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MONTENEGRO: I giornalisti in piazza contro le ingerenze politiche

I giornalisti montenegrini stanno facendo sentire la loro voce protestando contro le ingerenze governative nella composizione del consiglio della tv di stato, la RTCG. Sotto accusa è dunque la pressione sui media operata dal governo di Duško Marković, uomo legato al padre-padrone del paese Milo Đukanović, eletto presidente della Repubblica per la seconda volta il 15 aprile di quest’anno.

Le proteste

Giovedì 7 giugno l’Associazione dei giornalisti montenegrini, di concerto con altre associazioni di categoria ed esponenti delle ONG, ha manifestato a Podgorica il proprio disappunto verso le pressioni politiche cui sono soggetti i giornalisti. Fulcro della protesta è il proposto licenziamento della direttrice della tv di stato RTCG, Andrijana Kadija, che era stata nominata dal consiglio direttivo nel 2017, a coronazione di un’esperienza ventennale all’interno dell’emittente di stato. Tali pressioni sono diventate insostenibili nel mese di marzo, momento in cui due membri del consiglio, provenienti dal mondo delle ONG, sono stati rimpiazzati da altri due membri più vicini al partito del presidente Đukanović.

Le associazioni di settore premono su questi avvenimenti per dimostrare la pericolosa e sempre più invasiva influenza del governo nel lavoro dei giornalisti. La RTCG durante i mesi di presidenza di Andrijana Kadija ha dimostrato, nelle parole dell’organizzazione dei media montenegrini, Media Center, di essere equa e bipartisan e di non subire pressioni politiche di alcun tipo. L’organizzazione della protesta è stata attentamente seguita anche dall’ambasciata degli USA a Podgorica, la quale ha diramato una dichiarazione del Dipartimento di stato in cui si legge preoccupazione per la minaccia alla libertà dei giornalisti in Montenegro, che minerebbe il percorso di riforme necessario al paese per l’inclusione nel club Euro-Atlantico. 

Ferma restando una reale influenza del governo nei media, la protesta va considerata tenendo conto di tutti gli elementi. La tv di stato del Montenegro è gestita da un consiglio di nove membri, proposti da associazioni civili e nominati dal parlamento: lo stesso consiglio poi nomina il presidente. Questa procedura non esenta la RTCG da critiche, e anzi viene vista come l’emittente più dipendente dai partiti politici.

l precedenti

Questo è solo l’ultimo episodio che riguarda pressioni e minacce ai danni dei giornalisti montenegrini. E’ del mese scorso l’attacco alla giornalista di Vijesti Olivera Lakić gambizzata appena uscita da casa. La giornalista, che scrive di crimine organizzato, aveva subito un attacco già sei anni fa, ottenendo in seguito la scorta della polizia. L’episodio ha subito ricevuto parole di condanna e preoccupazione da parte del primo ministro Duško Marković, dell’ambasciata americana e della delegazione dell’UE in Montenegro. Appena un mese prima, ad aprile, un’autobomba è esplosa di fronte l’abitazione di Sead Sadiković, giornalista di TV Vijesti. Stando alle dichiarazioni delle autorità, la bomba era strettamente legata ai reportage di Sadikovic su corruzione e criminalità organizzata.

Al 2004 risale invece l’omicidio di un giornalista, Duško Jovanović, un caso ancora irrisolto. Il giornalista di Dan, quotidiano legato al Partito Socialista, venne ucciso con colpi di mitragliatrice all’uscita del suo ufficio. È stato l’unico caso di omicidio di giornalista in Montenegro, e da allora non si è dovuti arrivare a tanto per vedere come la sicurezza dei giornalisti sia messa a rischio. D’altronde la professione non viene inficiata solo dalle minacce alla propria incolumità fisica, reali o percepite che siano, ma anche dalle continue influenze e pressioni da parte di una politica, quella montenegrina, che da quasi tre decenni porta la firma di Milo Đukanović.

 

foto di Srdjan Jankovic – RFE/RL

BOSNIA: Arrestato e subito rilasciato Dudakovic, ex comandante dell’esercito bosniaco

Il 27 aprile è stato arrestato a Bihać Atif Dudaković, ex comandante del 5° corpo d’armata dell’esercito della Repubblica di Bosnia-Erzegovina (ARBiH) durante la guerra. In stato di fermo con l’accusa di crimini di guerra contro la popolazione serbo-bosniaca e bosgnacca durante gli ultimi due anni del conflitto, è stato rilasciato il giorno seguente in attesa del processo.

L’arresto

La SIPA (l’Agenzia di investigazione e protezione dello stato, la polizia di stato della Bosnia-Erzegovina) ha arrestato Dudaković nella mattina di venerdì 27 aprile. Assieme all’ex generale sono state arrestate altre dodici persone (tutti ex militari dell’ARBiH, fra i quali alcuni ex generali) con accuse di crimini di guerra perpetrati nel 1994 e nel 1995.

L’arresto è arrivato dopo 12 anni di indagini in cui sono state raccolte molte prove, tra cui controversi filmati, che hanno permesso di formulare contro di loro accuse pesanti: sono infatti ritenuti responsabili di crimini di guerra nei confronti della popolazione serbo-bosniaca della Krajinacommessi durante l’operazione militare Sana ’95, e di civili bosgnacchi della Provincia autonoma della Bosnia occidentale.
Le prove raccolte incriminerebbero in particolar modo il 64enne ex comandate del 5° corpo d’armata dell’ARBiH, colpevole di aver perpetrato massacri su base etnica nella zona a nord-ovest di Bihać, nella città stessa durante l’assedio e nell’attacco a Velika Kladuša che comportò un’ondata di profughi serbo-bosniaci che nell’estate del 1994 si riversò nella Krajina di Knin.

Le reazioni all’arresto testimoniano come i personaggi del conflitto influenzino il linguaggio politico odierno. Il membro bosgnacco della presidenza della Bosnia-Erzegovina, Bakir Izetbegović ha affermato nuovamente che il suo Partito d’Azione Democratica (SDA) sosterrà sempre la risoluzione dei processi per crimini di guerra, ma auspica anche che tali processi non vengano strumentalizzati politicamente e che non servano a creare obtorto collo un equilibrio etnico artificiale fra gli accusati di crimini di guerra. In sostanza le parti cercano equità nel numero dei processati, e non nei processi stessi: Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina, ha infatti commentato il “tardivo” arresto di Dudaković accusando la magistratura di indagare e condannare un numero sproporzionato di serbo-bosniaci.

Il rilascio

Le dichiarazioni antitetiche dei leader politici all’arresto hanno palesato come la riconciliazione con il passato recente venga continuamente tradotta in una diatriba fra le due entità. Una dialettica di questo tipo, se ripetuta allo sfinimento, cristallizza convinzioni e retoriche contrapposte che vengono continuamente utilizzate e che polarizzano il dialogo politico: Dudaković diventa un eroe o un criminale in base alla narrazione che se ne fa.

Il giorno seguente l’arresto Dudaković è stato rilasciato in regime di libertà parziale (non gli è permesso lasciare il paese, parlare in pubblico e avere rapporti con altri attori coinvolti nell’indagine): la Corte della Bosnia-Erzegovina ha respinto la richiesta dell’Ufficio del procuratore di disporre di un mese di custodia per gli arrestati.

Dodik ha reagito al rilascio attaccando la magistratura, accusandola di essere in ostaggio di élite politiche e religiose bosgnacche. Una posizione che rinforza la presa di Dodik sull’elettorato serbo-bosniaco, giacché da parte bosgnacca centinaia di persone si sono riversate nelle strade in difesa di Dudaković. Uno stato di diritto forte deve però passare sopra le strumentalizzazioni politiche su temi delicati come questo: il processo è un’arma per stabilire questo potere, e non un assist che permette alle forze politiche di perpetrare una dialettica trita e ritrita che non giova al paese.

MONTENEGRO: Milo Đukanović vince le elezioni presidenziali

Milo Đukanović ha vinto le elezioni presidenziali in Montenegro tenutesi domenica 15 aprile 2018. L’affluenza alle urne è stata del 64%, un dato simile alle presidenziali del 2013. Đukanović ha vinto con il 53,8% di preferenze. Mladen Bojanić, principale avversario del neo-eletto presidente, apartitico ma supportato dalle coalizioni d’opposizione del Fronte Democratico, Montenegro democratico e dal partito di centro-sinistra Azione di riforma unita , ha raccolto il 33,5% di voti. L’unica donna fra i candidati, Draginja Vuksanović, del Partito Socialdemocratico del Montenegro ha ottenuto l’8,3%.

I candidati

Il sempiterno padre padrone Milo Đukanović è stato già presidente della piccola repubblica balcanica dal 1998 al 2002, e ha inoltre ricoperto l’incarico di premier sei volte. Nel 2016, dopo le elezioni parlamentari che videro uscire vittorioso il suo il  suo Partito Democratico dei Socialisti del Montenegro, si ritirò dalla formazione del governo, cedendo l’incarico al suo braccio destro Duško Marković. Il fatto che fosse il terzo “ritiro” di Đukanović non ne escludeva il ritorno, e difatti si è presentato a queste elezioni da gran favorito. Đukanović ha ricevuto l‘endorsement del premier albanese Edi Rama e del primo ministro kosovaro Ramush Haradinaj, permettendo al montenegrino di allargare ulteriormente la propria base alle minoranze.

Il maggior sfidante di Đukanović è stato Mladen Bojanić, il quale ha ottenuto l’appoggio di gran parte dei partiti d’opposizione. A differenza di Đukanović, è stato uno strenuo oppositore dell’adesione del Montenegro alla Nato, avvenuta lo scorso anno tra le proteste.
La terza candidata è stata la social democratica Draginja Vukasnović, che ha ottenuto qualcosina in più rispetto a quanto prospettato nei sondaggi precedenti le elezioni.
Completano la lista alcuni candidati minori. Marko Milačić di Vero Montenegro, il candidato del Partito della giustizia e della riappacificazione Hazbija Kalac, il candidato del gruppo Azione civica Vasilije Miličković e il rappresentante della Coalizione serba  Dobrilo Dedeić.

Il vincitore

La campagna elettorale aveva già definito il probabile ordine d’arrivo dei candidati. Il Montenegro è ancora chiuso in una dialettica politica dicotomica: dove esiste un Đukanović filo-occidentale, sostenuto da un partito che ha permesso l’adesione del Montenegro alla Nato, a cui si oppone un Bojanić contrario a questo stretto legame. Il candidato apartitico Bojanić difatti è stato sostenuto principalmente dal Fronte Democratico che più di tutti si oppose alla ratifica di Podgorica alla Nato.

Draginja Vuksanovic ha probabilmente disperso molti dei voti del principale sfidante di Dukanovic: sebbene sostenuta dal partito socialdemocratico, uno dei principali alleati del partito di governo governo nel percorso atlantico, ha rappresentato un approdo sicuro per gli elettori che si rifiutano di scegliere in un contesto politico caratterizzato unicamente fra “noi” e  “loro”, fra l’Europa e la Russia. Ovviamente questa contrapposizione viene anche rilanciata dai candidati minori, con Marko Milacić che definisce Đukanović come il candidato della Nato, o ancora Dobrilo Dedeić che dichiara di voler annullare l’adesione alla Nato.

Questa contrapposizione influenza e alimenta continuamente il dibattito politico in Montenegro. Infatti, queste elezioni dimostrano che, nonostante il Montenegro si sia pronunciato univocamente sulla strada da prendere (quella che lega il paese all’Occidente), il continuo bilico fra l’orbita europea e quella russa è un disequilibrio non reale ma reso percepito dalle forze politiche.

CONFINI: La permeabilità selettiva fra Norvegia e Russia

Schermata 2018-02-13 alle 16.20.44Il confine tra Norvegia e Russia è lungo 196 km e divide la municipalità di Sør-Varanger (contea del Finnmark), il cui centro è la città di Kirkenes, e il Pečengskij rajon (Oblast’ di Murmansk) il cui capoluogo è la città di Nikel’. Il confine prosegue in mare per 23,2 km: partendo dal Varangerfjord divide le Zone economiche esclusive di Norvegia e Russia nel Mare di Barents e nell’Oceano Artico.

Un confine fluido

Nel XIV secolo il Regno di Norvegia e la Terra di Novgorod si accordarono sull’uso comune di quelle terre, senza in effetti definire confini formali, cioè disegnati su mappa. L’accordo fra russi e norvegesi nasceva principalmente per motivi fiscali, e decretava le imposte e le gabelle sul pescato delle popolazioni sami tra l’odierno Finnmark e la penisola di Kola. Questo comportò un incontro dinamico nel tempo e nello spazio fra le varie popolazioni, sebbene non fossero mai sorti avamposti permanenti nelle zone di rispettiva influenza (fatto salvo piccoli esempi come la chiesa ortodossa a Neiden, in Norvegia). Il confine venne formalmente deciso nel 1826 e rimase invariato per quasi un secolo, dal momento che la Finlandia, in seguito all’Ottobre, dichiarò la propria indipendenza dalla Russia e ottenne anche, nelle trattative di pace seguenti la Prima guerra mondiale, l’area del Petsamo e con essa l’accesso al Mare di Barents. Nel 1947 quest’area, e altre appartenenti alla Finlandia, vennero cedute all’Unione Sovietica dopo gli accordi di Parigi, e i confini tornarono quelli del 1826 (con l’aggiunta di alcune piccole modifiche).

Dalla Guerra fredda alla crisi dei migranti

Negli anni della Guerra fredda il confine che corre tra il Finnmark e l’Oblast’ di Murmansk non è stato protagonista di grandi vicende umane e di grandi intrecci fra culture. Il confine era preso in grande considerazione dalla NATO, ed era strettamente controllato dall’esercito norvegese da un lato, e dalle truppe frontaliere sovietiche dall’altro. Questo fu sicuramente un tratto distintivo, la presenza di truppe di diversi Paesi, che caratterizzava un territorio che storicamente aveva vissuto una fusione omogenea di più popoli e di più nazioni. Anche visivamente tale omogeneità è ancora presente: trovarsi di fronte i 196 km che dividono Norvegia e Russia equivale a guardare le stesse palette di grigi della scala Pantone. Gli stessi colori che hanno subito uno sviluppo simile: Kirkenes con le sue miniere di ferro e Nikel’ con l’industria da cui prende il nome.

Con il crollo dell’URSS sono moltiplicati i passaggi dall’Oblast’ di Murmansk (700.000 abitanti) alla contea del Finnmark (70.000 abitanti). Da un reportage del Calvert Journal si evince che le motivazioni dietro queste storie di transfrontalieri sono puramente economiche, legate al commercio ittico, fortemente facilitato nell’area norvegese. Anche adesso, a Kirkenes, un abitante su dieci è russo. Può capitare di entrare in un negozio e sentire l’esercente passare dal russo al norvegese mentre parla con diversi clienti. Anche i cartelli stradali, così come quelli del confine, sono scritti in entrambe le lingue in questa cittadina di 3.500 abitanti. Un confine nuovamente liquido che non distingue la nazionalità, o forse sì.

Negli anni è stato valicato da numerosi migranti, in prevalenza siriani (ma anche iraniani e magrebini) che hanno tentato la tratta meno battuta, scarsamente equipaggiati per affrontare le temperature proibitive che si trovano al di sopra del circolo polare artico. Il fenomeno fece scalpore per il fatto che la Russia non permette il passaggio pedonale al confine, e allo stesso modo le autorità frontaliere in Norvegia proibiscono il passaggio in auto nei pressi del confine (una misura atta a evitare che i migranti possano usufruire di un passaggio); i migranti che hanno scelto questa rotta si sono quindi visti costretti ad attraversare il confine in bicicletta. Ovviamente questo ha fatto nascere un fiorente commercio di biciclette per attraversare il confine (i mezzi vengono poi abbandonati una volta in Norvegia).

Le autorità norvegesi sull’immigrazione permettono un ingresso abbastanza agevole nel paese, anche per i migranti sprovvisti di documenti di identità, i quali sono però obbligati a fare richiesta d’asilo per rimanere nel paese dei fiordi. La Norvegia da parte sua, considerando la Russia, dalla quale son transitati i migranti (e che ha permesso anche molto facilmente questi passaggi), un paese sicuro, con l’aumento degli ingressi ha iniziato a organizzare trasporti via bus per riportarli in Russia, a dimostrazione ulteriore che i confini non distinguono le varie nazionalità, ma sono gli uomini a farlo.

CALCIO: La UEFA ha escluso lo Skenderbeu dalle coppe europee per dieci anni

ll 7 febbraio 2018 la Commissione disciplinare, etica e di controllo della Uefa ha richiesto l’esclusione, per dieci anni, dalle coppe europee, della squadra albanese KS Skenderbeu. L’accusa di combine, si legge nella nota resa pubblica solo il 16 febbraio, è stata formulata sulla base dei dati elaborati dal Sistema di rilevamento frodi sportive dell’UEFA, che ha segnalato almeno 50 incontri truccati dai giocatori della squadra albanese, tra cui alcuni europei contro Dinamo Zagabria, Sporting Lisbona e Lokomotiv Mosca.

I precedenti

Una pena di dieci anni di esclusione dalle coppe europee, a cui si aggiunge una multa di un milione e mezzo di euro, è la più grave mai richiesta da un organo di controllo della Uefa. La squadra di Coriza ha dominato la Kategoria Superiore (massimo campionato di calcio del paese) nell’ultima decade, vincendo tutti i campionati dalla stagione 2010/2011 alla stagione 2015/2016. Quest’ultimo titolo è stato revocato a luglio dello scorso anno dalla federcalcio albanese per le stesse accuse rivolte dall’organismo europeo. La sua partecipazione all’Europa League non è stata messa in discussione, ma il pugno di ferro della federazione di appartenenza ha trovato il plauso della Uefa, il cui Tribunale dell’arbitrato dello sport, nel 6 luglio del 2016, aveva confermato l’esclusione della squadra dalla massima competizione continentale, la Champions League, per via di un anomalo flusso di scommesse.
Le indagini sulle scommesse erano partite già dalla giustizia ordinaria e non da quella sportiva. Nel 2015, dello Skenderbeu se ne occupò l’Eurorpol, all’interno di un’indagine più vasta a livello mondiale, iniziata già anni prima, che scoprì l’esistenza di una rete criminale sovranazionale che si occupava di scommesse truccate, sfruttando a proprio vantaggio l’enorme mercato aperto dalle scommesse online.

Il ricorso e le minacce

La società albanese ha presentato un ricorso che verrà esaminato dalla Commissione d’appello. La conferma potrebbe escludere lo Skenderbeu dalle coppe, e dai guadagni ad esse annessi, fino al 2028. Questa possibilità ha provocato la reazione di criminali con interessi enormi nel match-fixing: gli ispettori disciplinari che lavorano al caso della squadra albanese hanno ricevuto minacce di morte, per le quali sono state avvisate le autorità giudiziarie. Il presidente dell’UEFA Aleksander Čeferin, in una nota sul sito, ha dichiarato: “Non consentiremo mai al personale UEFA che lavora in questo o altri campi di ricevere minacce o intimidazioni da parte di terzi. Tutti i dipendenti hanno il totale sostegno dell’organizzazione e il mio sostegno personale”

STORIA: Quando Laika fu lanciata nello spazio

Il 3 novembre 1957 alle 2:30 di notte, dalla base di lancio di Baykonur in Kazakhstan, fu mandato in orbita il secondo satellite artificiale della storia, lo Sputnik 2, con a bordo il primo essere vivente della storia a effettuare un volo orbitale: la cagnetta Laika.

Il programma spaziale sovietico

La corsa alla conquista dello spazio da parte delle due superpotenze nasceva dalla competizione militare. Non è un caso se il primo satellite artificiale mandato in orbita, lo Sputnik 1, fu fu supportato da una versione modificata dell’R-7, vale a dire il primo missile balistico intercontinentale della storia. Gli stessi progettisti di questo missile, Sergej Korolev e Dimitri Ustinov, diressero i lavori che portarono il progetto Sputnik, inscritto nel piano quinquennale, a effettuare quel “balzo in avanti” fortemente voluto dall’allora primo segretario del Partito comunista dell’Urss, Nikita Chruscev.

In buona sostanza si può asserire, riassumendo all’osso, che i programmi spaziali delle due superpotenze fossero tasselli della dicotomia che ha caratterizzato gli anni della Guerra Fredda. Sia Usa che Urss non avevano esperienza sugli effetti della non gravità sugli organismi viventi (i primi cani lanciati con sonde compirono voli suborbitali), ma non per questo i cani, tra cui Laika, furono sottoposti a addestramenti propedeutici alla spedizione.

Il destino di Laika era segnato già da prima del lancio: la sonda Sputnik 2 non era attrezzata di scudo termico per il rientro sulla Terra, e anzi rientrò nell’atmosfera il 14 aprile 1958, dopo 2570 giri attorno al nostro pianeta, disintegrandosi nell’impatto con la nostra atmosfera. Il governo sovietico dichiarò che la cagnetta sopravvisse almeno 4 giorni, ma è molto più probabile che l’assenza di stimoli da parte degli elettrodi già dopo sette ore dal lancio preludessero a una morte dell’animale. Laika aprì la pista ad altri lanci di cani nello spazio: il 20 agosto del 1960 Belka e Strelka andarono in orbita a bordo dello Sputnik 5, e fortunatamente per loro, furono i primi esseri viventi a tornare indietro vivi.

L’eco della missione

L’Occidente fu sconvolto dai progressi tecnologici sovietici: a solo un mese di distanza dal lancio dello Sputnik 1, l’Urss vinceva la corsa allo spazio, e questo costrinse gli Usa ad accelerare la ricerca e lo sviluppo del proprio programma spaziale: il Vanguard. Grande plauso al comunismo da parte dei Partiti Comunisti occidentali (italiano e francese in primis; numerosi articoli entusiastici furono pubblicati su L’Unità). In poche voci si levarono in protesta presso le ambasciate sovietiche in giro per il mondo, notificando l’inutilità della morte di Laika (in effetti alcuni personaggi legati alla missione anni dopo ammisero la povertà prettamente scientifica della missione, giacché furono pochi i dati raccolti su Laika).

L’influenza nella cultura popolare fu ampissima, e molti musicisti dedicarono canzoni alla missione della cagnetta spaziale. Nell’immediato Laika divenne un simbolo del comunismo, e della supremazia scientifica sovietica (addirittura si esaltò la provenienza “bastarda” dell’animale quasi a voler fare il paragone proletariato-borghesia nel mondo cinofilo). Non solo, Laika diventava un riferimento di cultura pop, e lo stesso Gianni Rodari ne parlò sulle pagine de L’Unità. Lo stesso Rodari, scrivono Marco e Stefano Pivato nel loro “I comunisti sulla Luna”, era un fervente entusiasta della missione, sostenendo la portata storico-culturale impersonata da quella bastardina spaziale, tale che, scrivono i Pivato, “Laika oscura in tal modo anche la popolarità di Rin Tin Tin: come a dire che il mito sovietico oscura quello americano”*

Stefano Pivato, Marco Pivato, I comunisti sulla Luna, Bologna, Il Mulino, 2017, p. 34

SERBIA: I lavoratori della Fiat sono in sciopero

I lavoratori degli impianti della Fiat di Kragujevac, città della Serbia centrale, sono in sciopero da più di due settimane. Tra le loro richieste vi è un aumento del salario minimo e una diversificazione degli orari di lavoro, giacché hanno risentito dei tagli alla produzione e al personale decisi nel 2016. Per sbloccare la situazione, il 14 luglio Alfredo Altavilla, direttore operativo dell’FCA Group, è atteso a Kragujevac per i negoziati con i rappresentanti dei lavoratori.

Le proteste

Le proteste dei lavoratori dell’impianto noto per la produzione della Fiat 500L sono iniziate nell’ultima settimana di giugno e non si sono mai interrotte. Anzi, i primi giorni di luglio il rappresentante dei comitato di sciopero Zoran Markovic ha annunciato una radicalizzazione delle proteste. I lavoratori sono disponibili a essere presenti in fabbrica, ma non a riprendere la produzione. Richiedono l’aumento della base lorda salariale a 50.000 dinari (circa 416 euro), una turnazione diversa che possa migliorare gli orari di lavoro degli operai impiegati su più turni, bonus di produzione e indennità di trasporto. La gestione dell’impianto ha risposto a tali dichiarazioni asserendo che non è possibile accettare una recrudescenza delle modalità dello sciopero.

Il primo ministro serbo Ana Brnabic ha dichiarato, come riportato dall’agenzia di stampa Tanjug, che a causa di questi scioperi ci rimettono tutte le parti in causa: in primis la Serbia che detiene il 33% delle quote dell’impianto di Kragujevac, in secondo luogo la Fiat, che perde output di produzione e infine i lavoratori stessi, che scioperando non ottengono giorni di stipendio. Di più la Brnabic ha denunciato il rischio che le proteste possano allontanare ulteriori investitori esteri, spaventati dall’immagine di lavoratori non disposti a onorare il contratto di lavoro. La premier ha quindi invitato gli operai ad interrompere lo sciopero, proponendosi come mediatore tra i lavoratori e la dirigenza. La mediazione tra le parti è infatti una prassi prevista per legge in caso di scioperi.

La Fiat in Serbia

Gli accordi tra Fiat e governo serbo sono protetti dal segreto di Stato, ma in base ai bilanci e ai paragoni tra le varie annate si può capire l’indotto che genera la produzione di Kragujevac. Nel 2016 lo Stato serbo ha versato alla Fiat 3,8 miliardi di dinari (quasi 30 milioni di euro), mentre il Lingotto ha potuto beneficiare di agevolazioni per il pagamento dell’Iva. Va aggiunto che la Fiat in Serbia è dispensata dal versamento dei contributi per i lavoratori per dieci anni, e gode dell’esenzione delle imposte locali e sulle tasse di realizzazione del piano urbano per il complesso industriale. Gode inoltre di tassi agevolati sui prestiti della Banca Europea per gli investimenti e di uno sconto sulle forniture energetiche: in sostanza la Fiat in Serbia sembra godere, bilanci annuali alla mano, di agevolazioni tipiche di un’azienda che deve svilupparsi da zero, nonostante la produzione di auto a marchio Fiat avvenga dal 2008.

