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BOSNIA: Il revisionismo storico e la riconciliazione, a 25 anni da Dayton

Il 2020 segna, oltre al venticinquennale del genocidio di Srebrenica, anche quello degli accordi di Dayton. Siglati il 21 novembre nella base aerea di Dayton in Ohio, e firmati ufficialmente a Parigi il 14 dicembre successivo, come spesso citato gli accordi di Dayton misero fine alla guerra in Bosnia Erzegovina ma non prepararono il paese alla pace.

Segui anche la nostra diretta Facebook di presentazione del volume Shooting in Sarajevo (Bottega Errante edizioni, 2020), venerdì 20 novembre alle ore 18.30, che vedrà intervenire Luigi Ottani, Roberta Biagiarelli, Mario Boccia, Jovan Divjak, Azra Nuhefendić, Gigi Riva e Carlo Saletti. La registrazione della presentazione sarà disponibile sul nostro canale YouTube.

Venticinque anni dopo, la Bosnia Erzegovina resta un paese fragile, la cui entità a maggioranza serba, la Republika Srpska, non ha mai messo da parte i disegni secessionisti, e in cui la frammentazione del potere politico e delle forze di polizia crea potentati locali proni alla corruzione.

La memoria divisa e le nuove commissioni storiche revisioniste

Nonostante la verità storica ormai ben stabilita, anche la memoria resta divisa, e continua a non esserci nel paese alcuna commemorazione congiunta, nemmeno delle vittime civili del conflitto.

La leadership politica serbo-bosniaca, guidata da Milorad Dodik, continua a negare la definizione di genocidio – come riconosciuto da due diverse corti internazionali – per il massacro di Srebrenica, in cui perirono oltre 8,372 civili bosniaco-musulmani. Nell’agosto 2018, a ridosso delle ultime elezioni politiche, il parlamento della Republika Srpska aveva votato per ripudiare la relazione del 2004 dello stesso governo dell’entità, in cui si riconoscevano i crimini commessi dalle milizie serbo-bosniache durante il conflitto del 1992-1995.

Allo stesso tempo, l’entità a maggioranza serba decise di istituire due nuove commissioni storiche internazionali sulla “sofferenza dei serbi a Srebrenica e a Sarajevo”. A capo di tali iniziative revisioniste, condannate da un gran numero di accademici, la leadership politica di Banja Luka, che gode di buoni rapporti con il Likud, ha chiamato storici dell’Olocausto come gli israeliani Gideon Greif e Raphael Israeli, già noti per aver pubblicamente espresso dubbi sulla natura genocidiaria del massacro di Srebrenica.

Lo scorso 23 ottobre, il premier della Republika Srpska Radovan Višković – lui stesso da poco messo sotto inchiesta per crimini di guerra a Srebrenica – ha annunciato che la prima relazione storica, quella sui serbi di Sarajevo, è stato consegnata al governo serbo-bosniaco. La data di pubblicazione resta ignota. Secondo le indiscrezioni, oltre a ripetere le note teorie del complotto sui massacri del Markale, il rapporto revisionista sosterrebbe che durante il conflitto Sarajevo non fosse sotto assedio, ma in situazione di “blocco”.

I cittadini di Sarajevo ricordano i civili serbi uccisi a Kazani

Nel frattempo, il 25 ottobre un gruppo di sarajevesi si è ritrovato presso la Fiamma eterna, dove è stata deposta una corona di fiori per ricordare e rendere omaggio ai civili serbi uccisi presso Kazani, sul monte Trebević, durante l’assedio. Un’iniziativa annuale della società civile, che ha preso il via nel 2015.

Nel 1992 e 1992, durante l’assedio, la milizia di Mušan Topalović “Caco” inquadrata nell’esercito della Repubblica di Bosnia Erzegovina (ARBiH) uccise brutalmente vari civili serbi presso le alture di Kazani. Per tale crimine di guerra 14 soldati furono condannati a pene da 10 mesi a 6 anni di carcere. Topalović rimase ucciso nel 1993, durante la fuga dopo l’arresto da parte della polizia e delle forze speciali bosniache. Finora dalla foiba di Kazani sono stati riesumati i resti di 23 persone, 15 delle quali sono state identificate: si tratta di cinque donne e dieci uomini, di cui due vittime ucraine, due croati, un bosniaco e dieci serbi.

L’Associazione per la ricerca sociale e la comunicazione (UDIK) ha rinnovato l’invito alle autorità cittadine a erigere un monumento alle vittime di Kazani. “Il monumento dovrebbe essere un esempio di confronto autocritico con i propri crimini, nonché un esempio dell’obbligo morale dei cittadini di Sarajevo di rendere omaggio ai loro concittadini uccisi a Kazani”. Secondo Husnija Kamberović, professore all’Università di Sarajevo, “affrontare queste pagine del nostro passato non è un segno di tradimento nazionale, ma di eroismo e umanità. In questo modo, difendiamo ancora di più ciò per cui abbiamo combattuto nella guerra. Possiamo rimuovere questa macchia dall’ARBiH dimostrando che non eravamo tutti uguali.”

L’allora presidente di turno della Bosnia Erzegovina, Bakir Izetbegović (SDA) aveva visitato Kazani nel 2016 – una prima volta per un leader politico bosgnacco. La Città di Sarajevo e l’entità della Federazione hanno approvato per il 2021 la sistemazione del sito, oggi inaccessibile, a memoriale.

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Foto: Klix.ba

Alla Sarajevo di Miljenko Jergović non serve la compassione dell’Occidente

marlboro sarajevo

 

Le Marlboro di Sarajevo

di Miljenko Jergović

traduzione di Ljiljana Avirović

Bottega Errante Edizioni, 2019

pp. 192

Euro 16

 

Il fatto che gente così diversa vivesse nello stesso posto senza sentire la differenza come un peso, col tempo portò anche il piacere e la contentezza, che nella loro superficialità e immediatezza ricordano la sala d’attesa di una stazione coi treni in partenza per il paradiso o per l’inferno.

Il treno dei sarajevesi parte per l’inferno nell’aprile 1992, nell’incredulità dei suoi stessi abitanti e del resto del mondo. Miljenko Jergović all’epoca ha quasi 26 anni. Nato e cresciuto a Sarajevo, laureato in filosofia e sociologia, nel 1994 si trasferisce a Zagabria, dove attualmente vive e lavora. Poeta, narratore, giornalista e sceneggiatore, le sue capacità scrittorie – paragonate ai talenti di Ivo Andrić e Danilo Kiš – vengono consacrate internazionalmente dalla sua prima raccolta di racconti brevi Le Marlboro di Sarajevo. Pubblicata nel 1994, l’opera ha ricevuto numerosi premi ed è stata tradotta in tutte le maggiori lingue del mondo.

Il titolo è intenzionalmente velato d’ironia, a colorire la volontà dell’autore di creare un accostamento ‘inusitato’ col nome della sua città natale, scevro della tragica e leziosa pena a cui l’Occidente l’ha indissolubilmente incatenata. Per giunta, le Marlboro di Sarajevo esistono davvero, sono le sigarette che la Philip Morris ha “adattato ai gusti dei fumatori bosniaci”, prodotte col tabacco della capitale. Una ventata di cosmopolitismo per rendere giustizia a un luogo che il mondo prima dell’assedio ignorava, un volume ancora incisivo e memorabile dopo quasi trent’anni, perché “una cosa diventa preziosa non appena la si racconta bene”.

Pensavo a un miracolo guardando la mia casa e la mia macchina illese dopo quel giorno e quella notte allucinanti. Ma col tempo capii che in realtà nulla era salvo, semplicemente non era ancora giunta l’ora del commiato. Quella sarebbe giunta piano, avrei dovuto sentirla in ogni piega per poi capire che in questa città, oltre alla gente trucidata e scannata, oltre alle case distrutte e all’infanzia dimenticata, non ci resta più niente, salvo, forse, un sacco di carne viva che si nutre del dolore per le piccole cose perdute, e che, dinanzi alle cose grandi della vita, trema, come il motore prima di spegnersi.

Il libro di Jergović è simile a un pacchetto di Marlboro. I suoi bozzetti puliti, fattuali, sono lunghi il tempo di una sigaretta, ma talmente pregni di espressività e significato da rimanere impressi in maniera indelebile nella mente del lettore, macchiata come il filtro dei mozziconi. Lo scrittore di origini bosniache indirettamente reclama il proprio diritto a una narrazione dall’interno dei drammatici eventi spettacolarizzati dai reporter stranieri arsi dal brivido della guerra.

Attraverso l’impietoso sguardo di una moltitudine di protagonisti trafitti nella loro quotidianità dallo scoppio del conflitto, Jergović intesse di realtà e finzione i suoi racconti-testimonianza. Nessuno dei personaggi prende parte alle ostilità, ognuno ne è a suo modo vittima. Un mosaico di gente comune, sarajevese di nascita o d’adozione, che tenta di portare avanti la propria vita nell’eterogeneo, fragile splendore della città. La lucente multiculturalità del centro nevralgico della Bosnia è offuscata dal turbinio della cenere dei libri su cui un tempo si ergeva, ormai ingoiati dall’indifferenza umana e dal fuoco.

Tutto questo accadeva dopo un sibilo e un boato, esattamente un anno fa. Forse proprio nello stesso giorno in cui tu leggi queste righe. Accarezza dolcemente i tuoi libri, straniero. E ricorda che sono polvere.

Sarajevo è illuminata dal giallo violento degli edifici incendiati, le cui fiamme “si impennano repentine, selvagge e dissolute come i capelli di Farrah Fawcett”. Sarajevo è una composita arnia di cartapesta piena di umili, generose esistenze che cercano di portare in salvo i loro “mille mondi bosniaci“. Sarajevo affonda i piedi nel limaccioso letto giallognolo della Miljačka, è ferita agli occhi dai raggi dorati del sole. Sarajevo è una capitale europea qualunque, tanto quanto Parigi o Londra, una città che come Varsavia, Dresda e Vukovar non esiste più. Tinta dall’oro della sua “birrozza” e del brandy Badel, Sarajevo è un fedele “cagnolino giallo” che ti segue in eterno e ovunque a due passi;

Inutile provare ad accarezzarlo, perché è proprio a quel punto che ti scappa. E torna sempre quando ormai hai ripreso il tuo cammino.

foto: dnevnik.ba

CALCIO: Željezničar Sarajevo, un club aperto a tutti

Il 23 aprile 1985, allo stadio Grbavica di Sarajevo, lo Željezničar toccava il punto più alto e più triste della sua storia. Era il ritorno della semifinale di Coppa UEFA. In 86 minuti di gioco, i ragazzi in maglia blu avevano preso a pallonate gli ungheresi del Videoton, segnando però solo due gol, appena sufficienti per il passaggio del turno. Un minuto dopo, un anonimo terzino ungherese, che a Sarajevo ancora oggi molti ricordano, faceva calare il gelo sullo stadio: Jozsef Csuhay infilava in rete l’unico pallone utile dell’intera partita degli ungheresi e portava il Videoton in finale contro il Real Madrid. A parole è difficile spiegare come io, che sono nato dieci anni dopo quella sera, non riesca a non ripensare a quei momenti senza un velo di pesante tristezza.

Anni di buio e di guerra

Dall’aprile 1985 all’aprile 1992 passano sette grigi anni, prima che arrivi il buio vero, quello della guerra, che entra nelle vite dei sarajevesi senza bussare, come scriveva il poeta Izet Sarajlić, e stravolge ogni lato della quotidianità della città. Per lo Željezničar la guerra comincia il 5 aprile 1992, quando era in programma una partita del campionato jugoslavo contro il Rad di Belgrado, fermata dalle raffiche provenienti dalle colline circostanti e dimenticata per far spazio a una nuova esistenza, fatta di granate, fame, resistenza e distruzione.

La storia dello Željezničar di questi anni è fatta di calciatori e tifosi uniti nel difendere la città dall’assedio e dalla barbarie: è lo stadio di Grbavica tagliato da una linea del fronte militare, minato e dato alle fiamme dall’esercito serbo; è il giovane Dževad Begić “Đilda“, che da capo ultras passa a combattere sul fronte, perdendo la vita nel tentativo di aiutare una concittadina ferita da un cecchino; è Ivica Osim, l’architetto della squadra del 1985, che a Belgrado lascia la guida della nazionale jugoslava in lacrime, ricordando a tutti cosa stava succedendo nella sua città.

Anche in questi anni, lo Željezničar dimostra di essere una comunità, fatta di vite che resistono e lottano fino alla liberazione della città e del quartiere di Grbavica, da cui prendono il nome lo stadio e una canzone di guerra, cantata prima di ogni partita dal pubblico di casa. Una canzone scritta da Mladen Vojičić “Tifa” durante gli anni dell’occupazione militare serba del quartiere, che tenta di consolare la stessa Grbavica, vista da lontano dai suoi abitanti, profughi nella loro stessa città, che sognano il giorno del loro ritorno, che arrivò il 19 marzo 1996.

Un club di ferrovieri, aperto a tutti

La guerra ha lasciato un’impronta grande sull’identità del club, che nella seconda parte degli anni Novanta ha portato sul proprio stemma il simbolo dell’esercito della Repubblica di Bosnia-Erzegovina (ARBiH). Anche il gruppo ultras dei Manijaci ha iniziato a connotarsi per un patriottismo molto spinto, sconfinante talvolta in prese di posizione di stampo nazionalista.

Lo Željezničar, però, è soprattutto un club aperto a tutti. Lo è dalla sua fondazione, avvenuta nel 1921 a opera di un gruppo di ferrovieri. Al tempo, non molto diversamente da oggi, a Sarajevo, ogni associazione, sportiva o meno, indicava nel proprio nome l’appartenenza etnica dei suoi componenti. Invece, i ferrovieri decisero che il loro club sarebbe stato aperto a tutti, indipendentemente dall’appartenenza nazionale, religiosa o sociale.

Questa impronta è rimasta ancora oggi intatta, nonostante la recente guerra. Una delle figure più amate a Grbavica è Stole Anđelić, un fedelissimo tifoso proveniente dalla città di Bor, situata nella Serbia centrale, da cui ha preso il soprannome con cui è meglio noto, Stole iz Bora. Altrettanto, sul piano sportivo, tantissimi calciatori serbi hanno vestito la maglia della squadra anche dopo la guerra e alcuni di loro hanno raggiunto livelli di popolarità incredibili fra i tifosi, come Lazar Popović, Siniša Stevanović e Aleksandar Kosorić.

Una storia di resistenza

La guerra degli anni Novanta non è stato il primo momento in cui lo Željezničar ha dovuto resistere. Nel 1941, durante l’occupazione nazista, il club ha rifiutato di partecipare ai campionati organizzati dallo stato fantoccio filofascista della NDH, vedendosi così preclusa ogni attività. Nemmeno l’arrivo del nuovo potere socialista, però, ha portato giorni migliori: nel 1947, lo Željezničar è stato obbligato a cedere i suoi sei calciatori più importanti al neonato FK Sarajevo, che era stato designato come rappresentante della città nella neonata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Un calciatore, Joško Domorocki, rifiutò fermamente il trasferimento: la sua immagine è presente ancora oggi su uno striscione del settore Sud dello stadio Grbavica. 

Questo episodio è alla base della grande rivalità con il FK Sarajevo, che è stata costruita lungo gli anni su un piano di dialettica e umorismo più che su uno di odio e violenza. In questo senso, Ivica Osim ha detto che “tifare Sarajevo è una questione di geografia, mentre tifare Željezničar è una questione di filosofia”. Io non so se c’entri tanto la filosofia e so che si finisce per ricadere nel consumato slogan del “more than a club“, ma credo che lo Željezničar sia prima di tutto una comunità di persone, unite da alcuni valori fondamentali che spingono a scegliere il bene e resistere al male, nel nome dello storico motto della tifoseria: “Più forti di ogni guerra, di ogni regime e di ogni partito“.

Foto: FK Željezničar, profilo Facebook ufficiale.

Semezdin Mehmedinovic: rammendare il cuore con un filo d’inchiostro

 

Me’med, la bandana rossa e il fiocco di neve

di Semezdin Mehmedinović

traduzione di Elvira Mujčić

Bottega Errante Edizioni, 2020

pp. 216

Euro 17

 

Mi ha sempre inquietato l’idea di morire in un paesaggio di alberi ottombrini. C’è qualcosa di poco convincente in questo, qualcosa di banale. In qualche modo è indecente morire in autunno. È kitsch morire in autunno, quando muore tutto il resto. Insieme alle foglie.

Questo uno dei primi pensieri del cinquantenne Semezdin Mehmedinović – per i dottori americani semplicisticamente Me’med – quando in una mattina come tante altre viene colpito da un infarto. È l’inizio di una lunga sbobinatura di pensieri, un rullino, un flusso di coscienza centellinato in brevi paragrafi indipendenti, attraverso cui pagina dopo pagina l’autore si svela al lettore. Altamente autobiografico, Mehmedinović firma un romanzo toccante e profondo, intesse malinconia e ironia, compone un lessico famigliare americano-bosniaco.

Scrittore, poeta, giornalista e sceneggiatore nato nei pressi di Tuzla nel 1960, studia a Sarajevo e lì rimane con la famiglia per tutta la durata dell’assedio, senza mai smettere di scrivere. Nel gennaio 1996 si trasferisce con la moglie Sanja e il figlio Harun negli Stati Uniti, prima in Arizona e poi in Virginia.

La farfalla monarca migra dal Messico in Canada e torna indietro, ma questa migrazione dura quattro generazioni. La prima generazione dal Messico si sposta in Texas, la terza nasce in Canada. La farfalla nipote e il nonno farfalla vivono le loro brevi vite in nazioni diverse. Esattamente come noi, che nasciamo nei Balcani.

Novembre 2010. Un’ambulanza trasporta d’urgenza Me’med in ospedale: il suo cuore ha bisogno di essere rammendato al più presto. E mentre i medici si occupano del suo corpo, impigliandolo al letto d’ospedale tra aghi e fili, il protagonista comincia a dipanare la matassa dei suoi pensieri.

Aprile 2015. Un aereo conduce Mehmedinović dalla Virginia all’Arizona. In aeroporto l’aspetta Harun, in testa la bandana scarlatta, retaggio dell’ultima generazione dei pionieri di Tito. Padre e figlio intraprendono un viaggio in compagnia dei loro “eccessi di malinconia” tra le rosse sabbie dei deserti arizonesi; Harun è a caccia dello scatto perfetto, Semezdin compone un diario per il figlio. L’inchiostro tratteggia parole e disegni intimisti ed espressivi, a colori.

Aprile 2016. Una macchina segue un’ambulanza diretta in ospedale. Nella prima c’è il narratore, nella seconda sua moglie. La giovane che nella Sarajevo del 1993 si era messa tra il suo ragazzo e il kalašnikov puntato contro di lui diventa di colpo piccola e fragile come un fiocco di neve. Un altro viaggio che incomincia, stavolta nel passato, a ritroso, alla ricerca della parte di ricordi che Sanja ha perduto.

Aprile 1992. L’inizio dell’assedio di Sarajevo. L’anno da cui Me’med non è mai uscito.

“Aprile…” e inizia a piangere. “Aprile è il mese più crudele, genera lillà dalla terra morta… T.S. Eliot! Mi sono ricordata!”

Vincitore del premio Meša Selimović in Bosnia e Mirko Kovać in Croazia come miglior romanzo, l’opera di Semezdin Mehmedinović è profondamente intrisa di storia, riferimenti culturali, nostalgia, ma soprattutto amore. L’amore è il filo conduttore della narrazione, nelle sue diverse accezioni e sfumature, l’amore è il filo che fatto inchiostro rammenda il cuore di Me’med, lo lega a suo figlio Harun, stringe alla sua Bosnia, rattoppa i buchi nella memoria di Sanja.

“Chi è quest’uomo?”
Per un attimo lei cerca di fermare lo sguardo, mi sembra che guardi attraverso di me e mi sento gelare il corpo. Penso: mi ha dimenticato. Poi d’un tratto il suo viso si trasforma, mi guarda come se mi avesse salvato dall’inesistenza, o come se mi avesse appena partorito, e con l’espressione dell’amore più puro, dice:
Il mio Semezdin”.
È questo il momento in cui il mio nome si è riempito di significato. Io sono il suo Semezdin. E questa è la mia storia d’amore, e la mia vita.

foto: zurnal.info

BOSNIA: Quell’aereo italiano abbattuto nei cieli di Sarajevo nel 1992

È il maggiore Marco Betti ai comandi del G-222 del 98° gruppo della 46° aerobrigata dell’Aeronautica Militare Italiana, nome in codice Lyra 34. Ed è lui che, in contatto con la torre di controllo di Martina Franca, affida alla radio di bordo le sue ultime drammatiche parole: “siamo in grave difficoltà”. Sono le 13.15 del 3 settembre 1992: il biturbo ad elica perde dapprima la coda avvitandosi sul proprio asse longitudinale, poi un’ala, quella sinistra. Infine la destra. Diventa incontrollabile, precipita verticalmente al suolo sulle pendici del monte Zec presso Fojnica a trenta chilometri da Sarajevo, dove era diretto. Con il maggiore Betti perdono la vita anche gli altri tre componenti dell’equipaggio, il secondo pilota Marco Rigliaco, e i tecnici di bordo, entrambi marescialli, Giuseppe Buttaglieri e Giuliano Velardi.

Il ponte aereo

Sarajevo non è una città come le altre in quel momento storico. È una città sotto assedio, da mesi, e in quella condizione vi rimarrà ancora per anni, tenuta sotto scacco dalle truppe del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, fino a “guadagnarsi” il poco lusinghiero primato di assedio più lungo della storia moderna, con le sue cicatrici ancora ben visibili. Neanche la missione degli aviatori italiani è una missione come le altre: partito da Spalato un’ora prima il volo fa parte, infatti, di un ponte aereo organizzato dall’ONU in ottemperanza alla risoluzione 761 del 29 giugno 1992 per sostenere la popolazione bosniaca stremata dal conflitto.

