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“Il padre” di carta e inchiostro di Miljenko Jergović

Il padre Jergovic

 

Il padre

di Miljenko Jergović

traduzione di Elisa Copetti

Bottega Errante Edizioni, 2020

pp. 192

Euro 17

 

Se mi avesse potuto amare, o se ne avesse avuto modo, se avesse saputo scrollarsi di dosso ciò che le circostanze della vita gli avevano dato, non ci sarebbe neppure questo addio. Ma, suppongo, non ci sarebbe stato neppure il mio particolare interesse per la politica e per la storia del ventesimo secolo, soprattutto balcanica e jugoslava, che si ritrova nella maggior parte di ciò che ho scritto, nei libri o sui giornali. Non ci fosse quel puzzle che si è composto tanto perfettamente, sarei sicuramente uno scrittore diverso, o non sarei affatto uno scrittore.

Dobroslav Jergović muore a Sarajevo in una domenica del 2010. Nell’estate dello stesso anno viene pubblicato a Belgrado il volume Il padre (Otac), composto da suo figlio Miljenko Jergović, celebre prosatore e giornalista croato nato e cresciuto nella capitale bosniaca. Un puzzle di cinquanta tessere, allineate dallo scrittore con la maestria che l’ha reso celebre, dischiude in un ineluttabile effetto domino gli eventi e i protagonisti della propria giovinezza. A dieci anni dalla prima uscita Bottega Errante Edizioni ne propone la traduzione al pubblico italiano; è la terza opera dell’autore de Le Marlboro di Sarajevo nel catalogo della casa editrice friulana.

Il futuro non mi ha mai interessato. Fin dai tempi in cui frequentavo la scuola elementare, il futuro era fatto da: domani è lunedì e la prima ora c’è matematica. Il futuro appartiene ai sicuri di sé e agli avventati. Appartiene a chi sa che cosa fare di sé, a quelli a cui si è atrofizzata la fantasia. Perché la fantasia è sempre rivolta al passato, le grandi storie si immaginano nel tempo che l’uomo conosce e in cui si sente sicuro che sia un tempo passato.

Non propriamente un romanzo, bensì un “saggio” lucido e cadenzato, uno “scritto d’addio” privo di patetismi anche se autobiografico, a cui Jergović-figlio affida le sue riflessioni e ricordi su Jergović-padre, ma non solo. Delineando i tralci del suo albero genealogico, la penna del narratore annoda vicende personali agli avvenimenti che hanno scandito la storia moderna e recente di Sarajevo, della Bosnia e della Jugoslavia tutta, mettendone a nudo contraddizioni e ipocrisie. La linea biografica famigliare si fa cronaca e paradigma delle vicende della nazione abitata, a partire dal 1928, nell’allora Regno dei serbi, croati e sloveni, fino alla “lunga tregua che arde sotto la cenere” degli stati indipendenti odierni.

Cosa significa essere ustascia? C’è differenza tra le violenze perpetrate a Srebrenica, Jasenovac e Vukovar? Ci si può definire croati se non si è ricevuto il battesimo? Jergović interroga se stesso attraverso i suoi personaggi, in un monologo tinteggiato della franchezza e sagace ironia insite nel suo stile. Poiché molti degli interlocutori non sono più in vita, alle domande rimaste insolute risponde con la metafora, cioè quello “che non c’è ma è pur sempre vero”. Attingendo alla capacità propria della letteratura di trasformare il passato – esso stesso una metafora – in una “nuova realtà”, mette su carta ciò che “non si lascia costringere nelle parole”. Un tentativo complesso durato tutta una vita, quella di suo padre.

L’anima dell’uomo è di carta. Tramite la carta su cui sta scritto il suo nome e cognome, l’uomo si differenzia dalle bestie. Quando resta senza quella carta, è un potenziale malato di mente. Non perché sia pazzo, ma perché è radicalmente diverso. La sua diversità minaccia le altre persone, in esse risveglia il dubbio.

Rispettato ematologo dalla mentalità razionale e matematica, Dobroslav Jergović divorzia dalla moglie poco dopo la nascita del figlio. Ligio al dovere ma estraneo ai sentimenti, per tutta la sua esistenza è presente in quella del primogenito unicamente in qualità di stimato medico; a legarli giusto il gruppo sanguigno. Vittima della mancanza del genitore, il quale è a sua volta vittima della cattolica e rancorosa madre, Miljenko Jergović si fabbrica un padre di carta e inchiostro. Nella sua “solitudine zagabrese strategicamente scelta”, nel rifiuto di recarsi a Sarajevo per “quell’ultimo, simbolico incontro”, Jergović fa appello alla propria identità di scrittore, che deve anche a suo padre, per cercare finalmente di collocare quel tassello ancestrale, assente da quarantaquattro anni. E al lettore non resta che affidarsi al suo immenso talento, lasciandosi sospingere pagina dopo pagina lungo le anse di un testo denso ma fluido, intimo e ruvido al tempo stesso.

Mio padre è un essere irreale, uno hobbit, Marko Kraljević, un troll o Harry Potter, Saladino ne Le mille e una notte o Flash Gordon, su nell’alto dei cieli, così tutto quel che dico di lui e del tempo nel quale è vissuto è inventato. Non c’è verità sui morti, tranne che sono morti e non esistono più, come se non fossero mai esistiti. E anche finché era vivo, ne sapevo tanto poco di lui che mio padre per me è stato un essere di fantasia.

foto: profilo Instagram di Miljenko Jergović

Hotel Tito, i cinesi e il turismo della memoria

Per una dolorosa e beffarda ironia della storia, l’Hotel Tito potrebbe davvero divenire un hotel. Difficile oggi dire se proprio con questo nome così impegnativo. Perché in Hotel Tito (Sellerio 2019) la scrittrice Ivana Bodrožić racconta della fuga da Vukovar invasa dall’Armata popolare jugoslava (ma ormai serbizzata) nell’autunno del 1991 e del suo essere ospitata a lungo come sfollata a Kumrovec, nelle Zagorje, regione a nord di Zagabria e cara al grande scrittore Miroslav Krleža (che le racconta nel 1922 ne Il dio Marte croato).

E a Kumrovec, paese natale del Maresciallo, gli sfollati furono alloggiati in precarie condizioni – tre in una stanza, racconta l’autrice – nella gigantesca struttura che fu per un decennio la scuola politica della Lega dei comunisti jugoslava: ribattezzata appunto “hotel Tito”, come a Tito era stata ovviamente dedicata la scuola.
L’edificio, concepito negli anni settanta, fu aperto in grande pompa nell’81, l’anno seguente alla morte di Tito. Costruito in stile detto brutalista, la scuola mirava a formare politicamente quei “rivoluzionari di professione” (come li chiamò ironicamente Nicole Janigro) che dovevano costituire l’avanguardia ideologica della Jugoslavia socialista.

La scuola durò poco, dato che – scioltosi il partito nel gennaio del 1990 – già alla fine dell’anno diventava sede per l’addestramento del nascente esercito croato e poi luogo di accoglienza per i croati in fuga dalle aree della guerra. La politička škola fu costruita con imponenza: quattro piani, quasi seimila metri quadrati per piano, con libreria, cinema, palestra, ristorante, bar e 145 camere da letto, per soddisfare ciò che Tito aveva affermato nel 1976: “Abbiamo un gran numero di persone che sono dei buoni comunisti, ma in termini di teoria sono deboli. Le basi del marxismo devono essere conosciute”.

In effetti almeno nelle intenzioni qui, nelle dolci colline delle terre alte croate, si doveva elaborare e trasmettere il marxismo ufficiale (non quello di Praxis per intendersi) in salsa jugoslava: cioè autogestionario all’interno e non allineato all’estero. Vi passarono intellettuali come Slavoj Žižek, Žarko Puhovski, Furio Radin, Milorad Pupovac, Dušan Janjić, Milan Kučan, Kiro Gligorov, Ivica Račan; questi fu l’ultimo direttore della scuola nonché colui che all’ultimo congresso della Lega si rifiutò di proseguire i lavori dopo l’abbandono sloveno, in pratica sancendo la fine della Lega stessa.

Inoltre gli sfollati che fino al 2003 vissero nella struttura venivano perlopiù proprio da Vukovar, la città che nel 1920 vide – presente Tito – la nascita del partito comunista jugoslavo, terzo partito alle elezioni di quell’anno ma subito bandito dal governo monarchico.

