ALGERIA: La Renault sbarca a Orano. La Francia prova a frenare l’avanzata cinese

Parigi si prende la rivincita su Pechino in Algeria. La Renault sbarca a Orano dopo 5 anni di trattative, ma fra i due litiganti il terzo gode. Ecco come la competizione tra Cina e Francia torna utile soprattutto all’Algeria.

Lo stabilimento di Orano e il convitato di pietra

La Renault ha inaugurato il 10 novembre il suo primo stabilimento in Algeria. L’impianto si trova a Oued Tlelat, vicino a Orano, e produrrà 25mila auto l’anno per il mercato algerino. Con 39 milioni di abitanti, almeno 350mila immatricolazioni l’anno e un’età media dei veicoli circolanti di 16 anni, il paese rientra di diritto fra i più appetibili nel panorama nordafricano. La Renault la spunta anche sul piano della concorrenza: una clausola obbliga Algeri a non stipulare per ben 3 anni accordi simili con altre case automobilistiche.
Colpo grosso? A giudicare dal parterre dell’inaugurazione, sì: presenti il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, il suo collega all’Economia Emmanuel Macron e il primo ministro algerino Abdelmalek Sellal. “Se Renault non avesse preso la decisione di delocalizzare in Algeria, un altro l’avrebbe presa al suo posto”, ha dichiarato Macron alludendo a Volkswagen e Fiat. Ma non ha nominato il concorrente numero uno, non solo per le quattro ruote: la Cina. Pechino infatti ha di recente scalzato la Francia dalla storica posizione di primo fornitore dell’Algeria.

Stallo alla messicana ad Algeri

Letta in filigrana, la storia dell’impianto di Oued Tlelat inizia nel 2008 e vede protagonisti Francia, Algeria e Cina. La dinamica ricorda lo “stallo alla messicana” tipico dei western, quando tre pistoleri si minacciano l’un l’altro armi in pugno. E tutti hanno ottimi motivi per non sparare.
La Renault vuole la sua fetta di mercato e minaccia di spostare la produzione in Marocco (ma la Francia ha bisogno di investire di più in Algeria). La Cina ha gli stessi obiettivi strategici di Parigi e ventila l’ipotesi di dirottare altrove l’enorme quantità di investimenti in cui si è impegnata. L’Algeria ha bisogno di attrarre più investimenti per la sua economia, ma rischia di finire schiacciata fra i due giganti.
Questi i fatti. Nel 2008 viene creata una zona economica speciale a Mostaganem, sulla costa occidentale, dove si installano aziende cinesi specializzate nell’assemblaggio di componenti di auto. Nel 2009 iniziano gli accordi con la Renault. Alle proteste della Cina risponde con forza uguale e contraria la Francia. L’Algeria gonfia il petto con una nuova legge: obbliga tutte le aziende estere a entrare in società con aziende algerine (che devono possedere almeno il 51% delle quote), per qualsiasi campo d’investimento. La Renault, piccata, apre lo stabilimento a Tangeri (ma sottobanco continua la trattativa con Algeri). La Cina fa buon viso a cattivo gioco e inietta nell’economia algerina almeno 1 miliardo di dollari ogni anno in altri settori.
A conti fatti sembra averla spuntata proprio l’Algeria: a giugno di quest’anno, nel giro di tre giorni, firma un partenariato strategico globale con la Cina e un accordo simile nei contenuti con la Francia. E si avvia a trarre il massimo vantaggio dalla competizione fra i suoi partner.

Françafrique contro Chinafrique

Se l’ex colonia può sorridere, anche a Parigi si sfregano le mani. La delocalizzazione targata Renault non brucia posti di lavoro, visto che il 40% delle forniture per Oued Tlelat viene dalla Francia. Lo stabilimento a regime dovrebbe triplicare la produzione e l’accordo di non concorrenza spiana la strada in questo senso. In più si tratta di mero assemblaggio di parti di auto (inviate poi in Romania e rispedite indietro, finite, a Orano), dunque non si verifica un vero trasferimento di know-how.
L’Algeria guadagna nell’immediato l’uso di manodopera locale. Ma soprattutto è un primo passo per diversificare la propria economia, ancora eccessivamente dipendente dagli idrocarburi. Un’esigenza che torna comoda anche alla Francia. Incalzato dall’avanzata cinese in tutto il continente, l’Hexagone deve allargare lo spettro della collaborazione per non perdere il passo. Fino a ora, per restare all’Algeria, Parigi ha mostrato interesse soltanto per il comparto energetico (che pesa per il 96% delle importazioni) e per la cooperazione sulla sicurezza, in funzione anti-terrorismo.
Dal canto suo, la Cina non sembra intenzionata a mollare la presa sul paese maghrebino. Bastano pochi numeri per convincersene. Pechino ha speso almeno 15 miliardi di dollari in investimenti diretti dal 2005. Più di 11 solo nei trasporti: l’autostrada est-ovest lungo la costa, l’espansione della rete ferroviaria, il nuovo terminal dell’aeroporto di Algeri. Continua ad aggiudicarsi appalti con ribassi vertiginosi grazie al supporto dell’Exim Bank (che da sola è capace di investire più della stessa Banca Mondiale). L’Algeria è diventata il secondo paese africano con più investimenti cinesi.
Senza il fardello di un passato colonialista, la Cina convince i partner con la (retorica) formula di “accordi win-win”. La Renault non ha perso tempo per adeguarsi: ha presentato Oued Tlelat come una collaborazione gagnant-gagnant.

Foto: Reuters/Louafi Larbi

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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