Nel 2016 lo stabilimento serbo subì un ridimensionamento in termini di organico, e furono licenziati 882 dipendenti. Questo dramma umano fu causato da un enorme calo di produzione che interessò l’impianto: va aggiunto però che il calo delle esportazioni di autovetture a benzina è stata in parte sostituito dall’aumento delle esportazioni di altri prodotti che escono dalla fabbrica. L’economista Dragan Milicevic sostiene che il modello di business di Kragujevac ha esaurito il suo corso, e la Fiat Srbija si regge in buona parte sugli aiuti di Stato e nel risparmio che hanno nel pagare i 2.400 dipendenti rimasti con salari minimi.

I portavoce dei lavoratori esortano la premier Brnabic a rendere pubblico l’accordo di Belgrado con il Lingotto, per dimostrare che la Fiat in Serbia ha ottenuto enormi benefit, e che la responsabilità dei problemi che conseguono lo sciopero non può essere addossata alla forza lavoro, in quanto retribuita meno della media nazionale.

MONTENEGRO: Ai ferri corti con Mosca?

I rapporti fra Mosca e Podgorica sono logori da tempo. L’anno scorso le istituzioni montenegrine hanno accusato la Russia di aver tentato un colpo di Stato in Montenegro. La vicenda causò sdegno e rimproveri da parte delle autorità statunitensi e inglesi: la stessa Theresa May invitò i Paesi europei a resistere con maggior vigore a quella che fu definita un’aggressione russa nella regione in contrasto alla decisione del piccolo Stato balcanico di aderire alla NATO.

Le tensioni tra i due paesi sono tornate ad aumentare nelle ultime settimane. A fine maggio Mosca ha espulso Miodrag Vuković, un parlamentare montenegrino, membro del Partito Democratico dei Socialisti (DPS) attualmente al governo, in quanto persona non grata, senza fornire debite motivazioni. Questa notizia è stata notificata dalla polizia giudiziaria una volta che il deputato era atterrato a Mosca da Minsk per una visita. Le istituzioni russe hanno smentito ovviamente ogni coinvolgimento con la vicenda, ma alcuni giorni dopo è stato negato l’accesso nel paese al premier Duško Marković, all’ex premier Milo Đukanović e al presidente del parlamento Ivan Brajović. Tutto questo è avvenuto a stretto giro con l’ingresso formale del Montenegro nella Nato: questo non implica la certezza di un rapporto causa-effetto netto, ma lascia forti sospetti su una ritorsione da parte di Mosca nei riguardi della vicenda.

Nella cerimonia d’ingresso nella Nato tenutasi a Washington lo scorso 5 giugno Marković, con delegazione a seguito, è stato accolto dal vice presidente degli Stati Uniti Mike Pence. In seguito a questa formalità che ha sancito ufficialmente l’ingresso del Montenegro nella Nato, l’agenzia di stampa di Stato russa, la TASS, ha diramato le considerazioni del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov sulla vicenda: questi avrebbe affermato sibillinamente che in politica, così come in fisica, a ogni azione corrisponde una reazione.

Questo potrebbe implicare delle nuove reazioni e ritorsioni sull’economia montenegrina. L’ipotesi resta tale dal momento che Mosca si dichiara estranea alle varie tensioni con Podgorica, sebbene apertamente non apprezza e dichiara di non vedere di buon occhio la politica atlantica del piccolo paese dei Balcani. Questo dubbio di ritorsioni economiche è abbastanza logico dal momento che già alcuni mesi fa Mosca ha bloccato le importazioni di vino montenegrino, causando un danno economico rilevante. Tutto lascia pensare che Mosca possa reagire all’ingresso del Montenegro nella Nato colpendo anche l’economia del turismo, il quale si basa enormemente sull’impatto dei visitatori russi. Ritorsioni in questo settore avrebbero un forte peso sull’economia di Podgorica, alimentando ulteriormente la spirale di tensione tra i due paesi.

KOSOVO: La coalizione dell’ex generale Haradinaj vince le elezioni

Dalle sette di mattina dell’11 giugno si sono tenute le elezioni per l’Assemblea del Kosovo, sotto la stretta sorveglianza di numerose Ong e osservatori internazionali, che hanno visto la vittoria della coalizione guidata dall’ex generale dell’UCK Ramush Haradinaj. L’affluenza è stata di poco superiore al 41%, e le elezioni si sono svolte senza particolari problemi.

La Commissione Elettorale Centrale ha reso pubblici i risultati. Dopo il conteggio del 91% dei voti, la cosiddetta “coalizione di guerraPAN (Partito democratico del Kosovo – PDK; Alleanza per il futuro del Kosovo – AAK; Iniziativa civica per il Kosovo – NISMA) del candidato Ramush Haradinaj ha ottenuto il 35% dei voti; Vetevendosje, il partito nazionalista che ha corso da solo, ha raggiunto il 27%, un sorprendente risultato dal momento che ha quasi raddoppiato i voti del 2014, quando si fermò al 14%; mentre la coalizione LAA (Lega democratica del Kosovo – LDK; Nuova Alleanza per il Kosovo – AKR; Alternativa) del candidato Avdullah Hoti si è fermata al 26%.

L’affluenza ha registrato alcuni picchi nelle municipalità serbe, il che ha portato a un buon risultato per Srpska Lista, partito supportato da Belgrado che ha raggiunto quasi il 6% dei voti e quasi sicuramente gli consentirà di occupare i dieci seggi destinati ai parlamentari serbi.

A fine giornata elettorale, sia la coalizione di Haradinaj che Vetevendosje hanno annunciato la vittoria del proprio partito, organizzando festeggiamenti in due piazze di Pristina distanti circa 500 metri: il PDK ha annunciato i festeggiamenti a piazza Skanderberg mentre Vetevendosje a piazza Zahir Pajaziti

Tante le istituzioni che alla vigilia del voto avevano invitato i cittadini kosovari a votare e anche gli inviti a segnalare sospette irregolarità: dalla mattina, peraltro, era trapelata la notizia che il PDK, l’AAK e Nisma avessero pianificato l’infiltrazione di migliaia di iscritti nelle file del personale delle Ong preposte al controllo delle regolarità elettorali. Ovviamente questo sospetto andrà verificato e dovrà esserne provata la irregolarità.

I primi exit poll dell’agenzia Klan Kosova per queste elezioni a chiusura dei seggi avevano confermato il primato della coalizione PAN con il 40% dei voti; mentre Vetevendosje si aggiudicava il 30% e la coalizione LAA come terza forza con il 27%.
Nonostante fossero solo proiezioni le reazioni del mondo politico kosovaro non si sono fatte attendere. Il leader di LDK, Isa Mustafa, probabilmente intuendo la debacle del suo partito, ha dichiarato che gli exit poll valessero poco al fine di assegnare i seggi in Assemblea. Più euforiche le reazioni di Haradinaj, il quale ha ringraziato gli elettori della fiducia concessa.

Uno dei risultati più importanti è sicuramente quello raggiunto da Vetevendosje che, considerato che non partecipava a nessuna coalizione, rappresenta il partito che da solo ha ottenuto più voti.

Il Kosovo si avvia a formare una nuova assemblea in cui la prima forza politica è una “coalizione di guerra” guidata dall’ex generale Haradinaj, da poco rilasciato da una corte francese dopo richiesta di estradizione da parte della Serbia, mentre la seconda forza Vetevendosje è un partito nazionalista che negli ultimi mesi si è contraddistinto per l’ostruzione alla creazione della Comunità di Municipalità Serbe nel nord del paese. Il tutto in un momento molto delicato per il futuro del paese: in cima all’agenda politica ci sono infatti la demarcazione del confine col Montenegro, il processo di normalizzazione dei rapporti con Belgrado, nonché l’istituzione della corte per i crimini commessi durante la guerra.

KOSOVO: La Francia rifiuta di estradare Haradinaj in Serbia

L’ex premier kosovaro Ramush Haradinaj, arrestato in Francia il 4 gennaio del 2017 su mandato di cattura emanato da Belgrado nel 2005, non verrà estradato in Serbia. La decisione presa nella mattina del 27 aprile 2017 conclude un processo iniziato a gennaio dello stesso anno e implica l’immediato rilascio dell’ex premier e ex generale dell’Uçk.

L’arresto

Già pochi giorni dopo l’arresto Haradinaj era stato rilasciato con obbligo di firma dalle autorità francesi. Nel frattempo Belgrado aveva fatto richiesta di estradizione, in virtù del mandato di cattura spiccato nel 2005. Haradinaj, insieme ad altri membri dell’Uçk Idriz Balaj e Lahi Brahimaj, aveva già esperito i gradi di giudizio del Tribunale internazionale per i crimini commessi in ex-Jugoslavia (ICTY). I tre erano accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. Il 3 aprile del 2008 Haradinaj fu assolto anche in virtù delle mancate testimonianze che inficiarono il corretto andamento del processo; dieci testimoni morirono uccisi in circostanze sospette e altri si dichiararono impossibilitati in quanto intimoriti dall’andamento del processo. La stessa accusa del Tribunale trovò poca collaborazione dei vertici kosovari, dell’Onu e della Nato. Fu arrestato una seconda volta il 21 giugno del 2010 per apparire in appello: i tre imputati furono successivamente assolti tra le polemiche il 29 novembre 2012.
La decisione di estradare Haradinaj era stata rimandata dagli inizi di marzo da parte delle autorità giudiziarie francesi, sollevando le proteste serbe.

La cittadinanza albanese, la politica kosovara

Il presidente albanese Bujar Nishani il 24 aprile ha emesso un decreto che garantisce la cittadinanza albanese a Ramush Haradinaj e a sua moglie. Questo ovvierebbe al problema dei visti in Kosovo, l’unico paese dell’area balcanica a necessitare del visto per l’accesso nei paesi dell’area Schengen. La risposta del ministro della Giustizia serbo, Nela Kuburovic, non si è fatta attendere: “la cittadinanza albanese non cancellerebbe di fatto i crimini commessi dall’ex generale dell’Uçk, e l’estradizione verso un determinato paese non può essere decisa da un semplice decreto, ma dovrà pronunciarvisi una corte apposita.”

Anche i partiti d’opposizione del Kosovo stanno preparando il terreno per un rientro in società di Haradinaj. L’Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK, partito di cui Haradinaj è presidente) e Nisma hanno annunciato che per le prossime elezioni presenteranno una lista comune e un capolista, Haradinaj per l’appunto, come candidato a primo ministro.

Il maggior partito d’opposizione in Kosovo, Vetevendosje, ha dichiarato di preferire una coalizione basata sulla cooperazione con la società civile e, ovviamente, che possa insediare il governo di Isa Mustafa.

Mentre a Pristina si sta organizzando una grande manifestazione per accogliere il ritorno di Haradinaj, la sua scarcerazione potrebbe provocare diatribe di natura interna in seno alle opposizioni in Kosovo, così come, quasi certamente, provocherà sdegnate proteste da parte di Belgrado.

CROAZIA: Il colosso alimentare Agrokor è a rischio fallimento

La Agrokor è un’enorme compagnia agroalimentare croata (proprietaria, tra le altre, della grande catena di supermercati Konzum), la cui gestione, guidata dal tycoon Ivica Todorić, ha accumulato forti debiti che ora non è in grado di ripagare, mettendo a rischio non solo l’esistenza della compagnia, ma anche circa 60.000 posti di lavoro.

Una bancarotta dichiarata

Già da alcuni mesi gli analisti avevano visto nel ricambio manageriale e nella vendita di alcuni brand e compagnie una soluzione last minute per cercare di salvare l’azienda, anche se non era da escludersi la bancarotta. La compagnia nel 2015 aveva un fatturato di 6,5 miliardi di euro, circa il 16% del Pil croato. L’anno successivo il fatturato si è quasi dimezzato, circa 3,4 miliardi di euro, e i debiti hanno raggiunto la cifra record di 6 miliardi di euro.

I tentativi di salvataggio

Il principale creditore dei debiti contratti dalla Agrokor durante gli anni di espansione è stata la Sberbank, banca russa a partecipazione statale. Negli ultimi giorni la compagnia e i creditori si sono incontrati più volte per risollevare le sorti, altrimenti già scritte, del colosso agroalimentare.
L’accordo con i creditori porterebbe a un rimpasto societario, con l’ovvia esclusione dell’amministratore Ivica Todorić. Secondo il quotidiano croato Novi List, gli accordi sono in via di rifinitura tra i vertici di governo, dell’Agrokor e dei creditori. Indiscrezioni parlano di un prestito di 1,3 miliardi di euro già erogato da Sberbank e VTB Bank, a cui ne seguirebbe un altro altrettanto corposo. Tra le altre, anche la Deutsche Bank è creditrice nei confronti della compagnia.

Il quotidiano Vecernij List ha dato per certo il prestito ulteriore a copertura dei debiti di 300 milioni da parte della Sberbank e dalla VTB. Nonostante il riserbo del governo sulla vicenda, l’emittente televisiva N1 ha lasciato trapelare il contenuto degli incontri tra governo e Todorić, ovvero che il governo non è intenzionato a usare soldi pubblici per salvare la compagnia, ma che anzi ha accolto di buon grado la partecipazione russa nella vicenda gestendo colloqui privati con i creditori.

Va però aggiunto che la Sberbank e la VTB sono interessate a rilevare la parte finanziaria della Agrokor, reinvestendo sul debito e riclassificare i pacchetti azionari divenendo la maggioranza in seno al consiglio di amministrazione della compagnia. Sfugge nel piano di riqualifica societaria e salvataggio la parte commerciale, la quale non è presente nei radar degli istituti di credito russi.

Per l’attività commerciale sembra ci siano le mire della Magnit, colosso agroalimentare russo, dal capitale di 21 miliardi di euro a copertura del 70% del mercato russo del settore. L’indiscrezione rilevata dal giornale sloveno Finance non ha ancora avuto seguiti ufficiali, pertanto al spinosa questione di Agrokor è tutt’ora in divenire.

KOSOVO: Pristina si appropria degli immobili serbi e jugoslavi

Il 1° marzo il governo del Kosovo ha decretato che tutti gli immobili presenti in territorio kosovaro appartenenti alla Repubblica socialista federale di Jugoslavia (SfrJ), alla Repubblica federale di Jugoslavia (SrJ) e alla Serbia, appartengono al Kosovo. Il premier Isa Mustafa ha dichiarato che questo processo amministrativo dovrà compiersi entro una deadline fissata per l’agenzia del catasto del Kosovo.

Le reazioni

Il direttore dell’Ufficio per il Kosovo nel governo serbo Marko Đurić ha denunciato tale decisione come illegale, sia dal punto di vista del diritto internazionale, sia dal punto di vista del diritto delle istituzioni di Pristina, accusando il governo kosovaro di effettuare un’appropriazione indebitaĐurić ha inoltre suggerito ai membri serbi del parlamento e del governo kosovaro di operare con ostracismo nei meccanismi istituzionali di Pristina, così come avvenuto nel caso delle miniere di Trepca.

Non è stata l’unica dichiarazione indignata da parte serba: il ministro del Lavoro Aleksandar Vulin ha asserito che Pristina è spaventata dai negoziati con Belgrado sotto mediazione dell’Unione europea, e dall’influenza che teme possa avere la Serbia nell’area balcanica una volta terminato il processo di normalizzazione. Dello stesso avviso il vice premier kosovaro, di etnia serba, Branimir Stojanović, per il quale la questione degli immobili avrà ripercussioni sui rapporti fra serbi e albanesi.

Il premier serbo Aleksandar Vučić è sembrato tranquillo a riguardo, dicendosi certo della nullità della decisione del governo di Pristina. Vučić ha definito la mossa di questo tipo scontata, dal momento che era stata fatta la stessa cosa per la questione delle miniere di Trepca lo scorso anno. L’ex direttrice dell’agenzia del catasto del Kosovo, Slavica Radomirović, ha inoltre dichiarato che le carte catastali di Pristina, e le relative proprietà, sono contraffatte, e il dialogo è fallito proprio per evitare che tali contraffazioni venissero rese pubbliche. Allo stesso modo, sostiene Radomirović, Belgrado è l’unica depositaria dei certificati di proprietà degli immobili. Rispetto a queste reazioni, il presidente del Kosovo Hashim Thaçi ha prontamente replicato che la Serbia non ha giurisdizione sul Kosovo.

Un problema di diritto internazionale

L’affermazione di Thaçi è corretta, ma se non ha la Serbia la giurisdizione ratione materiae non l’ha nemmeno il Kosovo. Il Kosovo ha dichiarato la propria indipendenza unilateralmente nel 2008, e tale atto non è riconosciuto dalla totalità della comunità internazionale. Lo status di provincia autonoma precedente rende la questione delle successioni estremamente complicata, giacché non può dirsi erede di immobili appartenenti a due federazioni non più esistenti (SfrJ e SrJ) e di uno Stato tutt’ora esistente che non riconosce l’indipendenza del Kosovo che, peraltro, costituiva una sua provincia.

La domanda principale riguarda pertanto la possibilità o meno di dichiararsi Paese legittimo successore, ma il problema sta proprio nella legittimità e nella linea di successione: a prescindere dalla distinzione de facto/de jure le proprietà immobiliari non possono mutare l’appartenenza. È un argomento spinoso perché rivela una discrasia tra il diritto internazionale, non completamente esperito nel caso del Kosovo, e la ricezione del diritto internazionale all’interno dell’ordinamento giuridico del Kosovo stesso.

La questione più importante è che tale decisione comunque non è legittima in quanto varata dal governo e non dal parlamento. Pertanto, questa assume solo una valenza politica, come provocazione o bastone fra le ruote nel processo di normalizzazione, che si aggiunge ad altri incidenti (caso del treno, arresto di Haradinaj) occorsi quest’anno.

SERBIA: La nazionalità contesa di Nikola Tesla

Nikola Tesla è stato un inventore e fisico serbo, nato a Smiljan, odierna cittadina croata, nel 1856 come suddito dell’Impero austriaco, e morto a New York nel 1943. Giramondo sin da giovane, ha studiato in Ungheria, Francia e Slovenia, e negli Stati Uniti trovò la sua vera consacrazione come inventore e ingegnere elettrico, legando il suo nome ad importanti scoperte nel campo dell’elettromagnetismo.

Nikola Tesla, inventore

Nikola Tesla è stato un geniale inventore e fisico, il cui peso nella storia del XX secolo è difficilmente misurabile, perché non solo ha influenzato gli studi sull’induzione magnetica e sulla corrente alternata, ma ha influenzato enormi speculazioni nella cultura di massa. Famosissimo in vita non solo per meriti scientifici ma anche per le sue stranezze e le beghe legali che l’hanno visto coinvolto: nello specifico perse molti dei suoi averi nelle cause sia per l’attribuzione della paternità della radio contro Guglielmo Marconi, sia nella cosiddetta “guerra della corrente” contro Thomas Alva Edison.

Nella cultura popolare Tesla è stato protagonista di vari film, documentari e canzoni. Ciò ha contribuito a creare un Nikola Tesla parallelo, adattato all’immaginario collettivo: il prototipo dello scienziato pazzo, inventore geniale inviso ai poteri forti i cui progetti (come ad esempio il mai verificato raggio della morte) vennero fatti sparire. In sostanza l’inventore serbo è stato protagonista suo malgrado di tesi complottiste e dietrologie sfrenate, che perdurano ancora oggi.
Sulla nazionalità di Tesla si è dibattuto a lungo; nacque in un territorio dell’odierna Croazia, allora facente parte dell’Impero Austriaco da genitori serbi: il padre fu un predicatore ortodosso e la madre discendeva da un prete serbo ortodosso. Religione e cultura serba contribuirono quindi alla crescita dei primi anni del giovane Nikola, la cui nazionalità è sempre apparsa certa.

Tesla era montenegrino?

Lo scrittore montenegrino Miroslav Ćosović ha dato da poco alle stampe un libro che si scaglia apertamente contro lo sciovinismo storico che vede Tesla certamente serbo (o croato secondo pochi). Il titolo dell’opera, Tesla si considerava montenegrino, sembra una provocazione, ma è al contempo l’assunto principale del libro. L’autore prova a confutare l’estrema certezza sulla nazionalità dell’inventore, portando a sostegno della sua tesi alcuni fac simili di giornali statunitensi pubblicati durante il soggiorno di Tesla negli Usa, secondo i quali Tesla era montenegrino.

Prevedibili le polemiche sulle pagine social dei giornali che hanno pubblicato la notizia. Ćosović d’altronde non è nuovo alle polemiche nelle sue opere, giacché in passato con i suoi libri si è scagliato più volte contro l’azione della Chiesa serba, così come non ha mai accettato la lettura storica che vede serbi e montenegrini nati ed evoluti come un unico popolo. Per Ćosović serbi e montenegrini hanno avuto origini comuni nell’Illiria e nella Pannonia tra il decimo e il dodicesimo secolo, ma i destini dei due popoli, e quindi delle due nazionalità, hanno preso strade diverse salvo poi riunirsi nel ventesimo secolo.

Sebbene il libro di Ćosović possa essere visto come una provocazione, cosa che in effetti appare come tale al direttore del museo dedicato a Tesla Branimir Jovanović, esso è un mezzo per riflettere sull’esistenza o meno di una campagna serba volta a far credere ai montenegrini di non avere un’identità nazionale. Secondo Ćosović, la nazionalità di Tesla, che comunque, ci tiene a sottolineare, nel libro è ben documentata, farà nascere polemiche giacché sintomatico di questa tendenza, da parte dei serbi, a minimizzare l’identità nazionale del popolo montenegrino.

KOSOVO: L’ex premier Haradinaj arrestato in Francia. La Serbia attende l’estradizione

Ramush Haradinaj, ex generale dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uçk) ed ex primo ministro del Kosovo sotto amministrazione Onu tra il 2004 e il 2005, è stato arrestato il 4 gennaio 2017 in Francia nell’aeroporto Basilea-Mulhouse-Friburgo, subito dopo il suo arrivo su un volo proveniente da Pristina. L’arresto è stato effettuato su mandato di cattura spiccato dalla Serbia nel 2005, con l’accusa di aver torturato e assassinato circa 60 persone durante la guerra in Kosovo.

Da generale a politico

A guerra conclusa Haradinaj è entrato in politica fondando il partito Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK). Alle elezioni del 2004 ottenne lo scranno di primo ministro. L’esperienza politica durò circa cento giorni e l’8 marzo del 2005 il Tribunale internazionale per i crimini commessi in ex-Jugoslavia (ICTY) spiccò un mandato d’arresto nei suoi confronti. Il processo a Haradinaj, Idriz Balaj e Lahi Brahimaj iniziò il 5 marzo 2007; i tre erano accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. Il 3 aprile del 2008 fu assolto anche in virtù delle mancate testimonianze che inficiarono il corretto andamento del processo; dieci testimoni morirono uccisi in circostanze sospette e altri si dichiararono impossibilitati in quanto intimoriti dall’andamento del processo. La stessa accusa del Tribunale trovò poca collaborazione dei vertici kosovari, dell’Onu e della Nato. Fu arrestato una seconda volta il 21 giugno del 2010 per apparire in appello: i tre imputati furono successivamente assolti tra le polemiche il 29 novembre 2012.

L’arresto e le reazioni

Si dice spesso che una persona possa cambiare e affrontare nuove sfide durante la propria vita e che la gente ricorderà sempre gli errori fatti da giovane. Questo è particolarmente vero nel caso di Haradinaj, sulla cui responsabilità personale nei capi d’accusa dell’ICTY rimane più di un dubbio, anche se è stato assolto. Soprattutto le modalità del processo e le resistenze incontrate dal Tribunale da parte di istituzioni internazionali non rendono le sentenze univoche e scevre di interpretazioni discordanti. Sicuramente a Belgrado l’opinione pubblica ha pochi dubbi su Haradinaj, e le accuse su cui si basa il mandato di cattura vertono sulla responsabilità soggettiva nei campi di internamento in Metohija (la parte occidentale del paese) e nella strage di sessanta civili serbi e albanesi, i cui corpi vennero rinvenuti presso il lago Radonjic. Sia Kosovo che Albania hanno condannato l’arresto: il presidente del Kosovo Hashim Thaçi ha dichiarato inaccettabile un suo arresto, dichiarandosi inoltre fiero di persone come Haradinaj che hanno combattuto contro le leggi discriminatorie del regime di Milošević. Espressioni di solidarietà sono arrivate anche da esponenti dell’opposizione come Visar Ymeri, leader di Vetevendosje.

Il rilascio in attesa di estradizione

Il 12 gennaio le autorità francesi hanno rilasciato Haradinaj in via temporanea, con obbligo di firma e passaporto sospeso. Le istituzioni serbe hanno dichiarato di aver approntato nuove prove della colpevolezza di Haradinaj, ed è stata effettuata la richiesta di estradizione: l’Ufficio per il Kosovo e Metohija, organo governativo di Belgrado, si è dichiarato fiducioso che Parigi accolga la richiesta ma altresì pronto a contromisure qualora la richiesta venisse rigettata. Belgrado sta utilizzando l’arma della ferma diplomazia nelle dichiarazioni, soprattutto quelle che arrivano dalle sue istituzioni. L’impressione che si ha è che stiano premendo su una questione di principio reale, certamente molto sentita dall’opinione pubblica, e non solo per ragioni politiche, come la vicinanza con le elezioni lascerebbe supporre. Questo appare ancora più vero vista la storia di Haradinaj, sulle cui responsabilità nei crimini di guerra restano ancora molti dubbi.

BOSNIA: La realtà e le prospettive di jihadisti e salafiti


Due studiosi bosniaci hanno affrontato il tema del jihadismo bosniaco da due prospettive opposte, arrivando a conclusioni diverse da quelle oggi più popolari.