Ma, come si diceva, l’ironia della storia non si ferma. Perché per 14 milioni di kune (1,9 milioni di euro) i cinesi della società immobiliare Zhongya si sono comprati la vecchia scuola ormai in spettrale abbandono (tanto da essere richiesta come location per un film del terrore: in rete le foto del degrado sono tristi quanto eloquenti) e ciò fa sperare in un rilancio “industriale” di quel turismo della memoria se non addirittura “jugonostalgico” che muove comunque 100 mila visitatori all’anno, specie il 7 maggio, giorno del compleanno del Maresciallo (sulla nuova mitopoiesi titoista, Titostalgia. A Study of Nostalgia for Josip Broz, di Mitja Velikonja).

Si può discutere se la mossa cinese sia parte di una più ampia strategia economica di conquista nei confronti del vecchio continente. Di sicuro il “turismo di Tito” si sta trasformando in una risorsa per la Croazia interna e l’idea di un “hotel Tito” a Kumrovec potrebbe uscire dal romanzo della Bodrožić e trasformarsi in profittevole realtà di business. E lo stesso nome di Tito diverrebbe un buon brand di richiamo dopo la rozza demitizzazione degli anni novanta. D’altronde non viviamo forse in un’epoca post-ideologica?

CROAZIA: La scuola multietnica che nessuno vuole

Borovo Naselje è un piccolo paesino in provincia di Vukovar, in Croazia, al confine con la Serbia. Famoso per aver dato i natali all’ex calciatore Sinisa Mihajlovic, oggi è un villaggio economicamente depresso, anche se un tempo qui si producevano calzature indossate in tutta la Jugoslavia.

A rendere la vita ancora più difficile, come nella maggior parte dei villaggi della Slavonia orientale, il ricordo della guerra degli anni Novanta. Nonostante in epoca jugoslava si stimasse che i “matrimoni misti” fossero circa un terzo del totale, oggi serbi e croati, apparentemente, non si possono nemmeno vedere.
A confermarlo, questa volta, una piccola scuola. Costruita con un finanziamento della Norvegia dell’importo di 1,3 milioni di euro, la scuola soddisfa tutti i parametri e ricalca il modello dell’eccellenza scandinava, con lavagne elettroniche, aule con computer e rampa per disabili. Il piccolo istituto era stato progettato con un chiaro obiettivo: riunire i bambini delle due comunità.

Ma è stato tutto costruito invano. L’apertura, prevista inizialmente lo scorso anno e poi in quello corrente, non è mai avvenuta. I principali partiti nazionalisti – la Comunità Democratica Croata (HDZ) e il Partito Autonomo Democratico Serbo (SDSS) – si sono opposti all’apertura della scuola multietnica.

Il risultato è che la Norvegia si è scocciata, e chiede la restituzione dei fondi fin qui stanziati per violazione del contratto. “Volevamo finanziare questo importante progetto, per il quale erano previsti 1,3 milioni di euro. Gli insegnanti avevamo mostrato dedizione al progetto, mentre genitori e bambini erano molto interessati alla scuola”, dichiarano dall’ambasciata norvegese di Zagabria al portale EURACTIV.

Ma la seccatura dei norvegesi non riguarda tanto i soldi. “La scuola multietnica di Vukovar sarebbe potuta essere una scuola moderna, dove impiegare metodi e tecnologie di ultima generazione. Sarebbe stata un esempio di come la scuola può contribuire all’integrazione e al dialogo in quelle regioni dove c’è stata la guerra”, commentano all’ambasciata.

L’attuale sindaco di Vukovar, Ivan Penava – del partito di governo HDZ – si oppose al progetto già quando questo venne approvato nel 2016 e lui sedeva tra i banchi dell’opposizione, considerando la scuola “un corpo estraneo”. Dall’altro lato, l’ex sindaco, il socialdemocratico Zeljko Sabo, accusa i due opposti partiti. “L’impressione evidente è che alcune persone a Vukovar non vogliono che la guerra finisca. Le condizioni necessarie per la convivenza a Vukovar passano per asili e scuole misti. La situazione si è fatta grottesca”, ha dichiarato Sabo al portale EURACTIV.

Ma la situazione di fatto stupisce poco. L’intolleranza dei nazionalisti delle due comunità va a vantaggio politico dei due partiti, che in questa storia ne escono vincitori, rimarcando le loro decennali ambizioni a mantenere lo status quo su Vukovar, affinché non si possa ritornare alla pacifica convivenza, temendo forse che questa influenzerebbe i rispettivi bacini elettorali.

Una situazione che ricorda molto quando nel 2013 l’allora governo socialdemocratico decise la reintroduzione dell’alfabeto cirillico – a fianco a quello latino – nei paesi abitati per almeno un terzo da serbi. Allora, ci furono proteste violente che culminarono con la distruzione delle insegne incriminate.

Questa volta, invece, a farne le spese saranno i bambini di Borovo Naselje, a cui verrà negata la possibilità di vivere come i loro genitori fino a trent’anni fa, condividendo la quotidianità dei banchi di scuola.
Il tentativo a firma norvegese di restituire normalità a un paesino già condannato dalla depressione economica e sociale è per ora naufragato. Esulteranno i nazionalisti. Ancora una volta hanno impedito ai propri figli di avere un futuro migliore.

 

Foto: Radio Slobodna Evropa

Muore a Mosca Veljko Kadijevic, il generale jugoslavo dell'assedio di Vukovar

Dopo la caduta si era trasferito a Mosca il generale jugoslavo Kadijevic, che presiedette alle prime fasi delle guerre di digregazione della Jugoslavia e, pare, accarezzò anche l’idea di un colpo di stato militare per salvare il paese. E’ morto nei giorni scorsi a 88 anni. Non era mai stato indiziato dal tribunale dell’Aja. Un bilancio in bianco e in nero.

A 88 anni si è spento a Mosca Veljko Kadijevic, generale e ministro della difesa negli anni dello smembramento violento della Jugoslavia. Era nato da madre croata e da padre serbo in una cittadina croata alla frontiera con l’Erzegovina. Uomo “di confine”, si dichiarò sempre jugoslavo. Quando divenne ministro della difesa, nel maggio dell’88, la disintegrazione del paese si stava già avviando: il governo di Branko Mikulic perdeva la fiducia dell’Assemblea federale a causa del debito stratosferico (l’inflazione superò il 200%) mentre Milosevic, al Parco dell’amicizia di Belgrado e davanti al “popolo che fa politica”, lanciava il nazionalismo grande-serbo minacciando che “la crisi può essere superata facendo cadere un po’ di teste”.

E purtroppo sarà proprio così, in un precipitare degli eventi in cui le tre grandi risorse identitarie comuni della Jugoslavia socialista – il carisma [post-mortem, ndr] di Tito, il ruolo guida della Lega dei comunisti e la compattezza delle forze armate (l’ “esercito popolare jugoslavo”, la JNA) – verranno erose velocemente. L’ultima ad esserlo fu appunto la JNA, battuta nella “guerra dei dieci giorni” in Slovenia, coinvolta nella vergogna degli attacchi a Vukovar e Dubrovnik e sempre più serbizzata nei ranghi e nelle strategie belliche. Kadijevic tentò di salvare lo status quo cercando l’aiuto militare sovietico con il misterioso viaggio notturno a Mosca dal suo omologo Jazov (futuro congiurato del golpe contro Gorbaciov) nel marzo del 1991 in cui, sembra, accarezzò l’idea di un colpo di stato militare per frenare la disintegrazione ormai imminente. Fu anche uno dei fondatori della “Lega dei comunisti – Movimento per la Jugoslavia” (quando la Lega federale era ormai defunta nel congresso del gennaio 1990) che presto sarebbe divenuta la Sinistra Unita (JUL) guidata da Mirijana Markovic, moglie di Milosevic.

In realtà anche la JNA, nata dall’epopea unitarista della guerra partigiana di liberazione, divenne presto “un esercito senza stato” (vojska bez drzave, dal titolo del libro che Kadijevic pubblicò nel 1993) per poi fratturarsi in tante bande l’un contro l’altra armate. Il tutto mentre Kadijevic seguiva il declino impotente del governo di Ante Markovic, a cui lui pure apparteneva. La sua esperienza politica si concluse ai primi di gennaio del 1992 in concomitanza con l’eccidio di Podrute (Croazia) in cui due Mig jugoslavi abbatterono un elicottero militare italiano in volo su incarico della Comunità europea. L’episodio fu letto come un regolamento di conti nell’esercito in cui ormai non c’era più posto per i vecchi militari jugoslavisti come lui, sostituiti dai falchi guidati dal generale serbo Blagoje Adzic. D’altronde di lì a poco si rifondava la Repubblica federale jugoslava (ristretta a Serbia e Montenegro) e la Bosnia avrebbe cominciato a bruciare.

