Sul nome della Macedonia siamo alla resa dei conti

Sono giornate decisive per il futuro dell’accordo tra Grecia e Macedonia raggiunto lo scorso 17 giugno. Sia dalle parti di Skopje che di quelle di Atene, la tensione politica è particolarmente alta e i rischi che la soluzione alla diatriba del nome si allontani nuovamente sono concreti. In Grecia, lo scontro tra i partner di governo in merito all’accordo con Skopje ha portato mercoledì 17 ottobre alle dimissioni del ministro degli Esteri, segno che la questione sta facendo vacillare pericolosamente l’esecutivo di Alexis Tsipras. In Macedonia, invece, dopo il mancato raggiungimento del quorum nel referendum del 30 settembre scorso, che ha di fatto bloccato l’adozione dell’intesa, il premier macedone Zoran Zaev ha un’ultima carta da giocare: far approvare l’accordo in parlamento.

Le tensioni in Grecia

L’ultima novità in ordine di tempo sono le dimissioni del ministro degli Esteri ellenico Nikos Kotzias, annunciate il 17 ottobre. Le dimissioni sono dovute alla frattura sempre più palese tra i due partner di governo, SYRIZA, partito del premier Tsipras, favorevole all’accordo con la Macedonia, e i Greci Indipendenti (ANEL), che hanno espresso la loro contrarietà. Proprio uno scontro verbale con il leader di ANEL, il ministro della Difesa Panos Kammenos, avrebbe portato alle dimissioni di Kotzias, tra i protagonisti delle trattative condotte con Skopje nei mesi che hanno preceduto l’accordo di giugno. Tsipras ha annunciato che manterrà nelle sue mani la carica di ministro degli Esteri, una decisione volta ad assicurare il successo dell’accordo con la Macedonia, aggiungendo che non tollererà alcuna ambiguità su questo tema. E’ evidente che, quando l’accordo dovrà passare per il voto del parlamento ellenico, i rischi per la tenuta del governo Tsipras sono altissimi.

L’opzione parlamentare di Zaev

Prima del voto greco, però, la palla è ancora nelle mani macedoni, ed in particolare in quelle del primo ministro Zaev. All’indomani dei deludenti risultati del referendum, che ha visto una partecipazione al voto del 36.8% degli aventi diritto e, tra questi, un voto favorevole all’accordo del 94.18%, Zaev ha subito esplicitato la volontà di provare ugualmente a far passare l’accordo con la Grecia, che modificherebbe il nome del paese in “Repubblica di Macedonia del Nord”, tramite il voto parlamentare. Lo stesso Zaev ha lasciato intendere che in caso di fallimento sarebbe pronto ad aprire la strada a nuove elezioni. Da quel momento, è iniziato un forte pressing verso i conservatori della VMRO-DPMNE, il principale partito di opposizione e sostenitore del boicottaggio del referendum. Senza i voti dell’opposizione, difatti, raggiungere i due-terzi dei deputati, necessari per approvare l’accordo in aula, è impossibile.

Le pressioni sulla VMRO

Gli inviti rivolti alla VMRO sono arrivati sia dal governo socialdemocratico che dalla comunità internazionale. Lo stesso Zaev, nel discorso al parlamento dello scorso 15 ottobre, ha richiamato l’opposizione ad aprire ad una fase di riconciliazione nazionale, volta a raggiungere il comune obiettivo dell’adesione della Macedonia all’Unione europea e alla NATO. Alcuni hanno intravisto nel discorso l’offerta, da parte del governo, di una sorta di amnistia per i responsabili dei fatti del 27 aprile, quando un gruppo di esponenti della VMRO si è reso protagonista di un attacco ai deputati dell’opposizione all’interno del parlamento. L’ipotesi di un’amnistia, però, è stata subito smentita dall’esecutivo. Anche la comunità internazionale non ha mancato di esprimersi in modo netto sulla questione. L’Unione europea, per bocca del Commissario per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento Johannes Hahn, ha accusato l’opposizione di comportamento distruttivo e anti-democratico. Gli Stati Uniti, tramite una lettera inviata al leader della VMRO Hristijan Mickoski dall’assistente segretario di Stato per gli affari europei ed euroasiatici Wess Mitchell, hanno espresso delusione per la rigidità tenuta dall’opposizione sul tema.

Gli scenari

Nonostante gli appelli, per Zaev il tempo stringe. La discussione presso il parlamento macedone, che dovrebbe portare al voto degli emendamenti costituzionali necessari per cambiare il nome del paese, è iniziata lunedì 15 ottobre: i deputati hanno tra i 10 e i 20 giorni di tempo per trovare un’intesa e iniziare le votazioni. Nonostante Zaev si dica ottimista che un processo inclusivo possa portare ad un’intesa tra maggioranza e opposizione, le speranze, ad oggi, non sono molte: nonostante piccoli ed isolati segnali di apertura, come quelli della deputata Daniela Rangelova, la classe dirigente della VMRO non ha cambiato posizione rispetto all’intesa. Al momento, la richiesta dei deputati conservatori è quella di un dialogo diretto tra Zaev e Mickoski: non è da escludere che un faccia a faccia tra i due potrebbe aprire nuovi scenari.

Se la svolta tanto attesa non dovesse realizzarsi, il futuro politico di Zaev sarebbe appeso ad un filo. In caso di elezioni, la VMRO si presenterebbe come il grande favorito, mentre i socialdemocratici rischierebbero di tornare all’opposizione. Se così fosse, il tentativo coraggioso di Zaev di risolvere con il dialogo e il compromesso una controversia lunga ben 27 anni coinciderebbe, inesorabilmente, con la sua fine politica.

Un rischio che condivide con l’altro protagonista di questa storia, Tsipras, spettatore interessato di quanto succederà a Skopje nei prossimi giorni.

Chi è Riccardo Celeghini

Laureato in Relazioni Internazionali presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università Roma Tre, con una tesi sui conflitti etnici e i processi di democratizzazione nei Balcani occidentali. Ha avuto esperienze lavorative in Albania, in Croazia e in Kosovo, dove attualmente vive e lavora. E' nato nel 1989 a Roma. Parla inglese, serbo-croato e albanese.

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