L’Italia vi partecipa con il G-222 e con un C-130: saranno migliaia le tonnellate di aiuti umanitari trasportati, beni di prima necessità, cibo, medicine, coperte. I velivoli sono alle dirette dipendenze dell’Alto commissariato per i rifugiati della Nazioni Unite (UNHCR) e hanno una livrea ONU ben visibile. Ad abbattere l’aereo italiano durante la fase di discesa furono due missili terra-aria SAM7 probabilmente di fabbricazione sovietica. Un terzo proiettile manca invece il bersaglio. Approfittando della bassa quota in fase di atterraggio i missili erano stati premeditatamente lanciati da terra con un’arma portatile autodiretta dalle sorgenti di calore costituite dai motori posto sotto le ali.

Un episodio non isolato, d’altra parte, visto che altri velivoli erano stati oggetto di aggressioni simili nei giorni e nelle settimane precedenti, a testimoniare la deliberata intenzione di boicottare lo sforzo internazionale volto ad allentare la morsa sulla popolazione civile. Il ponte aereo fu definitivamente interrotto nel gennaio del 1993, dopo oltre 2500 missioni, proprio per l’assenza dei requisiti minimi di sicurezza e i continui attacchi cui gli aerei umanitari erano sottoposti.

Le responsabilità

A distanza di anni la ricostruzione delle responsabilità di quell’atto non è ancora semplice e permangono tuttora ampi margini di dubbio: nell’area di Fojnica, infatti, agivano sia le truppe croato-bosniache che quelle bosgnacche, mentre era sicuramente più marginale la presenza serbo-bosniaca. Inchieste giornalistiche, in particolare quella condotta da Roberto Galli sulle colonne de Il Tirreno, attribuiscono alle milizie croate la colpa dell’accaduto, ma resta la considerazione che il fascicolo aperto dalla magistratura di Roma, cui seguì il deferimento per crimini di guerra al tribunale dell’Aja di dieci cittadini croato-bosniaci, si è concluso con un nulla di fatto. Secondo quanto riportato da Bruno Maran nel suo libro “Dalla Jugoslavia alle Repubbliche indipendenti” (Infinito Edizioni), inoltre, circoli militari e giornalisti attribuivano alla mano bosgnacca la responsabilità dell’evento, una tesi che non ha mai trovato riscontri.

Nel dicembre del 1992 i quattro militari del Lyra 34 sono stati insigniti della Medaglia d’Oro al Valor Militare dall’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro e sul luogo dell’accaduto è stata eretta, nel 1998, una piccola lapide commemorativa dove ogni anno si officia una cerimonia in ricordo.

Betti e i suoi commilitoni non furono, tuttavia, le uniche vittime italiane negli anni del conflitto in Bosnia Erzegovina: furono 15 in totale, infatti, militari e civili. Tra di esse, ultimi in ordine di tempo, i giornalisti della sede RAI di Trieste Marco Luchetta, Alessandro Ota e Dario D’Angelo, dilaniati da una granata a Mostar il 28 gennaio 1994 mentre stavano realizzando una serie di servizi sulle condizioni di vita dei bambini in quella guerra.

L’iscrizione sulla lapide dedicata all’equipaggio del Lyra 34 recita: “caduti perché vivano gli altri”. Al netto delle mille contraddizioni e responsabilità dell’ONU in Bosnia Erzegovina, essa inquadra con ogni probabilità lo spirito che aveva animato i nostri militari in un contesto così drammatico.

Foto: pagina Facebook 46 Brigata

STORIA: Warajevo, programmare sotto l’assedio

I tardi anni ’80 segnarono il boom dei primi personal computer a 8 bit, con modelli come il Commodore 64  che conquistarono velocemente il mercato. Uno dei prodotti concorrenti era lo XS Spectrum della britannica Sinclair (poi Amstrad) il cui programma emulatore Warajevo, come può suggerire il nome, fu sviluppato durante la guerra e l’assedio da due giovani programmatori sarajevesi, Zeljko Juric e Samir Ribic, tra bombardamenti e interruzioni d’elettricità.

“Siamo sentimentalmente legati a questo computer, che abbiamo conosciuto alle superiori”,  ricordano i due a fine anni ’90 sul sito World of Spectrum. “Lo Spectrum ci ricordava il tempo in cui, nei nostri quartieri, la vita era bella e normale.” Nel giugno 1991 Zeljko e Samir – già allora conosciuti come bravi programmatori – ottengono un emulatore per Spectrum, di probabile provenienza slovena, che non li soddisfa. “Quando è iniziata la guerra, volevamo rimuovere il più possibile i pensieri negativi. Quindi, nell’aprile 1993, abbiamo iniziato lo sviluppo del nostro emulatore per Spectrum, chiamato simbolicamente Warajevo.”

Il programma, ricordano Juric e Ribic, venne sviluppato in condizioni terribili. Le granate cadevano su tutta la città e la corrente elettrica era razionata, per un massimo di due o tre ore per notte. “Abbiamo sfruttato ogni momento in cui c’era elettricità per sviluppare il programma. Zeljko lavorava da casa con il suo 80286/12 MHz, floppy da 1,44″, hard disk da 40 Mb, scheda Hercules e stampante Citizen 180D. Usava l’assemblatore TASM. Samir lavorava principalmente dalla caserma con un 80286/16 MHz, floppy da  5,25″ e 1,44″, modem 2400 bps, monitor VGA mono, e senza disco fisso.

L’elettricità presso le caserme era prodotta da un generatore improvvisato, un motore per auto collegato alla conduttura del gas che forniva 30 kilowatt per 100 camere, con una tensione che variava da 150 a 300 volt. Quando qualche altro soldato accendeva la macchinetta del caffé, il computer di Samir si riavviava da solo… in tali condizioni, non è difficile immaginare come si sia bruciato il disco fisso.”

Zeljko era incaricato di scrivere il codice kernel dell’emulatore, mentre Samir si occupava di preparare conversione e utilità tramite Turbo Pascal 5.5. “Abbiamo deciso che il nostro formato di file su nastro sarebbe stato compresso, poiché non avevamo abbastanza dischetti, né credevamo che avremmo mai avuto soldi per comprare un disco rigido più grande.”

Durante i periodi di libera uscita, Samir faceva visita all’unico distributore pirata di Spectrum di Sarajevo per prendere in prestito cassette di registrazione. Ma il pirata si trovava in uno dei luoghi più pericolosi della città, praticamente in prima linea. Per arrivarci sfuggendo al fuoco dei cecchini, Samir si muoveva lungo il letto del torrente Miljacka, sperando di restare coperto dagli argini.

L’estate del 1993 fu il momento peggiore dell’intera guerra in Bosnia, un chilo di zucchero arrivava a costare 60 marchi e sulla città cadevano 3000-4000 granate al giorno. Solo un miracolo ha salvato Sarajevo dalla caduta. Tuttavia, abbiamo avanzato molto bene col programma…” Samir non lasciò la caserma per più di un mese, durante l’attesa di nuovi ordini di battaglia, sviluppando l’algoritmo di compressione a mano su fogli di carta, in mancanza di energia elettrica, acqua e cibo. “Perdevamo circa un chilo alla settimana”.

Nel novembre 1993, leggendo alcuni giornali che provenivano dal territorio nemico, Zeljko e Samir vennero a conoscenza dell’emulatore Z80, programmato da Gerton Lunter. “Il fatto di non aver sentito parlare prima dello Z80 di Lunter è una fortuna per gli utenti di Warajevo di oggi, perché molto probabilmente non avremmo nemmeno avviato questo progetto se avessimo saputo che esisteva già un emulatore Spectrum di buona qualità. Ma, in condizioni invernali ancora peggiori, abbiamo continuato lo sviluppo (nelle stanze in cui dormivamo l’acqua era congelata), sperando di poter presto confrontare i due programmi.”

La primavera successiva, a guerra ancora in corso, la fondazione Soros aprì la prima casella di posta elettronica a Sarajevo. “Inviammo una richiesta e a giugno 1994 ricevemmo l’emulatore di Lunter. Venimmo a sapere anche di molti altri emulatori Spectrum sviluppati in tutta Europa, ma il nostro era sicuramente il migliore, secondo forse solo allo Z80 di Gerton Lunter. Considerate le condizioni in cui abbiamo sviluppato Warajevo e la qualità del lavoro di Lunter, pensiamo sia un grande successo. Quando abbiamo contattato Gerton, la pensava allo stesso modo”.

La prima versione pubblica dell’emulatore Warajevo è stata pubblicata alla fine del 1994. Con la pace di Dayton, una release 1.2 venne terminata nel dicembre 1995. Samir decise di continuare a migliorare l’emulatore come sua tesi di laurea, che venne quindi rilasciata come versione 1.5 nel luglio 1996. Tra aprile 1995 e dicembre 1997 Samir e Zeljko ricevono email da 28 paesi di tutto il mondo con saluti, domande, nuove idee e segnalazioni di bug.

Il lavoro di Zeljko Juric e Samir Ribic continua nel dopoguerra, in condizioni molto migliori nonostante gli stipendi da fame. Warajevo 2.0, del febbraio 1998, è sviluppato su Pentium 133 MHz. L’ultima versione rilasciata è la 2.51. “Pensiamo ancora che Warajevo 2.51 sia il miglior emulatore per DOS puro, con molte funzionalità che lo rendono unico”.

CINEMA: “Sympathie pour le diable”, l’inverno di Paul Marchand a Sarajevo

Paul Marchand non era un reporter come gli altri, neppure in quei primi mesi dell’assedio di Sarajevo. Le sue scorribande alla guida di una Ford Sierra con la scritta “io sono immortale” lungo il viale dei cecchini sono entrate nella leggenda, e sono oggi il soggetto del film “Sympathie pour le diable“, coproduzione belgo-canadese del regista Guillaume de Fontenay uscita nelle sale francofone a novembre.

E’ il novembre del 1992, Sarajevo è da sette mesi sotto l’assedio dell’esercito jugoslavo e delle milizie serbe, che bombardano la città al ritmo di 330 colpi d’artiglieria al giorno, che ne sventrano i palazzi e  mutilano donne, uomini e bambini, “sotto lo sguardo impassibile della comunità internazionale”. Paul Marchand, corrispondente per quattro radio francofone, è prigioniero come il resto dei suoi colleghi dell’hotel Holiday Inn. Aspro e arrogante, a tratti insopportabile, Marchand non ha altri amici se non il suo sigaro Avana sempre acceso.

Ma Marchand non si accontenta di fare, come i suoi colleghi, il distaccato reporter: dal trasportare feriti all’ospedale all’andare a intervistare i cecchini serbi nel loro nido d’aquila sulle colline, allo smascherare l’ipocrisia del locale comando ONU, Marchand è al cuore del conflitto. La storia, romanzata, lo vede intrecciare una relazione con la traduttrice serbo-bosniaca, aiutare a esfiltrarne lo zio malato, e terminare per contrabbandare nella città assediata un carico di pallottole per la debole difesa territoriale bosniaca. Un doppio gioco che lo mette a rischio: ed è infatti il tiro di un cecchino che lo colpisce ad un braccio e lo spinge, in fin di vita, a dover abbandonare la città sotto assedio.

Il film non ci dà nessuna coordinata su Paul Marchand nè sul conflitto bosniaco, che il regista ricostruisce in maniera impeccabile. Non ci parla dei suoi vent’anni passati attraversando la guerra del Libano, né della sua vita una volta rientrato a Montréal, dove pubblica quattro libri di memorie, di cui uno che dà il titolo al film. Marchand si suiciderà nel 2009. “Paul aveva una dipendenza al rischio. Era un mix di nitroglicerina e di olio alle mandorle”, ne scriverà il collega e conterraneo di Grenoble, Michel Tavelle.

Con un realismo violento e la sua camera nervosa, la pellicola di de Fontenay ci porta direttamente dentro l’assedio di Sarajevo, con tutta la sua assurdità, là dove si muore per strada sotto un’insegna della Coca Cola, o dove una madre deve piangere il proprio bambino colpito da un cecchino perché avvicinatosi troppo vicino alla finestra di casa. La sfida del regista, e dell’interprete Niels Schneider nei panni di Marchand, è proprio quella di comunicare l’indignazione e la rivolta di un reporter umanista, senza celare le asperità di un uomo che era comunque in grado di suscitare il rigetto dei suoi colleghi, come scrive La Presse. Un film che merita di essere presto portato anche sugli schermi italiani.

BOSNIA: La sentenza Karadzic, gli applausi e le lacrime

Gli applausi e le lacrime. Basterebbe solo questo per dare la misura di quanto emotivamente attesa fosse la sentenza d’appello del processo a Radovan Karadzic e di quanto fosse auspicata, desiderata, persino pretesa, una sua condanna all’ergastolo: ergastolo sarà, effettivamente, e la sentenza è definitiva.

A volte per raccontare un fatto è più efficace dire non tanto del fatto in sé, quanto dei suoi dintorni: e quei dintorni si incarnano, oggi, sotto forma di applausi e di lacrime.

Gli applausi sono quelli dei trecento rappresentanti della comunità accademica di Sarajevo che hanno seguito il processo dalla Vijecnica, la Biblioteca Nazionale a Sarajevo: i serbo bosniaci la presero a cannonate durante l’assedio della città, l’incendio che ne era seguito l’aveva ridotta ad una rovina fumante. Una scelta non casuale, quella degli accademici, uno dei capi d’accusa che gravavano sulla testa di Karadzic riguardava proprio l’assedio della capitale bosniaca: assedio di cui la distruzione della Vijecnica fu l’atto simbolo. Uno dei tanti di cui il processo a Karadzic sembra caricarsi.

Le lacrime, invece, sono quelle delle madri di Srebrenica. Una delegazione ha affrontato un viaggio di quasi duemila chilometri per assistere alla lettura della sentenza, le altre lo hanno fatto dal cimitero di Potocari, dove sono custoditi i resti dei propri mariti, dei propri figli. Si sono abbracciate per strada, infine, in un pianto liberatorio atteso da una vita.

Gli applausi e le lacrime rendono ragione di quanto la sentenza di primo grado fosse stata vissuta come una sconfitta, peggio, come un’ingiustizia: e questo malgrado l’imputato fosse stato riconosciuto colpevole di dieci degli undici capi d’accusa a suo carico e nonostante Karadzic fosse stato dichiarato un genocida per lo scempio perpetrato a Srebrenica.

Non bastava: troppo pochi 40 anni per tutto quel male. Quel verdetto era “doloroso”, “vergogno”, “tristissimo”.

Formalmente la sentenza d’appello non cambia nulla rispetto a quanto già proclamato in primo grado: resta il riconoscimento di colpevolezza per tutti i capi d’accusa per i quali Karadzic era già stato condannato. Resta il riconoscimento dei reati contro l’umanità, restano i crimini di guerra. Resta, anche, la responsabilità di aver inflitto indicibili sofferenze alla popolazione di Sarajevo, assediata per quattro anni. E, come col primo grado, manca il suggello formale dell’etichetta di “genocidio” per quanto avvenuto nelle sette municipalità. A Bratunac, Foca, Kljuc, Prijedor, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik si perpetrarono “solo” reati contro l’umanità, ma senza un comprovato intento genocida. Questo perlomeno a giudizio del tribunale: la storia, dati demografici alla mano, sembra pensarla diversamente. Ma tant’è.

A cambiare, però, è l’entità della condanna: ergastolo. Ergastolo come unica condanna possibile, ergastolo a sanare “l’inadeguatezza” del responso di primo grado, come ha ammesso il giudice danese, Vagn Prüsse Joensen, leggendo il verdetto. E ancora, ergastolo come “messaggio che la giustizia alla fine prevale sul diavolo”, nell’enfasi un po’ retorica del pubblico ministero, Serge Brammertz.

Insomma non cambia nulla ma cambia tutto. Perché insieme all’entità della condanna cambia, anche, la percezione che le parti offese hanno dell’operato del tribunale e, in definitiva, della giustizia internazionale che si è fatta carico di tutta questa storia. C’è una percezione di giustizia, ora, come se le cose fossero state, infine, riconosciute per quello che erano: ventiquattro anni dopo Srebrenica e undici anni dopo la cattura di Karadzic, “giustizia è stata fatta”.

Non un dettaglio, quello della percezione. E a dirlo sono quegli applausi, a raccontarlo al di là di ogni ragionevole dubbio sono quelle lacrime.

Di fronte a ciò, tutto il resto è poco più che corollario, almeno per un giorno: lo è la reazione amareggiata del condannato, lo sono le dichiarazioni stizzite di Milorad Dodik, rappresentante serbo della presidenza della Bosnia Erzegovina, che si è affrettato a bollare come “selettiva” la giustizia proclamata all’Aja. Dichiarazioni che restano ingabbiate nella logica della contrapposizione delle parti e che testimoniano quanto poco sia stato fatto lungo il percorso d’acquizione della consapevolezza delle proprie responsabilità storiche: da una parte e dall’altra, va detto.

Tra i detrattori della sentenza di mercoledì scorso c’è, infatti, proprio chi argomenta che essa renderebbe più difficile il processo di riconciliazione. Come se tale compito fosse demandato ai tribunali e non alla politica. Politica che, dal canto suo, è invece sempre più incanalata nell’alveo di quella narrazione ultra-nazionalistica così in voga in gran parte dell’est europeo e non solo. E in questa deriva sono enormi le responsabilità di molti intellettuali, dei ricercatori, di chi opera nella cultura, colpevoli di un’inerzia che non ha giustificazione.

Dopo che fu data alle fiamme, la Vijecnica bruciò per giorni e per giorni su Sarajevo piovve la fuliggine nerastra del milione e mezzo di libri andati in fumo. Ma, anche se solo per oggi, sarebbe bello poter pensare che la sentenza Karadzic abbia dato un senso ancora più profondo al gesto di Fahruddin Cebo, il poliziotto musulmano che, sottrasse alle fiamme la Haggadah ebraica del XV secolo. Come se quel gesto e quella sentenza, insieme, potessero dimostrare che alla fine Karadzic ha perso non solo perché passerà il resto dei suoi anni in prigione ma, soprattutto, perché è stato il tragico promotore di un’istanza sconfitta dalla storia.

Si diceva dell’importanza della percezione: vero è che per l’ultrasettantenne Karadzic poco cambia tra una sentenza di 40 anni e una all’ergastolo poiché le possibilità di vederlo fuori, a fine pena, erano comunque statisticamente residuali, se così vogliamo dire. Ma l’intensità di quegli applausi e il fragore di quelle lacrime sono, anche, la personale ribellione alla statistica di quelle donne e di quegli uomini .

CINEMA: “Good Night Sarajevo”, storia di una voce

“Dovevo restare e combattere. Ma non con il fucile. La mia unica arma era la parola”. Chi parla è Slobodan Minic, detto Boban, storica voce di Radio Sarajevo. E oggi parla in spagnolo, nella lingua del paese che l’ha accolto, lui e gli altri sopravvissuti della sua famiglia, dopo l’esodo/esilio da Sarajevo sotto assedio nel 1994.

E’ l’ottobre del 2013 quando Boban, per la prima volta dopo vent’anni, torna nella sua amata Sarajevo. Lo accompagnano due giovani cineasti spagnoli, Edu Marín e Olivier Algora, in un percorso in cui Boban si racconta e racconta la sua Sarajevo – “la città da dove fuggii e dove non potrò mai più tornare”.

“Nel nostro palazzo abitavano due famiglie croato-cattoliche, una famiglia serbo-ortodossa, al piano terra una famiglia musulmana, e nell’attico – ironicamente, i più vicini al Cielo – la nostra famiglia, che era mista ed atea.” Una casa d’artisti, in cui vengono girate scene cult dei primi film di Emir KusturicaTi ricordi Dolly Bell e Papà è in viaggio d’affari – con la sceneggiatura di Abdulah Sidran, amico e collaboratore di Minic a Radio Sarajevo.

E il ritorno è anche un momento per riallacciare antichi rapporti rimasti in sospeso – con il vecchio poeta Sidran, anch’egli di ritorno dopo l’esodo/esilio in Italia, così come i colleghi di Radio Sarajevo, con cui Boban ha condiviso gli anni d’oro della radiotelevisione jugoslava e gli anni duri dell’assedio, superato grazie anche alla resistenza culturale. “Siamo guerriglieri della cultura, e continueremo ad esserlo. Se un giorno dovessimo prendere il potere, dovremmo il giorno dopo fare la rivoluzione contro noi stessi”, afferma il vecchio Sidran. “Ciò che piace alle masse non potrà mai andare bene all’artista”.

Una resistenza culturale volta ad affermare la propria dignità di esseri umani di fronte all’aggressore armato. Così la sua vecchia compagna di liceo e collega alla radio, Dijana, conferma il suo ricordo di come, in uno dei pochi momenti di ritorno dell’elettricità, lei al piano e il marito violinista avessero approfittato della fioca luce per mettersi a suonare un’aria di Bach. O di come, chiusi nell’edificio di vetro e cemento della radiotelevisione, Boban e colleghi oltre a trasmettere le vitali informazioni sulla guerra e sull’assedio, cercassero anche di riportare la mente dei sarajevesi agli elementi di bellezza e di speranza, ad esempio discutendo come sarebbe stata Sarajevo dieci, venti o trent’anni nel futuro.

Ma la guerra non risparmia né vite né relazioni. Ed è Jadranka, sorella di Boban e giovane madre, a cadere vittima della granata che colpisce il mercato Markale. La madre, la moglie e i due figli di Boban abbandonano allora la città con uno degli ultimi treni a partire dalla stazione, nel 1993. Anche il saluto è troncato, per via della pallottola di un cecchino che rimbalza sul marmo, consigliando di accelerare gli addii. Boban resterà ancora un altro anno sotto l’assedio, nella sua Radio Sarajevo. Uscirà solo nell’inverno del 1994, attraverso il tunnel sotto l’aeroporto, dopo essersi ritrovato senza voce, e pertanto inutile al lavoro in radio.

“Stavamo preparando un viaggio fotografico in Bosnia e abbiamo letto il suo libro, Bienvenido a Sarajevo, Hermano. Ci siamo innamorati della sua storia e abbiamo deciso di farne un film – spiegano i due registi. – Abbiamo telefonato a casa sua per parlarne con lui, e suo figlio ci ha risposto che Boban non poteva parlare, perché sua madre era appena morta ed era impegnato a sistemare tutti i documenti. Ci siamo incontrati più tardi e ci ha detto: tornerò a Sarajevo per il funerale, se volete potete venire con me.” ll ritorno di Boban a Sarajevo infatti non è casuale: con lui tornano da Girona le ceneri di sua madre Edbina, per trovare il proprio posto al cimitero del Leone, accanto alla sua amata Jadranka.

