi passi, difatti, nascondono più di un’insidia per il successo finale. Dopo che l’accordo sarà formalmente firmato dai due premier, probabilmente già nel weekend, Zaev punta ad ottenere in brevissimo tempo un voto favorevole del parlamento macedone, su cui certamente l’opposizione di centrodestra guidata dalla VMRO-DPMNE darà battaglia. Dopo il voto, ci si aspetta che la Grecia invii una lettera all’Unione europea e alla NATO per comunicare il ritiro del proprio veto all’adesione di Skopje. La speranza di Zaev è di portare a termine questa fase entro il Consiglio europeo di fine mese.

I problemi maggiori, però, arriveranno dopo l’estate. In autunno, difatti, i cittadini macedoni saranno chiamati alle urne per un referendum sulle modifiche alla Costituzione necessarie all’esecuzione dell’accordo. È facile prevedere che la campagna elettorale sarà molto accesa, data la netta opposizione alla rinuncia del nome “Macedonia” da parte di una larga fetta della popolazione, ferma su posizioni nazionaliste ben interpretate dalla VMRO-DPMNE. Un antipasto del clima dei prossimi mesi è stata la manifestazione dell’opposizione svoltasi a Skopje ad inizio giugno. La battaglia referendaria sarà dunque una partita in cui il primo ministro Zaev si giocherà il proprio futuro politico.

Come Zaev, anche Tsipras è atteso da una partita interna molto difficile. Se il referendum macedone dovesse passare, il parlamento di Atene sarà chiamato a ratificare l’accordo. Gli alleati di Tsipras al governo, i nazionalisti dei Greci Indipendenti, hanno già manifestato la loro opposizione. Non sarà facile per il premier ottenere i voti in parlamento, e i rischi per la tenuta del governo sono altissimi. Quello del nome della Macedonia è difatti un tema sentito da molti greci, come hanno dimostrato le manifestazioni contro l’accordo svoltesi in diverse città greche il 6 giugno scorso.

I prossimi mesi, dunque, saranno decisivi. I due primi ministri, raggiungendo un’intesa storica, hanno dimostrato una forte volontà di chiudere una delle maggiori vicende ancora in sospeso nella regione balcanica, rimasta aperta fin dal crollo della Jugoslavia. Per entrare nella storia, però, dovranno ora essere in grado di convincere la maggioranza dei propri cittadini e delle forze politiche che quella del dialogo e del compromesso è la via maestra per il futuro della regione.

MACEDONIA: Il parlamento approva, l’albanese è lingua ufficiale del paese

Lo scorso 14 marzo il parlamento della Macedonia ha approvato la nuova legge sull’uso delle lingue. Il testo, figlio dell’intesa tra il primo ministro Zoran Zaev e i partiti rappresentanti della comunità albanese, parte della coalizione di governo, eleva di fatto l’albanese a lingua ufficiale del paese, insieme al macedone. Nonostante il rifiuto del presidente della repubblica Gjeorge Ivanov di firmare la legge apra una crisi istituzionale tra governo e presidenza, gli albanesi possono esultare per il raggiungimento di un obiettivo a lungo inseguito, che punta a migliorare le relazioni tra le comunità all’interno del paese.

Il contenuto della legge

L’approvazione della legge era ormai attesa da tempo, essendo parte dell’accordo di coalizione tra i socialdemocratici di Zaev e i partiti della comunità albanese entrati nella compagine di governo. La legge, difatti, rappresenta un passo avanti consistente per quanto riguarda i diritti linguistici della comunità albanese, che costituisce, secondo il censimento del 2002, il 25% della popolazione della Macedonia. Alla lingua albanese erano state già garantite ampie tutele a seguito degli accordi di Ohrid del 2001, ma la messa in atto aveva mostrato diverse lacune.

Con il testo appena approvato, insieme al macedone, anche alla lingua parlata da almeno il 20% della popolazione (dunque, l’albanese) viene riconosciuto lo status di lingua ufficiale del paese. Prima di questa legge, tale status era valido solo nelle municipalità dove vivono gli albanesi, ma non a livello nazionale. La principale conseguenza di questo riconoscimento è l’obbligo per tutte le istituzioni statali di rapportarsi con i cittadini di etnia albanese nella loro lingua. Tale obbligo si riflette anche in parlamento, aprendo alla possibilità per i deputati di esprimersi in albanese. Un ispettorato sull’uso delle lingue si occuperà inoltre di monitorare l’applicazione della legge.

L’opposizione del presidente

La legge sull’uso delle lingue era stata già approvata dal parlamento a gennaio, ma era stata bloccata dal presidente della repubblica, proveniente dal partito conservatore oggi all’opposizione VMRO-DPMNE. Il secondo voto, quello di metà marzo, toglie però al presidente il potere di veto. L’annuncio di Ivanov di non voler comunque firmare la legge, dunque, viola la Costituzione e apre un ulteriore fronte di scontro con il governo a guida socialdemocratica, in carica da giugno 2017.

Le motivazioni presentate da Ivanov, secondo il quale la legge mina l’unità del paese favorendo una sola comunità, sono piuttosto deboli, e nascondono l’ultimo tentativo del partito che ha governato il paese nell’ultimo decennio di ostacolare l’esecutivo Zaev, come dimostrato dal tentativo dei deputati della VMRO, guidati dall’ex premier Nikola Gruevski, di togliere il microfono al presidente del parlamento per fermare il voto dell’aula. La stessa VMRO si è attivata per mobilitare i propri supporter in una serie di manifestazioni di piazza, nella speranza di mettere in difficoltà il governo.

Le prospettive future

Se il premier Zaev sarà in grado di respingere la forte reazione dell’opposizione e di superare lo scoglio dello scontro istituzionale con il presidente della repubblica, l’approvazione della legge può segnare un ulteriore rafforzamento dell’esecutivo, dato che consolida l’asse tra i socialdemocratici e i partiti della comunità albanese. Non a caso, lo stesso Zaev ha annunciato un rimpasto di governo nelle prossime settimane.

Il momento, d’altronde, è particolarmente delicato: la Macedonia è nel pieno dei negoziati con la Grecia per risolvere la ormai ventennale questione del nome. Se dopo aver migliorato i rapporti con la componente albanese della popolazione, il governo Zaev risolvesse la disputa con Atene, aprendo la strada verso l’adesione alla Nato e all’Unione europea, la Macedonia potrebbe davvero lasciarsi alle spalle i fantasmi del passato e guardare al futuro con ottimismo.

MACEDONIA: Questione del nome con la Grecia: siamo vicini ad una svolta?

Il 2018 potrebbe essere l’anno della svolta nelle relazioni tra la Grecia e la Macedonia. Nelle ultime settimane, difatti, si sono susseguiti degli incontri tra le due parti per risolvere la questione del nome della Macedonia, che dal 1991, anno dell’indipendenza del piccolo stato balcanico, ha contrassegnato il rapporto tra Skopje ed Atene. Quest’ultima, difatti, non ha mai riconosciuto la definizione “Repubblica di Macedonia” adottata da Skopje: il motivo è legato all’esistenza della Macedonia come regione della Grecia settentrionale, con capoluogo la città di Salonicco. A causa di questa diatriba, Atene, dopo aver imposto alla comunità internazionale l’utilizzo del nome FYROM (former Yugoslav Republic of Macedonia), ha continuato a bloccare il processo di adesione della Macedonia all’Unione europea e alla NATO. Le mosse politiche delle ultime settimane, però, hanno riaperto la possibilità di un accordo storico.

Le aperture di Zaev

Il cambio di passo ha come principale artefice il primo ministro macedone, Zoran Zaev. Dopo un decennio di governo nazionalista, che non aveva fatto altro che alimentare lo scontro con la Grecia ed isolare il paese, il nuovo esecutivo socialdemocratico insediatosi a Skopje ha aperto una stagione di dialogo con i paesi vicini, con l’obiettivo dichiarato di portare la Macedonia all’interno dell’UE e della NATO. Una strategia pienamente appoggiata da Bruxelles e, soprattutto, da Washington, molto interessata ad estendere ulteriormente l’Alleanza Atlantica nella regione dopo la recente adesione del Montenegro. Agli annunci, Zaev ha fatto seguire i fatti: ad inizio febbraio, il governo ha approvato il cambio di nome dell’aeroporto internazionale di Skopje e della principale autostrada del paese, fino ad oggi intitolati ad Alessandro Magno. Proprio sulla figura dello storico re, rivendicato sia dalla Macedonia che dalla Grecia, si erano negli anni formate ulteriori fratture. Il gesto di Zaev apre al dialogo e al compromesso, nella speranza che queste mosse vengano ricompensate dalla comunità internazionale.

Le difficoltà di Tsipras

Mentre la Macedonia ha compiuto passi significativi, più complessa è la situazione in Grecia. Qui la tematica è particolarmente sentita, come dimostra la manifestazione tenutasi ad Atene lo scorso 4 febbraio per dire no all’uso del termine Macedonia da parte del paese vicino. Per quanto sul numero dei partecipanti vi sia una guerra tra autorità ed organizzatori (140.000 contro un milione), l’impatto visivo della manifestazione, a cui hanno partecipato anche diversi esponenti della Chiesa ortodossa greca, è stato imponente. Una spina nel fianco dell’esecutivo di Alexis Tsipras, già minato da una forte opposizione nel paese. Ogni apertura sulla questione del nome della Macedonia rischia di essere usata da parte della destra e dagli ambienti nazionalisti contro il governo. Tenendo conto che il partito di Tsipras, SYRIZA, governa insieme ad una forza politica dichiaratamente nazionalista come l’ANEL, Greci Indipendenti, il maggiore ostacolo per la risoluzione della questione del nome è proprio la debolezza del governo greco.

I nomi sul piatto

Delle speranze, però, ci sono. I due primi ministri si sono incontrati in occasione del Forum economico mondiale di Davos del 24 gennaio: tra Tsipras e Zaev è sembrata esserci una buona sintonia. A questo si sono aggiunti diversi colloqui tra i ministri degli Esteri dei due paesi, che hanno espresso ottimismo per il raggiungimento di una soluzione. Secondo le indiscrezioni della stampa, i nomi messi sul piatto dal rappresentante speciale dell’ONU responsabile del dialogo tra le due parti, Matthew Nimetz, sarebbero cinque: Republic of Upper Macedonia, Republic of Northern Macedonia, Republic of Vardar Macedonia, Republic of New Macedonia, Republic of Macedonia (Skopje). L’intesa dovrebbe perciò trovarsi su uno di questi.

La modifica della Costituzione

Oltre al nome vero e proprio, però, le due parti sono divise anche su altri punti. La Grecia richiede difatti a Skopje di modificare la propria Costituzione in due articoli, nei quali si prevede la possibilità di modifiche ai confini del paese (art.3) e di tutela dei cittadini macedoni all’estero (art.49). Secondo Atene questi articoli nasconderebbero intenti irredentisti da parte di Skopje, un’accusa rispedita al mittente da Zaev. Le difficoltà, dunque, non mancano, ma i passi avanti sono innegabili: le prossime settimane, o forse mesi, ci diranno se una delle tante dispute balcaniche sta arrivando, finalmente, a soluzione.

BALCANI: Intesa tra Kosovo e Macedonia, indagine internazionale sui fatti di Kumanovo

Un’indagine internazionale per arrivare alla verità sui fatti di Kumanovo: questo è quanto hanno promesso i primi ministri di Kosovo e Macedonia durante un incontro avvenuto a metà dicembre. Nel quadro della prima visita ufficiale di un premier macedone in Kosovo, dunque, Zoran Zaev e Ramush Haradinaj si sono trovati d’accordo sulla necessità di fare maggiore chiarezza in merito a quanto successo nella città macedone di Kumanovo nel maggio del 2015. Qui, in una città storicamente multietnica ed immune ad ostilità tra gruppi nazionali, si consumò un conflitto a fuoco tra le forze di polizia macedoni e presunti terroristi albanesi, conclusosi con la morte di 18 persone, tra cui 8 agenti. Dopo due anni di indagini, a novembre il tribunale di Skopje ha emesso delle condanne di primo grado pesantissime contro 33 persone di etnia albanese, molte provenienti dal Kosovo, con l’accusa di terrorismo. La sentenza ha generato proteste in Kosovo, rischiando di alimentare tensioni tra Pristina e Skopje.

Le ombre su Kumanovo

La decisione di affidarsi ad un’indagine terza da parte dei due premier segna un passaggio importante, sicuramente un segnale positivo di chiarezza e cooperazione. Il caso di Kumanovo, dopotutto, resta un episodio di difficile interpretazione. Fin dalle ore successive agli scontri, difatti, si sono sollevati diversi dubbi riguardo alle motivazioni e agli attori coinvolti, come raccontato in un nostro reportage condotto in loco. Si era nel pieno della crisi macedone, un periodo di forti proteste popolari contro l’allora governo di centrodestra di Nikola Gruevski, accusato di aver organizzato un vasto piano di intercettazioni illegali di ben 20.000 cittadini macedoni. I sospetti che il conflitto armato di Kumanovo fosse stato orchestrato da apparati legati al governo per distogliere l’attenzione dallo scandalo intercettazioni e giocare la carta del nazionalismo per recuperare consensi non sono mai stati del tutto dissipati.

Le condanne

Le indagini del tribunale di Skopje, inoltre, hanno finito per aumentare i dubbi piuttosto che risolverli. I 37 imputati, alcuni dei quali con un passato di militanza nell’UÇK, l’Esercito di Liberazione del Kosovo protagonista della guerra contro la Serbia nel ‘98-‘99 e poi di un breve conflitto armato in Macedonia, hanno raccontato versioni diverse e discordanti tra loro. Mentre qualcuno ha rivendicato la volontà di un’azione armata, altri hanno raccontato di essere andati in Macedonia per una semplice conferenza stampa a tutela dei diritti della comunità albanese, trovandosi poi sotto attacco. Nonostante i tanti punti oscuri, a partire da chi ci sia dietro l’organizzazione del gruppo armato, la sentenza è stata particolarmente pesante, con ben sette ergastoli e condanne fino a 40 anni di carcere. Una tale durezza ha fatto scattare le proteste della comunità albanese, in Macedonia come in Kosovo. Nel corso delle proteste, delle bandiere macedoni sono state bruciate e sono stati alzati vessilli di sostegno ai propri “eroi nazionali” ingiustamente colpiti.

I toni concilianti

Inizialmente, il governo kosovaro non ha fatto molto per placare gli animi. Anzi, subito dopo la sentenza, il premier Haradinaj ha annunciato lo stanziamento di 219 mila euro per coprire le spese dei familiari dei condannati e delle vittime di etnia albanese. A quel punto, per qualche settimana si è corso il rischio tangibile di un’escalation delle tensioni sull’asse Skopje-Pristina. Proprio per questo, l’incontro dai toni concilianti avvenuto a Pristina tra Haradinaj e Zaev e l’annuncio della decisione congiunta di affidarsi ad un’indagine internazionale ha un grande valore. I due premier hanno confermato l’esistenza di rapporti eccellenti tra i rispettivi paesi e la volontà di cooperare il più possibile. Se a questo si aggiunge la successiva visita di Zaev in Albania, in cui gli stessi toni sono stati usati con il premier Edi Rama, è evidente che le ombre di Kumanovo e di un conflitto di natura etnica tra macedoni e albanesi si fanno sempre più lontane.

MACEDONIA: Le elezioni locali confermano la svolta, l’era Gruevski è finita

La storia politica della Macedonia si trova ad una svolta. La netta vittoria del partito socialdemocratico (SDSM) alle elezioni locali dello scorso 15 ottobre rafforza un governo, quello guidato da Zoran Zaev, nato tra mille incertezze. Soprattutto, il disastro elettorale del partito di centrodestra VMRO-DPMNE potrebbe segnare definitivamente il destino politico dell’uomo che ha governato il paese per dieci anni, Nikola Gruevski. Quello che sembrava un potere indissolubile, fondato su un penetrante intreccio tra l’allora partito di governo e lo stato, si è clamorosamente sgretolato.

