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Europee in Polonia: La destra avanza

In Polonia c’è una destra che avanza. È la destra di Diritto e Giustizia (PiS), formazione politica conservatrice e nazionalista guidata da Jarosław A. Kaczyński, presidente e cofondatore del partito nato il 13 giugno del 2001. Da quel momento in poi, il PiS di strada ne ha fatta tanta, passando dal 9.5 % ottenuto alle parlamentari del 2005 al 45 % delle ultime elezioni europee.

Il consolidamento 

La marcia del PiS, cominciata quasi 20 anni fa, ha convinto anno dopo anno la maggioranza degli elettori polacchi, la cui affluenza per queste europee è stata del 45.68%, quasi il doppio rispetto al 23,8 % del 2014. In un paese tradizionalmente poco incline alla partecipazione democratica (dal ’91 ad oggi difficilmente si è raggiunta la percentuale del 50 %) il segnale è abbastanza chiaro: la maggioranza dei polacchi è con Kaczyński e sostiene l’attuale governo.

Confermarsi come il primo partito dopo quasi 5 anni di governo sarebbe stato un risultato importante ovunque in Europa, ma lo diventa ancora di più in Polonia, dove l’orientamento degli elettori è da sempre molto fluido e cambia con estrema velocità.

Il 32 % conquistato alle amministrative di ottobre 2018, che aveva lasciato ben sperare le opposizioni, è stato quindi oscurato dalla schiacciante vittoria del 26 maggio scorso. Una vittoria conquistata con una percentuale mai raggiunta dal PiS in passato, né alle europee né alle elezioni del Parlamento nazionale. In Polonia, un risultato simile aveva visto come protagonista solo Piattaforma Civica (PO) nel 2014, quando il partito di centro arrivò al 44 % delle preferenze.

L’opposizione c’è

Considerando l’enorme corpo di consenso che oggi orbita attorno al pianeta PiS, il risultato delle opposizioni non è assimilabile a quello di una pesante sconfitta. La volontà di fare fronte comune ha premiato i partiti che hanno deciso di unirsi malgrado le loro profonde differenze. L’eterogenea Coalizione Europea, che ha accolto le diverse anime delle opposizioni polacche, è stata guidata dal PO e supportata da un’ormai decadente Alleanza della Sinistra Democratica (SLD), dai liberali di Moderno (Nowoczesna), dal Partito Popolare Polacco (PSL) e dai Verdi (PZ).

Vista la crescita esponenziale del PiS, le difficoltà della sinistra storica a recuperare parte del suo elettorato strutturale e l’incapacità di verdi e liberali di affermarsi come realtà stabili nel panorama politico, il 38,47 % raggiunto alle europee permette all’elettorato che non si rispecchia nel PiS di prendere una boccata d’aria. Era fondamentale non perdere ulteriore terreno in vista del prossimo confronto nazionale, le elezioni del parlamento che si terranno ad ottobre, e i principali antagonisti del PiS ci sono riusciti.

Gli altri 

A rimanere fuori dai giochi è il movimento populista di Kukiz’ 15, fondato nel 2015 dalla rock star Paweł Kukiz. Le amministrative di ottobre (2018) avevano già mostrato un consistente calo dei consensi (5.7 %), ampiamente confermato dalle elezioni del 26 maggio. Il principale alleato polacco del Movimento 5 Stelle ha perso buona parte del suo bacino elettorale, passando dal 8,8 % delle elezioni nazionali del 2015 al 3,7 % delle europee e confermando l’inconsistenza dei movimenti costruiti esclusivamente attorno al carisma delle individualità.

A ottenere un risultato soddisfacente è stato invece Robert Biedroń, ex sindaco liberale di Słupsk e attivista omosessuale. Il suo partito, Wiosna (Primavera), ha raggiunto un discreto 6 % guadagnando 3 seggi nel Parlamento europeo. Un risultato annunciato (i sondaggi suggerivano percentuali tra il 5 e il 10 %) che lascia presagire la formazione di un terzo polo in vista delle prossime elezioni del Parlamento nazionale. La domanda da porsi, considerati gli incredibili risultati raggiunti da partiti “novelli” nel recente passato (come Razem o il già citato Kukiz’ 15), è se e quanto durerà.

Cosa c’è all’origine del successo della destra?

All’origine dell’ennesima vittoria del PiS non c’è solamente l’efficace retorica anti immigrati, la continua costruzione di nemici politici, il richiamo alla difesa della cristianità contro l’Islam o le battaglie antiabortiste. Certamente, queste sono narrazioni e politiche che il PiS utilizza e che si annidano nella dimensione irrazionale di buona parte dell’elettorato polacco. Ma per comprendere davvero l’ascesa inarrestabile di Kaczyński questa analisi non può essere sufficiente.

Al PiS va infatti il merito di aver riaperto, per la prima volta dopo il ’91 e il crollo del socialismo reale, i rubinetti delle politiche di welfare. Per anni, le politiche promosse dai governi che si sono succeduti (a destra come a sinistra) hanno minato le strutture dello stato sociale e la crescita che ne è derivata ha lasciato indietro molti polacchi.

A dare una risposta convinta a questa fetta di popolazione è stata la destra. Assegni familiari, abbassamento dell’età pensionabile e aumento del salario minimo sono politiche concrete che il partito di Kaczyński ha realizzato favorendo, oltre che la media e piccola borghesia, anche una parte consistente della popolazione confinata ai margini delle agende dei precedenti governi.

Nella Polonia di Kaczyński il tasso di disoccupazione è al 3.4 % e le previsioni di crescita del PIL nel 2019 sono tra le migliori in Europa. Se sommiamo questi dati al consolidamento elettorale del PiS, per le opposizioni vincere le elezioni parlamentari del prossimo ottobre assume le forme di un’impresa titanica.

Foto: Elekes Andor

Europee in Slovacchia: Un’altra sconfitta per i socialdemocratici

Il voto europeo ha confermato la profonda crisi del partito socialdemocratico e del suo leader Robert Fico. La sconfitta subita lo scorso 25 maggio, a pochi mesi dalla disfatta presidenziale che ha visto trionfare la neo-presidente Zuzana Čaputová, ha messo in luce l’aperta ostilità che i cittadini slovacchi sembrano ormai riservare ai socialdemocratici e a Fico, che ora si trova a fare i conti con un’opposizione interna che ne chiede le dimissioni dalla guida del partito.

Vince Slovacchia Progressista

Nonostante un’affluenza in crescita di dieci punti, attestatasi poco sotto il 23% degli aventi diritto, la Slovacchia ha confermato il primato di disaffezione alle urne tra tutti i paesi membri dell’Unione Europea.

La formazione espressione della nuova presidente Čaputová si è aggiudicata la tornata elettorale con il 20% dei voti, in coalizione con SPOLU, partito liberale di centro-destra con il quale condivide una visione molto favorevole delle istituzioni europee. Sulla scia della vittoria presidenziale di marzo, la formazione liberal-progressista si è piazzata al primo posto, dando prova di poter giocare un ruolo determinante nelle sorti politiche del paese, in vista delle elezioni parlamentari slovacche del prossimo anno.

L’analisi della sconfitta per Fico

Era dal 2006 che i socialdemocratici si classificavano sistematicamente primo partito in ogni consultazione elettorale. Il 15% ottenuto pochi giorni fa rappresenta quindi il peggiore risultato degli ultimi 15 anni.

Dopo la battuta d’arresto subita solo pochi mesi fa, quando il candidato socialdemocratico Maroš Šefčovič ha malamente perso il ballottaggio presidenziale, le consultazioni europee hanno segnato un’ulteriore chiara sconfitta per il partito socialdemocratico, il governo Pellegrini e la leadership di Fico.

All’interno del partito, si sono sollevate dure critiche nei confronti del mattatore della politica slovacca e guida di lungo corso della formazione socialdemocratica. In molti sembrano chiedere ora un cambio di rotta per evitare un’ulteriore e definitiva debacle alle politiche del prossimo anno. Inversione di tendenza che non può prescindere dall’eventuale passo indietro di Fico, ormai inviso agli occhi di numerosi elettori slovacchi. L’ex premier, però, non sembra intenzionato ad abbandonare la guida del partito di sua spontanea volontà.

Il Re è nudo, alle prese con i nemici esterni e il dissenso in casa. I malumori interni sono stati resi pubblici con una lettera redatta da una sezione del partito di Košice, nella quale i militanti chiedono una riflessione politica profonda in grado di trovare risposte agli ormai numerosi insuccessi di Fico. Lo stesso premier Peter Pellegrini ha fatto intendere di voler prendere in mano la situazione per ricompattare il partito.

Con parte del partito che chiede espressamente le dimissioni di Fico, la sfida alla leadership è aperta. Sarà difficile per l’ex-premier ignorare l’ennesima sconfitta.

Voto antigovernativo

Come per la Repubblica Ceca, anche in Slovacchia le forze di governo non sono andate bene. Il partito nazionale slovacco (SNS) di Andrej Danko ha conquistato solamente il 4% dei voti, finendo sotto la soglia di sbarramento necessaria per eleggere almeno un rappresentante al parlamento europeo. La forza nazional-conservatrice non è riuscita a raccogliere il voto di appartenenza politica, finito questa volta ancora più a destra, segno che nella “nuova” Slovacchia le forze conservatrici o reazionarie sono tutt’altro che scomparse.

Stessa sorte è toccata al partito della comunità ungherese Most-Hid, che non ha raggiunto il 5% delle preferenze perdendo quindi l’unico deputato europeo eletto cinque anni fa. Anche l’altra formazione della minoranza magiara SMK-MKP è rimasta fuori dal parlamento europeo per poche centinaia di voti.

Entrambe le formazioni politiche governative hanno quindi perso consensi rispetto alle elezioni slovacche del 2016, evidentemente penalizzate dall’appoggio ai governi socialdemocratici e rimaste vittima del clima anti-Fico che si respira nel paese da ormai più di un anno.

A destra dell’estrema destra

La vera sorpresa delle elezioni europee è stata la grande affermazione dell’estrema destra. Il partito neofascista Nostra Slovacchia si è classificato addirittura terzo, con il 12% dei voti e ben 2 parlamentari eletti a Bruxelles. Cinque anni fa, la formazione guidata da Marian Kotleba aveva ottenuto meno del 2%.

Un balzo in avanti che deve suonare come un campanello d’allarme per quanti avevano salutato le ultime vicende politiche slovacche come l’avvenuta trasformazione del paese in un paradiso liberale e progressista.

Foto: TASR

CROAZIA: La campagna europea del Partito democratico indipendente serbo

Nelle ben poco avvincenti elezioni europee in Croazia, il maggior partito della minoranza serba – il Partito democratico indipendente serbo (SDSS) – si è distinto con una campagna elettorale che ha scosso l’opinione pubblica con dei messaggi semplici quanto apparentemente rivoluzionari sull’eguaglianza tra popolazione maggioritaria e minoranze, e sulla tolleranza e la sicurezza da garantire a tutti i cittadini a dispetto dell’origine etnica.

Benché l’SDSS non abbia raggiunto la soglia di sbarramento per accedere a un seggio al parlamento europeo, grazie anche ai suoi detrattori, la campagna ha riscosso un considerevole successo mediatico, contribuendo ad aprire un dialogo su una delle questioni insolute del giovane stato croato: il rapporto tra le consistenti e secolari minoranze nazionali e una narrazione esclusivamente nazionalista delle fondamenta dello stato.

La campagna del Partito democratico indipendente serbo

L’avventura elettorale dell’SDSS, guidata al suo presidente Milorad Pupovac e dal noto accademico Dejan Jovic (entrambi serbi di Croazia), ha sfidato sin da subito la sedimentata narrazione sui rapporti tra serbi e croati. Gli slogan principali e della campagna Znate li kako je biti Srbin u Hrvatskoj? (“Sapete com’è essere serbi in Croazia?”), “Рођeн у Hrvatskoj” (“Nato in Croazia”) e “Jednaki” (“Uguali”), che accostavano nei cartelloni elettorali enormi bandiere croate e parole in cirillico erano tesi a creare un effetto di straniamento rispetto alla narrazione nazionalista che vede nella minoranza serba un nemico interno manovrato da Belgrado.

Dopo quasi 25 anni dalla fine della guerra in Croazia – originatesi proprio dalla contrapposizione tra la minoranza serba sostenuta e poi manovrata da Belgrado e la leadership secessionista croata – l’SDSS rivendica sia le insegne dello stato croato che l’alfabeto cirillico per sottolineare l’esistenza stessa della minoranza serba e il suo primario attaccamento al territorio in cui vive. Sin dalla sua formazione nel 1997, il Partito democratico indipendente serbo punta a mettersi alle spalle il passato e a rappresentare la minoranza serba come parte integrante dello stato croato, conservando però la propria identità e diversità.

Nelle parole di Dejan Jovic: “La Croazia è la nostra patria. Non siamo né occupanti, né aggressori, né ospiti. Non vogliamo lasciarla e vogliamo invece restarci come popolo, con i nostri cognomi e la nostra identità. Dalla Croazia ci aspettiamo che essa ci tratti come suoi figli, come suoi cittadini, uguali nei diritti e nei doveri”.

L’obbiettivo dell’SDSS non è stato pero’ di riferirsi alla sola minoranza serba, ma di presentarsi come partito civico con un messaggio a favore di tolleranza, eguaglianza e diritti per tutti. Nelle parole dei candidati, “Essere serbi in Croazia è una metafora” che vuole rappresentare tutte quelle minoranze stigmatizzate, ignorate e escluse dal dibattito pubblico nel paese.

Le reazioni alla campagna dell’SDSS

Data l’importanza che ancora oggi riveste nella politica croata la guerra degli anni ’90 come momento fondante dello stato, la campagna dell’SDSS ha attirato da subito curiosità, sostegno, critiche e minacce. Sin da subito, i cartelloni elettorali dell’SDSS sono stati presi di mira, strappati e vandalizzati dai gruppi nazionalisti croati, con la simbologia ustascia o frasi che richiamavano ai momenti più crudi della guerra quali “Ubi Srbin” (“Uccidi il Serbo”) o “Palite traktore” (“Accendete i trattori”).

In particolare, con l’invito ad “accendere i trattori” i gruppi nazionalisti si riferiscono al grande esodo di più di 250.000 serbi di Croazia dalla regione secessionista della Krajina nell’agosto 1995. Quando, a seguito della riconquista di quei territori da parte delle forze croate nell’operazione Oluja, la minoranza serba che vi viveva da secoli fu “incoraggiata” dalle minacce di violenza ad abbandonare proprietà e abitazioni, ad accendere i trattori, e a dirigersi verso Belgrado. A seguito della guerra, il numero dei serbi di Croazia scese dalle 581.000 unità del 1991 – uguale a circa il 13% della popolazione totale della repubblica croata – alle 186.000 del 2011 – più del 4% della popolazione totale.

Gli attivisti e i candidati del Partito democratico indipendente serbo non si sono fatti intimorire dalle minacce dei nazionalisti croati, e hanno risposto con coraggio e ironia. Il presidente dell’SDSS Milorad Pupovac si è fatto fotografare su un trattore dichiarando di essere disposto a guidarlo, non verso Belgrado, ma “nella direzione opposta, fino a Bruxelles”. Mentre, sui diversi cartelloni vandalizzati è stato affisso un messaggio: “Хвала Вам što ste uništavali plakate. Bili ste dio naše kampanje!” (“Grazie a voi per aver distrutto i cartelloni. Ora siete diventati parte della nostra campagna”), a sottolineare come le minacce avessero contribuito alla campagna, sostanziando le denunce di intolleranza, ineguaglianza e insicurezza.

Oltre alle minacce, la campagna elettorale dell’SDSS ha raccolto anche tanti messaggi di sostegno. Tra gli altri, a favore dell’SDSS, di una Croazia più tollerante, e di una maggiore inclusione della minoranza serba nella vita pubblica croata si sono spesi Ciro Blazevic, il noto allenatore della nazionale croata che arrivò terza ai mondiali del ’98, Stjepan Mesic, secondo presidente della Repubblica di Croazia dal 2000 al 2010, e il popolare attore croato Igor Galo.

Aprire un dialogo sull’esistenza della minoranza serba in Croazia

Il 26 maggio scorso alle urne si sono recati circa 1 milione e 104 mila elettori, per un’affluenza pari a solo il 29,86%. Tra questi, 28.597 elettori hanno votato per il Partito democratico indipendente serbo, il 2,66% degli elettori totali: un buon risultato, ma comunque lontano dalla soglia di sbarramento del 5%. Nelle regioni tradizionalmente abitate dalla minoranza serba, come la Lika, la Krajina e le regioni orientali di Vukovar e Osijek, l’SDSS ha toccato punte del 10-12%.

Benché non sia riuscito a valicare lo steccato del partito etnico, l’SDSS è comunque riuscito a portare in superficie la situazione di esclusione e intolleranza in cui versa la minoranza serba di Croazia. La campagna elettorale dell’SDSS segue di qualche mese l’uscita del documentario Srbenka, che racconta la storia di alcuni serbi di Croazia nati dopo o durante la guerra, e cresciuti in età infantile all’oscuro delle proprie origini da parte dei genitori.

Più di vent’anni dopo, la scelta coraggiosa dell’SDSS di esporsi, a dispetto delle intimidazioni, in una campagna elettorale che sottolineava apertamente l’esistenza di una minoranza serba in Croazia, è tutta tesa a mostrare come l’unico modo per rivendicare diritti e eguaglianza sia di mostrarsi alla luce del sole piuttosto che di confondersi tra la maggioranza della popolazione.

Europee in Rep. Ceca: Non vince nessuno ma perde il governo

Il risultato delle elezioni europee disegna un paese politicamente frammentato e mostra un governo in crisi di consensi. Il partito del premier Andrej Babiš è ancora una volta primo, ma in netto calo rispetto alle aspettative. Una vittoria di Pirro per il premier, con i suoi alleati socialdemocratici che non superano la soglia di sbarramento e rimangono clamorosamente fuori dal parlamento europeo.

In testa ma in crisi

L’affluenza si è attestata poco sopra il 28%, tra le più basse in Europa ma in rialzo se confrontata con il 18% di cinque anni fa, anche grazie alla possibilità per i cittadini cechi di spalmare il voto su due giorni. ANO2011 di Babiš si è confermato primo partito, ma il 21% ottenuto alle urne è inferiore a quel 25% che sembrava alla portata del miliardario, e quasi dieci punti sotto al risultato che nel 2017 lo aveva portato alla formazione del governo. La rappresentanza del partito al parlamento europeo sale comunque da 4 a 6 deputati, crescendo di 5 punti percentuali rispetto alla tornata europea del 2014.

Con un lungo post pubblicato su Facebook, il premier si è detto soddisfatto del risultato delle urne, rivendicando la vittoria elettorale e sottolineando i successi della sua leadership. Tuttavia, il voto sembra aver assunto i caratteri di un referendum sul governo piuttosto che un giudizio sulle posizioni europee delle forze politiche del paese. E seppur primo classificato e tecnicamente vincitore della tornata elettorale, questo referendum Babiš lo ha perso.

L’alleato di governo, quel partito socialdemocratico che ha dominato gli ultimi anni della politica ceca, ha perso, per la prima volta, la sua intera rappresentanza parlamentare a Bruxelles. Il 3,95% ottenuto dalla formazione che condivide l’esecutivo con Babiš non è bastato per superare la soglia di sbarramento, e rappresenta un fallimento addirittura peggiore di quanto annunciato dai sondaggi delle scorse settimane.

Le aspettative del primo ministro erano altre. La dispendiosa campagna elettorale messa in campo aveva posto le basi per un successo netto di ANO2011 e dei suoi candidati al consesso europeo. Il partito però non è stato capace di mobilitare l’elettorato di riferimento, decisamente disinteressato dalle tematiche dell’Unione Europea e ampiamente al riparo dalla sua onerosa e insistente campagna per incentivare al voto.

Destre divise ma in forma

Al secondo posto si è piazzato ODS, partito conservatore di ispirazione liberale che ha raccolto il 14,5% delle preferenze degli elettori cechi. La formazione guidata da Petr Fiala è riuscita a eleggere ben 4 europarlamentari, confermandosi come forza predominante nel centro-destra anti-Babiš. Sia l’alleanza liberale tra TOP09 e STAN che i cristiano democratici, fermi rispettivamente all’11% e al 7%, hanno tenuto testa alla sfida elettorale, perdendo però seggi rispetto a cinque anni fa.

L’estrema destra dell’SPD di Tomio Okamura, invece, ha conquistato solamente il 9% dei voti, in flessione anche a causa dello spostamento a destra del paese su alcune tematiche europee come quella dell’immigrazione. Nonostante il risultato al di sotto delle attese, la rappresentanza dei nazionalisti cechi in Europa passa da 0 a 2 parlamentari.

Il successo dei Pirati

Terzo per numero di voti e a pochissima distanza dalla seconda piazza, il partito pirata può dirsi soddisfatto dell’esito elettorale. La formazione guidata da Ivan Barto, ha sfiorato il 14% dei voti validi eleggendo ben 3 nuovi parlamentari europei, a fronte del 4% di cinque anni fa che non era bastato ai pirati per ottenere rappresentanza a Bruxelles.

Difficilmente il voto europeo avrà immediate ripercussioni politiche sulle dinamiche interne del paese, ma Babiš è avvertito: le opposizioni crescono mentre il suo governo perde consensi.

