CINEMA: “Quo vadis, Aida?”, il genocidio di Srebrenica in un film

È il 2006 quando Jasmila Žbanić viene consacrata al pubblico internazionale dal suo primo, toccante lungometraggio Il segreto di Esma (titolo originale Grbavica), Orso d’oro al Festival di Berlino che manca d’un soffio la candidatura agli Oscar come miglior film straniero. Tre pellicole dopo, la regista sarajevese è di nuovo a un passo dalla nomination per la statuetta d’oro con la sua ultima produzione, Quo vadis, Aida? Presentata in anteprima mondiale alla mostra di Venezia lo scorso anno, è la prima opera cinematografica a trattare del genocidio di Srebrenica in maniera diretta.

Una vicenda (parzialmente) fittizia per trasmettere la realtà dei fatti

Luglio 1995. La guerra dilania la Bosnia già da tre anni e mezzo. Aida Selmanagić, insegnante prestata a fare da interprete tra i locali e i caschi blu, riesce a portare in salvo suo marito e i suoi due figli nell’hangar dell’Onu, alle porte del centro abitato. Nonostante le promesse delle forze armate olandesi, infatti, i soldati serbi guidati dal generale Ratko Mladić hanno assaltato la città di Srebrenica, costringendo gli abitanti alla fuga. In migliaia si riversano fuori dal cancello della base militare in cerca della protezione internazionale promessa, invano.

Ispirata alla storia vera dell’interprete Hasan Nuhanović, sopravvissuto al genocidio in cui ha perso i genitori e il fratello, la figura di Aida è inventata. La posizione ambivalente del traduttore si rivela lo stratagemma filmico ideale nonché il punto di forza della pellicola, che permette di creare un vero e proprio ponte tra lo schermo e lo spettatore, tra il passato e il presente di una pagina incontrovertibile i cui strascichi restano tuttora irrisolti e contrastati. L’immedesimazione è inevitabile e immediata, il crescendo di tensione crudele e penetrante.

Spiegare l’11 luglio 1995 in un lungometraggio

In una recente intervista, Jasmila Žbanić ha dichiarato di aver aspettato molto tempo prima di accettare di dirigere il film; la tematica tanto complessa quanto necessaria la fa sperare fino all’ultimo che se ne incarichi qualche altro cineasta. Lunga è stata anche la gestazione della sceneggiatura, che ha visto la regista alle prese con la responsabilità di creare un prodotto privo di imprecisioni e superficialità e al contempo avvicinare i fatti al pubblico internazionale, ancora troppo ignaro della tragedia. In 102 minuti Žbanić riesce a condensare il dramma in un’opera quasi documentaristica, densa ma viva, mai distaccata.

Immune da qualsiasi forma di retorica e propaganda, Quo vadis, Aida? combina la dolorosa potenza della vicenda storica a scelte registiche semplici ma estremamente efficaci, dal montaggio alle inquadrature. Il risultato abbatte ogni barriera geografica, politica e psicologica, in una produzione che travolge soprattutto chi non sa, non era ancora nato o troppo giovane per ricordare. Merito anche degli affermati attori serbi Jasna Đuričić e Boris Isaković, moglie e marito nella realtà, Aida e Ratko Mladić sullo schermo; una prova complessa per entrambi che ha dato vita a due interpretazioni intense e assolutamente riuscite.

Quello di Žbanić è il racconto di una donna intrappolata nel “virile gioco della guerra”, in omaggio alle donne di Srebrenica e ai loro 8.732 figli, padri, mariti, fratelli, cugini, vicini di casa brutalmente uccisi venticinque anni fa. La cineasta ricorda il trauma di quei giorni di luglio, vissuti da diciassettenne, aggiungersi a quello della Sarajevo assediata. Vestirsi bene per uscire, andare a teatro o al cinema nella città prigioniera era il riscatto dei sarajevesi dalla condizione di “vittime”, la dimostrazione “che la barbarie non avrebbe vinto” e che “un film è vita”. La pellicola di Žbanić porta alla luce il passato nella sua concretezza, mostrandolo senza negarlo né distorcerlo, perché le nuove generazioni, affrontandolo, possano continuare a vivere.

foto: viennale.at

Chi è Giorgia Spadoni

Marchigiana con un debole per le lingue slave, bibliofila e assidua frequentatrice di teatri e cinema. Laureata al Dipartimento di Interpretazione e Traduzione di Forlì, la sua incessante curiosità l'ha portata a vivere in Russia (Arcangelo), Croazia (Zagabria) e soprattutto Bulgaria, che è riuscita a strapparle un pezzo di cuore. Nel 2018 ha vinto il premio di traduzione "Leonardo Pampuri", indetto dall'Associazione Bulgaria-Italia. Da gennaio 2020 continua a scrutare oltrecortina per East Journal, raccontando frammenti di cultura est-europea, storia e attualità bulgara.

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