Il report di Vlado Azinović sui Foreign Fighter

Vlado Azinović, professore del dipartimento di Scienze Politiche dell’università di Sarajevo, esperto in terrorismo, ha recentemente discusso la presenza di foreign fighter bosniaci in Siria e Iraq, riprendendo temi già affrontati nel suo report dell’anno scorso per l’Atlantic Initiative, organizzazione no-profit di Sarajevo.

Nell’ultimo mese è tornato sulla questione dando adito ai media di riaprire il dibattito: sono 63 uomini, 51 donne e circa 60 minori (numeri confermati anche dal ministero dell’Interno bosniaco) i foreign fighter di cui parla Azinović, che sostiene che molti hanno deliberatamente deciso di non avere più alcun documento che li legasse alla patria, nella prospettiva di non tornare più a casa. Ovviamente, sottolinea, anche se ritornassero sarebbero individuati dal servizio di intelligence, in quanto risulterebbero clandestini. Azinović ha anche aggiunto che le possibilità che la Bosnia sia vittima di un attacco terroristico sono uguali a quelle del resto del mondo e tali rischi non sarebbero comunque ascrivibili ai rimpatri (clandestini e non), ma alle persone “non mappate” che agiscono sull’onda della tendenza islamista. Un’onda che ha creato e radicalizzato movimenti locali. Il problema dei rimpatri viene ridimensionato, giacché i foreign fighters non fomenteranno un nuovo flusso migratorio, ma si uniranno, con buone probabilità, a macro-ondate che investiranno l’Europa nei mesi a venire: in tal senso smorza sia in senso qualitativo sia in senso quantitativo le affermazioni della presidente croata Kolinda Grabar-Kitarović, che ha sostenuto ci siano migliaia di bosniaci tra le file dell’Isis pronti a tornare in patria.

La ricerca sui salafiti di Srđan Puhalo

Srđan Puhalo è un sociologo bosniaco che ha dato alle stampe il libro “Selefije u BiH” (Salafiti in Bosnia Erzegovina), con il quale ha illustrato le paure e gli stereotipi che aleggiano sui musulmani salafiti in Bosnia Erzegovina. Ha adottato un punto di vista “opposto” a quello di Azinovic, focalizzandosi su un paese considerato dai media come base per l’Isis in Europa e non sui foreign fighter.

In cinque mesi di ricerca ha intervistato un migliaio di bosniaci chiedendo le loro opinioni sui salafiti, per sottolineare gli stereotipi che aleggiano su questa corrente dell’Islam e quanto siano radicati. A partire dalla provocazione della copertina del libro, che ritrae un uomo con tunica e barba lunga che vuole sembrare un fondamentalista islamico, ma altro non è che un dj hipster, Puhalo dimostra che esiste tutt’ora grossa ignoranza sul salafismo e sul wahhabismo (termine di gran lunga più politically correct) e come questi termini vengano utilizzati impropriamente. Le statistiche raccolte hanno illustrato come un 38% degli intervistati credano che i salafiti, considerati erroneamente come terroristi, siano stati “importati” in Bosnia-Erzegovina. Il 40% crede che essi siano vittime di violenza per motivi religiosi e il 22% crede che nel paese ne siano presenti decine di migliaia. La ricerca ha inoltre dimostrato che, smontando un altro luogo comune, siano molti più i croati dei serbi ad aver paura dei salafiti.

Intervistando i bosniaci salafiti, Puhalo ha notato che essi sono socialmente e visivamente diversi da come vengono definiti dai luoghi comuni delle statistiche da lui raccolte. Inoltre, tra i 126 intervistati non ha verificato presenza di sostenitori dell’Isis, dimostrando, pertanto, come il potere dell’informazione possa creare delle storture difficili da sradicare.

foto: La Stampa

MONTENEGRO: Tentato colpo di Stato. È Belgrado l’ago della bilancia?

Per quanto concerne il tentato colpo di Stato in Montenegro, e lo sventato omicidio di Milo Đukanović, che aveva appena dichiarato il proprio ritiro dalla vita politica all’indomani delle elezioni vinte dal suo Partito Democratico dei Socialisti (Dps), la Serbia e il suo premier Alexsander Vučić si sono trovati loro malgrado coinvolti in una storia fatta di accuse aleatorie e non dimostrabili.

Le uniche cose certe nell’indagine sono le parole dell’indagato Aleksandar Sinđelić, ex combattente e nazionalista serbo, il quale ha affermato di essere a conoscenza degli spostamenti dei principali sospetti, i russi Eduard Širokov e Vladimir Popov, che già a settembre erano a Mosca per ricevere istruzioni in merito. Questo non implica che entrambi fossero direttamente legati a Mosca, ma è indubbio che fossero parte attiva della rete di attivisti russi che operano in Ucraina dell’est e nei Balcani, in Serbia per lo più.

Sia i media che i procuratori montenegrini si son tenuti cauti e non hanno lanciato alcuna accusa diretta al governo di Mosca, ma si paventa la presenza di una mano più grossa dietro l’operato dei due apparenti cani sciolti. In realtà l’opposizione anti-Nato in Montenegro è prettamente serba. Basti fare l’esempio del pope ortodosso di Kotor, Momčilo Krivokapić, che presenziò alla cerimonia di fondazione dell’Armata dei Cosacchi dei Balcani: una carnevalata folkloristica che ebbe però un discreto successo per una grossa fetta d’opinione pubblica serba. 

Il nuovo governo Marković è nato con lo scopo di traghettare il Paese verso gli obiettivi dichiarati di adesione alla Nato e all’Ue, sottolineati ulteriormente dal discorso di insediamento del neo-presidente: l’esecutivo si è sobbarcato quindi di un’opposizione anti-Nato già presente nel Paese. Il supposto ruolo della Serbia nel colpo di Stato che, giova ricordarlo, non è stato supportato con prove concrete da parte della procura di Podgorica, ha palesato le difficoltà del primo ministro serbo Aleksandar Vučić nel districarsi tra la graduale apertura verso l’Europa che ha caratterizzato il suo governo e la presenza di un forte sentimento di fratellanza panslavista all’interno dell’opinione pubblica, sia in Montenegro sia in Serbia.

Al di là del ruolo attivo di Belgrado nell’espulsione dei due sospettati Širokov e Popov in concomitanza con la visita nella capitale serba di Nikolai Patrušev, segretario del Consiglio di sicurezza russo, il governo serbo nega il coinvolgimento di Serbia e Russia nella fumosa vicenda del colpo di Stato.

Vučić ha dato un’impronta ben definita al suo governo, ma in questo caso si trova comunque costretto a dover ascoltare le voci più influenti dei serbi montenegrini: in quest’ottica ha accettato l’invito di alcuni leader serbi del Montenegro, come Milan Kezević del Partito popolare democratico (Dnp) e Momčilo Vuksanović della ONG Consiglio nazionale serbo, personaggi che sicuramente muovono voti, pochi a onor del vero, tanto in Montenegro quanto in Serbia. Essi hanno espresso a Vučić lo stato di abbandono in cui si trovano dal momento che sotto il suo governo alcune battaglie considerate basilari dai nazionalisti serbi sono diventate meno importanti, se non di poco conto. I serbi del Montenegro, in merito all’ingresso nella NATO, si fanno forti dell’appoggio del governo di Mosca, il quale tramite Sergej Glazev, consigliere di Putin, ha approfittato dell’incontro per reiterare le critiche che la Russia rivolge alla politica filo occidentale montenegrina.

MONTENEGRO: Tentato colpo di Stato. C’è davvero la mano di Mosca?

Le ultime elezioni montenegrine hanno visto la scontata vittoria del Partito Democratico dei Socialisti (DPS). Il mandato di incarico di governo è stato trasmesso a Duško Marković, colonna portante del DPS e braccio destro di Milo Đukanovic, leader del partito. Quest’ultimo si è dimesso per la terza volta nella sua carriera politica al vertice delle istituzioni montenegrine. Una tornata elettorale non proprio caratterizzata dalle novità, senonché la procura di Podgorica ha annunciato l’arresto di una ventina di individui con passaporto serbo con l’accusa di aver tentato l’omicidio di Đukanovic per rovesciare il governo e fare un colpo di Stato. L’opposizione e il suo j’accuse vedono nell’arresto un inside job atto a voler allargare le maglie della compagnia governativa per permettere ad alcuni partiti dell’opposizione di far parte della coalizione di governo.

Il procuratore generale montenegrino, Milivoje Katnić ha asserito che i sospetti sono attivisti nazionalisti russi, ma che non si hanno prove di un sostegno diretto del governo russo, nonostante sia palese che Mosca non veda di buon occhio l’ingresso nella NATO del Paese dei Balcani che si affaccia sul Mediterraneo. A tal proposito va detto che l’opinione pubblica è palpabilmente contraria alla mossa nordatlantica e Dukanovic ha approfittato di queste accuse non provate per sostenere che l’opposizione abbia ricevuto fondi russi per rovesciare il suo ventennale potere.

Ovviamente la Russia nega ogni tipo di coinvolgimento, ma va ricordato, anche se non prova alcunché, che ha supportato i partiti che si sono strenuamente opposti all’ingresso del Montenegro nella Nato.
Per ora, i russi che sembrano coinvolti sono solamente due: Eduard Širokov e Vladimir Popov, mentre gli altri sono di nazionalità serba e montenegrina. Uno di essi, Aleksandar Sinđelić, ex combattente in Ucraina nonché leader dell’associazione nazionalista Lupi Serbi, sembra che sia venuto in contatto con i due russi per essere parte attiva nel colpo di stato dirigendo con loro le operazioni da Belgrado.

Anche Belgrado alimenta il sospetto dell’intrigo internazionale dal momento che ha espulso alcuni militanti russi che sembrerebbero connessi con il colpo di stato (tra cui Širokov e Popov) e il tentato omicidio di Đukanovic. Secondo una fonte del Guardian, la Serbia ha espulso alcuni paramilitari russi per intercessione di Nikolai Patrušev, segretario del Consiglio di sicurezza Russo, il che alimenterebbe il sospetto di una connessione tra gli espulsi e il colpo di Stato a Podgorica, ma il ministro degli Interni serbo Nebojsa Stefanović ha negato ogni tipo di legame tra le due vicende.

La domanda del Montenegro per entrare nella Nato è stata accettata in maggio, e adesso necessita delle ratifiche dei 27 Stati membri dell’Alleanza. Tuttavia, Podgorica non è una gran potenza militare; numericamente parlando non arricchisce la Nato più di quanto non impoverisca la Russia, ma è vera una cosa: le sue coste sono rimaste le uniche, tra Gibilterra e Turchia, a non essere direttamente in mano all’Alleanza. E questo, invero, è un beneficio per la Nato tanto quanto è uno smacco per la Russia, oltre che una minaccia geopolitica per la sua politica di controllo.

Tutto questo non significa che sia evidente la mano di Mosca nel tentativo di colpo di Stato, ma di sicuro fa nascere dubbi sui labili confini che esistono tra gruppi di cani sciolti, organizzati o meno, e governi ufficiali che perseguono obiettivi non dichiarati e non dichiarabili.

BALCANI: Il traffico delle armi [IV]

Il ministro dell’economia bulgaro, Bojidar Loukarskij, si è detto consapevole che le armi esportate possano in qualche modo finire nei circuiti illegali del mercato nero che alimenta i conflitti in Siria, Libia e Yemen, ma per ora il commercio è legale e non viola né l’ATT, né alcuna dichiarazione e convezione sui diritti umani. Il ministero non ha quindi alcuna prova che esse finiscano nel marasma dei conflitti, né allo stesso modo può controllare che si fermino al Paese importatore, giacché la responsabilità bulgara termina nell’istante in cui la transazione ha fine.

In effetti formalmente la Bulgaria commercia con Paesi non embargati e nel pieno rispetto del diritto internazionale, di più, sottoponendo le transazioni commerciali ad otto gradi di controllo richiesti da regole comunitarie. Questo, sulla base delle dichiarazioni ministeriali, dovrebbe eliminare ogni polemica riguardante il commercio di armi, dal momento che dimostrerebbe che le armi vendute dalla Bulgaria nel calderone dei traffici interni del conflitto siriano.

La VM7, l’azienda si Stato che controlla le vendite di armi e munizioni, non ha alcuna intenzione di estendere i controlli oltre la destinazione di arrivo. Al di là delle formali impossibilità di controllare la destinazione nel mercato nero delle armi vendute ad Arabia Saudita o Giordania o Emirati Arabi Uniti o Turchia, per l’azienda bellica bulgara è importantissimo mantenere il trend di crescita economica. Nel 2008 fu infatti dichiarata insolvente; il debito fu ristrutturato e la crescita economica registrata negli ultimi due anni è eccezionali: dal 2015 lavora a pieno regime e ha dato lavoro a 1200 persone, e negli ultimi semestri tra 2015 e 2016 ha registrato tassi di crescita notevoli.
Oltre alle dichiarazioni bulgare, che descrivono una realtà di comodo, altri Paesi si sono trovati nella posizione di dover dimostrare intenzioni scrupolose.

È il caso della Serbia che il 6 ottobre, di concerto con la Francia, ha approntato dei comitati investigativi congiunti che in linea di principio dovranno redarre documentazioni sui traffici di armi, legali e non. È evidente come la ratio dietro questa decisione voglia evitare che i traffici illeciti non aumentino in conseguenza a controlli di più ampio respiro sul commercio legale. Questo è ancor più vero nel caso della Serbia, uno dei maggiori Paesi esportatori nonché uno dei Paesi dell’area balcanica oggetto dei reportage di Balkan Insight con maggiore produzione odierna di armi. A questa produzione va ricordata la presenza di enormi rimanenze (tra armi e munizioni) della guerra che continuano ad alimentare, grazie all’estrema economicità dei prodotti, il mercato nero delle armi (si parla nel reportage di 200 euro per un fucile AK-47).

Ancora da attendere i risultati di queste indagini, giacché risulta difficile immaginare come si possa indagare le diramazioni che un prodotto può prendere una volta arrivato al Paese importatore: è altresì ovvio che le difficoltà di questo tipo non possono permettere alla Serbia come agli altri Paesi citati nei reportage di BI di scaricare le proprie responsabilità per meri fattori economici.

Fonte: BIRN

BALCANI: Il traffico delle armi [III]

Il Montenegro ha aperto i propri canali commerciali di armi con i Paesi del Golfo ad agosto del 2015, è entrato quindi nella competizione del commercio da 1,2 miliardi di euro stringendo particolari accordi con l’Arabia Saudita, il maggior acquirente dai Paesi dell’Europa centro orientale.

Peter Wezman dell’Istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma ha affermato a a tal proposito che l’Arabia Saudita non rifornisce il proprio esercito di munizioni e armi risalenti alla produzione d’epoca socialista, e che vien da sé che tali armi abbiano una destinazione diversa dal regno della penisola arabica.

Il presidente dell’MDI (Industria della difesa del Montenegro, completamente statale), Zoran Damjanovic ha asserito che il commercio è regolarissimo e non presenta problemi di legalità. Ai microfoni di BIRN, alla domanda se fosse preoccupato di dove potessero finire le armi esportate, ha risposto che ciò che succede dopo la vendita certificata non è affare dell’MDI, e che inoltre gli utilizzi finali erano convalidati dalle vendite stesse e dagli accordi diplomatici.

La privatizzazione dell’MDI però ha creato alcune pregiudiziali: essa è stata venduta all’israeliana ATL Atlantic Technology e alla serba CPR Impex. Entrambi gli amministratori, Serge Muller e Petar Crnogorac sono stati condannati rispettivamente per traffico di armi e diamanti e abuso d’ufficio per commercio di munizioni.

Il governo montenegrino si trova in una delicata situazione perché il commercio di armi è utile sia a livello occupazionale sia nella bilancia dei pagamenti, e difatti viene difeso a spada tratta, ma dall’altro lato si ritrova costretto a fare qualcosa di pratico per controllare meglio la destinazione reale delle proprie merci.

Il governo di Podgorica è corso ai ripari il 6 giugno promulgando una legge che stringesse i controlli sull’intera filiera di vendita delle armi. A tal proposito il ministero degli Esteri del Montenegro ha detto che qualora in futuro risultasse evidente che l’Arabia Saudita alimenta commercio di armi verso le fazioni in Siria colpevoli di gravi violazioni dei diritti umani, provvederà a interrompere il mercato in uscita. Da un lato il Montenegro vende armi e munizioni che per motivi militari sono inutili all’esercito del piccolo Paese balcanico ricavandone ingenti profitti, dall’altro le pressioni internazionali, anche di fronte ad alcuni scandali come quello che ha investito la privatizzazione dell’MDI, hanno reso necessario che i controlli fossero sempre più stretti, quantomeno nelle dichiarazioni d’intenti.

Fonte: BIRN

BALCANI: Il traffico delle armi [II]

Il traffico d’armi è argomento rimasto nascosto al grande pubblico per poi tornare alla ribalta dopo gli attentati di Parigi presso la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo.

Quando si parla di est Europa e del suo legame col traffico d’armi la prurigine dei media aumenta copiosamente, forse per la facilità con cui si lega la voyeuristica guerra avvenuta in ex Jugoslavia al traffico d’armi che alimenta la minaccia jihadista. Balkan Insight ha analizzato quindi un fenomeno complesso, quello del commercio di armi, e dei suoi legami tra aziende balcaniche, traffico illecito, paesi arabi e terrorismo.

L’articolo principale è una lunga disamina quantitativa sul traffico legale di armi dai Paesi dell’Europa centro-orientale ai Paesi del golfo; è arricchito da grafici e statistiche e utilizza una documentazione ricca e variegata, che spazia dai report ai controlli dei voli alle bolle di accompagno dei carichi.

Il progetto ad ora conta sei reportage pubblicati da BI durante i mesi estivi.

Il primo articolo descrive il commercio delle armi che partono da Paesi dell’Europa dell’est come Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Serbia e Romania e arrivano ai quattro Paesi che dal 2011 contribuiscono maggiormente ad armare i conflitti in Siria e Yemen: Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Ci si concentra quindi sulla verifica di violazioni del diritto internazionale nel commercio di armi, seppur legale: attraverso questi flussi si vuole capire quanta porzione di questo traffico sia da ascrivere al cosiddetto mercato nero, e quanto anche il commercio legale porti poi, indirettamente, a violazioni dei diritti umani e dei trattati sulla regolazione delle armi. La legislazione nazionale, internazionale e dell’Unione Europea regola il commercio di armi ma non determina formali meccanismi di punizione, con l’ovvio conseguenza che gli stati firmatari dell’ATT (UN Arms Trade Treaty) del 2014 non sono costretti a controllare la destinazione delle armi esportate.

L’art. 6 dell’ATT proibisce la vendita di armi se il Paese esportatore è a conoscenza che possano essere utilizzate, anche in secondo passaggio di vendita, per violare il diritto umanitario e di guerra. In base alle indagini di BIRN è risultato evidente che non solo le truppe del presidente siriano Bashar Al-Assad abbiano beneficiato di queste armi, ma anche gruppi di opposizione come Jaysh Al-Islam, Fatah Halab e il Free Syrian Army.

Ovviamente esistono delle obiezioni formali da parte dei Paesi esportatori: il Ministro della difesa serbo a BIRN ha dichiarato, a dimostrazione, che gli accordi commerciali hanno un impatto positivo per l’economia serba ancorché legali e verso Paesi, come l’Arabia Saudita, verso i quali non è vietata la vendita da alcun embargo.

In effetti il premier serbo Vucic si è dichiarato estremamente favorevole al commercio delle armi, che accrescono le esportazioni della Serbia: di più, senza ipocrisia ammette che è un bene che tali voci nella bilancia dei pagamenti sia in crescita, e anzi spera continui il trend. A Tale retorica si allinea il premier slovacco Robert Fico, il quale ha dichiarato candidamente “Se non vendiamo noi, venderà qualcun’altro”.

Ovviamente questo atteggiamento, ancorché apparentemente rispettoso dei trattati, ha attirato le critiche dell’Ufficio ONU per i rifugiati di stanza in Europa, Vincent Cochetel, che ha definito ipocrita e falso rifiutare i rifugiati per poi vendere armamenti che hanno creato e non faranno altro che aumentare questo problema.

Fonte: BIRN

BOSNIA: Il governo serbo non è il benvenuto a Srebrenica

Sulla scia di quanto accaduto l’anno scorso nel ventennale del massacro, nuove polemiche montano a poche settimane dal 21esimo anniversario del genocidio di Srebrenica, perpetrato dalle truppe serbo-bosniache e da gruppi paramilitari che collaboravano alle azioni militari dell’autoproclamatasi Repubblica Serba di Bosnia e Erzegovina (Republika Srpska Bosne i Hercegovine).

Il Comitato organizzatore della cerimonia. formato per la maggior parte da familiari delle vittime, ha dichiarato pubblicamente il 27 giugno che la delegazione serba è una presenza non gradita presso il memoriale di Potočari. Si aggiunge nel comunicato che la delegazione serba non è discriminata per la nazionalità, ma per questioni politiche, giacché, come ricordato sopra, nessuna forza politica ha mai ammesso che il massacro di Srebrenica fu un genocidio. Il sindaco della città, Camil Duraković, si schiera ovviamente con il punto di vista delle famiglie delle vittime: non c’è disprezzo verso la classe politica serba, ma è grave che tutt’ora non venga ammessa la natura genocida del massacro.

Si evince come il Comitato non voglia abbassare i toni rispetto alle polemiche dell’anno scorso, e anzi procedendo lungo lo stesso continuum, giacché allora come ora la Serbia non si decide a riconoscere il massacro di Srebrenica come genocidio. Come avevamo già riportato l’anno scorso le maggiori forze politiche serbe avevano polemizzato con la decisione dell’Onu di sottoporre al voto del Consiglio di sicurezza una dichiarazione che definisse il massacro come genocidio, seguendo l’esempio giurisprudenziale delle varie Corti Internazionali che negli anni si sono espresse in tal senso. Il presidente serbo Tomislav Nikolić asserì che furono effettuati massacri simili anche nei dintorni della cittadina bosniaca, e che concentrarsi unicamente su di essa era una mera speculazione politica. Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska aveva addirittura chiesto alla Russia di far valere la propria posizione da membro permanente del Consiglio di sicurezza. Il premier serbo Aleksandar Vučić aveva timidamente abbozzato parole conciliatorie, e questo effettivamente non bastò a evitare gli incidenti al cerimoniale del ventennale.

L’11 luglio del 2015, nel corso del cerimoniale per i circa 8.000 musulmani che furono deportati e uccisi e sono oggi seppelliti nel campo di Potočari, la delegazione di Belgrado è stata violentemente contestata, e Aleksandar Vučić fu colpito da lancio di oggetti. Ciononostante, Vučić è da sempre fautore di una normalizzazione dei rapporti tra Belgrado e Sarajevo, soprattutto in merito del recente passato, e prima della cerimonia aveva fatto circolare “una lettera in cui condannava apertamente il massacro, senza mai definirlo come genocidio” (tuttora non viene riconosciuto come tale dalla Serbia), e che anzi reiterava l’impegno di Belgrado affinché i colpevoli fossero assicurati alla giustizia. Il giorno stesso il ministro dell’interno Nebojsa Stefanović, così come il presidente Tomislav Nikolić, aveva addirittura parlato di tentato omicidio nei confronti del premier, il quale, dopo l’incidente ha stemperato i toni reiterando la propria politica di “mano tesa” verso Sarajevo. La presidenza si è altresì scusata per i toni usati nel definire un tentato omicidio il lancio di oggetti verso Vučić, e parimenti fece la presidenza bosniaca, scusandosi con la figura del premier in primis e aggiungendo apprezzamento per la presenza della delegazione serba.

Alla cerimonia di quest’anno di potranno evitare incresciosi lanci d’oggetti, ma la dichiarazione di non gradire la presenza del governo serbo alla commemorazione lascia il fianco a nuove polemiche e speculazioni: il presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik ha dichiarato di fronte a questa presa di posizione che anche i politici di Banja Luka non sarebbero stati presenti. Quest’atteggiamento, va aggiunto, è stato fortemente criticato dal ministro degli Esteri serbo, Ivica Dačić, che lo ha definito un passo indietro nelle relazioni. Vučić ha inoltre aggiunto che il governo serbo non avrebbe mai creato problemi nei riguardi di questa decisione, attirando verso di sé grosse critiche da parte di chi avrebbe preferito reazioni più indignate. Il giorno successivo il premier ha altresì dichiarato in un’intervista che tali critiche derivano da atteggiamenti affatto conciliatori, al pari dell’ostracismo dimostrato dalle minoranze che l’anno scorso protestarono con veemenza l’arrivo del premier serbo presso il memoriale di Potočari.

Sentenza Karadzic, 40 anni di reclusione. Colpevole di genocidio a Srebrenica

In data 24 marzo 2016 il Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia ha emesso il verdetto finale sul caso Radovan Karadzic

Radovan Karadžić, ex presidente del Partito democratico serbo fino alle dimissioni nel 1996 e, soprattutto, dapprima segretario del Consiglio di sicurezza nazionale della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina e in seguito unico presidente della Republika Srpska Bosne i Hercegovine dal maggio del 1992 al luglio del 1996, è stato condannato quest’oggi, nell’anniversario dei bombardamenti della Nato in Serbia, a 40 anni di reclusione per i capi d’accusa imputatigli dai procuratori dell’ICTY (Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia).

Le tappe del processo

Radovan Karadžić è stato arrestato nell’ormai lontano 21 luglio del 2008, e trasferito nelle camere detentive dell’Aja nove giorni dopo. Il processo contro Karadžić è iniziato il 26 ottobre del 2009. Il processo non cominciò nel migliore dei modi giacché Karadžić si rifiutò inizialmente di collaborare, e le Camere dell’ICTY iniziarono i lavori nel marzo del 2010.

Tra il 29 settembre e il 7 ottobre del 2014 ebbero luogo le arringhe finali dell’accusa, in cui il procuratore del Tribunale Alan Tieger chiese l’ergastolo, in quanto la posizione di leadership assoluta di Karadžić gli conferiva una responsabilità individuale indifendibile. Dall’altra parte, per la difesa, Karadžić ha continuato a definirsi innocente nei confronti delle accuse di genocidio fino al giorno precedente il verdetto.