Foto: Reuters

ROMANIA: Dragnea in carcere. I due giorni che hanno sconvolto il paese

La Corte di Cassazione romena ha oggi confermato la condanna a tre anni e sei mesi di carcere per Liviu Dragnea, uomo forte del partito social-democratico (PSD) e presidente della Camera dei Deputati. Dragnea era accusato di abuso d’ufficio a seguito dello scandalo delle assunzioni fittizie quando era presidente del consiglio provinciale di Teleorman, sua regione natia.

L’ormai ex leader del PSD avrebbe favorito l’assunzione presso l’ufficio provinciale per la protezione dei minori di due donne, che non avrebbero però mai lavorato presso tale ente; entrambe, pur percependo regolarmente lo stipendio statale, continuavano infatti a svolgere attività lavorativa presso la sezione locale del partito social-democratico.

Alle 17.20 ora romena Dragnea è arrivato nel penitenziario Rahova, alla periferia di Bucarest, dove si è consegnato spontaneamente. La leadership ad interim del PSD è stata assunta dalla premier, Viorica Dancila.

Si chiude un’era

Liviu Dragnea ha monopolizzato la vita politica romena negli ultimi anni, da quando è succeduto a Victor Ponta alla guida del più importante partito politico del paese. I suoi avversari lo hanno sempre etichettato come un leader populista, corrotto,  interessato soltanto a risolvere i suoi guai con la giustizia.  Dai suoi sostenitori (ormai sempre meno, anche all’interno del partito) Dragnea veniva visto come un leader patriottico ma perseguitato dal famigerato “stato parallelo“, un insieme di uomini e corpi dello stato (primi fra tutti i servizi segreti) che avrebbero lavorato al suo annientamento politico e alla distruzione del PSD. Esce di scena, almeno per un paio d’anni, uno dei personaggi più ambigui che la Romania, pur prolifica nello sfornare figure controverse, abbia partorito ultimamente. Un uomo capace di stravincere le elezioni parlamentari non più di due anni e mezzo fa, ma nello stesso tempo di trascinare in piazza con le sue politiche migliaia di cittadini inferociti. Dragnea, nella sua complessità, è figlio della Romania profonda, quella periferica, rurale, governata ancora secondo metodologie da regime comunista. In lui vi erano anche pulsioni che in occidente verrebbero definite populiste, paternaliste, autoritarie, ma che nascevano comunque da un modo di intendere la politica tipicamente romeno. Per questo, non è detto che la sua uscita di scena segni per sempre un cambiamento in positivo nel dibattito politico. Dragnea è stato l’effetto, non la causa. 

La crisi del PSD

I guai non vengono mai da soli. E l’incubo per il PSD, oggi privato del suo leader, era iniziato già ieri con la pubblicazione dei primi exit poll dopo la lunga domenica delle elezioni europee. I social-democratici si sono fermati ad un modesto 23,44 %, scavalcati nettamente dal partito liberale (27%) e tallonati dalla coalizione di centro-destra europeista USR-Plus (20%). Un risultato che sovverte chiaramente gli equilibri politici del paese. Il presidente della repubblica Klaus Iohannis, immarcescibile avversario del PSD, ha gioiosamente dichiarato che il voto segna la fine della fiducia dei romeni nei confronti dell’esecutivo, che dovrebbe prendere atto del voto e dimettersi. La premier Viorica Dancila, tuttavia, ringalluzzita dall’arresto del suo vecchio protettore, si è presa la scena del partito assumendone la leadership ad interim ed affermando che non intende assolutamente abbandonare l’incarico. 

E adesso?

Seguiranno giorni di violente lotte intestine all’interno del PSD. Difficile credere che Viorica Dancila possa mantenere a lungo la guida del partito. Nella sua ultima dichiarazione pubblica prima dell’arresto, ieri sera, Liviu Dragnea ha detto che la più probabile candidata del PSD per le elezioni presidenziali del prossimo autunno potrebbe essere il sindaco di Bucarest Gabriela Firea, donna che gode di molta forza all’interno del partito. La soluzione, in ogni caso, non arriverà nel breve, e sembra avviarsi un lungo periodo di crisi per il PSD. Ad oggi, non è improbabile che la sfida presidenziale possa essere tutta interna al centro-destra europeista, tra Klaus Iohannis e Dacian Ciolos

Foto: Digi24.ro

ROMANIA: Alla ricerca di una nuova classe politica. Intervista a Dacian Ciolos

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Osservatorio Balcani e Caucaso

“La nostra coalizione è molto attenta ad evitare l’associazione con uomini che sono già stati impegnati in politica con altri partiti, che spesso contengono al proprio interno anche ex membri della Securitate” Con questa immagine di novità e verginità politica l’ex primo ministro Dacian Ciolos parla, in un’intervista a OBC e East Journal, del nuovo partito da lui fondato, PLUS, che in coalizione con l’USR (Unione per la Salvezza della Romania) si avvicina con ottimismo alla sfida delle elezioni europee. Un tandem, quello PLUS-USR, che sembra posizionarsi bene nei sondaggi: secondo politico.eu si assesterebbe infatti intorno ad un più che lusinghiero 15%, risultato che non sarebbe affatto da buttare per un sodalizio formato da partiti che non hanno la stessa storia e struttura organizzativa dei due colossi liberale e social-democratico.

In un paese dove le distinzioni fra destra e sinistra spesso sfumano e si mischiano, è difficile collocarsi apertamente e chiaramente nei contenitori politici tradizionali. L’ex primo ministro sembra, tuttavia, avere le idee chiare sull’identità di PLUS: “Nel Parlamento europeo PLUS farà parte di un gruppo parlamentare di centro-destra. Ci sono discussioni legate alla costituzione di un nuovo gruppo formato da alcuni nuovi partiti nati recentemente in diversi stati membri e da altri che in questo momento appartengono all’ALDE o al PPE. Stiamo partecipando a questa discussione”.

Per un alternativa a Dragnea e al PSD

Dacian Ciolos fu nominato primo ministro di un governo tecnico nell’autunno 2015, a seguito delle dimissioni del socialista Victor Ponta e dello scandalo causato dall’incendio del club Colectiv, dove morirono diversi giovani. Con un passato alle spalle da commissario europeo all’agricoltura, Ciolos ha chiaramente indirizzato l’azione del suo esecutivo verso un fecondo e stretto rapporto con Bruxelles. Un manifesto europeismo che gli ha attirato le critiche feroci dell’establishment social-democratico, e soprattutto di Liviu Dragnea, che al contrario continua a fare sfoggio di un atteggiamento provocatorio nei confronti dell’Europa. Il leader del PSD non perde occasione per attaccare le istituzioni comunitarie, colpevoli secondo lui di favorire una spoliazione del paese da parte di investitori stranieri senza scrupoli. Ciolos non usa metafore per definirlo

“E’ un uomo disperato, condizionato dai suoi problemi penali e che, purtroppo, per sfuggirvi, ha trascinato con sé un partito e una nazione intera. Ha fatto molto male al paese

Un paese che, tuttavia, per assestarsi definitivamente su standard occidentali necessita non solo di una ferrea opposizione al PSD, ma di politiche nuove, che per prima cosa debellino l’endemica corruzione che da anni flagella il paese. Un fenomeno, quello della corruzione, di cui si parla spesso e che ormai è diventato caratteristica tipicamente associata alla Romania, ma di cui si conoscono ben poco le cause profonde. Cause che Ciolos rintraccia nel passato comunista: “La transizione dal comunismo alla democrazia è stata difficile. Gli attivisti e gli alti funzionari comunisti, con il loro apparato di supporto, la Securitate, non sono mai stati giudicati. Questo ha reso molti uomini politici vulnerabili e ricattabili. La corruzione è un effetto di tutto questo. Molte abitudini di quella classe politica sono state trasmesse alla nuova generazione di politici. Per questo crediamo nella necessità di un gruppo dirigente realmente nuovo, di una offerta nuova che non abbia avuto niente a che fare con quel periodo

Futuro candidato alla presidenza?

Nel mirino di Ciolos non c’è, tuttavia, solo il PSD. In un recente comizio tenuto a Timisoara egli ha sorprendentemente rivolto dure parole al presidente della repubblica Klaus Iohannis, accusandolo di aver avallato molte delle nomine governative e delle politiche del governo social-democratico senza aver mostrato la necessaria opposizione. Un attacco di cui media e analisti romeni non hanno compreso la ratio e le motivazioni profonde: in un momento in cui il partito social-democratico al potere sembra attraversare una grave crisi, dovuta per prima cosa alle vicende giudiziarie di Dragnea, attaccare Iohannis minando l’unità dell’opposizione non è stato apprezzato dai più.

Dacian Ciolos ha smentito una sua aperta opposizione a Iohannis, sebbene da mesi si vociferi in Romania di una sua possibile candidatura alle elezioni presidenziali dell’autunno prossimo: “Ho un ottimo dialogo con il presidente Iohannis, e negli ultimi anni ci siamo consultati spesso. La campagna per le presidenziali ancora non è iniziata, e l’ho sempre detto: la mia decisione sulla candidatura, qualunque essa sia, porterà ad un rafforzamento dell’opposizione, non a un suo indebolimento”. Certo è che Ciolos e la sua coalizione mirano a un elettorato sostanzialmente coincidente con quello dell’attuale presidente, composto soprattutto da giovani e dalla parte più dinamica della società civile (soprattutto urbana) che si contrappone al PSD.

I rapporti con l’Europa

Oltre ad un’immagine pulita, Ciolos scommette su quello che era stato uno dei cardini del suo governo: i legami sempre più stretti con l’Europa. Ciò significa un aumento della cooperazione e, soprattutto, degli scambi economici, proprio quello che il PSD sembra voler minare: “Anche per i romeni devono valere le quattro libertà fondamentali dell’UE (libera circolazione di beni, persone, capitale e servizi). Difenderemo queste quattro libertà a ogni prezzo e ci opporremo a tutte quelle leggi che mirano a limitare l’accesso libero dei romeni (lavoratori, fornitori di servizi) nel mercato unico europeo”. Un’idea completamente diversa da quella dei social-democratici, che al contrario invocano la necessità di limitare l’ingresso di investitori stranieri e cercare di favorire il più possibile l’elemento locale. Quel che Dragnea e i suoi evitano di ricordare è la mole di lavoro creata dagli imprenditori stranieri che operano in Romania, e soprattutto l’importanza dei fondi che l’UE riversa a Bucarest per il finanziamento di opere pubbliche e infrastrutture.

Nonostante i sostanziosi aiuti economici, i leader europei hanno spesso ostentato un atteggiamento critico e paternalista nei confronti della Romania, che ha indispettito persino i più europeisti. Per questo Ciolos chiude affermando la necessità di un’Europa più attenta ai bisogni, non solo economici, dei suoi cittadini, anche quelli dell’est: “La transizione post-comunista in Romania è terminata. Alcune eredità del passato ancora influenzano il modello di politica promosso dai vecchi partiti, ma ho grande fiducia nella società romena. Credo che essa sia molto più avanzata e progredita della sua classe politica. Adesso dobbiamo entrare in una fase di transizione dell’UE, perché una nuova Unione possa essere più vicina al cittadino e meglio integrare quei paesi che hanno aderito nel 2004 e nel 2007

foto: votofinish.eu

Slovacchia: Torna la destra alle elezioni EUROPEE?

Il 25 maggio gli slovacchi affolleranno le urne per le consultazioni europee. A scegliere i 14 parlamentari che rappresenteranno il paese in Europa saranno in realtà ben pochi cittadini. L’attenzione è puntata sulla formazione espressione della nuova presidente Zuzana Čaputová, sul potenziale elettorale di Slovacchia Progressista in vista delle elezioni nazionali del prossimo anno. I socialdemocratici tenteranno invece di fermare il declino del partito, mentre la destra sembra pronta a tornare protagnosita della vita politica del paese.

I nastri di partenza

Saranno ben 8 le formazioni politiche che secondo i sondaggi supereranno lo sbarramento nazionale del 5% dei voti validi, soglia necessaria per eleggere almeno un parlamentare europeo. La situazione appare molto intricata e i risultati potrebbero ricalcare la frammentazione delle consultazioni di cinque anni fa.

Il partito socialdemocratico dell’ex premier Robert Fico dovrebbe riconfermarsi prima forza politica del paese con poco più del 20%. La formazione al governo, espressione del primo ministro Peter Pellegrini, nonostante la netta sconfitta alle presidenziali di marzo sembra ancora viva e in grado di mobilitare i suoi elettori per impedire un’ulteriore disfatta elettorale.

A sfidare la forza di governo sarà Slovacchia Progressista. Solamente poche settimane fa la formazione liberal-progressista è stata capace di presentare la candidatura vincente della nuova presidente Čaputová, figura in grado di raccogliere oltre un milione di voti di cittadini desiderosi di regalare a Fico e ai socialdemocratici una cocente sconfitta.
Sarà interessante analizzare il suo potenziale elettorale in vista delle elezioni parlamentari del prossimo anno.

La nuova destra

Data per morta da molti analisti della regione, la destra slovacca si era presentata divisa alle elezioni presidenziali di marzo, quando non riuscì a qualificare alcun candidato al turno di ballottaggio, con i voti d’area che si divisero tra Štefan Harabin, Milan Krajniak e Marian Kotleba. Quest’ultimo è il leader di una formazione di estrema destra che sabato potrebbe diventare la seconda forza del paese.

La sorpresa potrebbe proprio essere Nostra Slovacchia (LSNS). Il partito neofascista viene accreditato dai sondaggi al 14% delle preferenze, una percentuale con la quale la formazione di Kotleba spedirebbe ben due rappresentati nel nuovo parlamento europeo. Anche il partito nazional-conservatore Siamo Famiglia potrebbe ottenere un risultato a doppia cifra, mentre il partito nazionale slovacco dovrebbe risentire dell’appoggio al governo socialdemocratico, ma essere comunque in grado di portare un suo candidato in Europa.

Situazione che mette in luce uno stato di salute tutt’altro che moribondo per la destra slovacca. Cinque anni fa aveva ottenuto poco più dell’1% dei voti, senza eleggere alcun deputato nel consesso europeo. Una crescita esponenziale che sarebbe sbagliato archiviare dopo gli sviluppi presidenziali che hanno fatto gridare molti di una fantomatica rinascita progressista per il paese mitteleuropeo.

Le destre più a destra del partito popolare europeo sono ancora forti in Slovacchia, e numerosi sono i suoi elettori. Se saranno in grado di sovvertire i pronostici potranno presto tornare a giocare un ruolo decisivo negli equilibri politici slovacchi.

Astensione in leggero calo

Cinque anni fa la Slovacchia fu in assoluto il paese europeo a registrare la percentuale di affluenza più bassa del continente. Solamente il 13% degli aventi diritto partecipò al voto, record negativo che i cittadini slovacchi sembrano non voler ripetere.

Nonostante la tradizionale diffidenza nei confronti delle urne, stando alle rilevazioni della vigilia il paese potrebbe addirittura raddoppiare la partecipazione al voto, grazie soprattutto alla nuova ondata di mobilitazione politica portata dagli sviluppi recenti interni al paese. L’assassinio del giornalista Ján Kuciak, la crisi socialdemocratica e la vittoria presidenziale di Zuzana Čaputová hanno riacceso l’interesse dei cittadini per la politica.

L’atteggiamento della popolazione slovacca nei confronti dell’Unione Europea rimane piuttosto freddo. Oltre uno slovacco su tre si dichiara indifferente rispetto alle dinamiche europee e solamente uno su due definisce in maniera positiva l’appartenenza comunitaria.

La voglia dei cittadini di tornare protagonisti della vita politica del paese sembra però piuttosto alta in questo momento storico. Nessun partito vuole sfigurare in vista delle politiche del 2020 e c’è da scommettere che la Slovacchia perderà, forse a favore dei cugini cechi, il poco invidiabile record di bassa affluenza.

Foto: Worl Bulletin

Repubblica Ceca: Pirati all’assalto delle elezioni EUROPEE

Il 24 e il 25 maggio i cittadini cechi si recheranno alle urne per eleggere i 21 rappresentanti che andranno a formare la componente nazionale del prossimo parlamento europeo. Il favorito è ancora una volta il partito del premier Andrej Babiš, ma i sondaggi sembrano indicare un rallentamento delle forze di governo. Le opposizioni, come al solito divise, potrebbero ottenere un buon risultato senza effettivi risvolti politici. I temi europei non interessano e la maggioranza della popolazione ceca non andrà alle urne. Analizziamo la situazione.

Europa aliena

Secondo le ultime rilevazioni contenute nell’Eurobarometro, la Repubblica Ceca è tra i paesi più “euroscettici” del continente. Meno di un cittadino su due sarebbe oggi disposto a votare per rimanere nell’Unione Europea, e solamente uno su tre è pienamente soddisfatto dell’appartenenza comunitaria.

La situazione partitica presenta un antieuropeismo di facciata: la forza di maggioranza è dentro il gruppo liberale del parlamento europeo, mentre le opposizioni si trovano spesso a criticare Babiš per la sua vicinanza alle pratiche nazionaliste dello stesso gruppo di Visegrád.

La questione europea è per lo più utilizzata come arma politica interna, proposta nell’agenda politica del paese per meri scopi elettorali. Atteggiamento che fatica a scaldare il cuore dei cechi, con la tornata elettorale europea alle porte destinata a decretare come primo partito quello di quanti resteranno lontani dalle urne.

Vincerà l’astensione?

Nella gran parte dei paesi ex-comunisti l’affezione alle urne è tradizionalmente molto bassa per diversi motivi. La smobilitazione politica caratterizzante i vecchi regimi dell’area ha lasciato in eredità un generale disinteresse e diffidenza nei partiti, con percentuali di affluenza mediamente inferiori al resto d’Europa, complici anche classi dirigenti nazionali puntualmente falcidiate da corruzione e problemi giudiziari.

Questo fenomeno è evidentemente accentuato in merito alle elezioni europee. Alle consultazioni del 2014, solamente il 18% dei cechi si è recato alle urne per scegliere i propri rappresentanti, tra le percentuali più basse del continente. Con queste premesse è difficile capire come si esprimeranno i pochi cittadini cechi che decideranno di partecipare al voto, nonostante la martellante campagna europea per invogliare a raggiungere le urne.

Piuttosto facile, invece, sembra essere la comprensione dei possibili risvolti politici di questa tornata elettorale: non cambierà (quasi) nulla. Il dato più interessante potrebbe risultare dall’effettiva distanza in termini numerici tra il partito di governo e l’opposizione pirata.

I sondaggi della vigilia

Nelle ultime settimane il partito del premier sembra essere entrato in un trend negativo che potrebbe riservare qualche sorpresa. Stimando un’affluenza intorno al 25%, ANO2011 dovrebbe ottenere ancora una volta la maggioranza relativa dei voti con circa il 24% dei consensi, superiore al 16% raccolto alle elezioni europee del 2014 ma inferiore al 29% ottenuto alle consultazioni nazionali del 2017.

Il partito pirata ha tutte le carte in regola per rivendicare una potenziale vittoria. Il 14% che le misurazioni gli assegnano garantirebbe al partito di Ivan Bartoš l’elezione, per la prima volta, di rappresentanti pirati a Bruxelles, e di affermarsi come secondo partito nazionale e primo partito d’opposizione. Dopo la conquista della capitale ceca alle amministrative dello scorso anno, i pirati sembrano capaci di raccogliere un consenso piuttosto ampio: dai voti delle sinistre in crisi alle preferenze dei cittadini più liberali delusi da Babiš.

La sinistra socialdemocratica, componente di minoranza del governo, rischia di ottenere il peggior risultato di sempre. Rilevato intorno al 6%, lo storico partito ora guidato da Jan Hamáček dimezzerebbe in un colpo solo il bottino di voti e la rappresentanza al parlamento europeo. Aspettative maggiori non ne hanno i comunisti, in crisi da diverse tornate elettorali e forse in grado solamente di limitare l’emorragia di consensi.

A destra, la sorpresa potrebbe arrivare dai nazionalisti dell’SPD. Sondata intorno al 10% ma in calo negli ultimi mesi, la formazione euroscettica di Tomio Okamura farà il suo esordio al parlamento europeo con un’agenda anti islamista e anti immigrazione. Anche liberali e conservatori di ODS e di TOP09 dovrebbero ottenere abbastanza consensi per aumentare il peso specifico delle destre nella politica nazionale come nel parlamento europeo.

Il dibattito pubblico

Nel generale disinteresse dei cechi riguardo le vicende europee, la campagna elettorale è stata caratterizzata dalle solite discussioni: una decisa critica alle politiche migratorie dell’Unione Europea da parte delle destre, Babiš incluso, e la promessa di andare a fondo sullo scandalo comune ai paesi ex-comunisti, riguardante la bassa qualità dei prodotti alimentari destinati al mercato interno.

Se i pirati e le sinistre puntano invece sulle tematiche ambientali, la popolazione ceca non sembra prendere attivamente parte al dibattito. Chi riuscirà a mobilitare maggiormente il proprio elettorato sarà il vincitore di una tornata destinata a essere presto dimenticata.

Foto: europeaninterest.eu

Polonia: Elezioni EUROPEE, testa a testa tra PiS e liberali

Anche la Polonia il prossimo 24 maggio andrà a votare il rinnovo del Parlamento europeo. Sono 51 i seggi assegnati al paese all’interno dell’assemblea, e a una settimana dal voto i sondaggi restituiscono il quadro di una situazione molto diversa rispetto alle precedenti elezioni europee. Nel 2014 infatti la tornata elettorale non era stata molto sentita dai cittadini polacchi, in particolare dagli abitanti delle zone rurali: l’affluenza si era fermata al 23,8%, mentre secondo i sondaggi più recenti tra una settimana si recherà alle urne il 55% della popolazione del paese, in linea con la percentuale delle precedenti elezioni politiche. Un dato che non deve sorprendere e che non è, come si potrebbe credere, il risultato di una crescita del sentimento di attaccamento all’Ue da parte dei cittadini polacchi quanto, piuttosto, una spia del clima politico interno al paese. Infatti questa tornata elettorale sembra essere sempre di più un test di consenso per Diritto e Giustizia (PiS), il partito nazionalista e euroscettico al governo dal 2015.

