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KIOSK: Lupi grigi in Francia, “omini verdi” in Catalogna

In questa puntata Kiosk sorvola più che mai orienti e occidenti, sud e nord d’Europa.

Nei pressi di Lione è stato vandalizzato il memoriale del genocidio armeno. Fra le scritte sul monumento, una che inneggiava ai Lupi grigi. In seguito all’episodio, la Francia ha annunciato la messa al bando del movimento turco dal suo territorio. Per riflettere sulle tensioni fra Ankara e Parigi, abbiamo intervistato Dimitri Bettoni, giornalista e ricercatore.

In Catalogna, un’inchiesta sul presunto sostegno – economico, mediatico, persino militare – di emissari della Russia al processo indipendentista del 2017 ha portato a 21 arresti. Cosa c’è di verosimile in questa vicenda e, più in generale, delle “interferenze di Mosca” spesso evocate in Europa occidentale? Con un intervento di Steven Forti, docente di storia all’UAB di Barcellona.

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POLONIA: Macron a Varsavia, prove di disgelo?

Il 3 e il 4 febbraio il presidente francese Emmanuel Macron ha visitato la Polonia per la prima volta dall’inizio del suo mandato. Salutata da molti, incluso il presidente polacco Duda, come una “svolta”, la visita ha posto le basi per future collaborazioni ma non ha chiuso del tutto i vari contenziosi fra Varsavia e Parigi.

La situazione

I rapporti fra Francia e Polonia sono, eufemisticamente, freddi, in larga misura a causa delle forti critiche che Macron ha indirizzato a più riprese verso il governo polacco, riguardo alle controversie con l’Ue per le infrazioni dei trattati europei da parte di Varsavia. Ma le recenti vicende della Brexit hanno spinto Parigi a cercare di rafforzare i suoi legami con l’Europa centrale e orientale.

Pur ricordando che i fondi europei, fondamentali per l’economia della Polonia, devono dipendere dal rispetto dei valori dell’Unione, Macron ha sostenuto che “la Francia non intende insegnare nulla a nessuno” e che la questione non è fra Varsavia e Parigi, ma fra Varsavia e Bruxelles. Tra gli addetti ai lavori queste parole sono sembrate un atto di distensione tra i due paesi e il tentativo di rilancio dei rapporti si articola ora su tre vettori fondamentali: difesa, economia, allargamento dell’Ue.

Difesa

La difesa è un settore vitale per le ambizioni francesi. La Francia ha recentemente aumentato la vendita di armi sui mercati europei, con una crescita del 30% fra il 2017 e il 2018. Parigi ha promosso sforzi congiunti a livello comunitario in questo settore e una maggiore indipendenza europea nella difesa.

La Polonia è storicamente di tutt’altro avviso. Mentre Macron intende dialogare e cooperare con Mosca, nel paese c’è un generale consenso nel considerare la Russia come un avversario, da contenere con il sostegno della Nato. Per queste ragioni, Varsavia si è sempre tenuta ai margini dei progetti di difesa comune e non intende rinunciare a comprare armi da Washington: l’ultimo acquisto si è concretizzato pochissimi giorni prima della visita di Macron.

Durante la visita, Macron ha cercato di avvicinarsi alle posizioni polacche, dicendosi “né pro-americano né pro-russo, ma pro-europeo” e sostenendo che i progetti di difesa europea sono “complementari, non alternativi alla Nato”. Varsavia, che sta conducendo un enorme programma di riammodernamento delle forze armate, è interessata a partecipare: il progetto franco-tedesco MGCS, mirato a costruire una nuova generazione di carri armati, potrebbe ora includere anche la Polonia.

La collaborazione franco-tedesco-polacca dovrebbe aumentare, ravvivando il cosiddetto “Triangolo di Weimar”, una collaborazione militare, e non solo, da tempo bloccata, che dopo la Brexit sembra ricevere un nuovo respiro. Macron ha annunciato che un summit del triangolo si terrà nel luglio di quest’anno.

Economia

Le relazioni commerciali bilaterali fra i due paesi sono solide e le aziende francesi si classificano al quarto posto per volume di investimenti in Polonia.

Uno dei temi caldi è stato l’abbandono del carbone: Macron ha sostenuto che la Polonia dovrà avere accesso prioritario al “fondo per una transizione giusta”. Questo è un notevole supporto per Varsavia, che ha fatto dell’accesso a questi finanziamenti un obiettivo fondamentale della sua trattativa per il Green Deal europeo.

I due paesi, inoltre, hanno interessi convergenti per quanto riguarda l’energia atomica. La Francia ha ottenuto che il nucleare sia considerato una legittima fonte di energia all’interno del Green Deal, mentre la Polonia ha manifestato grande interesse nel dotarsi di future centrali, con i francesi che potrebbero partecipare attivamente alle trattative per la loro eventuale costruzione.

Sia la Francia che la Polonia hanno forte interesse a raggiungere accordi informali in vista delle durissime trattative per il budget UE 2021-2027. Parigi e Varsavia hanno una certa conformità di vedute anche per quanto riguarda la politica agricola comune dell’UE: entrambi i paesi intendono difenderne il budget da possibili tagli ventilati da altri stati membri. Inoltre, Polonia e Francia concordano nell’imposizione di tasse sui giganti del web e nella lotta contro i paradisi fiscali.

Allargamento

La Polonia sostiene con grande forza l’allargamento dell’UE. Una posizione non molto condivisa da Parigi, come visto recentemente per le questioni balcaniche. A segnare le differenti posizioni strategiche dei due paesi sulla questione ci ha pensato il presidente polacco. Duda ha ricevuto il suo pari della Nord Macedonia Stevo Pendarovski, riaffermando il supporto polacco per l’accesso di Skopje alla UE.

Un serio riavvicinamento fra Parigi e Varsavia dipenderà anche dalla disponibilità francese ad accettare l’allargamento verso sud-est, una mossa che farebbe sentire la Polonia più sicura nei confronti di una Russia sempre più assertiva con il suo vicinato. Almeno nei Balcani, Berlino sostiene Varsavia e le pressioni che arrivano da quasi tutta l’UE potrebbero finalmente convincere Macron a capitolare.

Foto: Twitter @JagiellonskiUni via Euractiv.pl

POLONIA: Giocare al solitario in politica estera

Euroscettica, sotto accusa per le riforme di stampo illiberale approvate dalla fine del 2015, e diplomaticamente miope, la Polonia guidata da Diritto e Giustizia (PiS) si ritrova isolata e debole tra le aule di Bruxelles, autrice di una cesura storica che chiude il sipario sulla stagione europeista post-1989. Perso il ruolo di motore dell’integrazione europea, guastati i legami con Francia e Germania, e sempre più russofobica, la Polonia si candida a leader regionale per non morire di solitudine e irrilevanza politica. Un’analisi delle relazioni tra Polonia e (quelli che furono) i suoi principali partner in Europa.

UE, fine di una love story

Se dall’era della transizione l’Unione Europea aveva sempre costituito la bussola e il faro della politica estera polacca poiché garante, insieme alla NATO, della salvaguardia della sicurezza e dell’integrità territoriale dello stato, Varsavia oggigiorno percepisce le istituzioni europee come lesive dei propri interessi nazionali. Così, da quando al potere, PiS ha intrapreso una crociata contro i valori fondanti delle democrazie liberali di cui Bruxelles ne è l’incarnazione, pur continuando a beneficiare degli aiuti economici. Al di là dello scontro con l’UE per le riforme del settore giudiziario e dei media, la Polonia si è opposta con fermezza all’accoglienza dei rifugiati, rifiutandone qualsiasi presa in carico per problemi di sicurezza, cioè a dire la populista e in voga credenza che l’immigrazione dal Medio Oriente e dall’Africa spiani la strada al terrorismo di matrice islamica, di cui per altro la Polonia non ne è mai stata vittima. A questa facile equazione si è accompagnata la giustificazione dell’accoglienza dei migranti ucraini, per i quali la Polonia è l’approdo preferito solo dopo la Gran Bretagna.

Il triangolo no

Nata 25 anni fa come simbolo della riconciliazione fra Germania e Polonia e dell’impegno franco-tedesco nei paesi dell’Est, specie nell’assicurare al partner polacco un ruolo centrale nell’assetto politico post-89, la cooperazione trilaterale tra Parigi, Berlino, e Varsavia, nota come Triangolo di Weimar, non ha mai goduto di un effettivo potere politico, limitandosi a essere una struttura simbolica, dall’attivismo altalenante. Lo dimostrano i pochi incontri avvenuti in seduta comune negli ultimi due anni (cinque dal febbraio 2014 all’aprile del 2015, solo uno da allora a oggi) e gli “screzi a due” che hanno riempito le pagine dei giornali dal 2016 a oggi.

Ai ferri corti con la Francia

Da poco più di un anno, infatti, si è aperta una travagliata stagione con la Francia, quando Varsavia ha deciso di cancellare la compravendita di 50 elicotteri d’uso militare. Un affare milionario precedentemente concordato con Parigi da Piattaforma Civica, partito al governo nella precedente legislatura. L’acquisto è stato poi concluso con gli Stati Uniti, storico alleato oltre-oceano. Durante l’ultima campagna per le presidenziali francesi, poi, i rapporti si sono fatti più tesi per le affermazioni di Macron a favore delle sanzioni alla Polonia per violazioni allo stato di diritto. Una volta insediatosi all’Eliseo, il neo-presidente ha cercato di isolare il paese dai suoi vicini non contemplando Varsavia nel suo tour dell’Europa Centrale, e promuovendo la revisione della Direttiva 96/71/EC sul distaccamento dei lavoratori, di cui la Polonia è il maggior beneficiario. Su 1,9 milioni di lavoratori di questo tipo in tutta l’Unione, più di 400 mila sono i polacchi che temporaneamente trovano impiego nei paesi più ricchi, in primis Francia, seguita da Austria e Germania. Benché non sia questo il luogo né l’occasione per un dibattito in merito, di cui per altro se ne stanno occupando gli organi competenti a Bruxelles, le polemiche sulla direttiva e gli altri attriti citati, insieme al  pianificato divieto di aprire i negozi la domenica – e sono tante le catene francesi sparse per il paese – indicano il cattivo stato di salute del legame franco-polacco.

Tensioni con la Germania

Il cambio di rotta in politica estera si è reso ancora più evidente nei confronti della Germania, cui la Polonia ha richiesto le riparazioni di guerra, infilando un cuneo nelle relazioni con l’importante vicino, molto distese durante i governi di Piattaforma Civica (2017-2015) e frutto di un percorso di riconciliazione avviato nei decenni precedenti. Una squadra in Parlamento ha lavorato sull’ammissibilità delle rivendicazioni, concludendo che l’accordo del 1953 sulla rinuncia alle riparazioni di guerra era stato siglato da uno stato fantoccio perché sotto l’influenza comunista sovietica. Ammesso e non concesso che la Polonia dell’epoca non possa essere considerata uno stato indipendente, la sua sovranità non può essere messa in discussione per il Trattato sul confine tedesco-polacco firmato nel 1990. Se per il portavoce della Merkel, Steffen Seibert, la questione è chiusa, e risolta politicamente e legalmente, il teatrino orchestrato da Kaczyński pare avere prospettive: un team speciale lavorerà per almeno sei mesi al calcolo dell’ammontare delle riparazioni dovute. «La campagna anti-tedesca è anche sintomo del modo in cui la politica polacca si stia de-europeizzando. L’ideale anni ’90 di allineamento ai valori e alle economie dell’Europa occidentale è stato rimpiazzato da PiS con l’ideale populista di “emancipazione” da quegli stessi partner. L’europeizzazione della Polonia era sempre stata inestricabilmente connessa alle relazioni con la Germania. Non è un caso che i proclami di PiS sulla sovranità polacca siano stati accompagnati dalla demonizzazione di Berlino», scrive Piotr Buras, presidente dell’European Council on Foreign Relations per la sede di Varsavia. 

Quella di Kaczyński è un’uscita dal forte impatto mediatico che non solo ammicca al revisionismo storico ma funge da diversivo per due spinose questioni: lo strappo col Presidente Duda e lo scontro con l’UE. Eventuali sviluppi positivi forse potrebbero arrivare grazie al nuovo e più conciliante, almeno sulla carta, Ministro degli Esteri, Jacek Czaputowiz, da pochissimo in squadra per scelta del nuovo premier Mateusz Morawiecki.

I polacchi dopo Brexit

Con la decisione britannica di restare fuori dal gioco dell’UE, la Polonia non perde solo un importante alleato occidentale con cui condividere il peccato di essere fuori dall’eurozona, ma vede a rischio gli interessi di un milione di connazionali lì stabilizzati. La campagna per il “leave”, infatti, aveva fatto leva sulla frustrazione dei britannici che vedono in rumeni, polacchi e bulgari la principale causa della disoccupazione. Con un Regno Unito che non esclude l’introduzione dei visti, le attenzioni della Polonia si sono indirizzate alla salvaguardia degli interessi di chi già risiede nel paese. Le rassicurazioni della May e il piano proposto dal governo britannico sono state considerate soddisfacenti dall’ex-premier Szydło che, da inizio legislatura, ha avviato generose misure economiche per frenare l’emorragia democratica e attrarre gli emigrati a rientrare nel paese. Tuttavia, il ritiro di un membro ricco come l’UK renderà la Polonia, e con lei anche gli altri paesi del V4, più prosperosa e meno eleggibile a ottenere fondi, che diminuiranno in ogni caso per il recesso di un grande contributore, oltre che terzo importatore di beni dal paese.

Il gruppo di Visegrad: una squadra troppo eterogenea?

Nel raggiungimento dei suoi obiettivi politici ed economici, Varsavia non poteva non rivolgersi ai suoi vicini, alleati naturali per via di una storia condivisa. Così, imploso il blocco sovietivo, Polonia, Ungheria, e l’allora Cecoslovacchia, decisero di dar vita a un’alleanza, il gruppo di Visegrad (V4), per rafforzare la cooperazione reciproca e perseguire insieme obiettivi e trasformazioni economico-sociali in previsione dell’integrazione europea. Eppure ad oggi non possiamo considerare il V4 un blocco coeso politicamente. La loro compattezza, e quindi influenza in Europa, si manifesta solo quando gli interessi del gruppo coincidono con quelli dei singoli stati, come ha dimostrato la ferma opposizione al sistema delle quote per la ricollocazione dei rifugiati. Altre questioni, in primis la percezione della minaccia russa, la spesa militare, e l’atteggiamento nei confronti delle istituzioni europee, vedono i quattro membri mantenere posizioni diverse. Probabilmente perché la cooperazione tra i 4 membri più che un obiettivo in sé, ha sempre funto da mezzo per un fine più grande: facilitare i rapporti con l’UE e gli Stati Uniti.

Il nuovo progetto Trimarium

L’iniziativa polacco-croata nata per impulso dei rispettivi presidenti, Andrzej Duda e Kolinda Grabar-Kitarovi, battezzata “Trimarium”  o dei “Tre mari”, e ispirata per certi versi all’idea del Generale Piłsudski ha una forza tutta da dimostrare. A carattere infrastrutturale ed energetico e allungandosi dal Baltico al Mar Nero passando per l’Adriatico, il progetto vorrebbe superare la morsa di Mosca rafforzando lo sviluppo nei paesi sul fianco orientale dell’Ue: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Cechia, Slovacchia, Ungheria, Austria, Slovenia, Croazia, Romania e Bulgaria. Nonostante il potenziale per la cooperazione nella regione, il piano, che ha acquistato nuovo vigore proprio a Varsavia l’estate scorsa, rimane un’iniziativa presidenziale che potrebbe non collimare con le idee dell’esecutivo polacco che più ad espandere la propria sfera influenza sembra interessato solo ad arroccarsi dietro a posizioni politiche oscurantiste e sovraniste.

RUSSIA: L’Europa accoglie gli omosessuali perseguitati come presa di posizione?

A partire dall‘inchiesta di Novaja Gazeta di aprile e grazie all’attività delle reti LGBT, molti omosessuali russi perseguitati stanno lasciando la Cecenia. Le associazioni per la difesa dei diritti LGBT si stanno prodigando per mettere in salvo quante più persone possibile, ospitandole in ‘case protette’ in altre regioni della Russia e adoperandosi per far ottenere loro un visto per motivi umanitari.

Le reti LGBT, in ogni caso, stanno mantenendo il riserbo assoluto evitando di render noto in quali paesi e quante persone siano state espatriate (o sarebbero in procinto di farlo); è infatti necessario tutelare al meglio la privacy e l’incolumità degli interessati.

Nonostante la riservatezza mostrata dalle organizzazioni che si stanno occupando del caso, durante l’ultimo mese si sono susseguite dichiarazioni sul presunto rilascio di visti ai ceceni da parte degli organi ufficiali di diversi stati europei. Tali affermazioni “non richieste” non nascondono troppo anche una certa presa di posizione politica.

Il governo lituano sarebbe stato il primo ad esprimersi sulla questione. Come riportato da Foreign Policy, il Ministro degli Esteri Lituano Linas Linkevičius avrebbe rivelato di aver garantito il visto a due ceceni che starebbero subendo persecuzioni per via del loro orientamento sessuale ed avrebbe invitato gli altri paesi europei a fare lo stesso. La dichiarazione del Ministro è arrivata il 17 Maggio, durante la Giornata Internazionale contro l’Omofobia, la Bifobia e la Transfobia (IDAHOT).

