BULGARIA: L'occasione perduta di South Stream per il settore energetico

Nell’estate del 2007 le aziende di produzione energetica ENI e Gazprom, a cui si aggiunsero in seguito la compagnia francese EDF e la tedesca Wintershall, siglarono un accordo preliminare per la costruzione di un secondo gasdotto [dopo il Nord Stream nel Baltico, ndr] che avrebbe portato il gas di produzione russa ai paesi dell’Unione Europea senza passare attraverso paesi terzi. Il gasdotto in questione venne successivamente chiamato South Stream, e il suo passaggio attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria e Slovenia venne regolamentato tramite alcuni accordi intergovernativi che la Russia siglò con questi stessi paesi, a cui seguì un accordo ulteriore con la Turchia per quanto riguardava il solo passaggio di un tratto dell’impianto nelle acque territoriali turche del Mar Nero.

Quest’ultimo accordo in particolare è stato estremamente lungimirante, dal momento che ora la Gazprom sta modificando il percorso proprio verso la Turchia, con grande beneficio per Ankara che si ritroverà ad avere in mano il rubinetto d’Europa.

Nel maggio del 2014, il presidente della Commissione Europea Manuel Barroso, avvertiva la Bulgaria, in cui sarebbe passato il primo tratto del South Stream, che l’accordo con Gazprom rimaneva in violazione del diritto UE (il  “terzo pacchetto energetico”), in base al quale una società non può seguire il ciclo completo di produzione che va dall’estrazione al trasporto, e che i rapporti bilaterali fra Mosca e Sofia violavano le regole concorrenziali dell’Unione Europea. L’allora governo bulgaro di Plamen Orešarski si è visto in parte costretto a non consentire il passaggio del gasdotto, e questo ha portato, nei primi giorni di dicembre del 2014, alla sospensione del progetto, decisa in maniera unilaterale, benché costretta dagli eventi, dalla Gazprom. Sebbene inizialmente Mosca avesse presentato questa decisione come temporanea, additando colpe alla burocrazia dell’Unione Europea, la presenza dell’exit strategy di Ankara ha portato in breve tempo alla decisione definitiva di rinuncia al progetto, decisione che ha fatto correre ai ripari l’ENI che ha prontamente ceduto la propria quota di appalto per la costruzione del gasdotto nelle acque del Mar Nero alla Gazprom.

A Sofia questa decisione è stata percepita come l’ennesima occasione persa, non tanto per proprie responsabilità, quanto per problemi dovuti alle procedure di rilevamento di infrazione a cui è stata sottoposta dall’Unione Europea. Sia il premier Borisov che Maros Sefcovic, vice Presidente della Commissione Europea responsabile per l’Unione energetica, hanno concordato sulla necessità per la Bulgaria di diventare il primo centro di distribuzione di gas proveniente dal Mar nero, attività commerciale, questa, che risanerebbe il disastrato settore energetico bulgaro.

Delle perdite di futuri posti di lavoro per la costruzione del gasdotto in Bulgaria se ne è accorta anche parte della stampa italiana che strizza l’occhio all’anti-europeismo che ora va di moda: la Bulgaria perderà difatti gli investimenti e i rendimenti annui che sarebbero dovuti al transito del gas attraverso il proprio territorio. Questi utili verranno sfruttati dal governo di Ankara, rinnovato partner russo, ancor prima che commerciale, politico. La Bulgaria si trova quindi a far fronte a un’ulteriore occasione persa per risanare la situazione finanziaria del suo settore energetico, approvvigionato in larga parte dalle centrali nucleari e a carbone.

Il settore energetico in Bulgaria è stato lentamente privatizzato dopo il crollo dell’Unione Sovietica con l’aiuto di investitori stranieri, che pianificarono dei rincari dilazionati negli anni, gli ultimi dei quali, in un clima di generale crisi economica, hanno portato a proteste di massa che hanno costretto il primo governo Borisov a rassegnare le dimissioni.

Le gestioni a volte sconsiderate del settore energetico, che hanno portato a problemi di natura finanziaria del settore stesso, sono state quindi un motivo di instabilità politica per la Bulgaria, la quale più di tutti in Europa ha perso un’occasione importante con il South Stream, e ora necessariamente dovrà affrontare questi problemi seguendo altre vie.

Chi è Gianluca Samà

Romano, classe 1988, approda a East Journal nel novembre del 2014. Laureato in Relazioni Internazionali presso l'Università degli studi Roma Tre con una tesi sulle guerre jugoslave. Appassionato di musica, calcio e Balcani.

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4 commenti

  1. Giancarlo Rinaldo

    Stando alle mie conoscenze il principale finaziatorte (al 51%) dello Sauth Stream era Gasprom, al punto che Gasprom sosttoscriveva diretti contratti con la Bulgaria.
    Ciò era in contrasto con le disposizioni UE che esplicitamente vietano la contemporana proprietà della rete e della società erogante.
    Ma l’UE non vieta l’acquisto del gas in quasias hub d’ingresso nell’Unione; tant’è che l’UE sta attualmente mirando ad un hab ai confini fra Russia e Bulgaria. Come dire che la Russia potrà sempre fornire il suo gas, ma che alla rete ci pensa l’UE.

    Ma se la Russia mira al monopolio del gas nell’Unione mediante il controllo della rete e delle forniture è meglio che ci attrezziamo a risolvere i problemi lasciando da parte i monopolisti.
    Giancarlo Rinaldo di Padova

    • Un linea di confine che separi la Bulgaria dalla Russia, non esiste. Perché le due nazioni non confinano tra loro. Rimane un mistero capire a quale “hub” lei e l’UE facciate riferimento. A meno che non ci sia bisogno di qualche lezione privata di geografia…

  2. Le disposizioni della Ue sono state introdotte DOPO che i contratti con i diversi governi erano stati ratificati ed addirittura quando i lavori erano già iniziati, e questo certamente non risulta una procedura corretta. Tant’è vero che il governo ungherese e quello austriaco non erano dell’avviso di dover seguire l’imposizione della Ue, che chiaramente ledeva i loro interessi strategici, ed erano decisi a proseguire il progetto. Il governo bulgaro chiaramente non ha fatto quello che rappresentava un chiaro vantaggio per il proprio paese e ciò che ha perso risulta chiaramente irrecuperabile. In futuro dovrà in parte dipendere da un paese che ha sempre voluto invaderlo per aver rifiutato di onorare gli impegni stipulati con un paese che l’ha sempre difeso. Mah, che dire di un governo che in modo così smaccato va contro gli interessi fondamentali e strategici del proprio paese? Che è un governo fantoccio?

  3. Solo una precisazione: il cosiddetto ”terzo pacchetto energetico” (http://europa.eu/legislation_summaries/energy/internal_energy_market/en0016_it.htm) e il secondo Memorandum tra Putin e Berlusconi che concretizzava trattative precedenti e dava concretamente il via al progetto, risalgono entrambe al 2009. Circa la costruzione, non mi risulta che sia stato posato un metro di tubo.
    Il progetto era voluto fortemente da Putin, mentre la Gazprom era piuttosto freddina: la rete di distribuzione “sovietica” tramite l’Ucraina era ed è più che sufficiente e la tratta in profondità del Mar Nero richiede costi astronomici per comunque attraversare stati non sempre “affidabili”, siano essi (allora) quelli balcanici o (nella nuova versione) la Turchia.

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