Nazionalisti e liberali ai ferri corti

Due sono le formazioni che probabilmente si contenderanno la vittoria in questa tornata elettorale. Diritto e Giustizia (PiS), partito nazionalista, conservatore ed euroscettico, si colloca nella Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR) insieme a Fratelli d’Italia e ai conservatori inglesi, ma mantiene anche rapporti cordiali con l’estrema destra spagnola di Vox e con il Ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini. Il partito è stato accusato più volte di violare sistematicamente lo stato di diritto e di aver costruito in Polonia uno regime semi-autoritario: solo un anno fa l’Ue ha deferito il governo polacco alla Corte di giustizia europea, accusandolo di non riconoscere il principio di separazione dei poteri. La nuova riforma della giustizia infatti, approvata a larga maggioranza dal parlamento lo scorso luglio, subordinava di fatto il potere giudiziario a quello legislativo. Uno scontro con l’Ue che non si è mai definitivamente risolto, e che ha invece avvicinato la Polonia a paesi come l’Ungheria di Orbàn o l’Italia dell’esecutivo M5S-Lega sui temi dell’immigrazione e della critica all’Unione europea. Il partito si appoggia ai settori più conservatori della Chiesa cattolica e ha la sua base elettorale più solida soprattutto nelle zone di campagna.

L’opposizione al PiS è guidata dai cristiano democratici di Piattaforma Civica (PO), partito di centrodestra che siede fra i banchi del Partito popolare europeo (PPE). Liberisti in materia economica, conservatori in tema di diritti civili e sociali e fortemente europeisti, i centristi di Piattaforma Civica hanno messo in piedi per questa tornata elettorale una grande coalizione, chiamata in modo significativo Coalizione Europea, composta da una miriade di partiti con collocazioni diverse: dall’Alleanza della Sinistra Democratica al partito dei Verdi, fino a formazioni liberali e cristiano democratiche minori. In Polonia la Coalizione Europea è considerata un partito pigliatutto che punta a portare al voto elettori di diversa estrazione, accumunati dall’europeismo e dalla opposizione alle politiche del PiS.

Le altre formazioni in campo

Al di fuori dello scontro tra Coalizione europea e PiS, che sembra egemonizzare il dibattito politico negli ultimi giorni, si muovono altre forze nel variegato panorama elettorale. La prima di queste formazioni è Kukiz 15, il partito personale del musicista punk rock Pawel Kukiz fondato in occasioni delle presidenziali del 2015. Partito populista di destra, che conta molto sul carisma del fondatore e principale leader, porta avanti posizioni apertamente euroscettiche e nazionaliste e a livello internazionale ha stretti rapporti con il Movimento 5 Stelle. Alle elezioni politiche del 2015 Kukiz 15 prese circa l’8%, un risultato eccezionale per una formazione nuova nel panorama politico polacco. Un risultato ancora più notevole se si considera che il partito guadagnò il 42% dei consensi fra i giovani tra i 18 e i 29 anni.

Un’altra formazione a destra del PiS che avrebbe tutte le carte in regola per entrare nel parlamento europeo è la Confederazione Kornwin Braun Liroy – nazionalisti, una coalizione messa in campo da alcuni movimenti di destra e estrema destra polacchi. Formazione fortemente euroscettica e ultranazionalista, è promossa anche dal Movimento Nazionale, organizzazione neofascista al cui congresso fondativo, nel 2014, parteciparono anche il leader di Forza Nuova Roberto Fiore e molti esponenti di Jobbik, partito di estrema destra ungherese.

Infine anche a sinistra qualcosa sembra muoversi: lo scorso febbraio è nata una nuova formazione socialdemocratica da una scissione a sinistra della Alleanza della Sinistra Democratica, oggi subordinata ai cristiano democratici di Piattaforma Civica nella Coalizione Europea. Il nuovo partito, chiamato Wiosna (Primavera), è guidato da Robert Biedroń, parlamentare socialdemocratico eletto al Sejm, la camera bassa del parlamento polacco. Attivista per i diritti lgbt e dichiaratamente ateo, Robert Biedroń propone una riforma del sistema sanitario, una politica più ecologica con la chiusura di tutte le miniere di carbone entro il 2025 e la fine dei sussidi statali alla Chiesa cattolica.

Un paese che si sposta a destra?

Proprio Wiosna, la formazione di Robert Biedroń, sembrerebbe la grande novità a sinistra del panorama politico polacco: dato all’8% secondo gli ultimi sondaggi, potrebbe guadagnare una pattuglia di parlamentari europei, presentandosi come l’unico partito in grado di eleggere rimanendo indipendente rispetto alle forze liberal-conservatrici e nazionaliste. Al contrario l’altra forza socialdemocratica, la coalizione Lewica Razem (Sinistra Unita), legata a livello internazionale a Diem25, il movimento di Yanis Varoufakis, sarebbe inchiodata a un misero 2% che non le permetterebbe di superare lo sbarramento.

In realtà, almeno secondo i sondaggi, la Polonia si starebbe spostando ancora più a destra rispetto alle elezioni europee del 2014: un processo in atto ormai da alcuni anni, almeno dal ritorno al governo del PiS nel 2015. Infatti anche in questa tornata elettorale siamo di fronte a un testa a testa tra Diritto e Giustizia, dato al 40%, e la Coalizione Europea, che raggiungerebbe il 37% dei voti. Una sconfitta per l’alleanza guidata da Piattaforma Civica, che nelle scorse consultazioni europee raggiungeva da sola il 44% mentre l’Alleanza della Sinistra Democratica totalizzava il 12% delle preferenze. Rispetto alle elezioni del 2014, invece, il PiS guadagnerebbe oltre dieci punti percentuali, passando dal 29% al 40%: una vittoria netta per il partito di Jarosław Kaczyński. Se questi dati dovessero essere confermati, risulterebbe chiaro la crescita di consensi nel campo euroscettico, conservatore e nazionalista. Un processo di spostamento a destra della società polacca che verrebbe rafforzato anche dal risultato di Kukiz 15, dato al 5% dei consensi, e della Confederazione Kornwin Braun Liroy, data al 5,5%: delle cifre che porterebbero il campo della destra euroscettica ad essere scelto da oltre la metà dei votanti polacchi alle prossime elezioni europee.

Foto rsf.org

EUROPEE in Ungheria: Orban nel PPE è come l’ananas sulla pizza

Le elezioni europee si avvicinano, e nonostante i recenti scontri tra il primo ministro ungherese Viktor Orbán e i vertici del Partito Popolare Europeo (PPE), i protagonisti della vicenda si sono riservati di decidere se continuare la collaborazione solo all’indomani dello spoglio elettorale. Questo è un accordo di convenienza subordinato ai rapporti di forza che si creeranno nei prossimi mesi all’interno del Parlamento europeo.

Il peso dell’Ungheria in Europa

Con 10 milioni di cittadini, l’Ungheria ha diritto all’acquisizione di 21 seggi all’interno del Parlamento europeo. Nel 2014, su 21 seggi, il partito di governo Fidesz aveva ottenuto il 51,48% delle preferenze degli elettori, tradotti poi in 12 seggi parlamentari. I seggi rimanenti erano stati distribuiti tra l’estrema destra di Jobbik (“meglio” o “più a destra”, versione abbreviata di “movimento per un’Ungheria migliore”) con 3 seggi, il Partito Socialista Ungherese (MSZP) e la Coalizione Democratica (DK) con 2 seggi ciascuno, Együtt (“insieme”) e LMP (abbreviazione per “la politica può essere diversa”) con un seggio a testa. Secondo le proiezioni di Politico.eu, quest’anno Fidesz otterrà 14 seggi, il Partito Socialista Ungherese 3, mentre Coalizione Democratica e Jobbik otterrebbero 2 seggi a testa.

Elezioni europee 2019 in UngheriaFonte: Politico.eu

Sebbene le elezioni europee vengano sfruttate dalla retorica politica nazionale per testare il consenso interno dei partiti, è noto che il vero significato di questo appuntamento elettorale si riflette nei rapporti di forza a livello europeo. Nel 2014, il raggruppamento politico maggiormente rappresentato nel Parlamento è stato il PPE. Da anni Fidesz fa parte di questo gruppo, ma le scelte del governo ungherese negli ultimi anni hanno contribuito ad un progressivo allontanamento del partito di Viktor Orbán dalla linea programmatica del PPE.

Fidesz e il PPE

In marzo, Fidesz è stato sospeso dal PPE con il voto favorevole di 13 partiti nazionali parte del gruppo a livello europeo. La causa scatenante è stata la campagna elettorale del governo che ha preso di mira il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, espressione diretta del PPE.

In queste settimane, le tensioni tra PPE e Fidesz si sono ulteriormente acuite. Lunedì 5 maggio, il presidente del gruppo Manfred Weber, naturale candidato alla presidenza della Commissione nel caso di maggioranza del PPE, ha dichiarato a ZDF di non voler diventare presidente con i voti dell’estrema destra rappresentata da Fidesz. Orbán ha replicato a stretto giro che avrebbe: “Voluto Mr. Weber come presidente della Commissione. Eppure, Weber non ha solo annunciato di non aver bisogno dei voti degli ungheresi per diventare presidente, ma di non volerli. Il primo ministro di una nazione che è stata insultata in questa maniera non può certo supportare la candidatura di una persona del genere.”

Da settimane, Orbán sta flirtando con quella che ha definito “destra patriottica”, sostenendo che il PPE dovrebbe orientare la sua prospettiva di alleanza verso destra piuttosto che avvicinarsi alle posizioni ideologiche della sinistra multiculturale e favorevole all’immigrazione. Ospite di Orbán, il vicecancelliere austriaco e leader del partito Partito per la Libertà dell’Austria (FPÖ), Heinz-Christian Strache, ha indicato nel modello di collaborazione tra FPÖ e il Partito Popolare Austriaco la migliore pratica di governo per l’Europa.

La posizione di Orbán rimane tuttavia ambigua dopo aver ospitato nelle settimane scorse il leader della Lega Matteo Salvini e averlo indicato come “campione d’Europa”. Infatti, Salvini è alleato del Raggruppamento Nazionale di Marine Le Pen, ma secondo Orbán, Le Pen si trova al di là di una linea rossa che i conservatori non dovrebbero superare.

Pomodori in insalata

La scelta delle parole nella retorica politica è importante. Da politico navigato, Orbán lo capisce bene e si rende conto che essere dichiaratamente fascisti non paga a livello elettorale quanto essere “patriottici”. Anche se il contenuto delle politiche è lo stesso, l’etichetta permette un diverso posizionamento nello spettro politico, e di conseguenza, garantisce l’accesso ad un bacino di voti diverso. Eppure, gli elettori dovrebbero rendersi conto che la presenza dei pomodori* in insalata non li rende un ortaggio.

*Il pomodoro è un frutto.

Foto: Financial Times 

SLOVENIA: Elezioni europee, tra voto ai moderati e rischio astensione

Il prossimo 26 maggio, gli elettori sloveni si recheranno alle urne per il rinnovo del parlamento europeo per la quarta volta. La prima fu nel 2004, all’indomani dell’ingresso del paese nell’Unione europea avvenuta nel maggio dello stesso anno. Non un appuntamento particolarmente sentito, a dire la verità, quantomeno stando all’affluenza misurata nelle tre precedenti tornate, in concomitanza delle quali solo un quarto degli aventi diritto si è effettivamente recato alle urne. Un dato in linea con il dichiarato euro-scetticismo di oltre la metà della popolazione slovena.

Le elezioni passate

Le elezioni europee scorse avevano restituito un risultato assai frammentato, come da tradizione del paese, con una pletora di partiti e partitini con percentuali ben al di sotto del 10%. A spuntarla assicurandosi tre seggi era stato il Partito Democratico Sloveno (SDS) appartenente al Gruppo del Partito Popolare Europeo (PPE). Il successo del PPE era stato ulteriormente incrementato grazie al contributo di altri due partiti, Nuova Slovenia (N.Si) e il Partito Popolare Sloveno che, uniti, si erano aggiudicati altri 2 seggi. I tre scranni rimasti erano stati ripartiti, invece, tra Verjamem (Gruppo dei Verdi), il Partito Democratico dei Pensionati (Gruppo dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali e per l’Europa, ALDE) e il Partito Socialdemocratico (Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici al Parlamento Europeo, S&D): quest’ultimo il vero grande sconfitto avendo raggranellato un misero 8%.

I partiti in lizza e i temi caldi

A conferma dell’atomizzazione del quadro politico sloveno, saranno ben 14 i partiti in lizza a questo giro: 103 candidati, 52 uomini e 51 donne, si contenderanno gli otto posti disponibili. Malgrado il presidente della Repubblica, Borut Pahor, abbia cercato di caricare di significato queste elezioni definendole “le più importanti dalla loro introduzione del 1979, anche per il nostro interesse nazionale” l’astensionismo è atteso ancora molto significativo. La consapevolezza che, in questo quadro e con un sistema elettorale puramente proporzionale, saranno sufficienti poche migliaia di voti per assicurarsi un posto nell’europarlamento ha fatto prevalere l’interesse di parte sulla possibilità di trovare alleanze. Una situazione che trova il suo apice tra le compagini di centro dove il partito del primo ministro Marjan Sarec, Lista di Marjan Sarec (LMS), si presenterà diviso dagli altri due partiti di centro con cui, pure, condivide la guida nazionale: il Partito di Centro Moderato (SMC) e il Partito di Alenka Bratusek (SAB).

Sviluppo economico e infrastrutturale e rapporti con i paesi limitrofi sono tra i temi caldi della campagna elettorale: quest’ultimo punto tornato agli onori del dibattito anche grazie alle uscite estemporanee del presidente dell’europarlamento, Antonio Tajani, sull’Istria “italiana” e alla disputa diplomatica con la Croazia sul confine marittimo nel Golfo di Pirano. Argomenti, entrambi, che hanno contribuito a rinvigorire il sentimento nazionalistico degli sloveni.

A destra si gioca soprattutto la carta della lotta alla migrazione e il Partito Democratico (SDS) di Janez Jansa si è progressivamente allineato alla narrazione anti-immigrati così in voga in gran parte d’Europa. Con la differenza che, dopo la crisi migratoria del 2015 quando migliaia di migranti lungo la rotta balcanica attraversarono la Slovenia, oggi la questione migrazione sembra piuttosto marginale anche nell’immaginario collettivo, dato il numero limitato di permessi di soggiorno rilasciati e le pochissime richieste d’asilo ricevute.

A sinistra, al contrario, si punta su un cambiamento radicale dell’Europa e con lo slogan “Un’altra Europa è possibile”, la leader di Levica (La sinistra), Violeta Tomic, si pone su posizioni apertamente critiche della politica economica comunitaria rilanciando l’idea di un’Europa più solidale e cooperativa, “un’Europa dei cittadini e non del capitale”. Dalla medesima parte, il Partito Socialdemocratico spera nel traino di Tanja Fajon, ex giornalista, nell’europarlamento dal 2009 e attuale vice-presidente dell’Alleanza Progressista (S&D).

I sondaggi

I sondaggi disponibili danno per favorita la Lista Marjan Sarec (affiliata al Gruppo ALDE) accreditata di quasi il 40%: il neo premier, Sarec, beneficia ancora dell’onda lunga del suo fresco incarico e della popolarità guadagnata promettendo un profondo cambiamento del paese (partendo dal sistema sanitario nazionale), ma la luna di miele con gli sloveni mostra i primi segni di stanchezza, come dimostrato dal calo di consensi del proprio governo che, in pochi mesi, è passato dal 70% al 56% di gradimento.

Ciononostante il Partito Democratico Sloveno (Gruppo PPE) rimane distante, intorno al 20%, e tutti insieme i partiti affiliati al PPE sommano solo il 30% circa, ben al di sotto del 45% raccolto 5 anni fa. Per la sinistra si prospetta l’ennesima batosta con il Partito Socialdemocratico e Levica che, insieme, non oltrepassano la soglia del 20%.

CROAZIA: Elezioni europee. Gli schieramenti in campo

Il 26 maggio si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del parlamento europeo. Per la Croazia si tratta della seconda volta dopo la tornata del 2014, svoltasi a distanza di un anno dall’adesione all’Unione europea. Ad oggi, se il Regno Unito dovesse partecipare al voto, al paese spetterebbero 11 parlamentari eletti in un’unica circoscrizione nazionale. La legge elettorale prevede un sistema proporzionale con uno sbarramento del 5%. In caso di Brexit, i seggi per la Croazia salirebbero a 12.

L’attuale governo, nato nel giugno 2017 dopo una lunga fase di instabilità, è guidato dai cristiani-conservatori dell’Unione Democratica Croata (HDZ) con il sostegno del Partito Popolare Croato (HNS), ex alleato del Partito Socialdemocratico (SDP) con cui si era presentato alle elezioni politiche del 2016.

Le elezioni europee del 2014

Il dato più significativo delle scorse elezioni europee è stato quello relativo all’affluenza, pari ad appena il 25,2% contro una media europea del 42,6%. Questo risultato ha evidenziato la poca fiducia che i cittadini croati nutrono verso questo tipo di consultazioni, come dimostrato anche da un sondaggio condotto dallo stesso parlamento europeo nel 2018 secondo cui appena il 30% dei croati considera importanti le elezioni europee.

I risultati del 2014 videro la vittoria della Coalizione Patriottica (Domoljubna koalicija) formata dall’HDZ e dal Partito Croato dei Diritti dr. Ante Starčević (HSP-AS) con il 41,4% e 6 seggi, 5 per l’HDZ appartenente al Partito Popolare Europeo (EPP) e 1 per l’HSP-AS membro del Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei (ECR).

L’altro schieramento era rappresentato dalla Coalizione Kukuriku con il 29,9% dei voti e che raggruppava l’SDP, membro del Partito Socialisti e Democratici (S&D) cui andarono 2 seggi, la Dieta Democratica Istriana (IDS) e l’HNS, entrambi con 1 seggio e appartenenti al gruppo Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE).

L’ultimo seggio disponibile spettò alla coalizione della sinistra ambientalista ORaH, membro del gruppo dei Verdi (Greens/EFA), che ottenne il 9,4% dei voti.

I partiti in campo

A differenza di cinque anni fa il panorama politico croato appare più frammentato a causa della profonda crisi di consenso dei due principali partiti, l’HDZ e l’SDP, che hanno deciso di correre con liste proprie. L’HDZ è guidato dal trentenne Karlo Ressler, proveniente dalle giovanili e simbolo del rinnovamento generazionale attuato dal partito. L’SDP ha invece deciso di puntare sulla continuità candidando come capolista l’attuale parlamentare europeo Tonino Picula.

Il ruolo di terzo incomodo è conteso tra la cosiddetta Alleanza Amsterdam, formata da GLASS, IDS e dal Partito Contadino Croato (HSS) affiliata all’ALDE e sostenitrice di un’Europa più inclusiva e libera, e il movimento Živi Zid. Quest’ultimo, sostenitore del ritiro del paese dalla NATO e contrario all’introduzione dell’euro, punta a creare un nuovo gruppo parlamentare con il Movimento 5 Stelle, con cui ha già avuto incontri ufficiali.

I sondaggi

Secondo gli ultimi sondaggi, l’HDZ, nonostante la perdita di circa 15 punti, dovrebbe confermarsi primo partito con il 28% dei voti ottenendo così 5 seggi (uno in meno rispetto al 2014). I socialdemocratici vengono invece accreditati intorno al 18%, pari a 3 eurodeputati. Ad ottenere la crescita più alta dovrebbe essere proprio il movimento Živi Zid, accreditato intorno al 9%, dallo 0,5% del 2014, riuscendo ad eleggere un proprio candidato. I due seggi rimanenti dovrebbero essere divisi tra la Coalizione Amsterdam (8%), e il partito liberal-conservatore Most, senza nessuna affiliazione europea, registrato intorno al 6,7%. Salvo sorprese dell’ultimo minuto relative alla Brexit, dovrebbe restare fuori dal prossimo parlamento europeo la coalizione sovranista formata da Indipendenti per la Croazia (NHR) e dal Partito dei diritti croato (HSP) affiliata allo stesso gruppo parlamentare della Lega e del Fronte Nazionale francese, l’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENF).

Discorso simile per la lista di sinistra composta dal movimento Možemo, una sorta di Podemos croato, dalla Nova Ljevica (NL) e dalla coalizione ORaH che sembrano ancora lontani dal raggiungimento della soglia di sbarramento e dalla riconferma del seggio conquistato nel 2014.

Al di là dei risultati dei singoli partiti, la vera sfida per la Croazia e l’UE riguarda l’affluenza alle urne. Una crescita considerevole della partecipazione rappresenterebbe per le istituzioni europee una piccola vittoria, una dimostrazione della capacità di riconquistare la fiducia dei cittadini croati in un momento storico complicato. Dall’altro lato, la conferma di una bassissima affluenza lancerebbe un ulteriore segnale di disaffezione verso l’UE che, a sei anni dall’adesione di Zagabria, rimane ancora qualcosa di lontano, di cui i cittadini croati faticano a comprenderne i benefici.

