EST(r)FATTO: Sulla primavera araba è già autunno /2

di Matteo Zola

Siria e Giordania

Siria e Giordania sembrano le prossime della lista a venire travolte dall’ondata “rivoluzionaria” ma quali esiti possano avere le proteste in corso in quei Paesi è arduo da preconizzare. Il presidente siriano Al-Assad le ha provate tutte per evitare il contagio delle proteste, come l’aumento dei salari o la revoca dello stato d’emergenza, ma era troppo tardi. Così ha fatto ricorso alla repressione: 133 morti. hH mandato carroarmati ed esercito a sparare sulla folla, e si è per questo beccato le sanzioni intenazionali. In Siria però la società è piuttosto complessa, pur essendoci omogeneità etnica: diversi ceti sociali, diversi interessi particolari, tali da evitare una sommossa generale. E nelle divisioni la polizia agisce più facilmente. E poi ci sono i curdi, che non piacciono a nessuno, e che avanzano pretese autonomistiche specie da quando in Iraq si è costituita una regione autonoma curda. Si teme, al governo come all’opposizione, che il Paese imploda, smembrandosi, magari facendosi coinvolgere in chissà quale guerra. Viste queste premesse, difficilmente si assisterà alla caduta di Al-Assad. E’ più probabile che lo stesso Al-Assad, dopo avere sedato nel sangue le rivolte, si faccia artefice di una qualche (blandamente ridicola) politica di riforma.

Yemen

In Yemen la situazione è tesissima: il generale Alì al Ahmar, che da solo guida metà dell’esercito, è passato con gli insorti. Il regime di Sana’a è sempre più alle strette ma di nuovo l’ago della bilancia è l’esercito. E se l’esercito è diviso, e si combatte, allora si chiama guerra civile. Non rivoluzione.

Marocco

In Marocco il re Mohammed sesto, diciottesimo sovrano della dinastia alawita, ha promesso una nuova Costituzione e maggiori libertà. Ha anche tirato fuori dalle carceri alcuni oppositori islamisti. Ed ecco che nel centro di Marrakesh scoppia una bomba. Uccide solo stranieri. Colpa degli islamisti? Così il re ha buon gioco a dire che troppe libertà causano insicurezza. Si è osservato come il resia stato “fortunato” che la strage non abbia fatto vittime marocchine: sarebbe stata la scintilla che avrebbe potuto innescare il fuoco della rivolta. E invece, così, la rivoluzione si allontana: lo spettro del fondamentalismo infatti spaventa prima di tutto i popoli del Nord Africa, che non sono questi ricettacoli di martiri imbottiti di tritolo che qualcuno, da questa parte del mare, ci racconta. Proprio per questo motivo c’è chi sostiene che la fortuna di Mohammed VI non sia così “fortunosa”. Ma sono dietrologie in cui non ci avventuriamo.

Bin Laden

Certo il fantasma dell’islamismo, dopo la cattura di Osama Bin Laden, spaventa meno ed è persino possibile che, per via indiretta, le rivoluzioni arabe abbiano contribuito a creare quel clima di rifiuto del radicalismo che avrebbe consentito la cattura dello sceicco del terrore. Se così fosse, almeno un buon risultato l’avrebbero ottenuto. Sempre a voler pensar male si può dire che il nuovo corso inaugurato (ma da chi?) in Nord Africa, cavalcando le rivoluzioni e pervertendone il significato, sia parte di un più ampio progetto di risistemazione dei rapporti tra “occidente” e Islam.

Libia e Sahel

Della Libia si può solo dire che il rischio più grande è l’allargamento del conflitto: l’Egitto dei colonnelli finanzia gli insorti nella speranza, sia chiaro, di fare della Cirenaica un sol boccone. I ribelli della Tripolitania trovano rifugio tra le alture che segnano il confine tra Libia e Tunisia. Già le forze di Gheddafi hanno sconfinato e vista l’instabilità che regna a Tunisi il rischio che il conflitto dilaghi non è remoto. Tanto più che a Tunisi non governa il Mahatma Ghandi ma l’esercito. Altro problema è il Sahel, non uno Stato ma una regione sub-sahariana che divide il mondo arabo dall’Africa nera. Le città del sud della Libia, Sebha e Kufra, sono oggi roccaforte delle milizie che nel Sahel da sempre imperversano. Milizie che sono oggi al soldo di Gheddafi, che ha loro aperto gli arsenali. Con quelle armi, però, le milizie potrebbero tornare a colpire il Ciad, il Niger e il Sudan. Non a caso questi Paesi stanno, è proprio il caso di dirlo, sul piede di guerra, pronti a occupare la Libia meridionale se le milizie che lì si rifugiano dovessero fare incursioni nei loro territori.

