Tag Archives: Sofia

LINGUAE: Il macedone è una lingua o un dialetto?

Il veto recentemente posto dal governo bulgaro di Boyko Borisov al Consiglio “Affari generali” ha bloccato l’avvio dei negoziati per l’adesione all’Unione europea della Macedonia del Nord. Tra le annose questioni storiche e identitarie alla base delle controversie mai sopite tra i due stati è prontamente riemersa la disputa sulla lingua macedone, non riconosciuta come idioma a sé stante in Bulgaria. L’opinione che il macedone sia una delle svariate forme dialettali del bulgaro non si limita al ceto intellettuale – Accademia bulgara delle scienze (Bălgarska akademija na naukite, BAN) inclusa -, ma è una teoria diffusa in maniera trasversale nel paese. Mutualmente intelligibili, entrambe appartenenti al ceppo delle lingue slave meridionali, bulgaro e macedone formano un continuum dialettale; la prima basata sui dialetti più orientali, la seconda su quelli più occidentali.

Quasi amici 

Storicamente, la regione della Macedonia si estende dall’estremo sud-occidentale della Bulgaria fino alla parte centrale e settentrionale della Grecia, toccando gli odierni Kosovo, Serbia e Albania. Da sempre teatro di ambizioni territoriali contese dai vari paesi limitrofi, smembrata in tre dopo la prima guerra balcanica nel 1913, l’attuale Macedonia del Nord viene ricostruita come stato federale negli anni Quaranta, quando Josip Broz Tito ne fa la sesta repubblica jugoslava. Il 1° agosto 1947 il maresciallo e il primo ministro bulgaro Georgi Dimitrov firmano l’accordo di Bled (Bledska spogodva), in cui è ufficialmente riconosciuta l’esistenza di una nazione, un’identità e una lingua macedone.

Con la rottura dei rapporti tra Tito e Stalin nel 1948 la Bulgaria inizia però a tornare sui suoi passi, finché nel 1966 il presidente dell’Unione degli scrittori bulgari (Săjuz na bălgarskite pisateli, SPB) Georgi Džagarov rifiuta di sottoscrivere un concordato di collaborazione e amicizia con gli scrittori macedoni. Nel 1993 il governo bulgaro post-comunista ricusa la firma di un accordo bilaterale con la Macedonia, poiché nell’ultima clausola è menzionata la lingua macedone. Nel 1999 i due paesi siglano congiuntamente una dichiarazione bilingue di buon vicinato, consolidata da un memorandum nel 2008. Nel 2017 Bulgaria e Macedonia firmano un trattato di amicizia, anch’esso steso in entrambi gli idiomi.

In cirillico, ma senza declinazioni

Rispetto alle altre lingue slave moderne, bulgaro e macedone hanno mantenuto il maggior numero di caratteristiche proprie dello slavo ecclesiastico antico, sviluppato nei secoli a partire dall’opera di Cirillo e Metodio, i padri dell’alfabeto glagolitico, precursore del cirillico. Prive del sistema flessivo dei casi, eccezion fatta per il vocativo e qualche rara forma cristallizzata, sono entrambe dotate di una grammatica analitica e di un ricco paradigma verbale.

Altra peculiarità fondamentale è la presenza di articoli determinativi posposti, concordati in genere e numero col sostantivo o aggettivo che accompagnano. Il bulgaro ne ha un solo tipo, il macedone tre; due di questi, poco frequenti, fungono anche da pronome dimostrativo, indicando prossimità o distanza dal parlante, e sono comuni anche nella parlata del distretto bulgaro di Blagoevgrad, noto come Pirinska Makedonija (“Macedonia Pirin”). In bulgaro l’articolo maschile singolare ha due forme differenti, una per il soggetto e una per i complementi; in macedone è invece invariabile.

Ufficialmente codificato il 5 maggio del 1945, l’alfabeto cirillico utilizzato in macedone è in parte diverso da quello bulgaro, poiché segue il principio di corrispondenza tra grafema e fonema. Mancano infatti le lettere Щ (št), il cui fono è espresso dalla combinazione ШТ, la semivocale Й (i kràtko, “i breve”), e le due er, il segno palatalizzante ь (er màlăk) e la vocale ridotta Ъ (er goljàm). Quest’ultima è sostituita dalle vocali А, О, У (u) oppure dalla Р (r) sillabica, preceduta da un apostrofo, a seconda dei casi; la prima persona del verbo essere bulgaro съм (săm) diventa quindi сум (sum). Il ‘cirillico macedone’ comprende inoltre i grafemi propri del serbo Љ (lj), Њ (nj), Ј (j, che sostituisce la i breve), Џ (), e tre caratteri peculiari: Ѓ (gj), Ќ (kj) e Ѕ (dz).

Una versione ‘semplice’ del bulgaro?

Sul piano lessicale, il macedone è particolarmente ricco di prestiti, soprattutto anglicismi e serbismi, assenti in bulgaro. Le differenze di vocabolario tra i due idiomi si limitano però a un centinaio di termini del tutto difformi e all’uso di geosinonimi adattati ortograficamente. Ad esempio, il pronome interrogativo “cosa”, in bulgaro standard какво (kakvò), in substandard що (što), esiste in macedone solo nella seconda variante, trascritta come што. Ciò è dovuto al recupero di arcaismi e dialettalismi durante il processo di codificazione e purificazione del linguaggio standardizzato.