Tonfo dei conservatori

I risultati delle elezioni locali non lasciano dubbi. Sugli 81 comuni in cui si è votato, solo tre sono stati conquistati dalla VMRO di Gruevski, che ha perso storiche roccaforti, nonché la capitale Skopje. Il secondo turno difficilmente cambierà tale tendenza. Questi dati sono stati uno shock per i conservatori, che speravano di sfruttare le elezioni locali per indebolire il governo Zaev, in carica da giugno, e riaprire i giochi. Al contrario, sono diventate l’ennesimo, forse decisivo, tassello del crollo del blocco di potere che ha controllato la Macedonia dal 2006, impersonato dal leader del partito ed ex-primo ministro Gruevski.

La fine del dominio VMRO

Questo crollo è iniziato con lo scoppio dello scandalo delle intercettazioni del febbraio 2015 ed è continuato in crescendo, attraverso le proteste popolari anti-governative, l’accordo tra VMRO e SDSM per un governo provvisorio grazie alla mediazione europea, il pareggio tra i due partiti alle elezioni del dicembre 2016 e la nascita a giugno, dopo sei mesi di stallo, di un governo formato da SDSM e partiti della comunità albanese. Un susseguirsi di eventi che ha sgretolato quello che sembrava un blocco di potere granitico.

Un blocco retto anche, se non soprattutto, su clientelismo, corruzione, controllo degli apparati dello stato e dei mezzi di informazione. Il tutto condito da una retorica nazionalista utile per distogliere l’attenzione della popolazione dalle difficoltà economiche, ma capace di isolare sempre di più la Macedonia sullo scenario internazionale. Un isolamento ben rappresentato dalla totale assenza di progressi nell’integrazione euro-atlantica del paese, ormai arenatasi da anni.

Non è un caso che questo sistema ha iniziato ad indebolirsi quando il partito ha perso il controllo totale dello stato e dei suoi organi. Se già lo scandalo intercettazioni aveva scalfito l’immagine dell’esecutivo, le dimissioni di Gruevski ad inizio 2016 e la sostituzione di figure chiave nell’apparato statale e governativo hanno segnato una perdita di potere rilevante.

Gruevski e gli scandali

A questo si è affiancato un costante indebolimento personale dell’ex-premier, alle prese con gli scandali giudiziari legati alle indagini della procuratrice speciale, che ha iniziato ad operare proprio a seguito degli accordi tra VMRO e SDSM. Accusato di violazione delle leggi sul finanziamento delle campagne elettorali e di intercettazioni illegali nell’ambito di ben cinque processi (insieme a diversi esponenti del suo partito e della sua famiglia), l’ormai ex padre-padrone del paese è rimasto addirittura senza passaporto, sequestratogli dalla procura. Per Gruevski ora si fa molto dura: le accuse che pesano su di lui, se tramutate in sentenza, potrebbero portarlo in carcere, allontanandolo definitivamente dalla scena politica e innescando un rinnovo ai vertici del partito.

Il nuovo corso di Zaev

Le elezioni locali, dunque, hanno premiato in modo netto i socialdemocratici. Per il governo guidato da Zaev, insediatosi a giugno, le elezioni locali erano un banco di prova. Per segnare una forte discontinuità con il decennio Gruevski, nei primi mesi da premier Zaev ha lanciato un nuovo corso fondato su un forte impegno internazionale. Ad una retorica nazionalista si è sostituita una politica di aperto dialogo con i paesi vicini, come la Bulgaria, l’Albania e la Grecia. Proprio con quest’ultima si sono riaperti spiragli per giungere ad una conclusione della questione del nome che divide Skopje ed Atene da più di venti anni. Una svolta avvenuta anche sul piano interno, con un atteggiamento di apertura verso le richieste della componente albanese della popolazione, rappresentata da due partiti nella compagine governativa.

Ovviamente, il cambiamento in atto non deve illudere. Niente esclude che forme di clientelismo e corruzione si possano ripetere con il nuovo governo, dato che anche la stessa SDSM in passato non è stata immune da scandali. Così come non va minimizzata, tra le cause dell’indebolimento della VMRO, la tendenza dell’elettore a salire sul carro del partito al momento più forte. Detto questo, i segnali positivi ci sono. Una Macedonia più democratica, meno nazionalista, aperta al dialogo esterno con i vicini e a quello interno con tutte le sue componenti nazionali fa ben sperare per il futuro.

MACEDONIA: È nato il nuovo governo Zaev. Il paese volta pagina?

La Macedonia ha ufficialmente un nuovo governo. Mercoledì 31 maggio il parlamento ha votato la fiducia al nuovo esecutivo e il giorno dopo Zoran Zaev è divenuto primo ministro. Dopo undici anni di governo conservatore, guidato dal leader della VMRO-DPMNE Nikola Gruevski, tornano alla guida del paese i socialdemocratici (SDSM), in alleanza con due partiti della minoranza albanese. Soprattutto, dopo più di due anni di crisi politica e cinque mesi e mezzo di stallo seguito alle elezioni di dicembre, la Macedonia volta pagina.

La fiducia

Nella tarda serata del 31 maggio, il nuovo governo ha ottenuto il sostegno di 62 deputati sui 120 totali. I voti di fiducia sono arrivati dalla SDSM (49 deputati), dall’Unione Democratica per l’Integrazione (DUI) (10 deputati) e dall’Alleanza per gli Albanesi (3 deputati). Resta invece all’opposizione l’altro partito albanese, il movimento Besa, che inizialmente sembrava dover far parte del governo Zaev. Le posizioni troppo nazionaliste e il rapporto conflittuale con la DUI hanno fatto saltare l’intesa, ma non è escluso un sostegno all’esecutivo su specifiche materie. Torna all’opposizione dopo undici anni la VMRO-DPMNE, che con i suoi 51 deputati promette una dura contestazione al governo.

I ministri

La nuova compagine governativa si compone di 25 ministri. I socialdemocratici potranno contare su 17 ministeri, tra cui i cruciali Esteri, Interni, Difesa e Lavoro. Zaev ha optato per diversi esperti esterni al partito, dando un segnale di rinnovamento. Tra le scelte più positive vi è quella al ministero degli Esteri di Nikola Dimitrov, 45 anni, con una lunga esperienza nel settore diplomatico e dei diritti umani. Significativa anche la nomina della vice-presidente del partito, Radmila Shekerinska, esperta di integrazione europea, al ministero della Difesa. I due avranno il delicato compito di riaprire il processo di adesione della Macedonia all’Unione europea e alla NATO, di risolvere la questione del nome con la Grecia, e di ricostruire i rapporti con la comunità internazionale e con i paesi della regione.

Maggiori perplessità sono emerse per quanto riguarda i sei ministri nominati dalla DUI, partito che era stato al governo anche con Gruevski. Il metodo di scelta è sembrato legato più alle tradizionali dinamiche interne al partito che a basi meritocratiche. Ha inoltre generato la reazione dei nazionalisti macedoni, nonché di diversi esperti in Serbia, la nomina di due ex-combattenti dell’UÇK macedone protagonisti del conflitto del 2001. Si tratta di Hazbi Lika, neo vice-primo ministro, e Sadullah Duraku, nuovo ministro all’Ambiente.

Gli obiettivi di Zaev

Le sfide che attendono il nuovo governo sono state illustrate dallo stesso Zaev di fronte al parlamento di Skopje. Tre gli obiettivi chiave presentati: crescita economica, rafforzamento della giustizia, integrazione europea ed atlantica. Tra i primi provvedimenti vi sono l’innalzamento del salario minimo e la creazione di una sezione della corte speciale dedicata esclusivamente ai casi legati allo scandalo intercettazioni. E’ atteso anche un intervento del nuovo ministro della Cultura per bloccare il faraonico progetto di ristrutturazione del centro della capitale, Skopje 2014, voluto da Gruevski. I due partner minori della coalizione, inoltre, richiedono interventi a favore della comunità albanese, soprattutto in tema linguistico.

E Gruevski?

Proprio quest’ultimo aspetto sarà particolarmente delicato. La VMRO è pronta a dare battaglia contro eccessive aperture agli albanesi, sfruttando la tematica nazionalista cara al proprio elettorato. Già le elezioni locali del prossimo autunno saranno il primo banco di prova per Zaev, ma anche un test per capire lo stato di salute dell’opposizione. Se Gruevski è finito politicamente è ancora presto per dirlo, alla luce del sostegno ci cui ancora gode, della rete di potere che ha costruito, delle sue doti politiche. Molto dipenderà dal nuovo governo: se sarà in grado di rispondere ai bisogni dei cittadini macedoni, il paese avrà veramente voltato pagina.

MACEDONIA: Finisce la crisi politica, governo ai socialdemocratici

Mercoledì 17 maggio il presidente della Repubblica macedone Gjorge Ivanov ha conferito il mandato per la formazione del governo a Zoran Zaev, leader dei socialdemocratici. Questa decisione arriva ben cinque mesi dopo lo svolgimento delle elezioni e pone fine allo stallo politico in cui si trovava la Macedonia. Una svolta che deve molto alle pressioni internazionali sul presidente, che si rifiutava di concedere il mandato a Zaev.

La Piattaforma di Tirana

Il leader dei socialdemocratici (SDSM) aveva presentato l’accordo di coalizione in grado di ottenere la maggioranza in parlamento già lo scorso marzo, dopo il fallito tentativo di Nikola Gruevski, primo ministro per dieci anni e leader del partito conservatore VMRO-DPMNE. L’accordo si regge sull’alleanza di governo tra la SDSM e tre partiti della minoranza albanese, la DUI, il movimento Besa e l’Alleanza per gli Albanesi.

Decisiva per l’alleanza era stata l’apertura di Zaev alle richieste contenute nella Piattaforma di Tirana, un documento firmato dai partiti albanesi della Macedonia sotto la regia del premier dell’Albania Edi Rama. Proprio questa intesa, però, aveva portato al rifiuto del presidente della Repubblica di concedere il mandato a Zaev. Secondo Ivanov, la coalizione a guida SDSM avrebbe minato l’unità e la sovranità della Macedonia, a causa dell’accettazione delle richieste della Piattaforma, tra cui il riconoscimento dell’albanese come lingua ufficiale del paese, al pari del macedone.

L’aggressione in parlamento

Agli occhi di molti, il rifiuto di Ivanov è sembrato l’ultimo tentativo della VMRO, di cui lui stesso ha fatto parte, di impedire la salita al governo dei rivali socialdemocratici. Gruevski, difatti, ha più volte richiesto il ritorno alle urne come unica soluzione della crisi. Una posizione portata in piazza dai suoi sostenitori, che hanno manifestato per settimane contro la possibilità di un governo considerato filo-albanese.

La situazione di estrema tensione, con seri rischi di degenerazioni nei rapporti inter-etnici, è poi culminata in un violento attacco in parlamento lo scorso 27 aprile, quando una frangia estremista dei manifestanti è entrata in aula e ha aggredito diversi deputati, tra cui lo stesso Zaev. L’aggressione mirava a bloccare l’elezione del presidente del parlamento, che invece è stata portata a termine con il voto della nuova maggioranza. Questo passaggio è stato decisivo, poiché il nuovo presidente del parlamento, Talat Xhaferi, ha inviato al presidente Ivanov la richiesta ufficiale per la formazione del nuovo governo. In caso di ulteriore rifiuto, Xhaferi avrebbe potuto lui stesso concedere il mandato.

Le pressioni internazionali

La gravità dell’aggressione e la dimostrazione pratica dell’esistenza della nuova maggioranza in aula hanno incrementato le pressioni internazionali su Ivanov. Sia l’Unione europea che gli Stati Uniti si sono mossi in prima persona per scongiurare il rischio di un’escalation della crisi e per richiedere il rispetto delle procedure costituzionali.

Alla luce di questo quadro la VMRO e Ivanov hanno dovuto cedere. In cambio, Zaev ha presentato una dichiarazione ufficiale come garanzia dell’impegno del suo governo per la protezione dell’unità, sovranità e integrità territoriale della Macedonia, aggiungendo che nessuna piattaforma o documento costituirà la base per l’alleanza di governo. Solo a seguito di questa garanzia, Ivanov ha dichiarato che gli ostacoli alla concessione del mandato sono stati finalmente rimossi.

Si è così aperta la fase delle trattative per la scelta dei ministri, in cui non sarà facile mantenere gli equilibri tra i partner della coalizione. Tra gli stessi partiti albanesi non corrono ottimi rapporti, soprattutto nei confronti della DUI, che ha governato con Gruevski. Zaev ha promesso che i nodi saranno sciolti e l’esecutivo comincerà a lavorare presto. Ora che la crisi sembra davvero superata, la Macedonia ha quanto mai bisogno di un governo che affronti le tante problematiche esistenti nel paese.

MACEDONIA: Dimostranti invadono il Parlamento. Aggrediti politici e giornalisti

Scene di violenza ieri sera nel parlamento della Macedonia. Sostenitori del partito conservatore VMRO – alcuni con il volto coperto da passamontagna – hanno superato i cordoni di polizia e fatto irruzione nella sala stampa e nell’assemblea, attaccando fisicamente deputati e giornalisti. Tra i feriti si contano anche il leader dell’opposizione Zoran Zaev, così come il leader del Movimento Riformatore (DPA) Zijadin Sela.

I manifestanti intendevano bloccare l’elezione di un nuovo presidente del parlamento, Talat Xhaferi, sostenuto dall’opposizione socialdemocratica e dai partiti della minoranza albanese. La nomina di Xhaferi da parte di 67 deputati su 120 potrebbe aprire la strada ad una nuova maggioranza politica, scalzando i conservatori dal governo che occupano da quasi 10 anni. Il Presidente della Repubblica di Macedonia, Gjorge Ivanov, già membro del VMRO, si era infatti rifiutato di affidare il mandato governativo a Zaev, ma ora Xhaferi potrebbe costituzionalmente procedere in sua vece. Da un mese i deputati VMRO facevano ostruzionismo ai lavori parlamentari per impedire la costituzione di una diversa maggioranza

Gli ambasciatori dell’UE e degli Stati Uniti a Skopje, in una dichiarazione congiunta, hanno chiesto “dialogo”, sollecitando la polizia a ristabilire il controllo, e hanno riconosciuto come legittima la nomina di Xhaferi. L’ex premier VMRO, Nikola Gruevski, ha pubblicato un messaggio su Facebook affermando che “la violenza non è la soluzione”, sollecitando i manifestanti a calmarsi. Il capo di stato, Gjorge Ivanov, ha convocato per oggi, venerdì, una riunione dei leader politici. Al termine della serata tutti i deputati macedoni erano stati evacuati dal Parlamento, alcuni feriti – come Oliver Spasovski, con il naso rotto.

I disordini parlamentari arrivano a pochi giorni di anticipo sulla visita del diplomatico statunitense Hoyt-Yee, atteso a Skopje lunedì, e tra voci che l’ex partito di maggioranza sarebbe pronto a proclamare la legge marziale pur di non abbadonare il potere.

 

MACEDONIA: Il presidente contro l’alleanza di governo. A rischio la stabilità etnica?

