BOSNIA: Storia dell’assedio di Sarajevo a vent’anni dalla sua fine

La storia dell’assedio più lungo della Storia moderna e contemporanea, nel ventesimo anniversario della sua conclusione, il 29 febbraio 1996.

Sarajevo era un obiettivo importante per i comandanti serbo-bosniaci per creare continuità territoriale fra le città delle valli della Drina e della Sava e la Kninska Krajina (l’autoproclamata repubblica serba in Croazia) e congiungere la Serbia e la Croazia attraverso una cintura di territorio bosniaco che passava dalle suddette valli fino a Banja Luka.

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Il 5 aprile 1992 alcuni militari serbi si prodigarono nella costruzione di barricate sul ponte di Vrbanja: lo stesso giorno una moltitudine di persone manifestò pacificamente in piazza contro il clima di tensione. Nonostante la natura pacifica del corteo morirono due persone che verranno ricordate come le prime vittime dell’assedio, Suada Dilberović e Olga Sučić, colpite da proiettili durante la manifestazione. Nel primo pomeriggio il corteo fu attaccato da alcuni cecchini nelle vicinanze dell’Holiday Inn di Sarajevo, provocando la reazione delle truppe speciali (Berretti Verdi – Želene Beretke) della Lega Patriottica Musulmana, i quali provocarono una sparatoria generale nel tentativo di scovare i franchi tiratori: l’onda di violenza armata si estese a tutta la città, sotto l’occhio inerme dell’Armata. L’esercito non intervenne, occupò l’aeroporto di Butmir per ottenere la copertura aerea nello spazio sopra la città, limitandosi a proclamare il coprifuoco la sera del 6 aprile, cioè lo stesso giorno in cui la Comunità Europea riconobbe la Bosnia-Erzegovina come Stato indipendente.

Già nelle prime due settimane di assedio Sarajevo cambiò radicalmente aspetto, e le due fazioni si trincerarono: i musulmani rimasero nel centro storico e nei quartieri di Dobrinja e Butmir (quartiere in cui passa la pista d’atterraggio dell’aeroporto), mentre i serbi occuparono i quartieri di Ilidža, Novo Sarajevo e Vogošća, fondamentali per la distribuzione di acqua, gas e elettricità. I fronti erano segnati dal fiume di Sarajevo, la Miljacka, e dal viale principale della città, Ulica Zmaja od Bosne (strada del Dragone bosniaco), che sarebbe diventata tristemente famosa come Snajperska Aleja, il viale dei cecchini.

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On January 8 1993 BiH deputy PM Turajlic was returning to town from the airport in a UN armoured personnel carrier on Sniper Alley when Chetniks, knowing he was inside, stopped it at a road block. After a 90-minute standoff a French UNPROFOR soldier, perhaps fearing for his own life, gave in to Chetnik demands to open the APC door. This was in breach of his standing orders. A Chetnik immediately fired eight rounds into Turajlic from an AK47. Here Dulmers pays his respects beside the fresh grave at the little Ali Pasha mosque.La compagine ministeriale del presidente Alija Izetbegović si dimostrò scarsamente organizzata dal punto di vista militare, e questo alimentò i sogni di conquista di croati e serbi. Milošević uscì pulito da questa vicenda, giacché il 4 maggio diede due settimane di tempo a tutti i membri serbi (cioè la maggior parte) dell’esercito jugoslavo presenti in Bosnia-Erzegovina di fare ritorno in patria. Non solo, a Belgrado venivano esautorati alcuni membri della JNA troppo legati alla dottrina militare della stessa (cioè la difesa dell’unità federale) per poter sposare senza remore il progetto dei serbo-bosniaci: il generale della JNA per le operazioni a Sarajevo, Milutin Kukanjac, reo di non essere riuscito a infrangere la resistenza posta in essere da parte di alcuni gruppi musulmani, fu sostituito dal generale Ratko Mladić.

La JNA quindi non esisteva più su territorio bosniaco; Milošević la aveva trasformata completamente nell’esercito dei serbo-bosniaci (Vojska Republike Srpske – VRS), la forza armata ufficiale della repubblica serba di Bosnia-Erzegovina. La natura del conflitto era di fatto mutata, e questo rendeva la Serbia estranea ai fatti: di più, con questa mossa Belgrado ottemperava formalmente alle direttive della Risoluzione 752 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che prevedeva il ritiro di forze esterne dal suolo bosniaco. Milošević si era posto in una situazione di ferro: nei confronti della Serbia non vennero messe in atto azioni concrete, e i militari serbo-bosniaci erano liberi di effettuare azioni militari in Bosnia-Erzegovina all’interno di quella che appariva così come una guerra civile e non una guerra di aggressione.