Anche a livello grammaticale le differenze sono minime. Il perfetto, un tipo di passato composto, a seguito di una recente ridefinizione in macedone viene espresso dall’unione di verbo avere e participio passivo, diversamente da quelle altre lingue slave che possiedono e formano questo tempo verbale unendo all’ausiliare essere il participio attivo. Questo modello, detto ‘vecchio perfetto’, è tuttavia ancora in uso nella parte orientale del paese. Per quanto riguarda l’indicativo presente, in bulgaro la prima persona singolare può avere tre terminazioni, -я (ja), -а oppure -ам. Nei primi due casi, la prima persona plurale termina in -м, mentre nel terzo in -ме. Il macedone invece ha sempre la desinenza -м nel primo caso, e -ме nel secondo.

È sulla base di tutti questi attributi che studiosi bulgari, ma anche internazionali, negano l’indipendenza della lingua macedone. Lo scrittore, partigiano e politico macedone Venko Markovski, autore del primo libro in macedone standard, nel dopoguerra prende parte alla codificazione battendosi contro la completa ‘serbizzazione’ della lingua. Negli anni Sessanta viene espulso dalla Jugoslavia e si rifugia a Sofia. Pochi giorni prima della sua morte, nel 1988, dichiara alla Televisione nazionale bulgara (Bălgarska narodna televizija, BNT) che non esiste un’identità nazionale né linguistica macedone, in realtà frutto dell’influenza del Comintern e della volontà del maresciallo Tito di allontanare la Macedonia jugoslava dalla Bulgaria, per meglio incorporarla nella federazione.

Un (ennesimo) trauma balcanico

La scrittrice Kapka Kassabova ha origini macedoni per via materna. In una recente intervista in occasione della pubblicazione in Bulgaria del suo ultimo libro To the Lake, incentrato sui laghi di Ocrida e Prespa, si esprime sull’annosa diatriba tra i due paesi:

Se si dovesse definire con una sola parola il trauma bulgaro-macedone, sarebbe probabilmente “confine”. In effetti, “confine” è sinonimo di ogni singolo trauma balcanico. Il “confine” nella nostra storia balcanica è un film dell’orrore fatto di una sola parola. E i confini più pericolosi e difficili da attraversare sono nella testa delle persone. Vengono piantati lì da determinate forze politiche che utilizzano la lingua come arma. Una volta eretti, i confini fisici con il tempo cadono e la natura li decompone, ma questo diventa molto più difficile nelle menti e cuori offesi della gente. (…) E forse un altro termine che spiega il trauma bulgaro-macedone è “schizofrenia” – la scomposizione di un’unità in frammenti separati, i quali litigano tra loro. Il più folle insiste maggiormente nell’avere ragione ad ogni costo. La posta in gioco in questo caso è troppo alta: il futuro della Macedonia e i rapporti tra i due paesi e i loro popoli.

foto: btvnovinite.bg

STORIA: Quando Ljudmila Živkova “invitò” Gianni Rodari a Sofia

Il primo libro di Gianni Rodari, Le avventure di Cipollino, appare in Italia nel 1951. Appena due anni dopo viene pubblicato in Bulgaria e Unione Sovietica, grazie anche all’affiliazione di Rodari al PCI, a cui è iscritto dal 1944. Le edizioni in lingua bulgara e russa del 1953 sono le primissime versioni tradotte del romanzo. I due paesi socialisti fungono infatti da vera e propria rampa di lancio per la consacrazione nazionale e internazionale dell’autore italiano, il quale assiste amareggiato all’iniziale pubblicazione in tiratura limitata delle sue opere in patria, mentre nuove traduzioni cominciano a diffondersi anche in altri paesi oltrecortina. In Bulgaria il successo dei libri di Rodari è immediato, l’accoglienza calorosa, le ristampe e riedizioni si susseguono senza sosta.

La prima visita

Gianni Rodari approda a Sofia per la prima volta nel 1978, in occasione dell’Incontro internazionale degli scrittori (Meždunarodna pisatelska srešta). In una delle mattinate libere dalle conferenze si reca insieme ai suoi colleghi bulgari Leda Mileva – figlia del celebre poeta Geo Milev – e Georgi Strumski alla messa in scena di una sua pièce in un teatro del centro città.

La platea e le balconate sono piene zeppe, l’interpretazione molto sentita. Rodari chiede di andare a conoscere gli attori e complimentarsi con loro. Dopodiché entra in scena con le braccia sollevate per salutare il pubblico entusiasta, lo invita a fare silenzio e chiama una decina di bimbi sul palcoscenico. Chiede loro di gonfiare più che possono un palloncino a testa, per poi lanciarli in platea uno a uno. I bambini iniziano a giocare, gli attori intonano una canzone, ben presto assecondati da tutti i presenti in sala.

