BALCANI: Il traffico delle armi [II]

Il traffico d’armi è argomento rimasto nascosto al grande pubblico per poi tornare alla ribalta dopo gli attentati di Parigi presso la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo.

Quando si parla di est Europa e del suo legame col traffico d’armi la prurigine dei media aumenta copiosamente, forse per la facilità con cui si lega la voyeuristica guerra avvenuta in ex Jugoslavia al traffico d’armi che alimenta la minaccia jihadista. Balkan Insight ha analizzato quindi un fenomeno complesso, quello del commercio di armi, e dei suoi legami tra aziende balcaniche, traffico illecito, paesi arabi e terrorismo.

L’articolo principale è una lunga disamina quantitativa sul traffico legale di armi dai Paesi dell’Europa centro-orientale ai Paesi del golfo; è arricchito da grafici e statistiche e utilizza una documentazione ricca e variegata, che spazia dai report ai controlli dei voli alle bolle di accompagno dei carichi.

Il progetto ad ora conta sei reportage pubblicati da BI durante i mesi estivi.

Il primo articolo descrive il commercio delle armi che partono da Paesi dell’Europa dell’est come Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Serbia e Romania e arrivano ai quattro Paesi che dal 2011 contribuiscono maggiormente ad armare i conflitti in Siria e Yemen: Arabia Saudita, Giordania, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Ci si concentra quindi sulla verifica di violazioni del diritto internazionale nel commercio di armi, seppur legale: attraverso questi flussi si vuole capire quanta porzione di questo traffico sia da ascrivere al cosiddetto mercato nero, e quanto anche il commercio legale porti poi, indirettamente, a violazioni dei diritti umani e dei trattati sulla regolazione delle armi. La legislazione nazionale, internazionale e dell’Unione Europea regola il commercio di armi ma non determina formali meccanismi di punizione, con l’ovvio conseguenza che gli stati firmatari dell’ATT (UN Arms Trade Treaty) del 2014 non sono costretti a controllare la destinazione delle armi esportate.

L’art. 6 dell’ATT proibisce la vendita di armi se il Paese esportatore è a conoscenza che possano essere utilizzate, anche in secondo passaggio di vendita, per violare il diritto umanitario e di guerra. In base alle indagini di BIRN è risultato evidente che non solo le truppe del presidente siriano Bashar Al-Assad abbiano beneficiato di queste armi, ma anche gruppi di opposizione come Jaysh Al-Islam, Fatah Halab e il Free Syrian Army.

Ovviamente esistono delle obiezioni formali da parte dei Paesi esportatori: il Ministro della difesa serbo a BIRN ha dichiarato, a dimostrazione, che gli accordi commerciali hanno un impatto positivo per l’economia serba ancorché legali e verso Paesi, come l’Arabia Saudita, verso i quali non è vietata la vendita da alcun embargo.

In effetti il premier serbo Vucic si è dichiarato estremamente favorevole al commercio delle armi, che accrescono le esportazioni della Serbia: di più, senza ipocrisia ammette che è un bene che tali voci nella bilancia dei pagamenti sia in crescita, e anzi spera continui il trend. A Tale retorica si allinea il premier slovacco Robert Fico, il quale ha dichiarato candidamente “Se non vendiamo noi, venderà qualcun’altro”.

Ovviamente questo atteggiamento, ancorché apparentemente rispettoso dei trattati, ha attirato le critiche dell’Ufficio ONU per i rifugiati di stanza in Europa, Vincent Cochetel, che ha definito ipocrita e falso rifiutare i rifugiati per poi vendere armamenti che hanno creato e non faranno altro che aumentare questo problema.

Fonte: BIRN

Chi è Gianluca Samà

Romano, classe 1988, approda a East Journal nel novembre del 2014. Laureato in Relazioni Internazionali presso l'Università degli studi Roma Tre con una tesi sulle guerre jugoslave. Appassionato di musica, calcio e Balcani.

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