Foto: slobodnaevropa.org

POLONIA: I nazionalisti ultracattolici di Radio Maryja lasciano il PiS di Kazcynski

Nelle ultime settimane un terremoto nel PiS (Diritto e Giustizia) ha spostato a destra l’asse della politica polacca. Il partito conservatore, nazionalista ed euroscettico che governa la Polonia dal 2015 ha infatti subito la scissione della sua ala destra, legata agli ambienti tradizionalisti della Chiesa cattolica, che ha formato, in vista delle elezioni europee, il raggruppamento Ruch prawdziwa europa – Europa Christi (Vero movimento europeo – Europa di Cristo).

La nuova formazione è guidata da Miroslaw Piotowski, parlamentare eletto come indipendente nelle fila del PiS, e ha inglobato alcuni partiti minori della galassia dell’estrema destra polacca come Prawica Rzeczypospolitej (La Destra della Repubblica) e Zjednoczenie Chrześcijańskich Rodzin (Lega delle Famiglie Cristiane).

Un partito per ri-cristianizzare l’Europa

Il nuovo partito nasce con l’intento dichiarato di difendere la preminenza della Chiesa nella vita pubblica, proibire l’aborto in qualunque circostanza, negare la concessione di diritti civili agli omosessuali e, soprattutto, la messa in campo di norme per ri-cristianizzare l’Europa.

L’obiettivo finale della formazione di Piotowski è creare in Polonia una legislazione in linea con le posizioni ideologiche dei settori più tradizionalisti della Chiesa cattolica, e di lavorare in Europa per creare una nuova Costituzione più conforme ai precetti del Cristianesimo. L’eminenza grigia del nuovo partito è infatti una figura molto nota negli ambienti della politica della Polonia degli ultimi vent’anni. Si tratta di Tadeusz Rydzyk, prete cattolico membro della congregazione dei Redentoristi. Essendo un sacerdote non può ufficialmente assumere incarichi nel partito, e tuttavia è il vero regista di questa scissione.

Nato nel 1945 e formatosi in Germania negli anni del regime comunista, dopo il crollo del socialismo reale in Polonia Rydzyk ha fondato un’emittente ultracattolica e conservatrice, Radio Maryja, da non confondere con l’omonimo network d’informazione legato al Vaticano e diffuso in tutta Europa. Il nome deriva da una radio xenofoba bavarese, in seguito chiusa d’autorità dalla Chiesa cattolica, con la cui redazione Rydzyk entrò in contatto durante il suo soggiorno tedesco. Radio Maryja nel corso dagli anni Novanta è diventata la prima emittente della Polonia post-comunista e ad oggi è equiparata alla radio pubblica polacca.

L’impero mediatico di Rydzyk al serivzio dei cattolici tradizionalisti

Attorno alla sua radio Rydzyk ha costruito un vero e proprio impero: l’azienda da lui fondata, Lux Veritatis, controlla il giornale nazionalista Nasz Dziennik (Il nostro quotidiano) e la televisione Trwam (Io persisto). Il sacerdote ha inoltre aperto a Torun una scuola di giornalismo, in cui gli studenti vengono formati alle posizioni politiche del fondatore. Rydzyk è un magnate delle telecomunicazioni polacche con un grande ascendente su una parte importante dell’elettorato, tanto che l’associazione degli ascoltatori dell’emittente, la “Famiglia di Radio Maryja”, ha circa 6 milioni di aderenti che finanziano le attività del gruppo con donazioni per circa 25 milioni di euro l’anno. Rydzyk è noto per le sue posizioni visceralmente anticomuniste, omofobe e antisemite, e per la sua vicinanza agli ambienti dell’estrema destra polacca e del cattolicesimo conservatore.

Emorragia di voti a destra?

La scissione non sembra di poco conto per il PiS, che probabilmente dovrà fare i conti con una emorragia di voti alla sua destra. Rydzyk ha infatti sostenuto da sempre la formazione dei fratelli Kazcynski, e la propaganda in favore dell’attuale partito di governo attraverso i canali d’informazioni controllati dalla Lux Veritatis sembra essere stata determinate la vittoria del PiS alle elezioni politiche del 2015.

Tuttavia alle prossime europee Rydzyk scommetterà su un cavallo diverso, ancora più marcatamente euroscettico, xenofobo e nazionalista rispetto al partito di Kazcynski, a cui rimprovera di non mettere in campo politiche abbastanza in linea con la dottrina sociale della Chiesa cattolica. Resta da vedere quale sarà la risposta degli elettori a questo cambiamento nello scenario politico: certo è che l’impero mediatico della Lux Veritatis avrà un ruolo fondamentale nell’orientare il settore più reazionario dell’elettorato e una parte importante dei contadini che non hanno avuto benefici dalle politiche sociali del governo del PiS.

Foto polityka.pl

POLONIA: In cantiere l’alleanza con i nazionalisti spagnoli di Vox

In vista delle elezioni europee del 26 maggio lo scenario di una larga alleanza tra le forze nazionaliste comincia a delinearsi in maniera più precisa. Il 20 marzo Santiago Abascal, leader di Vox, partito della destra spagnola che guarda con nostalgia al franchismo, è stato accolto a Varsavia dal gotha del PiS (Diritto e Giustizia), il partito nazionalista che dal 2015 presiede il governo polacco. Presente all’incontro, oltre ad Abascal, il responsabile per le relazioni internazionali di Vox, Espinosa de Los Monteros. Ad accogliere la delegazione spagnola si è presentato Jarosław Kaczyński, ex primo ministro ed eminenza grigia della politica polacca negli ultimi anni. Lo scopo della riunione, a detta degli stessi partecipanti, è stato la discussione di una possibile alleanza sovranista alla destra del Partito Popolare Europeo.

PiS e Vox: l’alleanza si farà

Dall’incontro è emersa una forte identità di vedute su alcuni temi centrali per la politica europea: la tutela delle prerogative degli stati membri contro le ingerenze, a detta di  Kaczyński, dell’Unione Europea in affari di politica nazionale, la difesa dei confini dell’Europa e delle sue “radici cristiane” da minacce esterne, di solito identificate con i paesi a maggioranza musulmana, l’irrigidimento dei controlli sull’immigrazione, un rifiuto netto del modello federale verso cui, a detta di  Kaczyński, l’Europa si starebbe incamminando. Su queste basi, la formazione di un fronte in vista delle prossime elezioni europee sembra davvero probabile: un’alleanza che si potrebbe aprire anche alla Lega di Matteo Salvini, come è emerso il 9 gennaio scorso dall’incontro, ancora una volta a Varsavia, tra  Kaczyński e il ministro dell’Interno italiano.

Una santa alleanza

Del resto, profondi rapporti tra i due partiti esistevano già da alcuni mesi. Nel novembre 2018, durante le elezioni in Andalusia, un’eurodeputata del PiS, Kosma Zlotowski, ha accompagnato Santiago Abascal nel suo tour elettorale a Melilla. Nella stessa occasione la Zlotowski ha invitato Javier Ortega Smith, segretario generale di Vox, a tenere una conferenza al Parlamento Europeo: nell’incontro, tenutosi il 6 marzo, Javier Ortega Smith ha dichiarato che “essere europeisti significa difendere l’Europa e non parlare d’Europa” e che “se non ci fossero state la battaglia de Las navas de Tolosa, la battaglia di Lepanto, Carlo V, tutte le donne che stanno in questa sala oggi vestirebbero il burqa”.

Una narrazione ultracattolica, che vede l’Europa come una Santa Alleanza contro il mondo musulmano, un’asse in cui la Polonia nazionalista governata dal PiS sarebbe uno dei perni più importanti. È stato lo stesso Abascal a dichiarare, all’arrivo a Varsavia, che la Polonia sarebbe “una nazione da ammirare per la difesa della libertà e del suo interesse nazionale”. E i contatti fra i due partiti non finiscono qui: lo stesso Espinosa de Los Monteros, nel suo ultimo viaggio a Washington qualche mese fa, aveva incontrato proprio l’ambasciatore polacco.

L’asse sovranista parte da Varsavia

Entrambi i partiti avrebbero tutto da guadagnare da un’alleanza alle prossime elezioni: il PiS è una delle componenti più rilevanti dell’Alleanza dei Conservatori e Riformisti Europei, un gruppo di partiti nazionalisti e moderatamente euroscettici in cui siedono anche i membri di Fratelli d’Italia e del partito conservatore inglese. E proprio con il ritiro dei parlamentari britannici a seguito della brexit, il PiS si troverebbe in una posizione di forza all’interno del gruppo parlamentare, che si sposterebbe ancora più a destra. Ma d’altro canto, con l’uscita di un gran numero di deputati dall’europarlamento, il PiS avrà bisogno di forze fresche con cui allargare il gruppo parlamentare.

Forze fresche che potrebbero essere rappresentate proprio dai nazionalisti spagnoli di Abascal e Ortega Smith. Vox infatti ha tutte le carte in regola per ottenere un risultato di tutto rispetto, se si dovesse confermare a livello nazionale la crescita del partito che già si è vista nelle elezioni andaluse, e che ha penalizzato soprattutto il Partito Popolare spagnolo travolto dagli scandali finanziari. In tal caso, per i nazionalisti di Vox l’alleanza con il PiS sarebbe un ottimo biglietto da visita per essere ammessi in un gruppo parlamentare come l’Alleanza dei Conservatori e dei Riformisti Europei, che gode di una legittimazione profonda nel Parlamento dell’Unione.

Al di là di queste considerazioni, un elemento emerge con grande chiarezza: alle prossime elezioni europee ci sarà una larga alleanza di partiti euroscettici, nazionalisti e reazionari. E sembra che la Polonia, che vede al governo una di queste forze da ormai quattro anni, abbia fatto scuola tra i sovranisti dell’Europa occidentale, dalla lega di Matteo Salvini agli spagnoli di Vox. E il PiS di Kaczyński sta mettendo in atto una massiccia politica estera di partito per strutturare rapporti con tutte queste forze, anche travalicando i confini dei gruppi parlamentari europei, come nel caso della Lega. L’asse reazionario, oggi, si dipana per tutta l’Europa, ma sembra partire proprio da Varsavia.

POLONIA: Il PiS contro il movimento LGBT

Il 18 febbraio scorso il sindaco di Varsavia, Rafał Trzaskowski, ha firmato una dichiarazione congiunta con alcune organizzazioni LGBT. Tra i provvedimenti previsti troviamo la lotta alla discriminazione e l’attivazione di un programma di educazione sessuale nelle scuole. Come prevedibile, quest’ultimo punto ha scatenato la pronta reazione del governo in carica.

Lo scopo ultimo del documento è di combattere qualsiasi forma di discriminazione perpetrata contro le minoranze LGBT. Alla base della scelta del sindaco, membro del partito cattolico e centrista di Piattaforma Civica (PO), c’è la volontà di affermare nella capitale un clima inclusivo e solidale dove tutti i cittadini possano sentirsi al sicuro.

La reazione del governo

A poca distanza dalle elezioni europee, il leader di Diritto e Giustizia (PiS), Jarosław Kaczyński, non si è fatto sfuggire l’opportunità di screditare un diretto avversario politico. Per Kaczyński, quella proveniente da Varsavia è una minaccia pericolosissima diretta contro i bambini. Un chiaro attacco ideologico pensato per distruggere il modello di famiglia tradizionale difeso dal PiS, che durante questa legislatura ha introdotto un generoso assegno familiare, lasciando però indietro giovani precari e madri single.

Seguendo la linea tracciata dal suo Segretario, Ryszard A. Legutko, membro del Parlamento Europeo, ha definito gli attivisti LGBT un gruppo “brutale” che utilizza “metodi bolscevichi” per imporre la propria agenda politica.
Facendo leva su un linguaggio che si lega all’universo simbolico della guerra, alla difesa della prole e che richiama in causa lo spauracchio comunista, le forze conservatrici polacche chiamano alle armi il loro “popolo” per una battaglia tra due modelli di civiltà: quello cattolico-illiberale e quello secolare-liberale.

Il 2019, un anno cruciale

Recenti sondaggi vedono il PiS in calo nelle prossime elezioni europee, mentre i suoi avversari politici riacquistano punti percentuali. La coalizione pro-Europa (Koalicja Europejska) che vede insieme i cattolici del PO, i liberali di Moderno, il Partito Popolare Polacco e i socialdemocratici della SLD è al 37.5%. Il neo-partito dell’attivista omosessuale Robert Biedroń, Wiosna (Primavera), sembra poter ottenere un buon risultato (il 10.6%). Il partito di Kaczyński è fermo invece al 36.3%.

In un paese dove quasi il 90% della popolazione si dichiara cattolica, e dove 12 milioni partecipano alle funzioni religiose ogni domenica, la recente presa di posizione del sindaco di Varsavia rappresenta per il PiS un’occasione per recuperare parte del consenso perso. Il meccanismo adottato dal partito al governo rimane fedele allo schema “tipo” dei nazionalisti di oggi: fare leva sulla paura di un elemento che minaccia l’equilibrio (fittizio) di condizioni socio-culturali considerate immutabili, evitando di aprire un dibattito civile che metta a confronto le diverse posizioni sul tema.

L’obbiettivo del PiS non sono solo le elezioni europee. A novembre i polacchi saranno chiamati alle urne per le elezioni del parlamento. La domanda è se la retorica nazionalista ostile al movimento LGBT riuscirà a fare breccia nell’elettorato.
Nelle aree rurali il partito di Kaczyński  sembra non avere rivali. La partita si giocherà nei centri urbani, dove una parte dell’elettorato che ha dato fiducia ai conservatori nel 2015 (giovani, piccola e media borghesia) potrebbe ricredersi e spostare l’ago della bilancia a favore di altre forze politiche.

Foto: Kafkadesk

Non chiamatelo populismo, basta con le generalizzazioni

A trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, un altro muro – ben più tenace – si erige superbo a dividere l’Europa orientale da quella occidentale, un muro di preconcetti e luoghi comuni, che ci impedisce di guardare a Praga, Varsavia, Budapest, con uno sguardo nuovo, finalmente sgombro dai retaggi del Novecento. E così ci ostiniamo a interpretare i fenomeni sociali e politici di quelle latitudini come se fossero uguali e speculari a quelli di Londra, Parigi e Roma. È un vizio antico, come abbiamo già avuto modo di dire, che ci spinge oggi a tacciare di populismo le politiche e i leader di quei paesi. Nel farlo dimentichiamo – o ignoriamo deliberatamente – la storia di quella parte d’Europa.

Una storia complessa che qui non è possibile riassumere ma che, seppur con differenze anche vistose, ha trovato nell’oppressione dell’identità nazionale un elemento di continuità dal XVIII secolo ad oggi: le spartizioni della Polonia, i tentativi di russificazione, il sacrificio della Cecoslovacchia (consegnata prima in pasto a Hitler, poi a Stalin e infine dimenticata nella Primavera del 1968), l’Ungheria nel 1956, l’oppressione nazista e sovietica, sono le tappe più significative (certo non le sole) di due secoli di sofferenza. Se questi paesi sono sopravvissuti è stato grazie a un pervicace attaccamento alla propria identità nazionale, alla religione (che di quell’identità è parte costitutiva), al senso di comunità. Quell’attaccamento è lo stesso che oggi viene usato, in modo strumentale e opportunistico, dalle élites politiche locali per affermare visioni illiberali e autocratiche del potere fondate su un nazionalismo falso, un conservatorismo retrogrado e una religiosità ipocrita.

Basterebbe questo a dimostrare che il richiamo al popolo portato avanti dalle élites dell’Europa orientale è assai diverso da quello occidentale. Mettere Orban, Marie Le Pen e Nigel Farage nello stesso calderone è idiota prima che sbagliato. Ma alla pubblicistica piace così. Putin è populista, lo è Trump, lo è il governo austriaco, quello polacco, e via dicendo. Se tutti sono populisti, allora questo termine perde di significato, diventa inutilmente denigratorio, opacizza invece di chiarire, inganna invece di spiegare.

Ormai “populista” è diventato sinonimo di “brutto e cattivo” e si assiste a un fiorire dell’uso del termine “populista” per definire qualsiasi forma di governo o di pensiero non coerente con la dottrina liberale (e con il liberismo economico). Il termine, che ha un’accezione negativa, viene usato per delegittimare un vasto spettro di possibilità politiche: protezionismo economico, nazionalismo paternalista, corporativismo, euroscetticismo, conservatorismo, ma anche idee di democrazia diretta o forme di socialismo rivoluzionario: tutto (e il contrario di tutto) sembra potersi contenere in questa parola. Se al momento sono le destre a vedersi accusate di populismo è solo perché le sinistre sono uscite annichilite dalle sfide dell’epoca nostra. Ma potrebbe venire un tempo in cui anche la difesa genuina delle classi ‘popolari’ finirà per l’esser tacciata di populismo.

Insomma, un uso tanto generico del termine non solo è sbagliato – lo si confonde con demagogia – ma realizza il più grave dei peccati intellettuali, quello che ad esser faceti (ma non troppo) si potrebbe chiamare erbafascismo, ovvero la tendenza di mettere in unico fascio – totalizzante e totalitario – le erbe più disparate, talune propriamente erbacce, varia gramigna, ma anche qualche semplice da cui magari si potrebbe ricavare medicamento o balsamo per le cancrene dell’epoca nostra. Di più, si rischia di sbagliare diserbante con l’effetto di veder la malerba resistere e ancor più proliferare.

Un uso più accorto e consapevole del termine è necessario per fornire ai lettori adeguate chiavi interpretative. Occorre non confondere i diversi piani: ci sono governi e forze politiche dal diverso retroterra ideologico che usano il populismo come strumento per ottenere consenso; ci sono invece partiti per cui il populismo è esso stesso ideologia, fine e non mezzo dell’agire politico. Non volendoci allineare alla comune vulgata che tutto taccia di populismo, riprendiamo lo schema proposto da Ben Stanley, ricercatore presso l’Università di Scienze sociali e umanistiche (SWPS) di Varsavia.

Anzitutto, il populismo non è antidemocratico. Il richiamo al popolo quale depositario della sovranità esclude istanze contrarie alla democrazia. Tuttavia questo popolo è messo in opposizione alle élites (la casta si direbbe da noi) contro cui è necessario combattere per restituire al popolo quella sovranità che le élites, nel tempo, gli hanno sottratto. Qui Ben Stanley opera un interessante distinguo: l’élite contro cui scagliarsi è generica (la casta, appunto) e indefinita. Un nemico opaco cui tutti, alla bisogna, possono essere ascritti. Questa casta è immorale (corrotta, furfantesca) mentre il popolo è buono, depositario di virtù civili e morali. Restaurare il potere di questo popolo giusto e immacolato è il fine ultimo del populismo. I campioni del populismo si presentano quindi come uomini del popolo e rivendicano la loro provenienza “dal basso”, la semplicità di costumi, l’estraneità al potere, infine l’appartenenza a quel popolo che affermano voler difendere.

Sulla base di questa definizione, non chiameremo “populista” il governo nazional-conservatore polacco, né la democrazia illiberale di Orban. L’antieuropeismo diffuso in Europa centro-orientale non è, di per se stesso, populismo. Non lo è il neofascismo strisciante, l’estrema destra leghista o frontista. Non lo è il nazionalismo imperante a est come a ovest del nostro vecchio continente. Certamente non è populista Putin, come alcuni vorrebbero.

Queste distinzioni non sono sterile accademia, vuoto esercizio intellettuale: con l’approssimarsi delle elezioni europee sentiremo sempre più parlare di “fronte populista” per descrivere la supposta alleanza delle forze nazionaliste, estremiste, illiberali, ultra-conservatrici d’Europa. Molte di esse vengono tacciate di populismo e certamente del populismo fanno un uso tattico e strumentale ma occorre chiamarle col loro nome: neofasciste, nazionaliste, estremiste di destra. “Populismo” diventa, per loro, una definizione più tenue dietro cui nascondersi. Smettere di chiamarle “populiste” diventa un modo per smascherarle. In attesa che anche i media nazionali capiscano che dare a tutti del “populista” serve solo a confondere e ingannare lettori, ascoltatori e, in fin dei conti, cittadini, cominciamo noi.

La nostra voce è esile, e nemmeno unita – ci sarà chi, su queste colonne, userà il termine “populista” in modo diverso da quello qui descritto, ed è nella libertà di ogni autore seguire la propria coscienza – ma da qualche parte si deve cominciare poiché le parole abusate si logorano, perdono di senso, e noi continuiamo ad usarle senza accorgerci che, infine, stiamo parlando di niente.

 

 

UNGHERIA: Dopo la condanna europea arriva il contrattacco di Orbán

Il 12 settembre il Parlamento Europeo ha finalmente approvato la mozione Sargentini con 448 voti a favore. Il documento mette sotto accusa il governo ungherese colpevole di minare le fondamenta della democrazia liberale. Il primo ministro Viktor Orbán si trova ora a fare i conti con l’opinione pubblica interna e la nuova percezione delle sue scelte politiche. Forte del sostegno di gran parte dell’elettorato ungherese – e non solo – il leader di Fidesz ha lanciato una campagna propagandistica attraverso i media nazionali, accusando la relazione della deputata dei Verdi di rappresentare un inconsistente strumento di pressione politica, con il solo obiettivo di influenzare le decisioni domestiche e i destini del suo governo.

La campagna propagandistica

All’indomani della condanna, Orbán è partito al contrattacco su tutta la linea, cercando di spostare l’attenzione mediatica e dell’opinione pubblica interna verso le sue politiche migratorie osteggiate dalla Merkel e dalla maggioranza dei deputati europei. Il 18 settembre il governo ungherese, tramite la propria pagina facebook, ha rilasciato un video segnando ufficialmente l’avvio della campagna mediatica contro il Parlamento Europeo.