L’Assemblea internazionale dell’infanzia “Bandiera della pace”

Ljudmila Živkova, prima figlia di Todor Živkov, dirige dal 1975 il Comitato per l’arte e la cultura (Komitet za izkustvo i kultura). E proprio della controversa “principessa rossa” è l’idea di organizzare un evento di portata mondiale per celebrare il 1979, proclamato Anno internazionale del bambino dall’Onu. Il 16 agosto 1979 nella capitale bulgara giungono bambini da 77 paesi diversi per partecipare all’Assemblea “Bandiera della pace” (Zname na mira), il cui motto è “Unità, creatività, bellezza”. Sofia diventa per dieci giorni la capitale dell’infanzia, ospitando personalità di spicco da ogni dove, incluso l’allora direttore generale dell’Unesco Amadou-Mahtar M’Bow. Nel suo volume Confine, Kapka Kassabova ricorda la manifestazione così:

Tra questi [progetti, NdA] c’era l’Assemblea della pace dei figli del mondo, che portò migliaia di bambini a Sofia, la mia città d’origine. Una volta lì dovevamo riunirci in un enorme complesso di cemento fuori città, in cui ciascun paese era rappresentato dalla sua campana nazionale. Il raduno si chiamava “Campane di pace” e, durante la visita che facemmo con la scuola per conoscere i figli del mondo, cantammo le canzoni composte per l’occasione. Tuttavia non scambiai neppure una parola con gli altri bambini, ci limitammo a far rintoccare educatamente le loro campane nazionali, in fila, perché era chiaro persino a un ragazzino di otto anni che l’evento non era stato organizzato per noi ma per Živkova e il suo seguito, i quali ci salutarono dal palco delle autorità con dei cenni che ricordavano quelli degli imperatori romani per autorizzare un’esecuzione, e poi scomparvero all’interno di berline oscurate.

Galleria d’immagini dell’Assemblea

Gianni Rodari prende parte all’Assemblea sin dal primo giorno; durante la sua visita nel 1978 è lui stesso a proporre agli altri scrittori di contribuire attivamente al progetto. I piccoli partecipanti lo riconoscono subito quando lo incontrano, e gli corrono incontro chiamandolo per nome. Il palco del teatro nazionale “Ivan Vazov” è allestito in suo onore, trasformato in un candido frutteto in fiore. Vengono lette sue poesie, racconti e fiabe, e opere di autori emergenti. Quando Rodari sale sul palcoscenico, i piccoli spettatori si zittiscono all’istante per ascoltarlo.

Voi, giovani amici, oggi avete creato una favola al contrario. Lo dico e lo ripeto, è nata una favola al contrario. Sapete, una volta le persone vollero costruire una torre che andava dalla Terra fino al Cielo, detta torre di Babele. Arrivò però una forza oscura che mescolò tutte le loro lingue. La gente non riusciva più a capirsi. Ognuno parlava con parole incomprensibili per l’altro. E così la costruzione della torre non è più stata portata a termine. Ma la vostra favola, giovani amici, è la Favola al contrario di quella babelica confusione. Voi venite da paesi e continenti differenti. I vostri vestiti sono tutti diversi.

In un’intervista rilasciata per l’occasione alla televisione nazionale bulgara (BNT), a Rodari viene chiesto qual è il significato della sua visita a Sofia, cosa si aspetta e cosa ricorderà della capitale bulgara.

Io sono uno scrittore di favole per bambini, però mi sentirei solo un comune venditore di parole se non facessi anche qualcosa di più concreto per il mio lettore, il bambino. E allora, ecco, venendo a Sofia a questo incontro mondiale di costruttori di pace, sento di poter lavorare per i bambini in un altro modo, non soltanto con le parole. Da Sofia spero di portare un messaggio agli uomini del mio paese, non solo agli scrittori, perché facciano qualche cosa per la pace. La gente non si rende conto dei pericoli reali che incombono, bisogna che si svegli, com’è già stato detto altre volte in queste giornate.

L’eredità bulgara del “venditore di speranza”

L’Assemblea “Bandiera della pace” conquista una popolarità tale da portare il Comitato a progettarne ulteriori edizioni; si attende già il ritorno di Gianni Rodari in Bulgaria. Purtroppo, però, il “mago di Milano” muore improvvisamente nell’aprile del 1980. Lascia nel paese balcanico il ricordo di un artista “forte e sorridente, lo sguardo negli occhi dei bambini, pronto a dispensare tutta la sua speranza”. La sua carismatica figura rimane tuttora più viva e attuale che mai nella cultura e letteratura bulgara, innumerevoli sono le generazioni di bulgari cresciute in compagnia dei suoi personaggi.

foto: dnes.dir.bg

STORIA: L’omicidio di Georgi Markov e il famoso caso dell’ombrello bulgaro

Il 7 settembre 1978 – giorno del 67esimo compleanno di Todor Živkov – il noto scrittore e giornalista bulgaro Georgi Markov sta aspettando l’autobus sul ponte di Waterloo, a Londra. Un passante lo urta col proprio ombrello, mugugna una scusa e si allontana in taxi. Markov avverte un dolore acuto alla coscia destra, simile a una puntura, ma non ci fa troppo caso e si reca a lavoro, alla sede dei servizi esteri della BBC. La sera stessa accusa febbre alta e dolore alla gamba colpita; la moglie Annabel Dilke decide di portarlo in ospedale.

L’11 settembre Georgi Markov muore per arresto cardiaco. L’autopsia rivela una microcapsula di platino e iridio nella sua coscia destra, contenente tracce di ricina, una potente citotossina di origine vegetale per la quale all’epoca non si conosce antidoto. Presumibilmente iniettata nell’urto con l’ombrello dello sconosciuto, il diametro della capsula è inferiore ai due millimetri. È il celeberrimo “caso dell’ombrello bulgaro”.

Perché Georgi Markov?