Le ultime elezioni parlamentari, tenutesi finalmente l’11 dicembre, sembravano dover porre fine alla crisi politica che ha interessato il paese dal 2014. Tuttavia, la crisi sembra solo essersi inasprita. Il presidente macedone Gjorge Ivanov non ha dato a Zoran Zaev, leader dell’opposizione socialdemocratica SDSM, il mandato di costituire un governo con i partiti albanesi. A più di tre mesi dalla consultazione elettorale ancora non si vede l’ombra di un governo. Unione Europea e Stati Uniti, nel frattempo, appoggiano indirettamente Zaev chiedendo al più presto la formazione di un esecutivo.

L’importanza dei partiti albanesi

A seguito del conflitto del 2001 i partiti albanesi sono stati riconosciuti come parte integrante della vita politica macedone. Il sistema legislativo garantisce una certa importanza a questi partiti: alcuni tipi di legislazione prevedono infatti il sistema della doppia maggioranza, quella parlamentare e quella esclusiva dei parlamentari albanesi. Se prima del 2001 la consuetudine prevedeva la formazione di un governo di coalizione con il maggiore partito albanese, dopo il 2001 questa si è fatta obbligo.

L’appoggio dei partiti albanesi è dunque non solo funzionale al raggiungimento della maggioranza parlamentare, 61 seggi, ma anche per non bloccare l’iter legislativo. La VMRO-DPMNE, il partito dell’ex primo ministro Gruevski, è impossibilitato a governare. Attualmente il suo partito non ha l’appoggio di alcuna formazione politica albanese, che si sono riunite in una piattaforma comune in appoggio al candidato socialdemocratico Zaev.

La piattaforma albanese

Le ultime elezioni avevano già dato il sentore di lasciare incertezza sul futuro. Seppur la VMRO-DPMNE abbia ottenuto più voti, lo scarto è stato minimo. Difatti, 51 seggi sono stati assegnati al partito di Gruevski e 49 alla SDSM. Per la VMRO-DPMNE, i 10 seggi della DUI erano fondamentali per raggiungere la maggioranza assoluta.

La DUI, storico alleato della VMRO-DPMNE al governo, non è riuscita a trovare l’accordo con Gruevski. Una delle richieste principali della DUI era infatti il riconoscimento dell’albanese come lingua ufficiale del paese. Attualmente l’albanese, in virtù degli accordi di Ohrid, è considerata lingua ufficiale solamente nelle municipalità dove gli albanesi rappresentano più del 20% della popolazione.

Il rifiuto di Gruevski alle richieste della DUI ha fatto sì che la piattaforma albanese, concordata a Tirana con il beneplacito del primo ministro albanese Edi Rama, scatenasse proteste di piazza dei cittadini più nazionalisti. D’altro canto, Ivanov ha avuto la possibilità di impedire alla SDSM di governare. I socialdemocratici – scesi immediatamente in piazza invocando al colpo di stato – dovrebbero rigettare la piattaforma e trovare successivamente l’appoggio dei parlamentari. Una cosa che, tuttavia, le farebbe perdere il sostegno della DUI.

La VMRO è pronta ad assumersi il rischio?

L’idea della piattaforma albanese ha offerto la scusa a Ivanov di non concedere il mandato a Zaev. La motivazione è il rischio di ingerenze esterne sul paese, motivazione che permette a Ivanov di non concedere il mandato a chi detiene le firme necessarie per governare. Quello che emerge da ciò è che, senza Gruevski, il paese non può essere governato. O vince la VMRO, o nessuno.

Tuttavia, la VMRO sta giocando con il fuoco. Il mancato riconoscimento del governo a guida SDSM ha causato proteste di piazza dei socialdemocratici e, soprattutto, il rischio che nuove tensioni etniche riemergano. Sull’altra mano, invece, i nazionalisti della VMRO non possono che festeggiare. Per l’elettorato nazionalista la mancata concessione di maggiori diritti agli albanesi è dimostrazione su chi comanda nel paese.

La VMRO, specie nella persona di Ivanov che rimarrà l’unico responsabile, deve essere consapevole del rischio che sta correndo. Lo scenario più probabile che emerge è quello di nuove elezioni improntate sul fattore “nazionalismo”. Un rischio che non dovrebbero correre.

MACEDONIA: Il presidente blocca le richieste albanesi, paese nel caos

Passati tre mesi dalle elezioni politiche, la Macedonia rischia di scivolare nel caos. Il voto, che avrebbe dovuto sbloccare una crisi lunga due anni, ha avuto l’effetto opposto. Le tensioni si sono acuite nell’ultima settimana, culminata nel rifiuto del presidente della repubblica Gjorge Ivanov di affidare il mandato al leader dei socialdemocratici Zoran Zaev, nonostante quest’ultimo avesse raggiunto un accordo di coalizione con i partiti della minoranza albanese. Proprio le concessioni fatte agli albanesi hanno provocato vaste manifestazioni di piazza di carattere nazionalista. La decisione del presidente ha soddisfatto i manifestanti e fatto infuriare i socialdemocratici, ma soprattutto ha generato un nuovo stallo nella formazione del governo.

Le richieste degli albanesi

Le elezioni dell’11 dicembre, culmine di una crisi politica nata dallo scandalo intercettazioni e dalle manifestazioni contro il governo, si sono concluse senza vincitori. Nessuno dei due storici rivali, la VMRO di Nikola Gruevski e la SDSM di Zaev, ha ottenuto i numeri per governare e si è subito capito che il principale partito della minoranza albanese, la DUI, guidata da Ali Ahmeti, sarebbe stato l’ago della bilancia. Proprio il mancato accordo con la DUI ha impedito a Gruevski di tornare al governo, costringendolo a rimandare indietro il mandato esplorativo concessogli dal presidente della repubblica a gennaio.

Il principale ostacolo all’accordo sono state le richieste avanzate dalla DUI. Richieste che sono parte della piattaforma che i partiti albanesi della Macedonia hanno concordato a Tirana con il premier dell’Albania Edi Rama e il cui punto centrale è il riconoscimento dell’albanese come lingua ufficiale del paese, insieme al macedone. Se Gruevski ha bollato queste richieste come un attacco all’unità statale, Zaev ha invece costruito un compromesso con Ahmeti, il che gli ha permesso di annunciare di avere in mano i numeri necessari per ottenere la maggioranza in parlamento.

Il grande rifiuto e la piazza

Quando tutto sembrava presagire la fine dell’era Gruevski e l’inizio di un governo a guida socialdemocratica, è arrivato il colpo di scena: il presidente della repubblica si è rifiutato di accordare il mandato a Zaev, definendo l’accordo uno strumento in grado di distruggere la sovranità e l’integrità della Macedonia. Per concedere il mandato, ha aggiunto Ivanov, è necessario che la SDSM rigetti la piattaforma, perché firmata in un paese straniero. Una richiesta che, evidentemente, fa saltare l’accordo con la DUI.

Allo stallo politico, si è affiancato un aumento delle tensioni, che rischia di riportare il paese nel caos. Nei giorni precedenti al rifiuto di Ivanov, i supporters della VMRO hanno manifestato contro l’accordo tra Zaev e Ahmeti. Non sono mancati episodi di violenza (tra cui un’aggressione a danno di due giornalisti) e slogan anti-albanesi. A seguito della decisione del presidente, sono ora i socialdemocratici a scendere in piazza, denunciando quello che viene considerato un colpo di stato, un regalo al padre padrone della politica macedone, Gruevski. Gli albanesi, dal canto loro, denunciano il rischio di un riesplodere delle tensioni etniche.

L’attenzione internazionale

Questa situazione incandescente ha attirato le attenzioni della comunità internazionale. Mentre l’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno apertamente chiesto la formazione di un governo in tempi brevi, di fatto appoggiando la nascita dell’esecutivo Zaev, la Russia ha denunciato le pressioni esterne esercitate su Skopje e i tentativi di imporre alla Macedonia un governo filo-albanese. A questo punto, sempre più concreta diventa l’ipotesi di nuove elezioni, che rischiano però di essere dominate dal fattore nazionalismo.

MACEDONIA: Nuovo governo, rebus dei partiti albanesi

Le elezioni dell’11 dicembre in Macedonia dovevano porre fine alla lunga crisi politica che blocca il Paese da oltre un anno. In attesa degli sviluppi sulla formazione del nuovo governo macedone, i due maggiori partiti VMRO-DPMNE e SDSM stanno avendo uno scambio di accuse su diverse tematiche: Soros, sanità, giustizia, inquinamento.

L’ex premier Nikola Gruevski, in un’intervista per il settimanale “Republika“, ha denunciato i milioni di euro riversati da Soros nel paese tramite le sue organizzazioni che sono diventate uno strumento per aiutare l’opposizione.

La reazione di Sdsm non si fatta aspettare e immediatamente il  portavoce, Petre Shilegov, ha affermato in conferenza stampa che “La commissione anti-corruzione ha avviato indagini nei confronti di 22 Ong. Inoltre, 42 persone apertamente contrarie a  Gruevski  e che sostengono l’opposizione sono state sottoposte a indagini sul loro operato“.  “La SDSM e Soros sono stati sconfitti nelle elezioni“, ha affermato l’esponente del partito conservatore macedone Darko Kostoski.

Il Parlamento macedone

Il parlamento di Skopje comprende 120 deputati: sulla base dei risultati delle elezioni di dicembre, 51 spettano al VMRO-DPMNE; 49 al SDSM; 10 all’Unione democratica per l’integrazione (BDI) di Ali Ahmeti; cinque al movimento  Besa; 3 all’Alleanza degli albanesi; e 2 al Partito democratico degli albanesi.

La composizione del parlamento è stata ufficializzata lo scorso 30 dicembre. Ora, il presidente della repubblica Gjorge Ivanov è tenuto entro dieci giorni ad assegnare il mandato di governo alla coalizione che detiene la maggioranza parlamentare, ovvero quella tra VMRO e BDI.

Il premier incaricato dovrà presentare la squadra di governo e il programma entro venti giorni al parlamento per la fiducia. Per ottenere la fiducia basta la maggioranza assoluta dei parlamentari (61 seggi).

I partiti albanesi

L’esito delle elezioni parlamentari, che hanno visto il VMRO ottenere una vittoria risicatissima, conferisce un peso decisivo per la formazione di una maggioranza in capo ai partiti della minoranza albanese. Lo schieramento albanese, composto da almeno 4 partiti in perenne lite tra loro, ha perso ben 7 rappresentanti in Parlamento, riducendo la sua presenza a soli 20 deputati.

Il ruolo chiave sembra rimanere nelle mani del partito Unione democratica per l’integrazione (DUI) di Ali Ahmeti, nonostante abbia subito il più consistente calo dei consensi passando dai 19 seggi del 2014 agli attuali 10. Sorprendente l’affermazione del movimento Besa, di ispirazione islamica, apertamente appoggiato dalla Turchia di Erdogan, che ha raccolto quasi il 5% dei voti (5 deputati).

Per unificare le posizioni dei partiti albanesi, il premier albanese Edi Rama ha convocato a Tirana i leader dei quattro partiti della minoranza albanese che sono riusciti ad ottenere seggi nel futuro parlamento di Skopje.

I rappresentanti dei partiti della minoranza albanese hanno firmato due giorni fa a Skopje una dichiarazione congiunta che dovrà servire come piattaforma per ogni possibile loro partecipazione a un futuro governo. Nella dichiarazione dei partiti albanesi si legge che “la costituzione della Macedonia dovrebbe definire la lingua macedone e la lingua albanese come lingue ufficiali della Repubblica di Macedonia“. Infine, i partiti albanesi vogliono che vengano accelerati i processi di adesione all’Unione europea e alla Nato, che oggi sono virtualmente in stallo.

MACEDONIA: Quando si terranno le elezioni?

Le elezioni parlamentari, necessarie per il superamento della crisi politica, non si sa ancora quando si terranno. Negli ultimi giorni il braccio di ferro tra il governo, rappresentato dal partito conservatore VMRO e dal suo leader Nikola Gruevski, e l’opposizione, il partito socialdemocratico SDSM guidato da Zoran Zaev e attualmente in piazza a manifestare, si era fatto sempre più forte. La data delle elezioni anticipate è il tema principale della disputa tra i due maggiori partiti macedoni. La necessità del rinvio delle elezioni risiede nel fatto che non vengono garantiti alcuni standard per la regolarità delle elezioni, come i registri elettorali esplicitamente falsificati e la libertà d’informazione che non viene garantita.

Il parlamento, pertanto, ha votato favorevolmente alla proposta di rinviare l’elezione del 5 giugno, e precedentemente prevista per il 24 aprile: 96 parlamentari di 123 hanno infatti ritenuto necessario che la consultazione elettorale venisse ulteriormente posticipata.

Un paese spaccato in due

La crisi politica ha creato una frattura in seno alla Macedonia che deve essere ancora rimarginata. Mentre la VMRO continua la sua campagna elettorale in vista delle elezioni, la SDSM è scesa in piazza insieme a numerose associazioni, partiti e singoli cittadini stanchi della situazione politica del loro paese.

Nessuno dei due partiti è intenzionato a fare alcun passo indietro ma, nonostante si avverta la necessità di una riconciliazione per non aggravare ulteriormente la situazione, le prospettive non sembrano delle più rosee. La VMRO ha infatti continuato a condurre la sua campagna elettorale senza pensare a un eventuale nuovo rinvio delle elezioni anticipate, giacché queste erano previste per il 24 aprile secondo quanto statuito dall’accordo di Pržino. Ma lo scioglimento del parlamento, un passo obbligatorio per tenere nuove consultazioni elettorali, è stato dichiarato illegittimo dalla corte costituzionale.

Nel frattempo, per le strade continua a imperversare larivoluzione colorata”, così chiamata dagli attivisti dopo che sostenitori governativi tacciavano i manifestanti di “essere al soldo di Soros“. Le proteste sono tuttavia scaturite dopo la decisione del presidente Ivanov di concedere la grazia ai politici e ai loro collaboratori indagati per brogli elettorali da una procura speciale istituita per far luce sulle trascrizioni delle intercettazioni pubblicate da Zaev e che avevano compromesso la VMRO.

Elezioni legittime?

Le elezioni non sarebbero state comunque legittime. Anche senza la decisione della corte costituzionale, l’Unione Europea non avrebbe mai riconosciuto i risultati usciti da elezioni dove vi era solo un partito a partecipare. Nonostante Gruevski avesse obbiettato che alle elezioni avrebbe partecipato una “coalizione formata da 20 partiti”, questo non è un esempio di pluralismo, compromettendo inevitabilmente lo stato di diritto del paese. La possibilità che il paese venga isolato o addirittura posto sotto sanzioni – rivolte esclusivamente contro i leader politici – non è da escludere e qualora non vi siano degli sviluppi positivi per la risoluzione della crisi l’UE potrebbe decidere di usare le maniere forti.

Cosa fa l’Europa?

L’Europa sta avendo certamente un ruolo di primo piano, giacché la Macedonia ha ottenuto lo status di paese candidato all’adesione nel 2005. I risultati ottenuti non sembrano però andare nella direzione sperata, nonostante l’impegno di figure come il commissario europeo all’allargamento Johannes Hahn, l’ambasciatore europeo in Macedonia Aivo Orav e il mediatore europeo Peter Vanhoutte.

Foto: Robert Atanasovski

MACEDONIA: Il governo non posticipa le elezioni, le proteste continuano

Le proteste in Macedonia non sembrano volgere al termine, almeno finché l’attuale governo e il presidente Ivanov non rassegneranno le dimissioni. Sotto la comune denominazione di #protestiram, opposizioni politiche e cittadini semplici – stanchi del regime repressivo imposto da Gruevski – sono scesi in piazza reclamando verità e giustizia. Ma, soprattutto, libertà. Seppur la Macedonia non sia un regime autoritario tout court, la mancanza di libertà di informazione e la scarsa libertà di espressione, unita a un sistema nepotistico e fortemente clientelare, rendono il paese un feudo governato da una famiglia e un solo partito.