I capi di accusa: genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità

Radovan Karadžić rispondeva a due accuse di genocidio (capi di imputazione 1 e 2), cinque accuse di crimini contro l’umanità (capi di imputazione 3, 4, 5, 7 e 8) e quattro di violazioni di leggi e costumi di guerra (capi di imputazione 6, 9, 10 e 11). Il verdetto finale ha riguardato la responsabilità penale individuale di Karadžić, nei riguardi di questi capi di imputazione, in quattro Joint Criminal Enterprise (JCE).

La prima Joint Criminal Enterprise riguarda i crimini commessi dal 1991 al 1995 in sette municipalità della Bosnia-Erzegovina (Bratunac, Foča, Ključ, Kotor Varoš, Prijedor, Sanski Most, Vlasenica e Zvornik). Karadžić è risultato non colpevole del capo di imputazione numero 2, ovvero genocidio, per mancanza di prove. È stato riconosciuto invece colpevole dei capi di imputazione 3, 4, 5 e 7: nell’ordine persecuzioni, stermini, massacri e deportazioni in quanto riconosciuti nelle sette municipalità come crimini contro l’umanità.

La seconda Joint Criminal Enterprise include i crimini commessi durante l’assedio di Sarajevo. Karadžić è stato riconosciuto colpevole dei capi d’imputazione 6, 9 e 10: nell’ordine massacri di civili, diffusione di uno stato di terrore nei civili e attacchi indiscriminati su civili, in aperta violazione delle leggi e dei costumi di guerra.

La terza Joint Criminal Enterprise riguarda la questione delle truppe ONU tenute in ostaggio durante l’ultimo anno di guerra. Karadžić è stato ritenuto colpevole del campo di imputazione numero 11, ovvero la cattura di ostaggi in aperta violazione in aperta violazione delle leggi e dei costumi di guerra.

La quarta Joint Criminal Enterprise, quella sicuramente più sentito dalle varie associazioni di superstiti della guerra, che difatti hanno manifestato (poche centinaia di persone) di fronte la sede del Tribunale, riguarda i crimini commessi a Srebrenica nel 1995. Karadžić è stato riconosciuto colpevole del capo di imputazione numero 1, genocidio, per quanto occorso a Srebrenica e nel campo di Potočari, dove furono uccisi più di 7.000 bosniaci con una metodologia che, nelle parole del Presidente della Corte O-Gon Kwon, “permanently removed the presence of Bosnian Muslims from Srebrenica”.

Genocidio: colpevole “solo” per Srebrenica

L’ex leader della Republika Srpska è stato quindi, al netto della buona condotta dimostrata dallo stesso Karadžić durante la detenzione a L’Aia, trovato non colpevole dell’accusa di genocidio nelle municipalità della Bosnia-Erzegovina di cui al capo di imputazione numero 2. Giudicato quindi colpevole per le accuse di cui ai capi di imputazione numero 1, ovvero il genocidio di Srebrenica. Per i capi di imputazione 3, 4, 5, 7 e 8, ovvero persecuzioni, stermini, massacri, deportazioni e trasferimenti forzati, riconosciuti come crimini contro l’umanità. Per i capi di imputazione 6, 9, 10 e 11, ovvero massacri, diffusione di stato di terrore nei civili, attacchi indiscriminati su civili e cattura di ostaggi in aperta violazione delle leggi e dei costumi di guerra. In base a questo verdetto, Radovan Karadžić, di anni 70, è stato condannato a una pena detentiva della durata di 40 anni. L’accusato e il procuratore dell’accusa potranno fare ricorso in appello.

I ponti della Bosnia-Erzegovina

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di Marta Vidal (traduzione Gianluca Samà)

“Di tutte le cose create e erette dall’umanità, nella mia mente nulla è meglio e più apprezzabile dei ponti. Essi sono più importanti delle case, più sacri e più universali dei templi. Essi appartengono a tutti e trattano tutti in egual misura, in un luogo dove la maggior parte delle necessità umane si intrecciano.” – Ivo Andrić

La Bosnia è il Paese dei ponti: Sarajevo è famosa per i suoi 13 ponti, tra questi il celebre Ponte Latino dove l’Arciduca Francesco Ferdinando fu assassinato, in un evento che dato il via alla Prima Guerra Mondiale. Il ponte di Mostar è sulla copertina di quasi tutte le guide turistiche riguardanti la Bosnia, e le foto della sua distruzione durante la guerra ancora perseguitano il Paese. In molti piansero per il ponte come per un amico deceduto o un parente. Il libro “Il Ponte sulla Drina” del premio Nobel Ivo Andrić è un’elegia per il ponte ottomano di Višegrad, il quale connette le persone che vivono lì.
Ma i ponti hanno anche un importante significato simbolico. Un proverbio sostiene che i popoli combattono e si sentono sole perché costruiscono troppi muri e troppi pochi ponti. Essendo un elemento di connessione, il ponte è un bel simbolo di confronto e riconciliazione interculturale, importante soprattutto in un Paese ancora diviso e ferito dal recente conflitto.
Ma i ponti simboleggiano anche il movimento, la comunicazione e lo sviluppo. Essi possono connettere i popoli e permettere la reciproca conoscenza permettendo loro di raggiungere “l’altra parte”. Durante il mio soggiorno in Bosnia ho scoperto i suoi ponti e le persone che li hanno attraversati. Queste sono le loro storie.

Brisko Corda – Il ponte vecchio di Mostar

DSC_1536Il ponte a Mostar è una ricostruzione di un ponte ottomano del sedicesimo secolo che fu distrutto il 9 novembre 1993 durante la guerra. Mostar fu chiamata così dai custodi del ponte (mostari), e il vecchio ponte, che rimase in piedi per più di 400 anni sul fiume Neretva, è stato un importante simbolo della città. È stato un punto di ritrovo dove avveniva la famosa gara annuale di tuffi.
Brisko è nato a Mostar ed è vissuto nella città tutta la sua vita. È stata l’ultima persona ad attraversare il ponte prima che venisse distrutto durante la guerra.
“Il giorno che ho attraversato il ponte per l’ultima volta la mia famiglia era divisa ai due lati del fiume. Avremmo potuto vederci se avessimo attraversato il ponte,” racconta Brisko. In quel giorno uno dei due lati della città era privo d’acqua, quindi fu costretto a recarsi al fiume. “Stavo attraversando il ponte per portare l’acqua alla mia famiglia. Quando stavo per tornare, il ponte fu bombardato,” racconta Brisko.
L’8 novembre il ponte fu bombardato per tutto il giorno finché non collassò colpito da tre granate proprio mentre Brisko lo stava attraversando.
“Non riesco a credere come sia riuscito a vivere una cosa del genere e sopravvivere. Mi chiedo cosa abbia fatto per Dio affinché mi salvasse.” Brisko ricorda che pensò che sarebbe morto sul ponte e precipitato nelle acque della Neretva insieme ad a esso. Corse più veloce che poté, e appena raggiunse la fine del ponte era ricoperto da povere bianca. “Non avevo un graffio, sembravo soltanto un mugnaio”, ride.

DSC_1527Ma sente come se una parte di sé fosse crollata assieme al ponte. “Non solo una parte di me, ma di tutte le persone che sono naste a Mostar e che sentono il ponte come una parte delle loro vite.” dice Brisko. La gente di tutto i mondo è stata in lutto per il ponte, accogliendo la notizia della sua distruzione con dolore.
“Noi ci aspettiamo che la gente muoia, ma il ponte, in tutta la sua grzia e bellezza, è stato costruito per vivere più a lungo di noi; era un tentativo di raggiungere l’eternità. Trascende i nostri singoli destini. Una donna morta è una di noi – ma il ponte è uno di noi per sempre,” scrive Slavenka Drakulić, una giornalista e scrittrice croata, a proposito della distruzione del ponte di Mostar.
I lavori per la ricostruzione sono iniziati nel 1997 con il supporto dell’UNESCO, e il ponte è stato eretto nuovamente usando le stesse tecniche della costruzione originaria. Croati e Musulmani hanno lavorato congiuntamente per ricostruirlo. La cerimonia inaugurale è stata tenuta nel luglio del 2004. “Quando ho attraversato il nuovo ponte per la prima volta sentivo le gambe pesanti,” afferma Brisko. “È stata un’emozione indescrivibile”

DSC_1514Oggigiorno il turismo gioca un ruolo importante nella città, così come il ponte attrae un gran numero di visitatori. Esso rimane il simbolo più importante della città, e la sua ricostruzione uno speranzoso segnale di riconciliazione.

Elvin Rezepovic – Ponte di Olga e Suada a Sarajevo

DSC_1362Rinominato in onore delle prime vittime dell’assedio di Sarajevo, Olga Sučić e Suada Dilberović, il ponte di Olga e Suada fu costruito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il 5 aprile del 1992 a Sarajevo ci fu una manifestazione pacifica. Mentre i partecipanti marciavano per la pace, i cecchini spararono sui civili aprendo il fuoco sulla folla.
“Il 5 aprile è il giorno del mio compleanno, e lo stesso giorno in cui Olga e Suada furono uccise sul ponte. È un giorno veramente triste per me,” dice Elvin Reezepovic, il quale stava prendendo parte alla manifestazione per la pace quel giorno. “Ricordo di aver visto Suada cadere di fronte a me. È stato solo un caso trovarci sul ponte nello stesso momento; non la conoscevo,” continua Elvin.

DSC_1334Suada era una studentessa di medicina all’Università di Sarajevo. Era al suo sesto anno di studi quando la guerra iniziò. Elvin si trovava vicino a Suada quando fu colpita, e quando la vide esanime sulla strada iniziò a piangere, poiché le persone stavano morendo davanti a lui. Altre sei persone morirono quel giorno. “La abbiamo portata in macchina all’ospedale di Kosevo; volevo donare il sangue per salvarla, ma sfortunatamente non ce la fece. Ho ancora nella testa la terribile immagine del suo corpo trasportato sulla barella lungo l’ospedale.”
A causa dei brutti ricordi, alcune volte Elvin spera che il ponte non esista. “Quando lo attraverso mi guardo intorno e vedo le facce di coloro che sono morti,” racconta. Ma ancora ama il ponte. “Essi collegano popoli, città, Paesi. Le storie migliori riguardano i ponti”.

DSC_1361Un’altra storia lega Elvin a un altro ponte: il 9 novembre del 1993, pochi minuti dopo che il ponte di Mostar fu distrutto, lui venne ferito gravemente a Sarajevo. “Quel giorno per me rappresenta la rinascita. Ero stato dichiarato clinicamente morto dai dottori. Ero gravissimo, ma sono riuscito a sopravvivere.”
Elvin rimase ferito mentre combatteva per difendere Sarajevo, e ogni anno quel giorno lui si reca a Mostar per visitare il ponte. “Penso che il ponte sia quasi un’entità vivente. Poggio le mie mani su di esso e dico «Sei caduto, così come sono caduto io. Ti hanno rimesso in piedi, così come è successo a me»

Bojan Kanlić – Ponte Festina Lente

DSC_1297Il ponte pedonale Festina Lente è stato costruito nel 2012 di fronte l’Accademia di Belle Arti di Sarajevo. È diventato un’icona della città per il suo design originale e moderno. Nel 2007 fu indetto un concorso per la realizzazione del ponte di fronte l’Accademia. Il progetto vincente fu disegnato da un gruppo di studenti dell’Accademia stessa.
Bojan Kanlić ha studiato all’Accademia di Belle Arti ed era al suo secondo anno quando il progetto che aveva creato con altri due suoi colleghi, Amila Hrustić e Adnan Alagić, fu selezionato dalla giuria. “Penso che abbiamo vinto il concorso perché non pensavamo avremmo vinto,” dice Bojan. “Ci ha dato la possibilità di creare qualcosa di straordinario e totalmente nuovo.”
Il suo progetto di un anello in alluminio e acciaio che sfida la gravità ha vinto il concorso, ma Bojan e i suoi colleghi hanno dovuto attendere per cinque anni prima di iniziare a costruirlo proprio in virtù dello strano design del ponte.
All’inizio le persone si scagliarono contro il ponte; pensavano che fosse troppo moderno e brutto” dice Bojan. Ma lui è convinto che “le novità devono essere brutte perché sono diverse.” Attualmente lavora come insegnate nell’Accademia, e ogni giorno vede persone sedute sulle panchine intente a scattare foto. “Penso che la nostra idea abbia funzionato, e il ponte in qualche modo è diventato un simbolo della città.”

DSC_1339L’Accademia è collocata in una ex chiesa evangelica, pertanto Bojan e i suoi colleghi hanno voluto unire il sacro con il profano. L’idea di creare un anello è venua fuori come metafora dell’arte. “L’arte è vista da molte persone come qualcosa di completamente fuori dalla realtà. Ma l’arte è qualcosa che ti dà una differente prospettiva sul mondo.” Pertanto il progetto riguardava la creazione di un portale, “una connessione tra il mondo dell’arte e il mondo di tutti i giorni” spiega Bojan.
Festina Lente, che in latino significa “affrettarsi lentamente”, è secondo Bojan un simbolo della città. “È complementare alla mentalità della gente che vive qui. Il tempo viene vissuto in maniera diversa, e quando le persone sono lente esse pensano velocemente,” racconta Bojan. L’idea era di rendere l’attraversata del ponte un’esperienza. “Certamente se lo attraversi troppo velocemente non riuscirai a godere dei dettagli dell’architettura o della bellezza dell’Accademia.”

DSC_1230Bojan crede che Sarajevo sia caratterizzata dai suoi ponti, e per ognuno di essi ha una storia. Si sente onorato di aver costruito un ponte nella sua città natale. “I ponti sono veramente importanti qui, anche se abbiamo un fiume modesto. Durante la guerra la città fu separata dal fiume, e questi ponti sono ponti sono contemporaneamente il simbolo di una separazione e di una successiva connessione. Sono pieni di significato.”

Boris Gojkovic – Ponte Mehmed Paša Sokolović a Višegrad

DSC_1037Il ponte Mehmed Paša Sokolović di Višegrad è uno dei ponti più importanti di Bosnia. Ne Il ponte sulla Drina, il romanzo più famoso di Ivo Andrić, il Premio Nobel rappresenta la vita a Višegrad attraverso i secoli e le storie di coloro le cui vite hanno ruotato attorno al famoso ponte, costruito nel sedicesimo secolo dall’Impero Ottomano.
“Quand’ero più giovane lo vedevo come un semplice ponte, ma ora capisco quanto avere monumenti del genere nella nostra città sia una vera fortuna. Grazie al ponte ho realizzato quanto questa piccola città sia bella e importante,” dice Boris, che è nato a Višegrad e ha vissuto là tutta la sua vita.
“Questo ponte è stato qui per 400 anni, ed è un simbolo tangibile della durevolezza nel tempo,” racconta.
Ma il ponte è diventato anche un simbolo di morte. Nel famoso romanzo di Ivo Andrić, il ponte è un silenzioso testimone delle atrocità commesse durante gli Imperi Ottomano e Austro-Ungarico. Durante la guerra degli anni ’90 il ponte è stato scelto come luogo per svariate esecuzione pubbliche ai danni dei Musulmani, come parte del piano di pulizia etnica. Secondo l’ICTY [Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia ndt], Višegrad fu soggetta di “una delle più estese e spietate azioni di pulizia etnica.”
Nel 1992 il ponte era il luogo più sanguinoso di Višegrad, dove uomini, donne e bambini furono fucilati e gettati nelle acque della Drina. Visibile da quasi ogni angolo della città, le esecuzioni effettuate sul ponte erano da intendersi pubbliche.

DSC_1005Il numero delle persone assassinate sul ponte fu talmente alto che alla fine del 1992 un ispettore di polizia di Višegrad ricevette un reclamo dai gestori dell’impianto idro-elettrico posto lungo il confine serbo. “Chiunque sia responsabile, potrebbe gentilmente diminuire il flusso di cadaveri lungo la Drina? Stanno ostruendo le condutture della diga,” riportava Ed Vulliamy, un giornalista del quotidiano britannico The Guardian.
Il romanzo di Ivo Andrić era un’elegia nei confronti del ponte ottomano, e del modo in cui connetteva popoli di diverse etnie, religioni e culture che vivevano attorno ad esso. Ma il ponte non sarà più un simbolo di questi legami, fintantoché i ricordi delle atrocità ivi commesse durante la guerra infesteranno ancora Višegrad.

Enver Hadžiomerspahić – Ponte Ars Aevi a Sarajevo

DCS_Il ponte Ars Aevi è stato disegnato dal celebre architetto italiano Renzo Piano, e fu costruito nel 2002 come parte del Museo di Arte Contemporanea Ars Aevi. È stato concepito come un punto d’accesso al museo di arte contemporanea, progettato per essere costruito accanto al Museo Nazionale di Sarajevo.
L’idea di creare un museo di arte contemporanea si materializzò nella notte del 27 aprile del 1992, giacché il Museo dei Giochi Olimpici di Sarajevo era stato bombardato. Il progetto emerse come reazione alle divisioni etniche e religiose createsi durante la guerra.
“Era folle pensare di costruire un museo di arte contemporanea in quei giorni nei quali nessuno di noi poteva sapere se saremmo stati ancora vivi il giorno successivo,” dice Enver Hadžiomerspahić, responsabile del concept e della gestione del Progetto Ars Aevi.
Insieme ad artisti locali e con il supporto ufficiale di figure chiave di Sarajevo, Enver ha invitato i massimi esponenti del mondo dell’arte per formare una collezione per un museo d’arte contemporanea. L’iniziativa puntò a rispondere all’assedio e alla guerra come “un’espressione della volontà collettiva internazionale.”
Noi volevamo che Ars Aevi fosse un progetto internazionale, che fosse al di sopra di tutte le nazionalità e religioni,” dice Enver. Nel momento in cui il progetto iniziò a raccogliere donazioni da artisti di tutto il mondo “non fu soltanto perché la città era sotto assedio, fu una risposta emotiva degli artisti e dei loro sentimenti nei confronti di Sarajevo, dove diversi mondi entrano in collisione.”

DSC_1573Quando l’architetto Renzo Piano si recò a Sarajevo nel 1999 per l’apertura di un’esibizione del progetto Ars Aevi fu folgorato dai ponti di Sarajevo. “Era un raro esempio di una città popolata da ponti. Lui pensò che sarebbe stato meraviglioso costruire un ponte di fronte al museo,” rivela Enver.
Piano costruì il ponte da solo in collaborazione con i soci della sua fondazione. “Il ponte è un regalo di Renzo Piano a Sarajevo. Quando mi disse dell’idea del ponte, dissi che sarebbe stato fantastico. Lui mi rispose «Certo che lo sarà, lo farò io,»” Enver ricorda con un sorriso.

(Articolo originale di Marta Vidal, pubblicato su Balkan Diskurs il 13 gennaio 2016)

Photo Credits Marta Vidal

Traduzione di Gianluca Samà

BOSNIA: Storia dell’assedio di Sarajevo a vent’anni dalla sua fine

La storia dell’assedio più lungo della Storia moderna e contemporanea, nel ventesimo anniversario della sua conclusione, il 29 febbraio 1996.

Sarajevo era un obiettivo importante per i comandanti serbo-bosniaci per creare continuità territoriale fra le città delle valli della Drina e della Sava e la Kninska Krajina (l’autoproclamata repubblica serba in Croazia) e congiungere la Serbia e la Croazia attraverso una cintura di territorio bosniaco che passava dalle suddette valli fino a Banja Luka.

Leggi anche: Sarajevo, sprofondare nell’assedio (1)

Il 5 aprile 1992 alcuni militari serbi si prodigarono nella costruzione di barricate sul ponte di Vrbanja: lo stesso giorno una moltitudine di persone manifestò pacificamente in piazza contro il clima di tensione. Nonostante la natura pacifica del corteo morirono due persone che verranno ricordate come le prime vittime dell’assedio, Suada Dilberović e Olga Sučić, colpite da proiettili durante la manifestazione. Nel primo pomeriggio il corteo fu attaccato da alcuni cecchini nelle vicinanze dell’Holiday Inn di Sarajevo, provocando la reazione delle truppe speciali (Berretti Verdi – Želene Beretke) della Lega Patriottica Musulmana, i quali provocarono una sparatoria generale nel tentativo di scovare i franchi tiratori: l’onda di violenza armata si estese a tutta la città, sotto l’occhio inerme dell’Armata. L’esercito non intervenne, occupò l’aeroporto di Butmir per ottenere la copertura aerea nello spazio sopra la città, limitandosi a proclamare il coprifuoco la sera del 6 aprile, cioè lo stesso giorno in cui la Comunità Europea riconobbe la Bosnia-Erzegovina come Stato indipendente.

Già nelle prime due settimane di assedio Sarajevo cambiò radicalmente aspetto, e le due fazioni si trincerarono: i musulmani rimasero nel centro storico e nei quartieri di Dobrinja e Butmir (quartiere in cui passa la pista d’atterraggio dell’aeroporto), mentre i serbi occuparono i quartieri di Ilidža, Novo Sarajevo e Vogošća, fondamentali per la distribuzione di acqua, gas e elettricità. I fronti erano segnati dal fiume di Sarajevo, la Miljacka, e dal viale principale della città, Ulica Zmaja od Bosne (strada del Dragone bosniaco), che sarebbe diventata tristemente famosa come Snajperska Aleja, il viale dei cecchini.

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On January 8 1993 BiH deputy PM Turajlic was returning to town from the airport in a UN armoured personnel carrier on Sniper Alley when Chetniks, knowing he was inside, stopped it at a road block. After a 90-minute standoff a French UNPROFOR soldier, perhaps fearing for his own life, gave in to Chetnik demands to open the APC door. This was in breach of his standing orders. A Chetnik immediately fired eight rounds into Turajlic from an AK47. Here Dulmers pays his respects beside the fresh grave at the little Ali Pasha mosque.La compagine ministeriale del presidente Alija Izetbegović si dimostrò scarsamente organizzata dal punto di vista militare, e questo alimentò i sogni di conquista di croati e serbi. Milošević uscì pulito da questa vicenda, giacché il 4 maggio diede due settimane di tempo a tutti i membri serbi (cioè la maggior parte) dell’esercito jugoslavo presenti in Bosnia-Erzegovina di fare ritorno in patria. Non solo, a Belgrado venivano esautorati alcuni membri della JNA troppo legati alla dottrina militare della stessa (cioè la difesa dell’unità federale) per poter sposare senza remore il progetto dei serbo-bosniaci: il generale della JNA per le operazioni a Sarajevo, Milutin Kukanjac, reo di non essere riuscito a infrangere la resistenza posta in essere da parte di alcuni gruppi musulmani, fu sostituito dal generale Ratko Mladić.

La JNA quindi non esisteva più su territorio bosniaco; Milošević la aveva trasformata completamente nell’esercito dei serbo-bosniaci (Vojska Republike Srpske – VRS), la forza armata ufficiale della repubblica serba di Bosnia-Erzegovina. La natura del conflitto era di fatto mutata, e questo rendeva la Serbia estranea ai fatti: di più, con questa mossa Belgrado ottemperava formalmente alle direttive della Risoluzione 752 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che prevedeva il ritiro di forze esterne dal suolo bosniaco. Milošević si era posto in una situazione di ferro: nei confronti della Serbia non vennero messe in atto azioni concrete, e i militari serbo-bosniaci erano liberi di effettuare azioni militari in Bosnia-Erzegovina all’interno di quella che appariva così come una guerra civile e non una guerra di aggressione.

Nel 1993 la situazione nella città era drammatica: gli approvvigionamenti delle fornitura di luce, gas e acqua erano in mano alle milizie serbe, che potevano disporne a piacimento e ricattare il governo di Sarajevo. A luglio la città viveva una fase di stallo: i soldati serbi, forti di una superiorità militare, avevano tagliato i rifornimenti per ricattare la popolazione della città, mentre quelli musulmani avevano preventivamente distrutto i generatori elettrici di una fabbrica di proiettili a Vogošća, quartiere occupato dalle forze serbe. Il governo bosniaco, se avesse accettato il ricatto, avrebbe condannato la capitale alla distruzione, ma al contempo non poteva più rifornirla dei beni di primaria necessità. Iniziò pertanto il razionamento di beni di prima necessità, tra cui le già citate utenze. Sadako Ogata, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, denunciò presso la comunità internazionale una situazione insostenibile. La quasi totalità degli abitanti era sull’orlo della fame, e rischiava ogni giorno di morire di inedia o di malattie tifoidi, più che a causa di un proiettile, rischio che aumentava enormemente per via delle scarse condizioni igieniche, ben testimoniate dalla presenza di cadaveri nella Miljacka. Sarajevo ancora oggi racconta la vita che gli abitanti conducevano durante l’assedio: su alcuni palazzi crivellati di colpi sono rimasti i segnali di pericolo cecchini, o che avvertivano la presenza di bande armate. Queste ultime, come rilevato da uno studio effettuato nel 2008, sembra avessero realizzato un fiorente mercato nero, giri di droga e prostituzione, con la connivenza e l’aiuto di poliziotti e caschi blu corrotti.

Nel gennaio del 1994, mentre l’esercito bosniaco era impegnato a fronteggiare sia l’esercito serbo-bosniaco, sia l’esercito croato a Mostar, furono compiuti massacri con rinnovato slancio. Ancora oggi risulta difficile individuare le responsabilità di ogni singolo lancio di granate. Il 4 febbraio, per fare un esempio, il giorno successivo la visita alla città di Benazir Bhutto e Tansu Çiller, rispettivamente le premier di Pakistan e Turchia, alcune granate furono fatte esplodere a Dobrinja, un quartiere in cui non a caso avveniva la distribuzione degli aiuti umanitari: morirono dieci persone. Neanche ventiquattro ore dopo, il 5 febbraio, una granata colpì il mercato coperto. L’attacco al Markale causò la morte di 68 persone e ne ferì 197. Gli occhi della comunità internazionale erano puntati su Sarajevo: i soldati serbi declinarono ogni responsabilità, sostenendo che i musulmani avrebbero inscenato un attacco con cadaveri di persone già decedute al solo scopo di impietosire la comunità internazionale. L’indagine balistica svolta dall’UNPROFOR (il nome della missione ONU nei territori dell’ex-Jugoslavia durante la guerra) non fu sufficiente per avere un chiaro responso sulla responsabilità oggettiva dei fatti, e questo sembrò avallare le accuse serbe.

