UNIONE EUROPEA: Fuori la Gran Bretagna dall'Europa. Dentro le pieghe del nuovo trattato

di Matteo Zola

Che cosa esce dal vertice fiume di Bruxelles, durato ben undici ore, e conclusosi nella mattinata di oggi? Esce che l’Europa è sempre quella “vecchia”, con una Germania quale potenza continentale, una Francia antagonista e partner che ne bilancia la leadership, una Gran Bretagna che chiusa nella sua isola mal sopporta un incremento del potere franco-tedesco, un’Italia che si crede importante, e tanti piccoli stati che si allineano a seconda degli interessi economici in campo. Esce però anche un’Europa “nuova”, che getta le basi per una reale unità politica. Ma queste sono considerazioni – mi si dirà – buone per il caffé della domenica. E siamo solo a venerdì. Cerchiamo dunque di capire in cosa consiste l’accordo (il fiscal compact, come l’aveva battezzato Mario Draghi) e quali possano essere, al di là delle contrapposizioni di cui sopra, le conseguenze per l’Europa e per il nostro futuro.

Il fiscal compact, occhio al deficit

Un punto fondamentale di questo patto fiscale è quello sul “deficit strutturale” che viene limitato allo 0,5% del Pil. Il deficit strutturale è tale se le variabili macroeconomiche (consumi o investimenti o esportazioni) assumono valori per i quali il deficit non può essere portato a zero nel breve o lungo termine, a prescindere dalla fase espansiva o restrittiva del ciclo economico che si attraversa. Per agire sul deficit strutturale occorre alterare le variabili macroeconomiche sotto il controllo statale (la tassazione, si riduce la spesa pubblica, si ripudia il debito pubblico pregresso). In buona sostanza agli stati sarà richiesto di agire su tasse e spesa pubblica per non superare lo 0,5% sul Pil, sarà quindi necessario maggior rigore.

Corri corri verso la stabilità

Il Meccanismo di stabilità europeo (Esm), approvato nel 2011 per salvare Irlanda, Portogallo e Grecia sarà accelerato con l’obiettivo di farlo entrare in vigore dal luglio 2012. i L’Esm sarà regolato dalla legislazione internazionale e avrà sede a Lussemburgo. Il fondo emetterà prestiti (concessi a tassi fissi o variabili) per assicurare assistenza finanziaria ai paesi in difficoltà ma a condizioni molto severe. Non potrà attingere ai fondi della Bce ma sarà finanziato da quote degli stati membri (l’Italia è il terzo paese) per poi emettere o acquistare titoli. Sarà governata dai ministri finanziari dei paesi membri

Sarà infine possibile per le singole banche centrali stipulare accordi bilaterali con l’Fmi, chi scrive però non ha chiare le implicazioni di tale accordo.

Le sanzioni per gli indisciplinati, dal commissariamento all’esplusione

Un punto davvero interessante è la sanzione automatica per quei paesi che sforano il limite del deficit/Pil del 3%. Sanzioni che vanno che vanno dal togliere loro il diritto di voto nel Consiglio fino alla assegnazione ad un commissario per quei Paesi che continuano a non mantenere il rigore nei bilanci arrivando a prevedere che il commissario abbia il diritto di intervenire nella politica finanziaria del paese. Sarà infine prevista una clausola di uscita per quei paesi che, con la loro condotta, mettono in pericolo l’Unione. Se queste “sanzioni” verranno applicate allora ci troveremmo di fronte a un’Unione Europea dalla doppia faccia: più credibile, più forte politicamente ma anche più invasiva. La “sovranità nazionale” ne uscirebbe assai limitata.

