SIRIA: La Francia decide di bombardare l’Isis. Ma i rifugiati siriani non c’entrano (quasi) nulla

La Francia dà il via libera a voli di ricognizione sulla Siria in chiave anti-Isis. Lo ha annunciato il presidente Hollande durante una conferenza stampa lunedì 7 settembre, insieme alla decisione di accogliere 24mila rifugiati siriani nei prossimi due anni. Nelle stesse ore è trapelata la notizia del primo raid britannico in Siria, nel corso del quale sono stati uccisi due miliziani dello Stato Islamico di origine inglese. La rivelazione sta mettendo in seria difficoltà il premier Cameron, perché il parlamento non ha mai autorizzato azioni militari contro il Califfato al di là dell’Iraq. Così il dossier siriano passa da un agosto scandito da iniziative diplomatiche a 360 gradi (si sono mossi Russia, Iran, Usa e stati del Golfo) a un settembre dove protagonista è l’aumento dell’impegno europeo sul piano militare.

Il piano francese

I contorni dell’operazione abbozzati da Hollande prevedono una prima fase limitata alla raccolta di intelligence. L’obiettivo dichiarato è delineare le potenziali minacce di attentati che lo Stato Islamico potrebbe compiere in Francia. In parallelo, la missione dovrebbe fornire informazioni su come il Califfato gestisce e controlla il suo territorio. La seconda fase invece prevede raid aerei contro obiettivi mirati e in coordinamento con la coalizione internazionale a guida americana.

Hollande ha respinto invece l’ipotesi di un intervento con truppe sul terreno, bollandolo come irrealistico e non conseguente, poiché la Francia si troverebbe ad agire da sola e rischierebbe di trasformarsi in una vera e propria forza di occupazione. Il presidente francese ha quindi confermato il suo impegno per trovare una soluzione al conflitto siriano sul piano politico, dicendosi aperto a dialogare con tutti gli attori regionali (Iran compreso).

Lo strano legame fra emigrazione e avanzata dello Stato Islamico

Quello che colpisce di più nella conferenza di Hollande è come ha giustificato l’intervento militare. Secondo il presidente francese “è lo Stato Islamico che fa fuggire coi suoi massacri migliaia di famiglie”. Benché sia parte del problema, non è certo questa la causa principale. Basti ricordare alcuni dati. I siriani che hanno lasciato il loro paese sono oltre 4 milioni. La maggior parte ha riparato in Turchia (2 milioni), Libano (oltre 1 milione), Giordania (più di 600mila), Iraq e Egitto. Quando lo Stato Islamico ha cominciato la sua avanzata in Siria, nei primi mesi del 2014, i rifugiati ammontavano già a 2,5 milioni. A questi vanno sommati gli sfollati interni, che sono il 35% della popolazione ovvero 7,6 milioni.

Diverso il discorso per quanto riguarda le richieste di asilo presentate dai siriani a paesi membri dell’Ue: sono circa 350mila (il 6% dei rifugiati totali), ma dall’inizio del 2014 sono aumentate esponenzialmente. Forse è questo il dato che ha convinto Hollande. Difficile inquadrarlo solo come gesto ‘umanitario’, come lasciava intendere il presidente francese quando sosteneva che i migranti siriani “bussano alla porta della nostra coscienza”. Per finire, andrebbe sfatata una falsa credenza piuttosto radicata: al contrario di quanto si tende a credere, muoiono più siriani sotto i barili bomba lanciati da Assad che per mano dei miliziani del Califfato. Incomparabilmente di più. Però il regime di Damasco verrà risparmiato dai raid francesi (e lo stesso vale per quelli americani).

La paura di attentati in Europa

Mettere un freno ai flussi migratori verso l’Europa, comunque, non è l’unica ragione che spinge la Francia a colpire lo Stato Islamico. Ben più pressante sembra la necessità di prevenire altri attentati nel vecchio continente. La strage nella sede di Charlie Hebdo e gli altri episodi accaduti negli ultimi mesi in Francia hanno certamente lasciato il segno. Lo Stato Islamico ha dimostrato di poter colpire quasi ovunque e con relativa facilità, mettendo a dura prova i responsabili della sicurezza interna. Ma gli attacchi vengono decisi e pianificati dai vertici del Califfato. In questo caso, sì: attaccare in Siria significa ridurre il raggio d’azione dei terroristi.

Lo conferma il raid compiuto da un drone inglese alla fine di agosto nella città siriana di Raqqa, di cui è stata data notizia solo lunedì scorso. Il bombardamento – senza precedenti: finora la Gran Bretagna agiva soltanto in Iraq – ha causato la morte di Reyaad Khan e Ruhul Amin, due miliziani del Califfato con passaporto inglese. Il premier Cameron ha giustificato le uccisioni in quanto i due erano attivamente coinvolti nel reclutamento di nuovi jihadisti e soprattutto nella progettazione di attentati da compiere oltre Manica.

Russia, Qatar e Australia sono della partita. In ordine sparso

Intanto altri stati si preparano a combattere in Siria. Negli ultimi giorni la Russia ha aumentato le forniture militari ad Assad, e il presidente Putin sembra pronto a inviare anche truppe di terra. Certamente al Cremlino sono aumentati i timori di perdere un alleato visto la serie di sconfitte inanellate dall’esercito di Assad negli ultimi mesi. La motivazione ufficiale – colpire lo Stato Islamico – può suonare pretestuosa, ma ha comunque un fondo di verità. Infatti il 2 settembre la ‘provincia del Caucaso’ del Califfato ha rivendicato il suo primo attacco sul suolo russo, un’incursione contro una caserma nel sud del Dagestan.

Anche il Qatar potrebbe iniziare a breve raid aerei in Siria. Come riporta il quotidiano turco Hurriyet, i caccia di Doha dovrebbero essere ospitati nella base di Incirlik, la stessa da cui operano attualmente 6 aerei americani e dalla quale partono anche gli sporadici raid della Turchia. Gli Stati Uniti hanno inoltre annunciato di voler potenziare il programma di addestramento di ribelli siriani che dovrebbero incrementare le fila della Divisione 30 e scacciare lo Stato Islamico dall’ultima area occupata lungo il confine turco. Proprio su richiesta di Washington, sempre più impegnata a serrare le fila della coalizione internazionale contro il Califfato, l’Australia ha esteso i bombardamenti aerei anche alla Siria, dove finora si era limitata a rifornimenti in volo e raccolta di informazioni.

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Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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Giornalista e attivista siriana, Zaina Erhaim ha formato oltre cento reporter "sul campo", addestrati a raccontare il conflitto in Siria in maniera indipendente e accurata. Costretta a riparare in Gran Bretagna, continua da lì la sua battaglia per la verità.

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