La strategia politica del premier ungherese si basa sulla creazione di una percezione interna favorevole al suo governo nello scontro con l’Unione Europea: conscio di avere il sostegno popolare riguardo le sue scelte nella gestione della crisi migratoria, il premier ungherese si è guardato bene dal commentare il cuore principale del report votato a Strasburgo e cioè la denuncia di un indebolimento dello Stato di Diritto in Ungheria, con le sue pericolose conseguenze sulla tenuta democratica del Paese. Il leader magiaro ha quindi denunciato pubblicamente il tentativo dell’UE di sottrarre all’Ungheria sovranità nel controllo politico delle sue frontiere, dopo il fallimento dei numerosi tentativi di obbligare il paese ad aprire le porte alla redistribuzione dei migranti.

La stragrande maggioranza dei media nazionali ha perciò dato vita a una campagna propagandistica seguendo la linea del governo. La retorica nazionalista non solo ha respinto la relazione europea denunciandola come un attacco politico senza alcun fondamento, ma ha addirittura ribaltato i termini della questione, sostenendo che la parte lesa della vicenda sia l’Ungheria e non la democrazia liberale.

Basterà la propaganda?

Un sondaggio condotto dal quotidiano di opposizione Nepszava sembra mettere in guardia il premier magiaro sull’efficacia di questa strategia politica. I risultati della ricerca hanno evidenziato, infatti, segnali di risveglio nell’opinione pubblica ungherese. Nonostante gli sforzi del governo, secondo la rilevazione, crica il 63% degli ungheresi ha ben chiare le reali ragioni che hanno portato il Parlamento Europeo a votare in favore dell’attivazione dell’articolo 7 contro l’Ungheria.

La percezione comune appare quindi corretta, con la maggioranza degli ungheresi consapevole di come la critica principale della mozione europea verta sul pericolo di un allentamento dello Stato di Diritto e della democrazia ungherese, mentre solo il 26%, invece, sembra credere che la decisione europea rappresenti un’ingiusta punizione per le posizioni ungheresi sulla crisi migratoria. Anche un secondo sondaggio condotto dall’istituto di ricerca Publicus Intézet sembra dare risultati sulla stessa lunghezza l’onda.

L’impressione è che stia forse cambiando qualcosa nella percezione interna della situazione politica corrente. Sebbene i sondaggi non segnalino ancora un effetto negativo della vicenda sulle intenzioni di voto per il partito di Orbán, la maggioranza degli ungheresi sembra vedere nella condanna europea un potenziale fattore di indebolimento del suo governo e della sua leadership.

La sfida all’Europa: verso le consultazioni del 2019

Nella sua battaglia a difesa della sovranità ungherese, Orbán è quindi passato al contrattacco in vista delle prossime elezioni europee. Il premier magiaro ha sottolineato come la votazione del 12 settembre abbia semplicemente confermato le divergenze politiche tra l’Ungheria e la maggioranza dei parlamentari europei riguardo la crisi migratoria e la visione più generale di Europa, liquidando la questione come un qualcosa destinato ad appartenere ormai a un passato che sarà presto archiviato dalle decisioni dei popoli europei. Sulla scia dei recenti sviluppi politici nei vari stati membri, infatti, Orbán si è detto fiducioso sulla possibilità di rinascita della sua idea di Europa a partire dal maggio 2019, quando gli elettori europei saranno chiamati a scegliere i loro nuovi rappresentanti e quindi una nuova Commissione Europea.

Nel tentativo di ribaltare la situazione a suo favore, il leader ungherese è stato assistito nei suoi proclami dai vice premier di Austria e Italia, candidati principali a guidare il progetto “sovranista” da presentare ai cittadini europei tra qualche mese.
In attesa della pronuncia del Consiglio Europeo sulla questione ungherese, i segnali provenienti dalle viscere del paese di Visegrad sembrano contrastanti. Se anche la Polonia (o l’Italia) decidesse di porre il veto a difesa di Orbán sulla decisione del Consiglio, l’iter per l’applicazione di serie conseguenze per il paese mitteleuropeo sarebbe ancora lungo e tortuoso. L’impressione è che, come sempre, a decidere concretamente dei destini dell’Ungheria e dell’Europa saranno gli elettori.

Photo: Brecorder.com

Elezioni europee: il paradosso dell'astensione in Europa centro-orientale

Da Riga a Zagabria, da Sofia a Bratislava, i seggi elettorali aperti per le elezioni europee del 22-25 maggio 2014 sono rimasti vuoti in tutta l’Europa dell’est, con un disinteresse per le elezioni profondamente superiore al resto d’Europa.

L’affluenza est-europea è stata, in media, del 28%. Risultati leggermente migliori hanno toccato i paesi baltici, mentre le punte più basse si sono registrate in Repubblica Ceca e in Slovacchia. Quest’ultima in particolare, con il suo 13%, ha vinto il primato di paese europeo con la minor affluenza alle elezioni europee fin dalla nascita del Parlamento Europeo a elezione diretta nel 1979.

La bassa affluenza alle elezioni europee è in realtà una costante di questi paesi fin dalla loro entrata nell’Unione Europea, ma è continuata a diminuire progressivamente, perdendo ulteriori 4 punti percentuali rispetto al 32,2% del 2009. Questa progressiva diminuzione dell’affluenza smonta quelle teorie che avevano avuto un certo credito nei primi anni successivi alla fine della guerra fredda, secondo cui era necessario aspettare alcuni anni prima che cittadini abituati alle liste bloccate del periodo socialista familiarizzassero con il voto come strumento democratico.

Inoltre il ballottaggio per le elezioni presidenziali slovacche del 2014, che ha preceduto di due mesi il voto europeo, ha visto una affluenza del 50,48%. Non molto alta, ma di gran lunga superiore al 13% di poche settimane dopo. Il problema sembra essere dovuto al fatto che i cittadini vedono le elezioni europee come elezioni “di secondo ordine”, ovvero competizioni elettorali dalla conseguenze meno importanti rispetto alle sfide nazionali, come accade spesso anche per le elezioni regionali (e infatti alle ultime elezioni locali slovacche l’affluenza è stata altrettanto bassa e ha favorito il voto di protesta).

Ma sarebbe errato considerare il disinteresse per le elezioni europee come un’espressione diretta dell’euroscetticismo di questi paesi: i risultati migliori nei sondaggi sulla fiducia nelle istituzioni di Bruxelles si ottengono infatti nei paesi est-europei ed è proprio nell’Europa Orientale che i partiti euroscettici hanno ottenuto i peggiori risultati. In Bulgaria, Romania, Slovacchia, Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia, Lettonia e Estonia nessun parlamentare appartenente a un partito dichiaratamente euroscettico è stato eletto. Solo in Polonia (4 su 51), Ungheria (3 su 21) e Lituania (2 su 11) i partiti ostili all’Unione Europea sono riusciti a ottenere qualche seggio.

Emerge quindi un chiaro paradosso: da una parte permane ed aumenta ulteriormente il forte disinteresse per le dinamiche europee, dall’altra vi è una forte debolezza dei partiti euroscettici. Il quotidiano Sme (Slovacchia) ha provato a spiegare questo paradosso incolpando i partiti tradizionali, che non farebbero altro che litigare e che si sono mostrati poco interessati alle tematiche europee, candidando persone scialbe prive delle competenze necessarie per entrare al Parlamento Europeo.

Esiste quindi un basso interesse per la politica europea, tanto nell’elettorato quanto nei partiti tradizionali, che non dovrebbe tranquillizzare troppo l’Europa: un consenso “silente” alle istituzioni comunitarie, ancor più in un momento di forte crisi economica, è un consenso solo a metà, che mostra comunque un disinteresse di fondo che potrebbe trasformarsi in forme più articolate di opposizione, nel caso arrivasse qualche nuovo partito capace di veicolarlo.

Foto: AFP

LETTONIA: Dopo le europee. Un sì all’Europa e all’euro

Da RIGA – Ci sono diverse analogie in questo voto europee in Lettonia ed Italia. Questi due paesi sono fra i pochi in cui l’elettorato ha premiato i partiti di governo, ed il successo clamoroso di Vienotība  (46%) ricorda molto quello del PD di Renzi in Italia, anche se i due partiti siederanno in seggi contrapposti a Bruxelles, Vienotība nel PPE, il PD primo partito del PSE.

Ma sia in Lettonia che in Italia il voto ha premiato i due partiti che più di tutti hanno fondato la loro campagna elettorale su una visione fortemente eurocentrica, chiedendo agli elettori un mandato chiaro per lavorare alla costruzione di una Europa più forte e capace di rispondere alle esigenze dei cittadini europei.

Vienotība al 46%, il record in Europa.

Da quando è stato fondata, con la confluenza dei tre partiti di centro moderato in Lettonia, Vienotība non aveva mai ottenuto un risultato elettorale così clamoroso e vincente. Nonostante con Dombrovskis e ora con Straujuma sia riuscita a guidare il governo dal 2010 ad oggi, non aveva mai avuto una così forte investitura popolare. La maggioranza parlamentare è finora sempre scaturita da alleanze, escludendo i russofoni di SC, maggioranza relativa nel paese fino ad ieri.

Le dimissioni di Dombrovskis all’indomani della tragedia del supermercato Maxima e l’avvicendamento al governo lo scorso gennaio con Laimdota Straujuma, non hanno rovinato l’immagine dell’ex premier lettone, protagonista della rinascita economica del paese e dell’ingresso della Lettonia nell’euro. Valdis Dombrovskis, capolista di Vienotība in queste elezioni, ha ottenuto un plebiscito, 148 mila preferenze e il suo partito al 46%, trenta punti percentuali sopra il risultato delle politiche del 2011.

Ha premiato anche la scelta di Vienotība di puntare su candidati forti e con esperienza europea: oltre a Dombrovskis, Sandra KalnieteKrišjānis Kariņš e Artis Pabriks, politici conosciuti, di grande personalità e stimati dall’elettorato moderato. Dombrovskis da parte sua sembra lanciatissimo come prossimo commissario europeo, e potrebbe ambire ad un posto di primo livello nella prossima Commissione, forse anche all’economia o alle finanze.

Nonostante l’altissimo astensionismo – ha votato il 30% dei lettoni – Vienotība è riuscita a conquistare 30 mila voti in più rispetto alle politiche del 2011, un trampolino di lancio importante in vista delle elezioni politiche del prossimo ottobre.

I nazionalisti di Visu Latvijai! secondo partito lettone (14%)

Dopo Vienotība l’altro partito che può a buon diritto considerare positivo il risultato delle europee è il partito dell’alleanza di nazionalisti Visu Latvijai! TB, che ottiene un ottimo 14%, riuscendo a confermare a Bruxelles Roberts Zīle, un politico di lunga esperienza anche internazionale. L’alleanza parlamentare fra Vienotība e Visu Latvijai! pur con alcuni momenti di tensione, riesce dunque a tenere e si propone come l’alleanza più in grado di prefigurare l’ossatura del futuro governo che uscirà dal prossimo parlamento, che sarà eletto ad ottobre.

Il terremoto nei partiti russofoni: Saskaņa (SC) 13%, Latvijas Krievu savienība 6,3%

Un vero terremoto nel campo dei partiti russofoni. SC paga un prezzo altissimo alle sue ambiguità nel rapporto con la Russia di Putin, evidenziate clamorosamente nella crisi ucraina. Nils Ušakovs non ha mai detto in campagna elettorale una parola chiara per distanziarsi dalla politica di Putin, e questo ha spaventato l’elettorato lettone che in questi ultimi anni aveva cominciato ad affiancare i russofoni nel voto per SC.

Nello stesso tempo l’ambiguità di SC ha anche causato un’emorragia di voti dell’elettorato più estremista ed identitario russo, che ha deciso di tornare a votare per le figure di riferimento dell’orgoglio nazionalistico russo in Lettonia, a partire da Tatjana Ždanoka, che ha sorprendentemente ottenuto un 6,3%  che le ha permesso di mantenere il suo seggio a Bruxelles.

SC subisce dunque una sconfitta pesantissima. Ottiene in queste elezioni solo poco più di 50 mila voti, un quarto dei voti ottenuti alle politiche del 2011. Difficile adesso prevedere le conseguenze di questo voto, Ušakovs ha già detto che questo risultato è un serio segnale su cui riflettere. L’unica buona notizia per SC è il successo personale di Andrejs Mamikins, un popolare giornalista televisivo russofono, alla sua prima esperienza politica, che si propone come un volto nuovo e forse l’astro nascente del partito. Ma la notizia della sconfitta di SC non è positiva neanche per i partiti lettoni, perché può determinare un’avanzata dei partiti più estremi del panorama politico russofono.

Cosa è successo a Riga: i russofoni perdono anche nella capitale.

L’analisi del voto propone anche spunti interesssanti nella circoscrizione della capitale lettone, negli ultimi anni feudo di SC. Lo scorso anno Ušakovs ha vinto le elezioni a sindaco conquistando oltre il 50%: in queste europee ha ottenuto solo il 22%, mentre il partito dei Russi di Lettonia della Ždanoka ha preso il 10%. Ma soprattutto Vienotība ha conquistato anche a Riga una vittoria nettissima con il 38,7%.

Le elezioni europee hanno caratteristiche decisamente diverse da quelle politiche e soprattutto da quelle amministrative, dove le politiche di assistenza sociale di SC hanno spesso pagato benissimo. Ma dopo i risultati di ieri anche Riga rischia di sfuggire di mano ai partiti russofoni. L’effetto ucraino e le politiche aggressive del Cremlino stanno trasformando radicalmente anche il panorama politico in Lettonia. La paura dell’orso russo è molto più forte dello scontento verso Bruxelles e le sue politiche di austerità.

Vedi anche, su Balticanews:

– Chi sono gli otto eurodeputati lettoni che andranno a Bruxelles

– Straujuma a Bruxelles spinge per un ruolo di primo piano di Dombrovskis in Commissione

– Ušakovs (SC): “Continueremo a collaborare con Russia Unita di Putin e il PC cinese”.

 (Foto Leta)

Elezioni europee, dinamiche nazionali. Perché non c'è nessun "terremoto euroscetticismo"

“Questa volta è diverso”, diceva lo slogan del Parlamento europeo. Di sicuro lo è stato, ma per ragioni anch’esse differenti. Le elezioni, sebbene le più “europee” da sempre per livello del dibattito transnazionale, han continuato ad essere combattute, vinte o perse in base a dinamiche nazionali.

Innanzitutto, la partecipazione alle urne: 43,09% a questo giro, leggermente superiore al 43% del 2009, e che ribalta il trend negativo continuo sin dal 1979. Segno che la politicizzazione del voto aiuta, anche se molto resta da fare. Sarebbe irrealistico aspettarsi dalle elezioni europee una partecipazione al voto pari a quella delle elezioni nazionali, ma diversi casi sono preoccupanti. Se persino in Italia si è passati dal 66% al 53% di elettori in cinque anni, in Slovacchia solo il 13% si è preso la briga di andare alle urne. Come indica bene questa mappa della AFP, resta un forte divario est/ovest nei livelli di partecipazione al voto, tanto europeo quanto nazionale, dato dall’eredità del periodo socialista sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

conservatori del PPE tengono e si confermano primo gruppo all’europarlamento, come pronosticato da tutti, nonostante azzoppati: sono il gruppo che ha perso più voti e seggi rispetto al 2009 (da 263 a 212), e li ha persi a destra verso euroscettici, populisti ed estrema destra. Il rischio, ora, è quello di una “Cameronizzazione” del PPE, che potrebbe assumere temi e politiche dell’estrema destra per cercare di recuperarne gli elettori, come già si sta posizionando Sarkozy. Ma la sconfitta di Cameron stesso in Gran Bretagna dovrebbe dimostrargli che rincorrere l’estrema destra sul suo terreno non è affatto una strategia sicura.

Gli altri gruppi di centro e sinistra si mantengono stabili. I socialisti passano da 194 a 191. Merito della crescita della SPD tedesca, ma soprattutto del PD di Renzi che si porta in dota una trentina di eurodeputati. Non sfondano, anche per colpa della débacle del PS francese e del Labour britannico. Ma se una nuova “grande coalizione” si renderà necessaria a livello europeo, come pare nelle carte, sarà una coalizione paritaria in cui i socialisti si faranno pesare. Altrettanto si mantengono sui livelli del 2009 le altre forze di centro e sinistra: liberali (da 85 a 64), verdi (da 58 a 52) e sinistra europea (da 35 a 46), di cui a turno era stata pronosticata la fine.

Le novità del quadro politico europeo vengono da destra, e sono novità particolarmente legate al proprio contesto nazionale. Il nuovo parlamento europeo vedrà probabilmente la nascita di tre gruppi politici di destra: i conservatori antifederalisti di ECR (Tories britannici, PiS polacchi) con circa 46 seggi; gli euroscettici di destra di EFD (UKIP) con 38 seggi e il gruppo d’estrema destra AEF (Front National, Lega Nord, Vlaams Belang), con circa 40 seggi. Più in là, resteranno una cinquantina di eurodeputati “non affiliati” di ogni colore politico e provenienza geografica, inclusa la pattuglia di grillini. Una bella crescita rispetto al 2009, come riporta anche un grafico dell’Economist e la mappa di AFP, ma che non avrà particolare influenza sui lavori del Parlamento europeo, in cui non esistono minoranze di blocco.

Le ripercussioni si faranno sentire piuttosto a livello nazionale: Marine Le Pen primo partito in Francia, e Nigel Farage nel Regno Unito (ma anche il Partito popolare danese a Copenhagen), dimostrano la debolezza delle attuali leadership politiche di Parigi e Londra, seppur di diverso colore politico. I socialisti non hanno saputo offrire ai francesi quel cambiamento che era refrain della campagna elettorale di Hollande solo nel 2012, mentre in Gran Bretagna i conservatori di Cameron han dimostrato come rincorrere l’estrema destra sul suo terreno sia controproducente.

A est, nonostante i tassi abissali di partecipazione al voto, sono i governi a guadagnarne di più: in Polonia, sull’onda della crisi nella vicina Ucraina, Tusk finisce la volata in pareggio (19 seggi a testa) contro l’opposizione di destra di Kaczynski. A Praga e Bratislava, vince il centrosinistra al governo (CSSD e SMER). A Budapest, si conferma Orban pigliatutto. In Romania, è in vantaggio il partito socialdemocratico. Mentre in Bulgaria, mesi di proteste continue contro il governo socialdemocratico sembra avvantaggiare il centrodestra del GERB – il cui governo era stato scalzato dalla piazza solo due anni fa.

Tuttavia, come avevamo sostenuto, la “marea nera” degli euroscettici e dei populisti, a livello europeo, non c’è stata. L’euro, che non c’è né nel Regno Unito né in Danimarca, non può essere la causa della crescita dell’estrema destra, legata piuttosto al sentimento sull’immigrazione. E le risposte alla crisi sono estremamente diversificate da paese a paese: in Grecia la nuova sinistra di Alexis Tsipras è primo partito e si candida a governare il paese, a breve; in Spagna e Portogallo il sistema politico non sembra aver subito particolari contraccolpi. L’Italia premia il centrosinistra al governo, mentre la Francia lo punisce. In Olanda, l’estrema destra di Geert Wilders alleata di Le Pen ha preso una sonora batosta. Insomma, i titoli sul “terremoto euroscettico” si confermano una semplificazione giornalistica: la realtà è molto più complessa e frammentata.

Foto: AFP

27/05: I dati sugli europarlamentari eletti sono stati aggiornati al 27 maggio.

L’Ukip in testa nei sondaggi nel Regno (dis)Unito

da LONDRA – Uno spettro di aggira per la Gran Bretagna, è lo spettro dell’Ukip. Il partito antieuropeista guidato da Nigel Farage si è trovato per la prima volta in testa nei sondaggi. L’incubo che possa vincere alle elezioni europee (in Gran Bretagna si è votato il 22 maggio) ha spinto gli partiti del Regno a un’inedita alleanza. Una campagna di condanna nei confronti dell’Ukip è stata lanciata lo scorso 29 aprile dall’ex-ministro all’Immigrazione, Barbara Roche, esponente del partito laburista, cui si sono subito accodati Nadim Zahawi, esponente di spicco del partito conservatore, e il vice-presidente della Camera dei Lord, il liberale Navnit Dholakia. “La campagna elettorale dell’Ukip va chiamata con il suo nome: razzista” ha dichiarato Roche , “usa le stesse pratiche e le stesse retoriche dei partiti apertamente razzisti ma invece che indirizzarle contro immigrati dall’Asia o dall’Africa, le indirizza verso gli europei”. Quali europei? I romeni e i bulgari, soprattutto, ma anche tutti quelli che dall’Europa meridionale – Italia inclusa – emigrano nel Regno Unito in cerca di lavoro. Malgrado questo fuoco di fila, i primi polls mostrano come l’Ukip abbia di gran lunga superato i risultati delle scorse europee e possa fare il botto alle amministrative, per le quali si è votato lo stesso giorno delle europee.

 Dall’antieuropeismo al “razzismo”?

L’Ukip è un partito fondato nel 1993 da alcuni fuoriusciti conservatori, il suo principale obiettivo è l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La crisi economica, che anche nel Regno ha colpito duro, ha offerto a Farage e ai suoi nuovi argomenti: l’immigrazione anzitutto. Gli stranieri, colpevoli di portare via il lavoro ai britannici o di vivere come parassiti sulle spalle del sistema previdenziale, sono sempre più al centro delle retoriche dell’Ukip. L’obbligo di far entrare bulgari e romeni, scattato nel gennaio scorso allo scadere della clausola transitoria che consentiva a Londra di limitarne l’accesso al mercato del lavoro, è stato vissuto dai britannici come un abuso. Un sondaggio rivelò come la maggioranza della popolazione fosse contrario a quella che riteneva essere un’imposizione.

