Non chiamatelo populismo, basta con le generalizzazioni

A trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, un altro muro – ben più tenace – si erige superbo a dividere l’Europa orientale da quella occidentale, un muro di preconcetti e luoghi comuni, che ci impedisce di guardare a Praga, Varsavia, Budapest, con uno sguardo nuovo, finalmente sgombro dai retaggi del Novecento. E così ci ostiniamo a interpretare i fenomeni sociali e politici di quelle latitudini come se fossero uguali e speculari a quelli di Londra, Parigi e Roma. È un vizio antico, come abbiamo già avuto modo di dire, che ci spinge oggi a tacciare di populismo le politiche e i leader di quei paesi. Nel farlo dimentichiamo – o ignoriamo deliberatamente – la storia di quella parte d’Europa.

Una storia complessa che qui non è possibile riassumere ma che, seppur con differenze anche vistose, ha trovato nell’oppressione dell’identità nazionale un elemento di continuità dal XVIII secolo ad oggi: le spartizioni della Polonia, i tentativi di russificazione, il sacrificio della Cecoslovacchia (consegnata prima in pasto a Hitler, poi a Stalin e infine dimenticata nella Primavera del 1968), l’Ungheria nel 1956, l’oppressione nazista e sovietica, sono le tappe più significative (certo non le sole) di due secoli di sofferenza. Se questi paesi sono sopravvissuti è stato grazie a un pervicace attaccamento alla propria identità nazionale, alla religione (che di quell’identità è parte costitutiva), al senso di comunità. Quell’attaccamento è lo stesso che oggi viene usato, in modo strumentale e opportunistico, dalle élites politiche locali per affermare visioni illiberali e autocratiche del potere fondate su un nazionalismo falso, un conservatorismo retrogrado e una religiosità ipocrita.

Basterebbe questo a dimostrare che il richiamo al popolo portato avanti dalle élites dell’Europa orientale è assai diverso da quello occidentale. Mettere Orban, Marie Le Pen e Nigel Farage nello stesso calderone è idiota prima che sbagliato. Ma alla pubblicistica piace così. Putin è populista, lo è Trump, lo è il governo austriaco, quello polacco, e via dicendo. Se tutti sono populisti, allora questo termine perde di significato, diventa inutilmente denigratorio, opacizza invece di chiarire, inganna invece di spiegare.

Ormai “populista” è diventato sinonimo di “brutto e cattivo” e si assiste a un fiorire dell’uso del termine “populista” per definire qualsiasi forma di governo o di pensiero non coerente con la dottrina liberale (e con il liberismo economico). Il termine, che ha un’accezione negativa, viene usato per delegittimare un vasto spettro di possibilità politiche: protezionismo economico, nazionalismo paternalista, corporativismo, euroscetticismo, conservatorismo, ma anche idee di democrazia diretta o forme di socialismo rivoluzionario: tutto (e il contrario di tutto) sembra potersi contenere in questa parola. Se al momento sono le destre a vedersi accusate di populismo è solo perché le sinistre sono uscite annichilite dalle sfide dell’epoca nostra. Ma potrebbe venire un tempo in cui anche la difesa genuina delle classi ‘popolari’ finirà per l’esser tacciata di populismo.

Insomma, un uso tanto generico del termine non solo è sbagliato – lo si confonde con demagogia – ma realizza il più grave dei peccati intellettuali, quello che ad esser faceti (ma non troppo) si potrebbe chiamare erbafascismo, ovvero la tendenza di mettere in unico fascio – totalizzante e totalitario – le erbe più disparate, talune propriamente erbacce, varia gramigna, ma anche qualche semplice da cui magari si potrebbe ricavare medicamento o balsamo per le cancrene dell’epoca nostra. Di più, si rischia di sbagliare diserbante con l’effetto di veder la malerba resistere e ancor più proliferare.

Un uso più accorto e consapevole del termine è necessario per fornire ai lettori adeguate chiavi interpretative. Occorre non confondere i diversi piani: ci sono governi e forze politiche dal diverso retroterra ideologico che usano il populismo come strumento per ottenere consenso; ci sono invece partiti per cui il populismo è esso stesso ideologia, fine e non mezzo dell’agire politico. Non volendoci allineare alla comune vulgata che tutto taccia di populismo, riprendiamo lo schema proposto da Ben Stanley, ricercatore presso l’Università di Scienze sociali e umanistiche (SWPS) di Varsavia.

Anzitutto, il populismo non è antidemocratico. Il richiamo al popolo quale depositario della sovranità esclude istanze contrarie alla democrazia. Tuttavia questo popolo è messo in opposizione alle élites (la casta si direbbe da noi) contro cui è necessario combattere per restituire al popolo quella sovranità che le élites, nel tempo, gli hanno sottratto. Qui Ben Stanley opera un interessante distinguo: l’élite contro cui scagliarsi è generica (la casta, appunto) e indefinita. Un nemico opaco cui tutti, alla bisogna, possono essere ascritti. Questa casta è immorale (corrotta, furfantesca) mentre il popolo è buono, depositario di virtù civili e morali. Restaurare il potere di questo popolo giusto e immacolato è il fine ultimo del populismo. I campioni del populismo si presentano quindi come uomini del popolo e rivendicano la loro provenienza “dal basso”, la semplicità di costumi, l’estraneità al potere, infine l’appartenenza a quel popolo che affermano voler difendere.

Sulla base di questa definizione, non chiameremo “populista” il governo nazional-conservatore polacco, né la democrazia illiberale di Orban. L’antieuropeismo diffuso in Europa centro-orientale non è, di per se stesso, populismo. Non lo è il neofascismo strisciante, l’estrema destra leghista o frontista. Non lo è il nazionalismo imperante a est come a ovest del nostro vecchio continente. Certamente non è populista Putin, come alcuni vorrebbero.

Queste distinzioni non sono sterile accademia, vuoto esercizio intellettuale: con l’approssimarsi delle elezioni europee sentiremo sempre più parlare di “fronte populista” per descrivere la supposta alleanza delle forze nazionaliste, estremiste, illiberali, ultra-conservatrici d’Europa. Molte di esse vengono tacciate di populismo e certamente del populismo fanno un uso tattico e strumentale ma occorre chiamarle col loro nome: neofasciste, nazionaliste, estremiste di destra. “Populismo” diventa, per loro, una definizione più tenue dietro cui nascondersi. Smettere di chiamarle “populiste” diventa un modo per smascherarle. In attesa che anche i media nazionali capiscano che dare a tutti del “populista” serve solo a confondere e ingannare lettori, ascoltatori e, in fin dei conti, cittadini, cominciamo noi.

La nostra voce è esile, e nemmeno unita – ci sarà chi, su queste colonne, userà il termine “populista” in modo diverso da quello qui descritto, ed è nella libertà di ogni autore seguire la propria coscienza – ma da qualche parte si deve cominciare poiché le parole abusate si logorano, perdono di senso, e noi continuiamo ad usarle senza accorgerci che, infine, stiamo parlando di niente.

 

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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Un commento

  1. Condivido al 100%. Aggiungerei che a tacciare di populismo è il capitalismo occidentale agonizzante costretto a mascherarsi di falso comunitarismo. Per chiarirsi le idee, sarebbe salutare rileggere KMarx e preparare le barricate a difesa della violenta reazione illiberale dei liberali. Saluti.-