Seconda riflessione: le “rivoluzioni” nascono dal genuino bisogno di dignità dei popoli arabi ma non trovano, in quegli stessi popoli, le spinte endogene per compiersi. Dopo i violenti scontri per cacciare il dittatore di turno, i mesi di proteste, i morti innocenti, la “stanchezza della piazza” diventa terreno fertile per nuovi poteri autoritari che, c’è da giurarlo, avranno l’appoggio del cosiddetto “occidente”. C’è chi ha cominciato a chiamarle “refo-lution“. Processi di riforma, non rivoluzioni. Riforma, lenta, dell’attuale sistema e non primavera della democrazia. Riforma nel segno della continuità con i passati regimi.

(continua)

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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5 commenti

  1. Massimo Favaro

    Temo che ci sia uno schema preconcetto dietro questa analisi. Ovvero quello che la Primavera Araba sia destinata a fallire miseramente. Un messaggio che in Italia è fin troppo presente nei mass media di regime e tra gli opinionisti destrorsi. Non vorrei che per l’esigenza di trovare un bel titolo si spianassero le differenze tra i diversi paesi.
    Torno personalmente da un’esperienza in Tunisia, dove ho visto – seppure per pochi giorni – un genuino processo di transizione, molto partecipato e sentito dalla gente. Non so se andrà a buon fine, ma il dibattito in questa fase mi sembra il più adatto. Ed anche in Egitto sono in vista elezioni.
    Non dimentichiamoci che anche in Spagna molte figure di spicco dell’ex regime hanno gestito la transizione democratica. Per non parlare dell’Italia stessa o di molti paesi dell’Est. Diamogli un po’ di fiducia, non siamo impazienti e cerchiamo di seguire da vicino avvenimento dopo avvenimento questa complicata fase. Perché è solo a partire dai fatti veri (sedute del parlamento, nascita di nuovi partiti, manifesti degli intellettuali, manifestazioni di piazza…) che segnano il cammino verso le elezioni libere che potremmo veramente capire che direzione stanno prendendo questi paesi

    • Quel che scrive è vero, gli articoli peccano nell’approfondire i distinguo tra un Paese e l’altro. E se ne ricava l’impressione che chi scrive intenda suonare un compiaciuto requiem alla primavera araba. Non erano queste le intenzioni bensì s’intendeva raccontare le rivoluzioni “scippate” dagli eserciti (non amo coloriture politiche, ma mi consentirà che questo non è un atteggiamento destrorso). Dico scippate poiché ho totale fiducia nella buona fede di chi ha manifestato, e molti (lo sappiamo) hanno pagato con la vita. Tendo a non fidarmi invece (e questo sì, è preconcetto) dei generali e delle transizioni guidate. Lei stesso chiede di fare dei distinguo, e la Spagna è comunque un Paese europeo, imbevuto di quella cultura politica europea che realmente poteva produrre, come ha prodotto, una democrazia che in Spagna era già presente in nuce. Da appassionato di cose dell’est penso anche alla transizione romena. Oggi a guidare la “democrazia” romena sono gli stessi che sedarono la rivoluzione dell’89 nel sangue.
      Insomma, si voleva solo dire: “gente, attenzione, che in nord Africa non c’è solo facebook e i gelsomini” poiché mi pareva (e posso essermi sbagliato) che questo fosse il messaggio che passava dalle televisioni generaliste che sono il principale mezzo d’informazione degli italiani. Spero anche io in un cambiamento democratico, ma credo che i governi “occidentali” dovrebbero favorire questo processo. E temo che non ne abbiano l’interesse. Così le televisioni e i giornali continuano a dirci quanto è “giovane” la rivoluzione di”facebook” compiuta in Nord Africa, con un entusiamo che sembra cattiva fede o volontà di nascondere realtà più complesse. Ma, ripeto, posso aver sbagliato tutto.

  2. Massimo Favaro

    Sì sono d’accordo: sono scivolato sul termine “destrorso”, frutto della visione di una puntata di Anno Zero, nella quale questi temi sono stati trattati in modo molto più superficiale, in particolare da un opinionista dichiaratamente, per l’appunto, “di destra”.
    In generale non sono convinto che il messaggio che circola oggi in Italia sia quello di “facebook e gelsomini”, anzi a parer mio c’è un mix di scetticismo, paura e un po’ di superbia: “solo noi occidentali sappiamo cos’è la democrazia”. Quando invece da anni leggo libri di scrittori liberali, di appelli di docenti, di attivisti che organizzano reti sociali dal Marocco all’Egitto.
    Chi si occupa di questi temi dovrebbe scavare, cercare di capire, fare distinguo. Ma non è facile, costa fatica.
    A parte questa diversità di opinioni, complimenti per il vostro lavoro.

    • Quanto dice è interessante e utile a far riflettere chi -come me- non è un esperto di quei luoghi. Se ne ho scritto è stato proprio per denunciare (perdoni il termine un po’ forte) quello che mi sembrava un impossessarsi delle rivoluzioni da parte di poteri conservatori e reazionari o, peggio, militari. Nel dirmi che invece proprio queste è la “vulgata” e, peggio, si colora di scetticismo e superbia, davvero mi porta a farmi delle domande sull’esito di certe (mie) intenzioni “divulgative” che invece di fare informazione fanno il contrario. Grazie davvro per i suoi commenti.

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