Kadijevic nel 2001, caduto Milosevic, andò a vivere a Mosca e si naturalizzò russo nel 2008, sfuggendo alle richieste della Croazia che voleva giudicarlo per crimini di guerra, anche se il Tribunale penale internazionale dell’Aia – da lui ritenuto “un tribunale politico” – non lo incolpò mai di nulla. Nel 2007, in un nuovo libro autobiografico, non solo difese a tutto tondo l’operato suo e della JNA, ma accusò apertamente Stati Uniti e Germania di aver contribuito alla distruzione del paese balcanico. Il titolo del libro, non a caso, è Kontraudar,  “Contrattacco”.

CROAZIA: A Vukovar distrutte le insegne in cirillico, ma i problemi restano altri

Il 2 e 3 settembre scorsi, Vukovar, città martire della Croazia e simbolo della devastazione della guerra degli anni novanta, è stata animata dalle proteste seguite all’affissione di tavole bilingue che presentavano la dicitura cirillica, così come vuole la legge per il rispetto delle identità culturali per quei comuni in cui le minoranze nazionali rappresentano almeno il trenta per cento della popolazione totale.

I manifestanti, un centinaio circa e riuniti attorno alla figura del Presidente del comitato per la difesa di Vukovar Tomislav Josić, si sono presentati la mattina di lunedì 2 settembre sulla piazza principale della città con l’intento di rimuovere a colpi di martello le insegne recanti la trascrizione cirillica all’ingresso degli edifici pubblici dell’agenzia delle entrate e della stazione di polizia.
I manifestanti sono riusciti nel loro scopo violento che ha avuto conseguenze per 4 poliziotti che sono stati feriti lievemente durante il tumulto presso gli edifici in cui erano affissi i cartelli incriminati.

Il giorno stesso le dichiarazioni di reazione non si sono fatte attendere. “Nessuno odia i serbi, ma quelle insegne rappresentano un’umiliazione e non sono accettabili a Vukovar” ha dichiarato lo stesso Josić. Il presidente della repubblica Ivo Josipović ha immediatamente condannato il gesto, dichiarando che da un lato capisce la frustrazione della gente che a Vukovar ha perso tutto, mentre dall’altro ha sottolineato che è responsabilità di tutti i politici spiegare perché per la Croazia è giusto rispettare il bilinguismo e gli altri alfabeti. “Si tratta di violenza sciovinista, la guerra è finita!” fa sapere in una nota il primo ministro Zoran Milanović, facendo intendere come queste manifestazioni siano strumentalizzate e impediscano il superamento di vecchi ostacoli. Dello stesso parere è anche Arsen Bauk, ministro dell’amministrazione pubblica, per il quale si tratta di una provocazione di carattere politico, facendo intendere che gli esponenti locali del HDZ sarebbero i responsabili del clima di tensione che si respira nella città dalla fine della guerra.

Quello del cirillico a Vukovar, così come nel resto della Croazia, non è un problema culturale ma piuttosto un problema politico, così come sostenuto dagli esponenti del governo. Fino allo scoppio della guerra infatti, la dicitura cirillica non aveva mai rappresentato alcun problema culturale per la popolazione della Croazia, così come per l’intera Jugoslavia, dove il cirillico rientrava trasversalmente nell’educazione degli studenti fin dalla terza elementare. Nonostante la popolazione croata non utilizzasse la scrittura cirillica essa è sempre stata presente nella vita di quelle comunità miste dove il barbiere o il panettiere serbi, per esempio, esponevano liberamente insegne in cirillico.
È importante inoltre sottolineare come anche la liturgia croata presenti una sorta di variante cirillica, il glagolitico, che risulta essere l’alfabeto slavo più antico, successivamente sostituito proprio dal cirillico. Questo testimonia non solo un carattere comune tra due culture che tendono, per voce di alcuni autoproclamati padri della nazione, ad autoescludersi a vicenda, ma anche l’ingiustificato attacco contro un elemento culturale, il cirillico, che non è certo responsabile delle devastazioni seguite all’assedio della città di Vukovar degli anni novanta.

In una città come Vukovar, dove la disoccupazione è altissima e i più fortunati si arrangiano con i soldi delle pensioni, è facile ottenere consensi popolari manipolando l’opinione pubblica di gente che ha vissuto la guerra in prima persona e che è quindi naturalmente più suscettibile a certi argomenti. Da un lato infatti il governo e il presidente croati rivendicheranno il proprio operato a Vukovar, che grazie all’introduzione del regime di bilinguismo adegua ulteriormente il paese agli standard europei, mentre dall’altro gli esponenti della comunità serba vanteranno l’accoglimento da parte della Croazia delle proprie istanze culturali.

Il piano per Vukovar del Presidente della Repubblica Ivo Josipovic non dovrà quindi fermarsi al bilinguismo, ma concentrarsi su un reale miglioramento delle condizioni di vita di tutti i suoi cittadini. A queste condizioni infatti, l’introduzione del cirillico avrà l’effetto di benzina sul fuoco e di certo non migliorerà la status dei cittadini di Vukovar e della sua economia, né garantirà una maggior tutela per alcuni suoi cittadini.

Quella di Vukovar resterà una realtà a se stante, in cui alla maggioranza della comunità serba non interessa affatto che ci sia il cirillico o meno, ma piuttosto che ci sia l’opportunità di un lavoro, e che questo si svolga a pari condizioni per tutti i cittadini; l’interesse sarà per un sistema scolastico che non sia diviso in classi nazionali ma che unisca e impartisca un’educazione che rispecchi la “multiculturalità” della città. Infine, l’interesse di tutti si concentrerà affinché Vukovar non venga ricordata sempre e solo per la guerra e per le sue divisioni.

FOTO: B92

BALCANI: Un mese di buone notizie e un bicchiere di rakija

Se aprile è il più crudele dei mesi, per una volta nei Balcani si è trattato di un aprile di buone notizie. Siamo sempre in prima linea quando c’è da criticare, senza sconti, la condotta politica delle leadership balcaniche ma è giusto vedere il bicchiere mezzo pieno quando ce n’è ragione. Un buon bicchiere di rakjia da bere alla salute dei Balcani e del loro futuro.

La normalizzazione delle relazioni col Kosovo e la pressione sui serbi di Mitrovica

Eppure sembrava non dovesse essere così: il mese si era aperto con il fallimento dell’ennesimo round negoziale (l’ottavo) dietro mediazione dell’Unione Europea per arrivare ad una normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo, tanto che qualcuno aveva proposto che l’UE passasse il mandato negoziale all’ONU. Ma l’avvicinarsi della scadenza del “rapporto di primavera” della Commissione europea deve aver convinto i due governi a raggiungere un compromesso, difficile seppur positivo per entrambi. L’accordo, raggiunto in extremis il 19 aprile, permetterà tanto a Pristina quanto a Belgrado di proseguire in parallelo il cammino di integrazione europea. Le reazioni sono state generalmente positive in entrambe le capitali, mentre l’opposizione più forte è montata da parte dei serbi del Kosovo che si sentono traditi da Belgrado.

Proprio ai serbi del Kosovo è tornato a riferirsi  il vice primo ministro serbo, Aleksandar Vučić.  Vučić indica come Belgrado non intenda piegarsi alle richieste dei serbi di Mitrovica e dintorni, che vorrebbero un referendum sull’accordo legato alla Costituzione serba, nella parte in cui essa definisce il Kosovo ”parte inalienabile della Serbia”.

Accettare l’accordo significa anche accettare il futuro per la Serbia e sono convinto che la maggioranza dei cittadini serbi lo approverebbe in un eventuale referendum”. “Il quesito referendario non sara’ definito dalla piazza, il governo non accettera’ mai questo tipo di ricatti”.