Altri stati europei avrebbero deciso di seguire l’esempio della Lituania. Di fatti, secondo il New York Times, anche un rappresentante del Ministero degli Esteri tedesco avrebbe confermato l’arrivo di un rifugiato ceceno la scorsa settimana grazie a un visto speciale per motivi umanitari e avrebbe aggiunto che altre persone sarebbero in attesa di ottenere asilo.

Inoltre, sia il Presidente francese Emmanuel Macron che il Cancelliere tedesco Angela Merkel avrebbero esortato Putin ad intervenire personalmente sulla questione durante i loro recenti incontri con il leader russo.

Come già accennato, quest’apparente ondata di solidarietà nei confronti dei perseguitati ceceni sarebbe da imputarsi anche a prese di posizione politiche. Da un lato, queste dichiarazioni lanciano un messaggio chiaro al Cremlino, reo di essere (almeno indirettamente) responsabile di ciò che sta accadendo in Cecenia. Dall’altro questi stati vorrebbero dimostrare quanto, all’opposto della Russia, siano liberali e tolleranti nei confronti delle minoranze sessuali.

Purtroppo la realtà è più complessa, soprattutto nel caso della Lituania dove, nonostante i passi avanti degli ultimi anni, i matrimoni tra persone dello stesso sesso non sono ancora stati legalizzati ed atteggiamenti omofobi sarebbero piuttosto diffusi, come denunciato in un recente report stilato dall’Associazione per la difesa della comunità LGBTI ILGA-Europe.

EURO 2016: L’Albania festeggia, la Romania piange

Il colpo di testa di Armando Sadiku su un cross di Ledian Memushaj al 43′ della gara Romania-Albania rimarrà una delle immagini immortali di Euro 2016, così come il commosso festeggiamento delle Aquile sul campo e della popolazione albanese nelle strade di Tirana e Pristina. Il primo gol dell’Albania alla fase finale di una competizione internazionale diventa anche la prima vittoria e corona il cammino della squadra di Gianni De Biasi in Francia. Un cammino che potrebbe anche interrompersi a questo punto, a seconda di quali saranno gli esiti degli altri gironi, ma che potrebbe anche prolungarsi qualora l’Albania riuscisse a rientrare nel novero delle quattro migliori terze, staccando così un sorprendente biglietto per gli ottavi di finale nonostante le sconfitte, in parte sfortunate, patite con Svizzera e Francia e l’espulsione e squalifica nella prima gara del capitano Lorik Cana.

Video: Luan Kurti

L’entusiasmo con cui l’Albania ha seguito negli ultimi anni le vicende della nazionale – con le parole di miele spese dal primo ministro Edi Rama nei confronti di Gani De Biasi, insignito della cittadinanza onoraria e di una laurea honoris causa per aver migliorato la percezione internazionale riguardo al paese – si è riverberato anche in questa occasione. Armand Duka, presidente della federcalcio albanese, ha dichiarato che, in quanto ambasciatori non ufficiali del paese, i giocatori della nazionale riceveranno dal primo ministro il passaporto diplomatico.

Se la rete di Sadiku rappresenta la gioia del popolo albanese, per la Romania il gol, propiziato dagli errori del difensore Vlad Chiricheș e del portiere Ciprian Tătărușanu (crudelmente soprannominato dai tifosi Tatarușine, “Tata-vergogna”), mette il timbro al fallimento totale della spedizione dei Tricolorii a Euro 2016. Un solo punto in tre partite, l’incapacità di segnare su azione (le uniche due reti marcate a Euro 2016 sono arrivate da due rigori trasformati da Bogdan Stancu) e l’ennesima delusione per un movimento che in mano si ritrova solo la cenere dei ricordi della Generația de Aur degli anni ’90. E nonostante le aspettative fossero basse, la Romania pensava perlomeno di poter raggiungere gli ottavi attraverso un buon terzo posto e aveva come obiettivo minimo battere la squadra albanese.

Ora la sconfitta ha generato un’ondata di malcontento che potrebbe costare il posto ad Anghel Iordănescu, che peraltro ha subito una minaccia di morte da parte di un giovane che, secondo Gazeta Sporturilor, avrebbe chiamato il 112 promettendo di sparare al commissario tecnicoTata Puiu, che contro l’Albania celebrava la centesima panchina della nazionale romena in carriera, si è difeso spiegando che la nazionale si è espressa a quello che attualmente è il livello del movimento e che il successo della Romania è stato già solo il fatto di qualificarsi. Non ha certo contribuito a placare gli animi la dichiarazione in cui, rispondendo a chi gli chiedeva se sarebbe rimasto alla guida della nazionale, Iordănescu ha risposto: «Chiedetelo al presidente della federcalcio Răzvan Burleanu, io ora voglio andare in vacanza». E non sembra un buon segno la dimissione del vice commissario tecnico Viorel Moldovan, che all’indomani dell’eliminazione ha reso pubblico il suo nuovo incarico sulla panchina dell’Auxerre: «Ognuno va per la sua strada – ha dichiarato il tecnico – mi auguravo di più da questo torneo, ma non starò a piangerlo all’infinito. Da oggi mi farà bene dimenticare il più velocemente possibile questo fallimento nazionale».

La parola sulla bocca di tutti è rușine, ovvero “vergogna”. Oltre alle accuse di Constantin Budescu, uno degli esclusi nelle convocazioni, che ha criticato il CT per l’uso limitato (solo 45 minuti) di un talento come quello di Lucian Sânmărtean, resta l’accusa severa dell’ex internazionale Basarab Panduru nei confronti della federcalcio: «Io capisco che si cerchino allenatori romeni, va bene, ma che si cerchino anche tecnici che giocano il calcio di adesso, del 2016! Non cerchiamo gente di ormai trent’anni fa». Ancora più amare le parole di Florin Prunea, portiere di quella Generația de Aur: «Il gol è stato un errore di Tătărușanu, che ha calcolato male i passi. È così, sul portiere si vede immediatamente l’errore. Tuttavia, non possiamo accusare Tătărușanu per l’eliminazione. […] La federazione è stata fallimentare e da incolpare per il disastro. Sono uomini che non hanno conoscenza del calcio, si concentrano sulla propria immagine e per le prime decine di migliaia di euro per cui si accordano. la federcalcio tollera un campionato pieno di squadre insolventi e manda in Europa formazioni che non sono in grado di rappresentare la Romania, non sono preparate». Echeggiano inoltre le dichiarazioni di Sorin Cârțu, allenatore con una lunga carriera e con due scudetti in campo e uno in panchina per l’Universitatea Craiova: ««Io non ho avuto nemmeno una speranza legata a questo Europeo. Dall’inizio ho saputo quale era il nostro valore e quanto potevamo ottenere. Ora si parla di dimissioni. Perché dovremmo cambiare solo Iordănescu? È un progetto, no? E allora se ne vadano tutti, tutto il vertice del calcio romeno».

Da una parte c’è una federcalcio che deve affrontare problemi gravi alla radice, dalla mancanza di strutture giovanili ai problemi economici e di gestione dei club del campionato, dall’altra sbuca il fantasma di Gheorghe Hagi, da alcuni invocato come uomo forte in grado di portare il calcio romeno in avanti sul modello della sua accademia e del suo Viitorul. Un dualismo che però sembra inconciliabile, in cui l’impressione è che Hagi possa essere interessato a mantenere il suo ricco e rigoglioso orticello piuttosto che a collaborare in uno sforzo concertato con la federcalcio per il miglioramento del calcio romeno. La federcalcio romena ha fissato nel suo Planul strategic pentru dezvoltarea fotbalului din România 2015-2020 (“Piano strategico per lo sviluppo del calcio della Romania 2015-2020“) una serie di obiettivi strategici da perseguire: la qualificazione della nazionale, oltre che a Euro 2016, anche alla Coppa del Mondo di Russia e all’Europeo del 2020; la crescita del numero dei praticanti e dei tesserati in generale; lo sviluppo di calcio femminile e futsal (calcio a cinque), unita alla crescita delle prestazioni di tutte le nazionali; la costruzione di una cultura dell’organizzazione che possa sostenere la performance sportiva; e il potenziamento dell’attrattiva e della visibilità del calcio nel paese.

Foto: Echipa națională de fotbal a României (Facebook)

EURO 2016: Romania, alla ricerca del calcio perduto

Sarà già una partita decisiva, quella di stasera della Romania. Dopo la buona prestazione di sacrificio nella partita inaugurale di Euro 2016 contro la Francia, che ha giustiziato i Tricolorii con una magia di Payet nell’ultimo minuto del tempo regolamentare, la Romania affronterà la Svizzera al Parco dei Principi di Parigi. Una nuova sconfitta costringerebbe con ogni probabilità la nazionale romena a una vittoria enfatica contro l’Albania di De Biasi: un’impresa difficile contro una difesa solida come quella albanese, per una squadra che non fa certo del reparto avanzato il suo punto di forza.

La Romania è riuscita – per la seconda volta nella sua storia – a qualificarsi alla fase finale di un torneo senza patire sconfitte. In entrambi i casi, i biglietti staccati erano per la Francia: la prima occasione fu infatti la cavalcata verso la Coppa del Mondo del 1998, resa imperfetta unicamente da un pareggio con l’Irlanda di Tony Cascarino. Anche stavolta, come diciotto anni fa, a guidare la squadra dalla panchina c’è Anghel Iordănescu, il più influente tecnico del paese. Non si può dire, tuttavia, che si sia trattato di una cavalcata trionfale: una nazionale disorientata dall’abbandono del CT Victor Pițurcă, passato all’Ittihād di Gedda (Arabia Saudita), e ben 380 minuti passati senza riuscire a segnare un gol sono il contraltare di una squadra che ha però concesso solo due reti in dieci partite nel torneo preliminare.

Iordănescu, alla terza esperienza sulla panchina dei Tricolorii, dopo aver guidato tra il 1993 e il 1998 la Generația de Aur (“generazione d’oro”) del calcio romeno, simboleggiata dal nome di Regele Fotbalului (“il re del calcio”) Gheorghe Hagi, è il tratto d’unione tra la Romania degli anni ’90 e quella odierna. Oltre a lui e ai colori sulla maglia, però, sembra esserci davvero poco in comune con la squadra che sfiorò la semifinale mondiale negli Stati Uniti nel 1994. Si è chiusa l’epoca dei grandi fantasisti come Hagi e, successivamente, Adrian Mutu (ritirato proprio il mese scorso) ed è rimasta una squadra di onesti mestieranti. Gran parte della squadra gioca in campionati di secondo piano, con l’eccezione di qualche comprimario tra Serie A e Premier League (il portiere Ciprian Tătărușanu della Fiorentina, il capitano Vlad Chiricheș riserva del Napoli, il portiere di riserva Costel Pantilimon scaricato dal Sunderland alla panchina del Watford). E dell’anarchia creativa che pervadeva i Tricolorii degli anni ’90 nella gara di inaugurazione contro la Francia si è visto poco. La classe, a Euro 2016, è stata sostituita da garra e sacrificio, con la solidità del blocco difensivo al centro del progetto tecnico.

Sembra una Romania in cerca di una nuova identità, dopo le delusioni della sua storia recente. Nei giorni precedenti al debutto all’Europeo, il quotidiano Adevărul ha pubblicato un documentario di 80 minuti intitolato În căutarea fotbalului pierdut, “alla ricerca del calcio perduto”, chiedendosi cosa abbia portato la Romania a un punto così basso dopo l’entusiasmo degli anni ’90. Tra immagini capaci di strappare lacrime di nostalgia a qualsiasi tifoso dei Tricolorii, il documentario tratteggia la discesa agli inferi del calcio romeno, individuando diverse cause: la minore importanza riservata allo sport e all’educazione fisica nel sistema scolastico dopo la caduta del comunismo; il fallimento di molte imprese a cui erano legati diversi club nel periodo comunista in seguito alle privatizzazioni degli anni ’90; gli squali che si appropriarono di gran parte delle squadre e che occuparono i vertici della federcalcio per ragioni di immagine e profitto personale, spesso portandole allo sbando con una gestione da padri-padroni.

Il risultato? La morte delle accademie giovanili, fatta eccezione per l’accademia fondata da Gheorghe Hagi, che ha trovato il proprio sbocco in Liga I attraverso il Viitorul, ma che non è esente da ombre sul suo operato e che soprattutto non fa parte di un programma statale coordinato, ma resta una cattedrale nel deserto legata personalisticamente a Regele Fotbalului. Tanti casi di corruzione o inefficienza, come le vicende legate all’organizzazione di alcune gare dell’Europeo 2020 o la morte in campo di Patrick Ekeng della Dinamo Bucarest. E la scomparsa o le difficoltà dei principali club: l’Astra Giurgiu, che quest’anno ha vinto il campionato per la prima volta nella sua esistenza, quattro anni fa ha lasciato la sua sede storica, Ploiești; lo Steaua Bucarest di Gigi Becali, lontano parente della squadra che trionfò in Coppa dei Campioni nel 1986, dilaniato da una battaglia legale con il ministero della Difesa, che ne deteneva la proprietà ai tempi del comunismo, e ora impossibilitato a usare nome, stemma o stadio del club; l’Argeș Pitești, che negli anni ’70 sconfisse il Real Madrid e stregò don Santiago Bernabèu grazie al talento del suo Nicolae Dobrin (dichiarato “bene nazionale inalienabile” da Nicolae Ceaușescu) e che ora si trova a giocare in quarta divisione dopo essere stato sciolto nel 2013 e rifondato da un gruppo di tifosi; e la paradossale storia dell’Universitatea Craiova, sciolto nel 2011 dalla federazione e dalla lega, che ora devono corrispondere al suo proprietario Adrian Mititelu un risarcimento di 220 milioni di euro.

La nazionale romena a Euro 2016, insomma, sta giocando come una squadra che ha molto da dimostrare. Soprattutto a se stessa e al proprio pubblico, e a quelle generazioni future che andranno a darle nuova linfa. Deve dimostrare che il calcio romeno si merita molto di più di un movimento allo sfascio a causa della gestione personalistica e della mancata programmazione. Nell’attesa che una nuova scintilla di anarchia creativa illumini di nuovo il mondo del calcio come negli anni ’90.

Foto: Echipa națională de fotbal a României (Facebook)

IRAN: Teheran fa affari con l’Europa. Firmati accordi miliardari con Roma e Parigi

Una volta cadute le sanzioni internazionali, il Paese degli ayatollah non ha perso tempo per mostrare al mondo le sue grandi ambizioni.

Il viaggio in Europa del presidente iraniano Hassan Rohani, l’ultima settimana di gennaio, si è concluso con la firma, in Italia e in Francia, di accordi e protocolli di intesa miliardari, che proiettano la potenza mediorientale verso un futuro in cui l’isolamento commerciale e diplomatico sembra ormai definitivamente archiviato. Rohani ha vinto le elezioni nel 2013 promettendo – fra l’altro – una graduale apertura nei confronti dell’Occidente e la fine della disastrosa recessione in cui versa, ormai da anni, l’economia iraniana.

L’accordo sul nucleare permette finalmente al Paese lo scongelamento di decine di miliardi di dollari di riserve in valuta pregiata finora bloccati in conti bancari e la fine delle limitazioni che hanno impedito a Teheran di vendere petrolio o ricevere pagamenti attraverso il sistema bancario internazionale. La Repubblica islamica ha quindi deciso di approfittare subito della fine delle sanzioni e di aprirsi ai mercati internazionali offrendo condizioni di investimento vantaggiose.

Gli accordi siglati con l’Italia e la Francia

La visita di Rohani a Roma ha portato in dote all’economia italiana un ricco pacchetto di accordi, alcuni dei quali già messi nero su bianco, altri solo abbozzati in attesa di una stipula futura. I settori toccati vanno dall’ingegneria all’industria mineraria, dalla cantieristica alla siderurgia, e ovviamente a quello petrolifero. In totale, il valore dei contratti siglati supera i 17 miliardi di euro. Coinvolte la società petrolifera Saipem, che ottiene il mandato per la costruzione di un gasdotto, e le Ferrovie dello Stato, che incassano importanti commesse per la realizzazione di infrastrutture in Iran. Trattative ancora in corso con Eni.

Il cammino per il rientro a pieno titolo dell’Iran nel panorama commerciale mondiale è ancora lungo, ma in vista ci sono già accordi redditizi anche con alcune aziende francesi, il cui valore supera i 25 miliardi di dollari. Psa Peugeot Citroen punta a produrre nel Paese arabo fino a 200 mila vetture all’anno, a partire da metà 2017. La rivale Renault ha promesso di intensificare le attività con nuovi lanci di modelli, mentre Total intende siglare un contratto per acquistare circa 150-200 mila barili di greggio al giorno. Contratti anche con Bouygues, Adp e Vinci, che parteciperanno all’ampliamento e alla gestione degli aeroporti iraniani. Inoltre l’Iran acquisterà dall’Airbus 118 aerei per tratte a medio e lungo raggio.

