BOSNIA: Sarajevo, cultura e guerra. Gli angeli di Louis Jammes

“Fino al 1994 si erano tenute talmente tante mostre che persino i giornali avevano smesso di contarle”. E’ questa la Sarajevo della giornalista Vedrana Seksan dove  festival, collaborazioni internazionali, arrivo di fotografi stranieri e gallerie artistiche in piena attività ridonavano vita alla città assediata.

A Sarajevo iniziarono a parlare anche i muri, con le affissioni del fotografo francese Luois Jammes dal progetto “gli angeli di Sarajevo”. Le sue foto vennero incollate grazie a stampe serigrafiche a grandezza naturale sui muri degli edifici dilaniati, mostrando immagini di cittadini sarajevesi con le ali, testimoni di anni bui e al contempo portatori di spiritualità. Il fotografo, con all’epoca un curriculum che vantava ritratti ad artisti celebri come Julian Schnabel, Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, Andy Warhol e reportages in Tunisia e a Cernobyl, decise che il suo impegno si sarebbe spostato a Sarajevo.

Cominciando dapprima a fotografare in polaroid i bambini per strada, Jammes regalerà loro le istantanee, trattenendone altre da modificare con la particolare tecnica del grattage. Oggi collaboratore di alcune delle migliori gallerie mondiali e impegnato a raccontare con i suoi scatti le primavere arabe, ci ha concesso un’intervista per raccontarci la sua Sarajevo ed i suoi angeli.

1) Come e perchè ha scelto Sarajevo?

Io non ho scelto Sarajevo. La guerra, il fascismo si sono imposti nel cuore d’Europa; avrebbe potuto essere la Spagna o l’Italia.. era la la Bosnia, un paese fratello. Il popolo europeo ancora una volta è stato preso in ostaggio: l’Europa, e più in particolare la Francia, erano fortemente implicate. Mitterand è atterrato a Sarajevo e successivamente Milosevic è stato ricevuto a Parigi su un tappeto rosso: insopportabile! Se il lavoro di un artista, di un fotografo, è quello di rappresentare il mondo e la sua epoca, io dovevo andarci e partecipare a questa storia, una storia che era anche la mia.

 2) In cosa consisteva il suo progetto a Sarajevo? Che tipo si messaggio voleva lanciare al mondo?

Sarajevo ha avuto l’assedio più lungo dei tempi moderni e la popolazione era completamente tagliata fuori dal resto del mondo. La volontà dei cetnici di disumanizzare la gente ha abolito le gerarchie sociali. Per sopravvivere si passava il tempo a cercare cibo e legna da ardere, ridotti a vite pressochè animali. Le persone avevano un bisogno esistenziale, vitale, di essere riconosciute per quello che erano veramente, quello che erano state prima della guerra: intellettuali, architetti, professori universitari, musicisti, artisti etc… e visto che non potevano uscire dalla città, il rendergli visita era un modo per riaprire la città. Più tardi ho capito che anch’io potevo partecipare alla guerra con le mie immagini. I miei angeli incollati sui muri della città distrutta cambiavano il senso delle rovine. Le rovine erano diventate, con la semplice forza delle immagini, degli oggetti di resistenza.

 3) Quali erano i suoi soggetti preferiti e perchè?

Ho fotografato i passanti per strada, spesso bambini che giocavano per le vie della città. Ho più volte lavorato anche al quartiere gitano “Crni Vrh”. Andavo anche in ospedale regolarmente, per due motivi: aiutavo il primario di traumatologia e chirurgia quando mancava del materiale e fotografavo per lui i pazienti prima e dopo le operazioni (foto che gli ho regalato e che sicuramente non ho mai usato per fini personali). Andavo anche regolarmente all’obitorio dell’ospedale per fotografare le vittime decedute.

 4) Che vita culturale ha trovato a Sarajevo? Ha collaborato con qualcuno?

Obala era un centro culturale e una scuola di teatro. Presto è diventato il punto di incontro di tutte le creazioni artistiche bosniache ma anche di tutti gli artisti stranieri che vi si rincontarvano. Mirsada Punivatra, direttore dell’Obala, mi ha aiutato molto. Dopo la guerra è diventato il direttore del festival di cinema di Sarajevo.

 5) Dove è andato a fare reportages dopo Sarajevo? C’è qualcosa per cui Sarajevo può essere considerata unica?

Dopo Sarajevo ho lavorato in Uganda e Tanzania, sul tema dell’HIV. Certamente Sarajevo è unica grazie alla sua volontà molto ancestrale di far coabitare pacificamente, nel centro dell’Europa, delle comunità cristiane ortodosse, cattoliche, ebraiche o musulmane Ma ciascuna parte era unica.

7) Il suo progetto del momento?

Sto lavorando alle primavere arabe, e più in particolare sull’Egitto, dove provo a passare la metà del mio tempo, ma oggi, dopo il colpo di stato del Maresciallo Al-Sisi, la situazione è diventata molto tesa, difficile e pericolosa per gli stranieri. Il 14 agosto le forze dell’ordine hanno mitragliato brutalmente dai carri sulla folla per ripulire la piazza dal sit-in “El Rabia” dei fratelli musulmani, gruppo il cui presidente eletto Morsi era stato da poco destituito. In quella giornata, il 14 agosto, sono state uccise 500 persone (1000 in tutto il weekend soltanto al Cairo), 3 giornalisti sono stati ammazzati, tutti vittime di spari alla testa provenienti dai cecchini. All’improvviso le forze dell’ordine hanno arrestato tutti. Io sono stato arrestato col mio giovane amico fotografo Shawkan e proprio perchè francese ho avito la possibilità di essere liberato rapidamente. Invece, il mio amico, egiziano, Mahmoud Abou Zied, detto Shawkan (Freedom for Shawkan su fb), dorme ancora sullo stesso pavimento della prigione Tora al Cairo, a più di 15 mesi da quella data.

8) Pensa di tornare in Bosnia prima o poi?

Si sono stato invitato dalla Galleria Duplex 100 m2 di Sarajevo e ho accettato una mostra personale. Anche il direttore artistico del “Program Memory Module” un festival culturale, voleva includermi nel programma di aprile-maggio, anche se non so ancora se le date del Duplex coincideranno con quelle del festival culturale.

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