Good Night Sarajevo – dal saluto che ogni sera Boban inviava ai suoi concittadini – non è un film di guerra, nonostante le crude immagini d’archivio. E’ un documentario sul ritorno di un uomo mite, parte di quell’élite culturale che vivificava la Sarajevo degli anni ’80, e che si è poi ritrovata divisa e dispersa durante e dopo il conflitto. “Abbiamo deciso di fare questo film per via della visione che Boban aveva della guerra e del suo paese, per il modo in cui ha combattuto con la sua voce anzichè con le pallottole, cercando di far dimenticare ai suoi concittadini della guerra e dell’assedio, riportando loro la speranza”.

Good Night Sarajevo è stato proiettato all’Al-Jazeera International Film Festival 2015. E’ disponibile in spagnolo con sottotitoli in inglese sulla piattaforma Filmin.es. Una versione in bosniaco è disponibile in chiaro su Al-Jazeera Balkans.

 

LETTERARIA: Dentro l’assedio di Sarajevo con Puniša Kalezić e Diana Bosnjak Monai

Una sonata a quattro mani, composta a distanza da nonno e nipote, quasi un “manifesto della pace”. Questo è Da Sarajevo con amore. Diario dall’assedio, edito da Besa Editrice lo scorso dicembre (euro 17). Diana Bosnjak Monai ha raccontato al pubblico del festival Pordenonelegge il 20 settembre 2018 della “necessità quasi fisica di pubblicare queste pagine piene di sofferenza che, quasi come davanti a Guernica, rendono difficile rivivere gli eventi narrati”. Il libro raccoglie le pagine del diario del nonno scritte durante l’assedio di Sarajevo tra 1992 e 1995 con chiosa, note e intermezzi della nipote. Ne risulta un libro che è ben più di semplice memorialistica di guerra.

In particolare, due episodi nell’agosto del 1992 spinsero il nonno a scrivere: l’incendio appiccato alla Vijećnica, la biblioteca-sala lettura di Sarajevo, e il rischio corso dalla figlia Vesna (zia di Diana) che si salvò per miracolo da un campo minato. “Prima di questi due avvenimenti mio nonno non voleva mettere su carta ed eternare questo orrore fratricida”, spiega Bosnjak Monai. Il diario termina il 22 novembre 1995, il giorno dopo la firma degli accordi di Dayton, ma soprattutto un giorno significativo per la loro famiglia: era l’anniversario di matrimonio di Danka (madre di Diana) e la vigilia del compleanno di Vesna.

Il nonno non è stato un personaggio qualunque nella realtà jugoslava e post-jugoslava: Puniša Kalezić, nato nel 1912 nell’attuale Montenegro e scomparso nel 2004, si è distinto come slavista, giurista, giornalista a Sarajevo. Dopo il liceo a Cetinje (o Cettigne, la vecchia capitale del Regno montenegrino), studiò a Belgrado. Dai diari che ha sempre redatto, emerge la sua insofferenza per l’ingiustizia vissuta dalla sorella, la quale invece non ebbe la possibilità di andare all’università. Catturato durante la Seconda Guerra Mondiale, venne portato in un campo di concentramento a Norimberga. Da qui fu poi trasferito in Italia e dopo l’8 settembre 1943 cercò di scappare e unirsi ai partigiani in Jugoslavia; ferito nel tentativo, raggiunse comunque il nord della Bosnia e lì, in quella che sarà la sua eterna lotta per l’alfabetizzazione, organizzò il primo liceo partigiano.

Ricostruire il diario, riordinarlo, aggiungere delle note esplicative e chiosarlo non è stato semplice per Diana Bosnjak Monai. Una ottima chiave di lettura e ricostruzione le è però stata offerta dal libro scritto dal nonno sull’esperienza nel campo a Norimberga, U žičanom krugu (In un cerchio spinato), pubblicato a distanza di decenni dall’esperienza, nel 1980: “è necessario depositare la memoria prima di raccontarla”, sostiene Bosnjak Monai, che a sua volta per Da Sarajevo con amore. Diario dall’assedio ha atteso più di vent’anni. Il libro sul campo di concentramento di Norimberga non le ha dato un supporto solo per studiare lo stile e la lingua del nonno, ma anche per ricostruire un certo parallelismo tra le due esperienze tragiche: “ma se nel primo caso il nemico era l’altro, nel secondo si è ritrovato prigioniero a casa propria”, ha affermato Bosnjak Monai.

Nel diario compaiono riflessioni e narrazioni sul quotidiano del nonno Puniša Kalezić, come ad esempio il suo rapporto con i libri, merce di scambio e poi materiale necessario per riscaldarsi durante quei 1395 giorni d’assedio. “Dopo aver venduto praticamente ogni cosa, non gli rimanevano che i libri (tranne quelli di medicina e storia dell’arte, andati a ruba velocemente) – racconta Diana Bosnjak Monai. – Quando giunse l’esigenza di bruciarli era partito con Lenin e il materiale del PCUS (era un convinto comunista); quindi i romanzi, riletti prima di gettarli nel fuoco. Infine, a malincuore, fu la volta di Marx, Engels e di altri filosofi”. Nel libro compaiono poi intermezzi a cura di Diana, ricchi di autoironia, che spezzano elegantemente la narrazione.

È insopportabile il turismo della sofferenza oggi a Sarajevo, dove i turisti comprano perfino le pallottole finte come souvenir”, racconta infine Bosnjak Monai al pubblico di Pordenonelegge. “Sarajevo è una città ricca di storia e cultura, internazionale in senso autentico e proprio questo l’ha resa tanto forte da resistere a un tale assedio”. Della Vijećnica Bosnjak Monai ha un ricordo personale particolare: durante le Olimpiadi del 1984, allora tredicenne, venne scelta come volto dall’Unicef e proprio dalla biblioteca doveva salutare i bambini del mondo; “ma ora non è più una biblioteca, è solo un luogo per turisti ed esposizioni d’arte”.

L’italiano per questo libro è una sorta di lingua franca, che ha liberato la co-autrice dalla scelta della lingua post-jugoslava da adottare. “Non avrei saputo che lingua usare – ha affermato, – l’originale, si intende, è in serbo-croato”.

La nuova puntata di Kiosk, la radio sintonizzata sull’est!

Tra le pieghe della memoria

Listen to “S01E06 – Tra le pieghe della memoria” on Spreaker.

Il viaggio di Kiosk continua con una puntata tutta all’insegna della memoria, o meglio di una pluralità di memorie – spesso contese, distorte o rimosse – da declinarsi sempre al plurale, e da interrogare continuamente. Una puntata in apparenza assai poco politica rispetto alle precedenti, ma dove la componente politica affiora di continuo, perché il ricordo, che ci piaccia o meno, non è mai materia inerte o neutrale, sistematizzata una volta per tutte.

Iniziamo raccontando del rapporto, assai problematico, fra la comunità afroamericana e l’URSS. Il punto di partenza è un recente articolo della scrittrice Igiaba Scego intitolato “B(l)ack to Ussr”, dove si racconta del viaggio di un gruppo di scrittori afroamericani a Mosca e poi in Asia Centrale negli anni trenta per un film di propaganda politica contro la discriminazione che non sarà mai realizzato. Quanto ci resta, invece, è una notevole massa iconografica di poster, manifesti e locandine non scevra, a sua volta, di stereotipi involontari e pregiudizi.

Proseguiamo con un’intervista esclusiva a Eugene Rogan, professore all’Università di Oxford e autore di libri tradotti in 18 lingue, che ci parla, a cent’anni dalla fine della Grande Guerra, di che cosa rappresentò quella fase drammatica per le diverse nazioni dell’Impero ottomano. Dal genocidio armeno alla nascita del Medio Oriente moderno, la fine di questo stato multireligioso e sovranazionale rappresentò una svolta storica di cui ancora oggi, a ben vedere, sono assai evidenti gli effetti, spesso in negativo.

Passiamo quindi a quella che è forse la componente più di sovente rimossa fra i crimini commessi dai paesi dell’Asse: ci riferiamo al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti ad opera dei nazi-fascisti, che portò alla morte di mezzo milione di persone. Per riscoprire questa pagina importante, ci siamo affidati al racconto di un interprete d’eccezione: Santino Spinelli, musicista e docente di cultura romani, la cui famiglia fu vittima di quella persecuzione.

Concludiamo con una storia carica di speranza. Nel 1992 da una Sarajevo sotto assedio partì verso il nostro Paese un convoglio carico di bambini. Molti di loro, prelevati dall’orfanotrofio cittadino finito sotto i colpi dei cecchini, non rientrarono mai in patria. Furono dati in adozione in Italia, nonostante i loro genitori fossero in vita. Una tragica storia ma a lieto fine, almeno per due di loro. Il giornalista Andrea Oskari Rossini ha permesso infatti, grazie a un suo servizio, che oggi una di queste madri riabbracciasse due di quegli orfani, cresciuti in Italia. Abbiamo intervistato il giornalista, che ci ha parlato del suo lavoro e della sua esperienza di vita nei Balcani.

Il tutto condito con musiche tutte ad est, brani di ieri e di oggi, in un viaggio immaginario che ci porta dall’Iran fino alla Germania orientale. Non ve lo perdete!

PLAYLIST

  • Wolf Biermann – Ermutigung
  • System of a Down – Holy Mountains
  • Olivier Messiaen – Quatuor pour la fin du temps, primo movimento
  • Hichkas – Vatan Parast
  • Silly – Halloween in Ostberlin

Kiosk va in onda ogni giovedì alle 21.30, sulle onde di Radio Beckwith Evangelica

Vi siete persi la quinta puntata? Ascoltatela qui:

Listen to “S01E05 – Dalla Macedonia alla rotta balcanica, dal revisionismo alla new wave” on Spreaker.

STORIA: Radio Zid e la resistenza culturale nella Sarajevo assediata

L’assedio di Sarajevo è stato da sempre descritto come il periodo più buio della storia della capitale bosniaca. Dalla primavera del 1992 ai primi mesi del 1996, Sarajevo vive nel terrore: isolata, bombardata e, in parte, distrutta. Quello che in molti non sanno è che, proprio durante l’assedio, Sarajevo è stata una città incredibilmente viva. Centinaia di esibizioni teatrali, di mostre e di concerti sono stati infatti organizzati dai cittadini sarajevesi in quegli anni terribili. L’ormai rinomato Sarajevo Film Festival, per esempio, nasce proprio nell’estate del 1995. Tra le iniziative del periodo, la stazione indipendente Radio Zid (Radio Muro), è stata una presenza costante e di sicuro uno degli esempi più evidenti di come i cittadini di Sarajevo abbiano deciso di resistere all’assedio.

Radio Zid: come resistere all’assedio

Durante l’inverno del 1992, Zdravko Grebo, un noto professore universitario di Sarajevo, decide di fondare una stazione radio indipendente per preservare la cultura urbana della città, da poco sotto assedio. Grazie all’aiuto di amici e di qualche membro dell’UNPROFOR, Grebo riesce a raccogliere il materiale necessario per andare in onda: nasce Radio Zid, che accompagnerà le vite dei cittadini di Sarajevo per l’intera durata dell’assedio.

Nonostante le bombe, le interruzioni di elettricità e la paura, Radio Zid è in onda 24 ore su 24: si parla di quello che sta succedendo in Bosnia, dell’assedio di Sarajevo, della vita quotidiana dei suoi abitanti. Si critica il nazionalismo in tutte le sue forme, compreso quello promosso dal presidente bosniaco Alija Izetbegović. Radio Zid diventa velocemente un punto di incontro virtuale, una resistenza quotidiana al terrore.

Quando le linee telefoniche non sono bloccate, i cittadini di Sarajevo intervengono e raccontano le loro storie. Spesso intellettuali ed artisti che vivono in altri paesi dell’(ex-)Jugoslavia sono in collegamento radiofonico e molti giornalisti e volontari stranieri, momentaneamente a Sarajevo, passano alla radio per portare notizie, solidarietà e qualche cd rock, ampliando così la collezione musicale della radio.

Nei periodi più freddi dell’anno, quando i bambini non possono raggiungere le scuole, Radio Zid improvvisa una “Scuola Invernale” virtuale. Con l’aiuto dell’UNICEF, viene anche creato un programma interamente dedicato ai bambini di Sarajevo, che sono invitati alla radio per raccontare liberamente le loro esperienze di vita e recitare poesie.

Il “Rock sotto l’assedio”

Radio Zid diventa un punto di riferimento soprattutto musicale: anche grazie alla radio, infatti, nasce e si sviluppa la nuova scena musicale sarajevese, in cui emergono punk, rock, hip-hop e grunge. Decine di nuove band portano così alla radio i demo delle loro canzoni, registrate prevalentemente in cantine abbandonate o nei rifugi antiaerei. Molti sono ragazzi che suonano nelle pause dai turni di combattimento.

Per dare visibilità al nuovo panorama musicale, Radio Zid organizza nel gennaio del 1995 un concerto: il famoso Rok pod Opsadom”, Rock sotto l’assedio. L’evento, organizzato anche grazie agli aiuti arrivati da musicisti stranieri simpatizzanti della radio, ha un grande successo. Chi era presente racconta che, nonostante i problemi tecnici e il coprifuoco, il concerto ha rappresentato uno straordinario momento di catarsi collettiva, e un forte messaggio politico dei cittadini di Sarajevo: non si è trattato unicamente di musica, ma di resistenza alla guerra.

Per una lettura più approfondita su Radio Zid: Larisa Kurtović “The paradoxes of wartime ‘freedom’: Alternative culture during the Siege of Sarajevo” in Resisting the Evil, 2012, ed. Nomos Verlagsgesellschaft mbH & Co.

TENNIS: Damir Džumhur, dall’assedio di Sarajevo al Roland Garros

Nella giornata di ieri il pluricampione svizzero Roger Federer ha eliminato dal Roland Garros il bosniaco Damir Džumhur, raggiungendo così per l’undicesimo anno consecutivo la seconda settimana dell’Open di Francia. Tuttavia, quello raggiunto sulla terra rossa transalpina è stato un successo storico per il tennista nato a Sarajevo durante l’assedio, in quanto è divenuto il primo atleta bosniaco a raggiungere il terzo turno di questo prestigioso torneo, nonché primo in assoluto a rappresentare il suo Paese nel tabellone maschile in un torneo del Grande Slam. Una delle tante storie che, come quelle dei romanisti Edin Džeko ed Ervin Zukanović, narra di un amore per lo sport nato in un’infanzia negata dall’assedio.

Nato nel 1992 poco dopo lo scoppio della guerra in Bosnia in un ospedale della capitale, Damir Džumhur mosse i suoi primi passi nella Zetra Olympic Hall, il complesso sportivo situato nei pressi della struttura ospedaliera che vide la sua nascita. Completata nel 1983 per i Giochi Olimpici invernali svoltisi nell’anno seguente e ristrutturata dopo la sua distruzione da parte dell’armata serba, quella che oggi si chiama Olympic Hall Juan Antonio Samaranch permise al giovane Damir di allenarsi per la prima volta su un campo di dimensioni regolamentari. Prima di allora la passione per il tennis gli fu tramandata dal padre Nerfid, per anni giocatore a livello amatoriale, impegnato nell’organizzazione di corsi quando le operazioni militari si affievolirono. «In quel periodo organizzò una scuola di tennis e Damir, che aveva due anni, raccoglieva le palline», ha raccontato la madre Žaneta ad un media locale, aggiungendo anche che «iniziò ad imparare seriamente nella seconda metà del 1997, quando aveva cinque anni e mezzo».

Non fu un parto sereno quello della madre del tennista. «Erano giorni molto difficili – ha raccontato Žaneta – Abbiamo dovuto lasciare la nostra casa, nel quartiere occupato di Grbavica il 4 maggio del 1992 e sono andata direttamente al reparto maternità». Ricorda ancora quando fu prelevata per essere portata nella struttura ospedaliera: «Al mattino il nostro esercito mi ha prelevato mentre c’era un bombardamento nella zona e mi ha fatto entrare in un veicolo della Croce Rossa per cercare di arrivare in qualche modo all’ospedale. C’era un cecchino che sparava, cadevano le granate». Episodi impressi nella sua mente, così come la frase rivoltale dall’autista dell’ambulanza: «Tu sei una madre molto fortunata, perché non siamo stati colpiti». «Dalla finestra ho visto bruciare lo Zetra, vedevo convogli di madri con bambini che stanno scappando da Sarajevo e mi chiedevo cosa dovessi fare», ricorda la madre angosciata. Non fu facile nemmeno per il padre. Recatosi a lavoro fuori città come ogni mattina, Nerfid non poté più far rientro in città per un anno a causa delle operazioni militari, riuscendo a vedere moglie e figlio solo nel gennaio del 1993.

In giovane età Damir Džumhur praticava anche lo sci ed il calcio (è rimasto un appassionato e grande tifoso dello Željezničar, società calcistica che ha sede proprio nel quartiere di Grbavica). Iscritto alla facoltà di Scienze Politiche presso l’Università di Sarajevo, in giovane età ha recitato in due film: nel 2006 ha fatto la comparsa nel film Il segreto di Esma diretto da Jasmila Žbanić sul dopoguerra in Bosnia (Grbavica il titolo originale), mentre nel 2007 ebbe una parte da attore non protagonista in Mörderischer Frieden.

Il bosniaco è entrato nella top 100 negli ultimi dodici mesi, raggiungendo il suo best ranking a maggio (88° posto). Nel 2010 ha esordito in Coppa Davis contro Estonia e Portogallo, mentre nel suo palmarès può vantare quattro Challenger come la Mersin Cup in Turchia, il BRD Arad Challenger in Romania, il Carisap Tennis Cup in Italia nel 2014 e il Milex Open a Santo Domingo nel 2015. Sicuramente la sfida contro il suo idolo Roger Federer potrà costituire un punto di partenza per la carriera del bosniaco. E, se saprà avere la tenacia dei suoi genitori durante la guerra, sicuramente potrà regalare ai suoi tifosi ed al suo Paese importanti soddisfazioni.

Foto: profilo Facebook ufficiale di Damir Džumhur

BOSNIA: Storia dell’assedio di Sarajevo a vent’anni dalla sua fine

La storia dell’assedio più lungo della Storia moderna e contemporanea, nel ventesimo anniversario della sua conclusione, il 29 febbraio 1996.

Sarajevo era un obiettivo importante per i comandanti serbo-bosniaci per creare continuità territoriale fra le città delle valli della Drina e della Sava e la Kninska Krajina (l’autoproclamata repubblica serba in Croazia) e congiungere la Serbia e la Croazia attraverso una cintura di territorio bosniaco che passava dalle suddette valli fino a Banja Luka.

Leggi anche: Sarajevo, sprofondare nell’assedio (1)

Il 5 aprile 1992 alcuni militari serbi si prodigarono nella costruzione di barricate sul ponte di Vrbanja: lo stesso giorno una moltitudine di persone manifestò pacificamente in piazza contro il clima di tensione. Nonostante la natura pacifica del corteo morirono due persone che verranno ricordate come le prime vittime dell’assedio, Suada Dilberović e Olga Sučić, colpite da proiettili durante la manifestazione. Nel primo pomeriggio il corteo fu attaccato da alcuni cecchini nelle vicinanze dell’Holiday Inn di Sarajevo, provocando la reazione delle truppe speciali (Berretti Verdi – Želene Beretke) della Lega Patriottica Musulmana, i quali provocarono una sparatoria generale nel tentativo di scovare i franchi tiratori: l’onda di violenza armata si estese a tutta la città, sotto l’occhio inerme dell’Armata. L’esercito non intervenne, occupò l’aeroporto di Butmir per ottenere la copertura aerea nello spazio sopra la città, limitandosi a proclamare il coprifuoco la sera del 6 aprile, cioè lo stesso giorno in cui la Comunità Europea riconobbe la Bosnia-Erzegovina come Stato indipendente.

Già nelle prime due settimane di assedio Sarajevo cambiò radicalmente aspetto, e le due fazioni si trincerarono: i musulmani rimasero nel centro storico e nei quartieri di Dobrinja e Butmir (quartiere in cui passa la pista d’atterraggio dell’aeroporto), mentre i serbi occuparono i quartieri di Ilidža, Novo Sarajevo e Vogošća, fondamentali per la distribuzione di acqua, gas e elettricità. I fronti erano segnati dal fiume di Sarajevo, la Miljacka, e dal viale principale della città, Ulica Zmaja od Bosne (strada del Dragone bosniaco), che sarebbe diventata tristemente famosa come Snajperska Aleja, il viale dei cecchini.

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On January 8 1993 BiH deputy PM Turajlic was returning to town from the airport in a UN armoured personnel carrier on Sniper Alley when Chetniks, knowing he was inside, stopped it at a road block. After a 90-minute standoff a French UNPROFOR soldier, perhaps fearing for his own life, gave in to Chetnik demands to open the APC door. This was in breach of his standing orders. A Chetnik immediately fired eight rounds into Turajlic from an AK47. Here Dulmers pays his respects beside the fresh grave at the little Ali Pasha mosque.La compagine ministeriale del presidente Alija Izetbegović si dimostrò scarsamente organizzata dal punto di vista militare, e questo alimentò i sogni di conquista di croati e serbi. Milošević uscì pulito da questa vicenda, giacché il 4 maggio diede due settimane di tempo a tutti i membri serbi (cioè la maggior parte) dell’esercito jugoslavo presenti in Bosnia-Erzegovina di fare ritorno in patria. Non solo, a Belgrado venivano esautorati alcuni membri della JNA troppo legati alla dottrina militare della stessa (cioè la difesa dell’unità federale) per poter sposare senza remore il progetto dei serbo-bosniaci: il generale della JNA per le operazioni a Sarajevo, Milutin Kukanjac, reo di non essere riuscito a infrangere la resistenza posta in essere da parte di alcuni gruppi musulmani, fu sostituito dal generale Ratko Mladić.