Le ricadute interne in vista delle elezioni legislative di fine febbraio

La fine delle sanzioni internazionali è stata accolta nella Repubblica islamica con grande euforia. Ma è presto per dire se il successo diplomatico ottenuto potrà garantire a Rohani la riconferma alla presidenza e il futuro di quell’Iran pragmatico e moderato che sta cercando di costruire sfidando i conservatori iraniani. Analisti ed economisti sostengono, infatti, che occorreranno mesi prima che i cittadini potranno godere di benefici concreti a seguito della cancellazione delle sanzioni. E nel frattempo Rohani rischia di indebolirsi. L’economia potrebbe non migliorare a causa del prezzo del petrolio ai minimi storici, della corruzione e di un sistema bancario inefficiente. Inoltre, gli investimenti stranieri potrebbero non essere immediati.

In vista delle elezioni legislative del 26 febbraio – quando gli iraniani saranno chiamati a eleggere il nuovo parlamento e i membri dell’assemblea degli esperti – gli oppositori del presidente sperano che l’entusiasmo dei cittadini si sarà per allora spento e poter cavalcare così l’onda del malcontento e imporre rigidità e chiusura. L’ala dura dei pasdaran, le Guardie della rivoluzione, ha sfruttato le tensioni di questi anni e anche le sanzioni per rafforzare il suo ruolo politico, militare e soprattutto economico. Rohani, invece, spera di portare una boccata d’aria fresca nel Paese e di guadagnare consenso che possa favorire i candidati a lui più vicini.

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FRANCIA: Elezioni regionali, vince il Front National. Ma non chiamatela “deriva fascista”

Come volevasi dimostrare. Il Front National, guidato da Marine Le Pen, è il primo partito al primo turno delle elezioni regionali francesi. Il “paria” della politica francese ha dimostrato coi numeri di essere diventato un soggetto con cui sarà necessario, d’ora in poi, fare i conti. La sua vittoria è da collegarsi anche al clima di insicurezza che gli attentati islamisti a Parigi hanno prodotto sulla nazione e al bisogno di ordine cui anche il presidente Hollande ha cercato di far fronte con misure draconiane quanto inutili a portargli consensi. Tuttavia l’elemento emotivo non è sufficiente, da solo, a spiegare il successo del FN.

Un commento sul voto

Accusato dalla destra gollista e dai socialisti di essere un partito populista, senza un vero progetto politico e capace solo di cavalcare (e fomentare) le paure dei cittadini, il Front National ha fatto sue le critiche al capitalismo finanziario e le istanze sociali che la sinistra socialista ha dimenticato. La sua vittoria è dunque il risultato dell’incapacità di interpretare l’insicurezza sociale da parte di gollisti e socialisti. Troppo legati alla figura di un Sarkozy ormai finito, i primi. Troppo vicini al mondo dei banchieri e dell’alta borghesia i secondi.

La vittoria del FN non è quindi una deriva “fascista” della Francia così come il risultato alle regionali del 2010, che vide i socialisti conquistare tutte le regioni, non era il segno della “rivoluzione socialista”. Si tratta piuttosto di fasi politiche normali nella vita di un paese, specialmente in quest’epoca di trasformazione della natura politica ed economica dell’Europa tutta.

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E proprio la dimensione “europea” di questo risultato è forse il dato più interessante, ancorché meno diretto, di queste elezioni. L’emergere, lento ma costante, di partiti radicali ed estremisti in Europa non è soltanto il prodotto del populismo e della paura. Questi sono spesso gli unici partiti a fare proprie istanze – quali le politiche sociali, il rifiuto della finanziarizzazione economica, l’antieuropeismo – che sono vissute come necessità da buona parte dell’elettorato europeo. Così mentre i partiti tradizionali di destra e sinistra tendono ad assomigliarsi sempre più, conformandosi ai modelli economici imperanti e avvallando politiche disgregatrici nel mercato del lavoro, i partiti “estremisti” guadagnano consensi facendo proprie le istanze di cambiamento. Un cambiamento conservativo, una volontà di ritorno al passato, che non è propria solo dei partiti di destra: la vittoria di Syriza è stata dovuta a istanze non dissimili da quelle che in Francia hanno portato alla vittoria del Front National.

Ecco perché quella francese non è una deriva “fascista”. Non più di quanto quella greca sia “comunista”. L’estrema destra francese ha vinto non in quanto “destra” ma in quanto “estrema”, ovvero in apparenza non allineata a schemi politici ed economici ritenuti sbagliati dai cittadini. Se invece di un partito di destra, la Le Pen avesse guidato un partito di sinistra, avrebbe probabilmente vinto comunque.

I numeri del voto

French_regional_elections_2015_1st_Round.svgIl dato più significativo è l’astensione al 52%, i veri vincitori sono coloro che non hanno votato. In casi di alta astensione è frequente che si affermino partiti capaci polarizzare e mobilitare l’opinione pubblica, come in questo caso il FN. Stando ai dati emessi dal ministero dell’Interno francese il Front National ha ottenuto il 27,7% a livello nazionale, contro al 26,6% dell’unione di destra gollista, guidata da Sarkozy, e al 23,1% dei socialisti.

Si è votato in 12 regioni su 13. E’ la prima volta che si vota dopo l’accorpamento delle regioni approvato a gennaio 2015. Il Front National ha vinto al primo turno in ben 6 regioni ed è seconda in Normandia per appena lo 0,2% dei voti. Il secondo turno, previsto per il 13 dicembre, dirà la parola definitiva su queste elezioni. Nella mappa sottostante si vedono in grigio le regioni in cui il FN è primo partito, in blu quelle in cui lo è la destra gollista e in rosso quelle in cui lo sono i socialisti.

SIRIA: Parigi bombarda l’Isis. All’Onu “si ammorbidisce” il fronte anti-Assad

La Francia ha bombardato postazioni militari dell’Isis in territorio siriano. Il clamoroso cambio di strategia è stato annunciato questa mattina, domenica, in un breve comunicato stampa dell’Eliseo. “La Francia è intervenuta sulla base delle informazioni raccolte durante le ricognizioni aeree effettuate nel corso delle ultime due settimane, nel rispetto della sua autonomia d’azione e in accordo con i partner della coalizione”. Incursioni ed operazioni aeree in Siria erano state annunciate all’inizio di settembre dal presidente Hollande. Da mesi Parigi bombardava luoghi sensibili in Iraq, con l’autorizzazione di Baghdad, ma non si considerava autorizzata ad intervenire nello stato confinante poiché non autorizzata da Damasco e non supportata quindi, a suo parere, dal diritto internazionale.
A legittimare il suo intervento sarebbero però, ora, le prove che gli attacchi terroristici contro Parigi siano stati organizzati proprio in territorio siriano.
Distrutto nei raid un campo di addestramento nella Siria orientale, “perché – ha precisato Hollande – rappresentava un rischio per la sicurezza nazionale”. Gli attacchi continueranno ogni volta che la sicurezza della nazione sarà in gioco.

La diplomazia occidentale

Mentre la crisi siriana continua ad essere al centro di complicate trattative al Palazzo di Vetro, sembra essere sempre più condivisa dagli stati occidentali l’idea che Bashar Al Assad possa in qualche modo contribuire alla risoluzione del conflitto civile in Siria, conflitto che complica la guerra all’Isis. Dopo l’avvicinamento di Washington a Teheran (potente alleato di Assad) e dopo la clamorosa apertura della Merkel al presidente siriano Bashar Al Assad la scorsa settimana, anche le posizioni di altri governi potrebbero ammorbidirsi.
La Francia che si è sempre dichiarata contraria ad un intervento in Siria per evitare di favorire indirettamente Assad, ha ora ridefinito le sue priorità con l’operazione militare delle ultime ore in chiave anti-Isis. Farà qualsiasi cosa pur di impedire l’avanzata delle milizie del Califfo Al Baghdadi. La rimozione di Assad, dunque, non è più al primo posto. E anche il premier britannico Cameron, secondo la BBC, potrebbe rivedere la sua posizione in vista del Consiglio di sicurezza dell’Onu della prossima settimana.
Il ministro degli esteri australiano, Julie Bishop, ha dichiarato sabato che Assad “deve essere parte della soluzione”.
Da parte sua, la Turchia è invece categorica: “Nessuno può pensare a un futuro della Siria con Assad -è la posizione del presidente Erdogan-. Non è possibile accettare una persona responsabile dell’uccisione di 300 mila o 350 mila persone, un dittatore”.

Foreign fighters raddoppiati negli ultimi 12 mesi

Una minaccia, quella del terrorismo, che continua a far preoccupare. Secondo quanto riportato dal New York Times, che cita fonti dell’intelligence statunitensi, nel corso dell’ultimo anno il numero dei foreign fighters in Siria e Iraq è raddoppiato. I reclutamenti sono in “costante crescita”, “quasi mille ogni mese”. Sarebbero 30 mila i miliziani stranieri arruolati e attivi nei due Paesi, 250 quelli di nazionalità americana.

Armi americane in mano ad Al Qaeda

Ma in questi giorni ad impensierire Washington non è soltanto il numero di combattenti in aumento che lascia il continente per il Medio Oriente. Oltre al fronte dello Stato Islamico, infatti, a preoccupare Obama è anche quello di Al Qaeda.
I militari americani stanno indagando su un passaggio di armi irregolare avvenuto tra uno dei gruppi di ribelli filo occidentali delle Nuove Forze Siriane (NFS, miliziani siriani addestrati dagli Stati Uniti in funzione anti ISIS) ed alcuni jihadisti di Al Nusra (l’ala siriana di Al Qaeda). La notizia è apparsa su alcuni quotidiani britannici ed americani negli scorsi giorni. Il Centcom, il comando centrale, ha confermato sabato, in un comunicato, che il 21 o il 22 settembre un gruppo di ribelli addestrati dagli Stati Uniti ha consegnato sei camioncini e le munizioni di cui era in possesso a combattenti di Al Nusra, probabilmente per garantirsi una via di fuga. L’equipaggiamento ceduto ai terroristi rappresenterebbe poco meno del 25% dell’attrezzatura fornita dagli americani ai ribelli siriani per combattere contro lo Stato Islamico.

A Baghdad il nuovo centro d’intelligence per combattere l’Isis

Il primo grande alleato del presidente siriano è da sempre Vladimir Putin. Ma se il Cremlino nega di aver rafforzato la sua presenza in Siria supportando sempre di più Assad con mezzi e rifornimenti, ha però confermato nelle ultime ore (dopo le smentite della scorsa settimana) la sua collaborazione con Baghdad per la creazione di un centro di cooperazione sciita in funzione anti-terroristica. Una mossa giustificata dalle preoccupazioni di Mosca per il numero crescente di combattenti russi tra le fila dell’Isis.

All’accordo partecipano anche Damasco e Teheran, con l’obiettivo di far nascere nella capitale irachena un punto logistico, per “processare e analizzare informazioni sulla situazione in Medio Oriente, principalmente per combattere lo Stato Islamico”.
Il centro sarà guidato da un ufficiale di uno dei paesi fondatori secondo una rotazione trimestrale, a partire dall’Iraq.
Sembra quindi che stia nascendo anche in Iraq – oltre che in Siria – un asse russo-sciita. Asse che ha subito raffreddato i rapporti tra Baghdad e Washington.

Per i prossimi sviluppi non resta che attendere martedì, dopodomani, quando il presidente Obama presiederà un vertice a cui parteciperanno i leader dei Paesi che compongono la coalizione a guida statunitense contro lo Stato Islamico.

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SIRIA: La Francia decide di bombardare l’Isis. Ma i rifugiati siriani non c’entrano (quasi) nulla

La Francia dà il via libera a voli di ricognizione sulla Siria in chiave anti-Isis. Lo ha annunciato il presidente Hollande durante una conferenza stampa lunedì 7 settembre, insieme alla decisione di accogliere 24mila rifugiati siriani nei prossimi due anni. Nelle stesse ore è trapelata la notizia del primo raid britannico in Siria, nel corso del quale sono stati uccisi due miliziani dello Stato Islamico di origine inglese. La rivelazione sta mettendo in seria difficoltà il premier Cameron, perché il parlamento non ha mai autorizzato azioni militari contro il Califfato al di là dell’Iraq. Così il dossier siriano passa da un agosto scandito da iniziative diplomatiche a 360 gradi (si sono mossi Russia, Iran, Usa e stati del Golfo) a un settembre dove protagonista è l’aumento dell’impegno europeo sul piano militare.

Il piano francese

I contorni dell’operazione abbozzati da Hollande prevedono una prima fase limitata alla raccolta di intelligence. L’obiettivo dichiarato è delineare le potenziali minacce di attentati che lo Stato Islamico potrebbe compiere in Francia. In parallelo, la missione dovrebbe fornire informazioni su come il Califfato gestisce e controlla il suo territorio. La seconda fase invece prevede raid aerei contro obiettivi mirati e in coordinamento con la coalizione internazionale a guida americana.

Hollande ha respinto invece l’ipotesi di un intervento con truppe sul terreno, bollandolo come irrealistico e non conseguente, poiché la Francia si troverebbe ad agire da sola e rischierebbe di trasformarsi in una vera e propria forza di occupazione. Il presidente francese ha quindi confermato il suo impegno per trovare una soluzione al conflitto siriano sul piano politico, dicendosi aperto a dialogare con tutti gli attori regionali (Iran compreso).

Lo strano legame fra emigrazione e avanzata dello Stato Islamico

Quello che colpisce di più nella conferenza di Hollande è come ha giustificato l’intervento militare. Secondo il presidente francese “è lo Stato Islamico che fa fuggire coi suoi massacri migliaia di famiglie”. Benché sia parte del problema, non è certo questa la causa principale. Basti ricordare alcuni dati. I siriani che hanno lasciato il loro paese sono oltre 4 milioni. La maggior parte ha riparato in Turchia (2 milioni), Libano (oltre 1 milione), Giordania (più di 600mila), Iraq e Egitto. Quando lo Stato Islamico ha cominciato la sua avanzata in Siria, nei primi mesi del 2014, i rifugiati ammontavano già a 2,5 milioni. A questi vanno sommati gli sfollati interni, che sono il 35% della popolazione ovvero 7,6 milioni.

Diverso il discorso per quanto riguarda le richieste di asilo presentate dai siriani a paesi membri dell’Ue: sono circa 350mila (il 6% dei rifugiati totali), ma dall’inizio del 2014 sono aumentate esponenzialmente. Forse è questo il dato che ha convinto Hollande. Difficile inquadrarlo solo come gesto ‘umanitario’, come lasciava intendere il presidente francese quando sosteneva che i migranti siriani “bussano alla porta della nostra coscienza”. Per finire, andrebbe sfatata una falsa credenza piuttosto radicata: al contrario di quanto si tende a credere, muoiono più siriani sotto i barili bomba lanciati da Assad che per mano dei miliziani del Califfato. Incomparabilmente di più. Però il regime di Damasco verrà risparmiato dai raid francesi (e lo stesso vale per quelli americani).

La paura di attentati in Europa

Mettere un freno ai flussi migratori verso l’Europa, comunque, non è l’unica ragione che spinge la Francia a colpire lo Stato Islamico. Ben più pressante sembra la necessità di prevenire altri attentati nel vecchio continente. La strage nella sede di Charlie Hebdo e gli altri episodi accaduti negli ultimi mesi in Francia hanno certamente lasciato il segno. Lo Stato Islamico ha dimostrato di poter colpire quasi ovunque e con relativa facilità, mettendo a dura prova i responsabili della sicurezza interna. Ma gli attacchi vengono decisi e pianificati dai vertici del Califfato. In questo caso, sì: attaccare in Siria significa ridurre il raggio d’azione dei terroristi.

Lo conferma il raid compiuto da un drone inglese alla fine di agosto nella città siriana di Raqqa, di cui è stata data notizia solo lunedì scorso. Il bombardamento – senza precedenti: finora la Gran Bretagna agiva soltanto in Iraq – ha causato la morte di Reyaad Khan e Ruhul Amin, due miliziani del Califfato con passaporto inglese. Il premier Cameron ha giustificato le uccisioni in quanto i due erano attivamente coinvolti nel reclutamento di nuovi jihadisti e soprattutto nella progettazione di attentati da compiere oltre Manica.

Russia, Qatar e Australia sono della partita. In ordine sparso

Intanto altri stati si preparano a combattere in Siria. Negli ultimi giorni la Russia ha aumentato le forniture militari ad Assad, e il presidente Putin sembra pronto a inviare anche truppe di terra. Certamente al Cremlino sono aumentati i timori di perdere un alleato visto la serie di sconfitte inanellate dall’esercito di Assad negli ultimi mesi. La motivazione ufficiale – colpire lo Stato Islamico – può suonare pretestuosa, ma ha comunque un fondo di verità. Infatti il 2 settembre la ‘provincia del Caucaso’ del Califfato ha rivendicato il suo primo attacco sul suolo russo, un’incursione contro una caserma nel sud del Dagestan.

Anche il Qatar potrebbe iniziare a breve raid aerei in Siria. Come riporta il quotidiano turco Hurriyet, i caccia di Doha dovrebbero essere ospitati nella base di Incirlik, la stessa da cui operano attualmente 6 aerei americani e dalla quale partono anche gli sporadici raid della Turchia. Gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato di voler potenziare il programma di addestramento di ribelli siriani che dovrebbero incrementare le fila della Divisione 30 e scacciare lo Stato Islamico dall’ultima area occupata lungo il confine turco. Proprio su richiesta di Washington, sempre più impegnata a serrare le fila della coalizione internazionale contro il Califfato, l’Australia ha esteso i bombardamenti aerei anche alla Siria, dove finora si era limitata a rifornimenti in volo e raccolta di informazioni.

