MACEDONIA: La fuga per la libertà dell’ex premier Gruevski, rifugiato in Ungheria

Macedonia, Albania, Montenegro, Serbia e infine Ungheria. No, non è la tabella di marcia di un Balkan Tour di un viaggiatore solitario o la rotta di un migrante siriano diretto verso l’Europa, ma il tragitto percorso dall’ex premier della Macedonia, Nikola Gruevski, nella sua “fuga verso la libertà”. Una fuga che aveva come meta proprio l’Ungheria del primo ministro Viktor Orbán, amico di vecchia data. E difatti, mentre il governo macedone ha immediatamente chiesto l’estradizione dell’ex premier, il ministro della Giustizia ungherese László Trócsányi ha dichiarato che il governo non intende accettare la richiesta. Secondo Budapest, Gruevski è un perseguitato politico, vittima di un complotto orchestrato dal miliardario di origini ungherese George Soros, accusato da Orbán di sostenere l’immigrazione attraverso le sue ONG.

Gli antefatti

Gruevski è senza dubbio il politico che più di ogni altro ha dominato la scena macedone nell’ultimo decennio ricoprendo la carica di primo ministro dal 2006 al 2016 e dando vita ad un sistema clientelare controllato dal suo partito, la VMRO-DPMNE. In dieci anni di governo Gruevski e il suo partito sono riusciti ad estendere il loro dominio su tutti i settori della società, attraverso la gestione diretta del processo di privatizzazione, uno stretto controllo sui media e l’alleanza con i servizi di sicurezza del paese, come dimostrato dalla nomina di Sašo Mijalkov, cugino del premier, a direttore dei servizi segreti nel 2006.

Le opposizioni guidate dall’attuale premier e leader del partito socialdemocratico macedone (SDSM), Zoran Zaev, cercarono di scoperchiare il velo di silenzio dietro questo contorto sistema di comando. Nel febbraio 2015, l’opposizione diffuse una serie di intercettazioni che riguardavano membri del governo, magistrati e uomini delle forze dell’ordine, che mostravano chiaramente il controllo esercitato sulla società macedone.
In seguito a questa denuncia, scoppiarono nel paese imponenti manifestazioni di piazza che portarono alle dimissioni di alcuni membri del governo. Pressato dall’Unione europea, lo stesso Gruevski fu costretto a fare un passo indietro nel gennaio 2016. Il sostanziale pareggio alle elezioni del dicembre 2016 e la formazione del governo da parte di Zaev furono il preludio per la fine politica di Gruevski, avvenuta definitivamente con la sconfitta alle elezioni locali di ottobre.

Il peggio, per Gruevski, doveva ancora arrivare. A maggio di quest’anno, la Corte d’appello di Skopje ha emesso una condanna in primo grado nei suoi confronti per un caso di corruzione legato all’acquisto di una Mercedes, del valore di 580 mila euro, con l’utilizzo di soldi pubblici. Lo scorso 5 ottobre, la Corte ha confermato in appello la condanna a due anni di carcere ed emanato, il 9 novembre, un ordine di arresto per l’ex premier.

La fuga

Per nulla intenzionato a finire in carcere, Gruevski mette così in atto un piano di fuga degno di un film d’azione. In questa storia non manca proprio nulla: intrighi e coperture internazionali, fughe notturne, falle nei servizi di sicurezza macedoni e apparizioni social una volta giunto a destinazione. Secondo la ricostruzione più accreditata, sostenuta dalle notizie ufficiali rilasciate dopo alcuni giorni dalle polizie degli Stati coinvolti, l’ex premier avrebbe attraversato il confine macedone-albanese e poi, a bordo di un‘auto diplomatica ungherese, quello albanese-montenegrino. Di lì avrebbe raggiunto poi la Serbia da dove sarebbe partito, probabilmente con un aereo privato, per l’Ungheria.

Per la riuscita della sua impresa, Gruevski ha potuto far affidamento non solo sul probabile utilizzo di metodi di corruzione spicciola ma anche e soprattutto sull’aperto sostegno del governo ungherese di Orbán, da sempre suo stretto alleato politico. La lunga fuga sarebbe durata ben quattro giorni, dall’8 al 13 novembre, senza che i servizi segreti macedoni fossero in grado di raccogliere notizie certe sulla sua sparizione. Se sia stato aiutato da uomini rimasti a lui fedeli all’interno degli apparati di sicurezza non è possibile affermarlo con certezza ma resta un’ipotesi tutt’altro che impossibile.

Il 13 novembre, giorno in cui sarebbe dovuto entrare in carcere, Gruevski ha fatto la sua apparizione su Facebook dichiarando di aver ricevuto ospitalità in Ungheria, di aver già presentato richiesta di asilo politico e di esser stato costretto a fuggire in seguito alle numerose minacce di morte ricevute nei giorni precedenti. Non sono mancate ovviamente le invettive contro l’attuale governo macedone accusato di usare metodi antidemocratici e di abusare del sistema giudiziario.

Le reazioni

La volontà di raggiungere l’Ungheria è dettata dagli stretti rapporti esistenti tra Gruevski e Orbán, che hanno spesso condiviso una comune politica in materia di immigrazione nonché interessi economici legati agli investimenti ungheresi nel settore dei media macedoni. Il premier ungherese, pur dichiarando di non voler entrare nelle questioni macedoni, ha difatti riconosciuto al collega il merito di aver contrastato l’immigrazione sostenendo che sarebbe stato molto più difficile, se non impossibile, difendere il confine ungherese senza di lui” e che per questo merita un trattamento equo.

Stranamente l’Unione europea, presa forse da altre preoccupazioni in questo momento, ha assunto una posizione piuttosto morbida nei confronti del governo ungherese. Secondo una dichiarazione del portavoce della Commissione europea, Maja Kocijančič, l’intenzione dell’UE è quella di non politicizzare la questione.

Nel frattempo a Skopje è partito, come era prevedibile, un acceso dibattito sulle gravi incapacità mostrate dal governo e dai servizi segreti nell’impedire la fuga di Gruevski. Le opposizioni guidate dal partito di sinistra Levica chiedono le dimissioni del ministro degli Interni, Oliver Spasovski, e l’arresto dell’ex capo dei servizi segreti, Saso Mijalkov. Secondo alcune indiscrezioni di stampa, l’inerzia del governo sarebbe stato addirittura volutamente calcolata per essere utilizzata come moneta di scambio per ottenere il sostegno della VMRO-DPMNE all’accordo con la Grecia sul nome del paese, dopo il fallimento del referendum del mese scorso.

Al di là di ipotesi e trame nascoste, questa questione pone non pochi dubbi sulla credibilità del sistema politico macedone in un momento storico molto delicato. Stretto tra la necessità di raggiungere un accordo con la Grecia per poter avviare le trattative per l’adesione all’UE e la forte polarizzazione interna alla società riguardo questo tema, il governo si trova adesso a fare i conti con una questione che potrebbe avere gravi ripercussioni sulla sua stessa tenuta.

Foto: Balkan Insight

Chi è Marco Siragusa

Nato a Palermo nel 1989, sta concludendo un dottorato all'Università di Napoli "L'Orientale" con un progetto sulla transizione serba dalla fine della Jugoslavia socialista al processo di adesione all'UE. Collabora con EastJournal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani e scrive settimanalmente per Nena-News.

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