Dossier Bosnia: Belgrado e Bruxelles sulla stessa linea d’onda verso la revisione di Dayton

I serbi del Kosovo di oggi, come i serbi di Bosnia del 1995, prima coccolati dai nazionalisti e poi abbandonati dai pragmatici di Belgrado. E così, il governo serbo arriva oggi a spingere la leadership della Republika Srpska, l’entità bosniaca a maggioranza serba, ad accettare una revisione degli accordi di Dayton che garantisca il rispetto dei diritti politici di tutti i cittadini bosniaci e il progresso del paese verso l’integrazione europea. Secondo Ivica Dacic,

Settecento anni fa, la Serbia era composta dalla Vecchia Serbia, dal Kosovo e dalla Raška, ma oggi ci sono ben pochi serbi in queste regioni. Oggi, gli interessi strategici della Serbia vanno oltre le nostre frontiere nazionali. In Bosnia-Erzegovinia, ci sono più di un milione di serbi. Noi dovremo spingere Banja Luka ad emendare gli accordi di Dayton”, ha dichiarato il pirimo ministro serbo Ivica Dačić alla televisione di Belgrado. Sempre secondo Dačić, “negli anni ’90 la Serbia ha sovrastimato il proprio potere reale. Neanche la Russia è riuscita a modificare le sue frontiere dopo la caduta dell’URSS”. “Abbiamo sovrastimato le nostre capacità nel caso del Kosovo, e questo non deve avvenire una seconda volta. Non possiamo combattere da soli contro tutto il mondo.” 

Il partito serbo al governo nella Republika Srpska, l’SNSD di Milorad Dodik, è oggi uno strenuo difensore del compromesso di Dayton, che garantisce ai serbi un’entità autonoma con potere di veto all’interno dello stato bosniaco. Ma lo status quo della Bosnia daytoniana è stato condannato nel 2009 dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel caso Sejdic e Finci per una questione apparentemente minore – il diritto di candidarsi ad alcune elezioni dei membri delle minoranze nazionali. Da allora, l’Unione europea richiede la revisione della Costituzione di Dayton come prerequisito per accettare la candidatura della Bosnia all’Unione, e ultimamente ha minacciato di non riconoscere i risultati delle elezioni del 2014 se l’attuale status quo dovesse continuare.

Le ultime dichiarazioni di Dačić si pongono sulla stessa linea d’onda di quelle del Commissario UE all’allargamento, Štefan Füle, e dell’ambasciatore americano a Sarajevo, Patrick Moon. D’altronde, che i rapporti tra Belgrado e Banja Luka potessero cambiare nel senso di una maggiore fermezza della Serbia sui propri interessi nazionali, quando in contrapposizione a quelli dei serbi di Bosnia, era un fattore apparso a molti subito dopo il cambio di governo a Belgrado. Come scriveva Alfredo Sasso,

basta che chi comanda a Banja Luka impari la singolare regola enunciata da Tomislav Nikolić (che si riferiva a Dodik per condannarne l’irruenza politica):  Le porte non si possono aprire tutte a calci”. Non perché sia sbagliato di per sé, ma perché il diritto di dare i calci spetta ai serbi dell’est della Drina. Non a quelli dell’ovest. A meno che questi non chiedano prima il permesso a Belgrado”.

Le scuse di Nikolić per Srebrenica. L’ultimo tassello del nuovo corso della Serbia?

Ecco, m’inginocchio, chiedo perdono per i crimini commessi a Srebrenica. E mi scuso per quanto avvenuto in nome della nazione serba, per i crimini perpetrati da qualunque persona appartenente al popolo serbo”.

Non le parole di chiunque, ma quelle di Tomislav Nikolić, oggi presidente della Repubblica di Serbia e al tempo della guerra numero due dei nazionalisti di Vojislav Seselj. Nulla di nuovo nel contenuto – l’ex presidente Boris Tadić aveva ripetuto più volte la stessa cosa – ma molto di nuovo nel nome di chi le pronuncia. Lo stesso che, subito dopo la sua elezione, si era fatto notare per una serie di commenti poco felici, che avevano fatto sollevare diverse sopracciglia tra Zagabria, Sarajevo e Bruxelles. Inutile forse chiedersi quale sia la sincerità di Nikolić nel pronunciare oggi tali parole – crediamo davvero che un politico debba o possa essere sincero?, – e forse anche inutile, dopo le ultime sentenze dell’ICTY, richiedere che la Serbia faccia uso del termine “genocidio”. Piuttosto, sembra necessario oggi rimarcare come anche la destra nazional-conservatrice di Nikolić e del suo Partito Progressista abbia interiorizzato la realtà dei fatti: che l’unica politica estera possibile per la Serbia è quella che la porta verso l’Unione Europea, e che questa passa per un riavvicinamento con i propri vicini, Sarajevo e Pristina incluse, malgrado i costi necessari a ciò. In questo, molti serbi, specie i più giovani, sono già molto più avanti della propria leadership politica.

Le relazioni Zagabria-Belgrado, prossimo asse dell’allargamento UE nei Balcani

E verso lo stesso obiettivo sembra diretto il dialogo tra Serbia e Croazia sulle questioni ancora aperte dopo la guerra degli anni ’90. Sempre il vice primo ministro serbo Vučić si è recato in visita a Zagabria, il più alto funzionario del governo a farlo sin dall’inizio del mandato di Nikolić e Dačić. Secondo il ministro degli esteri e vice-premier croato, Vesna Pusić,

Per la prima volta nei rapporti tra la Croazia e la Serbia sono stati fatti dei passi concreti per la soluzione del problema delle persone scomparse durante la guerra degli anni Novanta, circostanza che apre uno spiraglio per una possibile rinuncia congiunta alle reciproche denunce per genocidio”.

Nel corso del mese, le autorità serbe hanno fornito al governo croato diverse informazioni de-classificate che hanno permesso di scoprire una fossa comune nei pressi di Vukovar con i resti di almeno dieci vittime civili croate scomparse nel 1991. Secondo Vučić,

Nessuno ha interesse nascondere le informazioni sugli scomparsi, e’ giusto che le famiglie sappiano la sorte dei loro famigliari”. ”Questa non e’ una questione facile per la Serbia, ma Belgrado e’ aperta per il dialogo e spero riusciremo a trovare una soluzione soddisfacente”.

La Croazia entrerà a far parte dell’Unione Europea il 1° luglio, e potrebbe trasformarsi in un importante alleato a Bruxelles per la Serbia, se le questioni bilaterali saranno risolte.

Foto da Travel the unknown

CROAZIA: Torna il cirillico a Vukovar

Zagabria, Ministero della giustizia. Da qualche settimana, è in corso di discussione un provvedimento che vedrebbe l’introduzione della dicitura cirillica in quei comuni in cui la minoranza serba rappresenta almeno un terzo della popolazione, garantendo un regime di bilinguismo.

Sono passati più di vent’anni da quando in Croazia non si legge più una lettera dell’alfabeto cirillico: nei luoghi pubblici, sulla segnaletica stradale e tantomeno sui documenti ufficiali. Questo elemento del rapido vortice che ha trascinato la Jugoslavia verso il baratro, è uno dei tanti risultati della politica nazionalista del primo presidente eletto della Croazia, Franjo Tuđman, che come prima cosa indirizzò la propria pulizia etnica sul piano culturale, impedendo l’espressione dei diritti culturali alla costituente minoranza serba (a inizio anni ’90 il 14% circa).
Oltre all’eliminazione della doppia dicitura nei due alfabeti, seguirono tanti altri provvedimenti culturalmente degradanti con il chiaro scopo di sdoganare la popolazione serba di Croazia dalla condizione di “popolo costituente della Croazia” (nonché della Jugoslavia, così come sancito nella Costituzione federale del ’74) e relegarla alla condizione di minoranza, ulteriormente “diminuita” in seguito all’operazione Oluja.

Come risultato dall’ultimo censimento, svoltosi nel 2011, i serbi di Croazia rappresentano il 4,3 % della popolazione totale e si concentrano perlopiù a Vukovar (dove costituiscono il 34,8 %), Korenica, Gračac e un’altra ventina di comuni minori delle regioni della Slavonia, Krajina e Lika. Ed è proprio in questi comuni, dove i serbi rappresentano almeno un terzo della popolazione, che andrebbero istituite le nuove insegne bilingue.
A confermarlo è la Costituzione croata, art. 12 (emendata nel 2002), che, indicando la lingua croata e l’alfabeto latino come lingua ufficiale della repubblica, disciplina quei casi in cui la presenza di una minoranza, al di sopra del 30%, comporta il regime di bilinguismo, cosi come sulle coste dell’Istria l’italiano accompagna il croato anche laddove la minoranza italiana risulta meno di un terzo della popolazione totale.