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IRAN: Ultimi giorni per raggiungere un accordo sul nucleare

Mancano ormai pochi giorni alla scadenza, fissata per la fine di Marzo, per trovare un accordo sul programma nucleare iraniano. La scorsa settimana i negoziati si sono bruscamente interrotti, ufficialmente per consentire alla delegazione di Teheran di partecipare ai funerali della madre del Presidente Rohani: il fratello del leader iraniano fa infatti parte della squadra di negoziatori. In realtà, la pausa è sembrata più un’interruzione strategica, utile a entrambe le parti per chiarirsi le idee in vista della fase decisiva.

Negli ultimi giorni, Kerry e Rohani hanno mostrato ottimismo sulla possibilità di raggiungere un accordo, parlando entrambi di «passi in avanti». Sembra che le delegazioni abbiano fatto progressi soprattutto sugli aspetti più tecnici della trattativa, mentre rimane ancora da sciogliere il nodo sulla graduale eliminazione delle sanzioni economiche nei confronti di Teheran. Sabato, però, in molti si sono interrogati sulle parole della Guida Suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, che nel suo tradizionale discorso per il Nowruz – il capodanno persiano – ha denunciato come «vergognoso bullismo americano» il videomessaggio in cui Barack Obama aveva chiesto ai giovani iraniani di fare pressioni sul loro governo per raggiungere un accordo. L’attacco di Khamenei ha fatto sorgere dubbi sulla sua reale volontà di continuare le negoziazioni. In realtà, secondo alcuni esperti, tra cui l’ex diplomatico iraniano Ali Khorram, la Guida Suprema avrebbe confermato nel suo discorso la volontà dell’Iran di trattare, avvertendo che in caso di fallimento la responsabilità sarà attribuita agli Stati Uniti. Sempre secondo Khorram, la retorica antiamericana del discorso di Khomeini servirebbe per tenere insieme i “moderati” guidati dal presidente Rohani e gli ambienti ultraconservatori, molto diffidenti sulla possibilità di un’intesa con gli Usa e le altre potenze.

E’ invece il campo occidentale a essere attraversato, in questo momento, da una differenza di posizioni. La Francia ha criticato il modo in cui gli Stati Uniti stanno impostando la fase finale del negoziato, e sembra che il ministro degli Esteri Fabius abbia chiamato la delegazione francese a Losanna per assicurarsi che non sarebbero state fatte altre concessioni all’Iran. Il disaccordo riguarda soprattutto la graduale eliminazione delle sanzioni, che il governo francese non vuole concedere prima che siano raggiunti progressi significativi – mentre proprio Khamenei ha detto che considera la questione delle sanzioni «parte dell’accordo, non una conseguenza successiva». Dalla Francia è emersa anche una certa insofferenza per la scadenza di fine Marzo, che gli Stati Uniti vogliono assolutamente rispettare. Il rischio, secondo il governo francese, è accettare condizioni più svantaggiose avendo ormai poco tempo a disposizione.

Obama, però, è condizionato dagli equilibri del Congresso. Il Presidente Usa, anche usando la minaccia del veto, alcuni giorni fa è riuscito a far slittare fino a metà Aprile un voto su un provvedimento che avrebbe dato proprio al Congresso l’ultima parola sugli accordi con l’Iran. I Repubblicani – ma anche diversi democratici favorevoli alla “linea dura” – renderebbero un passaggio del genere molto rischioso per l’Amministrazione Obama, che per questo ha fretta di chiudere.

Non sono, però, solo gli Stati Uniti ad avere forti motivazioni per arrivare presto alla firma di un accordo. Durante gli otto anni della presidenza di Ahmadinejead, la situazione dell’economia iraniana è peggiorata notevolmente. La disoccupazione è aumentata, così come l’inflazione, e il recente crollo del prezzo del petrolio ha complicato le cose. Rohani ha già raggiunto qualche parziale successo in campo economico, ma è consapevole che senza l’eliminazione delle sanzioni non potrà esserci nessun progresso importante, e in questo è appoggiato da Khamenei.

Un accordo che porrà dei limiti all’attività nucleare iraniana, ma non la eliminerà del tutto, potrebbe però far aumentare notevolmente la tensione con diversi altri paesi del Medio Oriente. Il premier israeliano Netanyahu si oppone a un’intesa in questi termini, che considera «un modo di lasciare l’Iran a un passo dalla possibilità di costruire armamenti nucleari». Ma le preoccupazioni non arrivano solo da parte israeliana: l’Arabia Saudita ha già avvertito le potenze che stanno cercando di chiudere l’accordo che chiederà gli stessi diritti che saranno concessi a Teheran. Lo scenario peggiore è quello di una “corsa al nucleare” a cui potrebbero decidere di partecipare anche Egitto e Turchia, e che destabilizzerebbe ancora di più un Medio Oriente in cui tutti i vecchi equilibri sembrano ormai sconvolti.

Dopo l'attentato, la paura. Charlie Hebdo ucciso due volte

Un milione in strada a Parigi, gente comune e leader politici mondiali per ricordare i morti di Charlie Hebdo, il giornale satirico colpito dall’attentato terroristico del 7 gennaio scorso, e le vittime degli attentati successivi, in tutto diciassette. Un milione in strada per rispondere alla dichiarazione di guerra, come molti l’hanno definita, del fondamentalismo islamico all’Europa.

Nei giorni successivi all’attacco c’è stata una gara a tirare fuori valutazioni acute e intelligenti per farsi notare, a scapito dell’attenzione che andrebbe prestata al problema affrontandolo da tutti i punti di vista senza appiattirsi sulle retoriche dell’attacco ai “valori occidentali” o alla libertà di stampa. Inevitabilmente si sono susseguite le strumentalizzazioni politiche, alcune di bassa lega. Dal punto di vista di chi scrive la messa in scena del grande cordoglio occidentale, e le richieste che già vengono dalla Francia per inasprire i controlli e le misure preventive, uccidono due volte Charlie Hebdo e quel che rappresenta.

Charlie Hebdo è un giornale di tradizione libertaria e repubblicana. E in rispetto a quella tradizione i giornalisti e i vignettisti non si sono mai sottratti al dovere di mettere in ridicolo anche la barbarie del fondamentalismo religioso che, come ogni radicalismo, non può accettare il riso e l’ironia. Il riso è critica, è rovesciamento, è decostruzione (come insegnavano Nietzsche e Bataille) che serve a costruire meglio oppure solo a distruggere la paura. Perché la paura non ride, la paura è un potere reazionario e conservativo. Come diceva il venerabile Jorge ne Il nome della rosa: “il riso cancella la paura, ed è sulla paura che si basa il timor di Dio e perciò la fede”. Nel mirino di Charlie Hebdo c’erano tutte le religioni e le loro pretese di influenzare la società francese che è, ricordiamolo, una società fondata sulla laicità.

Il valore della laicità dello stato è un valore europeo, senz’altro. Ma per alcuni europei anche quelli cristiani sono valori europei. Spesso questi valori non si conciliano: la pressione per negare i diritti civili agli omosessuali o per impedire l’eutanasia legale, la fecondazione eterologa, e via dicendo contrasta profondamente con i valori espressi da realtà come Charlie Hebdo. Nell’Italia neoguelfa, che pende dalle labbra dell’inquilino di San Pietro, siamo davvero tutti Charlie Hebdo? No, non lo siamo. Ma lo slogan “je suis Charlie Hebdo” è diventato presto un comune denominatore del conformismo.

E’ il conformismo, unito a una certa superficialità, che fa essere tutti Charlie Hebdo. Sotto quello slogan ci sono tutti, dai neofascisti ai progressisti, dai cristiani agli atei, dagli xenofobi ai sostenitori della società multiculturale. Così, nelle piazze delle nostre città, sono andati in tanti con la matitina nel taschino a commemorare le vittime di un giornale che non conoscevano e che, se conoscessero, non comprerebbero. E’ il potere del conformismo e della rappresentazione del dolore collettivo.

Dietro questo conformismo del dolore c’è il vuoto. Se fosse dolore vero non potrebbe uniformarsi, poiché il dolore è come un cristallo di neve, diverso ogni volta che (ac)cade. Le matitine sono una rappresentazione standardizzata di quello che dovremmo provare ovvero dei valori che, comunemente, dovremmo tutti condividere.

Alcuni credono che essere Charlie Hebdo significhi essere contro il fondamentalismo islamico in Europa che “ci ha dichiarato guerra”, come ha scritto su Internazionale Igiaba Sciego, scrittrice afroitaliana. E a guerra dichiarata che si fa?  Non si porge certo l’altra guancia. E la guerra – con il suo armamentario di leggi speciali – consentirà una riduzione dei diritti democratici in nome proprio della democrazia. Non l’abbiamo già visto a Guantanamo? Difendere la democrazia a colpi di torture, detenzioni illegali, processi sommari. Non deve accadere che i fatti di Parigi diventino la scusa per introdurre misure di polizia eccezionali. E molto meglio sarebbe stato se la polizia francese avesse arrestato, e non ucciso, i presunti attentatori in modo da interrogarli e capire chi sono e chi li finanzia, risalendo la filiera criminale, e poi processarli rendendo noto all’opinione pubblica cosa c’è dietro quell’attacco. Con la morte dei presunti attentatori tutto diventa mistero, come già con l’attentato alle Torri gemelle. Se l’Europa vuole difendere i propri valori democratici deve allontanare da sé la paura. Perché è la paura che arma le polizie, che scrive le leggi speciali, che alimenta i pregiudizi e generalizza lo scontro.

Tutti già si sgolano a dire che non è l’Islam in sé a essere un nemico ma il fondamentalismo, E lo è di certo. Ma già assistiamo a partiti politici che soffiano sul vento della paura e usano Charlie Hebdo per propri fini propagandistici dichiarando che no, la moschea nel tal posto, non va costruita. Ma non siamo tutti Charlie Hebdo? Non siamo tutti per la difesa dei valori europei? Tra quei valori c’è la libertà di culto senza discriminazione alcuna. Anche in questo caso la paura calpesta i valori occidentali. E Charlie Hebdo viene ucciso di nuovo.

Ma questo Islam fondamentalista contro chi sta facendo la guerra? Contro il cosiddetto Occidente? Contro la libertà di stampa? No, è una guerra dentro l’Islam che ha radici antiche, una guerra che vede morire anzitutto musulmani e che oggi usa le contraddizioni dell’Europa per convincere giovani di seconda o terza generazione, stanchi di vivere come cittadini di seconda categoria, a combattere per una società “giusta e pura” nel nome dell’Islam. Ma questa dottrina della purezza, la dottrina del fondamentalismo, è sponsorizzata anzitutto da paesi con cui l’Europa è alleata: quegli emirati del Golfo con cui facciamo affari d’oro, da Dubai, al Bahrein, agli Emirati Arabi Uniti fino all’Arabia Saudita, paesi che finanziano il wahabbismo e la “jihad” con soldi che (chissà) forse finiscono anche nei mille rivoli del fondamentalismo islamico europeo come quello che (forse) ha organizzato l’attentato alla sede di Charlie Hebdo. La domanda sorge spontanea: la guerra ce l’hanno dichiarata loro? E allora perché andiamo a combattere in Afghanistan, in Libia, in Mali?

E poi, perché attaccano i nostri valori europei solo se la bomba esplode a Parigi e non, che so, a Baghdad? Non sono universali i valori? Allora dove sono i simboli dell’unanime cordoglio per i giornalisti uccisi in Russia, o per le studentesse rapite in Nigeria, o per i maestri uccisi a Bassora?

Ci sono poi quelli che dicono: “musulmani moderati, dimostratevi di essere moderati e dissociatevi dall’attentato”. E perché mai? Non ho sentito nessun cristiano dissociarsi dal gesto di Breivik a Oslo. Perché non ha senso dissociarsi da qualcosa che non ti rappresenta e con cui non hai nulla a che fare.

Nella grande messa in scena cui stiamo assistendo quei valori europei che dovremmo difendere, i valori della democrazia, della ragione, della tolleranza e del pluralismo, stanno passando in secondo piano. Charlie Hebdo viene utilizzato per diffondere i disvalori dell’odio, dell’intolleranza, del radicalismo che – giustamente – condanniamo e rifiutiamo quando li vediamo incarnati dal fondamentalismo islamico ma che siamo pronti ad abbracciare all’interno delle nostre società. Non dobbiamo, insomma, piegarci alla paura, armare la paura, ma ridere del nostro nemico. Seppellire con una risata i morti, per onorarli, e denudare il radicalismo religioso e politico, con o senza la mezzaluna. Solo allora saremo liberi e forti abbastanza da vincere la paura. Perché delle nostre risate il fondamentalismo ha paura.

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ALGERIA: La Renault sbarca a Orano. La Francia prova a frenare l’avanzata cinese

Parigi si prende la rivincita su Pechino in Algeria. La Renault sbarca a Orano dopo 5 anni di trattative, ma fra i due litiganti il terzo gode. Ecco come la competizione tra Cina e Francia torna utile soprattutto all’Algeria.

Lo stabilimento di Orano e il convitato di pietra

La Renault ha inaugurato il 10 novembre il suo primo stabilimento in Algeria. L’impianto si trova a Oued Tlelat, vicino a Orano, e produrrà 25mila auto l’anno per il mercato algerino. Con 39 milioni di abitanti, almeno 350mila immatricolazioni l’anno e un’età media dei veicoli circolanti di 16 anni, il paese rientra di diritto fra i più appetibili nel panorama nordafricano. La Renault la spunta anche sul piano della concorrenza: una clausola obbliga Algeri a non stipulare per ben 3 anni accordi simili con altre case automobilistiche.
Colpo grosso? A giudicare dal parterre dell’inaugurazione, sì: presenti il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, il suo collega all’Economia Emmanuel Macron e il primo ministro algerino Abdelmalek Sellal. “Se Renault non avesse preso la decisione di delocalizzare in Algeria, un altro l’avrebbe presa al suo posto”, ha dichiarato Macron alludendo a Volkswagen e Fiat. Ma non ha nominato il concorrente numero uno, non solo per le quattro ruote: la Cina. Pechino infatti ha di recente scalzato la Francia dalla storica posizione di primo fornitore dell’Algeria.

Stallo alla messicana ad Algeri

Letta in filigrana, la storia dell’impianto di Oued Tlelat inizia nel 2008 e vede protagonisti Francia, Algeria e Cina. La dinamica ricorda lo “stallo alla messicana” tipico dei western, quando tre pistoleri si minacciano l’un l’altro armi in pugno. E tutti hanno ottimi motivi per non sparare.
La Renault vuole la sua fetta di mercato e minaccia di spostare la produzione in Marocco (ma la Francia ha bisogno di investire di più in Algeria). La Cina ha gli stessi obiettivi strategici di Parigi e ventila l’ipotesi di dirottare altrove l’enorme quantità di investimenti in cui si è impegnata. L’Algeria ha bisogno di attrarre più investimenti per la sua economia, ma rischia di finire schiacciata fra i due giganti.
Questi i fatti. Nel 2008 viene creata una zona economica speciale a Mostaganem, sulla costa occidentale, dove si installano aziende cinesi specializzate nell’assemblaggio di componenti di auto. Nel 2009 iniziano gli accordi con la Renault. Alle proteste della Cina risponde con forza uguale e contraria la Francia. L’Algeria gonfia il petto con una nuova legge: obbliga tutte le aziende estere a entrare in società con aziende algerine (che devono possedere almeno il 51% delle quote), per qualsiasi campo d’investimento. La Renault, piccata, apre lo stabilimento a Tangeri (ma sottobanco continua la trattativa con Algeri). La Cina fa buon viso a cattivo gioco e inietta nell’economia algerina almeno 1 miliardo di dollari ogni anno in altri settori.
A conti fatti sembra averla spuntata proprio l’Algeria: a giugno di quest’anno, nel giro di tre giorni, firma un partenariato strategico globale con la Cina e un accordo simile nei contenuti con la Francia. E si avvia a trarre il massimo vantaggio dalla competizione fra i suoi partner.

