SERBIA: Vojislav Šešelj deve tornare in carcere. L'Aja rivede la propria decisione

Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (TPIJ/ICTY) ha ordinato ieri il ritorno in custodia di Vojislav Šešelj. Il leader del Partito Radicale serbo (tutt’ora acclamato dai nazionalisti nonostante la detenzione decennale all’Aja) ha più volte detto in pubblico che non sarebbe tornato nella città olandese. La Camera d’appello (un secondo grado di giudizio) ha ribaltato quindi la decisione, presa il 15 gennaio dalla Camera, di non revocare il rilascio provvisorio (deciso il 6 novembre del 2014), nonostante la richiesta dell’accusa.

Il caso di Šešelj risulta essere uno dei pochi ancora in corso presso il TPIJ, e in undici anni e otto mesi non si è ancora giunti a una sentenza di primo grado per le accuse di crimini di guerra e contro l’umanità; un processo travagliato non solo da problemi della composizione dell’accusa, ma anche dalle continue ingiurie contro la corte pervenute dallo stesso imputato.

Šešelj crebbe politicamente nella Lega dei giovani comunisti, anche se, compiuti gli studi post dottorali, iniziò ad assumere posizioni critiche nei confronti del regime, all’inizio degli anni ’80, che culminarono in una condanna detentiva per crimini controrivoluzionari. In seguito a questa condanna le sue posizioni ultra nazionaliste trovarono ascolto presso membri della diaspora serba negli Stati Uniti e Canada: tra questi Momčilo Đujić, un ex generale cetnico durante la seconda guerra mondiale.

Mentre la Lega dei Comunisti di Jugoslavia si stava sciogliendo, Šešelj fondò insieme a Vuk Drašković il Movimento del rinnovamento serbo, da cui si staccò nel 1990 per fondare il Partito Radicale Serbo (SRS). Tra il 1990 e il 1991 iniziò in Croazia, a Borovo Selo e a Plitvice, la propria attività armata, guidando il gruppo paramilitare dei Beli Orlovi (Aquile bianche, altrimenti detti Šešeljevci). A livello politico, tra il 1993 e il 1997 fece sempre opposizione a Slobodan Milošević, allora presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia. Nel 1997 si trovò a far parte di una coalizione di governo con il partito dello stesso Milošević, e Šešelj fu vice premier.

Il 15 gennaio del 2003 il TPIJ formulò la propria accusa formale nei confronti di Šešelj, ricostruendo la sua storia personale prima del conflitto e durante, elencando i crimini di guerra e contro l’umanità su cui sarebbe stato giudicato. Il 23 febbraio dello stesso anno Šešelj si consegnò di propria spontanea volontà. Da allora il TPIJ non è riuscito ancora a emettere una sentenza di primo grado.

Il 6 novembre del 2014 il tribunale ha predisposto il suo rilascio per motivi di salute (un cancro al colon; lo stesso Šešelj ha spesso affermato di aver rinominato la metastasi Tomislav Nikolić, politico che prese il suo posto alla guida del SRS dal 2007 al 2008 prima di allontanarsi dal partito). Nonostante i problemi di salute, il nazionalista serbo ha più volte affermato di voler anteporre la politica alla sua salute, e sebbene si sia effettivamente sottoposto a un intervento chirurgico, ha approfittato del rilascio per bruciare le bandiere della NATO, dell’UE, degli USA e del Kosovo in occasione dell’anniversario dei bombardamenti della NATO in Serbia. Ha inoltre aggiunto, giacché dovrà essere arrestato dalla polizia serba, in seguito al comunicato del TPIJ, che non tornerà mai di sua spontanea volontà a l’Aja.

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foto Petar-Dimitrijevic

Chi è Gianluca Samà

Romano, classe 1988, approda a East Journal nel novembre del 2014. Laureato in Relazioni Internazionali presso l'Università degli studi Roma Tre con una tesi sulle guerre jugoslave. Appassionato di musica, calcio e Balcani.

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