Nato a Sofia nel 1929, prima di diventare la voce dissidente di Radio Free Europe (RFE) Georgi Markov è il prosatore e soprattutto drammaturgo tra i più celebri della Bulgaria degli anni Sessanta. Carismatico e talentuoso, osannato dal regime, nel 1962 entra nell’Unione degli scrittori bulgari (Săjuz na bălgarskite pisateli, SBP) arrivando a frequentare le più strette cerchie del potere, incluso lo stesso Živkov, che incontrerà personalmente sei volte. Proprio in quegli anni il governo bulgaro sembra promuovere una certa libertà di parola, addirittura incoraggiando critiche alle figure pubbliche; in realtà è una trappola volta a smascherare le vere intenzioni dei cittadini.

Nel 1967 viene inoltre istituito un dipartimento interno alla Dăržavna Sigurnost (“Sicurezza Nazionale”, DS), i servizi segreti statali, volto al controllo delle figure potenzialmente più influenti per l’opinione pubblica. A fine decade cresce in Markov, forte della sua indiscussa popolarità e dei suoi contatti con i vertici dello stato, l’illusione di poter risvegliare e influenzare la coscienza pubblica con la sua penna. Le sue opere si fanno sempre più apertamente contestatrici, abbracciando il tema dell’insoddisfazione individuale generata dallo stesso sistema statale sovietico.

“Il lungo braccio della DS può raggiungere qualunque nemico oltrefrontiera”

La violenta stroncatura della Primavera di Praga nell’agosto del 1968 – tra i cui carri armati non mancano quelli bulgari – mette fine ad ogni tolleranza. Le pièce di Markov vengono censurate e rimosse dai cartelloni dei teatri di Sofia. Su consiglio di un conoscente, nel 1969 il drammaturgo lascia il paese e raggiunge suo fratello Nikola a Bologna. Markov spera di poter portare avanti i suoi progetti artistici in Italia, riuscendo perfino a incontrare Federico Fellini; purtroppo però la barriera linguistica lo isola, impedendogli di perseguire i suoi obiettivi.

Nel 1970 si trasferisce a Londra, dove nel 1972 inizia il suo lavoro di giornalista nella sezione bulgara della BBC. Nello stesso anno, in patria è condannato in contumacia a sei anni e sei mesi di carcere. Qualche tempo dopo diventa collaboratore delle stazioni radio di Deutsche Welle e RFE. Dal 1975 redige aspre analisi in cui denuncia le criticità della Bulgaria socialista, dal titolo “Reportage sulla Bulgaria in contumacia” (Zadočni reportaži za Bălgarija), trasmesse settimanalmente da RFE. Nell’autunno 1977 a questi ultimi si aggiungono 11 episodi dal titolo “Incontri con Živkov” (Srešti s Živkov), sempre firmati da Markov; il segretario generale del Partito comunista bulgaro viene contestato per la sua rozza interferenza nei circoli culturali e il devoto servilismo a Mosca. Per Živkov, impegnato nel culto della propria personalità, è la goccia che fa traboccare il vaso; Georgi Markov deve essere “liquidato”.

Tra gennaio e aprile 1978 il ministero degli affari esteri bulgaro chiede per due volte all’ambasciatore inglese di dare a Markov l’ultimatum: smettere di attaccare Živkov o il governo avrebbe preso provvedimenti. Il giornalista riceve svariate minacce di morte. Nel frattempo, il dittatore bulgaro presenta al KGB la richiesta di “neutralizzare” lo scrittore dissidente. Markov è ancora cittadino bulgaro, e la magistratura avrebbe dovuto innanzitutto avviare un’indagine per accertare i motivi di tale richiesta, ma ciò non accade. La notizia della morte di Georgi Markov non viene diffusa in Bulgaria; sulla vicenda regnerà il silenzio più totale fino agli anni Novanta.

Un’arma mai trovata e un assassino ‘italiano’

Nel 1990 il dirigente del Primo direttorato centrale (Părvo glavno upravlenie, PGU) della DS, il generale Vladimir Todorov, distrugge parte dei fascicoli riguardanti la vicenda Markov. Nel 1992 Todorov è condannato a 14 mesi di reclusione, e nel 1993 un’inchiesta bulgara stabilisce il coinvolgimento del membro del PGU Francesco Gullino, un cittadino danese nato in Piemonte nel 1945. Noto come “Piccadilly”, Gullino è l’unico agente della DS presente a Londra all’epoca dell’omicidio Markov; interrogato per sei ore nel febbraio 1993 da detective danesi e inglesi, Gullino ammette l’attività di spionaggio ma nega ogni coinvolgimento con l’assassinio.

Le ricerche del giornalista bulgaro Christo Christov, pubblicate nel 2008, consentono di estendere le investigazioni sul “caso dell’ombrello bulgaro” per altri cinque anni, superando così il massimo consentito di trenta. I documenti segreti della polizia non forniscono però ulteriori piste per la soluzione del caso, e l’11 settembre 2013 le indagini vengono chiuse.

L’ombrello bulgaro, l’arma sospettata di aver avvelenato Markov attraverso un meccanismo pneumatico nella punta azionabile del manico, non è mai stato rinvenuto e rimane un congegno ipotetico. Dieci giorni prima dell’attentato al ponte di Waterloo, nella metropolitana di Parigi viene iniettata una microcapsula identica a quella che riceverà Markov al dissidente e giornalista bulgaro Vladimir Kostov, anch’egli collaboratore di RFE. Gli abiti pesanti impediscono alla capsula di penetrare in profondità, permettendo a Kostov di salvarsi. L’11 novembre 2014 nel centro di Sofia è stata inaugurata una statua in memoria di Georgi Markov.

foto: RFE/RL

STORIA: Perché a Sofia c’è una statua di Garibaldi?