Le ultime proteste erano nate a Skopje dopo la decisione del presidente macedone Gjorge Ivanov di concedere la grazia a tutti quei politici che erano direttamente coinvolti nello scandalo delle intercettazioni e, soprattutto, che erano accusati di aver organizzato brogli elettorali per assicurare la vittoria del partito conservatore VMRO nelle precedenti elezioni parlamentari e presidenziali del 2014. Tale decisione aveva portato la popolazione e le opposizioni politiche, con in testa il partito socialdemocratico SDSM guidato da Zoran Zaev, a esprimere il loro dissenso incontrandosi ogni giorno alle ore 18 davanti agli uffici della procura speciale guidata da Katica Janeva. Una protesta continuativa, denunciata da esponenti della VMRO come una nuova “rivoluzione colorata” creata ad arte per destabilizzare il paese. Una scusa frequente, in Macedonia, usata anche durante i non chiariti fatti di Kumanovo dello scorso anno. I manifestanti, stanchi della propaganda governativa, hanno ribaltato l’accusato e si sono autodefiniti “rivoluzione colorata”, usando colori e pittura per colorare i pacchiani palazzi e statue neoclassiche del progetto urbanistico “Skopje 2014” voluto da Gruevski.

L’attuale governo, presieduto dal Emil Dimitriev a seguito delle dimissioni di Nikola Gruevski, come contemplato dall’Accordo di Pržino, non sembra però intenzionato a rimandare ulteriormente le elezioni. Queste, infatti, erano state precedentemente previste per il 24 aprile ma erano state successivamente rinviate al 5 giugno a causa delle pressioni dei partiti d’opposizione e della comunità internazionale, inclusi l’ambasciatore statunitense Jess Baily e l’ambasciatore UE Aivo Orav. Le consultazioni elettorali erano state rimandate giacché mancavano la revisione delle liste elettorali e la legge per la libertà d’informazione, tra i punti fondamentali affinché le elezioni potessero tenersi liberamente. Nonostante il primo rinvio, la situazione non pare essere mutata. Anzi, la decisione del presidente Ivanov non ha fatto altro che alimentare la crisi, portando a una definitiva rottura tra governo e opposizioni, che già avevano paventato la possibilità di tornare nelle piazze come già si era verificato nel maggio 2015, a seguito delle pubblicazioni delle trascrizioni delle intercettazioni da parte di Zaev.

La situazione politica in Macedonia sembra quindi essere giunta a un bivio, ma nessun passo in avanti è stato fatto. Da un lato le opposizioni sono intenzionate a esprimere il loro dissenso dalla piazza – le cui manifestazioni si sono allargate anche alle città di Bitola e Prilep – mentre la VMRO continua a mantenere la sua posizione senza venire incontro alle richieste. Tale situazione non ha fatto altro che radicalizzare la crisi e la possibilità che l’Unione Europea applichi delle sanzioni contro l’élite governativa non è da tralasciare.

Foto: Robert Atanasovski

MACEDONIA: L’opposizione boicotterà le elezioni del 5 giugno

Se si pensava che il compromesso raggiunto tra il partito di maggioranza, la VMRO di Nikola Gruevski, e l’opposizione socialdemocratica guidata da Zoran Zaev, avesse posto fine, momentaneamente, alla crisi politica, i fatti hanno mostrato l’esatto opposto. Dopo lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale, avvenuto mercoledì 7 aprile in tarda serata per opera del presidente del parlamento con l’assenza dei deputati dell’opposizione, Zoran Zaev ha tenuto una conferenza stampa nel quale si è detto pronto a boicottare le elezioni anticipate previste per il 5 giugno. La motivazione è sempre la stessa, la medesima che ha portato al rinvio delle consultazioni elettorali precedentemente previste per il 24 aprile: il controllo dei registri elettorali, presupposto imprescindibile senza il quale non potranno essere garantite libere elezioni in Macedonia, dato che, secondo la Commissione elettorale di stato, tale compito difficilmente potrà essere assolto in tempo utile.

I casi di elettori dubbi sono infatti molti e il presidente della commissione elettorale, Aleksandar Čičakovski, ha dichiarato che non avrebbe confermato le liste elettorali fino a quando sarebbe esistito un caso non analizzato o sul quale non si è fatta la necessaria chiarezza. Altro punto chiave in vista delle elezioni era la ratifica di una legge volta a liberalizzare i media che, come riconosciuto anche dalla missione OSCE/ODIHR nel 2014, sono eccessivamente controllati dall’establishment di governo. Zoran Zaev, dopo aver affermato la possibilità concreta di boicottare le elezioni, ha sostenuto che è possibile che lo scontro politico si sposti nelle piazze, inaugurando una nuova stagione di manifestazioni pubbliche.

La crisi politica in Macedonia è sorta in seguito alle elezioni che si sono tenute ad aprile del 2014. Dopo che i parlamentari della SDSM, sconfitta alle elezioni dalla VMRO, hanno boicottato il parlamento, il loro leader Zaev aveva pubblicato delle trascrizioni di alcune presunte intercettazioni che vedevano coinvolti personaggi di spicco della leadership della VMRO. Questo aveva portato, la scorsa primavera, a proteste di piazza davanti alla sede del Governo, con le successive dimissioni del ministro dell’interno Gordana Jankuloska e del ministro dei trasporti Mile Janakieski, anche a seguito degli scontri di Kumanovo che si tennero a maggio 2015. Per risolvere la crisi era stato firmato dai principali partiti macedoni l’Accordo di Pržino, insieme alla collaborazione del commissario europeo Johannes Hahn, e dell’Ambasciatore americano Baily, che prevedeva le dimissioni di Gruevski, elezioni anticipate e la costituzione di una procura speciale per indagare sullo scandalo intercettazioni.

La risoluzione della crisi politica è fondamentale non solo per il paese, ma anche per l’Europa. La Macedonia ha infatti ottenuto lo status di paese candidato all’integrazione nell’Unione Europea nel 2005, i cui negoziati non sono andati avanti a causa dell’opposizione greca per la disputa sulla questione del nome. Se la crisi politica non venisse risolta, quanto precedentemente profetizzato dal mediatore europeo Vanhoutte potrebbe avverarsi: la Macedonia potrebbe diventare una nuova Bielorussia, paralizzata internamente e, soprattutto, isolata esternamente.

Foto: sdsm.org.mk

MACEDONIA: Elezioni rimandate al 5 giugno. Gruevski fa un passo indietro

Il Parlamento della Repubblica di Macedonia, dopo giorni di forte tensione politica, ha infine votato a maggioranza un emendamento della legge elettorale, posticipando le elezioni politiche al 5 giugno 2016. Il voto anticipato era originariamente previsto il 24 aprile. Lo scioglimento del parlamento avverrà il 7 aprile.

Domenica 21 febbraio il capo della delegazione UE a Skopje, Aivo Orav e l’ambasciatore americano Jess Baily, in una lettera congiunta rivolta al premier Emil Dimitriev, hanno espresso le loro riserve sulla effettiva presenza delle condizioni indispensabili affinché si possano svolgere delle elezioni credibili in Macedonia. Gli ambasciatori, in seguito ai colloqui con le parti, hanno esplicitamente suggerito di rinviare le elezioni – come era stato richiesto dal principale partito d’opposizione SDSM. I punti più controversi riguardano un accordo dei quattro principali partiti politici macedoni di maggioranza e di opposizione – VMRO-DPMNE, SDSM, BDI e PDSH – sulla regolamentazione dei media e la revisione delle liste elettorali da parte di una apposita commissione statale. Il parere dei diplomatici europei ed americani non era vincolante, e l’onere della decisione finale spettava ai politici macedoni.

In seguito alla mediazione dell’UE e degli USA per porre termine alla crisi politica, la scorsa estate si giunse all’Accordo di Pržino, sottoscritto dai leader dei principali partiti. I passaggi centrali dell’accordo prevedevano la partecipazione del partito d’opposizione al governo, le dimissioni anticipate del premier Nikola Gruevski e la formazione di un governo di transizione che avrebbe condotto al voto il prossimo 24 aprile, oltre alla nomina di un Procuratore speciale che avrebbe dovuto indagare su presunti illeciti resi noti al pubblico dall’opposizione, tramite la divulgazione di registrazioni illegali che, secondo l’SDSM, sarebbero state compiute dal governo a scapito di migliaia di cittadini macedoni.

Il mediatore dell’UE, il belga Peter Vanhoutte, dopo una serie di colloqui con gli esponenti politici macedoni, nell’intento di giungere ad una soluzione condivisa, in particolare a proposito della riforma dei media che è considerata imprescindibile affinché si possano svolgere delle elezioni democratiche , aveva espresso il proprio scetticismo sul raggiungimento di un accordo. Vanhoutte ha pubblicato sul suo profilo Twitter una serie di commenti e immagini di gattini, giungendo ad affermare “mi arrendo: non si terranno le elezioni il 24 aprile”. Domenica 21, la VMRO-DPMNE ha dichiarato di voler interrompere ogni collaborazione con Vanhoutte, aggiungendo che da quel momento in avanti avrebbe dovuto considerarsi un semplice turista in Macedonia. Nel frattempo la Commissione Europea, tramite la portavoce Maja Kocijancic, ha affermato che le posizioni del mediatore belga non rappresentano quelle dell’Unione Europea, rappresentata solamente dall’ambasciatore Orav.

L’ultimo tentativo di mediare la crisi politica macedone, come l’ambasciatore Orav aveva rammentato su Twitter, ha visto come protagonisti, martedì 23 febbraio, la trojka composta dagli europarlamentari Richard Howitt, Ivo Vajgl e Eduard Kukan, oltre all’ambasciatore americano Baily. La mediazione, nonostante le profonde divergenze, ha condotto ad un accordo tra le parti, formalizzato attraverso l’emendamento alla legge elettorale e facendo slittare il voto a giugno. Come il britannico Howitt ha dichiarato in seguito, senza tale legge il parlamento di Skopje si sarebbe dovuto sciogliere, e l’UE e gli Stati Uniti non avrebbero riconosciuto l’esito del voto qualora le elezioni si fossero svolte il 24 aprile.

Nikola Gruevski, ex premier e leader della VMRO-DPMNE, sino all’ultimo si è dimostrato fermo nel sostenere la necessità di tenere le elezioni il prossimo 24 aprile. In una recente intervista, ad esempio, aveva dichiarato che per il Paese “è necessaria la stabilità, e non crisi e conflitti”. Domenica 21, Ilija Dimovski, portavoce della VMRO-DPMNE, aveva dichiarato che, a prescindere dalle valutazioni degli ambasciatori Orav e Baily, le elezioni si sarebbero tenute ad aprile. Tuttavia, dopo una serie di speculazioni giornalistiche su dove fosse finito Gruevksi, assente dalla scena pubblica per quattro giorni, nella notte tra martedì 23 e mercoledì 24, l’ex premier in persona ha annunciato la decisione del Comitato esecutivo della VMRO-DPMNE, ossia di accettare il compromesso e, dunque, di indire le elezioni a giugno. Gruevski ha sottolineato che la decisione del suo partito non è volta a soddisfare la SDSM, e non deve essere fraintesa dai cittadini. Ha inoltre precisato che non vi saranno ulteriori rinvii e, riferendosi all’opposizione, avverte che il 5 giugno “si vergogneranno di loro stessi e si vedrà chi è il vincitore, e chi il perdente”.

Zoran Zaev, leader dell’opposizione, ha mantenuto inalterata la linea del suo partito, ossia che fosse necessario rimandare le elezioni perché non ci sarebbe stato il tempo necessario per creare le condizioni minime per elezioni libere e democratiche. Come ha recentemente ribadito Zaev: “Se non completiamo il controllo dei registri elettorali e se non si riforma il sistema dell’informazione e dei media, ci saranno sì delle elezioni, ma con nuovi brogli e senza una via d’uscita da questa crisi politica”. Il leader della SDSM, in seguito al voto della Camera, in un comunicato stampa, ha rilevato che quanto è avvenuto è un’ulteriore sconfitta di Gruevski (definendolo un “falso patriota”), perché avrebbe nei fatti ammesso che in Macedonia non c’erano le necessarie condizioni per delle elezioni corrette e democratiche. Zaev, nel sottolineare l’importanza della mediazione dell’UE e degli USA, ha sostenuto che in questo modo è stato evitato un grave isolamento del Paese da parte della Comunità internazionale, rischio peraltro già emerso lo scorso ottobre.

Considerate le premesse dei mesi precedenti, l’esito della mediazione della crisi politica macedone non era affatto scontato. Infatti, ancora martedì 23, lo stesso premier Dimitriev, sul suo account Facebook, aveva paventato il ritorno al governo di Gruevski qualora le elezioni non si fossero tenute ad aprile.  Soddisfatto il Commissario europeo Johannes Hahn, che afferma che “l’accordo di Przino è ancora vivo”, e sprona i politici macedoni ad andare avanti con le riforme, inclusa quella dei media. Anche l’ambasciatore americano Baily ha espresso la sua soddisfazione per l’accordo raggiunto aggiungendo, nel rispondere ad un domanda di un giornalista, che tutti i partiti politici dovrebbero partecipare alle elezioni del 5 giugno, e ha sottolineato l’importanza della riforma dei media e di un’informazione equilibrata durante la campagna elettorale.

La Macedonia, in attesa di una soluzione della crisi politica e delle prossime elezioni, sta affrontando da mesi un’altra crisi cruciale, quella dei migranti. Dato questo contesto, la stabilità interna del Paese acquisisce un’ulteriore rilevanza anche a livello europeo.

MACEDONIA: L’opposizione accetta la revisione delle liste elettorali. La crisi politica sta finendo?

La crisi politica che ha colpito duramente il paese potrebbe essere giunta verso una fine. La notizia viene fornita da Subhi Jakupi, membro della Commissione Elettorale di Stato, che ha confermato ai media nazionali che la SDSM, il principale partito d’opposizione, ha accettato la revisione delle liste elettorali. Le liste elettorali saranno controllate incrociando i dati disponibili presso le seguenti istituzioni: il Fondo di assicurazione sanitaria, l’Agenzia del lavoro, il Ministero dell’agricoltura, l’Agenzia delle entrate, il Fondo pensionistico e degli invalidi, il Ministero del lavoro, la Banca nazionale macedone e l’Ufficio di stato civile. I nominativi che non saranno presenti in ogni banca dati verranno quindi revisionati singolarmente per evitare che le liste possano essere obsolete.

La crisi politica macedone sembrava risolversi la scorsa estate con la sottoscrizione, da parte dei principali partiti politici, dell’Accordo di Pržino, nel quale si stabiliva che nuove elezioni erano da tenersi il 24 aprile, cento giorni dopo le dimissioni del primo ministro Nikola Gruevski, che sono puntualmente arrivate il 15 gennaio scorso. Il nuovo esecutivo di unità nazionale, formato da membri della VMRO (conservatori, al governo) e della SDSM (socialisti, all’opposizione), ha il compito esclusivo di preparare al meglio le elezioni. Tuttavia, il leader della SDSM Zoran Zaev ha dichiarato più volte che non vi è il tempo necessario affinché le elezioni di aprile possano tenersi in piena regolarità, dal momento che devono essere revisionate le liste elettorali e deve essere fatta una legge sui mezzi d’informazione, ritenuti faziosi e poco liberi. Dopo le dimissioni di Gruevski e la nomina alla carica di primo ministro di Emil Dimitriev, segretario generale della VMRO, la Commissione elettorale doveva ricevere l’autorizzazione a procedere da tutti i partiti, che tuttavia non era arrivata dalla sola SDSM. La Commissione elettorale, secondo quanto riferito da Jakupi, può adesso iniziare a lavorare in vista delle elezioni di aprile. Elezioni che, in ogni caso, dovrebbero tenersi. La SDSM aveva infatti dichiarato che non era intenzionata a partecipare alle consultazioni elettorali, sostenendo che un rinvio fosse necessario per la piena regolarità, e che è pronta a tornare a manifestare nelle piazze. Per contro, la VMRO continua a ribadire che le elezioni di aprile debbano tenersi in virtù di quanto stipulato nell’Accordo di Pržino e sembra intenzionata a non scendere ad alcun compromesso con l’opposizione.