La JNA quindi non esisteva più su territorio bosniaco; Milošević la aveva trasformata completamente nell’esercito dei serbo-bosniaci (Vojska Republike Srpske – VRS), la forza armata ufficiale della repubblica serba di Bosnia-Erzegovina. La natura del conflitto era di fatto mutata, e questo rendeva la Serbia estranea ai fatti: di più, con questa mossa Belgrado ottemperava formalmente alle direttive della Risoluzione 752 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che prevedeva il ritiro di forze esterne dal suolo bosniaco. Milošević si era posto in una situazione di ferro: nei confronti della Serbia non vennero messe in atto azioni concrete, e i militari serbo-bosniaci erano liberi di effettuare azioni militari in Bosnia-Erzegovina all’interno di quella che appariva così come una guerra civile e non una guerra di aggressione.

Nel 1993 la situazione nella città era drammatica: gli approvvigionamenti delle fornitura di luce, gas e acqua erano in mano alle milizie serbe, che potevano disporne a piacimento e ricattare il governo di Sarajevo. A luglio la città viveva una fase di stallo: i soldati serbi, forti di una superiorità militare, avevano tagliato i rifornimenti per ricattare la popolazione della città, mentre quelli musulmani avevano preventivamente distrutto i generatori elettrici di una fabbrica di proiettili a Vogošća, quartiere occupato dalle forze serbe. Il governo bosniaco, se avesse accettato il ricatto, avrebbe condannato la capitale alla distruzione, ma al contempo non poteva più rifornirla dei beni di primaria necessità. Iniziò pertanto il razionamento di beni di prima necessità, tra cui le già citate utenze. Sadako Ogata, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, denunciò presso la comunità internazionale una situazione insostenibile. La quasi totalità degli abitanti era sull’orlo della fame, e rischiava ogni giorno di morire di inedia o di malattie tifoidi, più che a causa di un proiettile, rischio che aumentava enormemente per via delle scarse condizioni igieniche, ben testimoniate dalla presenza di cadaveri nella Miljacka. Sarajevo ancora oggi racconta la vita che gli abitanti conducevano durante l’assedio: su alcuni palazzi crivellati di colpi sono rimasti i segnali di pericolo cecchini, o che avvertivano la presenza di bande armate. Queste ultime, come rilevato da uno studio effettuato nel 2008, sembra avessero realizzato un fiorente mercato nero, giri di droga e prostituzione, con la connivenza e l’aiuto di poliziotti e caschi blu corrotti.

Nel gennaio del 1994, mentre l’esercito bosniaco era impegnato a fronteggiare sia l’esercito serbo-bosniaco, sia l’esercito croato a Mostar, furono compiuti massacri con rinnovato slancio. Ancora oggi risulta difficile individuare le responsabilità di ogni singolo lancio di granate. Il 4 febbraio, per fare un esempio, il giorno successivo la visita alla città di Benazir Bhutto e Tansu Çiller, rispettivamente le premier di Pakistan e Turchia, alcune granate furono fatte esplodere a Dobrinja, un quartiere in cui non a caso avveniva la distribuzione degli aiuti umanitari: morirono dieci persone. Neanche ventiquattro ore dopo, il 5 febbraio, una granata colpì il mercato coperto. L’attacco al Markale causò la morte di 68 persone e ne ferì 197. Gli occhi della comunità internazionale erano puntati su Sarajevo: i soldati serbi declinarono ogni responsabilità, sostenendo che i musulmani avrebbero inscenato un attacco con cadaveri di persone già decedute al solo scopo di impietosire la comunità internazionale. L’indagine balistica svolta dall’UNPROFOR (il nome della missione ONU nei territori dell’ex-Jugoslavia durante la guerra) non fu sufficiente per avere un chiaro responso sulla responsabilità oggettiva dei fatti, e questo sembrò avallare le accuse serbe.

Nel 1995 la guerra aveva preso una direzione ben precisa: tra milizie musulmane e croate, grazie allo sforzo della mediazione statunitense, erano cessate le ostilità, e i rapporti di forza sul campo di battaglia si stavano invertendo. Questo permise agli Stati Uniti di forzare la mano dell’ONU promuovendo uno sforzo militare internazionale effettivo, da effettuare sotto l’egida della NATO, con il nome di operazione Deliberate Force.

Va detto che nonostante gli aerei della NATO avessero costretto i comandanti serbo-bosniaci a mutare il proprio atteggiamento ostruzionista nei confronti del processo diplomatico, Sarajevo continuava a essere bombardata con una potenza di fuoco mai vista prima. Nella capitale bosniaca i contingenti UNPROFOR non si erano mossi per rompere l’accerchiamento dei serbo-bosniaci, in quanto una mossa simile esulava dalle loro competenze di missione. L’esercito musulmano, l’Armija BiH, tentò quindi di farlo in solitaria, cercando di costringere i contingenti serbo-bosniaci a ritirate sistematiche per rallentare l’approvvigionamento e al contempo allargare il perimetro dell’assedio.

La mattina del 28 agosto 1995 a Sarajevo, una delle vie più trafficate del centro, il viale Maresciallo Tito, fu colpita da cinque colpi di mortaio. Quattro di questi esplosero senza causare seri danni, mentre uno centrò la piazza del Markale, per la seconda volta in 19 mesi. Anche questo, come il precedente attacco, fu ampiamente strumentalizzato da più fronti: alcuni credettero fosse opera degli estremisti serbi per minacciare il governo di Sarajevo, ormai convinto ad accettare i negoziati proposti dall’amministrazione Clinton, mentre altri sostennero invece che fosse una vendetta per dei bombardamenti condotti da truppe musulmane il giorno prima. Il silenzio stampa di Mladić e Karadžić diede ragione a tutti coloro i quali erano convinti della responsabilità oggettiva dei serbi nell’attacco. La storiografia sulle vittime è pressoché unanime: i numeri variano tra 39 e 42 morti.

Sarajevo_Siege_Collecting_Firewood_2Va detto che insieme ai blandi bombardamenti della NATO, gli Stati Uniti si stavano muovendo su numerosi fronti diplomatici, e verso la fine dell’estate del 1995 i musulmani dimostrarono che non avrebbero mai cessato i combattimenti se i comandanti serbo-bosniaci non avessero accettato una tregua, se non avessero cessato l’assedio della capitale e se non avessero liberato le strade che collegavano Tuzla, alle enclavi orientali di Žepa, Goražde e Srebrenica.

L’amministrazione statunitense offrì ai serbo-bosniaci la possibilità di spostare la metà degli armamenti pesanti disposti attorno a Sarajevo a 20 km di distanza dalla città, per evitare in cambio che i bombardamenti della NATO riprendessero. In realtà, dal momento che l’opzione di bombardare determinati obiettivi probabilmente non sarebbe stata permessa, questa proposta fu un azzardo, un bluff. Radovan Karadžić e Ratko Mladić, rispettivamente presidente e capo di Stato maggiore della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina accettarono un incontro diplomatico con l’amministrazione Clinton a Belgrado, per discutere della possibilità di cessare l’assedio di Sarajevo, opzione a cui si dichiararono a favore.

Il governo serbo-bosniaco di Pale aveva ottemperato alle richieste dell’ONU di riaprire l’aeroporto di Butmir e le strade “blu” che permettevano l’ingresso a Sarajevo degli aiuti umanitari. Il 15 settembre, il Consiglio di sicurezza premiò questo atteggiamento collaborativo e alleggerì ulteriormente le sanzioni nei confronti della Jugoslavia (allora già ridotta a Serbia e Montenegro).

Il campo di battaglia aveva finito di esprimersi, e la fine della guerra andava suggellata con degli accordi di pace, i quali, discussi a Dayton, in Ohio, avrebbero dovuto dirimere anche la questione dell’assedio di Sarajevo. Alcuni punti rimanevano di difficile risoluzione: in primo luogo lo status che avrebbe dovuto assumere Sarajevo non incontrava il favore delle parti e in particolar modo della delegazione serba, le cui controproposte di divisione della capitale non poterono che cozzare contro un secco “no” delle controparti croata e musulmana.

Sarajevo_GrbavicaUna volta che l’accordo fu siglato dalle parti Karadžić promise verbalmente a Milošević di accettare tutti i suoi punti, ma appena ne ebbe l’occasione sfruttò la sua popolarità per fomentare moti popolari nei quartieri di Vogošća, Ilidža e Grbavica, a forte componente serbo-bosniaca. Il 29 febbraio la polizia bosniaca riuscì a liberare alcuni di questi quartieri dalla presenza di militari, e, soprattutto, a entrare e prendere il controllo a Ilijaš, comune del cantone di Sarajevo attraverso cui passano le arterie stradali che collegano la capitale alla Bosnia-Erzegovina centrale, rendendo Sarajevo, de facto, una città libera dopo 1425 giorni, migliaia di morti e centinaia di migliaia tra feriti e profughi.

CALCIO: Zukanović, dall’assedio di Sarajevo a Trigoria nel segno di Bubamara

Una Roma a tinte sempre più bosniache. A Trigoria è appena sbarcato Ervin Zukanović, terzo giocatore bosniaco in giallorosso dopo Miralem Pjanić e Edin Džeko. Il difensore, classe ’87, è arrivato in Italia il 20 giugno 2014, in prestito dal Gent al Chievo, per poi passare alla Sampdoria nell’estate del 2015.

Come Džeko, anche Zukanović è nato a Sarajevo e si è formato tra le file del Željezničar dopo essere cresciuto nell’assedio della capitale bosniaca. La famiglia era riuscita a fuggire appena in tempo, prendendo nel 1992 l’ultimo treno disponibile in direzione Lubiana per poi raggiungere la Germania, oasi di salvezza per soli sei mesi. Il tempo perché il permesso di soggiorno scadesse e perché le autorità dell’immigrazione negassero la possibilità di estenderlo ulteriormente, costringendo la famiglia Zukanović a fare ritorno nella capitale martoriata dall’assedio.

A Sarajevo, il destino di Zukanović si incrocia con quello di Predrag Pašić, talentuoso centrocampista del FK Sarajevo a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80, giunto a vestire dieci volte la maglia della Jugoslavia. Ironia della sorte, Pašić nel decennio passato nella maglia granata del FK Sarajevo avrebbe incontrato il dottore e psicologo Radovan Karadžić: “Non riuscirò mai a capire cosa sia successo a Karadžić. Per me esistono due persone: uno è il preparatore psicologico che ci motivava al Sarajevo. Che ci insegnava ciò che anch’io, oggi, tento di trasmettere ai miei ragazzi: che la nostra diversità è una risorsa. Che siamo tutti parte della stessa squadra e che, come squadra, si vince. L’altro Karadžić è quello che è purtroppo passato alla storia, il leader dei cetnici che adesso è sotto processo all’Aja. Sono due uomini che non hanno nulla in comune. Non saprò mai cosa ha spinto l’uno a diventare l’altro, è una domanda che mi porterò nella tomba”, raccontò Pašić in un’intervista a Rodolfo Toè.

Fu sotto la guida di Karadžić che le truppe serbo-bosniache cinsero d’assedio la città, costringendo Pašić e i suoi concittadini a scegliere se partire o rimanere: “Non ho mai desiderato andarmene. Allo scoppio della guerra ho scelto di rimanere qui, con i miei concittadini”. Con alcuni amici, Pašić decise di provare ad aprire una scuola calcio per i bambini, Bubamara (“coccinella”). Nonostante il campo di allenamento si trovasse a Skenderija, molto vicino al fronte e al tristemente noto vicolo dei cecchini, al primo incontro si presentarono oltre duecento bambini. I ragazzini spesso si univano in gruppo per correre attraverso il ponte di Vrbanja e raggiungere il terreno di allenamento, una delle poche oasi di Sarajevo in cui provare a dimenticarsi della guerra e delle divisioni. Pašić, ortodosso sposato con una cattolica, aprì la scuola ai bambini di ogni confessione ed etnia. Lui stesso raccontò: “All’esterno della palestra si sentivano esplosioni, spari, caos, e molti dei genitori dei bambini della scuola combattevano tra di loro, mentre all’interno i loro figli semplicemente giocavano a pallone senza capire tutto quell’insensato odio che aveva portato gli adulti a macellarsi tra di loro.

Tra i ragazzini di Bubamara c’era anche Ervin Zukanović: da lì inizia la sua storia calcistica, continuata dopo la guerra nelle giovanili del Željezničar, poi passata per diverse squadre europee (passò una stagione, senza giocare, anche al Velež di Mostar) fino al Gent e all’approdo in serie A. Dal 2012 fa parte del giro della nazionale bosniaca, avendo però perso il treno per il Mondiale 2014 a causa di un problema di visto per gli Stati Uniti (sede del ritiro degli Zmajevi) e della conseguente polemica scaturita tra lui e il CT Safet Sušić. A reintegrare il giocatore in squadra è stato il nuovo CT della nazionale, Mehmed Baždarević, un altro figlio di Sarajevo cresciuto nelle file dello Željezničar e passato dalla nazionale jugoslava a vestire la maglia della Bosnia-Erzegovina subito dopo la fine della guerra.

Foto: AS Roma (Facebook)

BOSNIA: Sarajevo ricorda i civili serbi uccisi durante l’assedio

Una trentina di persone si sono ritrovate lunedì 7 dicembre al parco di At Mejdan, a Sarajevo, per commemorare i civili serbi uccisi dall’esercito bosniaco – l’Armija BiH – sulle colline di Kazani durante l’assedio. Durante l’iniziativa, organizzata dal gruppo Jer Me Se Tiče (Perché m’importa), è stata anche apposta una placca simbolica “alle vittime civili di crimini di guerra commessi a Sarajevo dai membri della 10° Brigata dell’Armija BiH“.

“E’ ora che abbia termine la politicizzazione dei crimini di Kazani”, secondo quanto dichiarato a Balkan Insight da Aldijana Okerić, dell’organizzazione transnazionale Youth Initiative for Human Rights (YIHR). “Sarajevo ha sofferto crimini orribili da parte delle forze che tenevano la città sotto assedio, ma dobbiamo ricordare anche le vittime all’interno della città. Di questi crimini si parla molto poco. Noi, cittadini di Sarajevo, abbiamo la responsabilità di restituire dignità alle vittime. Oggi rendiamo loro onore”.

Un’iniziativa ancora marginale, ma che gli organizzatori sperano possa servire ad aprire il dibattito su una questione ancora poco discussa (e di cui East Journal si era occupato in passato). Come scrive lo storico Nicolas Moll, “i crimini contro i serbi di Sarajevo commessi dalle unità dell’Armija BiH sono un tema particolarmente sensibile, controverso e spesso polemico, in relazione alla storia della Sarajevo assediata. Molteplici e spesso contraddittorie attitudini li circondano: dalla glorificazione di Caco, al diniego e relativizzazione dei crimini, fino alla loro strumentalizzazione politica. Allo stesso tempo, vi sono vari sforzi di prendere atto pubblicamente dei crimini commessi e protestare contro il loro diniego e minimizzazione”.

Okeric, la YIHR e Jer Me Se Tice hanno fatto appello alle autorità affinché costruiscano un memoriale permanente alle vittime di Kazani, e stabiliscano una commissione indipendente per stabilire la verità su tali omicidi. Anche ex membri della 10° Brigata hanno preso parte alla commemorazione. Adnan Hasanbegovic ha dichiarato di essere lì perchè i crimini di Kazani sono ancora ignorati. “E’ una storia senza fine. I tribunali non hanno ancora completato i processi per questi crimini, che sono spesso negati. Ecco perché abbiamo bisogno della verità e di un memoriale in centro.  Come membro della Brigata, voglio estendere la mia simpatia a tutte le vittime.”

Un’altra iniziativa per il ricordo delle vittime di Kazani era stata organizzata solo il 25 ottobre scorso davanti alla Cattedrale cattolica di Sarajevo da parte dell’Associazione per la Ricerca Sociale e la Comunicazione (UDIK), che aveva lanciato il dibattito nel 2014. “I cittadini di Sarajevo devono ricordare i loro concittadini uccisi a Kazani”, aveva dichiarato il coordinatore Edvin Kanka Ćudić.

La difesa di Sarajevo e il problema dei crimini dei “nostri”

Durante tre esumazioni dalle fosse di Kazani, sulle pendici del monte Trebević, sono stati riportati alla luce i resti straziati di 23 persone, di cui solo 15 poi identificate – cinque donne e dieci uomini, secondo l’Istituto Bosniaco per le Persone Scomparse. Tra questi, anche due ucraini – i coniugi Ana e Vasilj Lavrov – due croati, un bosgnacco, e dieci serbi. Tutte vittime della 10° Brigata guidata da Mušan Topalović, detto “Caco”: un criminale e trafficante che all’inizio dell’assedio, quando la città mancava di armi e uomini per proteggersi, aveva costituito una brigata armata autonoma, che non mancò di collaborare con le autorità politiche e militari bosgnacche durante l’assedio.

Una collaborazione scomoda, per alcuni necessaria in quel momento, ma il cui prezzo fu elevato: la brigata di Caco si rese famigerata per rastrellare i civili serbi e costringerli a scavare trincee, e si macchiò ben presto di gravissimi crimini di guerra. Il governo di Sarajevo decise così di liberarsene. In un blitz organizzato per arrestare Caco, il 26 ottobre 1993, persero la vita nove poliziotti e otto ostaggi civili. Arresosi, Caco venne ucciso.

Caco venne sepolto in una tomba anonima presso lo Stadio del Koševo, per essere riesumato e sepolto da eroe nel 1996, in presenza delle massime cariche politiche e religiose – nonostante le proteste di reduci e famiglie dei caduti – nello stesso cimitero di Kovači dedicato ai morti durante il conflitto, dove riposerà anche l’ex presidente Alija Izetbegović.

Per i crimini di guerra di Kazani 4 ex soldati dell’Armija BiH sono stati condannati a sei anni di prigione. Altri 8 hanno ricevuto una pena di 10 mesi per aver insabbiato i fatti e i loro perpretratori. Un’ultimo ex soldato è ancora sotto processo da ormai più di dieci anni.

Come ricordava Andrea Rossini, “Le vittime dell’assedio di Sarajevo, condotto dal 1992 al 1996 dall’esercito della Republika Srpska (VRS), furono oltre 11.000. Secondo i dati del Centro di ricerca e documentazione di Sarajevo, citati da Oslobođenje, durante l’assedio della capitale furono uccisi 934 civili di nazionalità serba, inclusi quelli colpiti dalle granate o dai cecchini dell’esercito della VRS.”

Della vicenda di Caco e dei rapporti tra militari e criminali durante l’assedio di Sarajevo parla la graphic novelNeven“, di Joe Sacco.

Riprendono i processi per crimini di guerra contro i civili serbi

Intanto la SIPA, i servizi segreti bosniaci, ha arrestato l’ex comandante della 3° Brigata dell’Armija BiH Sakib Mahmuljin, accusato di aver mancato di impedire i crimini di guerra contro civili e prigionieri di guerra serbi compiuti dai volontari islamisti dell’unità El Mujahedin che combattevano con l’esercito di Sarajevo durante il conflitto. Si tratta in particolare della battaglia di Vozuca, presso Zavidovici, tra maggio e ottobre 1995, nelle fasi finali della guerra. Cinquanta soldati serbi, prigionieri di guerra della 3° Brigata, sarebbero stati uccisi dall’unità, mentre altri 20 prigionieri di guerra e civili sarebbero stati trattati in modo inumano. Secondo l’accusa, Mahmuljin era al corrente dei piani criminali dell’unità El Mujahedin.

L’investigazione sui crimini di guerra a Vozuca, aperta dal Tribunale dell’Aja, è stata passata alle corti bosniache. A marzo il procuratore aveva deciso di sospendere l’incriminazione di Mahmuljin e di Sefik Dzaferovic, presidente della Camera bassa del Parlamento bosniaco, per i crimini di Vozuca. A tale decisione erano seguite proteste da parte dei gruppi di vittime civili serbe, che la consideravano politicamente motivata. La procura è ora tornata sui suoi passi.

Foto: Jer Me Se Tice, Facebook

CALCIO: Lo stadio di Grbavica, dal fronte della guerra al torrido derby di Sarajevo

Lo stadio Grbavica di Sarajevo non dista più di 700 metri dal confine con Istočno Sarajevo, la città gemella che fa capo alla Republika Srpska, la regione autonoma della Bosnia ed Erzegovina a maggioranza serba. Il confine tra Sarajevo e la sua vicina di Srpska segna anche una linea del fronte a cui lo stadio Grbavica è stato pericolosamente vicino per gli oltre quattro anni di durata dell’assedio della capitale bosniaca. Le forze serbe e l’esercito jugoslavo occuparono l’impianto nei primi mesi del 1992 e ne incendiarono gli spalti, allora costruiti in legno, il 4 maggio dello stesso anno. Tra le fiamme e gli sciacalli andarono persi oltre trecento trofei. Non era un caso che fosse soprannominato Dolina Ćupova, la Valle delle Coppe.

La Valle delle Coppe è lo stadio costruito nel 1953 dallo Željezničar Sarajevo, la squadra dei ferrovieri della capitale bosniaca, quella con il più ampio seguito popolare, rispetto alla tradizione più legata alla borghesia cittadina dei granata del FK Sarajevo. Alla fine dell’assedio, a quasi quattro anni dall’incendio dell’impianto, sull’erba dello stadio Grbavica si tornò a giocare a calcio. Era il 2 maggio 1996, e a scendere in campo furono proprio lo Željo e i Bordo-Bijeli del FK Sarajevo, nel primo derby di Sarajevo dopo la fine del conflitto. Un derby che si ripeterà questo week-end proprio allo stadio Grbavica, in una gara valida per l’undicesima giornata della Premijer Liga bosniaca.

A partire avvantaggiata sembra essere la squadra campione uscente FK Sarajevo, che occupa il secondo posto in classifica a -2 dalla vetta, viene da tre vittorie consecutive nella lega (con nove gol segnati e nessuno subito) e settimana scorsa ha anche ottenuto ai rigori lo scalpo della capolista Zrinjski Mostar in una trasferta di coppa. A trascinare la squadra è l’attaccante croato Leon Benko, capocannoniere del campionato con 7 gol in 9 partite. Lo Željezničar langue all’ottavo posto in classifica e deve rifarsi dopo una sconfitta 2-0 contro il Travnik. La squadra ha appena esonerato l’allenatore Vlado Čapljić, in carica da soli 17 giorni, in contemporanea con l’annuncio delle dimissioni irrevocabili del presidente del club Almir Gredić.