Il 13 giugno 2010 Silvio Berlusconi – nostro primo ministro al tempo – atterra nella capitale bulgara per inaugurare insieme a Boyko Borisov – allora al suo primo mandato da premier – una statua equestre di Giuseppe Garibaldi. Collocata nell’omonima piazza (ploštad Džuzepe Garibaldi) in pieno centro città, l’opera porta la firma dell’artista e scultore bulgaro Georgi Čapkănov, autore anche del controverso monumento a santa Sofia, non lontano dalla cattedrale ortodossa Sveta Nedelja. L’eroe dei due mondi è rappresentato a cavallo, con la spada sguainata verso il cielo: ma qual è il suo legame con la Bulgaria?

L’esportazione della narrativa garibaldina

Le vicende del Risorgimento italiano hanno avuto particolare risonanza nell’est Europa, specie fra le popolazioni balcaniche, piegate tra il giogo austro-ungarico e quello ottomano all’epoca dell’unificazione dello stivale. Emblema degli ideali di libertà e patriottismo a cui aspirare, Garibaldi incarna il modello da seguire per il risveglio delle coscienze nazionali, alla conquista dell’agognata indipendenza.

I moti rivoluzionari europei del 1848 inducono l’impero ottomano a un certo allentamento del proprio giogo. La stampa è ancora sotto il controllo imperiale, il quale però acconsente alla fondazione di svariati periodici in lingua bulgara alla folta minoranza che popola Costantinopoli (Tsarigrad in bulgaro). Una di queste pubblicazioni, lo Tsarigradski vestnik (“Il giornale di Costantinopoli”) nel 1849 comincia a narrare le gesta di liberazione italiane, in particolare quelle garibaldine. È l’inizio di una continua e dettagliata cronaca a cui si appassionano all’istante cerchie sempre più ampie di bulgari, immedesimandosi nel nostro popolo. Nel 1860 la rivista Bălgarski knižnitsi (“Lettere bulgare”), anch’essa stampata a Costantinopoli, pubblica in due fascicoli consecutivi la biografia di Garibaldi, affermando come il suo nome fosse già “noto persino ai più piccoli fanciulli in Bulgaria”.

Un contingente bulgaro per l’indipendenza italiana

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta una folta rappresentanza di “bulgari garibaldini” (bălgari garibaldijtsi) prende parte ad almeno una delle imprese militari guidate da Garibaldi, compresa la spedizione dei Mille. I casi documentati sono più di venti, ma il numero effettivo è senza dubbio maggiore. Tra questi ci sono membri di movimenti indipendentisti, partigiani, ma anche semplici operai che in quegli anni si trovano in Italia. Non mancano episodi di lavoratori bulgari trascinati nelle schiere garibaldine dall’entusiasmo dei colleghi italiani, al tempo impiegati nella costruzione di nuovi impianti ferroviari nell’area dell’attuale Bulgaria.

Il garibaldino bulgaro più celebre è Petko Kirjakov Vojvoda. Nato nel 1844, frequentando la Scuola militare di Atene entra in contatto con i rivoluzionari italiani; affascinato dalla fama del condottiero nizzardo, decide fargli visita in Italia nel 1866. Diventati amici, insieme organizzano il “battaglione Garibaldi”, formato da 220 italiani e 67 bulgari, a sostegno dei cretesi nella loro rivolta contro gli ottomani tra il 1866 e il 1869. L’impresa gli vale preziosi insegnamenti sull’arte militare, nonché il titolo di capitano. Al rientro in patria inizia la sua attività di rivoluzionario e patriota, e nel 1877 partecipa alla guerra russo-ottomana, decisiva per l’indipendenza bulgara. Il busto marmoreo del capitano Petko Vojvoda figura tra quelli esposti al Gianicolo, a Roma.

L’influenza garibaldina nei rivoluzionari bulgari

Il primo organizzatore e ideologo del movimento rivoluzionario bulgaro, Georgi Rakovski, prepara nel 1861 un “Piano per la liberazione della Bulgaria” (Plan za osvoboždenieto na Bălgarija) ispirato alla formazione garibaldina dei Mille; oltre alle similitudini sul piano tattico, l’azione prevede infatti il reclutamento di mille volontari. Rakovski è inoltre il primo a impiegare un tricolore d’ispirazione italiana come emblema della nascente Bulgaria, tra il 1861 e 1862. Simbolo della legione di volontari bulgari a Belgrado, in questa primissima versione le bande orizzontali seguono l’ordine verde, bianco e rosso.

Nel 1869, un gruppo di emigrati bulgari fonda a Bucarest “La Giovine Bulgaria” (Mlada Bălgarija), un’organizzazione politica di stampo massonico che gode del supporto di Giuseppe Mazzini e Michajl Bakunin. Nel 1876 i rivoluzionari bulgari organizzano l’insurrezione di aprile (Aprilsko văstanie), soffocata nel sangue dalle forze ottomane. Nonostante il fallimento, la rivolta si rivela determinante per l’avvento dello stato balcanico; le brutalità perpetrate contro i bulgari suscitano scandalo tra le potenze europee e negli Stati uniti, facendo perdere l’appoggio dell’occidente all’impero ottomano. Nell’ottobre dello stesso anno, Garibaldi scrive da Caprera “agli amici bulgari di Bucarest”:

