CROAZIA: Elezioni europee, vince il Putin croato (o l'astensione?)

Domenica si sono svolte le prime elezioni europee della storia della Croazia, che si accinge (il 1 Luglio) a diventare il 28esimo membro dell’Unione. I risultati finali hanno visto spuntare di stretta misura l’opposizione di centro-destra, capitanata dall’HDZ (Comunità democratica croata). Alla coalizione di HDZ è andato il 32,86%, contro il 32,07% del centro-sinistra guidato dall’SDP, il partito social-democratico al governo dal 2011. La differenza dello 0,79% vale pochissimo in termini assoluti (meno di 6.000 voti), ma molto in termini politici. Per i social-democratici è la prima sconfitta elettorale dal 2007, peraltro inattesa poiché i sondaggi li davano in chiaro vantaggio. “Ci aspettavamo un risultato migliore”, ha ammesso il premier Zoran Milanović, che paga il malcontento dovuto alla costante recessione che soffre il paese, e a una disoccupazione che ha raggiunto il 21,9%.

Ovviamente è più soddisfatto Tomislav Karamarko, il “Putin croato” che l’anno scorso ha assunto la guida di HDZ, e che secondo alcuni avrebbe spostato sensibilmente l’asse del partito verso la destra nazionalista.  Alla coalizione di HDZ andranno 6 dei 12 seggi comunitari in palio, contro i 5 di SDP. Il dodicesimo a partire per Strasburgo verrà dai Laburisti Croati, partito di sinistra che ha raggiunto il 5,77%, consolidando il risultato delle ultime elezioni politiche. Ma ci si aspettava qualcosa di più: alcuni sondaggi davano attorno al 10% i laburisti, che speravano di attrarre i voti della sinistra delusa da Milanović. Non sfondano i Pirati: la “Piratska Stranka Hrvatske”, ben quotata dai sondaggi e che sognava di affiancare i propri omologhi svedesi all’emiciclo di Strasburgo , si è fermata all’1,1%.

E ora passiamo al vero trionfatore delle prime elezioni europee croate, che – come vedremo – ha contato su un inatteso alleato. Si tratta dell’astensione, che sfiora l’80% degli aventi diritto al voto. L’affluenza alle urne è stata infatti del 20,84%, ovvero circa 781.000 cittadine/i croati. Un dato bassissimo, anche se esistono precedenti: nel 2004 alcuni paesi alle loro prime elezioni europee registrarono dati simili o persino inferiori (28% in Slovenia e Rep. Ceca,  20,9% in Polonia, addirittura 16,9% in Slovacchia). Due circostanze potrebbero avere scoraggiato il voto. Il primo è la valenza “transitoria” di questa tornata elettorale: infatti tra solo un anno (giugno 2014), la Croazia tornerà al voto per coincidere con le elezioni europee generali. Inoltre, tra un mese (19 maggio) ci saranno le elezioni amministrative.

Nonostante queste attenuanti, un’affluenza del 20% rappresenta un pesante interrogativo. Non si può non riscontrarvi una parte di disinteresse e disaffezione verso le istituzioni, la politica e un’integrazione comunitaria ormai a un passo dal pieno compimento. Secondo alcuni analisti, la mancata attenzione verso l’Unione Europea sarebbe venuta dalla stessa politica prima ancora che dai cittadini. Per la ONG zagrebese GONG, i partiti avrebbero presentato candidati di secondo piano e su una campagna elettorale di basso profilo, senza illustrare la rilevanza delle istituzioni comunitarie e dedicando maggior attenzione alle imminenti amministrative.

Come si diceva, la non partecipazione al voto ha avuto un ulteriore appoggio: si tratta dei voti non validi, che hanno raggiunto il 5,07%. È legittimo pensare che gran parte delle invalidazioni siano state fatte volontariamente. I voti non validi sarebbero – escludendo l’astensione – la quarta forza del paese, e resta da vedere per chi (non) voteranno i suoi sostenitori alle prossime già imminenti elezioni.

Photo: Facebook – Mladi napustimo Hrvatsku

Chi è Alfredo Sasso

Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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13 commenti

  1. Non vedo alcuna analogia tra questo tizio e Putin. Fra l’altro il governo russo è tutto fuor che di destra, lo definirei social-democratico (con qualche vena polulista). Putin in Russia è ferocemente avversato dalla destra nazionalista, che era in prima fila nelle manifestazioni antigovernative dell’anno scorso.

