MACEDONIA: Il governo non posticipa le elezioni, le proteste continuano

Le proteste in Macedonia non sembrano volgere al termine, almeno finché l’attuale governo e il presidente Ivanov non rassegneranno le dimissioni. Sotto la comune denominazione di #protestiram, opposizioni politiche e cittadini semplici – stanchi del regime repressivo imposto da Gruevski – sono scesi in piazza reclamando verità e giustizia. Ma, soprattutto, libertà. Seppur la Macedonia non sia un regime autoritario tout court, la mancanza di libertà di informazione e la scarsa libertà di espressione, unita a un sistema nepotistico e fortemente clientelare, rendono il paese un feudo governato da una famiglia e un solo partito.

Le ultime proteste erano nate a Skopje dopo la decisione del presidente macedone Gjorge Ivanov di concedere la grazia a tutti quei politici che erano direttamente coinvolti nello scandalo delle intercettazioni e, soprattutto, che erano accusati di aver organizzato brogli elettorali per assicurare la vittoria del partito conservatore VMRO nelle precedenti elezioni parlamentari e presidenziali del 2014. Tale decisione aveva portato la popolazione e le opposizioni politiche, con in testa il partito socialdemocratico SDSM guidato da Zoran Zaev, a esprimere il loro dissenso incontrandosi ogni giorno alle ore 18 davanti agli uffici della procura speciale guidata da Katica Janeva. Una protesta continuativa, denunciata da esponenti della VMRO come una nuova “rivoluzione colorata” creata ad arte per destabilizzare il paese. Una scusa frequente, in Macedonia, usata anche durante i non chiariti fatti di Kumanovo dello scorso anno. I manifestanti, stanchi della propaganda governativa, hanno ribaltato l’accusato e si sono autodefiniti “rivoluzione colorata”, usando colori e pittura per colorare i pacchiani palazzi e statue neoclassiche del progetto urbanistico “Skopje 2014” voluto da Gruevski.

L’attuale governo, presieduto dal Emil Dimitriev a seguito delle dimissioni di Nikola Gruevski, come contemplato dall’Accordo di Pržino, non sembra però intenzionato a rimandare ulteriormente le elezioni. Queste, infatti, erano state precedentemente previste per il 24 aprile ma erano state successivamente rinviate al 5 giugno a causa delle pressioni dei partiti d’opposizione e della comunità internazionale, inclusi l’ambasciatore statunitense Jess Baily e l’ambasciatore UE Aivo Orav. Le consultazioni elettorali erano state rimandate giacché mancavano la revisione delle liste elettorali e la legge per la libertà d’informazione, tra i punti fondamentali affinché le elezioni potessero tenersi liberamente. Nonostante il primo rinvio, la situazione non pare essere mutata. Anzi, la decisione del presidente Ivanov non ha fatto altro che alimentare la crisi, portando a una definitiva rottura tra governo e opposizioni, che già avevano paventato la possibilità di tornare nelle piazze come già si era verificato nel maggio 2015, a seguito delle pubblicazioni delle trascrizioni delle intercettazioni da parte di Zaev.

La situazione politica in Macedonia sembra quindi essere giunta a un bivio, ma nessun passo in avanti è stato fatto. Da un lato le opposizioni sono intenzionate a esprimere il loro dissenso dalla piazza – le cui manifestazioni si sono allargate anche alle città di Bitola e Prilep – mentre la VMRO continua a mantenere la sua posizione senza venire incontro alle richieste. Tale situazione non ha fatto altro che radicalizzare la crisi e la possibilità che l’Unione Europea applichi delle sanzioni contro l’élite governativa non è da tralasciare.

Foto: Robert Atanasovski

Chi è Edoardo Corradi

Nato a Genova, è dottorando di ricerca in Scienza Politica all'Università degli Studi di Genova. Si interessa di Balcani occidentali, di cui ha scritto per numerosi giornali e riviste accademiche.

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