Se nel 2013 si dovesse dunque tornare a vedere il cirillico nelle istituzioni e uffici pubblici lo si deve molto al Ministro della giustizia, Arsen Bauk, che sottolinea come “in questo paese le leggi si devono portare avanti e credo che debba accadere lo stesso anche in città come Vukovar”. Il governo croato è quindi intenzionato a dimostrare prontezza nella messa in atto della normativa costituzionale e, allo stesso tempo, non ha incontrato opposizione dai vertici del HDZ, se non per voce del suo rappresentante a Vukovar, Damir Barna, e dalle associazioni dei veterani (Branitelji).
Dal canto suo anche il presidente del consiglio nazionale serbo, l’organo di rappresentanza dei serbi di Croazia, Milorad Pupovac, si dichiara soddisfatto dell’iniziativa e sottolinea come essa “non debba condurre a strumentalizzazioni politiche ed emotive”.

Dopo vent’anni di quasi polarizzazione nazionale, successivi alla “guerra patriottica”; dopo la ricostruzione di un’identità che si credeva perduta nell’omologazione comunista”; e soprattutto, dopo la “riabilitazione” di sospetti criminali quali Gotovina e Markač, la Croazia sembra finalmente decisa a gettarsi alle spalle il passato, nel nome dello stato di diritto e soprattutto di quelle misure idonee al contesto di integrazione europea. Dopo tanto tempo, infine, una parte di passato sembra tornare pacifica nel dinamismo del presente balcanico, indossando gli abiti di una speranza futura.

Foto: Nicointokio su Flickr

Quando i serbi sparavano sui serbi. Vukovar e l’imbroglio etnico

Quello di Vukovar non fu un assedio, fu un sacrificio rituale, un urbicidio. Fu il trionfo dell’inganno, il giro di valzer del gran ballo in maschera dove demoni e lupi danzavano sulle macerie della Jugoslavia. La storia ci racconta che Vukovar, città che in quel 1991 di guerra era al 44% croata e al 37% serba (il resto si divideva in sedici nazionalità minori, tra cui la tedesca, la magiara e l’italiana), fu assediata dalle truppe dell’Armata Popolare (l’esercito jugoslavo, nda) che presto lasciò il campo ai paramilitari serbi di Arkan e Seselj, le famigerate Tigri e Aquile bianche. L’esito fu un eccidio e un esodo dei croati dalla “loro” città mentre, il 17 novembre 1991, i serbi entravano tra le macerie di Vukovar.

Poi, all’alba del 4 agosto 1995, la città veniva “riconquistata” dai croati che, a loro volta, si abbandoneranno alla pulizia etnica nei confronti della popolazione serba. Una doppia pulizia etnica che ha, di fatto, consacrato la chiave di lettura “razziale” del conflitto jugoslavo. Certo i crimini ci sono stati, ambo le parti, ma la chiave di lettura etnica convince poco. Vediamo perché.

Una guerra sociale, non etnica

Vukovar, prima della guerra, era una piccola ma importante città cosmopolita e il numero di nazionalità che la componeva lo testimonia. Una città “mitteleuropea” e “borghese” nel senso stretto del termine, con un ceto culturale e mercantile radicato. Accanto a questo nucleo urbano c’era una periferia disordinata e disorganica, tirata su in fretta e furia a seguito della rapida industrializzazione promossa da Tito e la conseguente immigrazione dalle campagne. La contrapposizione che si venne a creare fu sociale, com’è proprio in contesti simili, ma mai etnica. La borghesia serba e quella croata (senza considerare gli imparentamenti) era un unicum sociale che rifiutò l’idea della guerra al vicino di casa. Vukovar era però un avamposto chiave per il posizionamento serbo nell’area, e l’aggressione alla città inevitabile. Non potendo contare su una “guerra civile” interna, le truppe paramilitari serbe fecero leva sul risentimento sociale degli esclusi, della periferia operaia e contadina. Ma anche questo non era tale da consentire, normalmente, un conflitto aperto. Furono necessari l’inganno, la propaganda e la paura per accendere il fuoco del risentimento che covava sotto le ceneri.

Contro i serbi di Pakrac

Un esempio dell’inganno serbo ai danni degli stessi connazionali lo troviamo nel percorso di avvicinamento a Vukovar quando le truppe paramilitari serbe di Arkan ottengono il controllo di Pakrac, in Slavonia: ottomila abitanti a maggioranza serba (oggi è quasi completamente croata). Da Pakrac controllano la zona circostante. Un bel giorno di fine estate, in quel 1991, il comandante Arkan chiamò a raccolta i serbi della regione e spiegò ai contadini che presto i croati sarebbero venuti ad ammazzarli. Si scatenò il panico e i serbi della sacca di Pakrac fecero fagotto e se ne andarono a Banja Luka. Lì nessuno si curò di loro, mentre le loro case abbandonate furono razziate dai banditi di Arkan. Quando si accorsero del raggiro era ormai troppo tardi. E che fare, d’altronde?

Contro i serbi di Vukovar

Ma il prezzo più alto lo pagarono i serbi di Vukovar. Coloro che non vollero prendere le armi contro i vicini di casa croati, divennero oggetto di persecuzione. L’operaio Rado Kostic – citato da Rumiz nel suo Maschere per un massacro – è uno di questi, i serbi suoi connazionali gli uccideranno il figlio e bruceranno la casa. Come l’operaio anche il sindaco serbo di Vukovar, Slavko Dokmanovic, fu costretto a fuggire dopo le ripetute minacce serbe. Inutile dire che Dokmanovic di guerra ai croati non ne voleva nemmeno sentir parlare. Le truppe serbe, insomma, agirono in modo pianificato contro la loro stessa “etnia”: ingannando e razziando le proprietà dei serbi del contado; uccidendo e perseguitando i serbi “cosmopoliti e borghesi” delle città (ma anche chi semplicemente non sentiva sua quella guerra, come l’operaio Rado Kostic). E quando l’Armata Popolare lasciò campo ai serbi, questi non esitarono a bombardare il centro di Vukovar dove ancora molti serbi vivevano.

Contro i serbi di Knin

Eppure, lo vediamo oggi, quell’inganno ha vinto. L’assedio a Vukovar fu l’assedio di serbi contro altri serbi. I serbi di Arkan contro i serbi di Vukovar. Ma questa è una verità che non si può raccontare. Come non si può dire che, nel 1995, quando i croati conquistarono la Krajna, le autorità serbe non alzarono un dito per aiutare i connazionali al punto che Knin fu presa in sole 23 ore. Qualcuno persino sospettò che Knin fosse stata “venduta”. Ai profughi serbi di Knin non fu concesso di entrare in Serbia e vennero dirottati verso la repubblica serba di Bosnia, controllata da Karadzic, spopolata dopo la guerra ai musulmani. Quelli che giunsero fino a Belgrado rimasero accampati alle porte della città, senza assistenza, per più di un anno. Ancora nel 1998 il Washington Post denunciava, in un reportage di Daniel Williams, lo stato di abbandono di migliaia di serbi di Krajna, profughi dimenticati ai margini della capitale. E chi li aveva abbandonati? I “fratelli serbi”, ovviamente, il potere politico di Milosevic, il signor Arkan e il signor Seselj.

Una guerra psichiatrica, non etnica

Il 21 novembre l’Armata Popolare concesse ai giornalisti di accedere alla città. Nè l’Armata nè i giornalisti sapevano cosa avrebbero trovato poiché, come si è detto, il lavoro sporco fu fatto dalle milizie serbe. Le cronache riportano  del soldato Alexander, diciannove anni appena, che trovò in un sotterraneo un uomo anziano inchiodato a un tavolo e accanto una bambina, seviziata e poi sgozzata, i cui occhi erano stati messi in un bicchiere. Il giovane soldato vede la scena e impazzisce.

Il caso del “soldato Alexander” è stato successivamente preso a simbolo di una guerra “psichiatrica” che vide nell’assedio di Vukovar il suo esordio. Il 26% dei reduci dell’assedio fu infatti dichiarata dalle autorità serbe “psichiatricamente inadatto” a riprendere le armi. Specialmente i serbi al servizio delle Tigri o delle Aquile bianche: erano andati alla guerra imbottiti di anfetamine, avevano visto e fatto cose fuori dall’umano. E ne erano impazziti. Anche loro, giovani serbi tirati su a propaganda, vittime dei loro connazionali. Serbi vittime di serbi.