    • Se Putin è socialdemocratico, io sono Carlo Marx:)
      Quali fonti hai per sostenere una tale definizione?
      grazie, per curiosità.

      • Io in Russia ci vivo parte dell’anno dal 1995, quindi la fonte sono io stesso. Le cose sono molto diverse da come vengono raccontate sui media occidentali. In 10 anni i salari minimi sono triplicati e le pensioni quadruplicate, in Russia si va in pensione a 55 anni e i pensionati hanno il riscaldamento quasi gratuito. L’assistenza sanitaria è gratuita e le risorse naturali sono quasi tutte nazionalizzate. Direi che è un governo molto più a sinistra di qualsiasi governo occidentale, ma qui si vuol continuare a raccontare la barzelletta dei 10 oligarchi che posseggono tutto e di tutti gli altri che muoiono di fame. Poi spiegate come mai in tutte le località turistiche del mondo non ci sono che russi, tutti mafiosi e oligarchi ? Certo c’è corruzione e i politici rubano a piene mani, ma rispetto a prima di Putin i passi avanti del paese sono stati enormi. Io mi ricordo cos’era la Russia di Eltsin, allora si la gente moriva di fame. Putin può non essere simpatico, ma ha fatto miracoli. Per questo due terzi dei russi lo sostengono, piaccia o no.

        • Certo, ma la gestione statale di buona parte dell’economia e la redistribuzione delle risorse ad alcune fasce della popolazione non lo rendono un socialdemocratico, perché gli manca il lato “democratico” del termine. Alla Russia di Putin, così come alla Bielorussia lukashista, al Venezuela chavista o alla Libia gheddafiana si possono piuttosto applicare le categorie dell’autocrazia redistributiva.
          (poi si andrà anche in pensione a 55 anni, ma l’aspettativa di vita per gli uomini è di 64… restano meno di dieci anni per godersi la pensione 🙂 )

  2. Il “lato democratico” è morto e sepolto dovunque ormai da tempo. Le cosidette “democrazie occidentali” sono ormai vuoti simulacri dove i governi rispondono non ai popoli ma ai “mercati”. E tra le autocrazie redistributive e le nostre oligarchie mercatiste (anche queste “redistribuiscono”, tolgono ai poveri per dare ai ricchi) sono peggio le seconde. L’Unione Europea è l’esempio più tragico di questo neo-totalitarismo in doppiopetto, una burocrazia anonima e invisibile, non eletta da nessuno, che decide dei destini di mezzo miliardo di persone. E’ più democratica la Russia (a modo suo ovviamente 🙂 ), almeno il presidente loro se lo sono scelto e se non farà bene lo cacceranno.

    • amen 🙂
      è evidente che partiamo da significati diversi dati alla parola “democrazia” (ma anche a “totalitarismo”). By the way, l’anno prossimo ci sono le elezioni (dirette) del Parlamento europeo, organo che ha la potestà legislativa nell’UE sullo stesso piano del Consiglio. Ci pensi, in caso volesse trasformare in meglio quella eurocrazia che lei vede 🙂

  3. Riguardo all’aspettativa di vita degli uomini, non è colpa di Putin se trincano. L’amore dei russi per la bottiglia è antico quanto la Russia, e anzi Putin è il primo leader dichiaratamente astemio dai tempi di Pietro il Grande. Per i russi vige il motto “meglio un giuorno da leone…”, il loro stile di vita è decisamente “spericolato” e alla fin-fine sono poco interessati ad una lunga vecchaia.

