GEORGIA: Un’ondata di odio cancella il Pride di Tbilisi

Il secondo tentativo di organizzare una “Marcia della Dignità” da parte del gruppo LGBT+ Tbilisi Pride era previsto per le 18.00 di lunedì 5 luglio. Fin dalla mattinata, la violenza dei gruppi ultra-ortodossi e di estrema destra è dilagata sul viale Rustaveli, la strada centrale della capitale georgiana: a farne le spese sono stati principalmente i giornalisti recatisi sul posto per documentare gli eventi. Parallelamente, gruppi omofobi hanno fatto irruzione negli uffici del Tbilisi Pride e del movimento pro-democrazia Shame, distruggendo quello che vi trovavano. Confrontati con l’incapacità delle autorità di contenere la violenza omofoba e proteggere i partecipanti alla Marcia, gli organizzatori sono stati costretti ad annullare l’evento.

L’irresponsabilità del governo

La relativa tranquillità con cui nei giorni scorsi si erano svolti gli eventi al chiuso organizzati nell’ambito della Pride Week di Tbilisi (con l’intervento delle forze dell’ordine per fermare i contro-manifestanti omofobi radunatisi di fronte al Khidi Club il 1 luglio), aveva fatto sperare che le autorità fossero preparate a garantire la sicurezza del Pride anche in strada. Tuttavia, la mobilitazione della Chiesa Ortodossa Georgiana, che già da sabato aveva annunciato una contro-manifestazione (seppur pacifica nelle intenzioni) sul viale Rustaveli, lasciava presagire sviluppi meno rosei.

Lunedì mattina, il premier Irakli Gharibashvili ha definito “inappropriata” la Marcia della Dignità, suggerendo che non dovesse avere luogo al fine di evitare “una guerra civile”. Il premier ha anche insinuato che l’evento fosse organizzato dall’opposizione e dall’ex presidente Mikheil Saakashvili. Queste dichiarazioni hanno concretamente dato il via libera alla violenza e all’odio omofobo nel centro di Tbilisi: nella serata di lunedì il Ministero degli Interni georgiano ha riportato che 55 persone erano state vittime di aggressione, tra cui 53 giornalisti. Otto persone sono state sottoposte a fermo amministrativo e un’altra è stata arrestata per tentato omicidio: un turista polacco è infatti stato accoltellato solo perché portava un orecchino (l’aggressore pensava che il ragazzo fosse gay).

Numerosi osservatori hanno sottolineato il dispiegamento di un numero insufficiente di forze di polizia: se in passato le autorità erano state pronte a inviare idranti e polizia antisommossa per sedare manifestazioni anti-governative, la presenza delle forze dell’ordine nella giornata di ieri è rimasta minima e per buona parte incapace di fermare la violenza in corso.

La Marcia della Dignità cancellata

Nel primo pomeriggio di lunedì, gli organizzatori del Tbilisi Pride hanno annunciato la cancellazione dell’evento, condannando “la guerra dichiarata contro la società civile, le istituzioni democratiche e il percorso europeo del paese”. “Considerando gli eventi di oggi, non ci aspettiamo che il Ministero degli Interni svolga adeguatamente il proprio dovere, poiché vediamo che non reagiscono alla violenza che si consuma sotto ai loro occhi, e l’enorme ondata di odio che stiamo osservando in questo momento è ispirata e sostenuta dal governo e dal Patriarcato [della Chiesa Ortodossa Georgiana, nda]” – si legge nell’annuncio.

Poco dopo è arrivata anche una dichiarazione congiunta, firmata da 18 ambasciate occidentali, nonché dalla Delegazione dell’Unione Europea, dalla Missione di Monitoraggio dell’Unione Europea e dalle Nazioni Unite in Georgia, in cui si condannano “i violenti attacchi nei confronti degli attivisti, dei membri della comunità e dei giornalisti, nonché la mancata denuncia da parte dei leader di governo e delle autorità religiose della violenza in corso”. I firmatari incitano il governo georgiano a perseguire i responsabili delle violenze.

In un gesto carico di simbolismo, intorno alle 11.00 (ora locale) di lunedì i manifestanti omofobi hanno rimosso la bandiera dell’Unione europea esposta davanti al parlamento georgiano. Giorgi Tabagari, uno dei fondatori del Tbilisi Pride, ha dichiarato di essere stato costretto a cambiare 7 ubicazioni durante la giornata di lunedì al fine di sfuggire alle violenze, e di aver temuto per la propria vita quando una folla di manifestanti omofobi ha circondato l’auto su cui viaggiava.

Un’ondata di odio

A chi segue da vicino la politica interna georgiana, le scene giunte ieri da Tbilisi avranno ricordato gli eventi del 17 maggio 2013, quando una piccola manifestazione organizzata dagli attivisti LGBT+ in occasione della Giornata internazionale contro l’omo-bi-transfobia fu brutalmente interrotta da una folla di preti ortodossi e contro-manifestanti conservatori. Armati di croci e sgabelli di legno, questi si accanirono sui manifestanti LGBT+, nell’indifferenza quasi totale della polizia.

Otto anni dopo, il governo georgiano si è dimostrato nuovamente incapace di garantire l’incolumità e i diritti fondamentali non solo della comunità queer, ma anche dei giornalisti e della società civile in senso più ampio – soprattutto quando l’affermazione di questi diritti si scontra con le posizioni della Chiesa Ortodossa Georgiana. Solo la presidente georgiana Salome Zurabishvili ha inviato un chiaro messaggio di condanna delle violenze, essendosi già espressa a favore della libertà di espressione dei partecipanti al Pride.

Nel corso degli ultimi cinque anni, la Georgia ha assistito ad una rapida ascesa di gruppi ultra-nazionalisti e di estrema destra, omofobi e xenofobi. Nonostante il fallimento riscontrato alle elezioni parlamentari dell’ottobre 2020, le opportunità per la mobilitazione, in particolare attorno a tematiche LGBT+ e sfociante spesso in violenze, e l’impunità di cui finora hanno goduto i suoi esponenti rendono l’estrema destra una mina vagante in seno alla precaria democrazia georgiana.

Immagine: Tbilisi Pride (Facebook)

Chi è Laura Luciani

Nata a Civitanova Marche il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacia firmavano un accordo sulla dissoluzione dell'URSS. Attualmente è dottoranda in scienze politiche presso la Ghent University (Belgio), con una ricerca sulle politiche dell'Unione europea per la promozione dei diritti umani e il sostegno alla società civile nel Caucaso meridionale. Oltre a questi temi, si interessa di spazio post-sovietico in generale, di femminismo e questioni di genere, e a volte di politiche linguistiche. E' co-autrice del programma "Kiosk" di Radio Beckwith.

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