MACEDONIA: Zaev si è dimesso, il paese si prepara alle elezioni anticipate

Il primo ministro della Macedonia del Nord, Zoran Zaev, si è dimesso il 3 gennaio scorso. Insieme a Zaev ha rassegnato le dimissioni l’intero governo, lasciando il posto a un governo tecnico. Il nuovo esecutivo è presieduto dall’ex ministro dell’Interno Oliver Spasovski, che dovrà guidare il paese al voto del prossimo 12 aprile.

Le dimissioni

Il socialdemocratico Zaev era in carica dal 2017, alla guida di una coalizione di centrosinistra arrivata al governo dopo un decennio di dominio dei conservatori, impersonato dall’ex premier Nikola Gruevski. Zaev ha deciso di dimettersi e di indire le elezioni anticipate alla fine dello scorso ottobre, subito dopo il terzo rinvio dell’inizio dei negoziati della Macedonia del Nord con l’Unione europea. Zaev aveva difatti investito gran parte del suo capitale politico nell’avvicinamento euro-atlantico del paese e lo stop del Consiglio europeo dello scorso ottobre ha seriamente indebolito la sua leadership. La promessa fatta da Zaev ai cittadini, e su cui si basava l’azione politica del suo governo, puntava sul fatto che se Skopje avesse riportato importanti risultati diplomatici avrebbe sicuramente ottenuto una data per l’inizio dei negoziati di adesione.

Dopo le dimissioni, secondo la legge macedone, il governo ad interim, formato da rappresentanti di maggioranza e opposizione, deve entrare in carica cento giorni prima della data fissata per le elezioni; per questo motivo Zaev si è dimesso ufficialmente solo a inizio gennaio. La crisi politica, gestita dal presidente Stevo Pendarovski, ha comunque trovato d’accordo i leader dei sette partiti presenti nel parlamento macedone, pronti a sfidarsi nelle urne il 12 di aprile.

L’accordo con la Grecia e il no della Francia

Il governo di Zaev è stato protagonista di un lungo percorso diplomatico e legislativo per porre fine alla trentennale diatriba con la Grecia sul nome dell’ex repubblica jugoslava, da Repubblica di Macedonia – lo stesso di una regione settentrionale greca e per questo non riconosciuto da Atene – in Repubblica della Macedonia del Nord. Grazie allo storico accordo raggiunto da Zaev e dall’allora primo ministro greco Alexis Tsipras a Prespa, nel 2018, i due stati iniziarono un complicato iter legislativo. Nonostante un referendum che non raggiunse il quorum a settembre 2018, il parlamento macedone ratificò il cambio del nome a gennaio 2019, seguito poi dall’assemblea greca.

Il governo macedone sperava che questo importante passo bastasse per assicurare una data certa per l’apertura dei negoziati di adesione – già rinviata due volte, a partire dal 2018 – ma così non è stato. Nonostante la larga maggioranza dei paesi UE ad ottobre fosse favorevole, fu decisiva l‘opposizione della Francia del presidente Emmanuel Macron, unico paese contrario all’apertura dei negoziati sia per la Macedonia del Nord che per l’Albania, altro stato dei Balcani in attesa. Per Macron, l’Unione europea è al momento troppo debole per accettare nuovi membri, e dovrebbe riformare il proprio iter di adesione, prima di un nuovo allargamento.

Se la svolta macedone non è bastata ancora per un primo passo verso l’Ue, l’accordo con la Grecia ha finalmente fatto cadere il veto di Atene sull’adesione di Skopje alla NATO. La Macedonia del Nord diventerà presto il trentesimo paese a partecipare all’organizzazione atlantica. Al momento 22 paesi su 29, tra i quali da poco anche l’Italia, hanno ratificato il protocollo di adesione dello stato balcanico. Inoltre, nell’attesa di una prossima apertura dei negoziati di adesione all’Unione – che il commissario Ue per l’Allargamento, l’ungherese Oliver Varhelyi, ha ribadito essere una priorità – la Macedonia del Nord è stato uno tra i paesi più entusiasti di sottoscrive l’accordo per quello che è stato nominato «mini Schengen» balcanico. L’accordo promosso insieme alla Serbia e all’Albania mira a una maggiore integrazione tra i paesi dei Balcani occidentali, che passi prima di tutto dalla libertà di circolazione di persone, merci e capitali.

 Verso nuove elezioni

Le prossime elezioni saranno un difficile banco di prova per l’ex primo ministro Zaev e la sua Unione Socialdemocratica (SDSM). Un nuovo mandato di altri quattro anni sarebbe la legittimazione della sua politica di avvicinamento all’Europa, mentre un ritorno al potere del partito conservatore e nazionalista VMRO-DPMNE rischierebbe di mettere in discussione lo storico accordo con la Grecia, mal digerito dalla parte più nazionalista della società macedone.

La VMRO, difatti, pur essendo favorevole all’ingresso del paese sia nella NATO che in Ue, è sempre stato fortemente contrario all’accordo con Atene e al cambio di nome del paese, fino a definirlo «un’umiliazione per la Macedonia» e «un genocidio dello stato di diritto». Come in passato, un ruolo cruciale per la formazione del prossimo esecutivo lo giocheranno i partiti rappresentanti la comunità albanese, che nell’ultima legislatura hanno in larga maggioranza appoggiato la SDSM, costringendo la VMRO-DPMNE all’opposizione.

I prossimi mesi di campagna elettorale diranno in che direzione volgerà la società macedone. Non solo la questione del nome, però, sarà al centro del dibattito: temi altrettanto importanti, come la diffusa corruzione e le difficili condizioni economiche e del mercato del lavoro, saranno ugualmente affrontati e discussi. Temi su cui sia i socialdemocratici che i conservatori, fino ad ora, non hanno saputo dare risposte convincenti, risposte di cui la Macedonia del Nord ha urgente bisogno.

Foto: EurActiv

Chi è Tommaso Meo

Giornalista freelance, si occupa soprattutto di Balcani, migranti e ambiente. Ha scritto per il manifesto, The Submarine e La Via Libera, tra gli altri. Collabora con East Journal dal 2019.

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