Lo scontro politico è, infatti, molto alto. Nikola Gruevski, in una recente intervista, ha assicurato come il suo partito fosse l’unico realmente interessato a porre fine alla crisi politica, rispettando le scadenze imposte dagli accordi presi e dichiarando come la SDSM stesse rallentando, se non bloccando, l’iter di risoluzione della crisi politica. Gruevski si è chiesto come mai solo adesso la SDSM abbia accettato la revisione delle liste, sostenendo che il partito d’opposizione volesse solamente prendere tempo. Accuse certamente pesanti che servono al partito attualmente di maggioranza a raccogliere i necessari consensi in vista di aprile, con la speranza di assicurarsi nuovamente la guida del paese.

Le elezioni in Macedonia sono attualmente seguite da vicino dal Commissario europeo all’allargamento Johannes Hahn, che ha dato il compito di vigilanza al mediatore Peter Vanhoutte. A mediare ci sono anche l’ambasciatore statunitense Jess Baily e il suo omologo europeo, Aivo Orav, che hanno dichiarato che forniranno un loro parere entro il 20 febbraio sull’effettiva possibilità di sostenere elezioni regolari come accordato. L’Unione Europea sta seguendo da vicino la crisi politica macedone, dal momento che la Macedonia è dal 2005 paese candidato all’ingresso nell’UE e uno dei futuri paesi chiavi per l’allargamento dei confini dell’Unione Europea, anche se deve superare l’opposizione greca per la questione del nome.

Foto: MIA

MACEDONIA: Gruevski si dimette ma manca l’accordo sulle elezioni

Zoran Zaev, il leader del partito di opposizione SDSM, ha dichiarato che mancano le condizioni necessarie affinché le elezioni parlamentari, stabilite dopo le dimissioni di Gruevski come sottoscritto nell’Accordo di Pržino, si possano tenere in piena regolarità. Le elezioni, come previsto sempre nel medesimo accordo, dovrebbero tenersi il 24 aprile, ossia 100 giorni dopo le dimissioni di Nikola Gruevski.

La crisi politica che lo scorso anno ha scosso la Macedonia sembrava doversi concludere nei primi giorni di gennaio, con le dimissioni di Gruevski e la formazione di un governo di unità nazionale con il compito esclusivo di preparare il Paese alle consultazioni elettorali. Il processo di normalizzazione della crisi, che non si è ancora concluso, è stato molto travagliato: l’Accordo di Pržino, sottoscritto tra i principali partiti macedoni sotto la supervisione del Commissario europeo Johannes Hahn, era già stato dichiarato da Zoran Zaev come nullo. Questo avvenne a seguito della mancata approvazione della squadra scelta dal Procuratore speciale Katica Janeva da parte del Consiglio dei pubblici ministeri, con il compito di indagare sullo scandalo delle intercettazioni, vera scintilla della crisi politica e ritenuta da Zaev come una grave violazione di uno dei punti principali dell’accordo stesso. L’implementazione degli altri punti era tuttavia proseguita, non senza difficoltà, arrivando fino alle dimissioni di Gruevski annunciate il 15 gennaio.

Nonostante l’iniziale ottimismo da parte del Commissario Europeo Hahn sulla possibilità di trovare un reale accordo sulla data delle elezioni, quest’ultimo ha dovuto affermare che è più importante che le elezioni si svolgano in perfetta regolarità, aprendosi dunque alle richieste della SDSM e del suo leader Zaev, invece che rispettare alla lettera la data prestabilita, ovvero il 24 aprile. Il punto principale secondo Zaev è quello di ristabilire il corretto andamento democratico delle elezioni, rivedendo dunque i registri elettorali e facilitando il lavoro dei media nazionali sulla copertura delle elezioni. I registri elettorali, secondo Zoran Zaev, sono non solo obsoleti, ma anche falsificati dalla VMRO, consentendogli così di intervenire direttamente sul risultato elettorale. L’informazione è un altro tema molto spinoso in Macedonia. Già l’OSCE alle precedenti elezioni parlamentari del 2014 aveva constatato delle leggere irregolarità per quanto riguarda la conduzione di una corretta campagna elettorale, sostenendo che sia i media pubblici che privati tendenzialmente parlavano più spesso e positivamente della VMRO, facendo l’opposto con la SDSM. Al di là di questo, l’informazione in Macedonia non è del tutto libera, come analizzato da Freedom House o a seguito delle numerose vicende che hanno come protagonisti i giornalisti, come nel caso del redattore di Fokus Nikola Mladenov, misteriosamente morto in uno strano incidente d’auto, o di Tomislav Kezarovski, arrestato ingiustamente per il suo lavoro d’indagine sulla morte dello stesso Mladenov.

A monitorare l’evolversi della situazione vi sarà il mediatore europeo Peter Vanhoutte, che già aveva ammonito i partiti politici macedoni che, nel caso in cui la crisi politica non giungesse a una rapida soluzione, il rischio dell’isolamento del paese sarebbe reale. Il Commissario Hahn visiterà comunque nuovamente la Macedonia, sperando che a Skopje vengano fatti i passi necessari per permettere al paese di andare regolarmente alle elezioni e permettere la soluzione della crisi politica. Gruevski, in ogni caso, si è mostrato come il politico più determinato a rispettare la data delle elezioni stabilita nell’Accordo di Pržino.  Secondo un recente sondaggio realizzato da un istituto ritenuto vicino alla VMRO, la maggioranza degli intervistati non desidera posticipare le elezioni e, in generale, ritiene il partito di governo più affidabile sia nell’implementazione dell’Accordo di Pržino, sia nella gestione dell’economia del Paese.

La soluzione della crisi politica in Macedonia è entrata immediatamente a far parte dell’agenda politica dell’Unione Europa e la sua soluzione, come sottolineato dal Commissario Hahn, è parte integrante dell’eventuale integrazione euro-atlantica del paese. La Macedonia, infatti, è dal 2005 paese candidato all’adesione all’UE, ma deve risolvere anche la controversia sul nome che ancora esiste con la Grecia, che per il medesimo problema ha bloccato anche l’adesione del paese alla NATO nel 2008.

Foto: EPA/GEORGI LICOVSKI

MACEDONIA: Gruevski conferma le dimissioni, lascerà il 15 gennaio

Come stabilito dagli accordi che hanno posto fine alla grave crisi politica che ha colpito il paese, il primo ministro Nikola Gruevski ha confermato che lascerà la carica il 15 gennaio, facendo spazio al governo di unità nazionale che traghetterà il paese alle elezioni anticipate che si terranno il prossimo aprile.

L’Accordo di Pržino, firmato lo scorso 15 luglio dai maggiori quattro partiti macedoni, prevede infatti, oltre all’elezioni di alcuni ministri e vice-ministri dell’opposizione nell’attuale governo, le dimissioni di Gruevski e la costituzione di un governo tecnico, a guida della VMRO-DPMNE, con il solo compito di organizzare al meglio le elezioni anticipate. Un obiettivo molto arduo da aggiungere, dal momento che l’OSCE nelle scorse elezioni parlamentari e presidenziali aveva già ravvisato delle irregolarità elettorali nei media. Irregolarità che non furono tuttavia sintomo di reali brogli elettorali, ma in grado comunque di catalizzare l’attenzione positiva dei media su Gruevski e la VMRO.

L’implementazione dell’Accordo di Pržino, fino ad ora, non è stata semplice: dopo la nomina di Katica Janeva come Procuratore speciale, con il compito di indagare sullo scandalo intercettazioni riguardante Gruevski e la VMRO, la squadra da lei scelta non era stata approvata totalmente dal Consiglio dei pubblici ministeri, nonostante la Janeva possedesse ampia autonomia nella scelta dei membri del suo staff. A seguito di ciò il leader della SDSM e sindaco di Strumica Zoran Zaev aveva dichiarato che l’Accordo di Pržino non sarebbe stato considerato più valido, in quanto violato in uno dei suoi punti principali. Il 4 novembre, in concomitanza con la nomina dei nuovi ministri e vice ministri nel governo, la squadra di Janeva è stata completata.

Il primo ministro Gruevski, nel frattempo, continua a fare propaganda elettorale: dopo aver promesso un aumento delle pensioni, rilancia con l’istituzione di un piano operativo volto a movimentare il mercato del lavoro. Il piano, il cui investimento è di 11,5 milioni di euro, coinvolgerà 13500 persone, di cui 8700 saranno assunte: le altre riceveranno dei corsi di formazione col fine di garantir loro un futuro posto di lavoro. Con un alto tasso di disoccupazione, la spesa per migliorare l’impiego appare nulla a fronte dell’immenso costo dell’inutile progetto “Skopje 2014”, che ha trasformato la capitale nella “Las Vegas dei Balcani”.

Il futuro della Macedonia, se appare comunque più positivo degli ultimi mesi, non può certamente considerarsi roseo. Nel caso in cui l’Accordo di Pržino non dovesse implementarsi definitivamente, il paese potrebbe sprofondare nella completa paralisi politica, come già aveva sottolineato il mediatore per l’EU Peter Vanhoutte. Inoltre, lo stretto legame che si è costituito tra la VMRO e lo stato potrebbe rendere del tutto inutili i tentativi di normalizzazione della vita politica in Macedonia.

La soluzione della crisi politica in Macedonia è entrata immediatamente a far parte dell’agenda politica dell’Unione Europa, sotto la supervisione del Commissario europeo all’allargamento e alle politiche di vicinato Johannes Hahn. La Macedonia, infatti, è dal 2005 paese candidato all’adesione all’UE, ma deve risolvere anche la controversia sul nome che ancora esiste con la Grecia, che per il medesimo problema ha bloccato anche l’adesione del paese alla NATO nel 2008.

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MACEDONIA: Nuovo governo di unità nazionale. Verso una soluzione della crisi

Con l’elezione e il giuramento dei nuovi ministri, appartenenti al partito di opposizione socialdemocratica SDSM, la Macedonia sembra avvicinarsi verso la tanto agognata soluzione della crisi politica che ha colpito duramente il paese. Il nuovo esecutivo è necessario per traghettare il paese alle prossime elezioni anticipate che si terranno ad aprile 2016; il primo ministro Gruevski, rimasto al suo posto, rassegnerà le dimissioni nel mese di gennaio. La necessità di un governo di unità nazionale era sorta per cercare di mantenere un rigido controllo sulle attività dell’esecutivo fino alle elezioni stesse.

Il primo ministro Nikola Gruevski era stato infatti accusato di aver tenuto sotto controllo, grazie all’aiuto del capo dei servizi segreti, nonché suo parente, Sašo Mijalkov, circa 20.000 persone tra giornalisti, magistrati e semplici cittadini. Per questa ragione l’esecutivo era stato messo sotto accusa dal partito di opposizione SDSM e dall’opinione pubblica, che aveva manifestato per giorni davanti al palazzo del Parlamento. A questo proposito era stato nominato il Procuratore speciale Katica Janeva, proveniente dalla Procura di Gevgelija, il cui compito esclusivo era quello di indagare sulla reale fondatezza delle trascrizioni delle intercettazioni, rese pubbliche dal leader della SDSM Zoran Zaev.

Ad occuparsi della crisi politica come mediatore è stato Johannes Hahn, Commissario europeo all’allargamento e alle politiche di buon vicinato, che ha più volte sostenuto come la soluzione di questa crisi fosse una condizione necessaria per la prosecuzione dei colloqui per l’adesione all’Unione Europea, come anche riportato nel Rapporto di Progresso annuale dell’UE dedicato al paese.

Dopo alcuni congelamenti delle trattative tra l’esecutivo e l’opposizione, finalmente i partiti politici sono riusciti a raggiungere un accordo. Provenienti tutti dalla SDSM, Oliver Spasovski è stato nominato Ministro degli Interni mentre la sua collega di partito Frosina Remenski ha ottenuto la guida del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. I precedenti ministri, rispettivamente Mitko Čavkov e Dime Spasov, hanno rassegnato le dimissioni e subentreranno come vice-ministri. Nella medesima posizione sono stati nominati al Ministero dell’Agricoltura Ljupčo Nikolovski, Aleksandar Kiracovski al Ministero dell’Innovazione e della Tecnologia – affiancato a Timčo Mucunski nel Ministero a capo di Marta Arsovska-Tomovska – e Kire Naumov al Ministero delle Finanze. Naumov, ostile alle politiche economiche del partito di governo, ha assunto un ruolo fondamentale, dal momento che avrà il delicato compito di vigilare sul bilancio in vista delle prossime elezioni.

Le polemiche tra maggioranza e opposizione non si sono tuttavia placate nelle ultime ore, dopo che la SDSM ha richiesto a gran voce le dimissioni del Ministro alla Salute Nikola Todorov denunciando la grave situazione in cui versa il sistema sanitario nazionale, dopo che un ragazzo ha ucciso con un’arma da fuoco un medico dell’ospedale di Skopje “Majka Tereza” a seguito del decesso del padre dopo un’operazione chirurgica.

La risoluzione della crisi politica è un passo in avanti per il prosegui delle trattative per l’ingresso nell’Unione Europea, di cui la Macedonia è paese candidato dal 2005. L’ostacolo non era quindi più solo rappresentato dalla questione del nome con la Grecia, ma anche della soluzione delle criticità interne. Lo spettro dell’isolamento bielorusso era stato paventato come rischio nel caso in cui la Macedonia non fosse riuscita a trovare una soluzione alla crisi politica. Forse, da adesso, il paese inizia a vedere la luce.

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MACEDONIA: C’è l’accordo, Janeva è il nuovo Procuratore speciale. Indagherà sullo scandalo intercettazioni e sulla corruzione al potere

La crisi politica che è scoppiata in Macedonia sembra indirizzata verso una sua risoluzione: il 15 settembre è stato finalmente raggiunto un accordo tra i maggiori partiti politici sulla nomina del Procuratore speciale delegato alla questione delle intercettazioni.

La nomina è ricaduta su Katica Janeva, già collaboratore professionale presso il Tribunale di Gevgelija a partire dal 1998 e, dal 2003, Sostituto procuratore presso la Procura di Gevgelija. Entrambi i partiti si sono dimostrati soddisfatti per la nomina della Janeva, considerata super-partes e quindi capace di indagare con correttezza senza subire eventuali pressioni politiche. Con un mandato quadriennale, la Janeva avrà libera scelta sulla nomina del suo staff, sia in termini qualitativi che quantitativi; a ciò si aggiunge la disponibilità di un budget illimitato che dovrà rendicontare. Soddisfatti della scelta non sono solamente Zaev e Gruevski, ma anche l’Unione Europea e gli Stati Uniti che vedono nella Janeva una persona competente che ha avuto modo di formare la propria esperienza professionale anche negli stessi Stati Uniti nel 2013 e, precedentemente, in Italia, all’interno di un progetto che aveva come scopo quello di analizzare la lotta al crimine organizzato e alla corruzione. La Janeva avrà un compito molto importante per far luce su quanto realmente successo in Macedonia: le accuse che si sono mossi i leader Gruevski e Zaev sono molto gravi, con il primo ministro che rispondeva alle accuse di corruzione accusando a sua volta il proprio avversario politico di alto tradimento e tentato colpo di stato.