Parte delle fortune del FK Sarajevo sono legate anche all’acquisto della squadra da parte dell’imprenditore malesiano Vincent Tan, discusso proprietario del Cardiff City. Come spiega Pietro Cabrio su Nogometni: «La mossa del proprietario del Cardiff fa parte di un progetto che ha come obiettivo quello di far diventare l’FK Sarajevo la più grande scuola calcio del paese, dando poi la possibilità ai giovani più promettenti di trasferirsi in Inghilterra». Tan ha fatto parlare di sé anche in seguito alle alluvioni che hanno colpito i Balcani lo scorso anno, devolvendo alle vittime in Bosnia, Serbia e Croazia mezzo milione di sterline.

Storicamente i conti sono in grande equilibrio: in campionato l’FK Sarajevo ha vinto solo un derby in più rispetto ai trenta vinti dai “ferrovieri”, mentre 44 sono terminati in pareggio. I giocatori che hanno segnato di più nella storia della rivalità tra le due squadre sono, con sei reti a testa, Dželaludin Muharemović (Željezničar), attualmente direttore sportivo del club, e Asim Ferhatović (FK Sarajevo), che dà il nome allo stadio dei granata, alla cui maglia è rimasto fedele per tutta la sua carriera.

Negli ultimi anni il derby di Sarajevo ha fatto parlare soprattutto per gli avvenimenti extrasportivi e per gli scontri tra i Manijaci (“maniaci”, i tifosi dello Željo) e le Horde Zla (“orde malvagie”, dal titolo di un fumetto di Zagor, i tifosi del FK Sarajevo). Lo scorso anno il derby allo stadio Grbavica era stato sospeso in tre diverse occasioni per lanci di fumogeni e scontri tra i tifosi del FK Sarajevo con la polizia e i tifosi avversari, con un bilancio di numerosi feriti. Nell’occasione, la pagina Twitter della nazionale volle sottolineare: «Questo NON è il tradizionale derby di Sarajevo. Terribile».

Nella gara di ritorno, a fare notizia fu uno striscione omofobo esposto dalla curva granata proprio in occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, e pesantemente condannato da Piara Powers, direttore esecutivo del network FARE (Football Against Racism in Europe). Tra aprile e giugno, inoltre, per due volte lo stadio Grbavica è stato oggetto di allarmi bomba. A luglio, in occasione della gara dei preliminari di Champions tra FK Sarajevo e Lech Poznań, gli scontri tra le due tifoserie e tra tifosi e polizia avevano causato ventisette feriti.

Foto: Nadine Byrnside (Flickr)

BOSNIA: Sarajevo, cultura e guerra. Gli angeli di Louis Jammes

“Fino al 1994 si erano tenute talmente tante mostre che persino i giornali avevano smesso di contarle”. E’ questa la Sarajevo della giornalista Vedrana Seksan dove  festival, collaborazioni internazionali, arrivo di fotografi stranieri e gallerie artistiche in piena attività ridonavano vita alla città assediata.

A Sarajevo iniziarono a parlare anche i muri, con le affissioni del fotografo francese Luois Jammes dal progetto “gli angeli di Sarajevo”. Le sue foto vennero incollate grazie a stampe serigrafiche a grandezza naturale sui muri degli edifici dilaniati, mostrando immagini di cittadini sarajevesi con le ali, testimoni di anni bui e al contempo portatori di spiritualità. Il fotografo, con all’epoca un curriculum che vantava ritratti ad artisti celebri come Julian Schnabel, Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, Andy Warhol e reportages in Tunisia e a Cernobyl, decise che il suo impegno si sarebbe spostato a Sarajevo.

Cominciando dapprima a fotografare in polaroid i bambini per strada, Jammes regalerà loro le istantanee, trattenendone altre da modificare con la particolare tecnica del grattage. Oggi collaboratore di alcune delle migliori gallerie mondiali e impegnato a raccontare con i suoi scatti le primavere arabe, ci ha concesso un’intervista per raccontarci la sua Sarajevo ed i suoi angeli.

1) Come e perchè ha scelto Sarajevo?

Io non ho scelto Sarajevo. La guerra, il fascismo si sono imposti nel cuore d’Europa; avrebbe potuto essere la Spagna o l’Italia.. era la la Bosnia, un paese fratello. Il popolo europeo ancora una volta è stato preso in ostaggio: l’Europa, e più in particolare la Francia, erano fortemente implicate. Mitterand è atterrato a Sarajevo e successivamente Milosevic è stato ricevuto a Parigi su un tappeto rosso: insopportabile! Se il lavoro di un artista, di un fotografo, è quello di rappresentare il mondo e la sua epoca, io dovevo andarci e partecipare a questa storia, una storia che era anche la mia.

 2) In cosa consisteva il suo progetto a Sarajevo? Che tipo si messaggio voleva lanciare al mondo?

Sarajevo ha avuto l’assedio più lungo dei tempi moderni e la popolazione era completamente tagliata fuori dal resto del mondo. La volontà dei cetnici di disumanizzare la gente ha abolito le gerarchie sociali. Per sopravvivere si passava il tempo a cercare cibo e legna da ardere, ridotti a vite pressochè animali. Le persone avevano un bisogno esistenziale, vitale, di essere riconosciute per quello che erano veramente, quello che erano state prima della guerra: intellettuali, architetti, professori universitari, musicisti, artisti etc… e visto che non potevano uscire dalla città, il rendergli visita era un modo per riaprire la città. Più tardi ho capito che anch’io potevo partecipare alla guerra con le mie immagini. I miei angeli incollati sui muri della città distrutta cambiavano il senso delle rovine. Le rovine erano diventate, con la semplice forza delle immagini, degli oggetti di resistenza.

 3) Quali erano i suoi soggetti preferiti e perchè?

Ho fotografato i passanti per strada, spesso bambini che giocavano per le vie della città. Ho più volte lavorato anche al quartiere gitano “Crni Vrh”. Andavo anche in ospedale regolarmente, per due motivi: aiutavo il primario di traumatologia e chirurgia quando mancava del materiale e fotografavo per lui i pazienti prima e dopo le operazioni (foto che gli ho regalato e che sicuramente non ho mai usato per fini personali). Andavo anche regolarmente all’obitorio dell’ospedale per fotografare le vittime decedute.

 4) Che vita culturale ha trovato a Sarajevo? Ha collaborato con qualcuno?

Obala era un centro culturale e una scuola di teatro. Presto è diventato il punto di incontro di tutte le creazioni artistiche bosniache ma anche di tutti gli artisti stranieri che vi si rincontarvano. Mirsada Punivatra, direttore dell’Obala, mi ha aiutato molto. Dopo la guerra è diventato il direttore del festival di cinema di Sarajevo.

 5) Dove è andato a fare reportages dopo Sarajevo? C’è qualcosa per cui Sarajevo può essere considerata unica?

Dopo Sarajevo ho lavorato in Uganda e Tanzania, sul tema dell’HIV. Certamente Sarajevo è unica grazie alla sua volontà molto ancestrale di far coabitare pacificamente, nel centro dell’Europa, delle comunità cristiane ortodosse, cattoliche, ebraiche o musulmane Ma ciascuna parte era unica.

7) Il suo progetto del momento?

Sto lavorando alle primavere arabe, e più in particolare sull’Egitto, dove provo a passare la metà del mio tempo, ma oggi, dopo il colpo di stato del Maresciallo Al-Sisi, la situazione è diventata molto tesa, difficile e pericolosa per gli stranieri. Il 14 agosto le forze dell’ordine hanno mitragliato brutalmente dai carri sulla folla per ripulire la piazza dal sit-in “El Rabia” dei fratelli musulmani, gruppo il cui presidente eletto Morsi era stato da poco destituito. In quella giornata, il 14 agosto, sono state uccise 500 persone (1000 in tutto il weekend soltanto al Cairo), 3 giornalisti sono stati ammazzati, tutti vittime di spari alla testa provenienti dai cecchini. All’improvviso le forze dell’ordine hanno arrestato tutti. Io sono stato arrestato col mio giovane amico fotografo Shawkan e proprio perchè francese ho avito la possibilità di essere liberato rapidamente. Invece, il mio amico, egiziano, Mahmoud Abou Zied, detto Shawkan (Freedom for Shawkan su fb), dorme ancora sullo stesso pavimento della prigione Tora al Cairo, a più di 15 mesi da quella data.

8) Pensa di tornare in Bosnia prima o poi?

Si sono stato invitato dalla Galleria Duplex 100 m2 di Sarajevo e ho accettato una mostra personale. Anche il direttore artistico del “Program Memory Module” un festival culturale, voleva includermi nel programma di aprile-maggio, anche se non so ancora se le date del Duplex coincideranno con quelle del festival culturale.

Gli altri articoli della rassegna 

BOSNIA: Sarajevo, cultura e guerra. Un appartamento, una classe

L’istruzione nella Sarajevo sotto assedio non si arrestò. Nonostante le difficoltà negli spostamenti per raggiungere scuole e università, la riluttanza dei genitori a mandare i propri figli a scuola -per non esporli al rischio dei cecchini-, la non facile gestione a livello ministeriale dell’istruzione in uno scenario di completa emergenza e il fatto che molte scuole, sia elementari che medie, si trovassero sulla linea del fronte, la popolazione si auto-organizzò in piccoli nuclei di quartiere, per non negare ai ragazzi il diritto all’istruzione e creando classi in appartamenti o cantine sotterranee. Tale fenomeno ebbe molteplici sfaccettature e motivi: i ragazzi dovevano distrarsi dallo scenario e allo stesso tempo non perdere l’opportunità di istruirsi e formarsi; gli insegnanti di contro inseguendo questa missione continuavano a lavorare, seppure con modalità del tutto nuove, distraendosi anch’essi dall’assedio e sentendosi attivi nel processo di continuazione dell’esistenza, della formazione di individui, e in ultima analisi di resistenza alla volontà di annientamento degli assedianti.

Per ragioni di sicurezza la durata dell’anno scolastico fu generalmente accorciata a mediamente cinque mesi, riducendo complessivamente i programmi di circa il 30%. I nuovi programmi, già concordati col ministero, puntavano in misura maggiore rispetto al passato, su lingua e letteratura locale, sulla matematica, sulla fisica e la chimica. S’incoraggiavano i genitori a mandare i  propri bambini a scuola e a organizzare gruppi di lavoro per l’esercizio e i compiti a casa, con l’ausilio di materiali da stampare e consigliando il buon senso per le postazioni militari in città.

In un articolo di Oslobođenje del 1993, dal titolo “Improvvisazione riuscita” la creazione dei nuclei scolastici negli appartamenti venne giudicata come un vero successo: grazie ai nuclei scolastici oltre 6000 studenti delle trenta scuole medie presenti in città furono ripartiti nelle settantacinque postazioni collettive di studio.

Oslobođenje più volte analizzò il fenomeno dell’istruzione in Bosnia nel periodo della guerra, con reportage che descrivevano i desideri dei bambini –la pace, il tornare alla pace – le preferenze sulle materie, la generale comprensione degli insegnanti della non eccellente rendita degli alunni o in alcuni casi il rinato entusiasmo per lo studio proprio nel momento in cui non c’erano altre distrazioni per l’infanzia  come TV, musica o gioco libero in strada.

Anche le università continuarono la propria attività di formazione, grazie al sostegno di atenei esteri e alla caparbietà dei docenti universitari. Le collaborazioni inter-universitarie fiorirono, molti studenti sarajevesi furono ospitati da atenei esteri dando luogo a una sorta di preludio dell’Erasmus. E nei giornali di quel periodo  venivano indetti continuamente bandi di concorso per l’ammissione universitaria e per l’assunzione di docenti ed assistenti universitari, a testimonianza del fatto che l’istruzione doveva andare avanti, anche nelle condizioni più sfavorevoli.

  “A scuola di buona volontà: un appartamento, una classe” di M. F. (Tratto da Oslobođenje, 8 novembre 1992) Traduzioni: Giovanna Larcinese

Sono in 35.  E saranno, forse, anche di più. Amina, Boris, Aida, Acim, in modo disciplinato ascoltano la lezione tra i banchi della scuola improvvisata. L’insegnante Danica Jankač nel periodo di pace ha lavorato nella scuola media di Dobrinja “Dušan Pajić Dašić” e adesso che Dobrinja è ancora più lontana, Danica ha deciso che il suo impegno lavorativo si svolgerà in un appartamento di Alipašino Polje.

Anche i suoi zelanti colleghi vengono a dare lezione. Safer Hrustemović due volte a settimana insegna ai ragazzi delle classi più avanzate la geografia, le scienze naturali, la storia e le scienze sociali.  La chimica la insegna la professoressa Emilija Bandović. Si cercano però insegnanti di matematica e lingue straniere per le classi avanzate di scuola media.

In ognuno dei nostri palazzi residenziali ci sono circa due insegnanti, professori o pedagoghi; tuttavia sino ad ora solo in pochi sono riusciti ad organizzare, come Danica e Safet, una scuola nelle condizioni di guerra.

Nel piccolo appartamento, tra sette alunni della prima elementare, in quattro sono mancini. “Come certo saprete, gli psicologi prevedono per i mancini un futuro brillante o una caduta totale. Ma giudicando dalle abilità di questi bambini, sicuramente si avvererà la prima ipotesi!” afferma Danica.

In che modo agli alunni sarà riconosciuta legalmente questa istruzione non ancora è dato sapersi. “Noi insegnanti lavoriamo a programma ridotto. Ad esempio, l’educazione artistica io la programmo strada facendo, mentre i bambini disegnano gli insiemi matematici. Invece sarebbe fantastico se si potessero comprare o stampare i libri di testo per loro. I più ricercati sono quelli di lingua madre e di matematica” dice l’insegnante.

E in questi difficili tempi di guerra i genitori di ogni bambino hanno il compito di portare i piccoli a lezione e riportarli a casa, per quanto la vicinanza lo renda possibile.

BOSNIA: Sarajevo, cultura e guerra. Il bosniaco, un teatro di cuore

Il 27 maggio del 1993, presentando l’“Estate al Kamerni 55”, Oslobođenje titolò un articolo con “Tutte le strade portano a teatro”: in pieno il conflitto il teatro e le arti performative stavano riscuotendo a Sarajevo tanto successo e partecipazione del pubblico da presentarsi come capofila indiscussi della resistenza culturale.

Il teatro nella città assediata si svolse in condizioni di decoro minimali, con quello che era rimasto nei magazzini teatrali o con oggetti scenografici reperiti in strada o nelle case. Per l’assenza di elettricità recitare al lume di candela era divenuto normale e quando la fornitura elettrica tornava all’opera, sia pubblico che compagnie ne risultavano a tratti infastiditi.

Nonostante l’energia non mancasse, l’attore Izudin Bajrović ricorda “Sembravamo scheletri, ma siccome lo eravamo tutti, nessuno ci dava importanza. Rivedere oggi le foto di quel periodo, fa  una certa impressione, eravamo terribili”.

La partecipazione del pubblico fu doppia rispetto a quella dei periodi antecedenti, riempiendo tutti i teatri cittadini, da quello Nazionale al Kamerni 55, dal SARTR a quello dei Giovani, teatri che videro, anche dopo il tiro delle granate, una presenza entusiasta dei sarajevesi.

Immagini indelebili nella memoria cittadina sono ancora oggi le numerose riproposizioni di Sklonište [Rifugio, Ndt] inscenato dopo il grande successo perfino a Brighton, il musical Kosa [Hair,NdT] e Zid  [Il muro, Ndt], metafora della città distrutta e condannata-. “Alla première di “Zid”,” ha affermato l’attore Rjad Ljutović, “abbiamo dovuto mettere in scena due spettacoli nello stesso giorno, première e replica. Questo spettacolo, della regia di Dino Mustafić, ha provocato una tale reazione emotiva tra gli astanti che molti piangevano ed erano profondamente scossi dallo scenario. Sicuramente in molti si sono identificati nella storia di Sartre, dove le persone sono chiuse in uno spazio dal quale non possono uscire, proprio come non era permesso alla gente di Sarajevo. E’ chiaro che il pubblico ha vissuto una vera e propria catarsi e molti venivano da noi commossi o con i volti rossi di pianto”.

E inoltre Svileni bubnjevi [La batteria di seta, Ndt] U zemliji posljednje stvari [Nella terra delle ultime cose, Ndt ], il celebre Čekajući Godoa [Aspettando Godot, Ndt] di Beckett -curato da Susan Sontag- e tanti altri.

In sostanza, secondo Bajrović “Nell’assedio la vita stessa era diventata un teatro, un tragico teatro; allo stesso tempo il teatro era divenuto vita, rendendo inscindibili i due aspetti e donando in ultima istanza al teatro una sua dimensione rituale il cui significato, in altri tempi, sarebbe stato sicuramente diverso”.

“Il bosniaco, un teatro di cuore” di Haris Pašović (Tratto da Oslobođenje, 27 marzo 1993), Traduzioni: Giovanna Larcinese

Oggi è la Giornata Internazionale del Teatro. Ovunque stasera, nei palcoscenici mondiali, su invito dell’Istituto Internazionale di Teatro, si leggerà il messaggio di una delle personalità mondiali del teatro. E mentre scrivo queste righe, a noi sarajevesi non è ancora arrivato questo messaggio. Per caso quell’unità mondiale teatrale ha dimenticato che in Bosnia Erzegovina non si è ancora spenta la vita? Lì dove c’è vita, c’è anche il teatro. E’ possibile che ai nostri colleghi non sia arrivata la notizia che a Sarajevo, Zenica, Mostar e Tuzla si portano avanti spettacoli e premiére nel bel mezzo di una brutale aggressione alla nostra terra? Forse anche noi ci impegniamo poco a mandare il chiaro segnale che  in Bosnia ci sono, e ci saranno, vita e teatro. No, non mi morderò l’anima, forse questo messaggio arriverà.

Resta però un sapore amaro nel pensare che l’idea contemporanea di teatro, specialmente in Europa, sia oggi un piacere per persone felici e benestanti, per le quali è meglio non disturbarsi con quell’annoso problema che è la Bosnia Erzegovina. E’ più facile nascondersi nel postmodernismo invece che chiedersi apertamente: che faremo del fascismo in Europa?

Non troppo tempo fa, solo all’inizio della tournèe che le assegnerà i plausi mondiali, il Living Teatre è stato recitato a Zenica e poco dopo a Sarajevo. Erano i tempi della guerra in Vietnam, e quei giovani americani concludevano il proprio spettacolo “Carcere” sdraiandosi all’ uscita delle sale teatrali. Chi voleva uscire da teatro, area di libertà e amabili incontri (e paradossalmente lo spettacolo si chiamava proprio “Carcere”) doveva passare tra gli attori sdraiati. In quel momento diventavamo tutti attori e spettatori di quella terribile tragedia.

Da quando, in queste tragiche realtà, attori e pubblico hanno ancora bisogno di teatro? Cos’è, e anche con più attrazione, che fa amare ancora il teatro? La cosa mi soprende in maniera sempre più sfuggente, imprevedibile e indescrivibile. Ho il sospetto che qui da noi, al centro del mondo, si lavori ad un nuovo teatro, il teatro del ventunesimo secolo. In questo teatro del futuro scompare l’idea tecnocratica dalla quale si è divisa l’arte del ventesimo secolo, il teatro ancora una volta si riempie di significati, sensibilmente parlano le emozioni soppresse, si sgonfiano le ridicole bugie. Qui il futuro è già iniziato e si sa già che il ventunesimo secolo è più simile al Medioevo che alla visione tecnologica dei romanzi fantascientifici.

In passato pensavo che fosse possibile fare teatro solo dalla gioia, e che solo da percorsi felici si potessero raggiungere silenzi sacri nel cuore di spettacoli instintivi. Ora invece si palesa una nuova realtà di teatro, secondo cui quello stesso silenzio mostra una semplice serietà. E’ questo il teatro serio, anche nel mezzo delle risate. Con questo teatro del sorriso si guarisce, ci si riscalda coi battiti, come direbbe anche l’attore Mravac Bosanac.

In questo teatro ci scambiamo le solitudini e piangiamo le tristezze. E ci stupiamo gli uni degli altri. Incontrandoci in un mondo migliore questo teatro parlerebbe di menzogne.

In un tempo in cui ci hanno intorpiditi il tradimento e il disonore, esso ci ricorda che non vogliamo essere intorpiditi fino alla morte. Oggi, nella Giornata Internazionale del Teatro, ha davvero senso usare l’espressione “pedane che sanno di vita”. E quindi ordiniamo pedane, ovviamente se sono asciutte. Di nuovo è caduta la neve, e ancor prima di noi battiti, calore e sorrisi.

BOSNIA: Sarajevo, cultura e guerra. “Liberazione” va avanti

Fondato nel 1943, in pieno contesto bellico, il quotidiano bosniaco Oslobođenje [letteralmente “Liberazione” N.d.T.] si troverà nel 1992 a confrontarsi nuovamente con il clima di guerra, con l’imperativo di condurre ancora una volta il paese alla “liberazione”, di cui porta il nome.

Nel 1993 per l’assidua determinazione dei suoi collaboratori, il giornale fu premiato in Gran Bretagna da BBC e Granada TV come “Miglior giornale al mondo dell’anno” e il suo caporedattore Kemal Kurspahic, fu insignito del secondo premio come “Miglior caporedattore al mondo” dall’agenzia WordPress. “Mentre la guerra infuria intorno e mentre il loro edificio viene abbattuto” affermava l’agenzia WordPress alla premiazione “non è rimasto nient’altro che i ricordi di una vita normale; e loro sono sempre lì a stampare il giornale ogni singolo giorno”.

Nei quattro anni di assedio Oslobođenje riuscì ad andare in stampa ed essere distribuito quotidianamante, proprio quando i rifornimenti mancavano, il foraggiamento dei materiali pareva impossibile, gli spostamenti in città mettevano a repentaglio le vite dei suoi collaboratori e la sede storica veniva bombardata dai cosiddetti “bauhausiani” – gli assedianti, così chiamati per la costante distruzione che apportavano all’edificio come “nuova forma artistica”-.