Nel 1995 la guerra aveva preso una direzione ben precisa: tra milizie musulmane e croate, grazie allo sforzo della mediazione statunitense, erano cessate le ostilità, e i rapporti di forza sul campo di battaglia si stavano invertendo. Questo permise agli Stati Uniti di forzare la mano dell’ONU promuovendo uno sforzo militare internazionale effettivo, da effettuare sotto l’egida della NATO, con il nome di operazione Deliberate Force.

Va detto che nonostante gli aerei della NATO avessero costretto i comandanti serbo-bosniaci a mutare il proprio atteggiamento ostruzionista nei confronti del processo diplomatico, Sarajevo continuava a essere bombardata con una potenza di fuoco mai vista prima. Nella capitale bosniaca i contingenti UNPROFOR non si erano mossi per rompere l’accerchiamento dei serbo-bosniaci, in quanto una mossa simile esulava dalle loro competenze di missione. L’esercito musulmano, l’Armija BiH, tentò quindi di farlo in solitaria, cercando di costringere i contingenti serbo-bosniaci a ritirate sistematiche per rallentare l’approvvigionamento e al contempo allargare il perimetro dell’assedio.

La mattina del 28 agosto 1995 a Sarajevo, una delle vie più trafficate del centro, il viale Maresciallo Tito, fu colpita da cinque colpi di mortaio. Quattro di questi esplosero senza causare seri danni, mentre uno centrò la piazza del Markale, per la seconda volta in 19 mesi. Anche questo, come il precedente attacco, fu ampiamente strumentalizzato da più fronti: alcuni credettero fosse opera degli estremisti serbi per minacciare il governo di Sarajevo, ormai convinto ad accettare i negoziati proposti dall’amministrazione Clinton, mentre altri sostennero invece che fosse una vendetta per dei bombardamenti condotti da truppe musulmane il giorno prima. Il silenzio stampa di Mladić e Karadžić diede ragione a tutti coloro i quali erano convinti della responsabilità oggettiva dei serbi nell’attacco. La storiografia sulle vittime è pressoché unanime: i numeri variano tra 39 e 42 morti.

Sarajevo_Siege_Collecting_Firewood_2Va detto che insieme ai blandi bombardamenti della NATO, gli Stati Uniti si stavano muovendo su numerosi fronti diplomatici, e verso la fine dell’estate del 1995 i musulmani dimostrarono che non avrebbero mai cessato i combattimenti se i comandanti serbo-bosniaci non avessero accettato una tregua, se non avessero cessato l’assedio della capitale e se non avessero liberato le strade che collegavano Tuzla, alle enclavi orientali di Žepa, Goražde e Srebrenica.

L’amministrazione statunitense offrì ai serbo-bosniaci la possibilità di spostare la metà degli armamenti pesanti disposti attorno a Sarajevo a 20 km di distanza dalla città, per evitare in cambio che i bombardamenti della NATO riprendessero. In realtà, dal momento che l’opzione di bombardare determinati obiettivi probabilmente non sarebbe stata permessa, questa proposta fu un azzardo, un bluff. Radovan Karadžić e Ratko Mladić, rispettivamente presidente e capo di Stato maggiore della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina accettarono un incontro diplomatico con l’amministrazione Clinton a Belgrado, per discutere della possibilità di cessare l’assedio di Sarajevo, opzione a cui si dichiararono a favore.

Il governo serbo-bosniaco di Pale aveva ottemperato alle richieste dell’ONU di riaprire l’aeroporto di Butmir e le strade “blu” che permettevano l’ingresso a Sarajevo degli aiuti umanitari. Il 15 settembre, il Consiglio di sicurezza premiò questo atteggiamento collaborativo e alleggerì ulteriormente le sanzioni nei confronti della Jugoslavia (allora già ridotta a Serbia e Montenegro).

Il campo di battaglia aveva finito di esprimersi, e la fine della guerra andava suggellata con degli accordi di pace, i quali, discussi a Dayton, in Ohio, avrebbero dovuto dirimere anche la questione dell’assedio di Sarajevo. Alcuni punti rimanevano di difficile risoluzione: in primo luogo lo status che avrebbe dovuto assumere Sarajevo non incontrava il favore delle parti e in particolar modo della delegazione serba, le cui controproposte di divisione della capitale non poterono che cozzare contro un secco “no” delle controparti croata e musulmana.

Sarajevo_GrbavicaUna volta che l’accordo fu siglato dalle parti Karadžić promise verbalmente a Milošević di accettare tutti i suoi punti, ma appena ne ebbe l’occasione sfruttò la sua popolarità per fomentare moti popolari nei quartieri di Vogošća, Ilidža e Grbavica, a forte componente serbo-bosniaca. Il 29 febbraio la polizia bosniaca riuscì a liberare alcuni di questi quartieri dalla presenza di militari, e, soprattutto, a entrare e prendere il controllo a Ilijaš, comune del cantone di Sarajevo attraverso cui passano le arterie stradali che collegano la capitale alla Bosnia-Erzegovina centrale, rendendo Sarajevo, de facto, una città libera dopo 1425 giorni, migliaia di morti e centinaia di migliaia tra feriti e profughi.

KOSOVO: Arrestati quattro uomini armati presso monastero ortodosso

Verso le nove di sera di sabato 30 gennaio alcuni soldati italiani della missione KFOR hanno fermato un’automobile che si dirigeva verso lingresso del monastero di Visoki Dečani, patrimonio UNESCO, situato 12 km a sud di Peč. Nell’automobile sono stati trovati un kalashnikov, alcune munizioni e una pistola, oltre a vari libelli trattanti probabilmente propaganda fondamentalista islamica. Non si sa ancora con certezza di cosa trattassero tali pamphlets anche se l’abate del monastero, Sava Janjić, ha le idee chiare, sostenendo che il monastero sia stato attaccato quattro volte da estremisti islamici negli ultimi dieci anni, senza che ci fossero conseguenze giuridiche serie nei confronti delle persone arrestate.

Di fatto, la versione della polizia kosovara non parla di pericolo jihadista; le quattro persone a bordo dell’automobile, kosovari albanesi,  sono state difatti arrestate per possesso illegale di armi. Non solo: la polizia ha negato ogni possibile legame tra i fatti e un progetto di attacco terroristico.

Non la pensa ovviamente così Sava Janjić, il quale tramite i propri (seguitissimi) profili social ha manifestato le proprie perplessità nei confronti della versione di Baki Kelani, portavoce della polizia kosovara. Secondo il prelato ortodosso, in primo luogo trovare quattro persone che nella propria automobile hanno armi e “letteratura islamica” (sic!) rappresenterebbe una fattispecie completamente diversa rispetto al semplice possesso illegale di armi da fuoco. In secondo luogo non sarebbe assolutamente vero, come si legge nel documento della polizia, che i quattro siano stati fermati sulla via che porta al monastero dalla polizia kosovara, ma che anzi gli stessi si siano fermati autonomamente alla vista del contingente KFOR (dal 2004 a protezione della chiesa) e che solo successivamente la polizia kosovara sia intervenuta. Janjić chiede una maggior trasparenza da parte della polizia, per non intaccare quantomeno la fiducia che la popolazione dovrebbe avere in tale istituzione. Al contempo lancia un’ulteriore segnale: la presenza della KFOR, visti i già citati attacchi avvenuti negli scorsi anni, si rivela ancora fondamentale per la preservazione della sicurezza di un importante simbolo della Chiesa ortodossa.

Marko Đurić, consulente per l’Ufficio degli Esteri della presidenza della Repubblica di Serbia, si è detto preoccupato per un simile fatto. Tralasciando il fatto in sé, cioè l’arresto di quattro uomini armati, Đurić ha ripreso le parole di Sava Janjic per poter fare pressioni politiche: è evidente, secondo Đurić, che simili fatti nascano dai mancati accordi sulle municipalità serbe in Kosovo. Da tale miopia politica, secondo il politico serbo, deriverebbero problemi di questa natura.

Ma mentre i media serbi sembrano più allineati alla versione ufficiale della polizia kosovara, altri giornali esteri sposano le affermazioni del religioso ortodosso per effettuare considerazioni anti-islamiste. La Pravda scava nel torbido e porta a galla alcuni episodi avvenuti anni prima, citati già dallo stesso Janjic, per dare validità alla pista del terrorismo islamico. Sullo stesso solco si inserisce Le Figaro, che oltre a millantare un tentativo di attentato, conteggia almeno 300 albanesi kosovari nelle file del Daesh.

KOSOVO: Scontri a Pristina, l’opposizione protesta contro gli accordi con Belgrado

Il 12 ottobre a Pristina, capitale del Kosovo, sono avvenuti degli scontri tra circa duecento manifestanti e forza di polizia. Il lancio di lacrimogeni e pietre e l’incendio di alcune vetture avvenuti nella sera del 12 ottobre rappresentano l’apice di una serie di incidenti occorsi nei precedenti tre giorni.

Il 9 ottobre infatti la polizia kosovara ha arrestato Albin Kurti con l’accusa di aver lanciato, nella settimana precedente, un lacrimogeno all’interno del Parlamento che avrebbe altresì costretto i deputati all’evacuazione. In realtà, dai video che si trovano in rete, il gesto è stato più provocatorio che pericoloso.

Albin Kurti non è un semplice cittadino, ma è anche uno dei leader del movimento Vetëvendosje (Autodeterminazione), nonché un deputato dell’Assemblea, e il suo arresto ha causato i disordini nella serata del 12 ottobre. Vetëvendosje aveva invitato gli attivisti a recarsi presso la stazione di polizia che deteneva Albin Kurti, il quale, una volta rilasciato, trovatosi di fronte alla prevedibile presenza di giornalisti, ha dichiarato prontamente che Vetëvendosje non avrebbe mai mollato le proprie battaglie.

I deputati del partito, insieme agli altri due partiti di opposizione, l’Alleanza per il futuro del Kosovo (AAK) e l’Iniziativa per il Kosovo (NISMA), nelle ultime settimane avevano infatti cercato di boicottare i lavori dell’Assemblea in vari modi, financo lanciando uova all’indirizzo del premier Isa Mustafa.

Non è la prima volta che in Kosovo le istanze delle opposizioni scendono in piazza sfociando, sovente, in manifestazioni sedate dalle forze di polizia. Anche in questo caso queste forze politiche hanno protestato con veemenza contro ogni forma di dialogo fra Serbia e Kosovo. Il 25 agosto a Bruxelles i governi di Pristina e Belgrado hanno firmato un pacchetto di accordi che dovrebbe segnare un punto di svolta per la normalizzazione dei rapporti fra i due Paesi. Il pacchetto prevede principalmente la creazione di doppie compagnie telefoniche, idriche ed elettriche, in modo tale da garantire servizi migliori per la comunità dei comuni a maggioranza serba nel nord del Kosovo, e la creazione di un’Assemblea delle municipalità serbe.

Gli accordi sono stati salutati con entusiasmo dai premier kosovaro e serbo, rispettivamente Isa Mustafa e Aleksandar Vučić, e dai loro alleati politici: l’ex primo ministro Hashim Thaçi si è dichiarato estremamente favorevole alla costituzione dell’Assemblea delle municipalità serbe bollandola come una semplice ONG che di fatto non pregiudica l’autorità statale di Pristina sui comuni a maggioranza serba. Anche il sindaco di Mitrovica, il serbo Goran Rakić, si è dichiarato entusiasta dell’accordo dichiarando che in questo modo Belgrado si è assicurata migliori condizioni di vita per i serbi del Kosovo.

Proprio sul punto dell’Assemblea arrivano voci di dissenso da ambo le parti: come già detto Kurti e altri leader dell’opposizione stanno cercando di ostacolare questo processo che a loro dire procurerebbe un’ulteriore divisione etnica del Kosovo. Voci radicali di dissenso si levano anche contro Vučić, il quale ha ampiamente capito come il radicalismo politico sul Kosovo in Serbia non fa più prendere voti come in passato; il politico Marko Jaksić non la pensa evidentemente come il premier, giacché ha sostenuto che l’accordo certifica un definitivo trasferimento di competenze da Belgrado a Pristina nei confronti della minoranza serba. Ma la normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo ha ormai preso un avvio che probabilmente non potrà essere interrotto da poche voci, esponenti di un radicalismo che, da entrambe le parti, ha perso l’appeal innegabilmente posseduto fino a pochi anni fa.

(photo: Visar Kryeziu, Ap/Ansa)

Cara Europa, noi, 2748 cittadini della Repubblica Ceca, vogliamo parlarti di qualcosa

Cara Europa,
Avrai ascoltato le dichiarazioni dei nostri politici e potresti aver pensato che siamo un po’ ipocriti e che non apprezziamo l’essere membri dell’Unione Europea. Ti potrebbe sembrare che ci siamo scordati il nostro doloroso passato, nel quale i nostri cittadini sono stati costretti ad abbandonare il Paese: 80.000 ebrei durante l’Olocausto, milioni di tedeschi, spesso antifascisti, dopo l’Olocausto, 25.000 cecoslovacchi nel 1948 e circa 300.000 persone dopo il 1968.

Probabilmente ti chiederai cosa è accaduto al Paese che ha dato i natali a Karel Čapek, Tomáš Garrigue Masaryk, e Václav Havel. Quando è stato il momento in cui i cechi sono diventati così indecisi, scettici e codardi? Cosa è successo agli ideali di solidarietà generosità e umanità? Niente paura! Non siamo così male. Questa è soltanto l’impressione che sta dando la nostra classe politica.

Per favore, credeteci, siamo solidali con i popoli che sono stati privati delle proprie case, che sono impossibilitati a crescere e a educare i propri figli, e sviluppare le proprie abilità intellettuali in tutta serenità, che sono impossibilitati, ora, a condurre una vita normale. E noi, così come voi, siamo imbarazzati dalla reazione e dalla passività del nostro governo, ed è per questo che abbiamo deciso di fare noi qualcosa a riguardo.

Centinaia di noi sono corsi in aiuto delle persone le cui vite sono in chiaro pericolo. Potreste averci incontrato a Vámosszabadi, Röszke, Horgos, Győr, Szeged, Tovarnik, Beli Manastir… Migliaia di cechi hanno fornito aiuto materiale, economico e logistico. Altri migliaia hanno inviato vestiti, coperte, cibo e soldi. E ancora offriamo letti e lavori a coloro che vengono in Repubblica Ceca.

Noi siamo Europei delusi dall’atteggiamento confuso del nostro governo. Né il governo né i cittadini vogliano ammettere che a centinaia di chilometri dai nostri confini c’è un enorme disastro, trattenuto sull’orlo del precipizio di una catastrofe umanitaria unicamente dalle attività delle ONG e dei volontari. Le istituzioni dello Stato, come l’esercito, la protezione civile e le squadre di emergenza continuano a restare fermi e attendere. Noi non sappiamo cosa stiano aspettando.

Siamo imbarazzati dall’atteggiamento delle autorità ceche nei confronti delle persone che si trovano sul nostro territorio, e che sono trattate in in maniera non conforme alle convenzioni internazionali. Noi speriamo che il loro atteggiamento nei confronti delle persone che sono state trattenute nel loro cammino verso la libertà sia un riflesso di un errore di calcolo sulla situazione, dovuto alla mancanza di informazione, alla paura esagerata e non per cattiveria.

Caro governo ceco, egregio Presidente, basta aver paura. Per favore dite alla gente che sono parte della nostra cultura, molto più di quanto vogliate ammettere, che non sono nostri nemici. Non trattateli come criminali. Lavoriamo tutti insieme per capire meglio come aiutarli. Vogliamo essere educati, gentili e generosi. Quindi comportiamoci in questo modo, soprattutto nei confronti delle persone che hanno bisogno. Non preoccupatevi, non vi abbandoneremo in questo. Ci sono tantissime cose che possiamo fare per voi, di modo tale che possiate avere la forza per risolvere seri problemi politici che affliggono l’Europa.

Cara Europa, non perdere la pazienza con noi. Te lo assicuriamo, siamo pronti a fare di tutto!

Con riconoscenza e stima,
I cittadini della Repubblica Ceca

Traduzione dall’originale pubblicato su DearEurope 

MACEDONIA: C’è l’accordo per un governo di unità nazionale. Gruevski lascia a gennaio

#Macedonia: Raggiunto un accordo fra il premier macedone, Nikola Gruevski, e i partiti d’opposizione per uscire dall’impasse politica grazie anche alla mediazione del Commissario europeo Johannes Hahn

Il 14 luglio, il Commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato, Johannes Hahn, ha annunciato il raggiungimento di un accordo fra i leader politici macedoni per la risoluzione della crisi politica che il Paese attraversa da mesi. L’accordo include la coalizione di governo tra il VMRO-DPMNE di Nikola Gruevski e il BDI di Ali Ahmeti (Unione democratica per l’integrazione, partito degli albanesi di Macedonia) così come i principali partiti d’opposizione, il SDSM di Zoran Zaev (Partito social-democratico di Macedonia) e il  PDSH di Menduh Thaci (Partito Democratico degli Albanesi).

In base a tale accordo è stato fissato un termine per la creazione di un governo di unità nazionale, entro il 15 gennaio 2016, che organizzerà elezioni parlamentari anticipate, previste in linea di massima per il 24 aprile 2016.

Nel frattempo, dal 1° settembre l’opposizione socialdemocratica di Zoran Zaev (SDSM) terminerà il boicottaggio del Parlamento e dal 20 ottobre entrerà anche a far parte del governo, ottenendo i dicasteri degli Interni e del Lavoro (ciascuno con un viceministro del VMRO). I socialdemocratici avranno altresì la possibilità di nominare i viceministri delle Finanze, delle Telecomunicazioni e dell’Agricoltura.

Quindi, entro il 15 gennaio 2016 Gruevski rassegnerà le proprie dimissioni e affiderà la transizione ad un governo tecnico guidato da una personalità del VMRO, rendendosi peraltro eleggibile per le successive elezioni previste per il 24 aprile. Il controllo sui cinque ministeri chiave resterà condiviso tra maggioranza e opposizione anche durante il governo di transizione. La regola che il governo in carica si dimetta entro 100 giorni dalle nuove elezioni, per lasciarle amministrare ad un esecutivo tecnico, sarà inserita tra le convenzioni costituzionali e varrà anche per il futuro.

Zaev si è detto soddisfatto delle condizioni, dal momento che in questo modo al VMRO sarebbe impossibile ripetere i brogli denunciati dagli stessi social-democratici alla scorsa tornata elettorale.

Gruevski ha dovuto infine capitolare alle richieste ripetute già da mesi dall’opposizione. Se fino ad ora non erano bastati gli scandali delle intercettazioni, e le svariate proteste che hanno infiammato il Paese (sia degli antigovernativi sia dei supporter del governo Gruevski), il lavoro di analisi della Commissione europea, che ha ravvisato nelle intercettazioni una grave violazione della libertà democratica, ha permesso a Johannes Hahn di sedere al tavolo delle trattative con più potere contrattuale rispetto al premier macedone, la cui figura politica è ampiamente logorata dagli scandali che il piccolo Paese balcanico ha attraversato negli ultimi mesi.

In aggiunta a quanto già concordato il 2 giugno, governo e opposizione si sono anche impegnate a nominare di comune accordo entro il 15 settembre un nuovo Pubblico Ministero Speciale, con piena autonomia di condurre le indagini relative allo scandalo intercettazioni. 

Leggi anche: tutti gli articoli di East Journal sulla crisi politica in Macedonia

SERBIA: L’ONU dichiarerà Srebrenica un genocidio. Belgrado insorge: “motivazioni politiche”

Mancano poche settimane al ventennale del massacro di Srebrenica, laddove più di 8.000 uomini e ragazzi bosniaco-musulmani furono trucidati dalle milizie serbo-bosniache di Ratko Mladic (oggi in giudizio all’Aja) e ilConsiglio di sicurezza dell’ONU è chiamato ad adottare una proposta di risoluzione che confermi la sua definizione come atto di genocidio, come riconosciuto da diverse corti internazionali, per quanto occorso nel luglio del 1995 nella cittadina bosniaca. I rappresentanti politici serbi e serbobosniaci vi si oppongono, e fanno appello alla Russia perché li soccorra con un veto. Ma a Mosca non sembrano esserne intenzionati.

Serbi e serbobosniaci contro la risoluzione ONU su Srebrenica

Il presidente serbo Tomislav Nikolić ha già affermato che Belgrado suggerirà alla Russia di apporre il proprio veto per bloccare la risoluzione, adducendo motivazioni riguardanti l’esclusiva politicizzazione di avvenimenti di questo genere. A sostegno della sua posizione, tramite la solita strategia di relativizzazione, il capo di stato serbo ha dichiarato al quotidiano serbo Danas come nei dintorni della stessa Srebrenica vi furono altri casi di massacri di civili serbo-bosniaci. Più realistico il ministro degli esteri serbo, Ivica Dačić, il quale ha dichiarato che la Russia può sicuramente supportare la posizione serba, ma non è tenuta a farlo.

Dello stesso avviso è Milorad Dodik, il presidente della Republika Srpska (una delle due entità territoriali della Bosnia-Erzegovina). Dodik ha dichiarato, in un’intervista apparsa sul quotidiano Večernje Novosti, che in Bosnia-Erzegovina non ci sarà mai un’unanimità di giudizio sulla risoluzione, e inoltre avrebbe chiesto al ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov, di apporre il proprio veto ad una risoluzione che “offende le vittime serbe”.

Il premier serbo Aleksandar Vučić ha smorzato i toni dicendosi pronto a partecipare alle commemorazioni per il ventennale, ma non di non poter mai avallare un documento che possa condannare l’atto come genocida. La realtà è che tale risoluzione può piuttosto provocare problemi politici per Vučić e il suo governo, già piombati nelle scorse settimane nella polemica sulla richiesta di estradizione per Naser Oric, ex generale bosniaco (già assolto all’Aja) arrestato da alcune settimane in Svizzera su mandato di cattura emanato a inizio anno dalle autorità serbe – incidente diplomatico tra Serbia e Bosnia-Erzegovina che ha provocato il rinvio del viaggio di Nikolic a Sarajevo. Il caso Oric rischia addirittura di mettere a repentaglio la commemorazione internazionale del ventennale del genocidio se, come riportato da Andrea Rossini, il sindaco di Srebrenica Ćamil Duraković non dovesse dare l’avallo agli eventi (per i quali sono attese più di 50.000 persone, tra cui ministri, premier e capi di stato) per motivi di sicurezza.

Posizione, quella serba e serbo-bosniaca, apparentemente suffragata dal Centro Wiesenthal di Gerusalemme. Il suo direttore Efraim Zuroff ha dichiarato al quotidiano serbo Politika come il paragone con la Shoah non stia in piedi, e che definire Srebrenica un genocidio abbia motivazioni politiche. Un’ulteriore polemica sterile, dal momento che non vengono mai definite tali fantomatiche motivazioni politiche: difficile ottenerle giacché la politica continua a utilizzare retoriche vecchie di venti come di settant’anni. D’altronde, il Centro Wiesenthal  ha un interesse istituzionale a preservare l’unicità e incommensurabilità del genocidio ebraico rispetto ad ogni altro massacro che rientri nei termini della Convenzione ONU sul genocidio del 1948. Nella stessa intervista, Zuroff nega tale qualifica anche al genocidio rwandese.

L’ambasciatore inglese Edward Fergusonsul blog del Foreign and Commonwealth Office ha risposto alle polemiche di Dodik e Nikolić , ricordando come due diverse corti internazionali (la Corte internazionale di giustizia e il Tribunale penale internazionale per i crimini commessi nell’ex-Jugoslavia), in cui hanno lavorato giuristi di fama mondiale, hanno più volte definito il massacro di Srebrenica un genocidio. Non si tratta, secondo il diplomatico britannico (il cui paese è tra i promotori della risoluzione all’ONU) di una mancanza di rispetto nei confronti di altri morti in guerra, né tanto meno nei confronti della Serbia o dei serbi come popolo, ma del riconoscimento di una dura realtà.

Mosca fa orecchie da mercante. La Russia non porrà il veto alla risoluzione su Srebrenica

E una doccia gelata per i serbi e i serbo-bosniaci è arrivata dall’ambasciatore russo a Sarajevo, Petar Ivancov, il quale ha affermato che Mosca non negherà che il massacro compiuto a Srebrenica sia stato un genocidio. Un modo questo, nelle parole dell’ambasciatore, per raggiungere la riconciliazione: dare possibilità alla gente di ricordare i propri morti e le proprie date senza che nessuno possa negare quanto accaduto. Parole pesanti, e solo parzialmente bilanciate dalla dichiarazione del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov,il quale ha comunque aggiunto che il tono della risoluzione è anti-serbo, e che una definizione così forte può provocare tensioni inter-etniche nei Balcani.

La Russia mantiene un atteggiamento equivoco sulla questione: le parole di Lavrov sulla vicenda cozzano con quanto dichiarato da Ivancov. Il Cremlino ha inoltre aggiunto che Mosca rispetta la Republika Srpska e Dodik, ma che non seguirà pedissequamente le sue indicazioni. La Russia si allontana così dalle posizioni più radicali che avevano assunto i suoi diplomatici nei mesi scorsi – quando, a gennaio, avevano contestato l’integrazione euroatlantica della Bosnia-Erzegovina in maniera ancora più forte di quanto richiesto dagli stessi serbo-bosniaci – un segnale di come la Russia avrebbe potuto agire da spoiler su vari dossier diplomatici, se fosse stata messa ulteriormente all’angolo per via della guerra in Ucraina. Il ritorno di Mosca alle posizioni di consenso internazionale pare oggi, invece, segnalare una volontà russa di cercare un ritorno al dialogo e alla collaborazione.