  4. Poi direi che il paragone che hai fatto tra Russia, Bielorussia e Venezuela (della Libia non so nulla e non mi pronuncio) è alquanto semplicistico e indice di un certo modo di pensare occidentale per cui tutto ciò che non è occidente è una sorta di massa indistinta. Russia e Bielorussia non potrebbero essere più lontane come sistema economico e politico e sociale. La Bielorussia non è un “autocrazia redistributiva”, è un paese socialista autoritario con una struttura produttiva ancora piuttosto simile a quella sovietica. La Russia al contrario è a tutti gli effetti un’economia di mercato e un paese se non democratico comunque libero (anche più di certe “democrazie”). La definizione di “autocrazia redistributiva” probabilmente si adatta in parte al solo Venezuela e la “gestione statale di buona parte dell’economia” vige in Bielorussia ma non certo in Russia dove sono nazionalizzate le risorse energetiche, non il sistema produttivo che è quasi totalmente privato. Forse dovreste togliervi un pò certi paraocchi ideologici, gli imperi del male esistono solo al cinema.

    • Ha ragione: la gestione centralizzata dell’economia è una caratteristica molto più della Bielorussia, che della Russia odierna. Ciò non toglie che la presenza di una fetta cospicua di economia a gestione statale o parastatale, specie nel settore energetico, permetta a Putin un certo agio nella decisione di a chi redistribuire le risorse. Poi sa, le etichette sono quelle che sono, servono a comprendere e “incasellare” e necessariamente devono semplificare. A volte, sì, rischiano di semplificare troppo. Per quanto mi riguarda, non credo agli “imperi del male” e cerco di comprendere ogni paese nelle sue specificità, pur utilizzando categorie che abbiano validità scientifica.
      Una curiosità: l’ultima volta che sono stato in Bielorussia ho trovato molta nostalgia sovietica, molto autoritarismo, ma poco “socialismo”. In base a cosa definirebbe la Bielorussia come sistema socialista autoritario? Non mi sembra che Lukashenko stesso o il suo partito si definisca più come tale. Grazie per il dibattito, mi sembra che proceda in modo costruttivo.

      • Per socialismo intendo “socialismo reale”. La Bielorussia malgrado alcune riforme economiche in direzione del libero mercato è rimasta ancora piuttosto sovietica, e pure il modello di welfare è in larga parte quello ereditato dall’URSS. La cosa sorprendente è che fino a pochi anni fa la cosa funzionava, al punto che si parlava di “miracolo economico bielorusso”. Naturalmente il miracolo era dovuto in buona parte al petrolio a prezzi stracciati che arrivava dalla Russia e che veniva rivenduto in occidente a prezzi di mercato, realizzando una “cresta” miliardaria. Poi con la crisi globale e col fatto che Mosca ha cominciato ad alzare il prezzo il “miracolo” si è un pò inceppato, però il paese tutto sommato tiene, a dispetto dei gufi. Certo Lukashenko ha dovuto fare concessioni che devono essergli costate non poco, come la cessione a Gazprom della rete di gasdotti bielorussa. Ormai il paese (anche grazie all’insipienza europea) è ostaggio della Russia, senza la quale non sopravviverebbe un anno. La cosa più divertente è il fatto che “batka” fonda il suo potere sulla paura che “anche qui succeda come in Russia”, cioè che crolli il sistema real-socialista e arrivi il capitalismo selvaggio. La TV bielorussa trasmette spesso fantomatici reportage dalla Russia dove a Mosca e S. Piteroburgo la gente vive barricata in casa assediata dai criminali e i pensionati muoiono di fame per le strade. E poi concludono “finchè c’è batka Luka da noi questo non accadrà” !

        • Mi trovo del tutto d’accordo con la tua analisi sullo stato delle cose in Bielorussia. Per quanto riguarda le etichette, quindi “socialista” nel senso di controllo statale sull’economia? comprensibile.
          Chi parlava di “miracolo economico bielorusso”, per curiosita’? Io non ho mai letto niente del genere.
          Grazie, ciao!

  5. Quella del “miracolo economico bielorusso” è stata una vulgata di moda nel decennio scorso, ovviamente tra i sostenitori di quel regime. In quegli anni la crescita economica è stata costantemente tra il 6 e il 7 per cento. In realtà il miracolo era ovviamente “dopato” dal petrolio russo a prezzo politico. Ti allego qualche articolo pescato qua e la in rete, può essere interessante. Ciao

    http://www.eurasia-rivista.org/la-bielorussia-al-bivio/3770/
    http://www.vice.com/it/read/in-bielorussia-ogni-mercoledi-ce-la-rivoluzione

    http://www.quadranteuropa.it/articolo.asp?idarticolo=6815

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