Già dall’ agosto 1992, in seguito a una conferenza tenutasi a Londra sulla Ex Jugoslavia, dove veniva annunciato il “bilancio nero dell’informazione in Bosnia” – con 27 giornalisti uccisi in un solo anno –, la Associated Press dichiarò Sarajevo come il posto più pericoloso al mondo per i giornalisti. Da giugno 1992 inoltre, l’edificio fu più volte soggetto ad attacchi dalle colline, fino al settembre dello stesso anno in cui i due grattacieli della sede si accartocciarono su se stessi lasciando in piedi solo la torre degli ascensori. I suoi collaboratori iniziarono quindi a scrivere dai sotterranei dell’edificio, spostandosi poi in stabili privati, dove pernottavano per giorni evitando così il rischio di essere colpiti dai cecchini.

Il giornale riuscì, grazie alla collaborazione e attenzione di agenzie estere –tra cui Reporters Sans Frontieres–  a continuare ad informare, a fare pressione internazionale per l’intervento estero e gli aiuti umanitari e a fare formazione ai giornalisti stranieri, spesso non abbastanza informati sulle dinamiche e specificità locali. Nel 1994 Oslobođenje venne stampato anche in lingua inglese per  dare agli osservatori stranieri una rassegna dei migliori articoli e permettere una migliore comprensione del nodo bosniaco. La collaborazione del Los Angeles Times e Refugee International furono determinanti ma il cosiddetto “miracolo quotidiano”, secondo le parole dell’UNESCO alla premiazione del 1994, era stato compiuto: Oslobođenje si era battuta quotidianamente insieme al suo popolo per il ritorno alla pace e alla normalità.

Oslobođenje va avanti” (Tratto da: Oslobođenje, 22 dicembre 1992, Redazione) Traduzione: Giovanna Larcinese

Questo numero del nostro giornale si mostra come non lo è mai stato in passato. Non è per il formato, non per il colore della carta o per le modalità di stampa, quello che vedete oggi non è l’Oslobođenje che conoscete ormai da circa 50 anni. E comunque, e forse proprio per questo, questa è “liberazione” (Oslobođenje,  NdT) – e come tempo fa ha affermato Sidran – “è la liberazione che salva il proprio nome”, che può sì cambiare nelle sue caratteristiche esterne, ma non nella sua anima.

Gli organizzatori dei grandi giochi contro la Bosnia Erzegovina ci hanno forzato contro le nostre vite e contro i diritti umani e gli standard civili, a mostrarci in queste condizioni in cui ci vedete. E domani, probabilmente, saremo ancora diversi.

Cambierà il colore della carta, l’aspetto e i caratteri delle parole, ma Oslobođenje rimarrà, e costantemente, in lotta per la verità, per il conseguimento della libertà e per la dignità della parola pubblica: Oslobođenje andrà fino in fondo.

Se siamo riusciti a sopravvivere all’edificio abbattuto e a stampare il giornale nella fuga dai cecchini, supereremo in astuzia anche quelli che tollerano la chiusura dell’elettricità, dell’acqua e delle comunicazioni, e adesso anche dell’informazione, cosa che aumenta la pressione su tutti noi. Oslobođenje ha il suo plotter e il suo impianto a mano alimentato a nafta.

Gli amici da tutto il mondo si sono impegnati per rifornircene. Di contro, gli attori delle organizzazzioni internazionali e di organizzazioni facenti parte delle Nazioni Unite, da settimane, non desiderano altro – per differenti ragioni –  che il nostro giornale non arrivi in città.

Abbiamo provato tutto ciò che era in nostro potere, abbiamo spiegato, pregato, richiesto, richiamato al diritto e alla reciprocità, e niente. L’embargo per l’entrata della la carta in Serbia non va bene, per le “difficoltà del mandato” l’ONU non riceve neppure le notizie serbe. Il problema è uno, Oslobođenje, la liberazione. Non solo per essa stessa, ma per le reali e scandalose relazioni del mondo con i diritti umani elementari che si stanno manifestando nel qui ed ora. La redazione e la tipografia, come fino ad oggi, troveranno il modo per far arrivare Oslobođenje al suo giusto posto, ovvero nelle mani dei lettori. Sarà di questa o quella carta, di questo o quel colore, in piccolo o gran formato ma non importa. Sarà Oslobođenje (Liberazione), che è la più grande battaglia per il nome che si è già conquistato. La ragione per la ricerca della carta intorno a noi già non esiste più. Alla ricerca di carta, molto presto, ci andremo da soli, dove sia sia.

BOSNIA: Sarajevo, cultura e guerra. Indatabili scritti

Con in media una presentazione di libri ogni quattro giorni, Sarajevo ha dimostrato al mondo, in pieno conflitto, una eccezionale fioritura letteraria e la negazione del proverbio “Inter armas musae silent  [Tra le armi, tacciono le muse] . ”A Sarajevo”, come ha affermato Fahrija Trtak, “le muse non tacevano”.

L’attenzione alla letteratura fu favorita certamente da una una maggiore disposizione alla riflessione, alla condivisione e alla catarsi colletiva. Ci si riuniva in scantinati, gallerie, teatri o nei lunghi matinèè del sabato al Kamerni 55, dove avevano luogo reading letterari, di poesie e presentazioni di libri. Nacevano “tanti piccoli Hemingway” sosteneva Susan Sontag, in un contesto capace di forgiare “tanti piccoli successi della letteratura, come lo furono Lord Byron coinvolto nella guerra di indipendenza greca e Ernest Hemingway, sul fronte della prima guerra mondiale”.

In tale scenario nacquero nel 1992 il PEN Klub di Bosnia, un’associazione di scrittori, letterati e appassionati di letteratura e il Krug 99, un circolo di intellettuali sarajevesi con l’obiettivo di promuovere ideali di società civile libera per il ritorno a un’entità multinazionale, multireligiosa e multiculturale.

Intellettuali come Marko Vesovic o Gojko Beric ravvisarono il ruolo che avevano avuto gli intellettuali nella propaganda di guerra: “questa è l’unica guerra pensata e progettata nella mente degli scrittori [Vesovic]; pertanto “dobbiamo vivere moralmente, con spirito obiettivo o esplicitamente di parte, cose terribilmente difficili in questa sporca guerra”.

I libri in guerra si leggevano, presentavano, scambiavano, barattavano e talvolta anche bruciavano. Ed Erri de Luca ne fece in versi una “Classifica del fuoco”. A seguire un articolo datato 1993 sull’argomento.

“(In)databili scritti. Libri, scrittori e guerra” di Ivan Kodrić (Tratto da Oslobođenje, 22 gennaio 1993)Traduzioni: Giovanna Larcinese

Così come per i piroscafi nelle notti scure i fari hanno rappresentato qualcosa, anche i libri rappresentano, attraverso la storia di ognuno nei tempi bui di guerra,  dei testimoni nel crocevia di un’epoca. In quest’età del male, comunque, il libro resta drammaticamente testimone, esso si è convertito in torcia e fiamma, la vecchia biblioteca ha illuminato in modo raccapricciante il cielo sarajevese, nel cui scheletro hanno bruciato carte preziose. Questa  triste immagine da seconda guerra mondiale è stata descritta negli ultimi mesi centinaia di volte, in diverse occasioni e in diversi testi.

Molti oggi in questo inferno portano con sè un libro tra le mani, come unica possibilità di sfuggire almeno dalle insopportabili umiliazioni nelle quali ci si trova, così come nel libro Santo, tra armi e trappole venivano ammazzate  genti, abbattute case e città, a bruciati templi e librerie.

Ed ecco che il libro si è trovato in uno strano ambiente, oggi giace su un tavolo rotto, al mercato, rimosso da alcuni scaffali oppure buttato fuori da qualche appartamento, libro che si scambia per le sigarette – Borges, cinque pacchi di sigarette! – .

Uno scrittore disturbato prega un venditore indifferente di aspettarlo per almeno un’ora, per poter trovare delle sigarette e completare la sua raccolta di Borges. Quel Borges è lì al mercato da giorni, accanto al dentifricio e al lucido per le scarpe, tra conserve e latte in polvere, e il venditore ha semplicemente perso qualsiasi speranza che qualcuno di questi tempi possa scambiare delle preziose sigarette per dei normali libri. Quelli che non sono stati distrutti dalle granate, bruciati o scomparsi, quelli che non sono stati rubati o fatti saltare in aria, i libri che sono arrivati a questo inverno insomma, finiscono come carburante per le più fantastiche stufe da barbecue, stufe per il boiler e pentole a pressione, barattoli di conserve e bruciatori ricavati da casse di metallo e vecchi frigoriferi.

Invece di finire in libreria, i libri oggi non finiscono che come fiamma e fumo. Invece di riempire scaffali decorati, son  divenuti merce di scambio per carbone e legna. Ecco  il destino dei libri in questa guerra.

Scrittori e intellettuali fanno una selezione nelle loro ingombranti biblioteche e si salvano la coscienza riscaldandosi con la voluminosa letteratura marxista, che hanno minuziosamente raccolto nei decenni passati. Un libraio che è riuscito a  scappare da Grbavica, ha saputo che la sua biblioteca è stata ritualmente incendiata, alla presenza dei cittadini e dell’elite intellettuale di quella parte della città. Ho incontrato l’autrice di famosi dibattiti sulla letteratura nazionale, la dottoressa Dzenana Boturivic, che in questa guerra dove si accendono i libri ha pubblicato un nuovo libro e sfugge alla guerra lavorando giorno per giorno come se intorno a lei nulla si distruggesse, – e come se per tutti fosse normale lavorare il più possibile, focalizzandosi nel lavoro come non abbiamo mai fatto in tempi di pace –. Il suo più grande disiderio è solo quello di procurarsi delle candele, molte candele, per poter leggere e scrivere e quindi quando cala il buio non dover più pensare se arriverà o meno l’elettricità.[…]

E dunque, mentre da una parte si bruciano e perdono libri, da un’altra vi sono dibattiti e reading di poesie, scrivono gli scienziati, i letterati, gli scrittori e i giornalisti. Nella solitudine della innaturale difesa, dopo lunghe e difficili riflessioni scrivono anche quelli che non hanno mai scritto, e di loro probabilmente, dopo questa guerra, scriveranno coloro che hanno letto i loro testi e condiviso il loro stesso destino, e di chi è rimasto qualche scritto.

Nessuna testimonianza forse è inutile. E il libro si riavvicinerà di nuovo al vero significato dei suoi testimoni. 

BOSNIA: Sarajevo, cultura e guerra. Il trionfo della volontà (parte III)

Cosa succede alla vita culturale di un paese in guerra? A seguire l’ultima parte dell’articolo di Vedrana Seksan dove vengono descritti i giorni dell’assedio sarajevese e il tentativo di resistere con la cultura alla distruzione. La scelta di presentare traduzioni della pubblicistica bosniaca nasce dall’esigenza di ricordare le voci del passato per ripensare il presente, in altri luoghi e in altre case.

“Il trionfo della volontà” -parte III- di Vedrana Seksan (Tratto da Dani 4/2008) Traduzioni: Giovanna Larcinese

JOAN, SUSAN, ANNE. A Sarajevo hanno iniziato a venire stranieri che ci amavano, che cercavano i loro cinque minuti di celebrità o che speravano di trovare la felicità in una giovincella. E’ venuta tra noi Joan Baez rilasciando un’intervista per Dani: “credo che la musica sia molto importante per il respiro dell’anima e tra le varie ragioni questo è il motivo per cui sono qui. Una di queste canzoni, Bread and Roses, dice: dateci il pane,  ma anche le rose. Il mondo ha inviato un po’ di pane, ma non si vive solo di questo. La musica è buona per l’anima e questa credo sia la principale ragione per cui sono qui”.

Susan Sontag è tornata di nuovo, questa volta per inscenare “Aspettando Godot” e un qualche infelice americano è caduto nel ghiaccio sottile sposando una sarajevese. Ad Eurovision ha vinto la cantante Iskra, Fazla è stato brillante, il sedici  si è aperto il primo  giardinetto di guerra ed è continuata la manifestazione “Estate al Teatro Kamerni”, una delle poche che abbiamo ancora oggi.

A maggio dello stesso anno abbiamo avuto la prima Miss Sarajevo assediata. Inela Nogić portava uno striscione con su scritto “Non permettete che ci uccidano” mentre era già chiaro da tempo che ci avrebbero ucciso finchè gli procurava piacere. Aspettavamo Godot. E la sua première che si tenne al Teatro dei Giovani.

Ad ottobre dello stesso anno si è tenuta la mostra della fotografa Annie Leibovitz, “Ritratti Sarajevesi” e l’incredibile e irripetibile primo Sarajevo Film Festival. Ci ricorderemo tutti i film, perché li abbiamo visti tutti. “Fino alla fine del Mondo” di Wim Wenders, dei tre colori il“Film blu” di Kieslowski, “Gli amanti di Pont Neuf” di Leos Carax, “Howard’end” si James Ivory e “Dracula” di Francis Ford Coppola: ci hanno dato l’illusione di come tutto fosse a posto se si era abbastanza veloci da scappare dai cecchini che sparavano per la città all’incrocio con l’istituto d’igiene. Come se non fosse niente, nema problema, come se stessimo vivendo in una città normale!

L’illusione scompariva velocemente se una persona vedeva le mostre di Milomir Kovačević “Testimoni dell’esistenza” o i film, come mai prima – e neppure poi – che ha prodotto la casa filmografica SAGA, da cui si deve differenziare la MGM (Man, God, Monster) di Mirza Idrizović, Ademir Kenović e Pijer Žalica. Non c’era elettricità, non c’era acqua, non c’era cibo, non c’erano neanche più pattini da ordinare. C’era solo lo spirito sarajevese in quantità. E la birra dalla birreria Sarajevska in cui siamo affogati nei festeggiamenti dell’ultimo dell’anno.

BUON 1994!. Juan Antonio Samaranch ha dichiarato di come non fossimo soli, mentre nella sua prima visita a Sarajevo il diplomatico russo Curkin si è espresso su quanto fosse “sexy la guerra”. Hanno iniziato a venire come magneti. Sarajevo era il migliore trade mark al mondo. Era l’anno in cui tutti noi ne avevamo davvero abbastanza. L’anno in cui  è caduta la prima granata sul mercato Markale. Nel quale il gruppo di grafica TRIO ha creato le cartoline che, dal primo proiettile all’inizio di questo testo, è l’unico souvenir che ho conservato dalla guerra.

Il quindici febbraio il nostro presidente Alija Izetbegović ha annunciato “sta arrivando la primavera” e a marzo hanno riniziato a circolare i tram.

E tutto questo è successo sotto la spinta dello spirito sarajevese e della resistenza spirituale che hanno lentamente cominciato a soffiare e fino al 1995 sono diventati qualcosa di cui anche noi abbiamo iniziato a scherzare. Sicuri che non sarebbe continuato.

Sarebbe indecente non menzionare il Quartetto Sarajevese di archi; le modelle dell’agenzia di moda “Front” che negli abiti dello stilista Jean Paul Gautier sono dimagrite per poter posare nelle rovine sarajevesi come set; le rock band SHC, Big Daddy, Lezi Majmune!, i Sikter, Moron Brothers, Grafiti, DonGuido&Misionari, Protest, Meantime, tutte band di cui solo alcune sono sopravvissute al periodo della guerra; le mostre di Affan Ramić o Mehmed Zaimović, il centro artistico “Obala”, la rivista “Il fantasma della libertà” e “Life”, la radio “Zid”, il film di Tvrtko Kulimović “Morte a Sarajevo” prodotto dall’archivio delle Forze Armate ed RTV BiH; i Nadrealisti…

In un’occasione Nermin Tulić, attore  e direttore del Teatro dei Giovani di Sarajevo, ha affermato di quanto gli manchi la guerra perchè “in guerra siamo stati tutti persone migliori”. Lo siamo stati davvero? Si, e in ogni caso, più istruiti. Attraverso centinaia di mostre, quaranta premiere a teatro e decine di nuovi spettacoli, progetti mediatici come RatArt e testi postumi fenomenali di Karim Zaimović nelle vignette, ma anche Tennis Magazin, nel tempo in cui le specialità di riso e maccheroni per ristoranti erano offerti per 50 marchi – sembra proprio che emerga questo.

P.S.

I pattini non li ho più comprati, neppure quando hanno restaurato il complesso olimpico Zetra, non ho mai preparato un esame nella Biblioteca Nazionale, non porto lo skate e non mi agghindo più prima di uno spettacolo (al quale vado sempre più di rado). L’unica cosa che ancora faccio, a volte, (mi perdonino i rappresentanti e tutti coloro ai quali potrebbe dar fastidio) quando ascolto il nuovo inno bosniaco, ad esso associo le parole “Una sei e Unica”.

E all’assedio penso come al periodo più bello della mia vita. 

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BOSNIA: Sarajevo, cultura e guerra. Il trionfo della volontà (parte II)

Cosa succede alla vita culturale di un paese in guerra? A seguire la seconda parte dell’articolo di Vedrana Seksan, il Trionfo della volontà, dove vengono descritti i giorni dell’assedio sarajevese e il tentativo di resistere con la cultura alla distruzione intorno. La scelta di presentare traduzioni della pubblicistica bosniaca nasce dall’esigenza di ricordare le voci del passato per ripensare il presente, in altri luoghi e in altre case.

“Il trionfo della volontà” -parte II- di Vedrana Seksan (Tratto da Dani 4/2008) Traduzioni: Giovanna Larcinese

GHALI AL POSTO DI BABBO NATALE. Nell’estate del 1992 si è celebrato il primo matrimonio di guerra. Lunedì 29 giugno, in uniforme della Difesa Territoriale si sono sposate due coppie. E Sarajevo ha iniziato a collegarsi sempre più alla parola “spirito”. Anche il tempo, al posto delle convenzionali  “vecchia e nuova era” ha iniziato ad essere misurato con “pirma della guerra” e “guerra”.

Sono iniziati i primi spettacoli, concerti per combattenti e civili, eventi per bambini, burattini e marionette negli scantinati, iscrizioni a concorsi e piani per le riprese di fiction tv, cosa che non si fa neanche adesso, dieci anni dopo.

Si è recitato lo spettacolo “Poveri piccoli criceti”, del quale non è scritto chi recita, ma si si dice che abbiano partecipato Zlatko Lugumdzija, Jusuf Pušina e Nikola Kovać.  Al nuovo teatro SARTR il sei settembre è andata la premiere di Sklonište (Rifugio, N.d.T.); gli studenti dell’Accademia delle Arti Sceniche hanno iniziato i lavori recitando spettacoli per bambini; Vesela Sveska festeggiava il suo quarantesimo anniversario nelle ludoteche sottoterra e alla galleria Paleta con la mostra “Arsenali del male” venivano esibiti tutti i pezzi d’artiglieria e proiettili collezionati per le strade della città.

E la città diventava una ventina di strade a incroci occupati da autobus incendiati, o da blocchi di cemento sui quali era scritto “Pink Floyd”.

Alcuni giorni prima che allo stadio di Barcellona Zlatan Saračević mostrasse la bandiera coi Gigli provocando la battuta del serbo “Ride bene chi ride ultimo”, è stata promossa la valuta bosniaca. Per quello esisteva già il mezzo di pagamento sarajevese, il marco tedesco, che si cambiava per 35000 dinari ogni 100 marchi. Il pane nero costava 800 dinari, un chilo di zucchero 2000 dinari,  le Marlboro 8800 dinari e i pensionati venivano informati che sarebbero stati pagati quando sarebbero arrivati i soldi. Cosa c’era di nuovo?

E’ andato a fuoco l’Hotel Europa, è stato aperto un nuovo cimitero cittadino, si preparavano le riprese per il film tratto dal dramma Sklonište per cui sarebbero stati necessari intorno ai 400.000 marchi e Juso Prelo su Oslobođenje combatteva la propria battaglia contro lo slogan “lo spirito di Sarajevo” in una colonna in cui scriveva “se in una stessa situazione si fossero trovati i cittadini di Madrid o Barcellona, non avrebbero saputo trovare lo stesso spirito sarajevese per l’acqua e il cibo, ma sarebbe iniziata solo una battaglia per la sopravvivenza”.

Lo spirito sarajevese è quello che Prelo non ha capito. Lo avrebbe capito se solo avesse almeno letto gli ultimi due numeri del giornale per il quale scriveva. Infatti il 28 agosto ha scritto sul giornale che su un grattacielo in Piazza Kosorica era stata innalzata la bandiera bosniaca. Quello stesso grattacielo, pochi giorni dopo, è stato attaccato.

E dunque è arrivato l’autunno. Ad ottobre per la prima volta abbiamo visto nei mercati la Coca-Cola. Il cinque novembre Bill Clinton è stato eletto presidente degli USA. Lo stesso giorno è morto l’ultimo animale nel nostro zoo sulla Collina dei Pionieri. A novembre per la prima volta si è recitato il musical Hair al teatro Kamerni. A dicembre è finita la trasmissione della serie TV “Venti di guerra”, si è aperto il concorso per la partecipazione al festival musicale Eurovision e il nostro presidente ha affermato che per l’anno nuovo avremmo avuto, al posto di Babbo Natale, Boutros Boutros Ghali.

Buon 1993” ha affermato, aggiungendo “la libertà per noi è l’unica via d’uscita”. Al periodo di grandi spensieratezze è succeduto quello della grande disperazione. Abbiamo capito che per la fine dell’assedio ci volevano solo quattro giorni, quattro giorni da cintura nera. Davvero lunga.

A gennaio ho ordinato lo skate del quale è rimasta solo la base, e i pattini, di cui non è rimasto niente, solo la terribile puzza; ai magazzini degli aiuti umanitari sono arrivati la farina e i pacchetti-pranzo delle armate americane, a Belgrado veniva annunciato il nuovo film di Emir Kusturica e Oslobođenje scriveva di come Radovan Karadžić pianificasse la bomba atomica.

BASIC ISTINCT. Alla base dei giornalisti stranieri, all’Holiday Inn, è stato promosso il nuovo francobollo bosniaco. Peccato che la posta bosniaca è uscita solo ed escusivamente per gli abitanti di quell’hotel, per la Croce Rossa e pochi altri e che i francobolli assolutamente non servissero, non significava nulla. Come non aveva significato la proposta della Rai di presentare Sarajevo ai Nobel per la Pace. Il premio per la resistenza dei cittadini sarajevesi lo ha preso sicuramente il festival artistico “Sarajevska Zima”, annunciato ed eseguito secondo i piani.