La crisi politica era iniziata a seguito delle elezioni anticipate del 2014 con il boicottaggio del Parlamento da parte dei deputati del partito d’opposizione SDSM, che accusavano la VMRO al governo di brogli elettorali. Il rapporto della missione OSCE/ODIHR ha tuttavia smentito l’esistenza di reali brogli, sostenendo invece la parzialità dei media che tuttavia ha preoccupato solo relativamente gli operatori OSCE presenti sul Paese. Tuttavia, nel mese di febbraio, il leader della SDSM Zoran Zaev ha iniziato a pubblicare delle trascrizioni di intercettazioni telefoniche che avrebbero dimostrato il controllo della VMRO in particolare sui giornalisti e sulla magistratura, e ritenute da parte dell’opposizione delle prove inconfutabili dei brogli elettorali. Nonostante non sia stato ancora provato nulla, e sarà compito proprio del Procuratore speciale indagare su ciò, le dimissioni del capo dei servizi segreti Saso Mijalkov (cugino di Gruevski), avevano alimentato i sospetti sulla fondatezza delle accuse di Zaev dal momento che, secondo il leader della SDSM, lo stesso Mijalkov era pesantemente implicato nello scandalo.

La crisi politica si è quindi aggravata notevolmente e, dopo un braccio di ferro tra Gruevski e Zaev, le parti sono dovute scendere a compromessi insieme ai maggiori partiti politici albanesi della Macedonia, il BDI (Unione democratica per l’integrazione) guidata da Ali Ahmeti e il PDSH (Partito democratico degli albanesi) di Menduh Thaçi, grazie alla mediazione del Commissario europeo all’allargamento Johannes Hahn. L’accordo ha portato il Primo Ministro Nikola Gruevski ad annunciare le proprie dimissioni, che saranno effettive a gennaio, e le elezioni anticipate previste per il prossimo aprile. Tuttavia, bisogna ancora far luce adeguatamente sullo scandalo intercettazioni, dove un approfondimento giuridico era stato richiesto dallo stesso Hahn, che si mostrava preoccupato per l’aggravarsi della crisi politica.

Nonostante la soddisfazione di tutte le parti coinvolte nello scandalo intercettazioni, permangono alcuni dubbi riguardanti la reale ed effettiva esperienza della Janeva, dal momento che le competenze del Tribunale di Gevgelija non sono considerate adeguate nel fornire l’esperienza necessaria per valutare interamente lo scandalo intercettazioni.

La nomina della Janeva, che tuttavia deve essere ancora ratificata dal Parlamento, è sicuramente un passo in avanti per la soluzione della grave crisi politica che sta attraversando il Paese ma non è la soluzione a tutti i problemi, come ha anche sottolineato Johannes Hahn in visita a Skopje il 18 settembre. Infatti, oltre a garantire l’indipendenza della magistratura dai partiti politici, nel meeting tenuto con Gruevski e i leader dei partiti politici maggioritari è stata sottolineata la necessità che si raggiunga un accordo sulla riforma elettorale in vista delle elezioni anticipate previste per aprile 2016. La Macedonia, Paese candidato all’adesione all’UE dal 2005, aveva visto il proprio percorso di ingresso nell’Unione Europea bloccato non solo dal veto greco, ma dalla grande instabilità interna esplosa a partire dal 2014. Mentre sul fronte migratorio la situazione è ancora critica, sul piano interno sembra che alcuni passi avanti verranno fatti.

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MACEDONIA: C’è l’accordo per un governo di unità nazionale. Gruevski lascia a gennaio

#Macedonia: Raggiunto un accordo fra il premier macedone, Nikola Gruevski, e i partiti d’opposizione per uscire dall’impasse politica grazie anche alla mediazione del Commissario europeo Johannes Hahn

Il 14 luglio, il Commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato, Johannes Hahn, ha annunciato il raggiungimento di un accordo fra i leader politici macedoni per la risoluzione della crisi politica che il Paese attraversa da mesi. L’accordo include la coalizione di governo tra il VMRO-DPMNE di Nikola Gruevski e il BDI di Ali Ahmeti (Unione democratica per l’integrazione, partito degli albanesi di Macedonia) così come i principali partiti d’opposizione, il SDSM di Zoran Zaev (Partito social-democratico di Macedonia) e il  PDSH di Menduh Thaci (Partito Democratico degli Albanesi).

In base a tale accordo è stato fissato un termine per la creazione di un governo di unità nazionale, entro il 15 gennaio 2016, che organizzerà elezioni parlamentari anticipate, previste in linea di massima per il 24 aprile 2016.

Nel frattempo, dal 1° settembre l’opposizione socialdemocratica di Zoran Zaev (SDSM) terminerà il boicottaggio del Parlamento e dal 20 ottobre entrerà anche a far parte del governo, ottenendo i dicasteri degli Interni e del Lavoro (ciascuno con un viceministro del VMRO). I socialdemocratici avranno altresì la possibilità di nominare i viceministri delle Finanze, delle Telecomunicazioni e dell’Agricoltura.

Quindi, entro il 15 gennaio 2016 Gruevski rassegnerà le proprie dimissioni e affiderà la transizione ad un governo tecnico guidato da una personalità del VMRO, rendendosi peraltro eleggibile per le successive elezioni previste per il 24 aprile. Il controllo sui cinque ministeri chiave resterà condiviso tra maggioranza e opposizione anche durante il governo di transizione. La regola che il governo in carica si dimetta entro 100 giorni dalle nuove elezioni, per lasciarle amministrare ad un esecutivo tecnico, sarà inserita tra le convenzioni costituzionali e varrà anche per il futuro.

Zaev si è detto soddisfatto delle condizioni, dal momento che in questo modo al VMRO sarebbe impossibile ripetere i brogli denunciati dagli stessi social-democratici alla scorsa tornata elettorale.

Gruevski ha dovuto infine capitolare alle richieste ripetute già da mesi dall’opposizione. Se fino ad ora non erano bastati gli scandali delle intercettazioni, e le svariate proteste che hanno infiammato il Paese (sia degli antigovernativi sia dei supporter del governo Gruevski), il lavoro di analisi della Commissione europea, che ha ravvisato nelle intercettazioni una grave violazione della libertà democratica, ha permesso a Johannes Hahn di sedere al tavolo delle trattative con più potere contrattuale rispetto al premier macedone, la cui figura politica è ampiamente logorata dagli scandali che il piccolo Paese balcanico ha attraversato negli ultimi mesi.

In aggiunta a quanto già concordato il 2 giugno, governo e opposizione si sono anche impegnate a nominare di comune accordo entro il 15 settembre un nuovo Pubblico Ministero Speciale, con piena autonomia di condurre le indagini relative allo scandalo intercettazioni. 

Leggi anche: tutti gli articoli di East Journal sulla crisi politica in Macedonia

MACEDONIA: In cerca di un accordo. Nuove elezioni nel 2016?

Nikola Gruevski, primo ministro macedone, ha accettato il pre-accordo di mediazione promosso dall’Unione Europea per indire elezioni anticipate nella primavera dell’anno prossimo. “I leader politici della Macedonia hanno concordato martedì 2 giugno scorso di tenere nuove elezioni nei primi mesi del 2016 al fine di superare una profonda crisi politica” ha detto il commissario Ue all’Allargamento, Johannes Hahn.

In un secondo tempo, il capo dell’opposizione Zaev ha fatto sapere che abbandonerà il tavolo negoziale e ha accusato di parzialità il commissario Ue all’Allargamento, Johannes Hahn, per aver definito “positivi” i risultati delle elezioni generali dell’anno scorso. Ma il commissario Hahn ha chiarito la sua posizione in linea con il report di valutazione dell’Osce/Odihr segnalando tutte le scorrettezze e che tutte le questione saranno prese in esame  in accordo con l’Osce/Odihr e le raccomandazioni della Commissione di Venezia.

I dettagli dell’accordo mediato dall’Ue rimangono incerti. Se non ci sono altri sviluppi in corso d’opera dovrebbero essere noti la prossima settimana a Bruxelles in un secondo incontro tra le parti. Il commissario Hahn ha dato pochi dettagli ma ha detto che sarebbe “importante preparare il paese” per le elezioni, menzionando in particolare le modifiche apportate al codice elettorale, il rispetto dei diritti delle minoranze e l’indipendenza del potere giudiziario.

Dopo nove anni al potere, il premier Gruevski è sotto pressione da gennaio dopo le pubblicazione delle intercettazioni rilasciate dal leader dell’opposizione Zoran Zaev. L’Unione Europea ha sollevato seri interrogativi circa lo stato della democrazia nell’ex repubblica jugoslava, candidata per l’adesione dal 2005.

L’opposizione afferma che le intercettazioni sono stati raccolti illegalmente dal governo Gruevski. Sono circa 20 mila le persone intercettate tra esponenti politici, giornalisti e giudici, sia nella comunità slava che in quella albanese. Nelle intercettazioni pubblicate c’è di tutto: c’è la polizia e il ministro delle Finanze che parlano di fare pressioni su un giudice affinché lasci cadere delle accuse penali; c’è l’ex capo dei servizi segreti Saso Mijalkov (cugino di Gruevski) che negozia la nomina di un presidente della Corte suprema; c’è il ministro degli Interni che chiede se un giudice è “al 100% dei nostri” prima di promuoverlo.

Il mese di maggio è stato molto movimentato. Le prime proteste su larga scala organizzate dall’opposizione, con l’intermezzo dei fatti tragici non molto chiari di Kumanovo, seguite poi dal ritorno in piazza dell’opposizione e addirittura una contro manifestazione dei partiti di governo pronti a sostenere ad oltranza Gruevski.

L’opposizione socialdemocratica SDSM continua, dall’aprile dell’anno scorso, il boicottaggio del Parlamento. La crisi politica e la mancanza di dialogo tra il governo e l’opposizione sono sottolineate in ogni progress report della Commissione europea. L’UE ha costantemente chiesto il ritorno dell’opposizione in Parlamento, ma ha anche chiesto che la maggioranza sia aperta a prendere in considerazione le richieste dell’opposizione.

Nelle ultime elezioni del 2014 anche la missione di osservatori dell’Osce/Odihr aveva espresso gravi preoccupazione per l’andamento del pre-voto e la campagna elettorale. Anche se le operazioni di voto si sono svolte senza problemi, la mancata separazione tra attività di partito e attività dello stato ha fatto mancare la parità di condizioni per una competizione elettorale free and fair. Inoltre i problemi con gli elenchi degli elettori, la copertura mediatica di parte, gli elettori con più carte d’identità, i minori ammessi al voto, i casi di voto di scambio, sono macchie nere sul processo elettorale rilevate nel rapporto l’Osce/ Odihr. Tutte queste problematiche si dovranno risolvere prima della prossima tornata elettorale e saranno oggetto del prossimo incontro tra maggioranza e opposizione, previsto per il 10 giugno a Bruxelles.

MACEDONIA: In sessantamila in piazza per Gruevski. Un paese spaccato in due?

Da SKOPJE – Si è tenuto nella serata di ieri, 19 maggio, il raduno nazionale a supporto del governo di Nikola Gruevski e del suo partito, il VMRO – DPMNE, come risposta alla manifestazione di domenica organizzata dalla rete civica “Protestiram” e appoggiata dal principale partito dell’opposizione, il SDSM (Partito Socialdemocratico) di Zoran Zaev.
Secondo le stime, sarebbero state oltre 60mila le persone accorse presso il palco, allestito di fronte l’imponente arco di trionfo “Porta Makedonija”, per dimostrare il proprio supporto al premier macedone, il cui nome -“Nikola” – è stato scandito più volte dalla folla. Il livello di partecipazione è stato dunque alto, segno dell’ottima capacità del governo di saper mobilitare i propri sostenitori, provenienti da diverse città della Macedonia, nonostante l’ondata di proteste che da inizio mese ne chiede le dimissioni in virtù degli scandali di intercettazioni, corruzione, controllo di media, crisi economica e nazionalismo crescente.

Il raduno dei sostenitori, così come quello di domenica dell’opposizione, si è svolto in modo pacifico e non violento, come riflesso anche delle parole del discorso di Gruevski e degli altri membri che sono saliti sul palco a parlare. Il premier, infatti, ha fatto diversi appelli a tutti i gruppi nazionali – macedoni, albanesi, turchi, serbi, bosgnacchi, rom – per preservare l’unità nazionale e la compattezza attorno al partito di governo, le cui bandiere erano, insieme a quella macedone, serba e russa, in maggioranza. Il discorso di Nikola Gruevski è stato caratterizzato dall’uso di appellativi quali “fratelli e sorelle” per rivolgersi alla folla, secondo i suoi consueti canoni paternalistici e da ripetuti attacchi all’opposizione, in primis Zoran Zaev, il quale “non solo non diventerà primo ministro, ma nemmeno sindaco di Strumica [una piccola città macedone]”.

L’obiettivo era dunque quello di dimostrare quanto fosse saldo il governo – al netto dei fatti di Kumanovo e delle successive dimissioni di tre persone chiave dell’entourage del premier – e di come il VMRO – DPMNE stia consolidando il proprio ruolo di “partito-stato” per tutta la Macedonia.

L’attenzione del governo è stata focalizzata sulla lotta al terrorismo e contro coloro che vorrebbero distruggere la Macedonia dall’esterno, attraverso infiltrazioni di cellule terroristiche o manipolazioni da parte dell’opposizione. I fatti di Kumanovo sono stati dunque al centro del discorso di Gruevski, che ha anche elencato i nomi degli 8 poliziotti ammazzati nell’operazione anti-terroristica dello scorso 9 maggio suscitando applausi di commozione da parte della folla.
L’impressione è quindi che il governo abbia rafforzato il proprio sostegno in seguito all’operazione anti-terrorismo di Kumanovo.
Inoltre, in molti sembrano temere il ripetersi di uno “scenario Ucraina” per il piccolo paese balcanico, paventando il pericolo di ingerenze da parte di forze straniere per destabilizzare il governo.
Il paragone tra le proteste macedoni e quelle di Kiev dello scorso anno sembra infatti riproporre molte analogie – quali l’insoddisfazione di parte della società civile verso gli scandali che coinvolgono il governo e la crescente crisi economica – ma per il momento mancano quegli elementi che metterebbero a rischio interessi nazionali, soprattutto considerando che c’è bisogno di fare chiarezza nella relazione tra le proteste antigovernative e i fatti di Kumanovo.

Da ieri sera, i sostenitori filo-governativi hanno annunciato di volersi accampare con tende e ripari di fortuna nei pressi del palazzo del governo, seguendo dunque l’esempio dell’opposizione, che continuerà il proprio sit-in ogni giorno alle 18.
Dopo il raduno di ieri sera è chiaro che la società macedone sembra spaccata in due, secondo linee non etniche ma politiche.
Se da un lato infatti Gruevski sembra continuare a godere della maggioranza che da nove anni lo tiene al governo, dall’altro lato l’opposizione sembra divisa tra l’azione civica di Protestiram e il ruolo di Zaev, quale capo dell’opposizione intenzionato a cavalcare l’onda delle proteste, ovvero a voler strumentalizzare l’insoddisfazione politica e sociale a beneficio del proprio partito.
Se le due anime principali dell’opposizione, Protestiram e SDSM, non troveranno un terreno comune, le problematiche politiche e sociali del paese rimarranno irrisolte e il potere di Nikola Gruevski del tutto intatto.