Allo stesso tempo, sembra che la Russia stia usando una questione politica fortemente sentita in Serbia e in Republika Srpska per mostrare a Belgrado e Banja Luka come sia facile perdere il supporto del più grande e influente dei paesi slavi. Avvertimento che è stato colto da Dodik, il quale si è dichiarato fiducioso nell’aiuto finanziario della Russia per affrontare la crisi di liquidità in cui versa la SrpskaUna posizione scivolosa, invece, per il premier serbo, che punta ad aprire a breve i primi capitoli negoziali verso l’adesione all’UE: secondo i media serbi, Vučić avrebbe rimandato al mittente il ricatto russo, decidendo di inviare al Consiglio di Sicurezza ONU un chiaro messaggio di dissenso sulla risoluzione, ma senza chiedere formalmente alla Russia di apporre un veto.

Diventa evidente come la questione del riconoscimento o meno del massacro di Srebrenica come genocidio all’ONU ritorni in auge per motivi che nulla hanno a che vedere con il rispetto dei morti o della verità, ma che nascondono nient’altro che motivazioni politiche o
economiche. Allo stesso tempo, non tutta la società serba e serbo-bosniaca è allineata alle posizioni dei propri rappresentanti politici su questo dossier. Il giornalista serbo Dušan Mašić sta organizzando una commemorazione di Srebrenica a Belgrado, con un sit-in di 7000 persone di fronte al parlamento serbo. Come scrive Dijana Jelača, “una tale disturbo di uno spazio pubblico associato con il potere politico che ha attuato il genocidio, da parte di cittadini che rifiutano di soccombere al negazionismo e all’oblio, porta con sè un grande potenziale trasformativo. Dovrebbe essere non la fine ma l’inizio di un nuovo approccio attivo alla memoria, fatto proprio da tutte le parti, in nome di quelle generazioni future che erediteranno comunque questa memoria in un modo o nell’altro – attraverso il diniego e la manipolazione politica, oppure attraverso gesti significativi ed eticamente responsabili”.

MOLDAVIA: Un’economia contesa

La Moldavia è fuori da ogni dubbio il Paese più povero d’Europa. La piccola ex repubblica sovietica risente ancora di enormi problemi strutturali che non le permettono di sviluppare un’economia allineata con altri Paesi europei. Con un PIL pro capite annuo di 2.300 dollari, non sorprende come la Moldavia stia spingendo il piede sull’acceleratore dell’integrazione europea, qualora essa si possa tradurre in concreti aiuti economici per lo sviluppo (va detto che la Moldavia ha registrato buoni tassi di crescita del proprio PIL, dovuto al basso punto di partenza). La Moldavia si trova però stretta tra due poli di attrazione, Russia ed UE, e come nel caso dell’Ucraina (pur senza voler ridurre la crisi solamente a una questione di integrazione del Paese in Europa), gli avvicinamenti a una o all’altra parte, che la Moldavia compie, comportano delle reazioni che si riflettono inevitabilmente sulla propria disastrata economia.

Problemi relativi all’influenza russa

Nel 2001, entrando a far parte dell’Organizzazione mondiale del commercio, la Moldavia sperava di concludere accordi di cooperazione economica con i Paesi dell’Unione. Giacché questo avrebbe comportato una diminuzione delle esportazioni verso la Russia, maggioritarie nella bilancia dei pagamenti moldava, Mosca non ha voluto assistere inerte al profilarsi di un simile scenario. Giova ricordare che la Moldavia per le importazioni di gas dipende, come ad esempio l’Ucraina, interamente dalla Russia.

L’agenzia sanitaria governativa di Mosca ha deciso nel 2006, di porre un embargo sulle importazioni di vino dalla Moldavia per la presunta presenza di pesticidi nei vini provenienti da Chișinău. La produzione vinicola in Moldavia ha una storia millenaria, ed è stata la maggior produttrice e esportatrice di vino dell’Unione Sovietica. Di più, l’alcol fa parte della cultura della Moldavia, e ha una tradizione talmente radicata da rappresentare un problema anche sociale. In pratica, come rilevato dal dossier pubblicato da Les nouvelles de Romanie e tradotto da Osservatorio Balcani e Caucaso, la Moldavia è stata privata dell’80% delle proprie esportazioni, e molti produttori vinicoli hanno dovuto chiudere i battenti. Soltanto minacciando il voto contrario all’ammissione della Russia all’OMC la Moldavia si è vista togliere l’embargo, e nel 2008 il tasso di crescita del Paese si è attestato sui livelli pre-embargo. Va altresì detto che la manovra di Mosca ha sì mandato in bancarotta molti produttori moldavi, ma ha anche permesso che gli stati europei aprissero la proprie porte al vino moldavo (menzione speciale la merita la Norvegia, la quale ha iniziato a importare metà del vino moldavo che la Russia importava prima dell’embargo).

Mosca ha dimostrato ancor più platealmente il suo disturbo nel vedere un ex paese satellite sfuggire alla propria orbita. La ratifica dell’Accordo di associazione UE, siglato dalla Moldavia nella primavera del 2014, e divenuto effettivo nell’ottobre dello stesso anno, ha comportato una limitazione nelle sue esportazioni di carne. Il Rosselkhoznadzor, l’Autorità federale russa per la sorveglianza veterinaria e fitosanitaria, ha ravvisato nella carne moldava dei rischi di febbre suina. Chișinău ha prontamente affermato che, vista la qualità delle carni che arrivavano in Russia (appena macellate, quindi non lavorate), il danno economico non sarebbe stato eccessivamente rilevante. In questo ennesimo problema rilevato dalle autorità sanitarie russe, la Moldavia ha trovato conforto nell’aiuto, non disinteressato, della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, che insieme a una holding olandese, ha finanziato la costruzione di un piccolo porto commerciale che affaccia sul Danubio, ricavato mediante accordi di utilizzo siglati con l’Ucraina (ricordiamo che la Moldavia non ha sbocchi sul mare). Questo nuovo porto sembra possa permettere all’industria alimentare moldava di riprendersi dal crollo delle esportazioni registrato nei primi mesi del 2015. Ulteriore prova degli interessi moscoviti sul territorio moldavo viene data dall’accordo di attuazione di futuri progetti di interconnessione energetica fra Romania e Moldavia. Evidenti gli interessi di Gazprom nella questione, giacché l’accordo è avvenuto in seguito alla minaccia della compagnia di estrazione di tagliare il gas diretto a Chisinau, qualora il governo non avesse saldato il debito di 5 mld di dollari.

I timidi passi dell’UE

L’Unione Europea osserva con molta attenzione la stabilità della Moldavia, in relazione ai suoi rapporti con la regione secessionista della Transnistria, ed è da leggere in tal senso la firma dell’accordo di associazione per la creazione di una zona di libero scambio globale e approfondito (DCFTA) avvenuta nel novembre del 2014. Questa è stata una presa di posizione netta dell’UE, sebbene avrebbe dovuto tenere conto degli umori della società civile moldava. In Moldavia, difatti, convivono due anime (in base ai sondaggi e ai risultati elettorali), una legata all’amicizia della Russia, e un’altra che tende all’integrazione europea. Alcuni aiuti economici sono già stati erogati da Bruxelles per la formazione professionale, evidentemente lontana dagli standard europei.Questo dualismo della società civile è altrettanto ravvisabile nel governo della stessa Moldavia: un governo di minoranza formato da partiti europeisti e comunisti (storicamente anti-europeisti e ora dalle posizioni meno radicali).

L’Unione Europea evita quindi di commettere passi falsi e fa avanzare timidamente la propria influenza economica. Questo risulta estremamente evidente nel dossier de Le Courrier de Balkans tradotto dall’Osservatorio Balcani e Caucaso, in cui risulta evidente come dall’accordo di Associazione con l’UE l’agricoltura moldava non abbia giovato granché: gli agricoltori che non emigrano condividono lo stesso destino, difficilmente le merci alimentari moldave, inserite nel contesto del mercato unico, avrebbero le stesse possibilità di quelle europee. Mancano quindi riforme strutturali che possano rendere le merci competitive a livello europeo. I proclami secondo i quali l’embargo sulle carni e sui generi ortofrutticoli moldavi non avrebbe leso più di tanto l’economia moldava, si stanno rivelando fallaci. I freni all’esportazione sembrerebbero essere ravvisabili nella scarsa qualità della strumentazione e delle tecniche di imballaggio dei prodotti, e l’UE ha deciso, nell’ambito dei fondi per lo sviluppo agricolo nei paesi del vicinato (ENPARD) di stanziare un finanziamento di 56 milioni di euro, erogati in tre diverse tranche entro il 2018. Il presidente della associazione UniAgroProject, si legge in un altro reportage, “sottolinea che questa prima tranche di 17 milioni di euro è stata inserita nel budget del ministero delle Finanze per l’anno 2015. “Ma tutti sanno che il progetto ENPARD dovrebbe essere in aggiunta alle politiche governative già adottate, e non in sostituzione!”.

La Moldavia sembra accontentarsi dell’obolo, dal momento che il dialogo con Mosca sembra essersi arenato, e contemporaneamente sta allacciando nuovi rapporti economici con la Romania, che stanno permettendo una speranzosa crescita delle esportazioni bloccate dall’embargo russo da un lato, e dalla concorrenza europea dall’altro.

MACEDONIA: Una questione di legittimità

di Vladimir Gligorov (trad. Gianluca Samà)

Quali sono i motivi per cui la crisi in Macedonia dura da così tanto tempo? Perché esistono questioni sulla legittimità del governo? La coalizione di governo formata dai conservatori del VMRO-DPMNE e dal BDI (principale partito albanese di Macedonia, ndt), a parte piccole modifiche nella composizione, è al potere dal 2006. Il BDI, che dopo la guerra civile del 2001 è emerso come il partito più votato dalla maggior parte degli albanesi, è al governo dal 2002 – inizialmente con i socialdemocratici del SDSM, fino alla loro sconfitta elettorale nel 2006. Da quel momento ci sono state tre elezioni anticipate: nel 2008, nel 2011 e nel 2014, alcune più combattute, altre no. Il VMRO-DPMNE è uscito vittorioso grazie ai voti dei macedoni e il BDI grazie a quelli degli albanesi in tutte e tre le elezioni. Per questo motivo la legittimità della coalizione di governo è stata ripetutamente testata e, apparentemente, confermata dai risultati elettorali.

Le ragioni principali della crisi

A ogni modo le ragioni di una persistente insoddisfazione permangono. Le principali sono: il controllo dei media e un crescente senso di esclusione di una larga parte dell’opinione pubblica, il crescente nazionalismo e l’intimidazione ideologica (che ha come bersaglio il partito socialdemocratico, cioè gli ex comunisti), la corruzione e il controllo esercitato dal partito di governo sulle risorse e sull’occupazione, e il fatto che non sono stati fatti progressi per l’integrazione del Paese nell’UE e nella NATO.

Queste rimostranze non sono state alimentate dal peggioramento dello sviluppo economico, così come accaduto in altri casi, dal momento che la Macedonia ha registrato risultati migliori rispetto alla maggior parte dei Paesi dell’area durante questi ultimi sei anni di crisi, e lo stesso si può dire per le prospettive economiche di medio termine. Skopje ha registrato risultati migliori degli altri Paesi della regione, in base ai report annuali dell’Unione Europea, anche per quanto riguarda lo sviluppo delle istituzioni, per cui ha ricevuto anche punteggi positivi negli indicatori delle agenzie di rating per quanto riguarda il clima propizio agli investimenti.Va detto, la Macedonia resta un paese estremamente povero (circa 4.000 euro il PIL pro capite annuo, 9.900 a parità di poteri d’acquisto – l’Italia è sui 30.000, ndr) e con un alto livello di disoccupazione (circa il 28% della popolazione attiva).

Quindi questa è unicamente una crisi di legittimità. Le ripetute elezioni anticipate hanno evitato che esplodesse e, nonostante l’opposizione abbia sempre denunciato brogli, prove schiaccianti non sono mai uscite fuori. Che è quando uno scandalo aiuta, come in questo caso. Dopo le elezioni dell’ultimo anno, in cui la coalizione governativa ha vinto in maniera schiacciante (poco meno del 60% contro il 30% dell’opposizione), l’opposizione ha denunciato brogli elettorali e ha rifiutato di prendere posto all’interno del Parlamento. Successivamente l’opposizione è venuta in possesso di registrazioni di conversazioni tra membri del partito VMRO e del governo che provano quanto siano diffuse la frode, la corruzione e altre attività criminali nel partito di governo, nel primo ministro e in altri ministri del governo. Questo ha innescato la crisi di legittimità che è ora visibile nelle manifestazioni di piazza.

Gli scontri violenti mancano di motivazioni politiche

Apparentemente sconnessi da questi sviluppi, sono da poco avvenuti due violenti incidenti che hanno coinvolto il cosiddetto Esercito di liberazione nazionale (UÇK – Ushtria Çlirimtare Kombëtare / ONA – Osloboditelna Nacionalna Armija ndr) e le forze di polizia: il più drammatico dei due nella città di Kumanovo (situata al confine fra Macedonia, Serbia e Kosovo) nei primi giorni di maggio. Otto poliziotti e dieci uomini armati sono morti nella sparatoria. Sebbene l’UCK abbia confermato la propria responsabilità nell’attacco, non è così chiaro ciò che è realmente accaduto. La ragione sta nella mancanza di motivazioni politiche chiare nell’azione di questo gruppo armato che, a quanto si dice, proverrebbe dal Kosovo. Ci sono anche altre questioni irrisolte nei riguardi dell’azione della polizia, le quali hanno portato alle dimissioni del ministro degli interni e del capo dei servizi, nonostante essi stessi stessero per prendere questa decisione a causa della scoperta delle loro azioni avvenuta grazie alle registrazioni telefoniche.

La mancanza di rivendicazioni politiche nelle azioni del gruppo armato è importante se vista in prospettiva degli eventi del 2001. La guerra civile di dieci anni fa fu pubblicamente motivata dalla domanda di riforme costituzionali che avrebbero dovuto conferire maggiore autonomia alla minoranza albanese (il 25% della popolazione circa). Il conflitto cessò con l’accordo costituzionale di Ocrida. In questo periodo non c’è nulla di simile, né sono state fatte richieste politiche come allora. Nonostante ci siano state espressioni di dissenso che hanno richiesto l’uso della forza da parte della polizia, che ha portato a un diffuso senso di rimorso per le vittime di entrambe le parti, nessun partito dell’Albania e del Kosovo hanno espresso sostegno per l’azione. Entrambi hanno infatti espresso il loro impegno per il mantenimento della stabilità della Macedonia, e per il completo adempimento degli Accordi di Ocrida.

Diventa quindi chiaro come sia negli interessi di tutti andare a fondo nella vicenda degli incidenti di Kumanovo. Se questa sia una sfida alla legittimità delle politiche dei principali partiti albanesi, fra tutti il BDI, è difficile dirlo. Alcune dichiarazioni dell’UCK sembrano procedere in tal senso, ma il valore di esse è ancora da valutare. In ogni caso il partito albanese d’opposizione, il DPSH, ha partecipato alle proteste contro il governo e in particolare nell’ultima enorme manifestazione del 17 maggio. Quindi, almeno per ora, la questione principale è la crisi di legittimità, la quale trascende le linee di demarcazione etnica, a differenza di quanto lo scoppio di un conflitto inter-etnico potesse essere la volontà dell’UCK nello scatenare le proprie azioni a Kumanovo. Tuttavia queste affermazioni vanno prese con le pinze, dal momento che resta in sospeso una scrupolosa inchiesta richiesta dall’opinione pubblica e dagli attori internazionali come ad esempio l’Unione Europea.

Probabili elezioni anticipate 

Come si può risolvere la crisi? La risoluzione dipende in parte dal sostegno al governo, particolare non insignificante. Le crisi di legittimità si risolvono con la caduta del governo, quando la distinzione fra “noi e loro”, dove “loro” diventa governo e “noi” diventa società, è ben radicata. Questo non è lo stato delle cose in Macedonia.

L’opposizione ha richiesto il passaggio ad un governo tecnico che possa indire elezioni anticipate, libere e corrette. Il governo non è pronto ad accettare tutto ciò, e il risultato dipenderà in larga parte dal supporto di massa che sarà in grado di mobilitare nelle manifestazioni organizzate per il 18 maggio. Probabilmente questa gara a chi porta più persone nelle piazze continuerà fino a che non si giungerà a un qualche accordo. Questo includerà sicuramente elezioni anticipate, possibilmente concordate dai partiti con l’aiuto di alcuni mediatori internazionali, dagli USA e dall’UE, dove i primi hanno tradizionalmente più influenza della seconda.

Il governo sta gestendo la crisi successiva all’incidente di Kumanovo come se prescindesse dalla stabilità e dalla forza della Macedonia come Paese, mentre l’opposizione lavora per screditare entrambe le questioni. Essa spera di attrarre ulteriore supporto pubblico da coloro che hanno paura che un conflitto inter-etnico, spinto da forze esterne al Paese, stia prendendo piede.

Il ruolo cercato dalla Russia 

Il ministro degli esteri russo Lavrov, durante una recente visita in Serbia, ha dato credibilità al timore (di un conflitto ndr) parlando della crisi in Macedonia. Ha affermato che esiste una volontà di destabilizzazione del Paese per evitare che esso stringa rapporti più stretti con la Russia, non allineandosi al regime europeo delle sanzioni e mostrando interesse nel gasdotto chiamato Turkish Stream, che dovrebbe passare attraverso la Macedonia, giacché il progetto del South Stream è rimasto lettera morta. Questo probabilmente significa solamente che la Russia vuole un’influenza maggiore nell’area, cosa che sarà tuttavia ardua da ottenere nel caso della Macedonia.

I negoziati di accesso all’UE bloccati dalla Grecia 

La crisi dovrebbe essere una possibilità di rinnovamento per la democrazia macedonia. Importante enfatizzare che in questo caso è principalmente una sfida per la democrazia, e non il frutto di un conflitto inter-etnico come nel 2001. Certamente se la democrazia si dimostrerà inefficiente, il conflitto inter-etnico potrebbe riemergere, cosa che lascia temere l’incidente di Kumanovo. Di più la stabilità della Macedonia non è solo una questione che riguarda la democrazia, ma che riguarda anche l’area e l’integrazione euroatlantica. Tralasciando l’ammissione alla NATO, il blocco del processo di integrazione europea è un fallimento unicamente della politica di integrazione dell’UE. La Commissione ha proposto che i negoziati con la Macedonia venissero aperti ogni anno sin dal 2009. Il Parlamento europeo ha supportato l’inizio dei negoziati, ma questi sono bloccati in sede di Consiglio europeo a causa dell’opposizione della Grecia, sicché l’UE si ritrova con le mani legate. Questa non è la sede più adatta per discutere della natura del veto greco, giacché la questione non è la principale causa della crisi di legittimità della Macedonia. Tuttavia, una volta che la democrazia macedone passi il test con corrette elezioni anticipate, la questione dell’ingresso nell’UE della Macedonia andrà sicuramente rivista. Essa sicuramente farà parte delle questioni principali dell’agenda politica del prossimo governo. 

Pubblicato originariamente in lingua inglese da wiiw il 18 maggio 2015. Traduzione di Gianluca Samà

Foto: Julia Druelle

BOSNIA: Zdravko Tolimir condannato all'ergastolo per Srebrenica

Confermato l’ergastolo per Zdravko Tolimir. Ieri il tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY) ha riconosciuto l’ex generale serbo-bosniaco colpevole di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità per le sue responsabilità nel massacro di Srebrenica. Secondo i giudici d’appello, invece  le deportazioni di bosniaci a Žepa non costituiscono un atto di genocidio a sè.

L’ex generale serbo-bosniaco Zdravko Tolimir fu condannato all’ergastolo già nel 2012 per crimini contro l’umanità e implicazioni nel genocidio perpetrato da truppe serbo-bosniache a Srebrenica. Una sentenza non unanime, tuttavia: una dei giudici non si convinse delle responsabilità di Tolimir nel massacro di Srebrenica in virtù della testimonianza positiva nei confronti di Tolimir rilasciata da Ratko Mladić.

Il massacro di almeno 8.372 civili bosniaci avvenuto nell’enclave di Srebrenica, dichiarata “zona protetta” dall’ONU, tra il 10 e il 19 luglio 1995, resta il più grave massacro avvenuto in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Il caso di Srebrenica è stato riconosciuto come atto di genocidio a partire dal 2001, con una prima sentenza dell’ICTY, confermata dalla Corte internazionale di giustizia nel 2007 nel caso Bosnia-Erzegovina vs Serbia.

Per le responsabilità nei fatti di Srebrenica l’ICTY ha condannato all’ergastolo o a 35 anni di prigione per genocidio cinque alti comandanti (Krstic, Beara, Popovic, Nikolic e Tolimir) dell’esercito dell’autoproclamata Republika Srpska di Bosnia-Erzegovina (VRS). Già nel gennaio del 2015 erano state confermate in appello le condanne (comminate nel 2010) all’ergastolo di Vujadin Popović e di Ljubiša Beara, e alla pena detentiva di 35 e 13 anni rispettivamente per Drago Nikolić e Vinko Pandurević. Altri comandanti VRS sono stati condannati per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a pene tra i 13 e i 19 anni. Non sono ancora finiti i procedimenti nei confronti di Radovan Karadžić e Ratko Mladic. I due leader politici e militari dei serbo-bosniaci hanno più accuse pendenti a carico e i loro processi sono iniziati dopo quello di Tolimir (rispettivamente nel 2011 e nel 2008). Il tribunale ha invece assolto i generali dell’esercito serbo, come Perisic, per l’impossibilità di provare il loro ruolo diretto nella pianificazione e nell’esecuzione del genocidio.

Altri processi proseguono nelle corti nazionali, le più competenti nella prosecuzione dei responsabili oggi che l’ICTY è in fase di chiusura. Le corti bosniache hanno già condannato 12 persone per responsabilità nel genocidio di Srebrenica a pene tra i 20 e i 32 anni di prigione. I processi procedono anche all’estero: la Germania ha già comminato tre sentenze, mentre altri casi sono aperti in Austria e, da poco, anche in Serbia.

Foto: Novosti.rs

MACEDONIA: Una crisi a quattro velocità. Un breve riassunto

In Macedonia è stato scoperchiato il vaso di Pandora, e ogni giorno escono fuori nuove rivelazioni che gettano fango sul governo e sui suoi componenti, a partire dal primo ministro Nikola Gruevski. Non si tratta invero di un processo esploso così improvvisamente, giacché da quasi un anno il piccolo paese balcanico sta attraversando una crisi politica che colpisce molti aspetti della vita di uno stato democratico. Una crisi che ha radici profonde ma che si sta manifestando con più forza negli ultimi mesi, seguendo quattro percorsi all’apparenza slegati fra loro, ma che a ben vedere presentano punti di contatto.

La crisi delle istituzioni sociali 

Per approfondire: La crisi della giustizia, dell’equità e della tutela delle minoranze

Già dopo alcuni mesi dalle contestate elezioni parlamentari del 2014 che hanno visto vincere la coalizione guidata dal VMRO-DPMNE di Nikola Gruevski, e a cui son seguite a distanza di due giorni quelle presidenziali vinte da Djordje Ivanov dello stesso partito, la tensione sociale è salita alle stelle a causa di una contestata sentenza. Nello specifico si trattava di una condanna all’ergastolo erogata a sei macedoni di etnia albanese per l’omicidio di cinque ragazzi macedoni avvenuto due anni prima. La sentenza, su cui ci sono evidenti ombre di un sistema giudiziario che presta il fianco ad accuse di discriminazione, ha causato proteste, rivolte soprattutto al ministro dell’Interno Gordana Jankulovska, soppresse con la forza dalla polizia. Di più, le proteste hanno palesato una divisione anche all’interno della stessa minoranza albanese e delle proprie rappresentanze politiche: il BDI (Unione democratica per l’integrazione) di Ali Ahmeti e il PDSH (Partito democratico degli Albanesi) di Menduh Thaçi si sono appropriati dei luoghi simbolo della protesta (la moschea di Jahja Pasha, da cui è partito il corteo sventolante bandiere albanesi), dapprima litigando verbalmente e infine venendo alle mani in Parlamento.

I movimenti dal basso

Per approfondire: La società civile rinasce nelle piazze

Quanto accaduto dopo la contestata sentenza ha mostrato come il problema delle minoranze sia ancora molto sentito in Macedonia (gli albanesi rappresentano il 18% della popolazione), segno che, nonostante l’albanese sia assurto a lrango di lingua ufficiale nei comuni a maggioranza albanese, la normalizzazione seguita al breve conflitto del 2001 non è ancora completa.

L’ondata di proteste, inoltre, ha investito anche il silente mondo studentesco. Cortei di universitari a dicembre hanno sfilato a Skopje per protestare contro la proposta di legge del governo Gruevski, in base alla quale per tutti i laureandi sarebbe entrato in vigore un esame di stato obbligatorio, visto dalle rappresentanze studentesche come l’ennesimo tentativo di controllo coercitivo da parte del governo.

Questa oppressione si è resa lampante con il caso del giornalista Tomislav Kezarovski, condannato nel 2013 alla spropositata pena di quattro anni di reclusione per aver rivelato l’identità di un testimone implicato nel processo sull’omicidio del giornalista Nikola Mladenov. Il lavoro investigativo di Kezarovski, nel pieno delle sue facoltà di giornalista, getta ombre sulle vere motivazioni di questa condanna. La corte d’Appello di Skopje ha dimezzato la condanna, ma questo non è bastato affinché uno spontaneo manipolo di giornalisti e simpatizzanti accorressero presso la sede del tribunale e protestasse contro la decisione, la quale avrebbe implicato per il giornalista altri tre mesi di reclusione.