L’imbroglio etnico

Quella faccenda della guerra etnica è stata dunque un imbroglio? La risposta è sì, e non solo per i serbi ma per tutte le parti in causa. Un imbroglio per coprire la necessità, da parte della vecchia nomenklatura, di rifarsi una verginità e mantenere il potere. Un potere non solo politico ma anche finanziario. Un imbroglio per smaltire le armi in eccesso dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Un imbroglio costruito sul crimine organizzato. Un imbroglio diventato, in certa misura, realtà se oggi quelle retoriche dell’odio, dell’irriducibile alterità, sono pane quotidiano della politica serba. E la vittoria di Nikolic è lì a testimoniare che l’imbroglio ha vinto. Ma, siamo convinti, non potrà durare: Pada Vlada! Il governo cadrà, ne nascerà una nuova Serbia?

LA GUERRA IN CASA # 6: Krajina, la riconquista croata

Quattrocento anni. Tanto è durata la presenza serba nei territori della Vojna Krajina. Dopo quattro anni dalla battaglia di Vukovar parte la riconquista croata della “frontiera militare” asburgica. All’alba del 4 agosto 1995 l’esercito croato, addestrato da esperti americani, muove da sud, da nord e da ovest contro i secessionisti serbi della Krajina di Knin, appoggiato da oriente dal Quinto corpo bosniaco che attacca dall’interno dell’area assediata di Bihac. […]: conquisteranno in meno di 32 ore un territorio montagnoso coperto di foreste inestricabili dove neppure la potenza tedesca nel ’41 ebbe il coraggio di entrare. L’intero sistema di telecomunicazioni serbo e messo a tacere da strategie di “guerra elettronica” messe a punto dagli americani.

Knin, la capitale secessionista, cade il giorno successivo: i serbi fuggono da tutti i territori conquistati in Croazia nel 1991 con l’eccezione di Vukovar e della Slavonia orientale. Una fiumana di profughi, stimata in 120.000 persone, muove verso la Bosnia settentrionale e la Serbia. […] Viene proposto (dallUnione Europea, ndrun ponte aereo per gli aiuti ai profughi serbi. Ma è proprio la repubblica madre, la Serbia, a chiudere la frontiera impedendo l’accesso a gran parte dei fuggitivi che si riversano nelle città bosniache conquistate nel 1992. La conseguenza è una nuova ondata di pulizia etnica contro i pochi croati e musulmani rimasti nella Bosnia settentrionale per far posto ai profughi in arrivo: una massa di persone si riversa sulle rive del fiume Sava nella speranza di passare la frontiera con la Croazia. I croati concedono il transito solo ai bosniaci di religione cattolica.

[…] Nei mesi successivi, in tutti i territori riconquistati, i croati scateneranno una vera e propria caccia al serbo: a decine saranno segnalati episodi di violenza e omicidi ai danni di anziani serbi rimasti nella regione “liberata”. Su questo massacro sottaciuto esiste un libro straordinario: Croazia, Operazione Tempesta, di Giacomo Scotti (Gamberetti Ed. 1996).

SERBIA: Nikolic, il nuovo gaffeur dei Balcani

DA BRUXELLES. Come record non c’è male – nel giro di pochi giorni, il nuovo presidente della repubblica serba, Tomislav Nikolic, è riuscito ad alienarsi le simpatie di Georgia, Croazia e Bosnia-Erzegovina. Toma è sulla buona strada per divenire il nuovo gaffeur dei Balcani?

Riconoscere le repubbliche separatiste georgiane

Il 26 maggio, durante una visita a Mosca in cui Putin ha promesso alla Serbia un prestito di 800 milioni di dollari per opere infrastrutturali, Nikolic ha fatto capire che Belgrado potrebbe aggiungersi allo sparuto gruppo – Russia, Nicaragua, Venezuela e qualche isola del Pacifico – che riconosce l’indipendenza delle repubbliche secessioniste della Georgia, Abkhazia e Ossezia del Sud.

E ciò nonostante i problemi della Serbia col Kosovo, che dovrebbero tenere Belgrado lontano da ogni simpatia per i separatismi vari – quando non sono a casa propria: “il Kosovo dovrebbe restare sotto il controllo di Belgrado, mentre i due stati separatisti meritano l’indipendenza”, secondo Nikolic.

I sogni irrealizzabili di Nikolic sulla Croazia

La seconda tappa è un’intervista di Nikolic alla FAZ, in cui il presidente serbo in pectore indica che la Grande Serbia è rimasto il suo sogno irrealizzato, e chiama Vukovar una “città serba”:

“Ci sono sogni che un uomo non può realizzare. La Croazia è uno stato internazionalmente riconosciuto. I confini della Croazia sono sul Danubio e non ci sarà alcun loro cambiamento. Lo stesso per la Bosnia-Erzegovina. I miei sogni, al tempo in cui la Jugoslavia collassò e vennero prese decisioni su chi dovesse vivere dove, sfortunatamente non si sono realizzatiE, per come stanno le cose, non si realizzeranno mai”.

A parte lo “shock” espresso dal ministro degli esteri croato Vesna Pusic, e la subitanea smentita della stessa presidenza serba, la risposta migliore è probabilmente stata quella di Predrag Matic, ministro croato per i veterani e già prigioniero di guerra: “Sono d’accordo con Nikolic che ci sono alcuni sogni che non si realizzeranno mai. Io sognavo Claudia Schiffer, ma mi sono reso conto che tali sogni non sarebbero divenuti realtà.”

Nessun genocidio a Srebrenica

Infine il top è raggiunto nell’intervista di Nikolic del 1° giugno alla televisione montenegrina, in cui il presidente serbo afferma che “A Srebrenica non c’è stato alcun genocidio ma gravi crimini di guerra commessi da alcuni serbi che dovrebbero essere trovati, perseguiti e puniti”. Facendo riferimento ai procedimenti in corso all’Aja contro Mladic e Karadzic, Nikolic ha ricordato come “è molto difficile perseguire qualcuno e provare in tribunale che un evento si qualifica come genocidio.”

Di gaffe in gaffe. Cui prodest?

Le gaffe di Nikolic, una dopo l’altra, sembrano troppo ghiotte per essere casuali. Forse Nikolic è semplicemente troppo sincero e non è ancora entrato nel ruolo di capo dello stato, un ruolo per il quale dovrà imparare cosa si può dire e cosa si può solo pensare. O forse il suo obiettivo è di mettere in imbarazzo il presidente uscente Boris Tadic, che si accinge a prendere il posto da primo ministro in un governo di coalizione che dovrebbe garantire la continuità della politica interna, estera, ed europea della Serbia. Per come stiano veramente le cose, la coabitazione alla serba tra Nikolic e Tadic si annuncia per nulla semplice.

LA GUERRA IN CASA #5: L’assedio di Vukovar, la Stalingrado croata

La battaglia di Vukovar dura tre mesi e segna il record di diserzioni nella storia dell’esercito jugoslavo: la stessa durata dell’assedio è stata attribuita all’incertezza di ufficiali ancora troppo legati al modello federale di difesa per accettare di radere al suolo una città jugoslava. Oltre che alla disperata difesa organizzata dagli estremisti delle Forze di liberazione croate (Hos), ala militare del Partito dei Diritti (Hsp) di tendenza neoustascia guidato da Dobroslav Paraga. Costoro, guidati dal colonnello Mile Dedakovic detto “falco” (Jastreb) ottengono un tributo impressionante di sangue dagli assedianti.

[…] Il 10 ottobre si verifica la più massiccia offensiva serba: una colonna di carri muove a grande velocità e sorretta da un fuoco di sbarramento senza precedenti verso il centro della città. L’offensiva fallisce.

Ma le forze dei difensori sono agli sgoccioli e all’armata federale, nella cintura della città, si sono ormai sostituite le truppe mercenarie di Zeljko Raznatovic “Arkan” e Vojislav Seselj, armate ed equipaggiate da Belgrado con artiglieria e carri come i reparti regolari. Il 17 novembre le “tigri” e le “aquile bianche” entrano in città travolgendo le ultime difese degli estremisti croati. […] la città è presa.

All’alba del giorno successivo 261 cittadini “non serbi” ricoverati all’ospedale della città vengono prelevati a gruppi di dieci o venti, picchiati e poi uccisi.

Il 24 novembre viene arrestato a Zagabria nientemeno che Mile Dedakovic, il Falco. Per molti è una mossa di Tudjman per deligittimare la protesta dei reduci della “Stalingrado croata” che ritengono di essere stati venduti dal loro governo ai serbi, in cambio dei territori dell’Erzegovina. […]

Con l’orrore dei giorni di Vukovar si segna una strada senza ritorno per la stessa armata federale (l’esercito jugoslavo, ndr) che perde anche la residua apparenza di neutralità ed è forzata a schierarsi apertamente coi serbi. Nei giorni successivi, caduta Vukovar, l’esercito croato è del tutto annullato, impossibilitato a organizzare qualsiasi difesa. Il generale Panic, fra i responsabili delle operazioni in Slavonia, chiede l’autorizzazione a marciare su Zagabria sostenendo che la missione può essere portata a termine in 48 ore: “Se il nostro compito è difendere la Jugoslavia dobbiamo proseguire”.