Più che tolleranza è una questione di soldi

Ma cosa è successo alla tradizionale tolleranza inglese? E’ successo che, in tempi di crisi economica, ci sono cose che al contribuente non vanno giù. Un esempio e qualche dato: il welfare britannico costa 160 miliardi di sterline l’anno, di questi circa 40 milioni (lo 0,00025%) vanno in child benefits all’estero. Sei polacco? lavori in UK? tuo figlio vive con la nonna a Poznan? hai diritto a dei benefit per lui anche se non risiede nel Regno. Il 75% dei child benefits che vanno all’estero sono destinati alla Polonia. Ecco perché i cittadini britannici non vogliono altri “polacchi”, ovvero romeni e bulgari ma anche italiani o spagnoli. Secondo i dati dell’istituto nazionale di statistica il più alto numero di richieste di benefit tra gli stranieri viene da polacchi, spagnoli, italiani e portoghesi. Ecco per Farage e i suoi è stato facile associare i due temi, quello della permanenza nell’Unione Europea e quello dell’immigrazione.

Un programma estremista

L’Ukip non è solo un partito antieuropeista e xenofobo, il suo programma prevede la rimozione della Gran Bretagna dalla Corte europea dei Diritti Umani; il conferimento di maggiori poteri alla monarchia e l’istituzione della fede anglicana a religione di Stato (anche se, secondo il censimento del 2011, solo il 19,9% della popolazione è anglicana) in barba a tutte le altri confessioni cristiane del regno, dai cattolici ai metodisti e presbiteriani. Recentemente il partito è stato al centro di polemiche per il sessismo di certe dichiarazioni: lo stesso Farage ha detto che  non conviene “assumere una donna con bambini”, mentre Godfrey Bloom, candidato alle prossime europee, ha dichiarato che le donne sono “sluts (troie) che si dimenticano di pulire dietro al frigo”.

Dopo questa uscita, Bloom è stato costretto a lasciare il partito, come prima di lui è toccato a Andre Limpitt, che curando la campagna sui social-media dell’Ukip si lasciò andare a più di un tweet anti-islamico, e a William Henwood, che ha paragonato l’Islam al Terzo Reich. Non si tratta però di “singole mele marce”, come sostenuto dal partito, poiché ogni dichiarazione pubblica dell’Ukip è segnata da un evidente pregiudizio verso ogni genere di minoranza. A un’intervista al quotidiano The Guardian, lo stesso Farage ha messo in guardia dal pericolo di avere “romeni ubriachi in giro per le strade”.

La svolta radicale di Cameron

Fin qui gli altri partiti avevano dimostrato una certa tolleranza, anzi, David Cameron – alla disperata ricerca di voti – aveva fatto proprie alcune retoriche dell’Ukip dichiarando di voler dare una stretta all’immigrazione e di voler fare leggi speciali destinate a“contrastare il turismo assistenziale” degli stranieri e a “snellire le procedure di espulsione in caso di accattonaggio”. Il suo partito è uscito dal Partito popolare europeo sedendo tra gli euroscettici moderati, e lo stesso Cameron ha promesso un referendum sulla permanenza del paese nell’UE.

Ancora Cameron, il 21 aprile scorso, in un’intervista rilasciata a The Church, voce della chiesa anglicana, ha detto che la “Gran Bretagna dovrebbe sentirsi più sicura di sé nell’affermarsi nazione cristiana”, dimenticandosi in un paese dove il 32,8% dei cittadini si definisce “non religioso” e solo il 4% va in chiesa. Lo scivolamento dei Tories verso le retoriche antieuropee, tradizionaliste e anti-immigrazione dell’Ukip  non è però il dato il dato più preoccupante: l’ultimo sondaggio, realizzato il 20 maggio scorso dall’istituto YouGov per il Sunday Times, attestava all’Ukip il 31% delle intenzioni voto, contro il 28% dei laburisti e il 19% dei conservatori seguiti, al 9%, dagli alleati di governo liberali.

La spaccatura politica della Gran Bretagna

Il dato è ancora più grave se si guarda alla sola Inghilterra, tradizionale roccaforte dei conservatori, dove l’Ukip è in testa di due punti percentuali con più del 50% dei voti destinato ai due partiti di area conservatrice. Un dato che si ripercuoterà sulla questione scozzese. Il 18 settembre prossimo infatti la Scozia è chiamata a votare per il referendum sull’indipendenza da Londra.

Gli indipendentisti, guidati dal first minister scozzese Alex Salmond, non stanno facendo una campagna di stampo nazionalista. Essi piuttosto propongono un modello sociale basato su equità, welfare e redistribuzione della ricchezza. Un modello antitetico a quello di Londra e lontano anni luce dalle politiche dell’Ukip. Non a caso in Scozia il partito di Farage raccoglie appena il 9% delle intenzioni di voto, mentre i conservatori non sono mai riusciti ad eleggere più di un deputato nelle ultime quattro elezioni.

La Scozia è tradizionalmente social-democratica e guarda, per il suo futuro da nazione indipendente, al modello scandinavo. La causa scozzese è data in crescita nei sondaggi e il favore per l’indipendenza in Scozia cresce di pari passo con l’affermazione dell’Ukip in Inghilterra. I due fenomeni sono legati tra loro e restituiscono la spaccatura sociale della Gran Bretagna, regno sempre più disunito.

LETTONIA: Metà dei candidati europarlamentari a rischio corruzione

Circa la metà dei candidati lettoni alle prossime elezioni per il rinnovo del parlamento europeo sono a rischio corruzione. E’ questa la scioccante conclusione a cui è arrivata la Delna (Sabiedrība par atklātību), agenzia che si occupa di analisi sulla trasparenza della politica e delle istituzioni lettoni.

La Delna è un’agenzia che gode di grande credibilità in Lettonia e le sue inchieste sono considerate con grande attenzione dall’opinione pubblica e dai media del paese  baltico. Per questo le conclusioni di Delna sulla scarsa trasparenza e sul rischio di corruzione a cui possono essere esposti la metà dei candidati dei partiti lettoni alle elezioni europee sono un grido di allarme serio.

Delna in una conferenza stampa ha reso noto che sono 25 su 54 i candidati che in qualche modo possono avere qualche problema, grande o piccolo a seconda dei casi, relativo alla loro trasparenza nelle passate attività politiche o imprenditoriali, in relazione al tema della corruzione nella politica.

Nel sito Kandidatiuzdelnas.lv la stessa Delna indica i nomi dei candidati in questione, divisi per grado di “pericolosità”. In realtà analizzando questi dati si può osservare che solo uno di questi candidati è inserito nel livello “pericoloso”: si tratta di Alfrēds Rubiks, politico russofono già esponente di rilievo del partito comunista nell’ultima fase del regime sovietico in Lettonia, e attualmente eurodeputato, che a queste Europee si ripresenta fra le fila del Latvijas Sociālistiskā partija (Partito socialista lettone).

Nessun candidato è inserito nel livello “alto rischio”, mentre quattro sono i candidati considerati a “medio rischio”, due del partito ZZS, uno di Saskaņa Centrs, uno di Alternative partija.

Il maggior numero è quello inserito nella categoria “a basso rischio”, fra cui alcuni nomi eccellenti come quello dell’ex premier Valdis Dombrovskis,  che Delna ha inserito fra i politici a basso rischio corruzione per alcune attività imprenditoriali di alcuni anni fa legate alla moglie di Dombrovskis.

Infine altri otto candidati sono inseriti nel livello più basso “semplici sospetti”.

Il tema della corruzione nella politica e della contaminazione fra politica e affari, è molto sentito in Lettonia. La Lettonia come del resto gran parte degli altri paesi della ex orbita sovietica, soffre di un grado significativo di corruzione nel mondo della politica e delle attività imprenditoriali.

Non aiuta in questo senso la grave crisi istituzionale e di attività in cui si dibatte da un paio di anni l’agenzia anti corruzione KNAB, agitata da lotte intestine fra il suo attuale capo Jaroslavs Streļčenoks e la sua vice Juta Striķe, che di fatto ha reso molto più complicata l’attività di prevenzione e di lotta alla corruzione dell’agenzia.

Fonte Delna

Foto: frontiermarketnetwork.com

La sinistra est-europea verso le elezioni di maggio

Il 28 aprile Alexis Tsipras, leader di Syriza e candidato alla Commissione europea, e Pierre Laurent, leader del Partito Comunista Francese e Presidente della Sinistra Europea, sono arrivati a Praga in piena campagna elettorale europea per una serie di eventi organizzati con la collaborazione del locale Partito Comunista della Boemia e della Moravia (KSČM). La scelta di Praga non era casuale, considerato che il KSČM è l’unico partito est-europeo di sinistra ad avere una reale possibilità di portare dei propri eletti nel Parlamento Europeo e che fino ad oggi non aveva mostrato un appoggio attivo per Tsipras. Membro osservatore della Sinistra Europea, il KSČM mantiene buoni rapporti anche con partiti non allineati a Tsipras, come i comunisti ortodossi del KKE, che in Grecia attaccano duramente Syriza.

Il dato interessante è che la Sinistra Europea sembra voler guardare ad Est per allargare i propri consensi e tessere nuove alleanze, dopo anni di disinteresse per tutto quello che succedeva nell’Europa centro-orientale, con la modesta eccezione della Linke tedesca che ha sempre avuto un occhio più attento per ciò che accade ad est di Berlino.

Un esempio della confusione della Sinistra Europea nei rapporti con l’Est è il sostegno acritico dato in passato al Partito dei Comunisti di Moldavia (PCRM), un forte partito “comunista” che ha perfino governato il paese per otto anni (unico caso dopo la caduta del Muro di Berlino)… peccato che non abbia mai attuato la benché minima politica di sinistra.

Le ragioni delle difficoltà della Sinistra Europea a relazionarsi con l’est hanno un’origine oggettiva che risale ai primi anni successivi al 1989, quando i partiti della sinistra, eredi diretti dei vecchi partiti comunisti al potere, erano in fase di ridefinizione del loro profilo politico e di adattamento al nuovo sistema pluripartitico.

Il Partito della Sinistra Europea non era ancora nato e il Partito del Socialismo Europeo e l’Internazionale Socialista riuscirono a stabilire stretti legami con gli ex partiti comunisti, svolgendo un ruolo importante nel de-radicalizzarli, fornendo loro un’identità e una legittimità nuova. Una volta tornati al potere tramite libere elezioni, gli ex partiti comunisti continuarono con decisione la trasformazione capitalista del paese iniziata dai loro avversari, implementando riforme economiche liberiste fatte di privatizzazioni e tagli alla spesa pubblica, in linea con la tendenza maggioritaria nella socialdemocrazia europea. Fu così che la “sinistra” dell’Europa orientale lasciò ingloriosamente ad altri soggetti politici il ruolo di rappresentanza dei gruppi sociali più deboli, usciti perdenti dalle riforme post ‘89. L’opportunismo politico e il liberismo economico aprirono la strada in gran parte dell’Europa orientale ad una destra nazionalista e conservatrice capace di catalizzare il malcontento sociale. Lo si è visto chiaramente in Ungheria, dove il liberismo del partito socialista è stato determinante nella crescita di preoccupanti forze nazionaliste sostenitrici dello stato sociale e ostili al neoliberismo.

In queste condizioni di polarizzazione risulta oggi molto complesso aprire uno spazio per l’emergere di una sinistra antiliberista. Riaprire la partita nel “deserto orientale” – per usare una espressione de il manifesto – potrebbe quindi rivelarsi per la Sinistra Europea molto più complesso di quanto possa apparire. E’ vero che oggi quasi ogni paese est-europeo ha un partito politico affiliato o vicino alla Sinistra Europea, ma si tratta di micro-partiti senza alcuna reale capacità di mobilitazione. L’esempio chiave è la Sinistra Bulgara, che è stata eletta nella direzione centrale della Sinistra Europea all’ultimo congresso, ma che alle elezioni bulgare del 2013 ha preso lo 0,17%. Risultato ancora più grave se si considera che le elezioni erano il risultato dell’esplosione delle proteste studentesche, che avevano costretto il precedente governo alle dimissioni.

Alle elezioni europee di maggio solo la Repubblica Ceca e forse la Slovenia e la Croazia eleggeranno dei deputati nel GUE (Gauche Unitaire Européenne, il gruppo di sinistra al parlamento europeo).

La Repubblica Ceca ha vissuto dopo il 1989 un’evoluzione diversa rispetto agli altri paesi europei post-comunisti e ha oggi un forte partito comunista (KSČM) che oscilla tra il 10 e il 15% e che si colloca a metà tra un partito moderno di sinistra e un partito comunista ortodosso e nostalgico. Con la fine del socialismo reale sembrò muoversi verso il socialismo democratico, con alcuni membri che sostenevano la continuità con il “socialismo dal volto umano” del 1968, ma scontava l’assenza di leader capaci appartenenti a questa corrente. I protagonisti della Primavera di Praga o avevano abbandonato definitivamente il socialismo, o erano stati dimenticati, o ancora screditati per la loro iniziale collaborazione col nuovo regime filo-sovietico dopo l’invasione del 1968. Inoltre l’assenza di una chiara rottura con il precedente partito di regime facilitò l’entrata di molti esponenti del passato regime, rendendo ancora più difficile questa evoluzione. Il KSČM resta oggi un movimento diviso ed eterogeneo in cui sono riscontrabili tre differenti fazioni all’interno del partito: quella nostalgica del regime comunista, anche definita “stalinista”; quella pragmatica, meno ideologica e più interessata a occupare posizioni di potere e incline ad accordi coi socialdemocratici; quella neo-comunista legata al socialismo democratico, che preme per la nascita di una sinistra del XXI secolo e più vicina alla Sinistra Europea.

Nelle ex repubbliche jugoslave invece la sinistra resta ancora una forza debole ma la crescita di nuove formazioni politiche, così come le recenti proteste in Bosnia, mostrano l’esistere di condizioni favorevoli per un suo potenziale sviluppo.

A febbraio 2014 in Slovenia tre piccoli partiti di sinistra hanno dato luce a Sinistra Unita, una nuova formazione che ha già aderito alla Sinistra Europea e che ha visto la presenza di Tsipras alla sua fondazione. E’ però ancora difficile capire il reale peso di questa nuova organizzazione, considerando che nei sondaggi oscilla tra lo 0,7 % e il 5.6% (in Slovenia la soglia di sbarramento è del 4%). In Croazia il Partito del Lavoro – Laburisti Croati, che siede nel GUE, è in crescita e i sondaggi lo danno intorno al 10% dei voti. E’ stato fondato nel 2010 da un ex sindacalista ed è un partito dal profilo meno chiaramente orientato a sinistra, più populista ed eterogeneo al suo interno. A livello europeo sembra guardare con interesse a Tsipras, ma allo stesso tempo strizza l’occhio a Martin Schulz.

In ex Jugoslavia esiste una maggiore nostalgia per il regime socialista, dovuto sia alla figura di Tito sia al ricordo doloroso della guerra civile associato alla fine del socialismo. Inoltre esiste una subcultura giovanile di sinistra attenta a “nuovi” valori come l’ecologismo, il femminismo e il pacifismo. Questi valori non sono affatto comuni nei paesi che hanno vissuto il socialismo reale, basti pensare all’attuale Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF), principale forza di opposizione nel paese e in crescita nei sondaggi (è di poche settimane fa la vittoria nelle elezioni comunali della terza città più grande della Russia, Novosibirsk). E’ un partito ostile al Gay Pride di Mosca e all’omosessualità in generale, che, in nome di un patriottismo russo riabilita Stalin e stringe rapporti con alti esponenti della Chiesa Ortodossa e con ricchi oligarchi russi in competizione con il capitale straniero.

L’influenza del Partito Comunista della Federazione Russa nei paesi europei post-comunisti è comunque minimale e vi è una comprensibile diffidenza della popolazione nei confronti dei russi; un’ostilità che va frequentemente di pari passo con il diffuso anticomunismo ma che coinvolge anche settori della sinistra (il KSČM , ad esempio, ha criticato il ruolo della Russia nella crisi ucraina).

Per concludere, se il GUE diventerà davvero la terza forza politica al Parlamento Europeo, come i sondaggi più ottimisti pronosticano, non sarà per il contributo dell’Europa orientale ma per la crescita della sinistra nel sud Europa (Grecia, Portogallo, Spagna). Il rafforzamento del GUE potrà forse avere una influenza nello sviluppo di una nuova sinistra anche in est Europa, sempre che i conflitti interni al gruppo parlamentare non esplodano indebolendolo. Il GUE ha infatti al suo interno sia formazioni europeiste favorevoli all’euro (Tsipras e la maggioranza della Sinistra Europea, anche se con gradazioni diverse), sia movimenti più critici verso l’UE e la moneta comune (il Partito Comunista Portoghese), fino a organizzazioni che la attaccano frontalmente quali il Movimento Popolare contro l’UE danese e il KKE greco. I risultati delle elezioni di maggio permetteranno di capire meglio i rapporti di forza di queste diverse correnti.

Questo articolo riprende il lavoro della tesi di laurea di Jacopo Custodi “La sinistra nelle società post-comuniste”; per le fonti utilizzate e per una analisi più dettagliata si rimanda al testo originale, scaricabile qui: http://www.scribd.com/doc/192356061/La-sinistra-nelle-societa-post-comuniste

ELEZIONI EUROPEE: Non vinceranno gli euroscettici. Ma l'Europa non si ferma a Bruxelles

Chi sono gli anti-europeisti?

I giornali di mezza Europa paventano la vittoria degli anti-europeisti alle prossime elezioni europee. Ma sarà davvero così? Proviamo anzitutto a capire chi sono gli anti-europeisti. I partiti che si oppongono all’UE sono di almeno tre tipi:

  • quelli moderatamente euroscettici, conservatori di destra, raggruppati nel ECR, l’Alleanza dei Conservatori e Riformisti europei. Ne fanno parte il Partito Conservatore inglese, guidato dal premier David Cameron e il polacco Diritto e Giustizia di Lech Kaczynski. Sono a favore del libero mercato ma difendono la sovranità nazionale da ogni progetto di federazione europea.
  • quelli (etno)nazionalisti e apertamente euroscettici raggruppati nell’ELD (o EFD in inglese) che sta per Europa delle Libertà e della Democrazia. Ne fanno parte il britannico UKIP, di Nigel Farage; la Lega Nord; i Veri Finlandesi; il Partito Nazionale Slovacco; il lituano Ordine e Giustizia; il greco LAOS. Sono partiti tradizionalisti, nazionalisti o etnonazionalist che sostengono la costituzione di una Europa dei Popoli, contro il centralismo burocratico e a favore dell’indipendenza delle nazioni.
  • gli antieuropeisti “indipendenti”, cioè non raggruppati in nessun partito europeo o, più correttamente, i “non iscritti”. Ne fanno parte il francese Front National; l’inglese British National Party; lo Jobbik ungherese, l’FPO austriaco (quello che fu di Haider); il partito nazionalista fiammingo Vlaams Belang; partiti in buona misura neofascisti o ultranazionalisti. Ci sono poi formazioni come ANO, il partito di centro-destra del miliardario ceco Andrej Babiš,  e l’italiano Movimento 5 Stelle che presentandosi per la prima volta non fanno parte di alcun partito. E’ però possibile che cercheranno alleanze dopo il voto.
A Bruxelles nessuno teme nulla

Di questi tre gruppi quello più “pericoloso” per l’Unione Europea è il secondo, l’ELD, poiché l’ECR è comunque moderato e composto da partiti che fino a ieri stavano con il Partito popolare europeo (PPE); mentre gli indipendenti, non essendo raggruppati in partito, sono privi di quasi tutti i poteri procedurali. Infine: né i conservatori dell’ECR, né gli indipendentisti di ELD hanno espresso un candidato presidente. Questa è infatti la novità di queste elezioni: ogni partito europeo può esprimere un candidato, una faccia, un nome, da spendere in campagna elettorale. Per i popolari è Jean-Claude Juncker, per i socialisti Martin Schultz, per la sinistra radicale è Alexis Tsipras, per i verdi la giovane Ska Keller. Gli euroscettici non hanno però saputo esprimere un candidato mostrando da un lato l’assenza di un reale coordinamento politico e dall’altra la volontà di limitarsi all’opposizione.

“L’Europa ci teme”, gridava dal palco Beppe Grillo solo la settimana scorsa ma, se guardiamo ai sondaggi, l’Europa non teme proprio nessuno. Tantomeno il M5S che, coi suoi 20 deputati, non potrà fare nulla contro Bruxelles (l’europarlamento conta 750 deputati). L’ultimo sondaggio sulle elezioni europee, realizzato dall’istituto PollWatch2014 lo scorso 23 aprile, mostra lo scarso successo degli antieuropeisti a livello continentale.

I sondaggi a livello europeo

I non iscritti, tutti insieme, raccoglierebbero 94 seggi su 751, pari al 12,6% complessivo.

Gli euroscettici di ELD, tutti insieme, raccoglierebbero 36 seggi su 751, pari al 4,8% complessivo.

Gli euroscettici moderati di ECR raccoglierebbero 41 seggi su 751, pari al 5,4%.