Miei cari Amici,
Il popolo italiano ha le simpatie pel vostro popolo che meritano le sue sventure ed il suo eroismo.
Io sono dolente di non poter personalmente dividere le vostre battaglie.
Vi auguro costanza nella santa vostra missione e sono
Vostro
G. Garibaldi

Oltre l’ascendente militare

Il carisma di Garibaldi ha lasciato tracce anche nell’onomastica e nella lingua bulgara. Oltre alla serie di appellativi e soprannomi, talvolta anche ironici, in Bulgaria ci si può imbattere in cognomi d’ispirazione garibaldina, come Garibaldov o Garibaldiev. Tra le parole di uso comune ma ormai desuete nel bulgaro moderno ci sono garibaldija o galibardejka, a indicare un berretto simile a quello delle giubbe rosse, garibaldi, un tipo di blusa da donna, garibalda, una casacca da uomo; due accezioni d’uso dialettale sono galibardka, che designa un tipo di fucile, e galibardo, “tintura rossa da filati”.

foto: Opoznai.bg

BULGARIA: La mostra russa su Cirillo e Metodio è volutamente provocatoria

In molte comunità slavo-ortodosse il 24 maggio, giorno dedicato ai santi Cirillo e Metodio si celebra la festa della Cultura e della Scrittura slava. In Bulgaria nello stesso giorno ricorre la giornata nazionale dell’Educazione e della Cultura bulgara e della creazione dell’alfabeto slavo; una celebrazione molto sentita, tanto da avere un suo inno.

Il 21 maggio scorso, l’Istituto di cultura e informazione russa di Sofia ha inaugurato per l’occasione una mostra all’aperto davanti alla sua sede, intitolata “Le radici della scrittura slava” (Istoki slavjanskoj pis’mennosti). In nessuno dei documenti, didascalie e immagini che compongono l’esposizione appare però il benché minimo riferimento alla Bulgaria. I due santi fratelli vengono descritti in qualità di “riformatori dell’alfabeto slavo, creatori dello slavo ecclesiastico, primi promotori della scrittura e della cultura in Russia”. L’indignazione dei cittadini e delle autorità bulgare non si è fatta quindi attendere.

“Una distorsione inammissibile della verità storica e scientifica”

Uno dei primi a reagire è il presidente bulgaro Rumen Radev, dopo il consueto omaggio al monumento di Cirillo e Metodio situato di fronte alla Biblioteca nazionale. Il presidente ha citato l’illustre slavista e accademico russo Dimitrij Lichačëv, il quale dimostrò nei suoi studi come “la Russia debba alla Bulgaria la propria nascita spirituale e l’inizio della letteratura russa”. Radev ha riportato concetti che aveva ribadito anche lo scorso anno davanti al presidente Vladimir Putin, in occasione del Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

Il giorno prima, lo storico e vicerettore dell’Università di Veliko Tărnovo Milko Palangurski ha dichiarato al quotidiano Dnevnik che la vicenda “è parte integrante della politica russa nei confronti della Bulgaria e delle ex-repubbliche sovietiche” allo scopo di “erodere quei tratti nazionali esistenti in ciascuno di questi paesi”. Il professore ha affermato più volte l’assoluta assenza di casualità nelle mosse della diplomazia russa, che avvengono perseguendo un preciso obiettivo; “così si è iniziato con l’Ucraina, l’Ossezia e la Georgia”.

La mattina del 27 maggio, la sezione bulgara del PEN international – l’organizzazione internazionale non governativa degli scrittori – ha redatto una nota di protesta indirizzata al primo ministro Boyko Borisov, al ministro degli affari esteri Ekaterina Zacharieva e al ministro della cultura Boil Banov. Esprimendo “indignazione per la falsificazione di fatti storico-culturali”, gli scrittori firmatari hanno riconosciuto lo scopo volutamente provocatorio nella stessa, volta a minare l’importanza del contributo bulgaro alla cultura mondiale:

È inammissibile che nel pieno centro di Sofia, in occasione della più importante ricorrenza bulgara, si possa insinuare che la Bulgaria non abbia contribuito alla creazione dell’alfabeto glagolitico e cirillico, né alla traduzione della letteratura liturgica dal greco all’antico bulgaro [lo slavo ecclesiastico antico, nda] e alla sua diffusione in Europa orientale e occidentale.”

Nello stesso giorno, una comunicazione dall’Accademia bulgara delle scienze (Bălgarska akademija na naukite, BAN) ha accusato l’esposizione di voler “soppiantare fatti palesemente noti a tutta la slavistica oggettiva mondiale, quella russa compresa”. La BAN ha puntualizzato la differenza tra lo slavo ecclesiastico antico, o paleoslavo, e lo slavo ecclesiastico citato nei pannelli della mostra; il secondo è “l’elaborazione russa della lingua bulgara del XVII secolo”, di certo non operata da Cirillo e Metodio, i quali oltretutto “non hanno mai messo piede in terra russa”. Viene infine precisato che i due fratelli santi non sono i creatori dell’alfabeto cirillico, ma di quello glagolitico, “salvato dai re bulgari Boris I e Simeone I”.

Il ministro degli esteri Zacharieva ha manifestato subito il suo pieno sostegno alla BAN e a tutti gli studiosi intervenuti sull’argomento in difesa della Bulgaria.