A gennaio l’Unione Europea ha lanciato all’aggressore un ultimatum di 15 giorni, dagli impianti ci hanno promesso la fornitura dell’acqua e dell’elettricità, la giuria per la partecipazione al festival Eurosong era sommersa di canzoni da scegliere e Clinton ha proposto di indagare sull’ipotesi che Milošević fosse un criminale. Levy e Cousnher hanno ottenuto il dottorato onorario e il teatro SARTR aveva nel repertorio addirittura tre spettacoli. Fino a quel giorno si erano tenute talmente tante mostre che persino i giornali avevano smesso di contarle.

In quel mese è stato annunciato il primo film d’animazione di guerra di Nedzad Begović e il film documentario di Loncarević e Dzuherić è arrivato a Cannes. Solo un giorno prima che iniziassero gli incontri di Ginevra.

Coi televisori spenti Sarajevo è diventata la città del teatro. Gli spettacoli si recitavano alla luce delle candele e questo non infastidiva nessuno. Soprattutto il pubblico. Al teatro  Kamerni Haris Pasovic ha diretto lo spettacolo Grad (Città, N.d.T.), al Teatro Nazionale Sulejman Kupušović ha messo in scena “Majka” di Ahmed Muradbegovic e tutti abbiamo cantato le strofe “tutti i dolori ci sono in Bosnia stasera, li lascio dolere per dispetto”. Ma il numero di gente diminuiva.

Ivan Solkolov e Vesna Basagić sono diventati i migliori sportivi della Bosnia Erzegovina. Oslobođenje è stato premiato come miglior giornale mondiale dell’anno. Si è tenuto il concerto rock di guerra nel quale hanno suonato Amra Daca e Mr Amir, i Mjesečari, i Teška Industrija e Kike, è stato un gran circo.  A metà febbraio hanno aperto il Primo cinema di guerra, nella Otvorena Scena Obala. I primi film in proiezione sono stati Terminator, ma il biglietto più ricercato è stato quello per Basic Istinct con Sharon Stone protagonista. A tutti è interessata bene o male la stessa cosa: ma si vede davvero quella cosa?

Come pesce d’aprile del 1993  girava la bufala che le latterie sarajevesi vendessero il gelato, quando l’unico latte che avevamo -quello in polvere- si scambiava per legna e sigarette.

A quella data infine, venivamo informati che erano state depositate 22 accuse penali contro individui che raccoglievano la preziosa l’acqua della birreria per l’irrigazione di “rare piante che fanno ridere”.

Vai alla prima parte dell’articolo

BOSNIA: Sarajevo cultura e guerra. Il trionfo della volontà (parte I)

Cosa succede alla vita culturale di un paese in guerra? Nei giorni dell’assedio cittadino i sarajevesi erano costretti a vivere in condizioni minimali, spesso sen’acqua, cibo, elettricità, gas e riscaldamento. In questo periodo durato quattro anni, o 42 mesi, o 162 settimane o 1272 giorni, l’obiettivo degli assedianti di cancellare cultura e tradizioni locali è stato fronteggiato dalla popolazione con quella che può essere definita “resistenza culturale alla distruzione”. Essa è consistita in 3.102 eventi culturali e artistici -con una media di più di due eventi al giorno– , 177 mostre nelle sei gallerie cittadine, 48 concerti della sola filarmonica di Sarajevo, 263 libri pubblicati in pieno assedio, 156 documentari e cortometraggi girati e 182 premiere a teatro, con più di 2000 spettacoli visti da  più di mezzo milione di spettatori.

Nell’articolo a seguire, suddiviso in tre parti, una prima esposizione degli eventi sarajevesi durante l’assedio dei primi anni 90. In questa rassegna, la scelta di presentare traduzioni della pubblicistica bosniaca nasce dall’esigenza di ricordare le voci del passato per ripensare il presente, in altri luoghi e in altre case.

 

“Il trionfo della volontà” di Vedrana Seksan (Tratto da Dani, 4/2008) Traduzioni: Giovanna Larcinese

Anche sotto tortura non riuscirei a ricordare di quale spettacolo si trattasse, ricordo solo di quel sei aprile 1992,  i bigodini in testa e il vestito per il teatro.  Hanno sparato davvero, mia madre ha urlato dal suo letto al settimo piano di un tipico edificio socialista “non non mi muovo da qui!”  ed io ero nella fase dello splendore finale.

[…]Quando col sistema “tu sei volenterosa” mi sono imposta di scrivere di come a Sarajevo si sia verificata una resistenza spirituale contro l’assedio -che significava dover leggere 1460 numeri del quotidiano Oslobođenje più tutte le uscite di altri giornali (per fortuna ne sono usciti pochi)- non avevo idea di come il viaggio tra tutta questa mole di carta, stampe e improvvise perdite nelle pagine in cirillico potesse essere davvero un viaggio nel tempo. E ciò che è peggio, è che è stato un viaggio patetico. Quello in cui finisce il testo con la forma in prima persona “io” che ti riporterà, per sempre, a degli scomodi ricordi.

E iniziava esattamente così: “La generazione del II ginnasio maschile che si è diplomata nel 1957 festeggerà i 35 anni di maturità fra qualche giorno, alla liberazione finale della nostra città”. Questo annuncio sulle notizie locali di Oslobođenje è uscito il 27 giugno del primo anno di guerra. Un mese dopo che una granata è caduta sulla fila del pane in Via Vase Miskina. Giusto un mese dopo l’ultimo volo JAT nell’aeroporto di Sarajevo. Diciassette giorni prima che una granata cadesse a tre metri dalla cassa nella quale era conservata l’Hagada. A una quindicina di giorni dalla notizia che Milošević si sarebbe dimesso. Dieci giorni prima che in un titolo venisse annunciata la fine dell’assedio entro quattro giorni. E quattro anni prima che, se fossero stati ancora vivi e coerenti con le proprie scelte, si sarebbero potuti incontrare i diplomati del II Ginnasio classe 1957.

Il due giugno di quella prima estate di guerra, con il titolo “Al mondo con i Gigli” veniva promosso il nuovo passaporto dei cittadini di Bosnia Erzegovina. Quanto avremmo viaggiato per il mondo con i nuovi passaporti si è visto qualche giorno dopo, quando il neoformatosi Comitato Olimpico di Bosnia (per le Olimpiadi di Barcellona, N.d.T.) ha proceduto ai preparativi. E sono tornati ancor prima di andare. Non glielo hanno permesso le autorità della Repubblica Serba di Bosnia. […]. Il Comitato Olimpico  -almeno così è sembrato- è rimasto a cantare canzoni di guerra.

Per fortuna di  canzoni di guerra ne avevamo in quantità da poter cantare per giorni.

Dal 28 maggio quando era stato creato lo status di lavoratori del teatro, sportivi e cinematografici sono state registrate e promosse dieci nuove canzoni e video che “ingrandivano la nostra battaglia”. Quindi il 14 giugno 1992 veniva promossa la canzone il cui testo era stato dettato telefonicamente dalla Vojvodina dall’amico Ɖorđe Balašević, che diceva che quando tutto sarebbe finito, sarebbe rimasta solo Sarajevo.

Durante i soli primi tre mesi di guerra, a qualsiasi persona sobria in città questa è sembrata una dubbiosa constatazione: oltre alle varie palazzine residenziali hanno distrutto l’edificio delle Poste, la vecchia fabbrica dei Tabacchi, l’Istituto Orientale con i manoscritti raccolti, il palazzo del Museo del XIV secolo… qualsiasi uomo che non fosse stato a Sarajevo. E nel quale la sobrietà di allora, dietro tutte le forniture di bevande truccate, le perdite di genitori e vicini massacrati, era più che discutibile.

ABBIAMO FUMATO TUTTI. Finchè son cadute le granate, (mia zia mi ha infornato subito sul fatto che non fossero neanche troppo pericolose, quanto lo erano le macerie che volavano in seguito alla granata), in città, dove ad un tratto si iniziarono a raccogliere per grandezza le calze di lana, c’erano sempre meno persone e sempre più idee. E’ partita l’iniziativa per salvare il patrimonio storico-culturale. Iniziavano i Giorni della Poesia Sarajevese di Guerra. E’ stata organizzata l’Olimpiade di scacchi ad Alipašino Polje dove hanno partecipato 70 squadre. E’ stata organizzata la prima serata di Cultura Sarajevese di Guerra, dove ha suonato il violoncello Vedran Smajlović e sono state recitate le poesie di Mak Dizdar, Tina Ujević e Branko Miljković dall’attore Miki Trifunov. E’ stato adottato il nuovo simbolo del canale televisivo RTV BiH (Radio televizija Bosne I Hercegovine), il cui schizzo è stato inviato via fax da Zenica dal designer Mile Srdanović.

E che noi a Sarajevo non abbiamo potuto vedere: ci hanno tolto l’elettricità.

Il giorno prima che arrivasse a Sarajevo il primo visitatore dall’estero e il presidente francese dalla dichiarazione “i Sarajevesi sono persone coraggiose” e “nessuno vuole violare i diritti umani”, è stato anche dichiarato che Zvjezdana Bošković ha trovato nel pacchetto di Morava Blu la morte con una scheggia di granata, mentre estraeva una sigaretta. Che il fumo fosse pericoloso alla salute ce ne avevano informato gli appartenenti al Ministero degli Interni,  che hanno rilevato quanto fossero velenose le sigarette sul mercato bosniaco. Venivano avvelenate a Pale, e lasciate vendere a Sarajevo. Di cosa erano avvelenate? Nel tabacco avevano messo l’oppio.

Probabilmente anche Bob Geldof ha fumato una sigaretta di Morava uscendosene con la proposta, qualche giorno dopo che l’UNPROFOR e’ riuscita a liberare l’aeroporto, di organizzare un concerto nello stesso posto dove avrebbero cantato tutte le stelle del rock e pop e si sono venduti tutti i biglietti, i cui proventi sarebbero stati devolti alla ricostruzione di Sarajevo.

Forse avevano fumato anche i calciatori bosniaci che a Skenderija hanno giocato la prima partita di guerra contro i migliori calciatori dell’UNPROFOR, umiliandoli con un 25 a 5. I sospetti si sono ingranditi all’affermazione degli entusiasti del  Ministero della Cultura che,  a 10 giorni dall’incendio della Biblioteca Nazionale, si sono accordati per il suo restauro –come? pagheranno tutto loro- ed hanno affermato di voler iniziare i lavori il prima possibile. O per quanto riguarda la commissione tripartita per il rinnovo dell’impianto olimpico distrutto. Oppure, l’associazione dei lavoratori del cinema che per quell’anno aveva pianificato le riprese di tre film e 15 documentari.

Gente! E’ arrivata l’estate del 1992! Cosa di tutto ciò è già iniziato?

Ma abbiamo proprio fumato tutti!

E soprattutto nelle notizie comparivano titoli come “Oggi, il giorno della scelta” (12 agosto 1992), oppure “Fine dell’assedio fluida come nei piani” (1 settembre 1992), oppure “Fine dell’assedio sicura prima dell’inverno” (13 settembre 1992). Di quante volte Milošević abbia dato le dimissioni, che fosse per ridere o scherzare, è superfluo scriverne. L’elettricità è mancata continuamente, l’acqua si portava già nelle taniche con l’etichetta obbligatoria di nome e cognome, è stato introdotto il cibo in scatola e Vedran Smajlović ha suonato l’Adagio di Albinoni su Via Vase Miskina, proprio nel pomeriggio, quando grazie al suo appello, in diversi punti del mondo, diversi musicisti, ovunque si trovassero, hanno eseguito lo stesso pezzo. 

 

CITTA’: Le rose di Sarajevo e l’asfalto dell’assedio

Fare un viaggio a Sarajevo è fare un viaggio nel tempo. Oggi, vent’anni fa, la città era sprofondata nell’assedio. Vent’anni dopo, la ricostruzione ha riportato la capitale della Bosnia ai suoi fasti. Il palazzo del Parlamento e del Consiglio dei ministri, e le torri gemelle “Momo e Uzeir” di Ivan Štraus del 1986 sono stati rimessi a nuovo. Il restauro della Biblioteca Nazionale (Vijećnica), già distrutta dalle bombe incendiarie, sta per essere completato, così come quello del vicino Ponte Latino dove 99 anni fa venne ucciso Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria (alle celebrazioni del centenario hanno già confermato la loro partecipazione Angela Merkel e François Hollande, mentre non ci sarà papa Francesco). Da cinque anni, la Avaz Twist Tower svetta sopra Marijin Dvor, facendo sembrare il distretto più simile alla Malmö del Turning Torso che ai Balcani.

Ma se dall’alto lo sguardo si sposta invece verso il basso, è l’asfalto a riportare indietro nel tempo. I marciapiedi della città sono stati rifatti per l’ultima volta negli anni ’80, la guerra li ha attraversati e i successivi diciotto anni di pace e ricostruzione non li hanno toccati. Passeggiando tra gli alberi sull’argine della Miljacka, così come nel centro storico e nella Baščaršija ottomana, i piedi camminano sopra l’asfalto dell’assedio, dove le bombe e i colpi di mortaio hanno lasciato il loro segno. Le chiamano “rose di Sarajevo“, e quelle ricoperte di resina rossa sono quelle che si sono portate via la vita di uno o più cittadini sarajevesi. Scrive Jasminko Halilović:

Durante l’assedio eravamo suddivisi tra quelli che hanno con le loro vite hanno piantato le rose, e quelli sopravvissuti che le annaffiavano con le loro lacrime”.

Così, passeggiando per la città, i nostri occhi sono all’altezza della vita e del presente, mentre i nostri piedi camminano sul passato recente e sanguinoso. Il tempo ci attraversa.

@davidedenti

Foto: Becky Tappin, Flickr

Le rose di Sarajevo e l'asfalto dell'assedio

Fare un viaggio a Sarajevo è fare un viaggio nel tempo. Oggi, vent’anni fa, la città era sprofondata nell’assedio. Vent’anni dopo, la ricostruzione ha riportato la capitale della Bosnia ai suoi fasti. Il palazzo del Parlamento e del Consiglio dei ministri, e le torri gemelle “Momo e Uzeir” di Ivan Štraus del 1986 sono stati rimessi a nuovo. Il restauro della Biblioteca Nazionale (Vijećnica), già distrutta dalle bombe incendiarie, sta per essere completato, così come quello del vicino Ponte Latino dove 99 anni fa venne ucciso Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria (alle celebrazioni del centenario hanno già confermato la loro partecipazione Angela Merkel e François Hollande, mentre non ci sarà papa Francesco). Da cinque anni, la Avaz Twist Tower svetta sopra Marijin Dvor, facendo sembrare il distretto più simile alla Malmö del Turning Torso che ai Balcani.

Ma se dall’alto lo sguardo si sposta invece verso il basso, è l’asfalto a riportare indietro nel tempo. I marciapiedi della città sono stati rifatti per l’ultima volta negli anni ’80, la guerra li ha attraversati e i successivi diciotto anni di pace e ricostruzione non li hanno toccati. Passeggiando tra gli alberi sull’argine della Miljacka, così come nel centro storico e nella Baščaršija ottomana, i piedi camminano sopra l’asfalto dell’assedio, dove le bombe e i colpi di mortaio hanno lasciato il loro segno. Le chiamano “rose di Sarajevo“, e quelle ricoperte di resina rossa sono quelle che si sono portate via la vita di uno o più cittadini sarajevesi. Scrive Jasminko Halilović:

Durante l’assedio eravamo suddivisi tra quelli che hanno con le loro vite hanno piantato le rose, e quelli sopravvissuti che le annaffiavano con le loro lacrime”.

Così, passeggiando per la città, i nostri occhi sono all’altezza della vita e del presente, mentre i nostri piedi camminano sul passato recente e sanguinoso. Il tempo ci attraversa.

@davidedenti

Foto: Becky Tappin, Flickr

Jugoschegge e il monito della balcanizzazione

“Jugoschegge, storie di scatti di guerra e di pace” è una raccolta di sette capitoli di altrettante persone volonterose che hanno affrontato la crisi della Jugoslavia negli anni Novanta a modo loro, per esempio attraverso la fotografia o la cooperazione e che in questo libro raccontano il loro cammino in quegli anni difficili ma gravidi di speranze, promesse e dedizione.

Jugoschegge è, sin dal suo incipit, un omaggio pregno di passione alle singole persone che, organizzate dal basso e mosse da una sincera urgenza , si sono fatte carico di imprese che definire eroiche non è un’iperbole. Il libro ci parla di una costellazione di sforzi che ha superato barriere religiose, etniche e burocratiche, azioni talvolta coordinate, altre volte messe in campo alla bell’e meglio, dettate dalla necessità di agire in fretta.

Jugoschegge ci fa respirare un grande entusiasmo e una solidarietà tra popoli raccontata attraverso soluzioni concrete e non fatta di sofismi da salotto. Jugoschege parla di gente che si è sporcata le mani, ha macinato chilometri in macchina, ha sfidato le bombe ma soprattutto di persone dotate di un’ostinazione sana e irremovibile. Uno straordinario humus di capitale umano che è emerso dal sottosuolo con pochi, se non pochissimi, sostegni istituzionali, il quale ha permesso il concretizzarsi di cambiamenti importanti: la nascita di alcune cooperative, le adozioni, gli interventi sanitari, la ricostruzione degli edifici, il trasbordo dei profughi in Italia.

E oltre agli aiuti cosiddetti “umanitari”, è altrettanto importante ricordare anche quei piccoli miracoli narrati dal giornalista e gastronomade Alessandro Gori, friulano e quindi per contiguità territoriale vicino a ciò che accade oggi come allora nei Balcani, quando racconta delle decine di amicizie nate da semplici scambi epistolari, sfidando l’embargo della Serbia e le linee del fronte nemiche che ostacolavano la circolazione delle missive.

In questi vent’anni dall’assedio di Sarajevo giornalisti, scrittori, fotografi e cooperanti assieme alle popolazioni locali hanno messo insieme i pezzi di un mosaico di fatiche che in Italia sono passate troppo spesso in sordina e che soprattutto oggi rischiano di scivolare pericolosamente nell’oblio della memoria collettiva. Ecco perché i curatori di Jugoschegge, Tullio Bugari e Giacomo Scattolini, fotografo ma soprattutto persona di straordinaria sensibilità umana, tipica di chi ha immerso non solo il cervello, ma soprattutto il cuore nella questione jugoslava, hanno dato alle stampe per Infinito Edizioni un documento che sembra più un memoriale che un libro. Complici anche le numerose fotografie del pre- e del post-ricostruzione, Jugoschegge si pone come monito per le pericolose insidie che erompono dall’ “impasto malefico di gerarchie religiose e di nomenclatura politica”, un rischio che non si può continuare a fare finta che non ci riguardi come Italia e come Europa.

Il libro infatti si chiude con un’acuta riflessione del noto giornalista triestino, Paolo Rumiz, su come la balcanizzazione sia un’onda lunga che pervade ormai da lungo corso anche l’Europa e l’Italia. Se non tutto il male viene per nuocere, la lezione che ci ha impartito la crisi della Jugoslavia degli anni Novanta è di opporsi alle forze secessionistiche che rappresentano, mutatis mutandis, la balcanizzazione dell’Italia, dove oggi dobbiamo confrontarci con un meridione sempre più disperato e oppresso dalle autorità malavitose che forse troverà la forza di ribellarsi e rinascere, anche guardando con ammirazione alle recenti rivolte nordafricane.

Chi desidera acquistare il libro può scrivere una e-mail a : [email protected]

Acquistando il libro partecipate attivamente ad un progetto di solidarietà, cioè finanziare gli studi a Bojana, una ragazza di Kakanj, Bosnia.

BOSNIA: Sarajevo, sprofondare nell’assedio (2)

Riproponiamo alcuni passaggi del libro di Margaret Mazzantini, “Venuto al mondo”, vincitore del Premio Campiello 2009. Gemma e Diego sono una scalcagnata coppia italiana – lei redattrice, lui fotografo – conosciutisi a Sarajevo nel 1984 e che nel 1992, ritornati in città, si ritrovano a testimoniare l’inizio dell’assedio. Buona lettura. (seconda parte – qui la prima)

 “Dicono che non durerà, che finirà subito…”

Volevamo andarcene subito, invece passarono i giorni. Gojko era stato in aeroporto. La gente assaltava gli aerei fermi sulla pista di Butmir, gli ultimi voli che lasciavano la città sembravano carri bestiame, persone ammassate nei corridoi, nella toilette.

Restammo in casa davanti al televisore. Il presidente Izetbegović tranquillizzava la popolazione, la guerra in Croazia non si sarebbe spostata in Bosnia. Invitava a uscire tranquillamente nelle strade.

Invece la città era circondata. Su ogni altura cannoni, mortai, obici, kalashnikov, mitra, fucili di precisione.

L’Armija, il glorioso esercito jugoslavo che avrebbe dovuto proteggere la città, in realtà aveva svuotato le caserme. Per mesi, pezzo a pezzo, si erano portati via tutti gli armamenti per piazzarli sui monti intorno. Per difesa, era stato detto. Ormai era troppo tardi per chiedersi come mai le armi di Sarajevo fosse puntate contro Sarajevo.

Gojko continuava a sperare.

“Non durerà… pochi giorni e ne saremo fuori. Abbiamo gli occhi del mondo addosso…”

Accompagnava frotte di giornalisti in giro per la città, a filmare i buchi delle granate, le immagini di quella popolazione civile inerme, disarmata.

“L’importante è far sapere quello che sta succedendo.”

Le kafane erano ancora piene di ragazzi che dicevano la loro, birre, sigarette e voci una sull’altra. Voci libere, certe di essere udite, di scavalcare quei monti per rotolare sui tavoli dell’Europa, forti, incisive.

I ragazzi credevano ancora che il mondo avesse orecchie. Il vecchio Jovan no. Era un ebreo serbo, di Sarajevo. Si toglieva le scarpe quando entrava in casa, come i musulmani, per rispettare la moglie. Non leggeva più i giornali, non ascoltava più i notiziari. Restava ore a guardarsi i piedi chiusi nelle babbucce di lana.

Era maggio. Intanto bruciavano l’Ufficio Postale e la caserma “Maresciallo Tito”.

 Era maggio. Mese di primule e tarassachi fioriti, di piccole rondini sulla riva della Miljacka.

Tutti si illudevano che fosse solo un attacco, nervosismo che sarebbe finito presto. Come un sisma che torna al suo posto.