Con queste percentuali gli euroscettici non possono pensare di influenzare in nessun modo la vita del Parlamento europeo né bloccarne l’attività. Se davvero avessero voluto smantellare queste Unione Europea, da loro considerata iniqua, avrebbero dovuto non solo elaborare un programma unitario e condiviso (impossibile data la diversa provenienza politica: neofascisti, etno-nazionalisti; conservatori democratici) ma anche prendere molti più voti. Quello che appare chiaro da questo sondaggio è che in Europa gli anti-europeisti non vanno per la maggiore.

I sondaggi a livello nazionale, la musica cambia

In alcuni paesi però raggiungono risultati importanti. Importanti soprattutto perché esprimono i dubbi, i timori, le contrarietà di parte dell’opinione pubblica di paesi cardine dell’Europa.  Vediamo quali sono:

  • GRAN BRETAGNA: qui l’UKIP è dato al 25,3% dei voti. E’ la seconda forza dietro al Partito Laburista (32%) e davanti al Partito Conservatore, euroscettico moderato, fermo al 22,7%. L’euroscetticismo, moderato o radicale, è la cifra di queste elezioni britanniche. Nel Regno Unito si è sempre mal digerita l’Unione Europea e la crisi economica in corso sta spingendo molti a vedere nell’UE un pericolo per l’economia nazionale e la piazza finanziaria della City. Anche l’immigrazione è uno dei temi caldi e i britannici non vogliono aprire le porte indiscriminatamente a tutti i cittadini comunitari. L’UKIP sarà così la principale forza dell’ELD e potrà far sentire la sua voce in Parlamento.
  • FRANCIA: qui il Front National (“non-iscritti”) è al 22,3% e rischia davvero di vincere. La formazione neofascista è infatti sopra ai socialisti di Hollande (18,8%) e tallonano la destra gollista dell’UMP (23,2%).
  • ITALIA: il Movimento 5 Stelle (“non-iscritti”) formazione del comico Beppe Grillo, è la seconda forza (24,4%) e segue il Partito Democratico (42%) davanti a Forza Italia (19,9%)
  • GERMANIA: qui Alternativa per la Germania, movimento antieuro, registra il 6%, eleggendo così appena 6 deputati all’europarlamento
  • OLANDA: qui il Partito per la Libertà, antislamico ed estremista di destra, guidato da Geert Wilders è al 15% (4 deputati). Stessa percentuale dei Cristiano democratici, dei popolari e dei Democratici 66 (liberali).
  • AUSTRIA: qui i neofascisti del FPO sono la terza forza (20%) ma impegnanti in un testa a testa con il Partito Popolare (24,3%) e quello Socialista (23,3%). L’Austria elegge però pochi deputati: 4 in tutto quelli del FPO.
  • UNGHERIA: i neofascisti di Jobbik stanno al secondo posto (22,2%) seguiti dai Socialisti (21,4%). In testa c’è Fidesz, il partito di Orban, al 46,6%. E’ da notare che Orban non siede con gli euroscettici.
  • POLONIA: gli euroscettici moderati di Diritto e Giustizia sono in testa nei sondaggi (26,6%) in un testa a testa con la Piattaforma Civica di Tusk (26,3%). Il clima di insicurezza che si respira nel paese per l’evolversi della crisi ucraina sta favorendo il partito di Kaczynski.
  • FINLANDIA: qui i Veri Finlandesi sono il primo partito, con il 23,7%, ma eleggono appena 4 deputati all’europarlamento.
  • SVEZIA: il Partito democratico svedese, che malgrado il nome è una forza populista e xenofoba, raccoglie appena il 5%, eleggendo un solo deputato.
  • GRECIA: i naofascisti di Alba Dorata sono dati al 7,5%. In testa c’è Syriza, con il 26,2%, seguita da Nea Dimokratia a due punti di distanza.

Il problema non è l’Unione Europea ma l’Europa

Letti così sono dati che devono comunque far riflettere. Se è vero che a livello europeo questi partiti non saranno in grado di fare alcunché, è altrettanto vero che a livello locale molti si affermano come seconda forza. Un “trionfo” per chi, fino a pochi anni fa, era un paria della politica: neofascisti, populisti anti-islamici o xenofobi, reazionari, fondamentalisti cristiani, etno-nazionalisti, tutte espressioni di quell’anima nera che l’Europa porta con sé. Il loro successo alle europee può essere letto come espressione di una protesta e di un malcontento che non riguardano solo l’Unione Europea ed è per questo che potrebbe essere replicato nelle elezioni politiche nazionali.

La colpa è delle forze democratiche che non hanno forza e volontà sufficiente per affrontare temi controversi, come la sovranità economica e le ricette da applicare in questa crisi, e non sanno ridiscutere in modo costruttivo l’Unione e le sue istituzioni comunitarie. Così facendo lasciano questi temi, importanti, ai populisti e ai neofascisti che attribuiscono le responsabilità della crisi ora alla UE, ora agli immigrati, ora alle politiche sociali, ora alle minoranze etniche, ora alla politica, alla magistratura o persino alla democrazia stessa. Non saper affrontare queste forze condurrà l’Europa verso abissi già noti ma dimenticati. 

Queste elezioni europee servano dunque da monito all’Europa. A quell’Europa che non si ferma a Bruxelles.

BULGARIA: Elezioni europee, un test per la tenuta del governo di Sofia

Bulgaria ed elezioni europee: un test per la tenuta del governo di Sofia

La Bulgaria si appresta alle elezioni europee di maggio, la terza votazione del Parlamento Europeo dal 2007, anno dell’adesione all’UE. La caduta del governo del Partito Liberale GERB, guidato da Boyko Borisov, ha lasciato le redini dell’esecutivo di Sofia alla compagine politica di Plamen Oresharski, discutibile per la sua fragilità e per la sua frammentarietà, dal momento che si tratta di una coalizione che conta al suo interno il Partito socialista bulgaro (BSP); il Movimento per le libertà e i diritti (DPS) (rappresentanza politica della minoranza turca in Bulgaria) e l’appoggio esterno del partito ultra-nazionalista “Ataka” di Siderov.

L’esito delle Europee come indice di gradimento dell’ attuale coalizione

Le tornate elettorali europee del prossimo maggio vengano considerate in Bulgaria come il possibile scenario che si prospetterà alle prossime elezioni politiche: i sondaggi vedono un testa a testa vibrante tra il partito liberale di centro-destra GERB (20,1 % dei voti) e il partito socialista BSP (19,9 %), seguiti a loro volta da altri quattro partiti: il partito del politico-giornalista Nikolay Barekov, chiamato Bulgaria Senza Censura, il partito etnico turco DPS, la destra Ataka e il Blocco Riformista , un’alleanza recentemente forgiato di partiti di destra.
Difficile dire quale dei movimenti citati abbia le maggiori possibilità di raggiungere il 6% dei voti, utili per l’accesso ad un seggio nel Parlamento Europeo, nonostante ciò, tutti vengono ancora dati in gioco dai sondaggi.

Referendum sul sistema elettorale e incidenza sui partiti

A rendere più accesa la vigilia delle elezioni europee ci ha pensato il presidente bulgaro Rosen Plevneliev con la richiesta di indire un referendum elettorale il cui obiettivo verte su tre novità: un sistema elettorale maggioritario; l’obbligo di voto; e la possibilità di eleggere i propri rappresentanti a distanza, grazie al voto elettronico.

Se il referendum fosse possibile, l’election day avrebbe ricadute anche su affluenza e risultati delle consultazioni europee, dal momento che la legge elettorale è considerato da tempo uno snodo cruciale di importanza prioritaria per gli eletto.

Secondo la maggior parte degli elettori, il referendum si terrà dopo le europee, giacché i politici al governo non hanno alcun interesse nel promuovere un sistema elettorale maggioritario parallelamente alle consultazione europea e tenteranno quindi di rallentare le procedure. Dall’altra parte i partiti di opposizione che si contendono i voti in Europa potranno lanciare condanne al governo per “immobilismo” e timore di cambiamenti.

Resta da verificare, dunque, la possibilità delle consultazioni parallele, europee e referendaria, per scongiurare la conferma del vincitore più quotato: l’astensionismo.

GRAN BRETAGNA: Estrema destra all'assalto dell'Europa

Si aggira uno spettro nel Vecchio Continente in vista delle prossime elezioni europee del 25 maggio 2014: è il fantasma dell’«antieuropeismo», che minaccia di spazzare via i vecchi partiti da Bruxelles e sconvolgere l’attuale assetto istituzionale. Un rischio concreto in quanto, mentre nelle normali elezioni amministrative e nazionali i voti si incanalano verso le coalizioni tradizionali, alle europee è molto più probabile che il “voto di protesta” possa far sentire la sua voce.

A “cavalcare la tigre” ci stanno pensando soprattutto i partiti considerati di destra o estrema destra, come il Front National di Marine Le Pen, Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria. In Italia sono su posizione europeiste “critiche” la Lega Nord e alcuni partitini come La Destra di Francesco Storace.

Anche in Gran Bretagna la galassia della “destra anti-sistema” è in subbuglio, con alcuni movimenti che si sono affermati e rischiano di aumentare ulteriormente il proprio consenso popolare sia in patria che in Europa.

L’Ukip – United Kingdom Independence Party

Il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito è senz’altro il più famoso e affermato di questi movimenti euroscettici. Sebbene non si possa definire propriamente di “estrema destra”, essendo più specificatamente un partito conservatore e nazionalista con venature populiste, è indubbio che abbia in comune molti punti programmatici con i partiti di estrema destra europei.

Il suo leader nonché fondatore è Nigel Farage, ex broker di 50 anni, attualmente deputato al parlamento di Bruxelles da cui lancia i suoi strali contro l’Europa stessa e l’eurocrazia in generale. L’Ukip infatti fa dell’euroscetticismo il suo punto di maggiore forza e consenso popolare. Farage in questo è molto abile nell’infiammare gli animi degli inglesi, che storicamente si sono sempre considerati “alieni” alle popolazioni europee e in un certo qual modo superiori.

A Bruxelles il leader del partito ha spesso tuonato contro le lobby che soffocano i popoli continentali, prima fra tutte quella delle banche. La BCE è considerata un nemico che strozza la gente e l’euro una malattia che bisogna debellare. Farage nel 2011 durante un’intervento in aula ha espressamente detto che i governi greco e italiano erano stati ribaltati dagli eurocrati per instaurare dei “governi fantoccio” più accondiscendenti ai programmi economici comunitari.

Il partito gode di buona salute: ha attualmente due rappresentanti nella Camera dei Lord, 13 deputati all’europarlamento e alle ultime elezioni locali del 2013 ha ottenuto il 23% dei consensi, arrivando subito dopo il Partito Conservatore (25%) e il Labour Party (29%). Tuttavia ultimamente qualche piccolo scandalo ha intaccato la sua immagine. L’ultimo è di qualche giorno fa: si è scoperto che Mujeeb Ur Rehman Bhutto, portavoce dell’Ukip per il Commonwealth, era stato in passato il capo di una banda di rapitori in Pakistan. Subitanee sono arrivate le dimissioni, ma il colpo al partito resta.

Tuttavia, non ci sono dubbi che l’Ukip godrà di un vasto appoggio popolare in vista della prossima tornata elettorale del 25 maggio 2014.

Il Bnp – British National Party
Nato da una costola del Fronte Nazionale Britannico (British Front National, che esiste ancora ma con percentuali irrisorie), il Bnp vede nel 55enne Nick Griffin il suo leader politico e carismatico. Il partito ha ottenuto il suo exploit alle scorse elezioni europee del 2009, quando con il 6,2% dei voti è riuscito a portare due rappresentanti a Bruxelles, Andrew Brons e lo stesso Griffin. A livello nazionale invece non ha mai ottenuto risultati di rilievo, se non l’elezione di qualche candidato a livello amministrativo tra cui un consigliere alla London Assembly, che ne conta in tutto 25.

Politicamente il Bnp è stato spesso criticato per aver promosso ideologie al limite della xenofobia. Nel suo programma, fra le altre cose, ci sono: la lotta all’immigrazione e la “deportazione degli immigrati illegali” nei loro paesi di origine; l’opposizione all’islamismo, considerato “per sua natura incompatibile con una moderna e secolare democrazia occidentale”; la reintroduzione della pena di morte per chi uccide bambini o ufficiali di polizia; l’opposizione all’aborto e a quella che il partito percepisce come “promozione dell’omosessualità nella scuola e nei media”; e naturalmente l’uscita dell’Inghilterra dalla Comunità Europea.

Il Bnp è considerato in forte declino a causa sia di alcuni problemi economici di Griffin, sia a causa dell’ascesa dell’Ukip, il cui leader si presenta al pubblico e sui media con uno stile più sobrio e meno “strillato”. È dunque probabile che a maggio il Bnp non ripeterà il risultato elettorale del 2009. Nel qual caso si prospettano tempi ancora più duri per Nick Griffin.

Edl – English Defense Party
È il partito più recente della galassia britannica in questione. Nato nel 2009, l’Edl si è presto affermato anche grazie alle sue chiassose manifestazioni di piazza, dove i militanti vestiti e truccati da “Crociati” si lasciavano spesso andare a violenze gratuite contro i musulmani. Nonostante ciò, nella home page del loro sito Web ufficiale campeggia la scritta: “Non razzisti, non violenti, ma non più in silenzio”.

È forse il partito più interessante della destra britannica dal punto di vista mediatico. Sorto praticamente dal nulla, prende gran parte dei propri membri tra le fila dei gruppi organizzati delle curve calcistiche inglesi.

Due dei fondatori, Tommy Robinson e Kevin Carroll, sono fuoriusciti dell’Edl nell’ottobre 2013 motivando la scelta col fatto che il movimento fosse diventato “troppo estremista”. Dei due, in particolare il primo è una figura piuttosto interessante e controversa. Durante le prime manifestazioni pubbliche si presentava col volto e il corpo coperti da una lunga tunica (una specie di niqāb) per non risultare riconoscibile. In seguito si è poi scoperto come la vera identità di Tommy Robinson fosse quella di Stephen Yaxley-Lennon, inglese di Luton classe 1982 con alle spalle alcuni reati per violenza e droga.

Non è necessario comunque trattare oltre la genesi e la storia dell’English Defense Party. Chi volesse, può trovare qui una buona analisi.

In questa sede invece basta evidenziare l’ideologia che permea il partito, che si alimenta di un rozzo e abbastanza fine a se stesso anti-islamismo cui fa da contraltare un fin troppo palese filosionismo. Un programma imperniato quindi su: opposizione alla costruzione di moschee e all’islamizzazione della Gran Bretagna, difesa dei valori “occidentali” e del “british way of life”.

Molti analisti, giornalisti e politici d’Oltremanica hanno definito l’Edl come un grosso pericolo per la democrazia inglese. Ma francamente pare difficile vedere una reale minaccia per l’establishment in poche centinaia di persone che scendono per le strade, pur fra cori violenti e aggressioni fisiche a uomini e oggetti. Anzi, potrebbe essere vero il contrario: i militanti del partito in questione possono rappresentare un aiuto al mantenimento dello status quo e una grave insidia per gli altri partiti che vogliono ottenere i loro obiettivi con metodi più democratici, come appunto il Bnp e l’Ukip.

Immagine: Gavin Lynn CC BY

UNIONE EUROPEA: Saremo sommersi dagli euroscettici?

“Stiamo andando a cento all’ora a sbattere contro un muro”, commentavano solo qualche mese fa nei corridoi dell’europarlamento a Bruxelles. Il riferimento era alla marea montante dei partiti populisti ed euroscettici, che in tutta Europa si stanno mobilitando in vista delle elezioni europee previste per il prossimo 25-26 maggio nei 28 stati membri dell’Unione, mentre la crisi dell’eurozona ancora morde le loro società.

Le elezioni europee del 2014 sembrano destinate a essere ricordate per due cose, forse contraddittorie tra loro: l’inevitabile declino della partecipazione al voto, e la crescita dei partiti populisti ed euroscettici. Il rischio, qualcuno ha paventato, è che l’istituzione dedicata alla rappresentanza dei cittadini si trovi incapace di funzionare nel suo prossimo mandato. Una diagnosi così negativa è giustificata? Forse no, sostiene in un suo documento Yves Bertoncini, direttore di Notre Europe. Vediamo perché.

Affluenza alle urne: l’importanza di mettere l’asticella al livello giusto

Le elezioni europee, da quando si sono tenute a suffragio dirette a partire dal 1979, hanno dato risultati paradossali per quanto riguarda la partecipazione alle urne. Mentre i poteri del parlamento europeo sono costantemente cresciuti, da una camera puramente consultiva com’era ad un co-decisore su un piano di parità con il Consiglio UE nella stragrande maggioranza dei dossier (fanno ancora eccezione allargamento e politica estera), il tasso di affluenza alle urne dei cittadini europei è costantemente diminuito, dal 62% del 1979 al 43% del 2009. Il timore è che nel 2014 non si arrivi a superare la barra del 40%.

Un dato preoccupante, se si considera che la partecipazione alla urne alle elezioni politiche nei diversi paesi europei varia tra il 65% e il 95%. Ma sarebbe un paragone corretto? Le elezioni europee non sono come le elezioni nazionali. In primo luogo, perchè non si elegge un governo. Votare per il Parlamento europeo ha un effetto sostanziale sulla composizione delle leggi stabilite in sede UE, e da quest’anno dovrebbe avere un chiaro legame anche con la scelta del presidente della Commissione, ma non influenza la composizione dell’altro organo legislatore, il Consiglio, nè le politiche perseguite dalla BCE, che sono stabilite nei trattati. E’ meno evidente per l’uomo della strada capire come la sua scelta possa produrre un cambiamento sostanziale a livello europeo.

In secondo luogo, una delle ragioni del calo costante degli elettori all’europarlamento è dato dalla diminuzione del peso degli stati con sistemi di voto obbligatorio rispetto al totale: da 3 su 9 nel 1979 (inclusa l’Italia), a 3 su 28 (Belgio, Grecia e Lussemburgo).

Inoltre, è sbagliato paragonare le elezioni europee alle elezioni nazionali. Se paragonate alle elezioni federali di sistemi politici come la Svizzera o gli Stati Uniti, il quadro cambia: solo il 48% degli americani (e ancor meno in caso di elezioni di mid-term) o il 54% degli svizzeri si è recato a votare per le elezioni federali, in media, tra il 1965 e il 1995. Eppure nessuno si sogna di contestare per questo l’assenza di democrazia parlamentare degli Stati Uniti o della Svizzera. Segno che l’astensione è una sfida accettabile per un livello politico meno vicino al cittadino di quanto possano essere le elezioni comunali o politiche nazionali.

Infine, una serie di fattori di circostanza sembrano convergere nel fare delle elezioni del 2014 una possibile eccezione: le elezioni si terranno in maggio anziché, come solito, in giugno, con minor rischio che la gente “vada al mare”. In secondo luogo, in diversi casi le elezioni europee saranno simultanee ad altre tornate elettorali, nazionali o locali. Si voterà lo stesso giorno delle europee in Belgio, Irlanda, Grecia e Lituania, oltre che in 10 Länder tedeschi e in diverse constituency britanniche. Infine, l’eurocrisi ha portato l’Europa ad essere un tema di dibattito quotidiano in molti stati membri. La politicizzazione delle questioni europee potrebbe aiutare a convincere i cittadini a recarsi alle urne per esprimere la loro opinione – non necessariamente positiva – su come l’UE ha gestito la crisi. La sinistra in particolare, come partiti di minoranza a livello europeo e nazionale nell’ultimo periodo, ha l’opportunità e la responsabilità di puntare il dito contro il magro bilancio dell’ultimo mandato europeo del centrodestra, e al contempo articolare una visione alternativa per l’Europa unita dei prossimi cinque anni.

Dell’inutilità degli euroscettici a Bruxelles

Ma che fare se, anche con una partecipazione al voto a livelli decenti, un gran numero di europarlamentari si rivelassero euroscettici o populisti? Il Parlamento europeo potrebbe restarne in scacco? In realtà, sarebbe molto più grave per l’UE se partiti euroscettici o populisti andassero al governo in più stati membri (e le relazioni di Cameron, Orban, e dell’ex presidente céco Klaus con l’UE lo dimostrano). Euroscettici e populisti, infatti, hanno ben poca influenza sul processo decisionale europeo, e questo perché l’influenza è in funzione non solo del numero di seggi, ma anche della coesione interna dei gruppi politici e della loro capacità di coalizzarsi con altre forze politiche.

In primo luogo, gli euroscettici e populisti sono profondamente divisi tra loro. I loro temi di battaglia possono essere simili: il deficit democratico dell’UE, la difesa delle identità nazionali contro Bruxelles e spesso anche contro immigrati e Islam, identificati come “altro da sè“, e talvolta la denuncia dell’agenda neoliberista dell’UE. Ma a parte un generale rigetto delle istituzioni europee, i vari partiti populisti ed euroscettici hanno ben poco in comune. Così, si trovano frammentati tra tre gruppi diversi nell’emiciclo di Bruxelles e Strasburgo: i conservatori più mainstream nell’ECR (Tories britannici, il PiS dei Kaczynski, l’ODS céco di Klaus), la destra autonomista nel gruppo EFD (Lega Nord, UKIP, Veri Finlandesi, Popolari danesi, TT lituani, SNS slovacco), la sinistra radicale nel gruppo GUE/NGL (Die Linke, Syriza, Front de Gauche, Izquierda Unida, Sinn Fein, comunisti céchi). Fuori da ogni gruppo sono rimasti, all’ultimo giro, i partiti di estrema destra (Front National, FPOE, il PVV di Geert Wilders, Ataka, Jobbik), incapaci di trovare una sintesi tra diversi nazionalismi: il loro gruppo Identità, tradizione, sovranità si è frantumato nel 2007 per via delle offese che gli eurodeputati del Partito della Grande Romania ritenevano di aver subito dalla collega italiana Alessandra Mussolini.