Nel 1993 la situazione nella città era drammatica: gli approvvigionamenti delle fornitura di luce, gas e acqua erano in mano alle milizie serbe, che potevano disporne a piacimento e ricattare il governo di Sarajevo. A luglio la città viveva una fase di stallo: i soldati serbi, forti di una superiorità militare, avevano tagliato i rifornimenti per ricattare la popolazione della città, mentre quelli musulmani avevano preventivamente distrutto i generatori elettrici di una fabbrica di proiettili a Vogošća, quartiere occupato dalle forze serbe. Il governo bosniaco, se avesse accettato il ricatto, avrebbe condannato la capitale alla distruzione, ma al contempo non poteva più rifornirla dei beni di primaria necessità. Iniziò pertanto il razionamento di beni di prima necessità, tra cui le già citate utenze. Sadako Ogata, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, denunciò presso la comunità internazionale una situazione insostenibile. La quasi totalità degli abitanti era sull’orlo della fame, e rischiava ogni giorno di morire di inedia o di malattie tifoidi, più che a causa di un proiettile, rischio che aumentava enormemente per via delle scarse condizioni igieniche, ben testimoniate dalla presenza di cadaveri nella Miljacka. Sarajevo ancora oggi racconta la vita che gli abitanti conducevano durante l’assedio: su alcuni palazzi crivellati di colpi sono rimasti i segnali di pericolo cecchini, o che avvertivano la presenza di bande armate. Queste ultime, come rilevato da uno studio effettuato nel 2008, sembra avessero realizzato un fiorente mercato nero, giri di droga e prostituzione, con la connivenza e l’aiuto di poliziotti e caschi blu corrotti.

Nel gennaio del 1994, mentre l’esercito bosniaco era impegnato a fronteggiare sia l’esercito serbo-bosniaco, sia l’esercito croato a Mostar, furono compiuti massacri con rinnovato slancio. Ancora oggi risulta difficile individuare le responsabilità di ogni singolo lancio di granate. Il 4 febbraio, per fare un esempio, il giorno successivo la visita alla città di Benazir Bhutto e Tansu Çiller, rispettivamente le premier di Pakistan e Turchia, alcune granate furono fatte esplodere a Dobrinja, un quartiere in cui non a caso avveniva la distribuzione degli aiuti umanitari: morirono dieci persone. Neanche ventiquattro ore dopo, il 5 febbraio, una granata colpì il mercato coperto. L’attacco al Markale causò la morte di 68 persone e ne ferì 197. Gli occhi della comunità internazionale erano puntati su Sarajevo: i soldati serbi declinarono ogni responsabilità, sostenendo che i musulmani avrebbero inscenato un attacco con cadaveri di persone già decedute al solo scopo di impietosire la comunità internazionale. L’indagine balistica svolta dall’UNPROFOR (il nome della missione ONU nei territori dell’ex-Jugoslavia durante la guerra) non fu sufficiente per avere un chiaro responso sulla responsabilità oggettiva dei fatti, e questo sembrò avallare le accuse serbe.

Nel 1995 la guerra aveva preso una direzione ben precisa: tra milizie musulmane e croate, grazie allo sforzo della mediazione statunitense, erano cessate le ostilità, e i rapporti di forza sul campo di battaglia si stavano invertendo. Questo permise agli Stati Uniti di forzare la mano dell’ONU promuovendo uno sforzo militare internazionale effettivo, da effettuare sotto l’egida della NATO, con il nome di operazione Deliberate Force.

Va detto che nonostante gli aerei della NATO avessero costretto i comandanti serbo-bosniaci a mutare il proprio atteggiamento ostruzionista nei confronti del processo diplomatico, Sarajevo continuava a essere bombardata con una potenza di fuoco mai vista prima. Nella capitale bosniaca i contingenti UNPROFOR non si erano mossi per rompere l’accerchiamento dei serbo-bosniaci, in quanto una mossa simile esulava dalle loro competenze di missione. L’esercito musulmano, l’Armija BiH, tentò quindi di farlo in solitaria, cercando di costringere i contingenti serbo-bosniaci a ritirate sistematiche per rallentare l’approvvigionamento e al contempo allargare il perimetro dell’assedio.