“Il nostro compito è difendere i serbi – sarebbe la risposta di Milosevic – noi non abbiamo a che fare con i territori popolati da croati.”

LA GUERRA IN CASA # 2: Alla conquista di Vukovar

di Luca Rastello

E che cos’è quel cosino piccolo piccolo? Un ragazzino. Il primo fa male, fa male fin dentro il cuore, nella carne. Devi sparare senza guardarlo e poi cercare subito un altro obiettivo. Per questo i cecchini ammazzano prima il figlio e dopo, solo dopo, la madre. Per avere un altro obiettivo, per staccare l’oculare dal bimbo, per distrarsi. Proprio i bambini sono l’obiettivo. La tecnica si chiama “corona”: Darko e gli altri facevano la “corona” ai villaggi. […]

L’esercito federale* era inchiodato fuori Vukovar da mesi**, impotente con le sue artiglierie, forse gli ufficiali esitavano a bombardare una città jugoslava, forse là dentro tenevano i serbi inchiodati come ostaggi in qualche cantina. Falco si chiamava il loro capo. Darko avrebbe dato l’anima al diavolo per avere Jasteb, il falco, Mile Dedakovic nel’oculare del fucile. Ma il suo mestiere erano gli ospedali e le scuole. Occhio per occhio.

Allora Darko e quelli come lui si trovavano un’altura, un albero, un nido e si mettevano lì a pungere. Mentre l’artiglieria bombardava il villaggi, il loro compito era colpire in maniera sistematica obiettivi deboli. Guerra psicologica, si chiama: riduce la volontà di difesa del nemico, annebbia i suoi riflessi, toglie lucidità al mostro. Non devi fermarti mai, spara sull’asilo, colpisci i bambini alla finestra, punta l’ospedale, va bene un vecchio ma non fermarti ai vecchi, pensa a Zoran, a Zoran, pensa a Zoran.

E uno dopo l’altro i villaggi cadevano, per i topi di Vukovar si avvicinava la resa dei conti, mentre l’estate diventava un ricordo, arrivava il freddo, ottobre marciava.

pagg. 24-28, capitolo I°: “Il cecchino”

* All’inizio del conflitto, nel 1991, i reparti dell’esercito jugoslavo (Jna) erano stati inviati prima i Slovenia e poi in Croazia per combattere quelli che, per il governo centrale, erano “secessionisti”. Sloveni e croati dell’Jna si ammutinarono ben presto, salvo rare eccezioni l’Jna divenne gradualmente un’arma nelle mani di Milosevic. Un esercito debole benché dotato di artiglieria cui i serbi affiancarono milizie paramilitari come le Tigri o le Aquile bianche. Spettava a queste ultime  il lavoro sporco. Con il proseguo della guerra l’Jna scomparve formalmente.

** Il simbolo della guerra serbo-croata è divenuto l’assedio alla città di Vukovar, nella Slavonia (25 agosto – 18 novembre 1991). Il 25 giugno 1991 il Consiglio Nazionale Serbo di Vukovar proclamava la Regione Autonoma Serba di Slavonia Orientale, Baranja e Sirmia Occidentale, le cui frontiere si stabilizzarono con la linea del fronte. Nel febbraio 1992 la regione di Vukovar si unificò con la Repubblica Serba di Krajina, istituita il 1º aprile 1991, con capitale Knin, di cui rimase de facto parte fino al 1995, nonostante la Croazia avesse diritto de jure alla sovranità in base alla Risoluzione 753 del Consiglio di Sicurezza ONU, e considerasse quindi l’autoproclamazione come un atto di guerra. A seguito della caduta della Krajina con l’operazione Oluja nel 1995, la Slavonia Orientale accettò, con l’accordo di Erdut, la reintegrazione nella Croazia entro il 1998 dopo un periodo di amministrazione ONU.

EDITORIALE: The End of an Era

di Jasmina Tesanovic

Goran Hadzic, age 52, the last wanted war criminal from the Balkan upheavals, was arrested this morning. Hadzic was found in a modest village of 300 inhabitants in Vojvodina, close to Novi Sad, a major Serbian town best-known nowadays for the popular European music festival,  EXIT. The indicted, who lacked any apparent disguise, simply did not much resemble his old Wanted posters, which had set  a bounty of one million euros on his head.  The Serbian police who seized Hadzic say that the reward will go unclaimed.

Hadzic was arrested while trying to sell a Modigliani painting. This artwork, the portrait of an unknown man, that surfaced on world art scene recently, was certified genuine by the Modigliani institute in Rome.   The official owner is a close friend of Hadzic, whose house has been searched by police several times in the past.   Leggi tutto

Catturato Hadzic, il boia di Vukovar. E la Serbia ricuce le ferite

di Filip Stefanovic e Matteo Zola

La Serbia lo ha fatto, smentendo gli scettici e andando oltre le speranze di molti. Ha catturato Goran Hadzic, criminale di guerra ritenuto responsabile dei fatti di Vukovar del 1991, e non solo. C’era chi, verosimilmente, pensava che la Serbia avrebbe consegnato Hadzic solo se “alle spalle al muro”, come biglietto di scambio con l’Unione Europea. E invece oggi la smentita e la sorpresa. Così, dopo Mladic, la Serbia si libera di un altro fantasma del passato correndo a spron battuto verso l’Europa, elaborando i fatti della propria Storia recente e ricucendo, giorno dopo giorno, le ferite che la guerra aveva lasciato aperte. Ma qual’è stata la parabola di Hadzic?

Era un semplice magazziniere, dopo qualche anno di militanza nella Lega dei Comunisti entrò, a fine anni Ottanta, nel partito democratico serbo facendo rapidamente carriera. E arrivò la guerra, la grande occasione degli uomini mancati. Dopo la dichiarazione d’indipendenza della Croazia, il 25 giugno 1991, le province serbe della Slavonia decisero di costituirsi regione autonoma serba, mantenendo la vicinanza con Belgrado: naque così la repubblica serba di Krajina e Goran Hadzic, il magazziniere, fu nominato presidente.

Mappa della Croazia, le provincie più scure corrispondono alla Slavonia

Il 18 novembre 1991, dopo un assedio criminale protrattosi per tre mesi, l’Esercito jugoslavo e unità paramilitari serbe guidate dalla “tigre” Arkan, entravano a Vukovar, cittadina della Slavonia orientale, difesa da volontari croati, prevalentemente abitanti del luogo. Nei giorni seguenti, la città caduta rimase in preda a soldati sbandati, rapinatori, ubriachi, bande irregolari e di volontari cetnici, che col pretesto di smascherare i “terroristi ustascia” travestiti in abiti civili fermavano tutti gli uomini in grado di reggere un’arma, dai quindici anni in su. Rappresaglie, incidenti e faide personali culminarono nella mattina del 19, quando a centinaia vennero caricati su pullman di linea, e trasportati in diversi campi di concentramento, il più famoso a Ovčara, alle porte della città. Trecento persone tra malati, feriti, partorienti, venero prelevati a forza dall’ospedale e caricati sugli autobus in direzione di Ovčara.

Eppure gli assedianti avevavo assicurato che i civili sarebbero stati lasciati liberi di andarsene e gli uomini, cedute le armi, sarebbero stati trattati secondo la Convenzione di Ginevra. Anche loro finirono invece ad Ovčara e in altri campi di concentramento serbi. Dalle sue fosse comuni sono stati estratti 200 cadaveri, di altri 61 non vi è ancora traccia. Nel 2005, a Belgrado, sono state condannate 15 persone per complessivi 190 anni di carcere.

Terminata la guerra, Hadzic si stabilì a Novi Sad, in Serbia, dove è rimasto fino al 2004, quando il Tribunale internazionale ha spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti. Da allora è cominciata la latitanza, durante la quale Belgrado ha alzato la taglia su di lui da 300mila euro a un milione.