La crisi politica

Per approfondire: Crisi politica senza vincitori né vinti

Alle elezioni del 27 aprile 2014 il VMRO-DPMNE di Gruevski, alla guida di sei partiti minori si è aggiudicato la maggioranza dei seggi, mentre i restanti sono stati spartiti fra la coalizione del SDSM (Partito socialdemocratico di Macedonia) di Zoran Zaev, andata poi all’opposizione, e i due partiti albanesi, il BDI di Ali Ahmeti e il PDSH di Menduh Thaçi. Sin dai primi conteggi, su cui l’OSCE ha ravvisato soltanto piccoli vizi di forma (e comunque solo per il secondo turno delle presidenziali), il clima politico del Paese, che già da prima non era caratterizzato per la serenità, si è guastato irrimediabilmente. L’opposizione guidata da Zoran Zaev ha subito denunciato brogli nell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, Djordje Ivanov (supportato dal VMRO-DPMNE), e che inoltre avrebbero supportato le accuse con prove schiaccianti.

Dalle parole l’opposizione è passata ai fatti, assentandosi alla cerimonia di insediamento del nuovo primo ministro, e presentando le proprie dimissioni da parlamentari esattamente un mese dopo le elezioni. Il mese successivo Zaev ha pubblicamente esposto le proprie richieste al governo, il quale avrebbe dovuto dimettersi per cedere posto a un governo tecnico che potesse indire nuove elezioni. A settembre il presidente del parlamento Trajko Veljanovski ha analizzato le dimissioni dei parlamentari dell’opposizione, preparandosi pertanto a far subentrare in primi non eletti delle liste. I parlamentari dimissionari pertanto hanno il potere di far crollare il governo Gruevski, qualora la maggioranza parlamentare voti la decadenza dei suddetti; una mossa non saggia, si legge nel progress report che l’UE ha compilato nei confronti della vicenda. I colpi bassi non sono mancati, dalle accuse di frode immobiliare rivolte direttamente al primo ministro Gruevski, fino alla pubblicazione, da parte del SDSM di Zaev di intercettazioni telefoniche, in base alle quali Gruevski, il ministro dell’Interno Gordana Jankulovska e il capo dei servizi Saso Mijalkov (parente del primo ministro) controllavano l’agenda di giudici e procuratori, senza contare il fatto che tenessero sotto controllo i telefoni di molti giornalisti macedoni, a loro volta testimoni di questa grave violazione di principi democratici.

Il processo di integrazione europea

Per approfondire: Ingresso nel club UE sempre più lontano

Risulta evidente come la candidatura per l’adesione all’Unione Europea, presentata nel lontano 2005, risulti sempre lontana dall’essere minimamente presa in considerazione. Se negli ultimi dieci anni la responsabilità più grande nella mancanza di alcun tipo di negoziato è stata in mano alla Grecia, la quale ha posto il proprio veto per stantìe dispute nominali, ora l’UE punta il dito sulla disastrosa situazione politica macedone. Nelle parole del commissario europeo per l’Allargamento Johannes Hahn, prima di poter negoziare un qualsiasi accordo con la Grecia (per portare sul tavolo una reale candidatura della Macedonia), Gruevski e il governo devono risolvere la situazione interna. Dal canto suo il governo si è dimostrato disponibile a un eventuale inserimento della comunità internazionale per la soluzione della crisi politica, dal momento che è sempre più evidente come ogni tentativo di dialogo all’interno resti lettera morta. L’Unione Europea ovviamente, per aiutare un dialogo democratico fra le due forze politiche, dovrà e potrà intervenire in maniera invasiva, indagando inoltre sullo scandalo delle intercettazioni.

MACEDONIA: Crisi politica senza vincitori né vinti

 

Il 27 aprile 2014 la coalizione guidata dal VMRO-DPMNE di Nikola Gruevski si è aggiudicata la maggioranza dei seggi alle elezioni parlamentari. I seggi rimanenti sono stati spartiti tra la coalizione capeggiata dal Partito socialdemocratico di Macedonia (SDSM) di Zoran Zaev, l’Unione democratica per l’integrazione (BDI) di Ali Ahmeti, il Partito democratico degli Albanesi (PDSH) di Menduh Thaçi e altri partiti minori. Due giorni dopo, il secondo turno delle elezioni presidenziali ha visto vincere il candidato supportato dal VMRO-DPMNE, Djordje Ivanov. Nikola Gruevski è diventato il nuovo premier, mentre Zoran Zaev si è trovato politicamente a capo dell’opposizione parlamentere.

Sui conteggi elettorali l‘OSCE, a dispetto da quanto ventilato sin da subito dai socialdemocratici di Zaev, ha ravvisato solo alcuni vizi formali nel secondo turno delle presidenziali, i quali, peraltro, non avrebbero inficiato sul risultato finale.
L’opposizione ha comunque perseguito questa linea, e ha insistito sull’esistenza di brogli elettorali soprattutto per quanto riguarda l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, sulle quali avrebbe racimolato prove schiaccianti.
In un clima politico non proprio sereno i parlamentari dell’opposizione guidata da Zaev non si sono presentati alla cerimonia di insediamento di Gruevski, e hanno altresì presentato in giugno le proprie dimissioni.

Da lì Zaev ha esposto pubblicamente le richieste al governo, che nelle parole del leader socialdemocratico avrebbe dovuto dimettersi per dare spazio a un governo tecnico, il quale a sua volta avrebbe dovuto indire nuove elezioni.
In un clima di questo tipo si tenta sempre di attendere per poter mediare; Trajko Veljanovski, presidente del Parlamento, ha infine vagliato le richieste di dimissioni, dicendosi disposto a far subentrare i primi non eletti delle liste.

Ovviamente una manovra di questo tipo può causare enormi problemi alla stabilità del governo, e difatti non è stata tutt’ora messa in pratica; il problema ora è che la stabilità del governo Gruevski è pari solo all’immobilità dell’attività parlamentare, la quale è pressoché nulla. Lo sanno sin dall’inizio i parlamentari dell’opposizione, dal momento che qualora le loro dimissioni venissero accettate e venisse votata dalla maggioranza parlamentare la loro decadenza, il governo cadrebbe. Una mossa da fantapolitica che non sfiora la mente della maggioranza né tanto meno dello stesso Gruevski. Inattuabile non tanto per i suggerimenti dei report dell’UE tesi a evitare questa situazione, quanto piuttosto dalla mancanza di dialogo fra la maggioranza e l’opposizione.

Mancando una dialettica democratica fra i protagonisti questa situazione, non hanno tardato ad arrivare generali accuse al premier e al suo entourage. Gruevski è stato difatti accusato di frode immobiliare e non solo: il SDSM di Zaev ha pubblicamente annunciato di avere numerosi nastri di intercettazioni telefoniche sui leader del governo. In base a queste intercettazioni sembra che lo stesso Gruevski, il ministro dell’Interno Gordana Jankulovska e il capo dei servizi segreti macedoni Saso Mijalkov (peraltro parente del premier) controllavano l’agenda di giudici e procuratori. Sembra inoltre, stando alle dichiarazioni degli ultimi giorni di marzo del SDSM, che i servizi e Gruevski tenessero sotto stretto controllo le telefonate e i contatti telematici di alcuni giornalisti considerati scomodi, i quali, peraltro, hanno ricevuto dallo stesso Partito socialdemocratico il faldone di registrazioni che li riguardavano.

Una grave violazione di principi democratici che il premier ha banalmente ridimensionato, riducendoli a squallidi mezzucci dell’opposizione per destabilizzare internamente la Macedonia.

MACEDONIA: La crisi della giustizia, dell’equità e della tutela delle minoranze

La contestata vittoria di Nikola Gruevski alle elezioni parlamentari, alla guida della coalizione capeggiata dal VMRO-DPMNE, a cui è seguita di pochi giorni la vittoria alle presidenziali di Djordje Ivanov, ha acuito la sensazione che in Macedonia il potere politico fosse l’unica cosa che conta, giacché con esso si possono prevaricare alcuni istituti democratici.
Le elezioni hanno lasciato il fianco scoperto a critiche pervenute, in seguito si vedrà a ragione, dal leader del Partito socialdemocratico (SDSM), Zoran Zaev. Quest’ultimo da leader dell’opposizione ha segnalato brogli elettorali e manovre, effettuate dal team di Gruevski, che non si confacevano a una normale dialettica democratica.

Accuse di questo tipo, se rivolte fra diversi partiti, rientrano nella normale ars oratoria politica che getta discredito sulla controparte per aumentare il proprio prestigio. Se questo è vero all’interno del “dibattito” politico, non si può dire lo stesso quando le critiche al governo arrivano da una parte della società civile che merita tutele ulteriori e particolari.

Gli albanesi in Macedonia sono circa il 18% della popolazione. Gli avvenimenti degli ultimi anni, senza collegarli agli sconvolgimenti del mondo musulmano, hanno palesato come nonostante l’albanese sia una lingua ufficiale nei comuni in cui viene parlata dalla maggior parte della popolazione, la normalizzazione dei rapporti non ha fatto grossi passi avanti dal conflitto interno del 2001.

Nell’aprile del 2012 l’omicidio di cinque persone, trovate nei pressi del lago Smilkovci, ha acuito le tensioni latenti fra i due gruppi etnici. La notizia è stata gestita in maniera frivola dalle emittenti locali (forse in seguito agli attacchi che alcuni furgoni per le riprese televisive sono state attaccate dagli abitanti del vicino villaggio di Radisani, da cui provenivano alcune delle vittime) e anche dal governo, il quale, anziché calmare le acque, dichiarò che il pluriomicidio fosse atto unicamente a destabilizzare il lento processo di integrazione della minoranza albanese della Macedonia (senza che la polizia avesse ancora degli indagati e un’idea del movente).

Questo omicidio ha scoperchiato il vaso di Pandora, sebbene già a gennaio e febbraio ci fossero stati scontri di natura etnica, in cui morirono due albanesi. I cinque trovati morti nei pressi del lago sono sembrati sin da subito opera di albanesi, e questo ha causato violente proteste anti-shqipetare. La risposta della minoranza albanese non si è fatta attendere, giacché vennero organizzati cortei di protesta nella capitale, destando non poca preoccupazione nei media occidentali per l’infiltrazione nelle proteste di fondamentalisti islamici sventolanti la bandiera nera della jihad.

La situazione è rimasta silente fino al luglio del 2014, dal momento che i sei albanesi indagati per il pluriomicidio sono stati condannati all’ergastolo. Una sentenza contestata già al momento della pronuncia, che ha gettato ombre sul sistema giudiziario macedone, colpevole di giustizialismo sensazionalistico nei confronti della minoranza albanese. Il leitmotiv delle proteste accusava di discriminazione non solo la sentenza in sé ma anche il governo e nello specifico il ministro dell’Interno Gordana Jankulovska, accusata di aver personalmente manomesso le prove utili al processo. Le proteste che ne sono seguite hanno coinvolto un alto numero di albanesi, e sono state soppresse dalla polizia in tenuta antisommossa.

Le proteste, formate da alcuni gruppi diversi per intenti, hanno mostrato una divisione all’interno della stessa minoranza albanese, palesata ancora di più dallo scontro delle proprie rappresentanze politiche dell’Unione democratica per l’integrazione (B03I) di Ali Ahmeti, e del Partito democratico degli Albanesi (PDSH) di Menduh Taçi. Il Parlamento di Skopje li ha visti dapprima affrontarsi verbalmente, e in seguito, durante una seduta, venendo alle mani.

MACEDONIA: Ingresso nel club UE sempre più lontano

Quanto occorso nell’ultimo anno in Macedonia ha di sicuro diminuito le possibilità per il piccolo Paese balcanico di entrare a far parte dell’Unione Europea. La domanda di adesione è in attesa di essere vagliata da dieci anni (fu presentata nel 2005), e fino ad oggi le responsabilità della mancata accettazione della domanda stessa sono imputabili alla Grecia. Il Paese ellenico si è sempre dimostrato intransigente nel riconoscimento di uno stato che avesse un nome che rimandasse alle origini e alla cultura (oltre che in minima parte alla geografia) della Grecia. Nel 1993 venne internazionalmente riconosciuta la dichiarazione d’indipendenza della Macedonia (formulata nel 1991), ma su pressioni della Grecia la Macedonia assunse, in seno all’ONU, la denominazione di Former Yugoslav Republic of Macedonia (FYROM). La stessa opzione fu da lì in poi adottata in ogni altra organizzazione internazionale in cui la Macedonia avesse un seggio.

Dal 1993 al 2005, così come al 2015, la situazione non è cambiata di molto, ma se come detto poc’anzi la responsabilità è da imputarsi in toto alla Grecia, ora è la delicata situazione interna della Macedonia a far storcere il naso al commissario europeo per l’Integrazione e l’Allargamento Johannes Hahn.
Quest’ultimo ha dichiarato che per poter iniziare un negoziato, e in seguito formulare un accordo di massima con la Grecia, il governo macedone deve prima uscire dallo stallo in cui si trova in questo momento: un invito a cercare il dialogo politico più che una reale promessa.

Il governo Gruevski si è dimostrato aperto e disponibile verso un’apertura della vicenda all’UE, non soltanto in quanto interlocutore designato per forza di cose, ma anche per palesare una seppur effimera trasparenza in un momento in cui il governo e la politica macedone sono colpiti da grossi scandali. In questo modo Gruevski farà in più gravare, agli occhi dell’UE, il peso delle responsabilità della situazione politica sulle spalle dell’opposizione; aprendosi al dialogo con l’Unione Europea ha voluto dimostrare come sia impossibile trovare una soluzione e un dialogo con l’opposizione di Zaev.
L’UE dal canto suo non ha intenzione di entrare in merito alle logiche di potere interne, ma si è detta, nelle parole del commissario europeo per l’Allargamento Johannes Hahn, disposta ad aiutare e a foraggiare un dialogo costruttivo solo dopo aver indagato in maniera approfondita nello scandalo delle intercettazioni in cui sono coinvolti gli uomini del governo e dei servizi segreti macedoni.

L’ingresso nell’Unione è quanto di più lontano possa raggiungere la Macedonia in questo momento: qualora si riuscisse a superare l’impasse bisognerebbe attendere una situazione stabile, e da lì in poi diverrebbe responsabilità dell’Europa, la quale dovrà prendersi le proprie responsabilità e i propri impegni, e più specificatamente della Grecia che dovrà accantonare veti dovuti a ragioni frivole che a ben vedere poco hanno con il nazionalismo.

MACEDONIA: La società civile rinasce nelle piazze

L’ondata di proteste che ha investito la Macedonia non riguarda soltanto il mondo albanese, ma anche i fino ad oggi silenti movimenti studenteschi e il mondo dell’informazione. Segno che il governo, che con il suo operato rischia di spaccare il paese, non piace nemmeno alla comunità macedo02e

Dopo le elezioni parlamentari avvenute ad aprile 2014 che hanno visto vincere la coalizione di partiti guidata dal VMRO-DPMNE, con a capo Nikola Gruevski, la Macedonia è stata investita da un’ondata di proteste. Protagonista assoluto la società civile; sintomo dell’insofferenza nei confronti di un sistema di potere consolidato unicamente all’interno del potere politico, e che non trova più le basi di consenso all’interno di diversi strati di popolazione.

A livello politico questo sistema di potere è stato denunciato dal capo dell’opposizione Zoran Zaev, il quale ha accusato l’entourage del premier Gruevski di brogli elettorali, e di avere controllo totale sull’agenda di alcuni giudici macedoni.

A livello civile il sistema di potere di cui sopra è stato oggetto di un’ondata di proteste senza precedenti. Dapprima ha colpito la minoranza albanese della Macedonia: una contestata sentenza nel luglio 2014 ha fatto esplodere rabbia e malcontento sia nei macedoni che negli albanesi. Gli omicidi e gli scontri a sfondo etnico che sono avvenuti negli ultimi tre anni hanno offerto al governo attuale lo strumento politico necessario per estromettere parte dell’opposizione dal gioco politico; le proteste degli albanesi nei confronti della sentenza ha inasprito i toni (fino ad arrivare allo scontro fisico in Parlamento) e i rapporti fra le rappresentanze politiche degli albanesi, vale a dire l’Unione democratica per l’integrazione (BDI) di Ali Ahmeti e il Partito democratico degli Albanesi (PDSH) di Menduh Thaçi.

Questi due partiti, nella fattispecie, si sono altresì appropriati dei simboli della protesta, la quale non ha avuto connotazioni politiche palesi, dal momento che è scaturita autonomamente dalla società civile non solo per rabbia estemporanea ma anche per motivi che risalgono alla mancata normalizzazione dei rapporti fra le minoranze all’interno del Paese.

I cortei non hanno avuto soltanto connotazioni etniche; dopo le proteste degli albanesi, anche il silente mondo studentesco è sceso in piazza contro il governo Gruevski. Oggetto della protesta è stata la proposta di legge del governo in base alla quale i laureandi avrebbero dovuto affrontare un ulteriore esame di Stato obbligatorio prima del conseguimento del titolo. La proposta è sembrata pertanto una prova di come il sistema politico in Macedonia provi a affermare un controllo totale sulla società, nella fattispecie sugli studenti.

Ciò che si rinfaccia al governo è la mancata trasparenza e il tentare di circuire istituti considerati liberi da logiche politiche siffatte. Questo è stato reso ancora più evidente con il caso del giornalista Tomislav Kezarovski, il quale fu condannato nell’ottobre 2013 a quattro anni di carcere per aver rivelato, all’interno di una sua inchiesta, il nome di un testimone che la polizia aveva predisposto di utilizzare all’interno del processo per l’omicidio del giornalista Nikola Mladenov. Il lavoro di Kezarovski invero è stato effettuato nel pieno delle sue facoltà di giornalista, e la condanna ha fatto nascere più di un dubbio sulla propria genuinità. La corte d’Appello di Skopje nel gennaio 2015 ha concesso un permesso di tre mesi al giornalista e ha altresì rivisto i termini della condanna: la detenzione è stata ridotta pertanto a due anni (ancora tre mesi da scontare) e parimenti è stato fatto per il permesso ridotto a un mese. La diminuzione della condanna detentiva non è bastata ad evitare che un manipolo di giornalisti (anche semplici simpatizzanti) accorresse nei pressi del tribunale che aveva emesso la sentenza e protestasse contro la decisione.

SERBIA: Vojislav Šešelj deve tornare in carcere. L'Aja rivede la propria decisione

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ/ICTY) ha ordinato ieri il ritorno in custodia di Vojislav Šešelj. Il leader del Partito Radicale serbo (tutt’ora acclamato dai nazionalisti nonostante la detenzione decennale all’Aja) ha più volte detto in pubblico che non sarebbe tornato nella città olandese. La Camera d’appello (un secondo grado di giudizio) ha ribaltato quindi la decisione, presa il 15 gennaio dalla Camera, di non revocare il rilascio provvisorio (deciso il 6 novembre del 2014), nonostante la richiesta dell’accusa.

Il caso di Šešelj risulta essere uno dei pochi ancora in corso presso il TPIJ, e in undici anni e otto mesi non si è ancora giunti a una sentenza di primo grado per le accuse di crimini di guerra e contro l’umanità; un processo travagliato non solo da problemi della composizione dell’accusa, ma anche dalle continue ingiurie contro la corte pervenute dallo stesso imputato.

Šešelj crebbe politicamente nella Lega dei giovani comunisti, anche se, compiuti gli studi post dottorali, iniziò ad assumere posizioni critiche nei confronti del regime, all’inizio degli anni ’80, che culminarono in una condanna detentiva per crimini controrivoluzionari. In seguito a questa condanna le sue posizioni ultra nazionaliste trovarono ascolto presso membri della diaspora serba negli Stati Uniti e Canada: tra questi Momčilo Đujić, un ex generale cetnico durante la seconda guerra mondiale.

Mentre la Lega dei Comunisti di Jugoslavia si stava sciogliendo, Šešelj fondò insieme a Vuk Drašković il Movimento del rinnovamento serbo, da cui si staccò nel 1990 per fondare il Partito Radicale Serbo (SRS). Tra il 1990 e il 1991 iniziò in Croazia, a Borovo Selo e a Plitvice, la propria attività armata, guidando il gruppo paramilitare dei Beli Orlovi (Aquile bianche, altrimenti detti Šešeljevci). A livello politico, tra il 1993 e il 1997 fece sempre opposizione a Slobodan Milošević, allora presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia. Nel 1997 si trovò a far parte di una coalizione di governo con il partito dello stesso Milošević, e Šešelj fu vice premier.

Il 15 gennaio del 2003 il TPIJ formulò la propria accusa formale nei confronti di Šešelj, ricostruendo la sua storia personale prima del conflitto e durante, elencando i crimini di guerra e contro l’umanità su cui sarebbe stato giudicato. Il 23 febbraio dello stesso anno Šešelj si consegnò di propria spontanea volontà. Da allora il TPIJ non è riuscito ancora a emettere una sentenza di primo grado.

Il 6 novembre del 2014 il tribunale ha predisposto il suo rilascio per motivi di salute (un cancro al colon; lo stesso Šešelj ha spesso affermato di aver rinominato la metastasi Tomislav Nikolić, politico che prese il suo posto alla guida del SRS dal 2007 al 2008 prima di allontanarsi dal partito). Nonostante i problemi di salute, il nazionalista serbo ha più volte affermato di voler anteporre la politica alla sua salute, e sebbene si sia effettivamente sottoposto a un intervento chirurgico, ha approfittato del rilascio per bruciare le bandiere della NATO, dell’UE, degli USA e del Kosovo in occasione dell’anniversario dei bombardamenti della NATO in Serbia. Ha inoltre aggiunto, giacché dovrà essere arrestato dalla polizia serba, in seguito al comunicato del TPIJ, che non tornerà mai di sua spontanea volontà a l’Aja.

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foto Petar-Dimitrijevic

BULGARIA: Ambiente ed energia, un equilibrio difficile

Benvenuti in Bulgaria, paese dall’aria più inquinata d’Europa

Alla fine del 2014 un rapporto della ONG Health and Environment Alliance (HEAL) ha rivelato ciò che molti abitanti delle zone industriali bulgare sapevano già; l’aria del Paese presenta livelli di inquinamento atmosferico preoccupanti. Un eufemismo questo per dire che l’aria bulgara è la più inquinata d’Europa, e non soltanto per il livello di particolato (il cosiddetto PM 2,5 e PM 10 di cui si parla nel rapporto) dovuto alle centrali energetiche a carbone e le industrie che lavorano l’acciaio e il coke. Già l’anno precedente, difatti, l‘European Environment Agency (EEA), in un report sulla qualità dell’aria in Europa, metteva al gradino più alto del podio la Bulgaria per quanto riguardava l’emissione di polveri sottili e agenti inquinanti quali benzopirene e monossido di carbonio.

Ciò che si sospettava, pertanto, è stato autorevolmente confermato, e l’argomento ha trovato eco nella stampa internazionale. Le preoccupazioni nei confronti dell’inquinamento non restano tuttavia uno svago intellettuale, dal momento che i nefasti effetti sono tangibili e terribili. Migliaia di persone muoiono ogni anno per malattie legate alle polveri sottili o all’inquinamento, la maggior parte dei quali sembrano essere bambini. Poiché oltre a soffrire di più di un’esposizione a questi agenti, i più giovani risultano più vulnerabili all’avvelenamento da mercurio presente nell’aria come residuo della lavorazione del carbone, giacché esso causa ritardi cognitivi durante l’età della crescita.

Al momento si è voluto correre ai ripari con la temporanea chiusura di una centrale a carbone inefficiente, quella situata a Varna, affinché la società che la gestisce abbia modo e tempo di portarla ai livelli di efficienza richiesti dalle norme ambientali dell’Unione Europea.

Shale gas, opportunità o rischi? Sofia per precauzione dice di no

Questi problemi purtroppo mal si conciliano con la ricerca di un’autonomia energetica cercata negli ultimi anni dalla Bulgaria con scarsi risultati. Il governo di Sofia nel 2011 affidò alla statunitense Chevron dei territori del paese in cui effettuare esplorazioni per giacimenti di shale gas (gas di scisto). Lo shale gas è un gas metano che proviene da giacimenti argillosi presenti in profondità. Questi pozzi non convenzionali non permettono, come nel caso del gas naturale, una produzione spontanea a causa della scarsa permeabilità dell’argilla, la quale viene trattata con una tecnica chiamata fracking (fratturazione idraulica); essa utilizza la pressione esercitata su un fluido per creare fratture nelle rocce.

Questo trattamento è altamente inquinante giacché l’acqua utilizzata viene addizionata con agenti chimici che rimangono nel sottosuolo avvelenandolo, senza contare l’aumento del rischio sismico che una frattura nel sottosuolo potrebbe comportare. Di questo a Sofia se ne sono accorti e già l’anno successivo il parlamento ha proibito con una moratoria le esplorazioni con la tecnica del fracking. Certo questa decisione non deriva soltanto da un momento di lucidità del governo (sebbene l’allora premier Plamen Orešarski  dichiarò sibillinamente, a riguardo della moratoria, che la “vita è dinamica”) ma anche da numerosi movimenti di protesta gestiti da gruppi di cittadini che abitano nelle zone di trivellazione.

Quanto preconizzato da Orešarski non avrà altro seguito, dal momento che il governo Borisov ha affermato a gennaio del 2015 che non ci saranno esplorazioni di questo genere finché non sarà studiata una tecnica eco-sostenibile, e che la moratoria decisa nel 2012 non verrà sospesa. Un ottimo modo per affermare che Sofia non rinuncerà facilmente a questa fonte di energia, ma che al contempo vuole risolvere i più stringenti problemi di inquinamento.

L’exploit delle rinnovabili: ma è tutto oro quel che luccica?

Una soluzione in tal senso è arrivata negli anni dallo sviluppo della produzione di energie rinnovabili, che hanno permesso alla Bulgaria di raggiungere gli obiettivi fissati per il 2020 dall’Unione Europea in materia di energia pulita. Nel 2007, prima della crisi, la propensione a investimenti green era alta, e gli aiuti dell’Unione Europea per il raggiungimento degli obiettivi da essa proposti hanno attirato numerosi investitori stranieri.