MACEDONIA: Grande manifestazione contro il governo. Oggi tocca a Gruevski

Come sempre in questi casi, non ci sono cifre esatte (almeno 20.000 per la AFP, 60.000 per Balkan Insight, 100.000 per gli organizzatori). Ma è indubbio che la manifestazione di Skopje ha visto un’ampia partecipazione popolare ed è un buon successo per l’opposizione anti-governativa, al primo banco di prova nazionale, dopo le proteste scoppiate nella capitale contro l’esecutivo di Nikola Gruevski. Il premier è accusato di una lunga lista di abusi giudiziari, di polizia e di casi di corruzione, rivelati dalle cosiddette “bombe”, le intercettazioni diffuse dall’opposizione che inchiodano diversi ministri e stretti collaboratori del premier. Soprattutto, la manifestazione giunge ad appena una settimana dai fatti di Kumànovo che, secondo alcuni, avrebbe potuto diffondere un clima di paura e riflusso nel fronte anti-Gruevski, nonché sfiducia nelle relazioni interetniche.

Il corteo, invece, si è svolto in un clima del tutto pacifico e disteso, a tratti addirittura festivo, in cui gli interventi di politici ed attivisti dal palco si sono alternati a gruppi di musica rock e folk. Uno dei messaggi più forte è a presenza in massa di bandiere macedoni mischiate a quelle delle minoranze nazionali (albanese, turca, rom, serba; moltissime le foto con i simboli congiunti che hanno avuto grande seguito nei social network) dimostrano ancora una volta il carattere civico e plurale del movimento. Come riferisce Al Jaazera Balkans, tra i vari interventi sul palco c’è stato quello di uno studente macedone e di una albanese, ciascuno nella propria lingua. “Credo che abbiamo scritto la storia, e non solo della Macedonia, ma dei Balcani multietnici. Oggi tutti erano qui con noi. E chiediamo con più forza le dimissioni di Gruevski, dei vertici della Procura nazionale e della radio-televisione”, ha dichiarato ad AJB Zoran Zaev, leader del partito socialdemocratico macedone (SDSM). “Chiediamo le dimissioni perché stanno rubando, manipolando e terrorizzando la gente. Ci aspettiamo un futuro migliore per noi e i nostri figli”, dice Svetlana, una manifestante intervistata da Meta.mk. Svetlana viene proprio da Kumanovo, il luogo in cui, sostiene, “hanno creato una guerra per soddisfare le loro menti malate”.

Che il discorso di Zaev e dei socialdemocratici (oggi accompagnati in piazza da alcuni rappresentanti del Partito Socialista Europeo) si stia radicalizzando, lo dimostra che lo stesso SDSM ha fatto appello a continuare la mobilitazione non-stop davanti al palazzo del governo finché il governo non si dimetterà; in serata qualche centinaio di manifestanti è ancora sul posto e rimarrà a presidiare la piazza nelle tende, riferisce Meta.mk, secondo cui lo stesso Zaev si è impegnato a passare la notte con loro. D’altra parte, resta da capire se e per quanto l’opposizione manterrà una strategia comune. Potrebbero crescere i malumori per la sovraesposizione di Zaev, accusato da alcuni di usare il palco della protesta come un comizio auto-personale e che prima o poi sarà chiamato a scegliere tra negoziazione con il governo o mobilitazione contro di esso. Si attende, inoltre, la risposta di Gruevski e del suo partito VMRO, che ha convocato per il pomeriggio di lunedì una contro-manifestazione di supporto al governo, invocando la stabilità del paese e la propria legittimità di azione come forza di maggioranza.

Oltre agli effetti sul paese, la mobilitazione in Macedonia invita a una riflessione sui possibili scenari nell’area balcanica. Si tratta infatti di una delle proteste di piazza più numerose non solo nella storia del paese, ma dell’intera regione ex-jugoslava negli ultimi 20 anni. Continuano a diffondersi le indimostrate e indimostrabili voci che dipingono Skopje come teatro di una presunta “rivoluzione colorata” o, peggio, come la miccia che riaccenderebbe il virus della guerra etnonazionalista nei Balcani. Sarebbe legittimo chiedersi, invece, se le proteste di questi giorni non possano lanciare un segnale di risveglio sociale alle popolazioni della regione, intorpidite da più di venti anni di propagande scioviniste, transizioni incompiute e precarietà economica. L’analista Jasmin Mujanović commenta su twitter: “A Skopje non vogliono solo che Gruevski si dimetta, lo vogliono in carcere. E se ci riuscissero, cambieranno la politica dei Balcani in toto”. Prosegue Mujanović: “Tutti gli oligarchi balcanici hanno gli occhi puntati sulla Macedonia in questi giorni. E se Gruevski cade, nessun governo nella regione sarà al sicuro. Sarà un cambiamento di paradigma”.

MACEDONIA: Ha inizio la rivolta contro il governo Gruevski?

Almeno una ventina di persone sono rimaste ferite martedì a Skopje, capitale della Macedonia, durante le proteste contro il governo di Nikola Gruevski che sono finite in scontri. Per la prima volta nella storia della giovane repubblica ex jugoslava i cittadini di tutte le comunità (slavo-macedoni, albanesi, turchi, ecc.) si sono uniti per protestare davanti alla sede del governo, simbolo di un potere fuori controllo democratico.

I manifestanti hanno chiesto le dimissioni del governo Gruevski dopo che il leader dell’opposizione Zoran Zaev ha accusato l’esecutivo guidato dal premier di aver coperto l’omicidio del ventiduenne Martin Neshkovski, picchiato dalla polizia e ucciso dall’agente Igor Spasov (condannato a 14 anni) durante le celebrazioni post-elettorali. Gridando “Assassini! Assassini! La giustizia verrà anche per voi” e chiedendo le dimissioni del governo, i dimostranti hanno lanciato uova, mele e ortaggi vari verso i muri del palazzo del governo. Il giorno successivo, il premier Gruevski in una dichiarazione all’emittente Kanal 5 ha definito la protesta come “scenari dell’opposizione” e ha definito i manifestanti “persone con dossier criminali” che hanno “ferito 38 poliziotti”.

Attesa per il 19 maggio una nuova grande manifestazione dell’opposizione

La tensione nel paese è alta da gennaio, quando il ministero dell’interno ha accusato il leader del partito socialdemocratico d’opposizione, Zoran Zaev, e quattro altre persone di spionaggio e di violenza contro pubblici ufficiali. Zaev ha respinto le accuse e ha invece puntato il dito contro il governo, sostenendo che intercetterebbe 20mila persone, tra i quali politici, giornalisti e leader religiosi. Nelle intercettazioni pubblicate c’è di tutto: c’è la polizia e il ministro delle finanze che parlano di incaricare un Procuratore generale di lasciar cadere delle accuse penali, c’è il capo dei servizi segreti Saso Mijalkov che negozia la nomina di un presidente della Corte suprema, c’è il ministro degli interni che chiede se un giudice è “al 100% dei nostri” prima di promuoverlo. Nelle ultime intercettazioni rese pubbliche dall’opposizione si evidenzia che oltre 100 giornalisti sono stati intercettati per ordine degli uomini del governo Gruevski.

L’opposizione socialdemocratica LSDM continua il boicottaggio del Parlamento dall’aprile dell’anno scorso dopo le elezioni vinte dai conversatori di Gruevski e contestate dalle opposizioni. La crisi politica e la mancanza di dialogo tra il governo e l’opposizione sono state anche sottolineate nel progress report della Commissione europea. L’UE ha costantemente chiesto il ritorno dell’opposizione in Parlamento, ma ha anche chiesto che la maggioranza sia aperta a prendere in considerazione le richieste dell’opposizione.

L’opposizione ha presentato cinque richieste ma quella principale ha a che fare con la formazione di un governo tecnico per organizzare elezioni anticipate libere e democratiche, che secondo il LSDM, sarebbe l’unico modo per far uscire il paese dalla crisi politica. Il primo ministro Nicola Gruevski ha detto che è pronto a parlare di tutto con l’opposizione tranne che di un governo di transizione perché le elezioni parlamentari vinte dal suo partito VMRO sono state legittime.

L’Unione europea ha espresso “grave preoccupazione” per gli sviluppi politici in Macedonia. Nei primi di marzo il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha annullato un incontro con il premier macedone Nikola Gruevski, sospettato anche di aver intercettato ambasciatori UE in violazione della convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche.

La Macedonia è candidata all’adesione all’UE dal 2005 ma, nonostante i continui pareri positivi di Commissione e Parlamento, il Consiglio Ue si è sempre rifiutato di aprire i negoziati per via del veto greco relativo alla questione del nome e per via della situazione fragile della democrazia interna.

MACEDONIA: Il governo intercetta i giornalisti e controlla la magistratura

Un chiaro segnale da Bruxelles per la Macedonia. Il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha annullato un incontro previsto per giovedì scorso con il premier macedone Nikola Gruevski. “A causa della situazione in evoluzione sul terreno, vi era un accordo che non è opportuno tenere questo incontro in questo momento”, ha detto il portavoce del presidente Juncker. Il quotidiano macedone “Vest” parla addirittura di un possibile blocco dei visti da parte del State Department americano per alcuni politici in vista degli ultimi scandali che hanno messo a dura prova il rispetto dei diritti umani nel paese.

La situazione in Macedonia rimane tesa, dopo che il leader dell’opposizione Zoran Zaev ha pubblicato alcuni nastri audio dove si dimostrerebbe il totale controllo del governo sulla magistratura e sui media. Il leader dell’opposizione Zaev ha divulgato quella che lui ha definito “notizie bomba”, in cui ci sono le prove che il governo in carica sta spiando illegalmente migliaia di cittadini macedoni commettendo, come ha dichiarato, “un crimine senza precedenti”.

Nelle intercettazioni pubblicate audio c’è di tutto: C’è la polizia e il ministro delle Finanze che parlano di incaricare un Procuratore generale di lasciar cadere delle accuse penali, c’è il capo dei servizi segreti, Saso Mijalkov ( parente del premier) che negozia la nomina di un presidente della Corte suprema, c’è il ministro degli Interni che chiede se un giudice è “100% dei nostri” prima di promuoverlo. Nelle ultime intercettazioni rese pubbliche dall’opposizione si evidenzia che oltre 100 giornalisti sono stati intercettati per ordine degli uomini del governo Gruevski. L’associazione dei giornalisti in Macedonia ha denunciato queste violazione dei loro diritti per proteggere le fonti e hanno chiesto le dimissioni del governo e del capo dei servizi segreti. Il rappresentante OSCE per la libertà dei media, Dunja Mijatović ha esortato una rapida indagine sul intercettazioni dei giornalisti macedoni.”Intercettazioni e la sorveglianza dei giornalisti è inaccettabile. Questo indebolisce ulteriormente l’ambiente libertà dei media già in via di estinzione nel Paese “, ha detto Mijatović.

Il tre volte premier del paese Nikola Gruevski nega sempre e comunque. Ma la risposta al capo dell’opposizione Zoran Zaev, a cui le autorità hanno già ritirato il passaporto e l’arresto dell’ex capo dei servizi segreti Zoran Verusevski e sua moglie, non si è fatta attendere. Al contrario, le accuse pubbliche dell’opposizione con ore audio pubblicate non hanno trovato una risposta dalle autorità giudiziarie. La procura generale di Skopje rimane silenziosa.

Nel frattempo, L’Unione europea ha espresso “grave preoccupazione” per gli sviluppi politici in Macedonia. Il commissario Ue all’Allargamento, Johannes Hahn ha invitato i politici del Paese in una recente visita a Skopje a “impegnarsi in un dialogo costruttivo”, e ha chiesto un’inchiesta sulle accuse intercettazioni.

La Macedonia è candidata all’adesione all’UE dal 2005 ma, il Consiglio Ue si è sempre rifiutato di aprire i negoziati per via del veto greco. Adesso hanno una ragione in più.

MACEDONIA: La politica dei colpi bassi. Spionaggio, arresti e minacce

La crisi politica in Macedonia ha assunto proporzioni preoccupanti. Non c’è solo il boicottaggio del Parlamento da parte dell’opposizione di centrosinistra del LSDM e i recenti incidenti tra deputatati albanesi del BDI e del PDSH. Il tre volte premier del paese Nikola Gruevski per ripararsi da alcune gravi accuse mosse dall’opposizione del LSDM capeggiata da Zoran Zaev, ha giocato in anticipo facendo accusare lo stesso Zaev di alto tradimento, spionaggio e tentato colpo di stato.

Prima di questa decisione del premier Gruevski, la crisi politica stava esplodendo perché Zaev aveva annunciato che sarebbe stata divulgata quella che lui ha definito “una notizia bomba”, la quale avrebbe obbligato Gruevski e tutto il suo staff a dimettersi. Basandosi su prove ricevute a suo dire dai servizi segreti e che dovrebbero essere rese pubbliche nei prossimi giorni, il leader dell’opposizione Zaev ha infatti affermato che il governo in carica sta spiando illegalmente migliaia di cittadini macedoni commettendo, come ha dichiarato, “un crimine senza precedenti”.

La risposta del premier nazionalista Gruevski non si è fatta attendere molto. L’attacco contro il capo dell’opposizione Zoran Zaev, a cui le autorità hanno già ritirato il passaporto e l’arresto dell’ex capo dei servizi segreti Zoran Verusevski e sua moglie sono stati condotti dal premier Gruevski sfruttando tutti i principali media nazionali, per la maggior parte allineati alla volontà governativa, con l’aiuto indiscusso del capo dei servizi segreti Saso Mijalkov, parente del premier.

grandi media del paese, a quanto pare collusi col governo Gruevski e che non vogliono pubblicare le intercettazioni, sono stati largamente criticati dall’ultimo rapporto OSCE sulle elezioni per non aver rispettato la par condicio e aver concesso spazio sproporzionato ai partiti di governo.

Nel frattempo, l’Unione europea per mezzo della sua portavoce ha espresso profonda preoccupazione sulla vicenda: “si parla di accuse molto pesanti, ribadiamo la necessità di un‘indagine indipendente e trasparente”. La Macedonia è candidata all’adesione all’UE dal 2005 ma, nonostante i continui pareri positivi di Commissione e Parlamento, il Consiglio Ue si è sempre rifiutato di aprire i negoziati per via del veto greco.

Nelle ultime elezioni del 27 aprile del 2014 in Macedonia il partito nazionalista al potere VMRO-DPMNE del premier Nikola Gruevski ha vinto nettamente le legislative anticipate e le presidenziali. Ma l’opposizione socialdemocratica LSDM non ha riconosciuto i risultati elettorali, denunciando gravi irregolarità, pressioni e brogli. L’opposizione non molla sulla sua richiesta per la formazione di un governo tecnico, che organizzi nuove elezioni politiche, una richiesta che la maggioranza si rifiuta di discutere. Anzi.

MACEDONIA: L'opposizione sull'Aventino rischia la decadenza

Delle elezioni legislative suppletive in Macedonia saranno inevitabili, se la maggioranza parlamentare deciderà di dichiarare decaduti i mandati parlamentari dell’opposizione che ormai da sette mesi boicotta il parlamento per via di presunti brogli alle elezioni parlamentari del mese di aprile.

Le procedure per annullare i mandati dei deputati che si rifiutano di giurare sono incluse nei regolamenti parlamentari e faranno seguito alla verifica della decisione di continuare il boicottaggio da parte del partito socialdemocratico LSDM guidato da Zoran Zaev. Ma tutto ciònon solo non risolverebbe la crisi politica, ma potrebbe acuirla ancora di più.

La crisi politica in Macedonia è profonda e può essere solo aggravata. Quello che sta accadendo non fa ben sperare che le due parti raggiungeranno una soluzione per superare la situazione. Maggioranza e opposizione ora cercheranno anche attraverso attività di sensibilizzazione di convincere l’opinione pubblica della bontà delle loro posizioni.

La crisi politica e la mancanza di dialogo tra il governo e l’opposizione sono state anche sottolineate nel progress report della Commissione europea. Bruxelles ha costantemente chiesto il ritorno dell’opposizione in Parlamento, ma ha anche chiesto che la maggioranza sia aperta a prendere in considerazione le richieste dell’opposizione.