“La Bulgaria vuole privatizzare il cirillico”

La controffensiva russa è stata immediata. L’agenzia RIA Novosti ha pubblicato la mattina stessa del 27 maggio un articolo, firmato da Irina Alksnis, dal titolo “La Bulgaria non può perdonare alla Russia i suoi stessi errori”. Il paese balcanico sarebbe diventato “uno degli esempi più eclatanti di autodistruzione e smantellamento della propria economia a favore di Bruxelles”, logorato dal senso di colpa per aver voltato le spalle alla Russia. La Bulgaria preferirebbe quindi attaccare quest’ultima, tentando di “privatizzare l’alfabeto cirillico“, piuttosto che “accettare le responsabilità delle proprie azioni”, conclude Alksnis.

Il senatore e membro del Consiglio federale russo Andrej Klimov è intervenuto sulla questione asserendo che, per quanto sostenere “la negazione dell’importanza della Bulgaria nella divulgazione della scrittura” sia “una totale assurdità”, “svegliarsi alle sei del mattino e dire ‘gloria al popolo bulgaro per averci aiutato mille anni fa’ sarebbe forse davvero troppo”.

Altri commenti non sono mancati. Aleksandr Makušin, appartenente alla Società storico-militare russa (Rossijskoe voenno-istoričeskoe obščestvo), ha definito l’accaduto come l’ennesimo caso della “ormai abituale retorica anti-russa” del paese. Sul portale Polit Rossija la faccenda viene liquidata come il tentativo della Bulgaria “di prendersi il merito della creazione dell’alfabeto cirillico e del battesimo della Rus’”, mentre la politologa Natalija Eliseeva ha sentenziato che l’unico scopo delle accuse bulgare è quello di “sollevare uno scandalo”.

Provocazioni recidive

Non è la prima volta che la Russia lancia provocazioni alla Bulgaria proprio nella giornata dedicata a Cirillo e Metodio. Il 24 maggio del 2017, durante una visita a Skopje lo stesso Putin aveva affermato che l’alfabeto cirillico proveniva dalle “terre macedoni”. In quell’occasione il premier Borisov era prontamente intervenuto, esponendo il fatto al console russo in Bulgaria; la portavoce del presidente russo aveva poi spiegato che l’espressione usata era da intendersi come una più ampia “concezione geografica”.

Al momento attuale, invece, nessuno dei due leader si è pronunciato sull’accaduto. Il patriarca russo Kiril ha condotto le celebrazioni del 24 maggio non lontano da Mosca, senza alcun riferimento alla Bulgaria.

foto: ploshtadslaveikov.com

STORIA: Quella volta che i comunisti fecero esplodere una cattedrale a Sofia

La cattedrale ortodossa Sveta Nedelja (‘Santa Domenica’) si staglia nel cuore di Sofia. È uno degli estremi del cosiddetto “quadrato della tolleranza”, l’immaginario poligono simbolo del pluralismo religioso proprio della capitale bulgara, che ha per altri angoli la moschea Banja Baši, la sinagoga monumentale e la concattedrale cattolica di san Giuseppe.

Quando il 16 aprile 1925 una cellula del Partito comunista bulgaro (Bălgarska komunističeska partija, BKP) fa saltare in aria la cupola maggiore di Sveta Nedelja, la cattedrale ortodossa diventa emblema della follia estremista.

Comunisti contro agrari

Il 9 giugno 1923, un colpo di stato militare legittimato da un esitante Boris III destituisce Aleksandăr Stambolijski, capo dell’Unione agraria popolare bulgara (Bălgarski zemedelski naroden săjuz, BZNS). Il nuovo primo ministro è Aleksandăr Tsankov, guida dell’Alleanza democratica (Demokratičeski sgovor, DS). Ne consegue una fallimentare e disorganizzata rivolta contadina, che termina il 14 giugno col brutale assassinio di Stambolijski per mano della VMRO, l’Organizzazione rivoluzionaria interna macedone. Irremovibile è la posizione neutrale del BKP per tutta la durata della vicenda, nonostante le esortazioni del Comintern a collaborare con il BZNS.

Un partito illegale

Nell’agosto dello stesso anno, i leader del BKP Vasil KolarovGeorgi Dimitrov convincono il partito a organizzare una sommossa in settembre, ben presto soffocata nel sangue da Tsankov. Kolarov e Dimitrov fuggono dal Paese, e quest’ultimo fonda a Vienna il Comitato oltrefrontiera del partito, di matrice estremista.

La legge per la protezione dello Stato (Zakon za zaštita na dăržavata) varata nel gennaio 1924 interrompe le attività del BKP, messo definitivamente al bando in aprile dalla Corte suprema di cassazione. Il Comitato oltrefrontiera diventa quindi il punto di riferimento dei militanti rimanenti; nasce l’organizzazione militare del BKP (Voenna Organizatsija, VO). Divisa in piccoli gruppi terroristici detti šestorki, è guidata dall’ufficiale Kosta Jankov e dal maggiore Ivan Minkov, future menti dell’attentato a Sveta Nedelja.

Con il sostegno di Dimitrov, Kolarov e del Comintern, da Vienna ci si adopera per fornire ai compagni in patria fucili, mitragliatrici e munizioni; un carico di armi provenienti da Sebastopoli viene bloccato dalla guardia costiera bulgara in agosto, e le azioni previste per l’autunno slittano alla primavera successiva. Nel frattempo Petăr Abadžiev, capo della šestorka incaricata dell’operazione, recluta Petăr Zadgorski, il sagrestano della cattedrale ortodossa.