Françafrique contro Chinafrique

Se l’ex colonia può sorridere, anche a Parigi si sfregano le mani. La delocalizzazione targata Renault non brucia posti di lavoro, visto che il 40% delle forniture per Oued Tlelat viene dalla Francia. Lo stabilimento a regime dovrebbe triplicare la produzione e l’accordo di non concorrenza spiana la strada in questo senso. In più si tratta di mero assemblaggio di parti di auto (inviate poi in Romania e rispedite indietro, finite, a Orano), dunque non si verifica un vero trasferimento di know-how.
L’Algeria guadagna nell’immediato l’uso di manodopera locale. Ma soprattutto è un primo passo per diversificare la propria economia, ancora eccessivamente dipendente dagli idrocarburi. Un’esigenza che torna comoda anche alla Francia. Incalzato dall’avanzata cinese in tutto il continente, l’Hexagone deve allargare lo spettro della collaborazione per non perdere il passo. Fino a ora, per restare all’Algeria, Parigi ha mostrato interesse soltanto per il comparto energetico (che pesa per il 96% delle importazioni) e per la cooperazione sulla sicurezza, in funzione anti-terrorismo.
Dal canto suo, la Cina non sembra intenzionata a mollare la presa sul paese maghrebino. Bastano pochi numeri per convincersene. Pechino ha speso almeno 15 miliardi di dollari in investimenti diretti dal 2005. Più di 11 solo nei trasporti: l’autostrada est-ovest lungo la costa, l’espansione della rete ferroviaria, il nuovo terminal dell’aeroporto di Algeri. Continua ad aggiudicarsi appalti con ribassi vertiginosi grazie al supporto dell’Exim Bank (che da sola è capace di investire più della stessa Banca Mondiale). L’Algeria è diventata il secondo paese africano con più investimenti cinesi.
Senza il fardello di un passato colonialista, la Cina convince i partner con la (retorica) formula di “accordi win-win”. La Renault non ha perso tempo per adeguarsi: ha presentato Oued Tlelat come una collaborazione gagnant-gagnant.

Foto: Reuters/Louafi Larbi

RUSSIA: Morto in un incidente aereo De Margerie, l'amico di Putin a capo di Total

Da LIONE – “Un errore umano dovuto alla negligenza del personale”: ecco come viene definito l’incidente aereo avvenuto lunedì notte all’aeroporto di Vnukovo che ha provocato la morte del direttore generale della compagnia francese Total.

Secondi i fatti, l’incidente si è verificato alle 23:58 ora di Mosca (21.58 ora di Parigi), durante la fase di decollo dell’aereo privato Falcon-50 che riconduceva Christophe de Margerie a Parigi e che ha preso fuoco dopo essersi scontrato con uno spalaneve, il cui conducente risulta fosse ubriaco. L’accusa è stata subito smentita poche ore dopo dall’avvocato dell’interessato, Alexandr Karabanov, il quale afferma che il suo cliente era sobrio e “non beve mai a causa di un problema al cuore, lo possono testimoniare familiari e medici”.

Al momento della collisione, l’aereo faceva i 300 km/orari appena, e la visibilità era scarsa (pari a 350 metri, secondo i collaboratori dell’aeroporto). Nonostante l’aereo abbia preso subito fuoco al momento dell’impatto, non c’è stata nessuna esplosione. Il conducente dello spalaneve ne è uscito indenne, ma tutti i membri dell’equipaggio sono morti sul colpo: il primo e il secondo pilota, un assistente di volo e uno dei manager dell’azienda Total.
La notizia della morte di de Margerie, che guidava Total dal 2007, è stata accolta con “stupore e tristezza” non solo in Francia ma anche in Russia.

L’amicizia franco-russo

Christophe de Margerie, 63 anni, era reduce insieme ad altri investitori stranieri da una visita ufficiale al primo ministro russo Dmitrij Medvedev. Un incontro che riguardava le misure punitive nei confronti della Russia decise dai governi occidentali.

Nel suo ultimo discorso, pronunciato lunedì sera, il presidente di Total esprimeva chiaramente la sua ostilità nei confronti delle recenti sanzioni imposte alla Russia, secondo lui “ingiuste e controproducenti”, e chiedeva a Mosca di fare tutto il necessario per correggere la situazione legata alla crisi con l’Ucraina.

Se vogliamo continuare ad investire in Russia a lungo termine, dobbiamo poter instaurare uno spazio economico stabile e pacifico tra la Russia e i nostri Paesi”.

De Margerie aveva già precedentemente sottolineato che l’Europa non può vivere senza il gas russo e che non vi era alcun motivo per sospendere le relazioni economiche con Mosca.

Per il quarto gruppo petrolifero occidentale, la Russia ha rappresentato circa il 10% della produzione di petrolio e di gas dell’azienda lo scorso anno, e risulta tuttora uno dei principali investitori stranieri in questo Paese.

In seguito all’abbattimento dell’aereo di linea malese della scorsa estate, gli investimenti francesi hanno però subito un congelamento; tuttavia Margerie non si è arreso e a luglio ha dichiarato che le sanzioni non avrebbero in alcun modo fermato i progetti in corso.

La compagnia petrolifera di de Margerie ha (o almeno ha avuto finora) grandi piani per il futuro: entro il 2020 la Russia sarebbe diventata la sua principale fonte di petrolio e di gas grazie anche al partenariato con la società energetica russa Novatek e il progetto Yamal, ovvero ben 27 miliardi di dollari investiti in una joint venture per sfruttare le vaste riserve di gas naturale nel nord ovest della Siberia e che mira a raddoppiare il ruolo della Russia nel mercato in rapida crescita del gas naturale liquefatto.

Christophe de Margerie era amico della Russia e nemico degli Stati Uniti, e senza dubbio durante tutta la sua carriera ha perseguito gli interessi dell’azienda petrolifera. Ma chi prenderà adesso il posto di questo grande leader? Philippe Boisseau, Patrkick Pouyanné e Arnaud Breuillac, i probabili successori di de Margerie, non avranno un compito facile in quanto dovranno confrontarsi con un uomo che ha “difeso con talento l’eccellenza e il successo all’estero della tecnologia francese”, secondo quanto dichiara François Hollande.

Il presidente francese non è il solo a esprimere le numerosi doti manageriali di de Margerie: “Abbiamo perso un vero amico del nostro Paese”: queste le parole di Vladimir Putin, che lo conosceva da molto tempo e lo ringrazia per aver promosso le relazioni bilaterali tra Francia e Russia. A questo, Dmitrij Medvedev aggiunge: “Una grande perdita, de Margerie era un amico e un partner sincero, ci mancherà”.

Total, Novatek e Gazprom

Nel 2004 i francesi, quando de Margerie era a capo di Total Upstream, hanno cercato di comprare il 25% di Novatek, il più grande produttore indipendente di gas della Russia dopo Gazprom, per circa 800 milioni di dollari, ma l’accordo si protrasse troppo a lungo, e quindi abbandonarono.

Nel mese di aprile 2011, l’azienda petrolifera francese comprò per 4 miliardi di dollari il 12% delle azioni di Novatek; alla fine dello stesso anno ne comprò un altro 2% a 800 milioni di dollari. La quota attuale è pari al 18,2%.

Gli acquisti non finirono qui: Total acquistò anche il 20% delle azioni del nuovo progetto di Novatek, Yamal LNG, il progetto previsto per il 2018-2019 che prevede la realizzazione di un impianto di liquefazione del gas nella penisola di Yamal, che conta una riserva di 492 miliardi di metri cubi di gas.

Total ha collaborato anche con Gazprom. La società russa ha auspicato per un lungo periodo di tempo a ottenere una quota nel giacimento di Shtokman nel Mare di Barents, ma nel luglio del 2007, pochi mesi dopo la nomina di de Margerie, Total ne avrebbe ricevuto il 25%. Inizialmente l’avvio della produzione del giacimento Shtokman era previsto per l’inizio del 2017, ma a causa della mancanza di mercati e di alcune contraddizioni, il progetto è stato accantonato. Attualmente le energie sono tutte puntate sul progetto Yamal LNG.

La questione ora resta una sola: colui che prenderà il testimone di Christophe de Margerie, rimarrà della stessa idea nei confronti della Russia?

Foto: Ria Novosti

Da Danzica a Donetsk. Appello degli intellettuali polacchi all’Europa

Pubblichiamo la traduzione dell’appello degli intellettuali polacchi, apparso su Le Monde del 1° settembre 2014, in cui si traccia un parallelo tra l’attuale conflitto in Ucraina orientale e due episodi della storia europa dell’interguerra, la guerra civile spagnola e l’occupazione di Danzica, chiedendo a Germania, Francia ed UE di trarne le conseguenze.

Un testo molto forte, che vale da documento circa le conseguenze che il conflitto in Ucraina ha sulle percezioni della Russia nei paesi dell’Europa centrale ed orientale.

East Journal pubblica dunque questo documento come “fonte primaria” di interesse per l’attualità. I suoi contenuti non riflettono l’opinione della redazione.

(traduzione a cura di Claudia Bettiol).

Morire per Danzica“. Ecco la frase che simboleggia l’atteggiamento dell’Europa occidentale nei confronti della guerra scoppiata 75 anni fa. La Francia e il Regno Unito diedero il via libera tre volte al dittatore tedesco. Né l’annessione dell’Austria (Anschluss), né l’occupazione dei Sudeti, né lo smantellamento della Cecoslovacchia provocarono conseguenze gravi per Hitler e lo stato tedesco. E quando il 1° settembre 1939, come conseguenza logica della firma del patto Molotov-Ribbentrop, risuonarono i primi spari sulla città di Danzica, le potenze occidentali non si risolsero che ad una “guerra simulata” (drôle de guerre). Ed è così che diedero il via libera a Hitler per la quarta volta, pensando di salvarsi la pelle al solo prezzo della fine di Danzica. Risultato? La capitale successiva sulla lista ad essere occupata fu Parigi; poco dopo le bombe caddero su Londra. Solo allora si cominciò a urlare “Basta” e “Mai più!“.

Questa politica egoista e a breve termine degli europei di fronte all’agressore non deve più ripetersi. Tuttavia, la recente evoluzione della situazione mondiale assomiglia stranamente all’anno 1939. La Russia, stato agressivo, occupa una parte del territorio del suo vicino: la Crimea. L’esercito e i servizi speciali del presidente Putin, che intervengono solitamente in incognito, operano nell’est dell’Ucraina, sostenendo coloro che terrorizzano la popolazione locale e minacciandola apertamente di invasione.

Si nota, tuttavia, una novità rispetto al 1939: l’aggressore in questione è riuscito, nel corso degli ultimi anni, ad attirare nell’orbita dei suoi interessi molti politici e uomini d’affari, mentre i suoi partner occidentali credevano ancora nel suo “volto umano”. La lobby così formatasi influenza e continuerà a influenzare la politica di molti Paesi. Si è parlato di Russia First (“La Russia prima di tutto”) e anche di Russia only (“Solo la Russia”). Oggi, quest’ultima è crollata. L’Europa ha ormai un bisogno urgente di una nuova Ostpolitik. Lanciamo quindi ai nostri vicini e concittadini europei e ai loro governi un appello urgente:

1. François Hollande, presidente della Repubblica francese, e il suo governo si trovano davanti al tentativo di fare un passo che sarebbe molto più grave della passività che ha caratterizzato la Francia nel 1939. Nelle prossime settimane Parigi è sul punto di diventare il solo Paese europeo ad aiutare l’agressore, con l’intenzione di consegnare alla Russia di Putin due navi portaelicotteri “Mistral” nuove di zecca. La cooperazione in questo ambito è iniziata nel 2010, e già all’epoca non mancarono le proteste. Nicolas Sarkozy, il presidente di allora, aveva l’abitudine di tagliar corto ripetendo “la guerra fredda è finita”. Oggi la guerra è aperta, ed è bella e dichiarata. Non c’è quindi alcuna ragione di onorare i vecchi impegni. Alcuni politici e Bernard-Henri Lévy hanno già proposto alla Francia di vendere le sue navi all’ONU o all’Unione Europea. Se il presidente Hollande non cambia idea, i cittadini d’Europa dovranno convincerlo boicottando le merci francesi.

2. Fin dal 1982 la Repubblica Federale Tedesca ha cominciato sempre di più a dipendere dal gas russo. Già all’epoca intellettuali polacchi, tra cui Czeslaw Milosz e Leszek Kolakowski, la misero in guardia contro l’installazione dei nuovi gasdotti, qualificandoli come potenziali “strumenti di ricatto” nei confronti dell’Europa: i presidenti successivi della Repubblica polacca, da Aleksander Kwaniewski a Lech Kaczynski, l’hanno ricordato anch’essi a più riprese. Ma i politici tedeschi, vuoi a causa del famoso complesso di colpevolezza tedesco o perché credevano al “miracolo economico russo” e speravano di trarne profitto, accettarono la cooperazione con il potere russo. Il tutto nel nome di un’infelice tradizione tedesca, secondo la quale all’est si discute esclusivamente con un unico partner: la Russia. Nel corso degli ultimi anni, le imprese appartenenti allo Stato russo o ai suoi oligarchi, nell’ambito delle risorse energetiche, del calcio o del settore turistico, hanno trovato sede in Germania. Berlino dovrebbe frenare questo tipo di dipendenza, dietro la quale si nascondono sempre delle pressioni politiche.

3. Tutti gli europei e ogni Paese individualmente dovrebbero prendere parte alle azioni di sostegno all’Ucraina minacciata. Centinaia di rifugiati dei territori dell’est dell’Ucraina e della Crimea hanno bisogno di aiuti umanitari. L’economia ucraina è stata resa esangue dagli anni del contratto a condizioni draconiane con Gazprom, che occupa una posizione di monopolio sul mercato delle risorse energetiche e che impone all’Ucraina, il suo cliente più bisognoso, la tariffa più alta. L’economia ucraina ha terribilmente bisogno di nuovi partner commerciali e di nuovi investitori. Il settore della cultura, dei mezzi d’informazione e delle iniziative civiche, dinamico e di straordinaria ricchezza, ha anch’esso bisogno di sostegno.

4. Per molti anni l’Unione Europea ha fatto capire all’Ucraina di non avere alcuna chance di farne parte, né tantomeno di beneficiare di un aiuto anche solo simbolico. La politica del “partenariato orientale” non ha cambiato molte cose. Un ripiego? Tuttavia, da un giorno all’altro, tutte queste questioni hanno sviluppato una propria dinamica, principalmente grazie alla determinazione dei democratici ucraini. Per la prima volta nella storia, i cittadini di un paese cadono sotto le pallottole con una bandiera europea tra le mani. Se l’Europa non dimostra alcuna solidarietà verso di essi, questo significa che gli ideali per la libertà e la fraternità, eredi della rivoluzione francese, non rappresentano più nulla per essa.

L’Ucraina ha il diritto di difendere il proprio territorio e i propri cittadini e di rispondere ad un’aggressione esterna tramite l’intervento delle forze di polizia e dell’esercito, anche nelle regioni di confine con la Russia. Poiché nella regione di Donetsk, come in tutto il resto del paese, ha regnato finora una pace stabile, e non si è mai visto un conflitto violento, nemmeno nell’ambito delle minoranze. Vladimir Putin, liberando i demoni della guerra e testando un nuovo tipo di agressione, trasforma l’Ucraina in un campo militare, come è successo alla Spagna durante la guerra civile, quando le unità fasciste, grazie all’appoggio della Germania hitleriana, attaccarono la giovane repubblica. Coloro che oggi non diranno a Putin “no pasarán!” ridicolizzano l’Unione Europea e i suoi valori, permettendo al tempo stesso la destabilizzazione dell’ordine mondiale.

Nessuno sa chi dirigerà la Russia fra tre anni. Nessuno sa cosa ne sarà dell’attuale élite al potere, responsabile di questa politica avventurosa e contraria agli interessi del proprio popolo. Sappiamo, invece, una cosa: colui che continuerà a fare del “business as usual” rischia la morte di migliaia di nuovi ucraini e russi, l’esodo di centinaia di migliaia di nuovi rifugiati, nonché nuovi attacchi dell’imperialismo putiniano nei confronti di nuovi giovani Paesi. Ieri Danzica, oggi Donetsk: non si può permettere che l’Europa viva i prossimi anni con una piaga aperta e sanguinante.

Appello firmato a Danzica il 1.9.2014 da: Władysław Bartoszewski, Jacek Dehnel, Inga Iwasiów, Ignacy Karpowicz, Wojciech Kuczok, Dorota Masłowska, Zbigniew Mentzel, Tomasz Różycki, Janusz Rudnicki, Piotr Sommer, Andrzej Stasiuk, Olga Tokarczuk, Eugeniusz Tkaczyszyn-Dycki, Magdalena Tulli, Agata Tuszyńska, Szczepan Twardoch, Andrzej Wajda, Kazimierz Wóycicki, Krystyna Zachwatowicz.

UCRAINA: Altro che guerra fredda: Parigi vende navi da guerra al Cremlino

Quattrocento marinai russi sono arrivati nel porto francese di Saint-Nazaire per iniziare l’addestramento tecnico in vista della consegna alla Russia della prima nave di classe Mistral prevista nell’accordo del 2011. La Vladivostok sarà consegnata in autunno, mentre nel 2015 avverrà la consegna della Sevastopol, la seconda portaelicotteri d’assalto di alta tecnologia venduta alla Marina russa in barba alle proteste americane per l’annessione manu militari della Crimea. Ora che la crisi ucraina sembra, momentaneamente, defilarsi dalle prime pagine dei giornali, riprendono il sopravvento le convenienze europee negli scambi commerciali, energetici e militari con la Russia.

Sorvolando sul fatto che il partner economico ha sostanzialmente invaso e occupato un territorio di un paese europeo per la prima volta dopo il 1945, i tre paesi più legati all’interscambio con Mosca, Francia (tradizionalmente filorussa), Germania e Italia, che intrecciano dipendenza energetica e lucrosi affari e concessioni con Gazprom, procedono indifferenti nelle abituali relazioni. La consegna delle navi francesi, per un valore di 1,2 miliardi di euro, rappresenta in effetti una seria incongruenza dopo le tonanti dichiarazioni seguite all’occupazione della Crimea. Un esperto militare russo aveva dichiarato tempo fa che la guerra vittoriosa del 2008 contro la Georgia, vinta nel giro di ventiquattro ore, con queste navi sarebbe durata ventiquattro minuti. Si tratta di navi ad alta tecnologia, portaelicotteri d’assalto anfibio, Landing Helicopter Dock (LHD) secondo la denominazione NATO, che possono portare sedici elicotteri d’assalto, tredici carri armati, cinquanta blindati e settecento uomini di truppa.