Da qui sono nati grandi progetti che hanno sì aiutato lo sviluppo delle rinnovabili in Bulgaria, ma hanno altresì creato problemi derivanti dalla non realizzazione di alcuni progetti, da speculazioni incontrollate, e dal rialzo dei prezzi dell’elettricità dovuto all’acquisto obbligatorio, da parte delle società statali di distribuzione energetica, di una parte di produzione derivante dagli impianti eolici, fotovoltaici e idroelettrici.

I successi ottenuti sono quindi contrapposti a problematiche di gestione enormi, aggravatesi peraltro con la crisi economica che ha colpito la Bulgaria più degli altri paesi europei, e che la costringeranno a rivedere al risparmio le proprie politiche energetiche.

BULGARIA: L'occasione perduta di South Stream per il settore energetico

Nell’estate del 2007 le aziende di produzione energetica ENI e Gazprom, a cui si aggiunsero in seguito la compagnia francese EDF e la tedesca Wintershall, siglarono un accordo preliminare per la costruzione di un secondo gasdotto [dopo il Nord Stream nel Baltico, ndr] che avrebbe portato il gas di produzione russa ai paesi dell’Unione Europea senza passare attraverso paesi terzi. Il gasdotto in questione venne successivamente chiamato South Stream, e il suo passaggio attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovenia venne regolamentato tramite alcuni accordi intergovernativi che la Russia siglò con questi stessi paesi, a cui seguì un accordo ulteriore con la Turchia per quanto riguardava il solo passaggio di un tratto dell’impianto nelle acque territoriali turche del Mar Nero.

Quest’ultimo accordo in particolare è stato estremamente lungimirante, dal momento che ora la Gazprom sta modificando il percorso proprio verso la Turchia, con grande beneficio per Ankara che si ritroverà ad avere in mano il rubinetto d’Europa.

Nel maggio del 2014, il presidente della Commissione Europea Manuel Barroso, avvertiva la Bulgaria, in cui sarebbe passato il primo tratto del South Stream, che l’accordo con Gazprom rimaneva in violazione del diritto UE (il  “terzo pacchetto energetico”), in base al quale una società non può seguire il ciclo completo di produzione che va dall’estrazione al trasporto, e che i rapporti bilaterali fra Mosca e Sofia violavano le regole concorrenziali dell’Unione Europea. L’allora governo bulgaro di Plamen Orešarski si è visto in parte costretto a non consentire il passaggio del gasdotto, e questo ha portato, nei primi giorni di dicembre del 2014, alla sospensione del progetto, decisa in maniera unilaterale, benché costretta dagli eventi, dalla Gazprom. Sebbene inizialmente Mosca avesse presentato questa decisione come temporanea, additando colpe alla burocrazia dell’Unione Europea, la presenza dell’exit strategy di Ankara ha portato in breve tempo alla decisione definitiva di rinuncia al progetto, decisione che ha fatto correre ai ripari l’ENI che ha prontamente ceduto la propria quota di appalto per la costruzione del gasdotto nelle acque del Mar Nero alla Gazprom.

A Sofia questa decisione è stata percepita come l’ennesima occasione persa, non tanto per proprie responsabilità, quanto per problemi dovuti alle procedure di rilevamento di infrazione a cui è stata sottoposta dall’Unione Europea. Sia il premier Borisov che Maros Sefcovic, vice Presidente della Commissione Europea responsabile per l’Unione energetica, hanno concordato sulla necessità per la Bulgaria di diventare il primo centro di distribuzione di gas proveniente dal Mar nero, attività commerciale, questa, che risanerebbe il disastrato settore energetico bulgaro.

Delle perdite di futuri posti di lavoro per la costruzione del gasdotto in Bulgaria se ne è accorta anche parte della stampa italiana che strizza l’occhio all’anti-europeismo che ora va di moda: la Bulgaria perderà difatti gli investimenti e i rendimenti annui che sarebbero dovuti al transito del gas attraverso il proprio territorio. Questi utili verranno sfruttati dal governo di Ankara, rinnovato partner russo, ancor prima che commerciale, politico. La Bulgaria si trova quindi a far fronte a un’ulteriore occasione persa per risanare la situazione finanziaria del suo settore energetico, approvvigionato in larga parte dalle centrali nucleari e a carbone.

Il settore energetico in Bulgaria è stato lentamente privatizzato dopo il crollo dell’Unione Sovietica con l’aiuto di investitori stranieri, che pianificarono dei rincari dilazionati negli anni, gli ultimi dei quali, in un clima di generale crisi economica, hanno portato a proteste di massa che hanno costretto il primo governo Borisov a rassegnare le dimissioni.

Le gestioni a volte sconsiderate del settore energetico, che hanno portato a problemi di natura finanziaria del settore stesso, sono state quindi un motivo di instabilità politica per la Bulgaria, la quale più di tutti in Europa ha perso un’occasione importante con il South Stream, e ora necessariamente dovrà affrontare questi problemi seguendo altre vie.

BULGARIA: La morte di Želju Želev, primo presidente della Bulgaria democratica

Si è spento il 30 gennaio a 79 anni Želju Želev, primo presidente della Repubblica della Bulgaria non socialista. Il suo ruolo nella transizione democratica della Bulgaria e il suo lascito.

L’immobilismo della Bulgaria di Živkov durante la Guerra Fredda

Il Paese balcanico, da sempre uno dei più allineati a Mosca, in virtù di una élite politica anziana e de facto immutata (basti pensare che il segretario generale del Partito Comunista bulgaro, Todor Živkov , ricoprì tale incarico dal 1954 al 1989), risentì per forza di cose dei cambiamenti che stavano profilandosi nell’area dei Paesi socialisti.

La perestrojka e la glasnost dell’ultimo segretario del Partito Comunista russo, Michail Gorbačëv , traghettarono i Paesi socialisti verso una transizione a un’economia di mercato e a una democratizzazione delle istituzioni statali. Di fronte a tali cambiamenti, la classe dirigente bulgara, per i motivi di cui sopra, non riuscì ad adattarvisi, e corse ai ripari con le prime manifestazioni di piazza a Sofia del 1988.

La transizione politica guidata dall’alto e i primi movimenti d’opposizione

I quadri comunisti corsero ai ripari, destituendo nel 1989 un ormai anziano Živkov tramite l’abolizione della carica di primo segretario del PCB. Lo stesso partito nel marzo del 1990 cambiò denominazione, diventando Partito Socialista bulgaro (PSB): un cambiamento nominale che non coincise con uno sostanziale, dal momento che lo stesso partito si trovò attore principale della transizione democratica del Paese.

La destituzione di Živkov apparve un mero palliativo, sopratutto ai leader dei movimenti di opposizione, come Kiuranov, leader del movimento ecologista Ecoglasnost, e lo stesso Želev, uno dei leader del Comitato anti-inquinamento di Ruse, nonché uno dei fondatori dell’Unione delle forze democratiche (SDS), partito nato dalla fusione di undici piccoli movimenti.

Questi movimenti, almeno fino alla destituzione di Živkov, non erano organizzati fra loro né avevano visibilità, e ciò fu uno degli elementi che permise ai vecchi quadri dirigenti di operare la transizione verso le istituzioni democratiche senza perderne il controllo (come sottolineato dai politologi Linz e Stepan). Che sia stato proprio il PSB a traghettare il paese è fuori da ogni dubbio, dal momento che uno dei leader, Petar Mladenov, assunse le cariche di presidente della Repubblica e di presidente del Consiglio ad interim fino a luglio del 1990, e che allo stesso modo, la “tavola rotonda” bulgara con le opposizioni fu organizzata e gestita da uno dei dirigenti del vecchio PCB, Andrej Lukanov, il quale organizzò le elezioni del 1990 (vinte dal PSB, avvantaggiato, rispetto all’SDS, nelle campagne).

 Želev presidente della Repubblica e la nascita della Bulgaria democratica

Si formò pertanto un governo transitorio in cui Želev fu nominato presidente della Repubblica durante la settima assemblea nazionale, per i meriti riconosciutigli come leader delle opposizioni. La nuova Costituzione fu promulgata nel 1991, e prevedé un ruolo minoritario per il presidente della Repubblica. Alle elezioni presidenziali del 1992 Želev vinse democraticamente e rimase in carica per la durata quinquennale del mandato.

Želev da presidente portò avanti le istanze dell’Unione delle forze democratiche, cercando di ristabilire i diritti della minoranza turca, e di creare un dialogo democratico sulle questioni ecologiche che furono il fulcro dei primi movimenti anti-regime del 1988, a cui lo stesso Želev prese parte.

Ecologismo e diritti delle minoranze, cosa rimane dell’eredità di Želev?

La minoranza turca della Bulgaria era stata oggetto di persecuzioni politiche durante tutti gli anni ’80, ed il tema  era pertanto sentito a livello nazionale. Želev, come testimoniato da una professoressa universitaria turca, Hayriye Süleymanoğlu, intraprese alcune iniziative (in questo caso riaprendo archivi universitari) volte a ricucire uno strappo creatosi con l’importante minoranza turca bulgara. A oggi si notano i risultati ricercati da Želev: il Movimento per i diritti e le libertà (DPS), fondato nel 1990, è il maggior partito turco della Bulgaria. Dopo alcune legislature dominate dal PSB, il DPS è riuscito a imporsi all’interno del parlamento, forte di un elettorato sempre più attivo (alle elezioni del 2007 riuscì a ottenere il 20% dei voti, nel 1990 ne prese circa il 4%, che non gli permise di entrare in parlamento).

Purtroppo la causa verde di Želev non fu portata avanti durante il suo mandato, e i risultati sono ancora visibili: senza correzioni strutturali ai processi industriali, che andavano effettuate già vent’anni fa, la Bulgaria si ritrova oggi con l’aria più inquinata d’Europa, e con il Danubio che mostra segni preoccupanti di danni enormi al proprio ecosistema.

In entrambi i casi non si può dare responsabilità a un’eventuale inerzia dell’operato di Želev, ma anzi si dimostra come in pochi abbiano seguito le idee di uno dei più importanti uomini politici della Bulgaria post-comunista.

BULGARIA: Verso l'adozione della moneta unica?

Il ministro delle Finanze bulgaro, Vladislav Goranov, ha affermato non essere remota la possibilità per la Bulgaria di aderire all’Euro entro la naturale scadenza del governo Borisov

Il ministro delle Finanze bulgaro, Vladislav Goranov, ha recentemente ventilato la possibilità per il proprio Paese di adottare l’euro. Questo accadrà, nella più rosea delle previsioni, dopo l’adesione agli Accordi Europei di cambio (AEC II o ERM II), la quale sarà possibile dal momento che Sofia presenta tutti i requisiti per sostenere le riforme necessarie all’adozione della moneta unica europea.

Goranov ha sottolineato come questo sia il momento migliore per iniziare i colloqui con le istituzioni europee: ora come ora l’adesione politica all’Europa è ai suoi massimi storici, e inoltre ricorda che la Bulgaria è un paese membro dell’unione solo dal 2007, ma risale a dieci anni prima l’ancoraggio del lev all’euro (sebbene la valuta bulgara non sia ancora inclusa nell’AEC II).

Incalzato dalle domande dei giornalisti il ministro si è dimostrato ottimista, nonostante la Bulgaria sia il Paese più povero dell’Unione Europea. Svariati analisti hanno già sottolineato come possa essere molto più rischiosa l’adozione dell’euro rispetto a quanto previsto da Goranov: se già poco tempo fa la corruzione e il crimine organizzato all’interno delle istituzioni avevano minato l’adesione all’AEC II, ora la crisi finanziaria bulgara peserebbe ancora di più sulle decisioni di Bruxelles.

Dallo scorso giugno la crisi finanziaria si è acuita ancora di più in seguito a fenomeni di bank-run (ritiro in massa dei conti depositati presso una banca per paura che la stessa non sia in grado di essere solvente) che hanno colpito un’importante banca bulgara, la Corpbank, in seguito presa in gestione dalla Banca Centrale. L’Unione Europea non è potuta rimanere in silenzio di fronte alla decisione iniziale di negare l’accesso ai conti dei depositari (i conti sono stati sbloccati a dicembre), palesando un’ulteriore falla nel sistema bancario e finanziario bulgaro.

Di queste debolezze strutturali se ne è accorta anche l’importante agenzia di rating Standard & Poor’s, la quale nello stesso mese ha declassato i titoli di stato bulgari da BB+ a BB-. A questo si aggiunga la grave crisi del livello dei prezzi dovuto a una deflazione annua del 1,4% che perdura da ormai venti mesi consecutivi.

Un aiuto concreto contro la deflazione potrebbe provenire dalla manovra di Quantitative Easing (alleggerimento quantitativo) che secondo gli intermediari finanziari la BCE ha annunciato giovedì 22 gennaio. La banca centrale, in questo caso la BCE, acquista generalmente titoli e azioni da banche e fondi per immettere nuove liquidità in circolo e far crescere l’inflazione che in Europa si attesta oggi su livelli troppo bassi e preoccupanti.

Il QE, qualora venisse applicato anche a paesi europei che non aderiscono all’Euro (ad esempio la Bulgaria, ma anche la Gran Bretagna) aiuterebbe Sofia ad uscire dalla crisi deflattiva. Il QE aumenterebbe la quantità di valuta circolante in tutta l’Unione (si parla di una manovra di acquisto di circa 100 mld di euro), la quale, a sua volta, diminuirebbe il tasso di interesse nominale sul debito sovrano di ogni Paese. In questo modo il debito diminuirà di valore dal momento che il tasso di interesse calcolato su di esso sarà minore. Gli stati potrebbero quindi investire il risparmio ottenuto dalla diminuzione del tasso di interesse sul debito con nuove spese pubbliche e investimenti, che permetterebbero nel medio termine un’uscita dalla deflazione.

Ovviamente questa manovra, che è ancora in forse, lungi dall’essere applicata pone problemi non solo economici ma politici: la Bundesbank (la banca centrale tedesca) ha espresso le proprie critiche alla proposta, sottolineando come non esista la minima unità politica necessaria per affrontare i rischi relativi all’acquisto dei titoli di Stato: i Paesi con i titoli di stato sicuri non si accollerebbero mai (di concerto con gli altri paesi dell’Unione) le relative perdite del QE, che rimarrebbero appannaggio dello stato insolvente nell’ipotesi che esso dichiari default. E se questo scenario è probabile per l’Italia, lo diventa ancora di più per la Bulgaria, la quale per ora rimarrà in attesa che l’Europa ritrovi la propria unità politica che dìa nuova credibilità all’unione monetaria, la stessa a cui lo stato balcanico vuole aderire in futuro.

ROMANIA: Le file ai seggi dei romeni all'estero e tre ministri degli esteri in un mese

Le ultime elezioni presidenziali in Romania hanno palesato, nuovamente, i problemi che la diaspora romena incontra nei seggi elettorali dei Paesi in cui sono residenti. Già al primo turno si sono manifestati problemi riguardanti la scarsità di seggi all’estero, andando ad infoltire la fila dei problemi di cui è accusato il governo, tra corruzione, clientelismo e controllo dei media.

Questi ultimi fenomeni sono stati ampiamente criticati da Bruxelles, ma in quest’occasione, come viene fatto notare dall’Economist, le proteste sono arrivate dai cittadini romeni presenti nei paesi dell’Europa occidentale (un’opinione, questa, da prendere pertanto doverosamente con le pinze). Molte delle foto che ritraevano le file per i seggi all’estero e che hanno avuto una grossa eco nei social sono state per lo più caricate da cittadini romeni, come ben testimoniato dalla petizione online lanciata su Avaaz.com (la petizione ora è chiusa, ndr).

Il ministero degli esteri aveva disposto, sin dal primo turno, l’apertura di 294 seggi dislocati in 94 paesi esteri in cui sono presenti cittadini romeni. Rispetto al 2009 il numero di seggi è stato inferiore, e, unitamente alle complicate misure antifrode previste dal ministero degli esteri romeno, ha reso impossibile il voto per molti cittadini romeni. Sin dal primo turno, nelle città del mondo in cui la presenza romena è più rilevante (Roma, Torino, Londra, Parigi, New York) i cittadini romeni hanno dovuto far fronte a file lunghissime che, incredibilmente, nonostante le statistiche indicassero ai seggi la metà degli aventi diritto al voto, non hanno scoraggiato la voglia di sentirsi elettorato attivo.

Le proteste e le dimostrazioni in piazza non si sono fatte attendere nelle città di Cluj, Timisoara e Bucarest, e hanno spinto il piede sull’acceleratore della polemica politica. Il presidente uscente Traian Basescu ha sottolineato a più riprese le responsabilità del ministro degli Esteri Titus Corlatean nella spinosa vicenda. Quest’ultimo a sua volta ha rimbalzato le accuse, ma le polemiche, le proteste e i disordini hanno comportato le sue dimissioni, pagando a caro prezzo la rivalità fra Victor Ponta e Traian Basescu, aggiungendo, però, che le proprie dimissioni non cambiano la posizione del ministero degli esteri, il quale aveva già dichiarato non ci fossero le basi legali per aumentare il numero di seggi all’estero.

Il giorno stesso delle dimissioni di Corlatean, il presidente uscente Traian Basescu ha accettato la nomina del nuovo ministro, Teodor Melescanu. Anche quest’ultimo ha rassegnato le proprie dimissioni il 16 novembre, dopo una settimana caratterizzata da ulteriori proteste presso le ambasciate romene. Per il nuovo incarico Basescu ha approvato il 24 novembre la nomina del quarantunenne Bogdan Aurelu, quantomai adatto per la carica vista l’esperienza maturata nel mondo della diplomazia e nel ministero degli esteri stesso in cui lavora dal 1996.

Al di là del giro di vite, il governo romeno non si è dimostrato capace di rispondere alle esigenze della piazza, nonostante durante le tornate elettorali avesse promesso la predisposizione di ulteriore personale diplomatico che aiutasse a velocizzare le procedure dei seggi all’estero. Nonostante al ballottaggio i romeni residenti all’estero che si sono recati a votare fossero stati quasi il doppio di quelli del primo turno, resta ancora molto da migliorare nelle procedure elettorali, le quali, benché già inefficaci, dimostrano i limiti di un sistema politico, quello romeno, che fatica a trovare la trasparenza tipica di una democrazia.

MOLDAVIA: Un altro tassello verso l'integrazione europea

La Moldavia sin dalla sua indipendenza ha stabilito relazioni con i Paesi europei, e questa strategia di politica estera è stata ben testimoniata dal proprio ingresso al Consiglio d’Europa nel 1995. Quattro anni dopo la propria dichiarazione di indipendenza la Moldavia diventava il primo Paese dell’ex-Unione Sovietica a far parte dell’organizzazione.

Successivamente alla guerra in Transnistria del 1992, i segnali che potevano lasciar supporre un’unione con la confinante Romania, Paese con cui la Moldavia aveva vissuto i destini nel periodo interbellico, persero ben presto di senso. Oltre alla linea europeista, la politica estera fu infatti sin da subito caratterizzata da una certa neutralità in modo tale da permettere a Chișinău di stabilire relazioni diplomatiche pacifiche e durature con i Paesi dell’area: i rapporti con la Romania sono difatti stabili sin dai primi anni novanta.

Mosca dal canto suo, come accaduto nei confronti di altre repubbliche ex-sovietiche, mal digerisce tentativi di fuoriuscita dalla propria sfera geopolitica, e la presenza di truppe della Federazione ancora presenti in Transnistria ben lo testimonia. Sarebbe un errore non considerare anche il dualismo fra Europa e Russia che vive il popolo moldavo. La conclusione di accordi commerciali con l’Europa, a fronte di una bassa crescita economica, è ben vista solo da metà della popolazione e dalla classe politica. I dubbi su quale sia la soluzione migliore, se rivolgersi all’Unione Europea o guardare a Est, vengono ulteriormente radicati da episodi quale il veto sull’importazione di vino moldavo da parte di Mosca; episodio questo, celato dietro la presunta presenza di impurità nel vino moldavo, che ha fatto notare delle somiglianze con i ricatti subiti dall’Ucraina riguardanti l’esportazione di gas russo, bene, questo, da cui dipendono interamente sia Kiev che Chișinău.
L’attenzione particolare che Mosca rivolge anche alla Moldavia ha costretto l’Europa ad accelerare il processo di integrazione. Nella primavera di quest’anno, infatti, gli accordi di cooperazione intercorsi hanno permesso ai cittadini moldavi, fra le altre cose, di viaggiare con il solo possesso di passaporto biometrico, nei Paesi che applicano integralmente l’Accordo di Schengen, senza visto. Una svolta importantissima a cui è seguito, dopo poche settimane, un aiuto ancor più concreto da parte dell’Unione Europea, la quale ha erogato il 15 maggio di quest’anno venticinque milioni di euro per finanziare l’istruzione e la formazione professionale in Moldavia. Queste due iniziative, importanti dal punto di vista economico, hanno reso necessaria una presenza politica europea ancora più vicina a Chișinău: nel timore che la Transnistria possa diventare una nuova Crimea, l’Unione Europea, nelle parole dei ministri degli Esteri di Francia e Germania, sostengono l’unità territoriale moldava e auspicano una pacifica collaborazione da parte della Russia, nello scongiurare un nuovo scenario ucraino.
Si tratta quindi di un processo di avvicinamento all’Unione Europea che per ora è culminato, nella giornata di giovedì 13 novembre 2014, in un importantissimo accordo di associazione, il quale ha creato una “zona di libero scambio globale e approfondito” (DCFTA), il quale garantirà un libero accesso al mercato, da intendersi effettivo sia nel territorio della Repubblica di Moldavia, sia nella Transnistria. Il comunicato stampa del Parlamento Europeo, organo dove si è svolta l’attenzione, richiama inoltre all’ordine la Russia, invitando la Federazione al rispetto della scelta europeista effettuata dalla Moldavia.
Una presa di posizione netta quella dell’Europa che dovrà aspettare quantomeno l’effettiva messa in atto dell’accordo, il quale potrebbe non reggere un ritorno al governo dei comunisti alle elezioni fissate per la fine di questo mese.

BULGARIA: Borisov di nuovo in sella. Formato un governo di minoranza

L’espressione maggioranza bulgara ha avuto un discreto successo giornalistico, laddove si voleva indicare una schiacciante vittoria alle elezioni che dimostrava una superiorità di forza formale più che reale. Questo poteva avere un senso nella Bulgaria comunista, ora non più. Oltre a registrare un’affluenza bassa alle urne (comunque tipica dei Paesi dell’ex blocco sovietico) la frammentata situazione partitica, dove è difficile ottenere una maggioranza, non permette una agevole composizione del governo.

Il governo di Plamen Orešarski è nato il 29 maggio del 2013 proprio per mancanza di una maggioranza necessaria in Parlamento. La vittoria del blocco conservatore alle elezioni europee del 25 maggio del 2014 (il GERB di Borisov da solo ha ottenuto sei seggi per il PPE), unitamente a una crisi economica dovuta al rialzo dei prezzi dell’elettricità di consumo e uno scandalo sulle risorse di liquidità che ha investito una delle maggiori banche d’investimento della Bulgaria, ha decretato la fine del governo Orešarski. Le elezioni sono state decise già agli inizi dell’estate del 2014 (i sondaggi già a luglio davano il GERB di Borisov in vantaggio sugli altri partiti) e il governo, ormai privo di ogni base di consenso sia in Parlamento che nelle piazze, ha rassegnato le proprie dimissioni il 6 agosto.

Le elezioni, fissate per il 5 ottobre sono state caratterizzate da un mal celato scetticismo, un diffuso malcontento e una campagna elettorale fiacca, priva di contenuti reali e povera di dibattito: a questo si unisca una già scarsa partecipazione elettorale. Le elezioni hanno dimostrato quanto sia frammentata la situazione dei partiti in Bulgaria. Nonostante il GERB guidato dall’ex premier Bojko Borisov abbia ottenuto la maggioranza dei voti, non è riuscita nell’intento di superare l’impasse politica e poter governare in autonomia all’interno di un sano dibattito democratico.

Dopo aver vagliato varie ipotesi di coalizione, Bojko Borisov ha comunicato di voler tentare di formare un governo di minoranza con la coalizione Blocco Riformatore (RB), in modo tale da evitare nuove elezioni da effettuarsi, in caso, durante l’inverno venturo. Con questa alleanza si andrebbero a sommare agli 84 seggi conquistati dal GERB altri 29 ottenuti dal RB. Quest’ultimo ha inoltre posto la condizione di far partecipare anche il Fronte Patriottico (NFSB), il quale porterebbe ulteriori 19 seggi, e a questi si aggiungeranno, inoltre, gli 11 seggi del partito Alternativa per il Risorgimento della Bulgaria (ABV). Dopo intensi colloqui, in cui il RB ha ottenuto, nel progetto di governo di Borisov, sei seggi ministeriali, il NSFB ha ritirato il proprio sostegno a causa di divergenze con il programma di governo portato avanti dal GERB.

Il giorno successivo, il 6 novembre, GERB e RB hanno sottoscritto l’accordo di governo nel primo pomeriggio, ad essa è seguita una medesima dichiarazione che aggiungeva, inaspettatamente, l’appoggio esterno alla formazione del nuovo governo da parte del NSFB. Il Fronte Patriottico ha altresì spiegato il cambio di rotta sostenendo, nelle parole di uno dei leader Valeri Simeonov, che il partito si riserverà il diritto di non approvare le questioni che non rispetteranno le consultazioni avute nel mese precedente.

Un’alleanza fragile alla quale Borisov cercherà di far fronte aggiungendo alla coalizione di governo anche l’ABV, il cui leader, Ivaijlo Kalfin, ha ottenuto il posto di quarto vice-ministro e di ministro per il Lavoro e le Politiche Sociali. Il parlamento ha quindi espresso voto favorevole, e il nuovo governo si è insediato il 7 novembre: il GERB, oltre ad avere il controllo del premierato, ottiene dieci ministeri, il Blocco Riformatore sei ministeri mentre l’ABV, con Kalfin, soltanto uno.

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