LETTERARIA: Dentro l’assedio di Sarajevo con Puniša Kalezić e Diana Bosnjak Monai

Una sonata a quattro mani, composta a distanza da nonno e nipote, quasi un “manifesto della pace”. Questo è Da Sarajevo con amore. Diario dall’assedio, edito da Besa Editrice lo scorso dicembre (euro 17). Diana Bosnjak Monai ha raccontato al pubblico del festival Pordenonelegge il 20 settembre 2018 della “necessità quasi fisica di pubblicare queste pagine piene di sofferenza che, quasi come davanti a Guernica, rendono difficile rivivere gli eventi narrati”. Il libro raccoglie le pagine del diario del nonno scritte durante l’assedio di Sarajevo tra 1992 e 1995 con chiosa, note e intermezzi della nipote. Ne risulta un libro che è ben più di semplice memorialistica di guerra.

In particolare, due episodi nell’agosto del 1992 spinsero il nonno a scrivere: l’incendio appiccato alla Vijećnica, la biblioteca-sala lettura di Sarajevo, e il rischio corso dalla figlia Vesna (zia di Diana) che si salvò per miracolo da un campo minato. “Prima di questi due avvenimenti mio nonno non voleva mettere su carta ed eternare questo orrore fratricida”, spiega Bosnjak Monai. Il diario termina il 22 novembre 1995, il giorno dopo la firma degli accordi di Dayton, ma soprattutto un giorno significativo per la loro famiglia: era l’anniversario di matrimonio di Danka (madre di Diana) e la vigilia del compleanno di Vesna.

Il nonno non è stato un personaggio qualunque nella realtà jugoslava e post-jugoslava: Puniša Kalezić, nato nel 1912 nell’attuale Montenegro e scomparso nel 2004, si è distinto come slavista, giurista, giornalista a Sarajevo. Dopo il liceo a Cetinje (o Cettigne, la vecchia capitale del Regno montenegrino), studiò a Belgrado. Dai diari che ha sempre redatto, emerge la sua insofferenza per l’ingiustizia vissuta dalla sorella, la quale invece non ebbe la possibilità di andare all’università. Catturato durante la Seconda Guerra Mondiale, venne portato in un campo di concentramento a Norimberga. Da qui fu poi trasferito in Italia e dopo l’8 settembre 1943 cercò di scappare e unirsi ai partigiani in Jugoslavia; ferito nel tentativo, raggiunse comunque il nord della Bosnia e lì, in quella che sarà la sua eterna lotta per l’alfabetizzazione, organizzò il primo liceo partigiano.

Ricostruire il diario, riordinarlo, aggiungere delle note esplicative e chiosarlo non è stato semplice per Diana Bosnjak Monai. Una ottima chiave di lettura e ricostruzione le è però stata offerta dal libro scritto dal nonno sull’esperienza nel campo a Norimberga, U žičanom krugu (In un cerchio spinato), pubblicato a distanza di decenni dall’esperienza, nel 1980: “è necessario depositare la memoria prima di raccontarla”, sostiene Bosnjak Monai, che a sua volta per Da Sarajevo con amore. Diario dall’assedio ha atteso più di vent’anni. Il libro sul campo di concentramento di Norimberga non le ha dato un supporto solo per studiare lo stile e la lingua del nonno, ma anche per ricostruire un certo parallelismo tra le due esperienze tragiche: “ma se nel primo caso il nemico era l’altro, nel secondo si è ritrovato prigioniero a casa propria”, ha affermato Bosnjak Monai.

Nel diario compaiono riflessioni e narrazioni sul quotidiano del nonno Puniša Kalezić, come ad esempio il suo rapporto con i libri, merce di scambio e poi materiale necessario per riscaldarsi durante quei 1395 giorni d’assedio. “Dopo aver venduto praticamente ogni cosa, non gli rimanevano che i libri (tranne quelli di medicina e storia dell’arte, andati a ruba velocemente) – racconta Diana Bosnjak Monai. – Quando giunse l’esigenza di bruciarli era partito con Lenin e il materiale del PCUS (era un convinto comunista); quindi i romanzi, riletti prima di gettarli nel fuoco. Infine, a malincuore, fu la volta di Marx, Engels e di altri filosofi”. Nel libro compaiono poi intermezzi a cura di Diana, ricchi di autoironia, che spezzano elegantemente la narrazione.

È insopportabile il turismo della sofferenza oggi a Sarajevo, dove i turisti comprano perfino le pallottole finte come souvenir”, racconta infine Bosnjak Monai al pubblico di Pordenonelegge. “Sarajevo è una città ricca di storia e cultura, internazionale in senso autentico e proprio questo l’ha resa tanto forte da resistere a un tale assedio”. Della Vijećnica Bosnjak Monai ha un ricordo personale particolare: durante le Olimpiadi del 1984, allora tredicenne, venne scelta come volto dall’Unicef e proprio dalla biblioteca doveva salutare i bambini del mondo; “ma ora non è più una biblioteca, è solo un luogo per turisti ed esposizioni d’arte”.

L’italiano per questo libro è una sorta di lingua franca, che ha liberato la co-autrice dalla scelta della lingua post-jugoslava da adottare. “Non avrei saputo che lingua usare – ha affermato, – l’originale, si intende, è in serbo-croato”.

Chi è Martina Napolitano

Dottoranda in Slavistica presso l'Università di Udine e Trieste, per EaST Journal scrive principalmente di Russia e cura la rubrica Linguae.

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