Mentre i paesi NATO confinanti con la Russia tremano all’idea che il potente vicino abbia iniziato un nuovo corso aggressivo in politica estera, la Francia dimostra nella sostanza la direzione dei propri interessi: la costruzione delle navi è infatti parte di un più ampio partenariato militare volto a condividere tecnologie ed armamenti.

In Ucraina il presidente Poroshenko ha dichiarato la fine della tregua con le forze separatiste che occupano parte del Donbass, ma si teme una recrudescenza degli scontri ora che le forze in campo hanno profittato della tregua per rafforzarsi. La Russia intende mantenere questa dolorosa spina nel fianco dell’Ucraina per frenare la corsa ad occidente già iniziata con gli accordi di Bruxelles dei giorni scorsi, e la più temuta concessione di basi NATO, la vera ossessione di Putin, che proprio per evitare una possibile infiltrazione nella preziosissima Crimea ne ha ordinato l’occupazione. I toni della propaganda si sono abbassati, più che per l’evidenza dei fatti, sempre apparsa limpida agli osservatori indipendenti, per evitare un ulteriore inasprimento delle sanzioni occidentali, finora mantenute a livelli irrisori.

La sostanza rimane invariata: la Crimea è stata ormai sottratta all’Ucraina, e la regione del Donbass profondamente infiltrata da forze che non permettono al paese aggredito una vita politica ed economica normale, tenendolo sotto permanente ricatto. Putin raggiunge con fermezza i propri obiettivi. La sezione regionale di Saint-Nazaire del Front National, il partito fascistoide francese che ha ottenuto grande successo alle elezioni europee, ha dichiarato il proprio benvenuto ai marinai russi giunti per l’addestramento sulle navi militari. Anche l’estrema destra europea sta con Putin.

Il tradimento di Hollande

Cattive notizie dalla Francia. Dopo la sostanziale delusione delle aspettative delle Sinistre dei Paesi dell’Europa meridionale a proposito di un fantomatico “cambiamento di rotta” della politica tedesca a seguito delle elezioni nazionali, un nuovo duro colpo si abbatte sulla vagheggiata intesa tra Paesi periferici, gruppo a cui la Francia appartiene, gli attori di una reazione comune che avrebbe dovuto convincere la Germania ad ammorbidire il pugno di ferro dell’austerità fiscale.

Ovviamente, non ci riferiamo alla vita privata del Presidente. La cattiva notizia è che la Francia ha ceduto formalmente alle pressioni di Berlino, accettando di giocare allo stesso gioco sporco del dumping salariale e dell‘attacco al welfare perpetrato da un decennio dalla Germania per risolvere, almeno nel breve termine, gli scompensi economici da deficit di competitività di cui anche la Francia soffre. Una notizia che è nell’aria da tempo, se anche l‘Economist arriva a chiedersi, a meta’ tra il beffardo e l’incredulo, se il socialista Hollande non sia diventato liberista.

Dopo aver disatteso la maggior parte delle promesse elettorali, espulso immigrati rom, alzato le tasse sul valore aggiunto, ed essersi principalmente distinto in politica estera per la difesa manu militari degli interessi dell’eurozona in Africa, il tradimento di Hollande nei confronti dei suoi elettori si rivela all’opinione pubblica con la sua virata di bordo nell’interpretazione delle priorità della politica economica nazionale.

Anche la Francia socialista promuove così la riduzione del costo del lavoro, una misura di stampo Sarkozista già celebrata dalla Confindustria francese come l’unica via di uscita da un problema che riguarderebbe il lato dell’offerta (supply-side). La vulgata della competitività a tutti i costi si afferma nuovamente oltralpe per mano di colui che avrebbe dovuto esplorare strade alternative al progetto tedesco per l’economia europea. Scelta di dubbia efficacia, visto che gli Stati Uniti sono usciti dalla crisi grazie a misure di segno opposto ed il Giappone sostiene apertamente l’aumento dei salari per rilanciare l’economia.

Leggiamo in questa mossa di Hollande il tentativo ormai disperato di arginare un prossimo pesante insuccesso elettorale, cercando in extremis il supporto dell’imprenditoria e dell’elettorato di centro-destra. In un momento in cui il consenso di cui il Presidente gode è al minimo storico, forse non rimanevano altre carte da giocare sul fronte politico nazionale. Ma un’improbabile effetto positivo sulle prossime elezioni europee a marzo, tralasciando quelli probabilmente trascurabili o addirittura negativi verso la ripresa economica, potrebbe esser pagato a caro prezzo dalla Francia e dagli altri paesi in crisi sullo scenario politico e diplomatico europeo.

Il tradimento di Hollande avviene in un momento assai delicato, forse il peggiore momento possibile per una accettazione supina del volere della Germania. Il 2013 si è concluso infatti con risultati deludenti per l’economia tedesca, appena uno 0.4% di crescita sull’intero anno. La crisi provocata dalle politiche salariali e la depressione del mercato interno tedesco, che di riflesso hanno costretto le economie periferiche all’austerità, sta raggiungendo infine la Germania, che a cinque anni dall’inizio della cosiddetta crisi ormai non puo’ piu’ contare sui partner del Mercato Unico per assorbire l’eccedenza della la sua produzione.

Il meccanismo della concorrenza sleale che ha condotto al temporaneo successo della grande industria e finanza tedesca si è quindi finalmente inceppato. Ma sono pronti vari piani per approfittare del momentaneo primato politico tedesco basato sui rapporti di forza ancora favorevoli. Il meccanismo di stabilità ESM, preparato dai tecnici della Banca Centrale Europea, è uno di questi. Ma da poco è trapelata la notizia di un inaudito tentativo di legare gli Stati dell’unione usando ‘contratti’ o patti bilaterali tra Paesi, con i quali verrebbero scavalcate completamente le istituzioni europee lasciando libera la Germania di imporre le sue condizioni in cambio di aiuti economici.

Sembra quindi che la Germania si stia preparando a continuare le attuali politiche di mercantilismo e aggressione economica ai danni dei suoi partner dell’Unione anche in caso di vittoria dell’opposizione cosiddetta euroscettica alle elezioni europee. E il tradimento di Hollande riduce di molto le chances di una risposta diplomatica ferma e concertata contro l’assurdo disfacimento della solidarietà europea, sotto i folli e implacabili colpi di una ideologia economica spietata che aspira alla dominazione sotto la maschera dell’efficienza e del rigore. Tutto questo, beninteso, accade mentre si chiede agli ignari elettori dei paesi in crisi di tirare la cinghia e continuare a credere nel grande sogno europeo.

BULGARIA: L'ultranazionalista Siderov indagato per l'aggressione ad una diplomatica francese

Volen Siderov, deputato e leader del partito d’estrema destra bulgaro Ataka, ha innescato uno scandalo nella serata di lunedi quando ha verbalmente aggredito un’addetta culturale dell’ambasciata francese durante un volo Sofia-Varna e quindi ha attaccato violentemente un uomo in un autobus navetta per l’aeroporto di Varna. L’incidente sul bus ha provocato una rissa in cui due uomini, tra cui un ufficiale di polizia, sarebbero stati feriti da Siderov e dal suo entourage .

L’ultranazionalista, che ora è indagato dalla procura di Varna per teppismo e aggressione contro un pubblico ufficiale, ha rifiutato di rinunciare alla sua immunità parlamentare, gridando al complotto e sostenendo che potenze straniere ed ONG avrebbero pagato la diplomatica francese per provocarlo. Ma l’ufficio del procuratore capo di Sofia Sotir Tsatsarov ha chiesto che si proceda ugualmente contro di lui.

L’ambasciata di Francia in Bulgaria ha pubblicato un comunicato di condanna del comportamento di Siderov. “Un agente diplomatico francese è stato vittima di insulti e minacce da parte di un cittadino bulgaro, in evidente stato di ubriachezza, durante un volo Bulgaria Air da Sofia a Varna, la sera del 6 gennaio”, sostiene la dichiarazione dell’ambasciata francese. “Tale cittadino bulgaro l’ha rimproverata violentemente a causa della sua nazionalità e, citando i suoi diritti di legislatore, ha chiesto di verificare i documenti del dipendente diplomatico, malgrado non ne avesse competenza”, aggiunge il comunicato. “L’ambasciata di Francia ricorda che gli agenti diplomatici e consolari sono protetti dalla Convenzione di Vienna del 1961 e che sta alle autorità bulgare prendere tutte le misure appropriate per impedire che gli agenti diplomatici siano messi in pericolo nella propria persona, libertà e dignità.”

Siderov è stato coinvolto in una serie di scandali negli ultimi anni. Nel 2010, è stato arrestato in Germania, dopo aver gridato insulti razzisti alle assistenti di volo Lufthansa. All’inizio dello scorso anno, è stato avvistato con una pistola al Parlamento bulgaro. In settembre, assieme ad un gruppo di parlamentari Ataka ha suscitato una controversia in un ristorante rinomato di Bruxelles.

Anche se non è ufficialmente al potere, il partito d’estrema destra di Siderov resta un alleato chiave del fragile governo di coalizione a guida socialista della Bulgaria. L’appoggio esterno di Ataka garantisce la maggioranza alla coalizione BSP-DPS. Siderov è anche a capo del Comitato parlamentare sull’etica e contro la corruzione, nonostante abbia pubblicamente ammesso di avere amici “ricchi” che finanziano il suo stile di vita lussuoso. Nel 2010, Siderov venne salvato dai procedimenti giudiziari dall’allora premier di centrodestra Borisov, cui Ataka garantiva un supporto cruciale così come oggi lo garantisce al centrosinistra.

“Fino a quando dovremo sopportare tutto ciò? Governare per governare, anche dovendo contare sull’appoggio degli hooligan,” commenta Stefan Ralchev.

Foto: Sofia Globe

MACEDONIA: La Germania (e l'UE) scendono in campo sulla questione del nome?

L’UE è in prima fila per aiutare la Macedonia a ritrovare la fiducia necessaria per avanzare nel dialogo con la Grecia sulla questione del nome dello stato. La Germania sta assumendo un ruolo attivo negli sforzi per risolvere la questione del nome dopo l’incontro del cancelliere tedesco Angela Merkel col mediatore dell’ONU, Matthew Nimetz. Secondo la Deutsche Welle, che trasmette un avviso del governo tedesco, durante l’incontro tra Nimetz e la Merkel si è discusso la situazione attuale del processo e i due hanno convenuto che “gli ostacoli sono superabili se c’è la volontà politica”.

Tuttavia i membri del Bundestag stanno cominciando a parlare apertamente del problema del blocco della Macedonia verso l’integrazione. Secondo Jürgen Klimke, la Macedonia ha tre principali sfide da affrontare: integrazione nell’UE e nella NATO, convivenza tra macedoni e albanesi, nonché miglioramento delle condizioni sociali (ridurre la disoccupazione). Queste azioni sono importanti non solo per la Macedonia, ma anche per l’Unione europea, ma come Klimke sottolinea alla Deutsche Welle, a causa della questione del nome non si può andare oltre.

Intanto sia la Grecia sia la Macedonia cercano di interpretare l’incontro Merkel-Nimetz a proprio favore. Il premier macedone Nikola Gruevski ha valutato positivamente l’incontro Merkel-Nimetz. Gruevski ha detto che è una cosa buona e giusta che la Germania sia stata informata nel dettaglio della procedura e dei contenuti del processo di risoluzione della controversia.

Diversamente dal premier Gruevski, il ministro degli Esteri della Grecia, Evangelos Venizelos nella Commissione parlamentare per gli affari esteri ha commentato la riunione tra la cancelliera e il mediatore: “il gabinetto della Cancelliera ha spiegato che il breve incontro tra Merkel e Nimetz dice sostanzialmente che la Germania supporta solo il processo che è in corso, che si svolge sotto l’egida del Consiglio di sicurezza dell’ONU, il che significa che ha sostenuto la proposta della Commissione europea. Lo ha detto la Germania”. Finora, secondo il vicepremier Venizelos non c’è stata alcuna pressione dalla diplomazia tedesca in termini di politica estera, o termini di priorità nazionali.

Ma non è solo la Germania interessata ad osservare gli sviluppi nei Balcani e soprattutto in Macedonia. Anche la Francia, sembra aver deciso di impegnarsi con il suo ruolo diplomatico in questa parte d’Europa. Per questo fa notizia l’incontro dopo molti anni di assenza tra il Ministro degli Affari Esteri francese, Laurent Fabius col omologo macedone, Nikola Poposki.

Per concludere, un maggiore coinvolgimento della Germania e della Francia nella questione del nome dello stato macedone è indice ulteriore che l’UE si impegnerà maggiormente sulla questione negli incontri di Bruxelles a dicembre. La Germania potrebbe richiedere la collaborazione di altri paesi dell’UE, a partire da Francia, Gran Bretagna, Italia e altri paesi per convincere la Macedonia e la Grecia che un compromesso deve essere trovato.

Adolescente kosovara arrestata ed esplusa dalla Francia. La sua colpa, essere rom

Leonarda Dibrani, 15 anni, stava tornando da una gita con la sua classe, quando la polizia francese è apparsa sull’autobus per prelevarla di fronte ai suoi amici adolescenti. Caricata su un’auto della polizia, la ragazza rom sentiva ancora le domande dei suoi amici. “Sono stata male, mi vergognavo di fronte ai miei compagni. Alcuni mi chiedevano: perché la polizia ti sta cercando? Chi hai ucciso? E io non ho capito più niente, non sapevo cosa dire, mi sono messa a piangere”, racconta Leonarda all’Associated Press.

Le autorità francesi hanno poi deportato la ragazza in Kosovo, perché la domanda di asilo dei suoi genitori era stata respinta dall’immigrazione francese. Leonarda frequentava il collège e partecipava a una gita scolastica a Sochaux organizzata dalla scuola media André Malraux e dal liceo Toussaint-Louverture di Pontarlier. Per questo, quando gli agenti della Paf (Police aux frontières, le guardie di confine) sono arrivati al domicilio della famiglia non l’hanno trovata.

Oggi questa ragazza rom di 15 anni si trova in un appartamento di due stanze a Mitrovica, nel nord del Kosovo, paese di origine di suo padre, ma anche città poco sicura per il conflitto tra serbi e albanesi. Leonarda parla perfettamente il francese e, secondo il sito di Euronews, né lei né i suoi fratelli conoscono una parola in albanese. Come può vivere una ragazza rom a Mitrovica dove permane l’odio etnico forse non e’ stato previsto.

La vicenda di Leonarda ha scatenato polemiche e sta spaccando la sinistra francese e rendendo ancora più fragile il governo e sta guadagnando ad ogni ora che passa più spazio nella società e sui media francesi. Il ministro dell’interno Manuel Valls, al centro delle critiche non solo per quest’operazione, ha aperto un’inchiesta amministrativa per verificarne la legalità. I primi risultati dovrebbero essere resi noti entro 48 ore.

Oltre a Valls, che da mesi predica fermezza su rom e migranti in generale, la scossa ha investito tutto il governo. Il primo ministro, Jean-Marc Ayrault, è stato costretto a promettere che “se sono stati commessi errori, il provvedimento sarà annullato e la famiglia tornerà in Francia affinché il caso sia riesaminato”.

Tuttavia, in un rapporto di Amnesty International del 2010, si richiedeva ai paesi dell’Unione europea di sospendere il rimpatrio forzato dei rom e di altre minoranze etniche in Kosovo. Il rapporto descrive come rom e appartenenti ad altre minoranze, anche coi loro bambini, siano costretti con la forza a rientrare in Kosovo, spesso coi soli vestiti che indossano, verso un possibile futuro di discriminazione e violenza.

Una volta rientrate in Kosovo, poche ricevono assistenza e molte incontrano problemi nell’accesso all’istruzione, alle cure mediche, agli alloggi e ai servizi sociali. Sono pochissimi i rom in grado di trovare un lavoro e il livello di disoccupazione in questa comunità raggiunge il 97 per cento. All’interno del 15 per cento della popolazione kosovara che vive in condizioni di povertà estrema, i rom costituiscono il doppio degli altri gruppi etnici.

Foto: Stamfordadvocate.com

La gente vuole un’altra cosa, parola di Alain Delon. Riflessioni sul Front National

Le parole con cui il celebre attore francese ha commentato la vittoria del Front National di Marine Le Pen, nella tornata elettorale svoltasi a Bignoles, rivelano molto più di quanto il gattopardesco Tancredi avesse intenzione di dire. In Francia i sondaggi di voto danno il FN primo partito in vista delle elezioni europee di Maggio (con il 24% dei voti), e questo sta scatenando un vero e proprio terremoto politico, molto più della vittoria elettorale di Bignoles, ottenuta in un feudo del partito di estrema destra.