Perché la Gran Bretagna non ci sta: i servizi finanziari

Limitazioni che non piacciono alla Gran Bretagna. Perché? Un motivo è legato alla tradizione storica britannica: all’ex impero piace potersi muovere liberamente. Ma la motivazione reale è tutta finanziaria, e proviamo a spiegarla: la modifica dei trattati incide sulla piazza finanziaria londinese della City. L’adesione al fiscal compact per la Gran Bretagna significa subire decisioni europee prese a maggioranza che limiterebbero la possibilità di profitto della sua piazza finanziaria. La Gran Bretagna inoltre non può e non vuole sottomettersi all’applicazione delle regole sui servizi finanziari (quelli da cui proviene parte della crisi in corso). A Londra, poi, hanno sede alcune delle principali corporation di valutazione del credito come l’anglo-americana Fitch e la Reuters che, conosciuta comunemente come una delle maggiori agenzie di stampa al mondo, deriva il 90% dei suoi introiti dai suoi servizi finanziari.

Così Londra, per difendere i suoi interessi finanziari (e la Gran Bretagna, senza grandi industrie, basa la propria ricchezza sul controllo dei mercati finanziari) accampa motivazioni di principio quali la sovranità nazionale. «Noi non rinunceremo mai alla nostra sovranità»: il primo ministro britannico David Cameron ha giustificato così, in una conferenza stampa stamattina a Bruxelles, il rifiuto di Londra ad accettare la riforma dei trattati proposta da Parigi e Berlino per una maggiore disciplina nella politica di bilancio comunitaria.

Due velocità? Ventisei contro uno

Il fiscal compact sancisce così un’Unione Europea a due velocità ma, in verità, sancisce l’isolamento britannico rispetto a un’Europa che sembra decisa a percorrere la strada della compattezza e dell’unità. Il fiscal compact verrà dettagliato e puntualizzato a marzo ed è possibile che per quella data aderiscano anche Repubblica Ceca e Svezia che sono rimaste a guardare asserendo di “non avere il mandato del Parlamento a pronunciarsi sul nuovo Trattato”. Si vede che erano lì di passaggio.

L’Ungheria dice no ma ci ripensa

Radicale è invece la posizione ungherese. Il governo guidato dall’euroscettico Viktor Orban (colui che definì l’Unione Europea peggiore dell’Unione Sovietica) non poteva che prendere questa posizione: nazionalisti, irredentisti, un tantino xenofobi, gli ungheresi del governo Fidesz hanno scelto la strada della solitudine ma senza avere alle spalle un Commonwealth, una sterlina, una Borsa di Londra. Radicale sì, ma non troppo. Un’ora fa, dopo aver gridato il suo “no”, Orban fa marcia indietro dicendo che “la nostra posizione non ha nulla a che vedere con Londra” e che “intendiamo solo consultare il Parlamento”.

Un nuovo membro: la Croazia entra nell’Unione

Il fiscal compact, che getta le basi per un’unione fiscale e quindi politica dell’Europa, sarà probabilmente un accordo a 26 destinato a rilanciare un progetto europeo incagliatosi nelle secche della moneta unica e della finanza. L’ingresso della Croazia, che ha ha firmato il trattato di adesione all’Unione europea, saluta questa nuova Europa che da oggi guarda anche ai Balcani con l’ingresso di un Paese che numerosi sforzi ha compiuto per diventare il 28° paese di un’Unione che, ora più che mai, ha bisogno dell’aiuto di tutti per crescere e cambiare. Il nuovo fiscal compact non risolve i problemi connessi all’unità Europea, né raddrizza le storture: resta la centralità economica su quella politica, l’eccessivo potere del tandem franco-tedesco, la scarsa “democraticità” delle istituzioni comunitarie. Esso però rappresenta più di una soluzione tampone, è l’ultima chance (come detto dal presidente francese Nicolas Sarkozy) per salvare l’unità europea. E’ una presa di responsabilità che, ci auguriamo, sia seguita da un esame di coscienza collettivo (Germania e Francia in testa) poiché molte delle responsabilità dell’attuale crisi vengono dai governi europei, dalla loro scelleratezza, dal loro opportunismo.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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4 commenti

  1. Grazie, ho appena letto un articolo molto utile e chiaro. Non è facile districarsi tra queste questioni e spesso i giornali principali sono molto meno comprensibili (a volte praticano con maestrìa la grande arte di scrivere complicato per non far capire che per primi non hanno capito).