Hadzic è ritenuto responsabile dei fatti del 19 novembre e di altri crimini perpetrati contro la popolazione  dal 1991 al 1993. L’accusa è di pulizia etnica ai danni dei croati. Hadzic resterà Presidente delle province della Kraijna rimaste fuori dal controllo croato anche dopo l’Operazione Oluja (Tempesta) condotta nel 1995 da Ante Gotovina, il generale croato recentemente condannato dall’Aja a 24 anni di carcere per la pulizia etnica contro i serbi.

Reciproche pulizie etniche nel nome di un onirico delirio di omogeneità “del sangue” che vedono oggi, finalmente, tutti i boia e macellai nelle mani della giustizia internazionale. Ora, con i criminali in manette, i Balcani dovranno ripercorrere la lunga strada dell’unità, un’unità che è nei fatti, nella comune cultura, nella comune lingua, e che dei biechi burattinai hanno distrutto nel nome delle loro nefaste ambizioni di potere.

SERBIA: Voci discordanti su Hadzic, ma catturarlo vale l'Europa

di Andrea Monti

da Balcanews

I pezzi grossi erano Karadzic e Mladic. Ora resta da trovare Goran Hadzic. L’ex presidente della Repubblica serba di Krajina, autoproclamata in due zone della Croazia dal 1991 al 1995, è accusato dal Tribunale de L’Aja di crimini di guerra e contro l’umanità. “Sono sicuro che presto sarà arrestato”, ha detto qualche giorno fa Rasim Ljajic, ufficiale di collegamento del governo di Belgrado con i giudici olandesi. Un entusiasmo subito spento da Bruno Vekaric, portavoce del Tribunale serbo sui crimini di guerra: “Non ho informazioni sull’arresto di Hadzic. Al contrario, ho informazioni sul fatto che non è stato catturato”. Leggi tutto

Tifosi, patrioti, guerrieri, assassini. I serbi vanno alla guerra

Giugno 1991. È guerra. Non è più tempo per invocazioni all’unità e al ritorno ad un sentire comune: la Jugoslavia è sotto assedio, interno ed esterno. E, ormai, la Jugoslavia è la Serbia.

Il campionato nazionale jugoslavo viene sospeso, la Rivista della Stella Rossa commenta così la vicenda: “Il campionato nazionale calcistico non è iniziato come previsto la prima settimana d’agosto. In Croazia, sotto la politica ustascia dell’HDZ di Tudjman, si giocano crudeli giochi di guerra, nei quali muore la popolazione serba. Muore proprio in quanto serba.” E se i croati sono fascisti, la comunità internazionale non è certo da meno: sempre in agosto, la UEFA sospende tutte le partite europee su suolo jugoslavo. A leggere i quotidiani serbi, le ragioni sono evidenti: la UEFA è una lobby tedesca, e i tedeschi odiano da sempre i serbi. Le grandi potenze occidentali, come Francia, Germania, Inghilterra, non possono tollerare che la Jugoslavia primeggi negli sport di squadra, e per questo le precludono di partecipare. È fatta: il mondo odia la Serbia. Questa constatazione assurgerà presto a verbo, verrà fatta propria dall’opinione pubblica e diverrà pilastro della politica estera serba nel decennio che si apre.

Frattanto, gli odi che frappongono le tifoserie del Partizan e della Stella Rossa non cessano di esistere. C’è però una novità, le due squadre, prima che avversarie, si riconoscono in quanto serbe, e questa valenza etnica assume un peso predominante e soprattutto prioritario: le due squadre non rappresentano più il calcio serbo, ma la Serbia stessa. Tifare Stella Rossa nelle competizioni internazionali diventa un’esigenza patriottica, un richiamo morale all’unità dei serbi a cui nessuno può sottrarsi: un gol della Stella Rossa è più di una vittoria calcistica, è una vittoria della serbitudine. Su Naše riječi (“Nostre parole”), giornale dei serbi in Croazia, si legge: “La Stella Rossa è più di un simbolo calcistico, è un simbolo dell’essere serbi.”

Sul finire del 1990, nella Rivista della Stella Rossa viene citato per la prima volta un uomo nuovo che pare essere riuscito a ricomporre lunghi attriti interni alle diverse fazioni delle Delije, i tifosi della Crvena Zvezda. Il suo nome è Zeljko Raznatovic – detto ‘Arkan. Mentre si spendono parole d’oro per Raznatovic, che ha saputo – a detta dei giornalisti della Stella Rossa – “civilizzare” le tifoserie, placare gli animi, sedare rigurgiti di stampo cetnico, sappiamo dalle stesse dichiarazioni di Raznatovic che già dall’estate del 1990 egli stava formando milizie paramilitari da impiegare nella guerra imminente: il 13 maggio c’era stata una partita incandescente tra Dinamo e Stella Rossa, “noi ci siamo organizzati immediatamente dopo… Io ho previsto la guerra grazie a quella partita a Zagabria, ho previsto tutto e sapevo che la lama ustascia avrebbe di nuovo sgozzato bambini e donne serbe”, ricorda Arkan in un’intervista di anni più tardi.

È la fondazione della Guardia volontaria serba (Srpska dobrovoljačka garda), che dal 1991 prenderà parte attiva nel conflitto in Slavonia e nell’assedio di Vukovar, occasione per le Tigri di Arkan di guadagnarsi la fama di soldati preparati e pericolosi. Gli stessi che fino a mesi prima, capelli più lunghi e mancanza di disciplina, saltavano per gli stadi incitando la Stella Rossa e inneggiando alla serbitudine: “Le delije hanno lasciato gli arnesi del mestiere da qualche parte sotto gli spalti del Maracanà e col fucile in mano sono partiti per la guerra. Indomiti guerrieri, un eroe dietro l’altro” (Rivista della Stella Rossa, marzo 1992).

Scrive Ivan Čolović, etnologo e antropologo politico: la partecipazione in guerra delle ‘Delije’ dimostra come in un paese in cui il tifo uligano, come in molti altri, era insistentemente presente, in tempi di guerra l’aggressività dei tifosi diventa per lo stato un prezioso “capitale d’odio”, ed i tifosi benvoluta “carne da cannone”. Lo stato ora non ha bisogno di contrastare l’atteggiamento violento dei tifosi, anche perché in tempo di guerra esso ha poche opportunità di manifestarsi nella maniera consueta. Al contrario, lo stato è interessato a preservare tale “capitale d’odio”, per utilizzarlo nel raggiungimento degli obiettivi di guerra.

Sebbene possa apparire inverosimile che bande di violenti, indisciplinati, provocatori di caos e disordine, ubriaconi e drogati possano venire in breve tempo tramutati in squadre di militari professionisti, ligi ai doveri, pronti ad ubbidire ai superiori e rispettare gli impegni presi, non bisogna dimenticare che in realtà le formazioni uligane, nel loro disordine, seguono gerarchie e codici di comportamento rigidi e stabiliti. Ma poi, quando si tratta di distruggere centri abitati, bombardare città, rapinare, uccidere e stuprare, qual è il livello di disciplina richiesto?

 

SERBIA: Tadic a Vukovar, quanto è difficile ammettere un genocidio

di Filip Stefanović

Gli imputati […] sono colpevoli di avere, tra le ore pomeridiane del 20 novembre e le prime ore mattutine del 21 novembre 1991, all’interno dell’azienda agricola ‘Ovčara’, a Vukovar, nell’allora Repubblica di Croazia, ucciso prigionieri di guerra, aggredendoli fisicamente e tenendo un comportamento tale da ledere la dignità umana: picchiati con pali di legno, spranghe, calci di fucile, mani e piedi, su varie parti del corpo, sparando loro in testa con pistole, tagliando gole con coltelli, fucilandoli, e seppellito infine i cadaveri in fosse comuni, rivoltando la terra coi bulldozer. Leggi tutto

SERBIA: Tadic a Vukovar ammette i crimini serbi contro i croati


Il presidente serbo Boris Tadic si è scusato per il massacro di Vukovar, in Croazia, sul sito di Ovcara dove ha reso omaggio ai duecento civili e prigionieri di guerra croati uccisi dalle forze serbe dopo la conquista della città nel 1991. “Sono qui per rendere omaggio alle vittime e per esprimere le mie scuse e il mio dispiacere,” ha detto Tadic alla stampa. Il presidente serbo è a Vukovar, città dell’est della Croazia teatro di alcune delle peggiori atrocità commesse nella guerra del 1991-1995, per un viaggio storico: è la prima volta che un presidente serbo onora le vittime di guerra croate, una visita che rappresenta un nuovo passo nel difficile cammino di riconciliazione tra Belgrado e Zagabria. Leggi tutto

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