L’opposizione ha presentato cinque richieste ma quella principale ha a che fare con la formazione di un governo tecnico per organizzare elezioni anticipate libere e democratiche, che secondo il LSDM, sarebbe l’unico modo per far uscire il paese dalla crisi politica. Il primo ministro Nicola Gruevski ha detto che è pronto a parlare di tutto con l’opposizione tranne che di un governo di transizione perché le elezioni parlamentari vinte dal suo partito VMRO sono state legittime.

Tuttavia l’economia del Paese – due milioni di abitanti – continua a crescere: nel 2014 il Fondo Monetario Internazionale stima un incremento del PIL del 3,4% e del 3,6% nel 2015, anche se la disoccupazione resta al 28%. La Macedonia, che è uscita bene dalla crisi finanziaria, ha bisogno di riforme e dell’ingresso nel club europeo.

La Macedonia è candidata all’adesione all’UE dal 2005 ma, nonostante i continui pareri positivi di Commissione e Parlamento, il Consiglio Ue si è sempre rifiutato di aprire i negoziati per via del veto greco relativo alla questione del nome.

MACEDONIA: L'opposizione continua il boicottaggio del Parlamento. Verso elezioni anticipate?

Da TIRANA – La crisi parlamentare in Macedonia può concludersi con le elezioni per riempire i posti vacanti in seno all’Assemblea, se i deputati dell’opposizione del LSDM non tornano ai loro posti entro l‘8 ottobre.

Il presidente del Parlamento Trajko Veljanovski ha deciso di indire una nuova sessione per verificare le dimissioni dei deputati dell’opposizione dopo la pubblicazione del progress report della Commissione UE sulla Macedonia. Dopo aver verificato le dimissioni dei deputati del LSDM, il mandato sarà offerto ai primi candidati non eletti, secondo le liste con cui l’opposizione correva alle elezioni parlamentari 27 aprile.

Se anche costoro si rifiuteranno di riempire i posti vuoti in Assemblea, l’unica opzione sarebbe organizzare nuove elezioni in pochi mesi. Sebbene questa opzione sta diventando sempre più realistica, gli analisti in Macedonia sostengono che una soluzione per superare la crisi politica debba essere ricercata attraverso il dialogo e non con il voto.

Nelle ultime elezioni del 27 aprile in Macedonia hanno vinto gli stessi ed hanno perso sempre gli stessi. Il partito nazionalista al potere VMRO-DPMNE del premier Nikola Gruevski, 43 anni, ha vinto nettamente le legislative anticipate e le presidenziali. Ma l’opposizione socialdemocraticaLSDM non ha riconosciuto queste elezioni denunciando gravi irregolarità, pressioni e frodi elettorali da parte del partito al potere Vmro-Dpmne.

Secondo gli osservatori dell’Osce la mancata separazione tra attività di partito e attività dello stato ha fatto mancare la parità di condizioni per una competizione elettorale free and fair. Inoltre i problemi con gli elenchi degli elettori, la copertura mediatica non imparziale, il voto familiare, i trasporti organizzati per gli elettori, gli elettori con più carte d’identità, i minori ammessi al voto, le tangenti per gli elettori sono state le macchie nere sul processo elettorale.

Tuttavia, i rappresentanti delle due parti non mostrano alcun segno di dialogo. L’opposizione del LDSM non molla la sua richiesta per la formazione di un governo tecnico, che organizzerà nuove elezioni parlamentari, una richiesta che il partito macedone di governo VMRO-DPMNE del premier Gruevski si rifiuta di discutere.Dopo le ultime elezioni parlamentar i leader macedoni delle due parti si sono incontrati solo una volta nel tentativo di superare l’impasse, ma anche questo incontro è stato infruttuoso.

Attualmente, le leggi nel parlamento macedone si adottano senza discussione né opposizione, perché dopo l’incidente fra alcuni parlamentari albanesi questa istituzione è stata boicottata dall’opposizione dei parlamentari albanesi del PDSH di Menduh Thaçi.

La Macedonia è candidata all’adesione all’UE dal 2005 ma, nonostante i continui pareri positivi di Commissione e Parlamento, il Consiglio Ue si è sempre rifiutato di aprire i negoziati per via del veto greco.

MACEDONIA: Continua la crisi politica tra i partiti albanesi

Con il boicottaggio del Parlamento da parte dell’opposizione di centrosinistra del LSDM e il recente incidente tra i deputati albanesi, la crisi politica in Macedonia ha assunto proporzioni preoccupanti. Il conflitto tra i partiti albanesi BDI e PDSH non è dovuto alla contesa sui programmi o sui diritti degli albanesi, ma per interessi personali e di parte, in quanto finora non hanno fatto nulla in termini di soluzione dei problemi. Le recenti proteste nelle città di Tetovo, Gostivar, Ohrid, Struga e nella capitale Skopje hanno portato l’attenzione sulla discriminazione giudiziaria e lavorativa per motivi etnici e politici nell’ex repubblica jugoslava di Macedonia.

Alcuni giorni dopo l’ incidente in parlamento, il BDI di Ali Ahmeti hanno lanciato una proposta di riconciliazione dei deputati e di risoluzione dei problemi attraverso il dialogo, ma il PDSH di Menduh Thaçi ha risposto dicendo che tali iniziative sono solo destinate a migliorare l’immagine del partito di governo, che l’Assemblea accusa per le provocazioni che hanno portato a scontri tra i parlamentari.

Della crisi politica in Macedonia si è parlato anche al vertice di Berlino organizzato dal cancelliere tedesco Angela Merkel con i paesi dei Balcani occidentali. Nelle conclusioni adottate per quanto riguarda la Macedonia, il governo Gruevski è invitato a prevedere l’inclusione dell’opposizione nel processo politico. L’opposizione guidata da Zoran Zaev, leader dei socialisti LSDM ha boicottato il parlamento non riconoscendo i risultati delle elezioni del 27 aprile, e chiede la formazione di un governo tecnico che porti il Paese a nuove elezioni parlamentari.

Inoltre, la conferenza di Berlino secondo il premier Gruevski ha dato la fiducia necessaria per avanzare nel dialogo con la Grecia sulla questione del nome dello stato. La Germania sta assumendo un ruolo attivo negli sforzi per risolvere la questione del nome, ma la sfavorevole congiuntura economica in Grecia ha completamente distolto l’attenzione da parte dei leader politici greci per superare la questione.

La Macedonia è candidata all’adesione all’UE dal 2005 ma, nonostante i continui pareri positivi di Commissione e Parlamento, il Consiglio Ue si è sempre rifiutato di aprire i negoziati per via del veto greco.

MACEDONIA: Un paese paralizzato tra falsa democrazia ed apatia UE

Il partito nazionalista al potere Vmro-Dpmne del premier Nikola Gruevski, 43 anni, ha vinto nettamente le elezioni legislative anticipate del 27 aprile e si prepara a presentare in parlamento, il 19 giugno,  il nuovo governo macedone. Il nuovo governo sarà in gran parte dominato dai ministri del governo passato, ma vi sono anche alcuni nuovi nomi che guideranno dipartimenti ministeriali. Il partner albanese alleato di Gruevski, l’Unione Democratica per l’Integrazione (il BDI di Ali Ahmeti) guiderà cinque ministeri.

L’opposizione guidata da Zoran Zaev, leader dei socialisti Lsdm, non intende riconoscere i risultati delle elezioni (definite “efficienti ed ordinate” dall’OSCE, ma non “libere e democratiche”, ndr), ed ha boicottato il parlamento. Zaev ha chiesto la formazione di un governo tecnico che porti il Paese a nuove elezioni parlamentari e presidenziali. La comunità internazionale presente nel paese per adesso si è limitata a dire che il boicottaggio non è un buon strumento democratico.

Inoltre, il 19 giugno, nello stesso giorno della votazione del nuovo governo macedone,si prevede che il giudice proceda con il processo per diffamazione avviato dal primo ministro Nikola Gruevski contro il leader della opposizione Zoran Zaev, il quale ha accusato Gruevski di aver ricevuto una tangente durante la vendita della Makedonska Banka. Il LSDM ha diffuso una lunga registrazione telefonica che, secondo i socialdemocratici, sarebbe la prova delle irregolarità commesse da Gruevski. Gruevski chiede oltre 500.000 euro di danni.

L’apatia della comunità internazionale ha sorpreso l’opposizione macedone che si aspettava di provocare una reazione. Alcuni osservatori locali  riferiscono ad Eastjournal che: “gli europei e gli americani si sono resi conto che hanno a che fare con politici viziati ed hanno scelto di lasciarli soli. Questo per testare la loro maturità, e forse, per vedere se sanno gestire la situazione, se sanno come risolvere i problemi. Oppure, lasciarli soli: dall’auto-distruzione fino a perdere la raccomandazione per i negoziati con l’UE. Probabilmente sveglierà dall’arroganza la Vmro”.

La Macedonia è candidata all’adesione all’UE dal 2005 ma, nonostante i continui pareri positivi di Commissione e Parlamento, il Consiglio Ue si è sempre rifiutato  di aprire i negoziati per via del veto greco sulla questione del nome dello stato, sostenuto ultimamente anche da Cipro e Bulgaria.

L’ultimo rapporto di Freedom House classifica la Macedonia nella categoria dei regimi ibridi in transizione, una democrazia mancata. La stessa graduatoria la Macedonia l’ha avuto dieci anni fa. Il paese, secondo il rapporto Freedom House, è classificato nella categoria dei paesi parzialmente liberi per quanto riguarda la lotta contro la corruzione e la magistratura, e ha il peggior rating in relazione alla situazione della libertà dei media.

MACEDONIA: Gruevski riconfermato al governo, ma l'opposizione denuncia brogli

Le elezioni in Macedonia sono finite. Hanno vinto gli stessi ed hanno perso sempre gli stessi. A prima vista, niente di nuovo. Il partito nazionalista al potere VmroDpmne del premier Nikola Gruevski, 43 anni, ha vinto nettamente le legislative anticipate e le presidenziali svoltasi domenica in Macedonia. Secondo i dati ufficiali il partito VmroDpmne giudato dal premier Gruevski ha ottenuto 61 seggi su 123 in parlamento , mentre l’opposizione dei socialisti di Lsdm giudato da Zoran Zaev ha preso 34 seggi. Il primo partito albanese BDI di Ali Ahmeti, alleato di coalizione di Gruevski, ha preso 19 seggi, mentre il  partito di opposizione albanese Pdsh di Menduh Thaci ha 7 deputati.  L’affluenza è stata del 54,33%.

Un quadro simile a livello politico è stato visto nel secondo turno delle elezioni presidenziali che si è svolto in contemporanea. George Ivanov, ricandidato dal  VmroDpmne, si riconferma infatti nel ruolo che ricopre dal 12 maggio del 2009, primeggiando sul candidato dell’Lsdmn Stevo Pendarovski. Nel secondo turno il presidente Ivanov ha raccolto 534.154 voti o lo 55.25%, mentre il suo rivale da Lsdm  ha raccolto 398.008 voti o lo 41,17%.

Tuttavia l’opposizione socialdemocratica di Lsdm ha fatto sapere di non voler riconoscere il risultato elettorale, denunciando gravi irregolarità, pressioni e frodi elettorali da parte del partito al potere VmroDpmne. Il leader dell’Lsdm Zoran Zaev ha detto che l’opposizione non intende riconoscere i risultati ‘preconfezionati’ e antidemocratici del voto odierno, e ha chiesto la formazione di un governo tecnico che porti il Paese a nuove elezioni parlamentari e presidenziali.

La missione di osservatori dell’Osce/Odihr ha espresso gravi preoccupazioni riguardo le elezioni parlamentari e il secondo turno delle elezioni presidenziali. Anche se il giorno delle elezioni si è svolto senza problemi,  la mancata separazione tra attività di partito e attività dello stato ha fatto mancare la parità di condizioni per una competizione elettorale free and fair. Inoltre i problemi con gli elenchi degli elettori,  la copertura mediatica di parte, il voto familiare, i trasporti organizzati per gli elettori, gli elettori con più carte d’identità, i minori ammessi al voto, le tangenti per gli elettori sono macchie nere sul processo elettorale rilevate nel rapporto preliminare l’Osce/ Odihr.

D’altra parte l’Osce ha espresso rammarico per la decisione di Lsdm per non accettare i risultati delle elezioni e l’eventuale boicottaggio del parlamento. Secondo l’Osce, il boicottaggio non è un buon strumento democratico. Secondo l’Osce, i rappresentanti politici  dovrebbero avere ad interesse la stabilità e gli interessi strategici del paese, come ad esempio l’adesione nelle strutture euro-atlantiche.

La Macedonia è candidata all’adesione all’UE dal 2005 ma, nonostante i continui pareri positivi di Commissione e Parlamento, il Consiglio Ue e’ sempre rifiutato  di aprire i negoziati per via del veto greco sulla questione del nome dello stato, sostenuto ultimamente anche da Cipro e Bulgaria.

MACEDONIA: Vota e raddoppia: elezioni anticipate in Macedonia

In Macedonia si terranno elezioni legislative anticipate il prossimo 27 aprile, nel giorno del ballottaggio delle presidenziali, il cui primo turno è in programma il 13 aprile. Lo ha annunciato il premier conservatore Nikola Gruevski. All’origine della decisione sul voto anticipato il mancato accordo fra il partito di governo Vmro-Dpmne e il partito della minoranza albanese (BDI), partner di coalizione, su un candidato comune alle presidenziali.

Il BDI di Ali Ahmeti ha apertamente detto che non sosterrà l’attuale presidente Gjorgje Ivanov poiché le sue idee politiche non sono nel loro interesse. Il Vmro-Dpmne di Gruevski invece ha dato pieno supporto a Ivanov a correre per il secondo mandato presidenziale, ma anche fatto il nome di un secondo candidato presidente. Ma il più grande partito di opposizione, i socialdemocratici SDSM guidati da Zoran Zaev, ha accusato la coalizione di governo di mettere in scena una crisi politica in modo da avere una scusa per indire elezioni anticipate. L’SDSM è certamente l’unico tra i partiti di opposizione contrario alle elezioni anticipate, ma ha proposto come candidato il professore Stevo Pendarovski.

La Commissione elettorale di Stato ha fissato le scadenze per elezioni anticipate che si terranno il 27 aprile. I membri della commissione elettorale hanno raggiunto all’unanimità un accordo per superare i problemi organizzativi legati alla tenuta di due elezioni (parlamentari e presidenziali) in parallelo: campagna elettorale, silenzio pre-elezioni, e liste degli elettori.

Secondo questa decisione, entrambe le campagne elettorali dureranno 20 giorni, come previsto dal codice elettorale. La campagna elettorale per le elezioni parlamentari anticipate avrà inizio il 5 aprile. Le liste di candidati per i deputati devono essere presentate il 29 marzo, la revisione della lista elettorale sarà attuata dal 16 al 30 marzo e il lotto sarà lanciato il 3 aprile.

Nel frattempo i dilemmi riguardanti i problemi connessi con le doppie elezioni, presidenziali e parlamentari, sono molti. Con l’unificazione di questi due cicli elettorali sarà difficile per i cittadini separare i programmi di governo e le priorità dei candidati presidenziali, e le persone saranno più confuse e perplesse circa il futuro nel paese.

La Macedonia è candidata all’adesione all’UE dal 2005 ma, nonostante i continui pareri positivi di Commissione e Parlamento, il Consiglio UE si è sempre rifiutato di aprire i negoziati per via del veto greco sulla questione del nome dello stato, sostenuto anche da Cipro e Bulgaria.

Foto: zhurnal.mk

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