MACEDONIA DEL NORD: Zaev sopravvive alla crisi ma prepara l’addio

È passato oltre un mese dalla débacle dell’Unione Socialdemocratica (SDSM) nelle elezioni locali macedoni e dall’annuncio delle dimissioni da primo ministro e da leader di SDSM di Zoran Zaev. In questo lasso di tempo, Zaev è finora rimasto saldo al potere ed è persino riuscito a scongiurare una mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni, che tutti davano per scontata. Il destino di Zaev sembra essere ormai scritto, eppure agli occhi sia domestici che internazionali il partito di governo da lui finora guidato rimane un attore difficilmente sostituibile per tener fede agli impegni internazionali e guidare la repubblica balcanica nel processo di integrazione euro-atlantica.

Una crisi sventata

All’indomani del voto del 31 ottobre, che ha visto il principale partito di opposizione, la nazionalista VMRO, vincere in oltre metà delle municipalità del paese, il primo ministro ha annunciato le proprie dimissioni dai vertici del governo e della SDSM, dichiarando di voler dare un segnale di responsabilità e un esempio di democrazia. Allo stesso tempo Zaev ha scongiurato elezioni anticipate e, anzi, auspicato la continuità dell’attuale maggioranza parlamentare che sostiene il governo – che include, al fianco della SDSM, l’Unione Democratica per l’Integrazione (DUI) e il movimento BESA, entrambi rappresentanti della minoranza albanese. Nei giorni seguenti si sono rincorse dichiarazioni da parte sia dei partiti di opposizione, che chiedevano l’immediato passo indietro di Zaev, sia dei partner junior di governo, pronti a giurare fedeltà a Zaev, che formalmente non aveva ancora rassegnato le dimissioni. Non si è fatta attendere, pochi giorni dopo, la defezione dei quattro deputati del movimento albanese BESA, eletti in coalizione con la SDSM: nel parlamento di Skopje si è così formata, almeno informalmente, una nuova maggioranza (61 deputati su 120) a trazione nazionalista e affiancata, tra gli altri, dalla formazione di sinistra Levica.

A fronte dell’attendismo di Zaev, nella plenaria del 10 novembre si sarebbe dovuta votare una mozione di sfiducia presentata dalla VMRO, che avrebbe definitivamente mandato a casa il governo e aperto ufficialmente la crisi politica. Tutto ciò, sorprendentemente, non è avvenuto. Con un incredibile colpo di scena, l’opposizione non è infatti riuscita a raggiungere il quorum di 61 parlamentari perché il voto avesse luogo. Oltre all’assenza dei deputati dei partiti di governo, è stata chiave la “sparizione” temporanea del membro di BESA Kastriot Rexhepi, secondo Levica “rapito” dal governo, secondo lo stesso movimento BESA “tenuto sotto ricatto”. Tali accuse sono poi state smentite dallo stesso Rexhepi in un video messaggio su Facebook, in cui ha giustificato la decisione di non prendere parte al voto citando contatti avuti con rappresentanti di UE e Stati Uniti a favore della stabilità di governo. Quale sia stata la vera ragione, convinzione politica, convenienza personale o pressioni vere e proprie, lo stallo è stato sufficiente a tenere in vita artificialmente il governo di minoranza.

Sabato 4 dicembre è stato infine ufficializzato l’ingresso nel governo del partito albanese Alternativa che prenderebbe il posto di BESA (il cui futuro politico è ancora non chiaro): un adeguato rimpasto (3 ministeri per Alternativa a spese della SDSM) garantirebbe il consolidamento dell’esecutivo in carica, con l’ampliamento della maggioranza parlamentare da 62 a 64 deputati. L’ingresso di Alternativa nella maggioranza di Zaev in realtà non è del tutto inaspettato: oltre alle voci di un’intesa imminente con la SDSM, era chiaro che Alternativa avrebbe difficilmente accettato di dare vita a una nuova maggioranza con Levica, che si oppone al riconoscimento dei diritti della minoranza albanese previsti dagli accordi di Ohrid del 2001. In attesa che l’accordo si concretizzi, Zaev rimane alla guida della Macedonia del Nord: le dimissioni da primo ministro sono per ora rinviate a data da destinarsi. Sviluppi sono attesi dopo il 12 dicembre, data in cui la SDSM sceglierà il suo nuovo leader, potenziale successore di Zaev anche nel ruolo di premier.

Il paracadute europeo potrebbe non bastare

Un consolidamento numerico della maggioranza non si traduce automaticamente in una maggiore stabilità dell’esecutivo. Come evidenziato in un’analisi di Balkan Insight, quello che tiene insieme i partner di governo è di fatto l’agenda europea. Questo equivale a dire che Zaev, o un governo a tradizione socialdemocratica, sono di fatto insostituibili. Tuttavia, le incertezze dell’esecutivo su molti temi e l’animosità tra partiti, inclusi quelli albanesi, ostacolerebbe la definizione e l’attuazione di un’agenda di governo che vada al di là delle ambizioni di adesione all’UE – basti pensare alla crisi energetica che sta montando nel paese, nonché la difficile ripresa economica post-pandemia e le riforme della giustizia e della pubblica amministrazione attese da lungo tempo, su cui i risultati di Zaev sono stati ben al di sotto delle aspettative e degli annunci elettorali.

In sintesi, sembrerebbe quasi che Zaev sia sopravvissuto alla crisi politica perché non c’è una reale alternativa europeista ai socialdemocratici – a maggior ragione in una fase in cui la probabile nomina di un nuovo governo centrista in Bulgaria potrebbe segnare una svolta nella disputa bilaterale con la Macedonia del Nord sull’identità nazionale. All’indomani di un’eventuale caduta del veto di Sofia alle aspirazioni europee di Skopje, la SDSM sarebbe l’unico attore credibile, per orientamento politico e storia pregressa, a condurre i negoziati con l’UE. Il fattore tempo potrebbe essere tuttavia decisivo. Come ha infatti insinuato il segretario generale del partito di opposizione Alleanza per gli albanesi, Arben Taravari, se entro il 15 dicembre non verrà annunciata la data di inizio dei negoziati di adesione all’UE, nel governo scoppierà il malcontento. E, al di là delle posizioni di parte, a ogni mese che passa il ticchettio dell’orologio si fa sempre più forte.

Foto: Wikimedia Commons

Chi è Giulio Gipsy Crespi

Diplomato in relazioni internazionali al Collegio d'Europa di Bruges, esperto in affari europei, commercio internazionale e politiche migratorie. Per East Journal si occupa di Grecia e Balcani occidentali.

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