LINGUAE: Piccolo dizionario dei regionalismi russi

La Russia con i suoi 17 milioni di kmq e 11 fusi orari è il paese più grande al mondo. Scarsamente popolata (appena 144 milioni di abitanti), conta 85 soggetti federali, una popolazione piuttosto omogenea (per l’80% russa) e una diffusione della lingua russa pressoché totale (92% della popolazione). Nel 2009 si stimava che ben 146 lingue minoritarie parlate nel territorio sono a rischio di estinzione; la russificazione anche in epoca post-sovietica non si arresta. Il russo standard, così capillarmente diffuso e parlato, tuttavia conosce al suo interno una serie di varianti regionali, per lo più evidenti a livello fonologico (accenti, pronunce), ma anche lessicale. Lontano forse dall’enorme varietà dei dialetti italiani, anche il russo conosce più sfaccettature tra un meridiano e l’altro.

I regionalismi sono varianti della lingua standard adottate dai parlanti di una determinata area geografica. Per quanto riguarda la Russia, questi sono spesso influenzati dalla vicinanza territoriale con altre lingue, dalle migrazioni storiche e deportazioni, dalla geografia e dall’urbanistica specifica del luogo, dall’economia e dal lavoro caratterizzanti la zona. La ricchezza di una lingua sta proprio nella sua eterogeneità, vediamone alcuni esempi.

Influenze da altre lingue

Turco, cinese, coreano, lettone, bielorusso, ucraino – queste sono alcune delle lingue che sono entrate in contatto e hanno favorito la comparsa di alcune varianti regionali.

Partiamo da occidente, dall’oblast’ di Brjansk incuneata tra Ucraina e Bielorussia. Come molte terre di confine anche quest’area conosce a livello linguistico un’interessante mescolanza di idiomi, alcuni dei quali legati a specifici settori produttivi, come la lavorazione del feltro. La barbabietola (ingrediente di molti piatti tipici della cucina, come il boršč) qui, ad esempio, non si chiama svëkla ma burak come in bielorusso (in ucraino burjak). L’oblast’ di Pskov si trova poco più a nord, confina con Estonia, Lettonia e Bielorussia. Anche qui l’influenza di queste lingue si fa sentire. Il gallo ad esempio non si chiama petuch, ma peun dal bielorusso peunja. La mortella di palude (ormai più nota come cranberry anche in Italia) si chiama žuravina (e non kljukva) proprio come in bielorusso. A sud, nel territorio di Krasnodar è l’ucraino ad esercitare la principale influenza, come nel caso della parola melanzane, non baklažany come in russo, ma sinen’kie come vengono chiamate in alcune zone dell’Ucraina (forse da sinij, letteralmente ‘blu’), o della zucca, chiamata garbuz come in ucraino (in russo tykva). Influenze dell’ucraino giungono fino in Siberia centrale, nel territorio di Krasnojarsk, dove gli ucraini compongono il primo gruppo minoritario – in epoca sovietica questa regione accoglieva un grande numero di giovani ucraini inviati a lavorare nelle brigate del Komsomol locali.

Spostandoci all’estremo oriente sono invece cinese e coreano ad essere lingue d’interferenza. A Vladivostok e a Chabarovsk le tavole calde si chiamano čifan’ki, dal cinese ‘mangiare’, chī fàn. A Chabarovsk un dispregiativo per ‘ragazza’ è dato dalla parola cinese kunia, donna. Sull’isola di Sachalin, nell’oceano Pacifico, la parola cinese fangzi (lett. casa) fa parte del gergo infantile per definire le case sull’albero o gli altri “quartier generali” inventati dai bambini. Qui gli spaghetti coreani guksu sono stati acclimatati: ora kuksa nel russo parlato a Sachalin indica generalmente i noodle. A Omsk in Siberia questi vengono chiamati čois (Choice), dal nome della prima marca (cinese) che li produceva.

Il turco ha invece influito in molte aree della Russia centrale, come la Baschiria e il Tatarstan dove tutt’oggi si usa l’espressione ajda (dai, su) proveniente dal turco hadi (è oggi diffusa anche in tutta l’area balcanica come ajde). Molte parole dalle lingue tatara e baschira qui sono entrate nell’uso corrente, come aptragancaos, disordine (dal verbo aptyrarga, essere in difficoltà), usato soprattutto nelle esclamazioni, similmente a košmar in russo (incubo, un evidente prestito storico dal francese). La festa tradizionale del Sabantuy (in tataro, letteralmente, vacanza) ha inoltre introdotto nell’uso questa parola con il significato di folla, raduno. Anche nell’oblast’ di Irkutsk è comune l’espressione ajda, assieme a molti altri termine di derivazione buriata. Nell’oblast’ di Samara la parola kurmyši indica un posto lontano e sperduto: così si chiamava una cittadina tatara che nel Seicento venne punita dallo zar ad emigrare interamente, lasciando così la località deserta.

Qualche regionalismo

Nell’oblast’ di Volgograd esiste una parola per definire le persone maldestre, goffe, a cui cade tutto di mano – rastyka. Lo chignon qui si chiama kulja (e non pučok). A Vladivostok il freddo intenso si chiama zusman e gabbiani (čajki) quelli che amano tutto ciò che è gratis. In molti luoghi della Siberia le fragole si chiamano Viktorija. Nell’Altaj kulëma è una persona lenta, vyderga una donna cattiva, mentre le polpette si chiamano ricci (ëžiki). A Irkutsk “bere il te” (čaevat’) è sinonimo di pranzare. A Kirov l’aggettivo baskij vuol dire buono e bello (in russo, chorošij). A Jaroslavl’ per accettare una proposta si usa l’espressione dyk-da (certo), mentre a Perm’ lo stesso è vsjako (in russo, konečno oppure ladno). Il territorio di Perm’, in particolare, vanta un proprio vocabolario speciale (disponibile anche online), composto da circa trecento parole ed espressioni.

Pietroburgo da sempre si distingue per l’uso di certi termini ed espressioni, come kartočka per indicare un biglietto di un qualsiasi mezzo di trasporto o porebrik (letteralmente, cordolo della strada) usato generalmente per l’intero marciapiede. Paradnaja, dalla sontuosa “scala da parata” imperiale, tutt’oggi si usa qui per definire l’ingresso degli edifici (in russo pod’’ezd). Badlon è il maglione dolcevita a collo alto, che comunemente in russo si chiama vodolazka: il termine proviene probabilmente dagli anni Sessanta, quando il commercio illecito (la cosiddetta farcovka) del vestiario occidentale introdusse nel mercato leningradese questi maglioni, sulla cui etichetta si leggeva 100% ban-lon, il materiale sintetico di cui erano fatti.

Chi è Martina Napolitano

Martina Napolitano
Dottoranda in Slavistica presso l'Università di Udine e Trieste, per EaST Journal scrive principalmente di Russia e cura la rubrica Linguae.

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Un commento

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    mi sa che anche in questo caso si intravede un’influenza turca, “karpuz”, che però in turco significa anguria. Ma vista la somiglianza di mole con la zucca… potrebbe essere, giusto?

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