E che sia di estrema destra, nonostante i tentativi della Le Pen di accreditare un’immagine più “soft” rispetto al passato, sono proprio i francesi a riconoscerlo. Mentre la classe politica si allarma, anche la Francia vede crescere il consenso verso soluzioni politiche, ma dai temi fortemente sociali, lontane dalle modalità con cui i partiti politici tradizionali hanno governato fino ad oggi, come dice Alain Delon la gente “vuole un’altra cosa”. Marine Le Pen sostiene di voler diventare il punto di riferimento dei “dimenticati”, ponendo il suo partito al di là della destra e della sinistra, facendo del populismo un cavallo di battaglia annacquato da un’acquisita presentabilità, lontana dal cameratismo del padre della (nuova) stella del panorama politico francese.

Ma qualcosa non torna, da qualunque punto si affronti la questione. La democrazia ad excludendum può essere definita democratica? Il recente caso greco potrebbe diventare un pericolosissimo precedente, con una incredibile confusione di piani tra ordine pubblico e sfera politica, dove per l’azione di un militante viene accusato l’intero partito, probabilmente la classica questione che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Tornando alla Francia, che sembrerebbe sempre più nera, la percezione del successo del FN sembra andare nella direzione della fine di una fase storica, la famigerata ed onnipresente crisi ha fatto saltare la pietra posta sugli sconfitti della Seconda Guerra Mondiale, ed il nemico è tornato. Questo il messaggio che traspare da ogni campagna di indignazione a seguito di un successo elettorale di un partito di estrema destra.

Ma la gente “vuole un’altra cosa”, e forse alla popolazione, almeno ad una parte di essa, le parole non interessano molto, tantomeno le ideologie; come si diceva una volta “Franza o Spagna purché se magna”. Di sicuro il favore nei confronti del FN è sintomo di sfiducia verso la classe politica, ma forse leggerlo come voto di protesta rischia di essere estremamente riduttivo, diminuendo notevolmente le possibilità di comprensione delle motivazioni del voto. Che il Front National sia forte a livello locale non dovrebbe stupire, essendo un elemento abbastanza comune a tutti i movimenti di estrema destra, per via di una classe politica, destra e sinistra che sia, lontana dai cittadini e dai loro bisogni, persa nel tecnicismo che trasforma la politica in amministrazione burocratica fondata sugli indici statistici, e sui tanto temuti sondaggi.

La grande scommessa per Marine Le Pen sarà quella di avere un partito forte a livello nazionale, evitando di fare del FN un partito dai larghi consensi soltanto a livello locale, e quindi legato a interessi particolaristici, oppure che diventi, in caso di elezioni europee, cassa di risonanza per lo scontento dovuto alle politiche dell’Unione. Il futuro del FN, e delle altre destre europee, potrebbe quindi diventare una cartina di tornasole per la stessa Unione Europea, e di una sua possibile “via imperiale” dove il centro si rivolge direttamente alle unità politiche di base saltando i livelli amministrativi intemedi. Ma in ogni caso la corsa all’allarmismo è già partita, e sembra che i concorrenti ancora una volta della realtà che li circonda non abbiano capito nulla.

ECONOMIA: Germania in stagnazione, Francia in recessione. La crisi arriva nel cuore d'Europa

Quando si dice mal comune mezzo gaudio, non si dice sempre il vero. Poiché ben poco c’è da gioire nell’apprendere che il Pil di Francia e Germania, nel primo trimestre 2013, è a livelli di crescita nulli. In Germania la crescita è dello 0,1%, inferiore alle attese (si pensava a uno 0,3%): si tratta comunque di dati poco confortanti per la “locomotiva d’Europa” che già nell’ultimo trimestre 2012 aveva segnato appena uno 0,7% di crescita. E’ dal 2009, anno d’inizio della crisi, che l’economia tedesca non marcia così male. Certo, Berlino ha le spalle coperte: un solido sistema finanziario, una solida economia, una disoccupazione relativamente bassa la mettono al riparo dal rischio recessione (si parla di recessione dopo due trimestri con il segno meno) ma non da quello stagnazione.

Se Atene piange, Sparta non ride: la Francia si è svegliata stamane in recessione in calo dello 0,2%: l’ingresso in recessione della Francia “non è una sorpresa” secondo il ministro dell’Economia francese Pierre Moscovici. Come non è una sorpresa il settimo trimestre di recessione dell’Italia.

La crisi è dunque arrivata anche a Parigi e Berlino, e fose questo convincerà i due paesi a cercare soluzioni condivise per uscire dalla crisi, magari modificando i trattati europei. La crisi in corso è ormai tutta europea: negli Stati Uniti la ripresa prosegue e persino la Gran Bretagna è in crescita malgrado i tremendi tagli al welfare state degli ultimi mesi: la disoccupazione è in calo e la fine del tunnel non sembra lontana. Un segnale per l’eurocrazia franco-tedesca? Forse è giunto il tempo di cambiare passo? In Grecia l’agenzia britannica Fitch vede segni di ripresa e modifica il rating al rialzo: da tripla C a B meno. Magra consolazione per un paese distrutto dalle misure di austerità che, a ben vedere, stanno facendo male anche al resto d’Europa.

FRANCIA: L'estrema destra rimarrà "estrema"?

East Journal intende ampliare la sua analisi sull’estremismo di destra in Europa anche alla pars occidentalis del vecchio continente, cominciando dalla Francia, cui seguiranno articoli sul Belgio, l’Olanda, la Scandinavia, al fine di offrire – unitamente agli articoli già pubblicati sull’Europa orientale – un quadro completo dell’estremismo di destra nelle sue più diverse accezioni.

Un partito inviso a tutti. Se non agli elettori, sicuramente all’establishment politico. Tanto che quando si arriva al dunque, destra e sinistra sono disposti ad allearsi pur di sconfiggerlo. Parliamo del Front National francese, partito di estrema destra fondato da Jean-Marie Le Pen e ora capitanato dalla figlia Marine.
Inviso a tutti, si diceva: ai comunisti, ai socialisti, ai centristi, ai liberali, alla borghesia, ai moralisti e perfino al sistema elettorale. Basti pensare che alle ultime elezioni legislative del 10-17 giugno 2012, il Front National ha ottenuto una percentuale del 13,6% al primo turno, eleggendo tuttavia solo due deputati. Esattamente come Le Centre pour la France che sempre al primo turno ha ottenuto solo l’1,76%.
Ma partiamo dal principio.

Gli inizi
Jean-Marie Le Pen, classe 1928, fonda il FN nel 1972 dopo aver abbandonato il movimento extraparlamentare Ordre Nouveau (poi reso illegale nel 1973). Nei primi anni il partito fece molta fatica ad affermarsi subendo la concorrenza del Parti des Forces Nouvelles, nato da una costola del FN e formato anch’esso da molti fuoriusciti da Ordre Nouveau. Solo con gli anni ’80 infatti Le Pen inizia a ottenere qualche successo.

Il boom
Il risultato più clamoroso avviene nel 2002. Sorprendendo tutti, alle elezioni presidenziali Le Pen supera al primo turno il socialista Lionel Jospin, il cui partito era in forte crisi all’epoca. Prendendo il 16,9% dei voti contro i 16,2 del candidato di sinistra, il leader del FN si trova così a sfidare al ballottaggio Jacques Chirac, che rappresentava la destra liberale di ispirazione gollista.
Immediatamente scatta lo scandalo transnazionale. Tutte le personalità, a ogni livello e di ogni colore politico chiamano a raccolta i cittadini affinché votino Chirac, per non far vincere la “destra razzista e xenofoba”, come era descritto il Front. Politici, sia francesi che stranieri (questi ultimi chissà con che diritto, poi), attori, persone dello spettacolo, persino calciatori: tutti invocano il voto utile e necessario per il candidato “buono”.
Grazie anche al can can mediatico, Le Pen viene schiacciato al secondo turno: 5.525.032 voti (17,8%) contro i 25.537.956 (82,2%) di Chirac.

L’ideologia
Il Front National aveva molte caratteristiche comuni con la maggior parte delle estreme destre europee. Jean-Marie forgia un partito nazionalista, dove la Francia e i francesi devono venire prima di tutti. Fa quindi della lotta all’immigrazione selvaggia uno dei suoi punti chiave. Dà forte importanza alla difesa della tradizione, inclusa quella cattolica. Non manca inoltre una componente sociale e socialista, diretta erede dei regimi social-rivoluzionari del periodo fra le due guerre. Con gli anni ’90 arriva poi la politica anti-europeista che segnerà anche in seguito il programma del partito.

Il cambio di guardia: Marine
Il 16 gennaio 2011 l’ormai 79enne Jean-Marie Le Pen rassegna le dimissioni da presidente del partito. Gli succede la figlia Marine, eletta con ampia maggioranza all’assemblea del FN.
“Le Pen, fille” svecchia il partito, sia nell’immagine che nelle persone chiave. Il risultato del suo impegno è la miglior percentuale di sempre alle presidenziali francesi: Marine ottiene il 17,9% nel 2012. Percentuale che, tuttavia, non le vale il ballottaggio essendo arrivata dietro Hollande e Sarkozy.

Le “nouveau” Front National
L’impegno di Marine è stato tutto incentrato nel dare un nuovo volto al partito, più accettabile e moderno. Politicamente ha smorzato parecchio la polemica sull’immigrazione, pur non dimenticando che l’ala nazionalista del suo movimento è quella più forte. Ma è stata più attenta (e furba) a cavalcare l’ondata di anti-europeismo che sta travolgendo l’Europa negli ultimi tempi. Sempre critica verso il capitalismo, ha portato in primo piano temi quali la sovranità politica e monetaria, scagliandosi contro l’Eurocrazia delle banche – fautrice della crisi economica che anche in Francia si fa sentire con forza – e proponendo una migliore politica sociale. Si è inoltre dichiarata più liberale su temi come aborto e omosessualità.
Molto si è discusso su quanto realmente nuova possa essere considerata la politica Frontnazionalista. In molti hanno dichiarato di vederli come “i soliti fascisti di sempre”. Ma di tutt’altra idea è Marine: “Per molto tempo c’è stata un sacco di gente che condivideva le nostre idee, ma era spaventata dall’immagine data da mio padre. Ed erano reticenti a unirsi a noi. Ma ora io sono a capo del partito e quella barriera è caduta”.

I “camerati” italiani
I giudizi sul Front National da parte dell’estrema destra italiana sono ambivalenti. Rapporti ce ne sono stati, ovviamente, e questo sin dagli anni ’70. Se attualmente il movimento più vicino al Front National, anche per programmi, è probabilmente Forza Nuova (con cui condivide in particolare una visione molto cattolica della società), va detto che in passato ha avuto rapporti con Le Pen anche Gianfranco Fini, quando era ancora segretario del Msi e prima della “Svolta di Fiuggi”. Anche La Destra di Francesco Storace comunque guarda con ammirazione all’esempio francese.
D’altro canto però, va detto che negli ambienti extraparlamentari molti militanti italiani hanno ripetutamente rinfacciato a Le Pen di cavalcare una forza “antisistema” solo nella facciata, in quanto in realtà il FN sarebbe perfettamente inserito nella partitocrazia francese. Le dichiarazioni del fondatore, insomma, sarebbero solo una tecnica per ricevere voti e potere, senza una reale volontà di compiere una rivoluzione sociale.
Con l’arrivo della figlia Marine alla vetta del Front National, le critiche sono aumentate. La nuova leader è spesso considerata più morbida del padre su molti temi. Quello che i “camerati” pensano è che stia preparando un percorso simile a quello di Fini, con un viaggio senza ritorno da destra verso il centro. Insomma, si teme un nuovo tradimento.

Un'Europa senza gioia va alle urne. Dalla Francia alla Grecia, il voto potrà cambiare qualcosa?

Domenica prossima, 6 maggio, sarà giornata elettorale in molti Paesi europei. Eppure il voto non sembra in grado di produrre, qualche che ne sia l’esito, i cambiamenti necessari al vecchio continente. Tra esecutivi da eleggere ed esecutivi che cadono, l”Europa difficilmente troverà nuova linfa in questo maggio di crisi. Una crisi che ci sembra una e trina: economica, politica e morale. Senza inni alla gioia il vecchio continente s’avvita su sé stesso, al passo marziale d’una prussiana cavalcata wagneriana.

Francia, Grecia, Serbia, Armenia (e Italia, anche se solo per le amministrative) andranno alle urne la prossima domenica. Se qualche cambiamento può venire dalla politica, forse è necessario che passi prima da Parigi, capitale morale del vecchio continente. In Francia si voterà per il secondo turno delle presidenziali, la sfida è tra Sarkozy e Hollande, e per chi la osserva dall’esterno è arduo non vedere in Sarkozy la continuità politica per una Francia allineata alla Germania della quale è socio debole. La Germania che chiede rigidità, ed è facile per lei visto che è l’unica coi conti a posto. La Germania che presta soldi ai Paesi in crisi e ne ricava interessi milionari, lucrando di fatto sul salvataggio della Grecia. La Germania che controlla mezza Europa, dal Baltico alla Croazia, con la Francia imbolsita e l’Italia sciocca a darle spago. La Germania, appunto, che fa risuonare le note del suo trionfo wagneriano nelle cancellerie d’Europa. Un trionfo tragico, mentre in Europa la gioia del celebre inno non si sa più dov’è di casa. Intanto cadono i governi: Olanda, Romania, ma anche Repubblica ceca e Spagna rischiano. Governare, dare stabilità e continuità politica, è sempre più difficile. E quando i governi democratici non stanno più in piedi non è un buon segno.

Dicevamo come Berlino guadagni dalla crisi ottenendo interessi milionari dai soldi prestati alla Grecia per salvarne, di fatto, il sistema finanziario e non per risollevarne l’economia. Soldi che la Grecia, a colpi di rigidità, dovrà restituire a ogni costo: ad Atene non è concesso fallire, non è concesso uscire dall’euro (ipotesi che in ogni caso porterebbe ad effetti a catena di difficile previsione), non è concesso nemmeno gestire i soldi ricevuti, che la Germania vorrebbe veder confluire su un conto “speciale” su cui il governo greco non possa metter le mani. E in questa Grecia si vota. Ma non cambierà nulla. I partiti sono gli stessi di sempre, gli stessi che hanno condotto il Paese fin dentro la tragedia truccando i conti economici. Le formazioni populiste, di estrema destra o estrema sinistra, che cavalcano il malcontento non saranno certo in grado di dare soluzioni poiché il populismo è destruens, mai costruens. E il futuro governo, qualche sia, sarà ostaggio di queste formazioni politiche date in sicura crescita. Ad Atene, però, sperano nella Russia. L’antieuropeismo greco si traduce in Vladimir Putin, salvatore dell’ellade in nome della comune fede ortodossa, San Giorgio a cavallo che uccide il drago della finanza selvaggia. Pare che il Cremlino sia infatti interessato a fare investimenti nel Paese attraverso il suo braccio energetico, Gazprom.

In Serbia, dove si voterà sia per le presidenziali che per le politiche, il presidente uscente Boris Tadic rischia di non essere rieletto. Eppure, pur tra mille incertezze, ha condotto il Paese verso l’agognata mèta europea. Solo che adesso, l’Europa, non è più agognata dai serbi. Uno dei popoli più frustrati del vecchio continente, in preda alla crisi economica, ha forse voglia di grandeur nazionalistica e comunque non vede di buon occhio questo gigante minaccioso e oppressivo.

Ovunque, in Europa, è diffuso un sempre più radicato sentimento antieuropeista in nome di un neonazionalismo posteuropeo che, se arrivasse al successo, scardinerebbe l’edifico comunitario in quattro e quattr’otto. Molti hanno voglia di spaccare il sistema, rimescolare le carte, con quel brivido che dà la consapevolezza di correre un pericolo. Molti, nei parlamenti come nei supermercati, per le strade come nelle accademie, sono sedotti dall’idea che senza Europa sarebbe meglio. E se non meglio, diverso. Anche in Francia, sia Hollande che Sarkozy cavalcano questo stato d’animo, pur in modo diversi. L’Europa, è evidente a tutti, è unita solo a parole. Bruxelles, capitale dell’ Unione, non riesce a essere simbolo di unità nemmeno per il Belgio, diviso da questioni etno-nazionaliste. Ma la fine del percorso di unità europea, specie se prodotto dai nazionalismi, potrebbe ricacciare il continente una spirale di violenza incontrollata. Uno spauracchio che porta ancora gli stati a dirsi appartenenti a un’Unione che non c’è. Quel che c’è è egoista all’interno, ipocrita all’esterno, moralmente incerta, ideologicamente ambigua.

Per chi scrive la soluzione resta sempre la stessa: rilanciare il progetto europeo fondandolo politicamente su garanzie di solidarietà ed equità. Una magna charta di valori che si concretizzino in una unità politica realmente democratica. L’Europa dell’economia, delle istituzioni finanziarie, del più grosso che mangia il più piccolo finirà in ogni caso. Ma forse è un sogno, un modo per non arrendersi all’abisso: questa classe politica, dalla Merkel a Sarkozy, da Orban a Fico, dall’Inghilterra all’Italia e alla Spagna, non sa che pesci prendere. E non ha la forza, l’etica, la fame, per cambiare le cose. La fame ce l’ha il milione di disoccupati europei, ma l’iniziativa del popolo affamato si limita a un manzoniano attacco al forno. 

