Alla Sarajevo di Miljenko Jergovic non serve la compassione dell’Occidente

marlboro sarajevo

 

Le Marlboro di Sarajevo

di Miljenko Jergović

traduzione di Ljiljana Avirović

Bottega Errante Edizioni, 2019

pp. 192

Euro 16

 

Il fatto che gente così diversa vivesse nello stesso posto senza sentire la differenza come un peso, col tempo portò anche il piacere e la contentezza, che nella loro superficialità e immediatezza ricordano la sala d’attesa di una stazione coi treni in partenza per il paradiso o per l’inferno.

Il treno dei sarajevesi parte per l’inferno nell’aprile 1992, nell’incredulità dei suoi stessi abitanti e del resto del mondo. Miljenko Jergović all’epoca ha quasi 26 anni. Nato e cresciuto a Sarajevo, laureato in filosofia e sociologia, nel 1994 si trasferisce a Zagabria, dove attualmente vive e lavora. Poeta, narratore, giornalista e sceneggiatore, le sue capacità scrittorie – paragonate ai talenti di Ivo Andrić e Danilo Kiš – vengono consacrate internazionalmente dalla sua prima raccolta di racconti brevi Le Marlboro di Sarajevo. Pubblicata nel 1994, l’opera ha ricevuto numerosi premi ed è stata tradotta in tutte le maggiori lingue del mondo.

Il titolo è intenzionalmente velato d’ironia, a colorire la volontà dell’autore di creare un accostamento ‘inusitato’ col nome della sua città natale, scevro della tragica e leziosa pena a cui l’Occidente l’ha indissolubilmente incatenata. Per giunta, le Marlboro di Sarajevo esistono davvero, sono le sigarette che la Philip Morris ha “adattato ai gusti dei fumatori bosniaci”, prodotte col tabacco della capitale. Una ventata di cosmopolitismo per rendere giustizia a un luogo che il mondo prima dell’assedio ignorava, un volume ancora incisivo e memorabile dopo quasi trent’anni, perché “una cosa diventa preziosa non appena la si racconta bene”.

Pensavo a un miracolo guardando la mia casa e la mia macchina illese dopo quel giorno e quella notte allucinanti. Ma col tempo capii che in realtà nulla era salvo, semplicemente non era ancora giunta l’ora del commiato. Quella sarebbe giunta piano, avrei dovuto sentirla in ogni piega per poi capire che in questa città, oltre alla gente trucidata e scannata, oltre alle case distrutte e all’infanzia dimenticata, non ci resta più niente, salvo, forse, un sacco di carne viva che si nutre del dolore per le piccole cose perdute, e che, dinanzi alle cose grandi della vita, trema, come il motore prima di spegnersi.

Il libro di Jergović è simile a un pacchetto di Marlboro. I suoi bozzetti puliti, fattuali, sono lunghi il tempo di una sigaretta, ma talmente pregni di espressività e significato da rimanere impressi in maniera indelebile nella mente del lettore, macchiata come il filtro dei mozziconi. Lo scrittore bosniaco indirettamente reclama il proprio diritto a una narrazione dall’interno dei drammatici eventi spettacolarizzati dai reporter stranieri arsi dal brivido della guerra.

Attraverso l’impietoso sguardo di una moltitudine di protagonisti trafitti nella loro quotidianità dallo scoppio del conflitto, Jergović intesse di realtà e finzione i suoi racconti-testimonianza. Nessuno dei personaggi prende parte alle ostilità, ognuno ne è a suo modo vittima. Un mosaico di gente comune, sarajevese di nascita o d’adozione, che tenta di portare avanti la propria vita nell’eterogeneo, fragile splendore della città. La lucente multiculturalità del centro nevralgico della Bosnia è offuscata dal turbinio della cenere dei libri su cui un tempo si ergeva, ormai ingoiati dall’indifferenza umana e dal fuoco.

Tutto questo accadeva dopo un sibilo e un boato, esattamente un anno fa. Forse proprio nello stesso giorno in cui tu leggi queste righe. Accarezza dolcemente i tuoi libri, straniero. E ricorda che sono polvere.

Sarajevo è illuminata dal giallo violento degli edifici incendiati, le cui fiamme “si impennano repentine, selvagge e dissolute come i capelli di Farrah Fawcett”. Sarajevo è una composita arnia di cartapesta piena di umili, generose esistenze che cercano di portare in salvo i loro “mille mondi bosniaci“. Sarajevo affonda i piedi nel limaccioso letto giallognolo della Miljačka, è ferita agli occhi dai raggi dorati del sole. Sarajevo è una capitale europea qualunque, tanto quanto Parigi o Londra, una città che come Varsavia, Dresda e Vukovar non esiste più. Tinta dall’oro della sua “birrozza” e del brandy Badel, Sarajevo è un fedele “cagnolino giallo” che ti segue in eterno e ovunque a due passi;

Inutile provare ad accarezzarlo, perché è proprio a quel punto che ti scappa. E torna sempre quando ormai hai ripreso il tuo cammino.

foto: dnevnik.ba

Chi è Giorgia Spadoni

Marchigiana con un debole per le lingue slave, bibliofila e assidua frequentatrice di teatri e cinema. Laureata al Dipartimento di Interpretazione e Traduzione di Forlì, la sua incessante curiosità l'ha portata a vivere in Russia, Croazia e soprattutto Bulgaria, che è riuscita a strapparle un pezzo di cuore. Nel 2018 ha vinto il premio di traduzione "Leonardo Pampuri", indetto dall'Associazione Bulgaria-Italia. Da gennaio 2020 continua a scrutare oltrecortina per East Journal, raccontando frammenti di cultura est-europea, storia e attualità bulgara.

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