Intanto gli ufficiali dell’Onu se ne andavano dalla casa di riposo di Sarajevo, si trasferivano a Stojčevac.

Intanto bruciavano l’Ufficio Postale e la caserma Maresciallo Tito.

Intanto si scoprivano cecchini appostati ovunque nella città. Era cominciata la vivisezione quotidiana. Quei mirini sofisticati che inseguivano le persone fino a vedergli il colore degli occhi, il sudore sotto il naso.

Chi erano quelli lassù? I cetnici, gli animali. Gente venuta da fuori o gente sgusciata fuori dalla città? Ragazzi che hanno risalito i monti strisciando per unirsi al demonio, uccidere i loro compagni di corso all’università, i loro amici di sempre…

Velida si metteva le mani sugli occhi, la schiena ancora diritta.

“Non è vero, non può essere vero.”

Eravamo rimasti per far compagnia a quei due vecchi. La sera giocavamo a carte su un piccolo tavolo incappucciato di panno verde. Velida distribuiva grappa di mirtilli e dolcetti impastati con il miele. Sentivamo il suono sordo di quei colpi che si afflosciavano nella notte. Piovevano granate a Dobrinja, a Vjnicko Polje. A Mojmilo… Pensavo ad Aska. (…) Ogni giorno scrutavo la lista dei morti, su Oslobodjenje, con la paura di trovare il suo nome.

La nostra kafana non c’era più. Polverizzata. Centrata in pieno da una granata. Non restava che un buco spettrale, metallo avviluppato, futurista. Per fortuna nessuno dei nostri amici era lì. L’esplosione era avvenuta al mattino presto, a rimetterci era stato solo un povero inserviente albanese che dormiva nel retro.

Caddero anche i vetri delle nostre finestre. Facemmo come tutti gli altri, inchiodammo teli di plastica ai telai. La luce filtrava appena da quei tendaggi opachi. La notte e il buio arrivavano presto. Non c’era più elettricità. Velida e Jovan ormai vivevano solo nella zona più interna della casa… la sera stavano lì, davanti ad una candela, ad aspettare che la fiamma morisse nella cera. Non avevano intenzione di lasciare la loro città. Né di scendere nelle cantine, come ormai facevano in molti.

Ci eravamo abituati alle sirene degli allarmi, ai sibili delle granate. Credevo che non avrei potuto dormire mai più, restavo sveglia, gli occhi sbarrati. (…) Poi imparammo a dormire, a sprofondare nel sonno pur di uscire per qualche ora da quel lager. Il giorno di svegliavamo presto, approfittavamo della luce. Diego usciva e io lo stringevo forte. Adesso tutti si stringevano forte ogni volta che si incontravano, si salutavano come se non dovessero rivedersi.

L’istruttore di ginnastica di Sebina era morto, era morta anche la farmacista. Corpi che rimanevano per un pezzo soli… perché era troppo pericoloso avvicinarsi, lo sniper aspettava sul suo mirino. Venivano trascinati via solo di notte, e di notte venivano sepolti nel vecchio cimitero musulmano. Funerali silenziosi, gente lieve come farfalle notturne. Si sfidava la morte per seppellire la morte.

Imparammo tutto in quei giorni di maggio. Imparammo a riconoscere la gola roca dei kalashnikov, il sibilo delle granate. Il botto del mortaio e poi quel sibilo. Se dopo il botto lo sentivi sulla tua testa attraversare il cielo con il suo fischio, voleva dire che l’avevi scampata. Se non sentivi niente, aveva già fatto il suo arco e forse era in picchiata dalle tue parti. Imparammo che, il giorno dopo un carnevale di esplosioni, in genere la montagna taceva. Imparammo che ad una certa ora gli sniper entravano in pausa pranzo… e che al tramonto la loro mira peggiorava perché erano cotti di rakija.

Imparammo a muoverci. A correre come lepri nelle zone scoperte: le fessure tra i palazzi, gli incroci da cui si vedevano le colline. (…)

Imparammo che le tregue erano finte, duravano poche ore e poi ricominciava la musica. Le strade cambiavano faccia ogni giorno, si sfaldavano e si ricomponevano miseramente. Ora blocchi di cemento, carcasse di tram, teli di plastica tirati tra un palazzo e l’altro tagliavano la visuale agli sniper. La città aveva cominciato ad organizzarsi con armi di fortuna e volontari. Truppe regolari della Difesa territoriale bosniaca combattevano nelle trincee. E truppe di malviventi approfittavano della situazione, saccheggiavano le case dei sarajeviti serbi, professori, piccola borghesia. Era cominciato il commercio della guerra, degli espropri, del mercato nero. Ceffi stravaganti ti assediavano per venderti di tutto, per cambiare valuta. I blindati bianchi delle Nazioni Unite stazionavano inerti come polli intorpiditi dal sole.

Eppure di notte continuava la vita, si sopravviveva nelle cantine e nei locali a colpi di battute amare. La birra c’era ancora, la mitica Sarajevsko pivo, però aveva cambiato sapore, era aspra, strana, come quell’umorismo. C’era la speranza che tutto sarebbe finito prima dell’estate. (…)

Mladjo il pittore adesso ritagliava nel compensato, dalle ante degli armadi, sagome umane, le colorava e poi le lasciava in mezzo alla strada, per sbeffeggiare gli sniper. Avevano tutti voglia di divertirsi, di non darla vinta agli animali dei monti.  (…)

Di notte rasentiamo i muri. Insieme a noi altre ombre umane filano via silenziose come alghe nel mare. Ci muoviamo in un acquario nero. Non c’è luce, solo candele spente. Il buio è totale. La luna è la lanterna di un fantasma. La luce rossa di un proiettile al fosforo ci illumina per qualche secondo, poi cade, come una stella precipitante.

Le vittime di Ulica Vase Miskina

La gente camminava tranquilla, quella mattina, donne con i foulard, uomini con la cravatta. Bisognava mostrare il pugno chiuso con il medio fuori a quelli lassù, al club delle tre dita cetniche. E’ un messaggio per loro, infilatevi nel culo i vostri fucili di precisione. Quei foulard, quei passi ordinati, stavano lì a dire quello. A testimoniare che la vita continuava. La clinica ostetrica era stata colpita, l’edificio di Oslobodjenje era ormai un bersaglio per tiratori sfaccendati. Chi non aveva niente da fare gli sparava un colpo. La città pareva vuota, poi si rianimava, come un pascolo. Sul muro sotto casa era apparsa una scritta:

NON SIAMO MORTI STANOTTE.

La guardavo tutte le mattine dalla finestra, mi chiudeva la gola.

C’era stata buriana il giorno prima, era bruciato lo stadio Zetra, nel villaggio olimpico, si era liquefatto quel cappello di metallo così caro a tutti. I pompieri e i volontari si erano affannati per ore. Ormai la gente sapeva che dopo le grandinate peggiori la montagna taceva per un po’. Era stato ordinato il cessate il fuoco, senza più revoche, erano state messe sanzioni a quelli di Belgrado. Non si poteva non fare la fila. Per l’acqua, per il pane, per le medicine… si rischiava la ghirba a star lì tutti insieme come piccioni, ma quella era una giornata di fiducia, di donne che chiacchieravano sul marciapiede, di ragazzini che scappavano tra le gambe. C’era il sole. Era in via Vase Miskina, dove adesso c’è una delle rose più grandi. Anche la piccola porta c’è ancora, non vendono più il pane ma c’è.

I nomi sono scritti, piccoli, ordinati, accanto alla stella e alla luna musulmane, accanto ad un versetto del Corano.

Erano donne, uomini, bambini che giocavano… E non sapevano che sarebbero stati incisi sul muro, fotografati dai cellulari dei turisti all’infinito. Era la fila per il pane, c’era un buon odore. Era una giornata di fiducia, di lepri che mettono la testa fuori. Era fine maggio, le rondini becchettavano le briciole di chi smozzicava il pane per strada. Qualche fortunato ci fu. Gente più svelta, più tempestiva, che s’era messa in fila presto, prima degli altri, e se n’era appena andata con il suo filone di pane o una di quelle pagnotte senza lievito e senza sale. Ma ci fu anche qualcuno che rimase per caso, che si mise a parlare, a scambiare due battute con un conoscente. Caddero tre granate, due per strada, una al mercato lì davanti. E tutti quelli che c’erano fecero un viaggio, schizzarono. La piazza divenne una scena teatrale, stracci rossi ovunque. Avrebbe fatto il giro del mondo, quello schifo rosso. Quel pane zuppo di sangue.

“Non credevo che un bambino avesse tanto cervello” disse un vecchio uomo aggrappato a un bastone. “Non finiva più di uscire, quel cervello.”

Una donna era seduta sul muretto, non piangeva. Stringeva due figli morti, uno di qui e uno di là, come fiori recisi. (…)

Gojko quel giorno sembrava impazzito, era corso subito lì, urlava ai giornalisti di filmare…

“Così adesso si accorgeranno di noi!”

Raccolse una pagnotta, la spezzò, la mollica era intrisa di sangue rosso come sugo. La offrì ai giornalisti.

“Ecco, tenente e mangiatene tutti, questo è il nostro sangue…”

Poi schizzò via, disperato come Giuda che va ad impiccarsi.

Più tardi la città taceva. Era stata una giornata di fiducia. Erano arrivati quei giovani con le tute mimetiche e i caschi azzurri come il cielo… la gente si era illusa che fossero angeli custodi, che fosse finita. Invece adesso l’ospedale era pieno di carne da ricucire. Anche la montagna taceva. Le televisioni del mondo non facevano che passare quel nastro truculento. E gli animali lassù s’erano rintanati a bere rakija per festeggiare la fama.

Partimmo due giorni dopo. Era tornata la corrente, tutte le lavatrici di Sarajevo si erano messe a funzionare nella notte. Mi sembrò un buon segno. Raggiungemmo Zagabria su un pullman che aveva addirittura l’aria condizionata, era uno di quelli che solitamente portavano i pellegrini a Medjugorje.  Da lì riuscimmo a prendere tranquillamente un aereo. Volevo dire tante cose a Diego, gli dissi: “Un piatto di spaghetti, ci pensi?”.

Diego sorrise.

I suoi occhi erano rossi, bisognava portarlo da un medico, era la prima cosa che contavo di fare. Adesso pensavo che Dio non ci avrebbe mai più lavato gli occhi.

(2- fine)

BOSNIA: Sarajevo, sprofondare nell’assedio (1)

Riproponiamo alcuni passaggi del libro di Margaret Mazzantini, “Venuto al mondo”, vincitore del Premio Campiello 2009. Gemma e Diego sono una scalcagnata coppia italiana – lei redattrice, lui fotografo – conosciutisi a Sarajevo nel 1984 e che nel 1992, ritornati in città, si ritrovano a testimoniare l’inizio dell’assedio. Buona lettura.

C’era stato il referendum per l’indipendenza

C’era stato il referendum per l’indipendenza della Bosnia, le strade erano tappezzate di manifesti nazionalisti. Le madri dei soldati arruolati nell’esercito federale manifestavano con striscioni attaccati al corpo per riavere i loro figli a casa. Adesso arrivavano notizie allarmanti, qualcuno diceva addirittura che già durante la preparazione delle Olimpiadi invernali, mentre si livellavano le piste, si pensava alle trincee per la guerra che sarebbe arrivata…

Gojko diceva che era solo stupido allarmismo.

“La propaganda trova proseliti nelle campagne, è facile convincere un contadino che il tuo vicino è un turco che vuole rubarti la terra e tagliarti la gola… ma qui non ci sono turchi né cetnici, né ustascia. Qui siamo solo sarajeviti…”

Ma Diego conosceva il linguaggio degli stadi. Karadžic era stato lo psicologo del Sarajevo calcio, Arkan era il capo degli ultras della Stella Rossa di Belgrado…

Le guerre cominciano in tempo di pace nelle periferie delle città, mentre voi ve ne state nei vostri circoli culturali a discutere di poesia…”

Interminabili discussioni ci accompagnavano verso casa la sera.

Qualcuno dalle colline spara. Affacciamo la testa da una piccola finestra doppia, che Aska tiene su con la mano perché il gancio è rotto. L’aria è fredda, non riusciamo a capire esattamente da che parte arrivino gli spari.

Aska non sembra preoccupata.

“Succede quasi tutte le notti da un po’ di tempo, sono idioti che si divertono, ragazzi.”

“Perché sparavano, stanotte, sulle colline?”

“I coglioni vogliono far sapere che sono lì.”

Camminiamo un po’ abbracciati sotto quel pulviscolo bianco che si stacca dagli alberi.

“Succederà qualcosa?”

“No, se ne andranno.”

C’erano stati dei disordini e un morto. Il padre di uno sposo ucciso sul sagrato della chiesa ortodossa.

Aska era fuori di sé.

“Sventolava la bandiera con le aquile cetniche nel cuore della Baščaršija!”

“Andrà tutto bene” dissi. Fu una specie di rito.

C’era quella manifestazione fiume contro la guerra… (5 aprile 1992)

C’era quella manifestazione fiume contro la guerra, indetta dalle forze di pace, di cui si parlava da giorni. Sarajevo era gremita di persone, molti erano arrivati da fuori, giovani soprattutto. Il parcheggio accanto alla stazione era invaso di pullman, i manifestanti si aggiravano per la città fin dalle prime luci del giorno, scandendo slogan, mangiando panini, come tifosi in trasferta. Mi svegliarono le urla che dalla strada rimbalzavano nella nostra stanza. Mi affacciai alla finestra e vidi il corteo che passava lì sotto. Più tardi andai da Velida, mangiammo mele cotogne e sorseggiammo caffè, cullate dal tumulto di quell’onda umana che sprigionava un’energia contagiosa.

Uscimmo sul ballatoio e passammo quasi tutto il resto della giornata lì, come due comari, a guardare i manifestanti in basso. Ogni tanto lei riconosceva qualche amico dell’università, sventolava il braccio. Sembrava una qualunque manifestazione di pace nel mondo. Uno sciame tranquillo di studenti, di donne e padri di famiglia con bambini sulle spalle, di minatori in tuta da lavoro. Sui corpi galleggiava un lungo striscione bianco con la scritta MI SMO ZA MIR, noi siamo per la pace.

L’ultima volta che avevo visto una folla simile era stato per l’apertura delle olimpiadi allo stadio Koševo… ripensai al tedoforo con la fiaccola, mentre accendeva il braciere, alle majorette, a quello stupido Vučko, il lupetto portafortuna di Sarajevo ’84… e tutto mi sembrò così lontano. Ora il lupo era un altro, era quello che di notte sparava colpi di avvertimento contro le stelle, come se volesse spegnerle tutte.

 Più tardi, quando il corteo si spostò verso il Parlamento, accompagnai Velida a fare un po’ di spesa. Nel negozio di generi alimentari c’era uno strano deserto. Molti scaffali erano ormai vuoti. Una donna trascinava un carrello pieno di scatolame. Velida scuoteva la piccola testa, il passo altero di certi uccellini pretenziosi.

Cos’ha la gente per acchiappare tutto così… sono diventati matti.”

Le chiesi se voleva fare un po’ di scorte anche lei, magari c’era un problema, una protesta dei fornitori, qualcosa di cui non eravamo stati informati.

Velida invece comprò meno del solito. C’era una forma di formaggio intera, la si poteva prendere. Ma lei si fece tagliare uno spicchio piccolo, giusto per la cena.

“Noi non abbiamo mai fatto le scorte! Non le faremo mai! Se vogliono ridurci a questo si sbagliano!”.

Era ormai l’imbrunire. La gente camminava svelta, rasentando i muri, tutti sembravano avere fretta di tornare a casa. Frange isolate di manifestanti passavano sotto la nostra finestra correndo, come se fossero inseguiti. Mi tornarono in mente i cortei studenteschi del Settantasette, gli slogan, i tafferugli, le fughe improvvise.

Si fece buio di colpo, il sole scivolò dietro i monti e una luna filiforme apparve tra le nuvole fonde e lontane. Si vedeva ancora, ancora per poco. Urla bucavano il buio. Mi misi le scarpe, mi chiusi la giacca. (…) Raggiunsi il viale. I lampioni erano spenti, non feci che pochi metri e un poliziotto mi fermò, provai a dirgli qualcosa… non mi ascoltava, frugava il buio con gli occhi sgranati, alzò un braccio, urlò: “Natrag! Natrag!”, indietro… indietro. Se fossi davvero potuta tornare indietro!

(…) All’alba gli spari. Diversi dagli altri, più vicini, più nervosi. Imparai in quell’istante a distinguere i colpi d’avvertimento, nel cielo, a vuoto, da quelli che finiscono sepolti nella carne, sparati per uccidere.

(…) Non ci affacciammo più alle finestre. Velida e Jovan avevano già vissuto una guerra, io no, eppure per istinto sapevo cosa fare. Accostammo le persiane, serrammo gli scuri.

Restammo tutto il giorno chiusi in casa davanti alla tv, a guardare la gente che intanto era entrata nel Parlamento. La radio trasmetteva sempre la stessa canzone, Sarajevo, amore mio.

In serata arrivò Gojko. Aveva i capelli sollevati come il pelo del gatto, una lente degli occhiali rotta. Era rinchiuso da due giorni nel Parlamento insieme ad una folla disumana, in un clima irreale… di entusiasmo, perché la Comunità europea aveva riconosciuto la Bosnia Erzegovina, e di prostrazione per le minacce di guerra. Il presidente Izetbegović era stato sbeffeggiato, gli uomini dei reparti speciali di polizia avevano ricevuto ovazioni.

Mi raccontò quello che era successo. Dalle finestre di uno degli ultimi piani dell’Holiday Inn, dove c’erano le stanze dei falchi del Partito democratico serbo, qualcuno si era messo a sparare. La gente radunata davanti al palazzo del Parlamento si era buttata a terra, avevano cercato di nascondersi uno sotto l’altro come un gregge spaventato. Molti si erano messi a correre per raggiungere l’altro lato della Miljacka, ma sparavano anche da lì… dal cimitero ebraico, forse… era quello che aveva sentito dire dalle voci per strada. Il quartiere di Grbavica era stato occupato dalle milizie serbe.

Poi la televisione ci portò la notizia, una ragazza era morta, colpita sul ponte Vrbanja mentre tentava di fuggire. (…) Adesso lo speaker della Jutel annunciava che le ragazze morte in realtà erano due. Studentesse che manifestavano per la pace. Giovani gigli.

Gojko si accese una sigaretta, non diede nemmeno un tiro. Si mise le mani sulla faccia e cominciò a singhiozzare forte, senza ritegno. Guardavo quella sigaretta che si consumava tra le dita chiuse e che ad un certo punto cadde, morì in terra. Fu un pianto terribile, sgraziato come quello di una bestia. Con quelle mani incollate al viso sosteneva le macerie di quel futuro tragico che ormai lo aveva raggiunto. Se ci ripenso so che per me quel pianto fu l’inizio della guerra.

Si riprese, il fiume passò e gli lasciò un viso grigio da affogato. Sorrise. Si preoccupò per me, come sempre.

“Andiamo a cercare il fotografo…”

Gojko guidava a fari spenti, con quegli occhiali rotti sul naso. Barricate sorte in una notte dividevano la città. Attraversammo la Miljacka, ma non ci fu possibile raggiungere le ultime case a ridosso del Trebević. Uomini incappucciati sorvegliavano il buio. Il terrore mi paralizzava le gambe, s’infilava nella schiena come un lungo chiodo, una raffica ci colpì, una grandine di bossoli che s’incuneò nella fiancata. Tornammo indietro.

“Chi può avere interesse ad ucciderci?”

 Non ricordo esattamente come fu… non ricordo esattamente il momento. Forse nessuno lo ricorda. Sebina sì, disse che stava guardando i Simpson in tv, quell’allegra famiglia di burloni. La trasmissione si interruppe. Lei corse a cercare sua madre che stava correggendo i compiti dei suoi alunni, in cucina, sul tavolo dove mangiavano.

“Mamma, cosa succede?”

Mirna si tolse gli occhiali e guardò la figlia ferma sulla porta.

“Tranquilla.”

Boati arrivavano dalle montagne. Era la vita che se ne andava per lasciare posto alla follia. Ancora non lo sapevano, si strinsero. C’erano quei compiti da correggere, Mirna li toccava… galleggiavano già lontano, come quelle piccole vite che li avevano scritti, come quel tavolo, come loro due.

Durò poco, i Simpson ripresero a ciacolare con le loro vocine di cartoni animati, di piccoli uomini buffi disegnati.

No, non ricordo esattamente quando il filo della normalità s’interruppe, quando anche i cani fuggirono a nascondersi…

C’erano panni stesi, era primavera, la stagione delle pulizie, delle finestre aperte. Ogni tanto qualche corvo berciava per le vie, nessuno gli dava retta. Era una città pacifica, nessuno si chiedeva più di tanto di che etnia fosse l’altro, il vicino di casa o la moglie. Si volevano bene o si detestavano per simpatia, per odore, come in ogni posto del mondo.

C’era tutta quella gente per strada. C’era quella scritta trascinata da più braccia WIR SIND WALTER, noi siamo Walter… tutta la città stretta in un unico cuore eroico. Guardavano in alto come per uno spettacolo di acrobazie aeree. Controllavano le montagne. Chi s’era nascosto lassù?

Avevano cominciato a sparare addosso alle case. Le prime granate caddero lontane da noi, sentimmo quei boati che ci parvero registrati, come se provenissero dalle grate di plastica della radio.

Velida disse: “Chi può avere interesse ad ucciderci?”

La granata cadde così vicina che sembrò entrarmi nella pancia, squassarmi. Sparavano sulla Baščaršija. Per un po’ restammo morte a guardarci. Il piccolo viso di Velida rattrappito in una fissità ebete, come un volto già defunto.

Le tazzine tremavano, tremavano i libri… i merli si erano nascosti sotto un mucchietto di ovatta. (…)

Dagli scaffali cadde roba. I vetri erano ancora intatti, per il momento. Vibravano come i miei denti. Ad un certo punto mi serrai il mento con la mano, per far tacere quel rumore di tagliola. Raccolsi quello che c’era da raccogliere. Mi chiusi in camera, mi aggrappai a un cuscino. Non riuscivo a far zittire i denti, e avevo quel dolore tremendo al ventre… lo stesso degli aborti. Una mano che afferra e porta via tutto. (1- continua)

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