Un gruppo europeo della destra potrebbe risorgere a questo giro (prova ne sia l’attivismo europeo di Marine Le Pen), ma ciò non costituirebbe una grave minaccia per il Parlamento europeo. Infatti, la coesione interna e la partecipazione ai lavori  dei gruppi euroscettici sono più basse di quelle degli altri gruppi politici, e ciò ne riduce l’influenza nell’europarlamento, diminuendo il valore del numero dei seggi conquistati alle elezioni.

Inoltre, se oggi gli euroscettici al Parlamento europeo possono contare su circa 140 eurodeputati su un totale di 766 (il 20%), nel 2014 il loro numero potrebbe salire fino a circa 200 su 751 (il 25%), ma non oltre. Ciò poiché gli equilibri del prossimo europarlamento dipendono soprattutto dai sette stati che raccolgono due terzi dell’elettorato e determinano il 60% dei seggi. E in alcuni di questi (Spagna, Polonia) non si prevede un’aumento del voto populista, mentre in altri (UK, Romania) gli euroscettici avevano già ottenuto ottimi risultati nel 2009. L’aumento previsto verrebbe quindi da quei paesi in cui il voto populista o euroscettico è in ascesa: Francia, Italia e Germania.

Ma, come spiegato sopra, l’aumento numerico non corrisponderebbe necessariamente ad un aumento d’influenza di tali gruppi. In mancanza di una dinamica ben definita tra maggioranza e opposizione, le decisioni al Parlamento europeo vengono prese il 70% delle volte per consenso tra i due gruppi maggiori, popolari (PPE) e socialisti (S&D), con l’eventuale aggiunta dei liberali (ALDE). Al contrario, il 15% delle volte le decisioni passano con una maggioranza di centrosinistra (liberali, socialisti e verdi) e il restante 15% con una maggioranza di centrodestra (liberali, popolari e conservatori). La crescita dei gruppi euroscettici di destra e di sinistra, che costituiscono l’opposizione alla “grande coalizione” europea tra popolari, liberali e socialisti, potrebbe avere l’effetto paradossale di rafforzarla, aumentando la propensione alla coesione tra i 550 eurodeputati dei gruppi centrali.

Porre le sfide nella giusta prospettiva

Il Parlamento europeo affronta delle sfide difficili in vista delle elezioni del 2014, conclude Yves Bertoncini, ma le cose vanno messe nella giusta prospettiva. Per quanto riguarda l’astensionismo, il 2014 potrebbe portare ad una inversione di tendenza, o potrebbe confermare quelli che sono considerati livelli accettabili in elezioni federali paragonabili quali quelle in Svizzera e Stati Uniti. Per quanto riguarda l’ascesa dei populisti, nonostante il loro numero crescerà quasi per certo, la loro influenza sul processo decisionale europeo non aumenterà; la loro presenza farà più danno all’immagine del loro paese di provenienza, che all’UE.

Una possibile conseguenza è che i gruppi politici centrali – popolari, socialisti e liberali – siano spinti dalla presenza di un maggior numero di euroscettici nell’emiciclo europeo a discutere, difendere e spiegare meglio le tematiche europee alle opinioni pubbliche dei 28 stati membri, formulando e mettendo in atto alternative alle politiche del centrodestra che ha governato la maggioranza degli stati membri nell’ultimo decennio. Il dibattito che ne conseguirà potrebbe risultarne più politicizzato, ma anche in grado di creare per la prima volta quella sfera pubblica transnazionale che è da molti considerata il prerequisito per una vera democrazia europea.

Foto: European Parliament, Flickr

UNIONE EUROPEA: Ma Maastricht non fu solo moneta unica

Il primo novembre 1993, quando entrò in vigore il Trattato di Maastricht e nacque ufficialmente l’Unione europea, inglobando le tre preesistenti Comunità europee (la Comunità economica, la Ceca e l’Euratom), il quartiere europeo di Bruxelles era deserto. I burocrati della Commissione e del Consiglio erano in ferie, per la festività di ognissanti. Il due novembre, rientrarono al lavoro sapendo di giocare ad un gioco con regole nuove. 

Oggi non sono tempi buoni per l’immagine dell’Europa, offuscata dalla crisi economica e dalle sirene dei populisti che da dieci anni ormai dicono “è tutta colpa dell’euro”. Ma forse varrebbe la pena di dedicare un pensiero a quel momento di vent’anni fa.

Il Trattato di Maastricht fu il frutto di “un illustre negoziato intergovernativo”, come lo definirebbe l’accademico americano Andrew Moravcsik. Dopo l’Atto Unico Europeo del 1986 e il suo “Orizzonte 1992” di unificazione dei mercati nazionali in un vero mercato unico europeo tramite il mutuo riconoscimento degli standard nazionali (la formula Dassonville/Cassis De Dijon), gli allora dodici stati membri si trovarono a negoziare la rifondazione del progetto di integrazione europea in uno scenario internazionale completamente mutato. La guerra fredda era finita, la Russia era ormai una tigre di carta e lo sarebbe rimasta per tutti gli anni ’90. La riunificazione tedesca, la stabilizzazione dell’Europa centro-orientale, con la prospettiva finale dell’allargamento a est, e l’approfondimento della cooperazione europea erano all’ordine del giorno. Quando le delegazioni si riunirono a Maastricht il 9 e 10 dicembre 1991, i contorni del nuovo progetto avevano preso forma.

Il risultato fu necessariamente un compromesso. Da una parte, lo spettro delle competenze delle istituzioni europee venne ampliato: al ‘primo pilastro’ della Comunità economica, governata dalle istituzioni comunitarie (Commissione, Parlamento, Consiglio, Corte di giustizia) vennero affiancati i due nuovi pilastri della cooperazione su Giustizia e Affari interni (JHA) – collegato alla caduta delle frontiere fisiche in Europa con l’accordo di Schengen – e su Politica estera e di sicurezza comune (CFSP). Dall’altra parte, questi due nuovi pilastri restavano sotto la competenza esclusiva delle istituzioni intergovernative, molto più legate alla composizione degli interessi nazionali che non ad un interesse comune europeo. Sopra ai tre pilastri, a fare da frontone ad un immaginario tempio greco e tenere insieme il tutto, stava l’Unione europea. Fu negli anni successivi, coi trattati di Amsterdam (1997) e Nizza (2000) che il pilastro comunitario, piano piano, inglobò anche gli altri due, fino alla razionalizzazione finale apportata a Lisbona (2009): oggi solo la politica estera fa eccezione rispetto ad un sistema politico in cui la Commissione ha il monopolio dell’iniziativa mentre il Parlamento (direttamente eletto) e il Consiglio (espressione dei governi eletti a livello nazionale) siedono su un piano di parità, come camera bassa e camera alta, nel processo legislativo europeo.

L’aspetto forse più famoso di Maastricht e più richiamato nei giornali riguarda i criteri economici volti a certificare che un paese fosse pronto ad imbarcarsi con gli altri nell’impresa dell’unificazione monetaria, quinto stadio dell’integrazione economica. Il rispetto dei “criteri di Maastricht” permise a 11 paesi, tra cui l’Italia, di far parte del nucleo originario dell’euro, i cui cambi vennero fissati nel 1998 e che iniziò a circolare nel 2001.

Ma il trattato di Maastricht non fu solo istituzioni e unione monetaria. Un aspetto rilevante, anche se forse preso alla leggera a suo tempo, fu l’introduzione di una cittadinanza europea, superiore e complementare alle cittadinanze nazionali. Da allora, i diritti previsti dai trattati non vengono all’individuo in quanto entità economica (lavoratore) ma in sè, in quanto cittadino di uno stato membro. Da ciò derivò una serie di conseguenze rilevanti per la vita di ciascuno di noi: dal divieto generalizzato di discriminazione dei cittadini comunitari rispetto ai cittadini nazionali, alla possibilità di partecipare e candidarsi alle elezioni locali quando residenti in altro paese UE (il Guardian ci chiosò sopra, al tempo, ironizzando sulla possibilità di vedere Cicciolina candidata alle elezioni locali in Inghilterra), fino alla possibilità di accedere ai servizi sociali di un altro paese membro (caso Grzelczyk) e di essere protetti dai servizi consolari di un altro stato UE, quando presenti in un paese terzo.

Se i trattati di Parigi e Roma, del 1952 e 1957, fondativi della CECA e della CEE, hanno impresso il DNA dell’integrazione europea (la ricerca della prosperità comune come garanzia della pace), il Trattato di Maastricht ha sfruttato lo slancio dell’Atto Unico del 1986 per dare un nuovo obiettivo forte al processo di integrazione: l’unificazione monetaria, da accompagnarsi ad avanzamenti nella politica interna ed estera, riprendendo almeno nel nome il progetto di Altiero Spinelli del 1984 di Unione europea, e preparandosi al grande salto dell’allargamento a est. L’UE di oggi, dopo il fallimento della Costituzione europea recuperata in extremis a Lisbona e la lenta e incerta uscita dalla crisi dell’eurozona, ha forse bisogno di un nuovo progetto, oggi che la pace è data per scontata e la prosperità è messa in dubbio, che ne giustifichi l’esistenza nei confronti dei tanti cittadini ai quali il processo decisionale europeo continua ad essere illeggibile. Anche su questo bisognerebbe riflettere, nell’anniversario di Maastricht, e in vista delle elezioni europee di primavera.

Foto: Jean Paul Toonen, Panoramio

La gente vuole un’altra cosa, parola di Alain Delon. Riflessioni sul Front National

Le parole con cui il celebre attore francese ha commentato la vittoria del Front National di Marine Le Pen, nella tornata elettorale svoltasi a Bignoles, rivelano molto più di quanto il gattopardesco Tancredi avesse intenzione di dire. In Francia i sondaggi di voto danno il FN primo partito in vista delle elezioni europee di Maggio (con il 24% dei voti), e questo sta scatenando un vero e proprio terremoto politico, molto più della vittoria elettorale di Bignoles, ottenuta in un feudo del partito di estrema destra.

E che sia di estrema destra, nonostante i tentativi della Le Pen di accreditare un’immagine più “soft” rispetto al passato, sono proprio i francesi a riconoscerlo. Mentre la classe politica si allarma, anche la Francia vede crescere il consenso verso soluzioni politiche, ma dai temi fortemente sociali, lontane dalle modalità con cui i partiti politici tradizionali hanno governato fino ad oggi, come dice Alain Delon la gente “vuole un’altra cosa”. Marine Le Pen sostiene di voler diventare il punto di riferimento dei “dimenticati”, ponendo il suo partito al di là della destra e della sinistra, facendo del populismo un cavallo di battaglia annacquato da un’acquisita presentabilità, lontana dal cameratismo del padre della (nuova) stella del panorama politico francese.

Ma qualcosa non torna, da qualunque punto si affronti la questione. La democrazia ad excludendum può essere definita democratica? Il recente caso greco potrebbe diventare un pericolosissimo precedente, con una incredibile confusione di piani tra ordine pubblico e sfera politica, dove per l’azione di un militante viene accusato l’intero partito, probabilmente la classica questione che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Tornando alla Francia, che sembrerebbe sempre più nera, la percezione del successo del FN sembra andare nella direzione della fine di una fase storica, la famigerata ed onnipresente crisi ha fatto saltare la pietra posta sugli sconfitti della Seconda Guerra Mondiale, ed il nemico è tornato. Questo il messaggio che traspare da ogni campagna di indignazione a seguito di un successo elettorale di un partito di estrema destra.

Ma la gente “vuole un’altra cosa”, e forse alla popolazione, almeno ad una parte di essa, le parole non interessano molto, tantomeno le ideologie; come si diceva una volta “Franza o Spagna purché se magna”. Di sicuro il favore nei confronti del FN è sintomo di sfiducia verso la classe politica, ma forse leggerlo come voto di protesta rischia di essere estremamente riduttivo, diminuendo notevolmente le possibilità di comprensione delle motivazioni del voto. Che il Front National sia forte a livello locale non dovrebbe stupire, essendo un elemento abbastanza comune a tutti i movimenti di estrema destra, per via di una classe politica, destra e sinistra che sia, lontana dai cittadini e dai loro bisogni, persa nel tecnicismo che trasforma la politica in amministrazione burocratica fondata sugli indici statistici, e sui tanto temuti sondaggi.

La grande scommessa per Marine Le Pen sarà quella di avere un partito forte a livello nazionale, evitando di fare del FN un partito dai larghi consensi soltanto a livello locale, e quindi legato a interessi particolaristici, oppure che diventi, in caso di elezioni europee, cassa di risonanza per lo scontento dovuto alle politiche dell’Unione. Il futuro del FN, e delle altre destre europee, potrebbe quindi diventare una cartina di tornasole per la stessa Unione Europea, e di una sua possibile “via imperiale” dove il centro si rivolge direttamente alle unità politiche di base saltando i livelli amministrativi intemedi. Ma in ogni caso la corsa all’allarmismo è già partita, e sembra che i concorrenti ancora una volta della realtà che li circonda non abbiano capito nulla.

CROAZIA: Elezioni europee, vince il Putin croato (o l'astensione?)

Domenica si sono svolte le prime elezioni europee della storia della Croazia, che si accinge (il 1 Luglio) a diventare il 28esimo membro dell’Unione. I risultati finali hanno visto spuntare di stretta misura l’opposizione di centro-destra, capitanata dall’HDZ (Comunità democratica croata). Alla coalizione di HDZ è andato il 32,86%, contro il 32,07% del centro-sinistra guidato dall’SDP, il partito social-democratico al governo dal 2011. La differenza dello 0,79% vale pochissimo in termini assoluti (meno di 6.000 voti), ma molto in termini politici. Per i social-democratici è la prima sconfitta elettorale dal 2007, peraltro inattesa poiché i sondaggi li davano in chiaro vantaggio. “Ci aspettavamo un risultato migliore”, ha ammesso il premier Zoran Milanović, che paga il malcontento dovuto alla costante recessione che soffre il paese, e a una disoccupazione che ha raggiunto il 21,9%.

Ovviamente è più soddisfatto Tomislav Karamarko, il “Putin croato” che l’anno scorso ha assunto la guida di HDZ, e che secondo alcuni avrebbe spostato sensibilmente l’asse del partito verso la destra nazionalista.  Alla coalizione di HDZ andranno 6 dei 12 seggi comunitari in palio, contro i 5 di SDP. Il dodicesimo a partire per Strasburgo verrà dai Laburisti Croati, partito di sinistra che ha raggiunto il 5,77%, consolidando il risultato delle ultime elezioni politiche. Ma ci si aspettava qualcosa di più: alcuni sondaggi davano attorno al 10% i laburisti, che speravano di attrarre i voti della sinistra delusa da Milanović. Non sfondano i Pirati: la “Piratska Stranka Hrvatske”, ben quotata dai sondaggi e che sognava di affiancare i propri omologhi svedesi all’emiciclo di Strasburgo , si è fermata all’1,1%.

E ora passiamo al vero trionfatore delle prime elezioni europee croate, che – come vedremo – ha contato su un inatteso alleato. Si tratta dell’astensione, che sfiora l’80% degli aventi diritto al voto. L’affluenza alle urne è stata infatti del 20,84%, ovvero circa 781.000 cittadine/i croati. Un dato bassissimo, anche se esistono precedenti: nel 2004 alcuni paesi alle loro prime elezioni europee registrarono dati simili o persino inferiori (28% in Slovenia e Rep. Ceca,  20,9% in Polonia, addirittura 16,9% in Slovacchia). Due circostanze potrebbero avere scoraggiato il voto. Il primo è la valenza “transitoria” di questa tornata elettorale: infatti tra solo un anno (giugno 2014), la Croazia tornerà al voto per coincidere con le elezioni europee generali. Inoltre, tra un mese (19 maggio) ci saranno le elezioni amministrative.

Nonostante queste attenuanti, un’affluenza del 20% rappresenta un pesante interrogativo. Non si può non riscontrarvi una parte di disinteresse e disaffezione verso le istituzioni, la politica e un’integrazione comunitaria ormai a un passo dal pieno compimento. Secondo alcuni analisti, la mancata attenzione verso l’Unione Europea sarebbe venuta dalla stessa politica prima ancora che dai cittadini. Per la ONG zagrebese GONG, i partiti avrebbero presentato candidati di secondo piano e su una campagna elettorale di basso profilo, senza illustrare la rilevanza delle istituzioni comunitarie e dedicando maggior attenzione alle imminenti amministrative.

Come si diceva, la non partecipazione al voto ha avuto un ulteriore appoggio: si tratta dei voti non validi, che hanno raggiunto il 5,07%. È legittimo pensare che gran parte delle invalidazioni siano state fatte volontariamente. I voti non validi sarebbero – escludendo l’astensione – la quarta forza del paese, e resta da vedere per chi (non) voteranno i suoi sostenitori alle prossime già imminenti elezioni.

Photo: Facebook – Mladi napustimo Hrvatsku

POLONIA: L'ex presidente Kwasniewski forma un nuovo centrosinistra

Europa Plus, che debutterà alle prossime Elezioni Europee, è formato da esponenti del Partito socialdemocratico SLD, dai radicali del Movimento di Palikot, e da altre formazioni del campo riformista tra cui il Partito delle Donne e i Democratici della tradizione di Geremek e Mazowiecki

Un nuovo centrosinistra in grado di dare risposte alle sfide della modernità e rappresentare l’orientamento di milioni di elettori polacchi. Nella giornata di venerdì, 22 Febbraio, in Polonia è nata Europa Plus: piattaforma politica finalizzata alla costituzione di una lista unica delle forze del centrosinistra polacco alle prossime Elezioni Europee.

Regista dell’operazione è l’ex-Presidente polacco, Aleksander Kwasniewski, che oltre ad avere guidato il Paese per due mandati dal 1995 al 2005 – è stato lui a detronizzare dalla guida dello Stato per una manciata di voti il Leader della transizione democratica della Polonia e del sindacato autonomo Solidarnosc, Lech Walesa – è stato uno dei massimi esponenti del SLD: il Partito socialdemocratico polacco.

A coadiuvare l’operazione di Kwasniewski è stato anche Marek Siwiec, Europarlamentare SLD confluito nel Movimento di Palikot -RP- una forza di orientamento radicale il cui Leader, Janusz Palikot, è la terza personalità di spicco del progetto Europa Plus.

Come riportato da Kwasniewski, Europa Plus è un progetto nato dal bisogno di colmare un vacuum politico nello scenario del centrosinistra polacco, per lo più in un momento di crisi economica su scala globale. L’ex-Presidente ha inoltre sottolineato come la lista unica del centrosinistra si rivolge anche e sopratutto a quegli elettori polacchi riformisti che, ad oggi, non intendono votare per SLD o per il Movimento di Palikot.

Oltre che socialdemocratici e radicali, Europa Plus intende allargarsi anche ad altre realtà politiche del centrosinistra polacco, come l’Unione del Lavoro, l’Unione della Sinistra, la Fazione Democratica, il Partito delle Donne e, sopratutto, il Partito Democratico. I Democratici sono gli eredi della tradizione cristiano-democratica riformista rappresentata dal dissidente di Solidarnosc, Bronislaw Geremek -scomparso nel 2009- e dal primo Premier della Polonia democratica, Tadeusz Mazowiecki.

L’establishment SLD contrario

Nonostante la coesione del progetto, a porre un no a Europa Plus è stata proprio la direzione del SLD, il cui Segretario Generale, Krzysztof Gawkowski, ha definito l’operazione come liberal-imprenditoriale, ed ha dichiarato che il suo Partito non intende tradire la fiducia e la militanza di milioni socialdemocratici polacchi.

A dare adito alle obiezioni di Gawkowski sono le voci della vicinanza al progetto di Jan Kulczyk: imprenditore del settore energetico di fama mondiale, Leader del colosso Kulczyk Investments, con sede a Varsavia, Londra, Dubai e Kyiv.

Malgrado la contrarietà dell’establishment SLD, a prendere parte attiva nella costruzione di Europa Plus sarà il Vice Segretario dei socialdemocratici, Ryszard Kalisz, incaricato di coordinare le trattative con i Partiti invitati a confluire nella lista comune.

Alternativi al centro, opposti alla destra

Per Europa Plus la sfida appare difficile anche per quanto riguarda la competizione esterna. Il trio Kwasniewski-Siwiec-Palikot dovrà infatti costruire un’alternativa credibile alla Piattaforma Civica -PO: forza partitica cristiano-democratica, guidata dal Premier, Donald Tusk, rappresentata anche dal Presidente polacco, Bronislaw Komorowski, e dal Ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski.

La Piattaforma Civica è forte di quasi il 40% del consenso dei polacchi, di sei anni di buon Governo, e di un indiscusso credito in campo europeo dovuta alla membership nel Partito Popolare Europeo e alla politica fortemente europeista impressa dai Governi Tusk dal 2007.

Se la competizione con la Piattaforma Civica resta un’incognita, di sicuro Europa Plus ha le carte in regola per controbilanciare lo schieramento conservatore, composto dai Partiti Diritto e Giustizia -PiS: guidato dall’ex-Premier Jaroslaw Kaczynski– e Polonia Solidale -SP: coordinato dal giovane Parlamentare Zbigniew Ziobro.

Caratterizzata da una vena di spiccato populismo, con sfumature nazionaliste e a tratti anche antisemite, la destra polacca è ancora ben radicata sopratutto nelle campagne e nelle regioni dell’est del Paese.

Foto: World Economic Forum, Flickr

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