Il 13 maggio si voterà anche nella regione tedesca del Nord Reno-Vestfalia, un land di 18 milioni di abitanti (poco meno della popolazione dell’intera Romania). Un voto che potrebbe avere ripercussioni sul governo del cancelliere Angela Merkel e dei suoi falchi finanziari.

Si rimescolano dunque le carte nella politica europea ma per vincere la partita, questo giro, serve pescare un jolly.

ARMENIA: 24 aprile, il giorno del Medz Yeghern

di Enzo Nicolò Di Giacomo

Torniamo a parlare di un tema che fa molto discutere, che è quello del Genocidio degli Armeni, perché il 24 di aprile di ogni anno si celebra il giorno della memoria di tale immensa strage, denominata in armeno Medz Yeghern e traducibile in italiano come “Grande Male”.

Oggi si parlerebbe di “pulizia etnica” in danno della popolazione armena, dell’Anatolia orientale, stanziata in quella che un tempo era Armenia o Grande Armenia a tutti gli effetti. E’ indubbio che si tratti di massacro, o come si vorrebbe di “genocidio”, termine che indica un preordinato e scientifico progetto di eliminazione di massa di un’etnia o di una minoranza nazionale, stanziata in un determinato territorio. Leggi tutto

Incostituzionale la legge sul genocidio armeno, ma Sarkozy insiste

di Kaspar Hauser

Il presidente francese Nicolas Sarkozy persevera dopo la bocciatura della legge sul negazionismo del genocidio armeno. Il capo dell’Eliseo ha incaricato il governo di preparare un nuovo testo, dopo che il consiglio costituzionale francese ha ritenuto la legge approvata dal parlamento contraria alla libertà di espressione. Leggi tutto

GRECIA: L'insostenibile leggerezza del fallimento

Nel giugno dell’anno scorso, su queste pagine, dicevamo fondamentalmente due cose: 1) un default greco sarebbe stato inevitabile, e 2) l’Italia avrebbe fatto bene a guardarsi in casa. Non che fosse più una previsione difficile a quei tempi, ma avevamo ragione.

Nella notte tra lunedì e martedì, dopo 14 ore di discussione, l’Eurogruppo annunciava il via libera all’ennesimo pacchetto di aiuti per la Grecia, 130 miliardi di euro da qui al 2014, col vincolo per il paese ellenico di riportare il suo debito pubblico al 120,5% per il 2020, dall’attuale 163% – obiettivo che trasuda candido ottimismo. Leggi il resto dell’articolo

TURCHIA: Parigi e il genocidio armeno, se Ankara entra nel club dei cuori solitari

di Matteo Zola

Manifestazioni turche in Francia

Il parlamento francese ha varato la proposta di infliggere prigione e multe a chi non riconosce il genocidio armeno. Il governo turco guidato da Tayyip Erdogan ritira l’ambasciatore, accusa la Francia di “genocidio”, blocca la collaborazione militare, pensa al boicottaggio economico. Anche la comunità armena e il patriarca armeno di Istanbul sono freddi sulla mossa francese mentre per Ankara si allontana ulteriormente la possibilità di ingresso nell’Unione Europea. Un bel casino. Leggi tutto

Tecnica moderna del colpo di stato, l’esempio libico

Dobbiamo alla figura dell’illuminato Presidente Francese un nuovo contributo al progresso dell’umanità: il sovvertimento del governo di uno stato sovrano molto dotato di petrolio che da decenni sfuggiva al diretto dominio occidentale. La tecnica è semplice: ci si accorda in un albergo (in questo caso francese) con i rappresentanti di una tribù (in questo caso della Cirenaica) storicamente avversa alla tribù dominante (in questo caso quella del leader libico Gheddafi).
Un’operazione simile accadde nel 1969, in Italia, in un hotel di Abano Terme, protagonisti i Servizi segreti italiani e un giovane ambizioso colonnello libico, Muammar Gheddafi. La tecnica era molto più elementare, si trattava di finanziare e sostenere la semplice deposizione di un anziano Re, senza bombardamenti e massacri di alcun tipo.

Si riforniscono dunque i membri della tribù di denaro e armi leggere, consegnate poi segretamente, per consentire loro di attaccare di sorpresa le forze lealiste e conquistare il controllo della propria regione. Si osservano le prime fasi del piano e si mobilitano nel contempo parte dell’intellighentia e i principali media, su temi di facile presa verso la fragile e manipolabile opinione pubblica occidentale, come la rivolta delle masse (arabe, in questo caso), la libertà e la democrazia (utile anche per paesi che ne ignorano persino il concetto).

Nel momento in cui la reazione governativa si dispiega effettivamente, e inizia a respingere e rintuzzare l’offensiva, ecco il colpo di teatro à la francaise e si grida: quali orribili violazioni dei diritti umani, che governo tirannico, il nostro animo sensibile non sopporta tali mostruosità!

Previo accordo con le altre potenze occidentali vincitrici, i compari inglesi e i tentennanti ma sempre muscolosi americani, si compera all’Onu l’astensione Russa (con adeguate contropartite percentuali sul petrolio della nazione da invadere) e si chiede una no-fly zone sul Paese a fini umanitari, in realtà per bloccare e distruggere le forze governative e ammazzare fisicamente il leader ostile (portando a termine in questo caso un lavoro iniziato nel 1980, quando, secondo l’ex Presidente Cossiga, i francesi abbatterono il Dc 9 di Ustica nel tentativo di eliminare Gheddafi).

Si inizia così, violando da subito il mandato ONU, a martellare per mesi senza pietà le forze governative (costituite da esseri umani, non da polli di allevamento) e colpendo naturalmente anche i civili. Nel frattempo, figure importanti dei servizi segreti vengono inviate sul posto, da dove riferiscono subito che l’insurrezione non è “né spontanea né democratica” (cfr. Alberto Negri, Il Sole 24 Ore), è inquinata da una robusta fazione Qaedista e integralista, è usa, umanitariamente, a non fare prigionieri, e si accanisce in modo razzista con gli immigrati di colore, cacciandoli o eliminandoli direttamente con l’accusa di collaborazionismo.

Nella coalizione, obtorto collo e dietro esplicita pressione americana (come rivelato dallo stesso Presidente del Consiglio), viene cooptato anche il Paese legato da un trattato di amicizia con la nazione attaccata, ovvero l’Italia, che, pur perdendo la propria posizione di favore e privilegio con il Paese amico, rischierebbe altrimenti di restare fuori dal gioco petrolifero.

A questo punto, segue una guerra di diversi mesi, con migliaia di morti e la parziale distruzione di interi centri abitati (tanto poi partirà anche il business della ricostruzione). Le scalcagnate milizie tribali e qaediste, pur disponendo di buona volontà, e di ottimo zelo nel massacrare i prigionieri, non avanzerebbero di un metro senza i continui raid aerei della Nato, che permettono intanto di svuotare un pò gli arsenali militari, seguendo il buon esempio americano di una guerra a fini umanitari ogni paio d’anni, anche per tutelare le maestranze dei fabbricanti d’armi, che godono di ottima copertura sindacale e lobbistica a Washington.

L’impresa, nonostante i mesi di guerra e di morte, alla fine riesce: le disperse bande rivoltose, spesso ostili anche fra loro, prendono il sopravvento, e, con un ultimo guizzo umanitario, i caccia francesi riescono con successo a colpire il leader ostile, bombardandone il convoglio (palese crimine di guerra), e lasciando poi ai bravacci locali il compito di completare l’opera, sempre umanitaria, torturando e linciando per ben tre ore il deposto leader, sino ad ammazzarlo come un cane con un colpo alla tempia (i video del massacro potrebbero essere adottati dalle scuole francesi ed europee con il titolo: come finiscono gli avversari dell’occidente).

Ora, se si dimenticano le migliaia di morti e la parziale distruzione di un Paese, si ottiene :
1 – Un governo integralista basato sulla Sharia, molto più oscurantista e intollerante del precedente, che permetteva libertà di culto.
2 – Una redistribuzione delle quote petrolifere a vantaggio delle Potenze vincitrici della Seconda Guerra mondiale, con parziale e forse sostanziale danno per altri paesi, come l’Italia.
3- La creazione di un precedente utilissimo: in futuro, in presenza di un governo ostile, basterà armare alla bell’e meglio un pugno di rivoltosi o golpisti e lanciarli contro il governo legittimo. La normale reazione governativa sarà subito bollata come violazione dei diritti umani, scatenando una Risoluzione Onu e immediati bombardamenti, capaci di rimuovere umanitariamente il governo ostile.

Non resta che augurare ai Paesi del terzo mondo che non godano di un governo già asservito agli interessi occidentali, almeno di non possedere petrolio.

Foto: Wikipedia

UNIONE EUROPEA: Il dominio tedesco e l’opposizione inglese. Dio salvi la Gran Bretagna

Questo articolo, che esprime le opinioni dell’autore e non della testata, si pone in ideale polemica con il precedente di Matteo Zola nell’ottica di offrire il più ampio ventaglio di punti di vista possibile, come sempre East Journal tenta di fare.

di Kaspar Hauser

L’accordo per la recessione europea

Dio salvi la regina e benedica il suo primo ministro. Per chi ancora non è suddito di Elisabetta, vale la pena affrettarsi. L’Unione Europea corre veloce verso la germanizzazione e per quelli che tedeschi non sono, ci vuole una bella pacca sulla spalla come quella che Cameron ha dato a un sempre vanesio Sarkozy. E tanta fortuna. Quello che esce da Bruxelles non è un Trattato per la nuova Europa, più unita, più politica, più forte. E’ solo un patto fiscale che stringe il controllo sulle manovre di bilancio nazionali. Questo comporterà austerity contemporanee in tutti i paesi, ponendo le premesse per una depressione su scala continentale. Inoltre vengono nuovamente accantonati gli Eurobond – invisi alla Germania – a favore del potenziamento del Meccanismo di stabilità europeo (Esm) il quale, però, non sarà collegato alla Bce facendo della banca centrale europea un re senza terra – come Germania desiderava.

 La nascita dell’Europa Tedesca

L’accordo del 9 dicembre, il fiscal compact, manca inoltre di qualsiasi misura per la crescita. Una follia. Ora i mercati esultano ma fra due mesi saremo daccapo.Perché mai bisognerebbe mandare in recessione l’intero continente? Perché c’è un paese che in recessione non ci andrebbe: la Germania, partner commerciale di Russia (da cui importa energia) e Cina (in cui esporta tecnologia). Il resto d’Europa non ha scelta, l’economia continentale è l’economia tedesca. Il debito estero dei paesi maggiormente in crisi è in buona parte detenuto dalla Germania che, soavemente, ricatta e distrugge potenziali economie concorrenti nel vecchio continente. La Francia è troppo interconnessa agli interessi tedeschi per fare qualcosa. Ammesso che qualcosa lo voglia fare, il che pare dubbio.

Quello di Bruxelles è davvero un’accordo per la nuova Europa, un’Europa tedesca.

La memoria lunga degli inglesi

E’ normale che in questo contesto la Gran Bretagna abbia detto “no” avvertendo gli altri: “quando tutto sarà finito, ci saremo noi a guidare il dopo”. E la regina Elisabetta, che tra i suoi premier ha avuto Winston Churchill, sa bene cosa vuol dire una Germania potente. E lo ha spiegato al giovane e poco brillante David Cameron.

L’orto di casa tedesco: la Croazia

Ora l’Europa tedesca dirà a noi, che stiamo da questa parte del fronte, che la Gran Bretagna è isolata e che l’Unione riprenderà la sua corsa. Verso dove? Certo non verso una maggiore democraticità. L’ingresso della Croazia non deve illudere: Zagabria sta in provincia di Berlino, la Germania è la madrina dell’indipendenza croata, è orto di casa tedesco quello. La Serbia no, infatti è stata messa di nuovo alla porta.

La Gran Bretagna, sulla sua isola, con il suo mercato legato al Commonwealth, con la sua sterlina pronta a essere svalutata quanto necessario sa resistere e colpire con scaltrezza.

Due schieramenti, due destini

Anche supponendo che alla fine l’Europa Tedesca vinca la partita, quali saranno i destini del vecchio continente? Per chi auspicava un’Unione Europa democratica e solidale, unita politicamente in senso federale, sarà un brutto risveglio:  Germania e Francia, unite da tempo in molteplici campi, rafforzeranno la loro “unione” dominando il vecchio continente garantendogli l’indipendenza strategica, questo sì, ma limitando la sovranità degli stati “membri”. Per farlo avranno bisogno della partnership con la Russia che – a ben vedere –  è in avanzata fase di costruzione.

Dunque gli schieramenti sono chiari: di qua la Germania, la Francia, gli alleati e i vassalli europei, e la Russia. Di là Gran Bretagna, con Canada e India, e Stati Uniti (Washington ha già vietato l’acquisto di titoli di stato europei). Se vincono i primi, l’Europa sarà indipendente e un po’ russofila, poco equa e meno democratica, con un’Unione Europea quale strumento di governo franco-tedesco. Se vincono i secondi l’Unione Europea va a pezzi. E poi chissà. Chi rompe paga, si dice, e i cocci sono i suoi.

UNIONE EUROPEA: Fuori la Gran Bretagna dall'Europa. Dentro le pieghe del nuovo trattato

di Matteo Zola

Che cosa esce dal vertice fiume di Bruxelles, durato ben undici ore, e conclusosi nella mattinata di oggi? Esce che l’Europa è sempre quella “vecchia”, con una Germania quale potenza continentale, una Francia antagonista e partner che ne bilancia la leadership, una Gran Bretagna che chiusa nella sua isola mal sopporta un incremento del potere franco-tedesco, un’Italia che si crede importante, e tanti piccoli stati che si allineano a seconda degli interessi economici in campo. Esce però anche un’Europa “nuova”, che getta le basi per una reale unità politica. Ma queste sono considerazioni – mi si dirà – buone per il caffé della domenica. E siamo solo a venerdì. Cerchiamo dunque di capire in cosa consiste l’accordo (il fiscal compact, come l’aveva battezzato Mario Draghi) e quali possano essere, al di là delle contrapposizioni di cui sopra, le conseguenze per l’Europa e per il nostro futuro. Leggi tutto

Kustendorf, tutto il cinema che piace a Kusturica

di Andrea Monti

da Balcanews

«In questo villaggio tutto è al contrario. Normalmente sono i cittadini che scelgono il sindaco. Qui sono io a scegliere gli ospiti». Emir Kusturica definisce così Kustendorf, il villaggio serbo fatto costruire da lui nel 2004. Qui si svolge la rassegna cinematografica e musicale ideata dal regista: il Kustendorf Film and Music Festival, che quest’anno è giunto alla sua quarta edizione e si svolgerà dal 5 all’11 gennaio. Leggi tutto

La volpe russa nel pollaio europeo, cosa esce dal summit di Deauville

di Matteo Zola


Deauville non è un posto come un altro, di quelli che te li ricordi quando ci passa il Tour de France, confinato nell’oblio delle carte geografiche. Deauville, coi suoi 4000 abitanti lungo le coste dell’alta Normandia, ha ospitato un summit internazionale di alto profilo. Come spesso accade una piccola località è teatro di grandi incontri, come se i protagonisti volessero celare tra le pieghe della vita di provincia la portata storica delle loro decisioni. I protagonisti in questo caso sono tre pezzi da novanta: Dimitri Medvedev, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Deauville fu nell’Ottocento una nota località balneare ma i tre non erano lì a prender bagni.

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Giovanni Catelli sulla rivista che fu di André Gide

di Matteo Zola

 

La copertina di ottobre della Nouvelle Revue Francaise che annovera anche Giovanni Catelli

 

Giovanni Catelli, scrittore di viaggio, poeta, narratore raffinato, è stato incluso tra gli autori della Nouvelle Revue Francaise, la celebre rivista d’oltralpe fondata nel 1908 da Andrè Gide. Un successo per la nostra letteratura che, oberata dall’inarrivabile altezza dei suoi più illustri rappresentanti, talvolta fatica a rinnovarsi ed emergere in ambito internazionale.

I racconti di Catelli, che East Journal ha la fortuna di poter pubblicare annoverando l’autore tra i suoi collaboratori, si distinguono per la liricità della prosa. Nella sua opera la parola rappresenta la sola possibilità di fermare l’impressione: «la parola ti serve a pronunciare l’oblio» e davvero Catelli produce con le parole immagini di grande bellezza, fotogrammi del tempo fermato nel suo divenire: «vaga nei sobborghi la statua del futuro» scrive in una sua poesia. Poiché Catelli, che gioca con le muse, è anche poeta  -ma di una sola raccolta. Di quei poeti che non fanno versi di mestiere, presi come sono dalla ricerca della parola altamente significante, sempre in corsa tra i simboli della realtà che cercano di fermare.

Così Catelli entra nel pantheon della Nouvelle Revue, accanto a nomi che spaventano: Apollinaire, Aragon, Antonin Artaud, Henry Michaux, Proust, Sartre… e in tempi più recenti Antonio Tabucchi, altro grande narratore italiano poco amato in patria a causa della costante critica alla classe dirigente politica e culturale che domina il nostro Paese. Un Paese che troppo spesso calpesta i suoi fiori migliori.

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