BOSNIA: Sarajevo, cultura e guerra. Un appartamento, una classe

L’istruzione nella Sarajevo sotto assedio non si arrestò. Nonostante le difficoltà negli spostamenti per raggiungere scuole e università, la riluttanza dei genitori a mandare i propri figli a scuola -per non esporli al rischio dei cecchini-, la non facile gestione a livello ministeriale dell’istruzione in uno scenario di completa emergenza e il fatto che molte scuole, sia elementari che medie, si trovassero sulla linea del fronte, la popolazione si auto-organizzò in piccoli nuclei di quartiere, per non negare ai ragazzi il diritto all’istruzione e creando classi in appartamenti o cantine sotterranee. Tale fenomeno ebbe molteplici sfaccettature e motivi: i ragazzi dovevano distrarsi dallo scenario e allo stesso tempo non perdere l’opportunità di istruirsi e formarsi; gli insegnanti di contro inseguendo questa missione continuavano a lavorare, seppure con modalità del tutto nuove, distraendosi anch’essi dall’assedio e sentendosi attivi nel processo di continuazione dell’esistenza, della formazione di individui, e in ultima analisi di resistenza alla volontà di annientamento degli assedianti.

Per ragioni di sicurezza la durata dell’anno scolastico fu generalmente accorciata a mediamente cinque mesi, riducendo complessivamente i programmi di circa il 30%. I nuovi programmi, già concordati col ministero, puntavano in misura maggiore rispetto al passato, su lingua e letteratura locale, sulla matematica, sulla fisica e la chimica. S’incoraggiavano i genitori a mandare i  propri bambini a scuola e a organizzare gruppi di lavoro per l’esercizio e i compiti a casa, con l’ausilio di materiali da stampare e consigliando il buon senso per le postazioni militari in città.

In un articolo di Oslobođenje del 1993, dal titolo “Improvvisazione riuscita” la creazione dei nuclei scolastici negli appartamenti venne giudicata come un vero successo: grazie ai nuclei scolastici oltre 6000 studenti delle trenta scuole medie presenti in città furono ripartiti nelle settantacinque postazioni collettive di studio.

Oslobođenje più volte analizzò il fenomeno dell’istruzione in Bosnia nel periodo della guerra, con reportage che descrivevano i desideri dei bambini –la pace, il tornare alla pace – le preferenze sulle materie, la generale comprensione degli insegnanti della non eccellente rendita degli alunni o in alcuni casi il rinato entusiasmo per lo studio proprio nel momento in cui non c’erano altre distrazioni per l’infanzia  come TV, musica o gioco libero in strada.

Anche le università continuarono la propria attività di formazione, grazie al sostegno di atenei esteri e alla caparbietà dei docenti universitari. Le collaborazioni inter-universitarie fiorirono, molti studenti sarajevesi furono ospitati da atenei esteri dando luogo a una sorta di preludio dell’Erasmus. E nei giornali di quel periodo  venivano indetti continuamente bandi di concorso per l’ammissione universitaria e per l’assunzione di docenti ed assistenti universitari, a testimonianza del fatto che l’istruzione doveva andare avanti, anche nelle condizioni più sfavorevoli.

  “A scuola di buona volontà: un appartamento, una classe” di M. F. (Tratto da Oslobođenje, 8 novembre 1992) Traduzioni: Giovanna Larcinese

Sono in 35.  E saranno, forse, anche di più. Amina, Boris, Aida, Acim, in modo disciplinato ascoltano la lezione tra i banchi della scuola improvvisata. L’insegnante Danica Jankač nel periodo di pace ha lavorato nella scuola media di Dobrinja “Dušan Pajić Dašić” e adesso che Dobrinja è ancora più lontana, Danica ha deciso che il suo impegno lavorativo si svolgerà in un appartamento di Alipašino Polje.

Anche i suoi zelanti colleghi vengono a dare lezione. Safer Hrustemović due volte a settimana insegna ai ragazzi delle classi più avanzate la geografia, le scienze naturali, la storia e le scienze sociali.  La chimica la insegna la professoressa Emilija Bandović. Si cercano però insegnanti di matematica e lingue straniere per le classi avanzate di scuola media.

In ognuno dei nostri palazzi residenziali ci sono circa due insegnanti, professori o pedagoghi; tuttavia sino ad ora solo in pochi sono riusciti ad organizzare, come Danica e Safet, una scuola nelle condizioni di guerra.

Nel piccolo appartamento, tra sette alunni della prima elementare, in quattro sono mancini. “Come certo saprete, gli psicologi prevedono per i mancini un futuro brillante o una caduta totale. Ma giudicando dalle abilità di questi bambini, sicuramente si avvererà la prima ipotesi!” afferma Danica.

In che modo agli alunni sarà riconosciuta legalmente questa istruzione non ancora è dato sapersi. “Noi insegnanti lavoriamo a programma ridotto. Ad esempio, l’educazione artistica io la programmo strada facendo, mentre i bambini disegnano gli insiemi matematici. Invece sarebbe fantastico se si potessero comprare o stampare i libri di testo per loro. I più ricercati sono quelli di lingua madre e di matematica” dice l’insegnante.

E in questi difficili tempi di guerra i genitori di ogni bambino hanno il compito di portare i piccoli a lezione e riportarli a casa, per quanto la vicinanza lo renda possibile.

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2 commenti

  1. Come era bella la nostra Sarajevo, dove anche Pertini si trovava come a casa sua! L’ articolo non fa notare della Sarajevo doppiamente accerchiata. Personalmente sono stato a Nedjarici (parte serba con 3 – 4 serbi rimasti). Un ottimo articolo – reportage da amici e’ stato riportato su “Contropiano” che non fa parte dei grandi media… Scrivono tra l’ altro: Se a Sarajevo manca l’ acqua che si trova dalla parte serba, ma la centrale elettrica si trova in quella dei bosgnazzi (gia’ musulmano bosniaci) e la centrale viene bloccata, di chi e’ la colpa se manca l’ acqua? (!)

  2. Caro istriano, non è in questa sede nè mio compito, nè tantomeno mia intenzione parlare di bosgnazzi (come li chiama lei), di colpe e di tattica militare. qui si parla di ASSEDIO CITTADINO E DI RESISTENZA CULTURALE. Non ho citato mai nè serbi nè bosgniacchi nè bosniaci per una precisa intenzione: la guerra l’hanno sofferta tutti i cittadini.
    Quanto dice lei è anche vero e la accontenterò: il giornalista Vehid Gunjic scriveva: “A Sarajevo entrano 13 Megawatt di energia elettrica. Ma se ne entrassero anche di più, comunque una parte di città non potrebbe usufruirne. Qui non si tratta di serbi ma di “cose nostrane”. In particolare, profittatori di guerra e ladri hanno sottratto dell’olio dalla stazione-cabina, che hanno usato al posto della nafta, oppure che hanno venduto a prezzi altissimi. Si conta che in questo modo abbiano rubato più di 110 tonnellate di olio. Ecco perché alcune parti di città sono state a lungo sfornite dell’elettricità, proprio quella che avrebbero potuto avere con un più giusto controllo. [23 agosto 1993]”. Sono inoltre note le scorribande di Caco Celo, la loro connivenza con Izetbegovic, ma da qui a dire che le sofferenze dell’assedio fossero apportate solo dai bosgnacchi sarebbe un azzardo!

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