La mattina del 28 agosto 1995 a Sarajevo, una delle vie più trafficate del centro, il viale Maresciallo Tito, fu colpita da cinque colpi di mortaio. Quattro di questi esplosero senza causare seri danni, mentre uno centrò la piazza del Markale, per la seconda volta in 19 mesi. Anche questo, come il precedente attacco, fu ampiamente strumentalizzato da più fronti: alcuni credettero fosse opera degli estremisti serbi per minacciare il governo di Sarajevo, ormai convinto ad accettare i negoziati proposti dall’amministrazione Clinton, mentre altri sostennero invece che fosse una vendetta per dei bombardamenti condotti da truppe musulmane il giorno prima. Il silenzio stampa di Mladić e Karadžić diede ragione a tutti coloro i quali erano convinti della responsabilità oggettiva dei serbi nell’attacco. La storiografia sulle vittime è pressoché unanime: i numeri variano tra 39 e 42 morti.

Sarajevo_Siege_Collecting_Firewood_2Va detto che insieme ai blandi bombardamenti della NATO, gli Stati Uniti si stavano muovendo su numerosi fronti diplomatici, e verso la fine dell’estate del 1995 i musulmani dimostrarono che non avrebbero mai cessato i combattimenti se i comandanti serbo-bosniaci non avessero accettato una tregua, se non avessero cessato l’assedio della capitale e se non avessero liberato le strade che collegavano Tuzla, alle enclavi orientali di Žepa, Goražde e Srebrenica.

L’amministrazione statunitense offrì ai serbo-bosniaci la possibilità di spostare la metà degli armamenti pesanti disposti attorno a Sarajevo a 20 km di distanza dalla città, per evitare in cambio che i bombardamenti della NATO riprendessero. In realtà, dal momento che l’opzione di bombardare determinati obiettivi probabilmente non sarebbe stata permessa, questa proposta fu un azzardo, un bluff. Radovan Karadžić e Ratko Mladić, rispettivamente presidente e capo di Stato maggiore della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina accettarono un incontro diplomatico con l’amministrazione Clinton a Belgrado, per discutere della possibilità di cessare l’assedio di Sarajevo, opzione a cui si dichiararono a favore.

Il governo serbo-bosniaco di Pale aveva ottemperato alle richieste dell’ONU di riaprire l’aeroporto di Butmir e le strade “blu” che permettevano l’ingresso a Sarajevo degli aiuti umanitari. Il 15 settembre, il Consiglio di sicurezza premiò questo atteggiamento collaborativo e alleggerì ulteriormente le sanzioni nei confronti della Jugoslavia (allora già ridotta a Serbia e Montenegro).

Il campo di battaglia aveva finito di esprimersi, e la fine della guerra andava suggellata con degli accordi di pace, i quali, discussi a Dayton, in Ohio, avrebbero dovuto dirimere anche la questione dell’assedio di Sarajevo. Alcuni punti rimanevano di difficile risoluzione: in primo luogo lo status che avrebbe dovuto assumere Sarajevo non incontrava il favore delle parti e in particolar modo della delegazione serba, le cui controproposte di divisione della capitale non poterono che cozzare contro un secco “no” delle controparti croata e musulmana.

Sarajevo_GrbavicaUna volta che l’accordo fu siglato dalle parti Karadžić promise verbalmente a Milošević di accettare tutti i suoi punti, ma appena ne ebbe l’occasione sfruttò la sua popolarità per fomentare moti popolari nei quartieri di Vogošća, Ilidža e Grbavica, a forte componente serbo-bosniaca. Il 29 febbraio la polizia bosniaca riuscì a liberare alcuni di questi quartieri dalla presenza di militari, e, soprattutto, a entrare e prendere il controllo a Ilijaš, comune del cantone di Sarajevo attraverso cui passano le arterie stradali che collegano la capitale alla Bosnia-Erzegovina centrale, rendendo Sarajevo, de facto, una città libera dopo 1425 giorni, migliaia di morti e centinaia di migliaia tra feriti e profughi.

Chi è Gianluca Samà

Romano, classe 1988, approda a East Journal nel novembre del 2014. Laureato in Relazioni Internazionali presso l'Università degli studi Roma Tre con una tesi sulle guerre jugoslave. Appassionato di musica, calcio e Balcani.

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