Convergenze

Il piano prevede l’uccisione di una figura di spicco, il cui funerale riunisca il maggior numero possibile di personaggi del ceto dirigente bulgaro, per poi eliminarli, permettendo ai comunisti l’ascesa al potere. La vittima inizialmente designata è Vladimir Načev, direttore del corpo di polizia, ma la stretta sorveglianza che lo circonda costringe la VO a cambiare bersaglio.

La sera del 14 aprile 1925, il generale e deputato della DS Konstantin Georgiev viene assassinato davanti alla chiesa Sveti Sedmočislenitsi (‘Sette Santi’).
La mattina dello stesso giorno, un gruppo di anarchici assalta il corteo reale ad Arabakonak, il passo montano che collega Sofia a Botevgrad. Boris III rimane illeso, ma due dei suoi accompagnatori vengono uccisi.
Sempre il 14 aprile, Georgi Dimitrov e Vasil Kolarov, su pressione del Comintern, inviano da Mosca esplicite istruzioni volte a sospendere tutte le operazioni armate.

16 aprile 1925, ore 15:20

Nelle settimane che precedono il 16 aprile, 25 chili di esplosivo vengono collocati sopra una delle colonne che sostiene la cupola principale della cattedrale. L’acido solforico posizionato vicino all’ordigno rilascerà gas tossici dopo l’esplosione; una miccia di 15 metri permetterà agli attentatori di fuggire indisturbati. Il funerale del generale Georgiev è fissato per le ore 15. La bara, e con essa i più alti funzionari statali, è collocata vicino alla colonna dov’è posizionato l’esplosivo. La folla accorsa è però tale da obbligare il metropolita Stefan a spostare il feretro più in avanti; una casualità imprevista che salverà dall’attentato i principali obiettivi.

L’esplosione avviene alle 15:20. La cupola crolla, intrappolando all’interno della chiesa la maggior parte dei presenti; “un cimitero vivente”, affermerà il comandante dei pompieri. Le vittime sono 213, i feriti circa 500. Muoiono una trentina tra colonnelli, tenenti e generali, tre deputati, ma soprattutto civili, donne e bambini. Muore anche il sindaco di Sofia, Paskal Paskalev. Tutti i membri del governo se la cavano con ferite lievi; Boris III, impegnato al funerale delle vittime dell’assalto di Arabakonak, arriva a Sveta Nedelja in ritardo, a fatto ormai compiuto.

Filmato d’archivio dell’attentato

Le conseguenze

Petăr Abadžiev e pochi altri riescono a fuggire in Unione sovietica. Il sagrestano Petăr Zadgorski si consegna alla polizia il giorno dopo l’attentato; fornisce una confessione completa, rivelando la posizione dei leader della VO. Kosta Jankov viene ucciso mentre cerca di nascondersi da un complice, mentre Ivan Minkov si suicida per sfuggire alla cattura. I militanti restanti vengono arrestati, processati e condannati a morte.
Marko Fridman, l’imputato di grado più alto, confessa che la VO ha ricevuto il sostegno dall’Urss via Vienna. Scarica però l’intera responsabilità del crimine a Jankov e Minkov, i quali passarono all’azione senza attendere l’avallo del Comintern. Le istruzioni di Dimitrov e Kolarov raggiunsero infatti Sofia solo dopo l’attentato.

La stessa sera del 16 aprile Aleksandăr Tsankov instaura la legge marziale; durerà fino ad ottobre inoltrato. La stroncatura delle attività politiche di sinistra sarà totale.

foto: stara-sofia.com

BULGARIA: A Sofia non ci sono ambulanze

Tra il 2010 e il 2012 a Sofia si registra un’impennata di chiamate al 112, il numero unico per le emergenze in Bulgaria, che passano da 11.016 a 12.930 nel solo mese di gennaio. Una media di 431 al giorno.
Nel 2012 la città conta oltre 1,2 milioni di abitanti, ma le ambulanze a disposizione dell’intera capitale sono solo 13. Il numero medio di équipe mediche d’urgenza attive è 20, il che significa circa 22 casi al giorno per ogni squadra.
Il regista bulgaro Ilian Metev decide di seguire una delle ambulanze sofiote proprio in questi due anni per il suo esordio dietro la cinepresa. Dopo aver aspettato a lungo l’autorizzazione per la distribuzione, il suo documentario L’ultima ambulanza di Sofia (Poslednata linejka na Sofija) viene finalmente presentato in anteprima alla 65ª edizione del Festival di Cannes.

Una metamorfosi a metà

L’inadeguatezza del servizio sanitario di emergenza bulgaro è legata all’irregolare transizione del Paese, costellata da riforme fiacche alternate a periodi di crisi.
La ristrutturazione finanziaria del sistema sanitario viene ufficialmente approvata e applicata solo negli anni Duemila; essa prevede l’istituzione di una Cassa nazionale di assicurazione sanitaria e un sistema di assicurazioni mediche.
Quattro anni dopo, un quarto dei bulgari non paga regolarmente le quote assicurative, e fino al 2005 non esiste uno strumento che verifichi lo stato di assicurazione dei pazienti. Nel 2009 la quota di stipendio da destinare all’assicurazione sanitaria passa dal 6 all’8%. Nello stesso anno, pur avendo subito un aumento, il salario bulgaro mensile medio ammonta a 555 leva, meno di 300 euro. Nel 2018 il 12% dei bulgari è ancora senza assicurazione sanitaria, la maggior parte perché non può permetterselo.
La Cassa nazionale di assicurazione sanitaria bulgara dipende tuttora in larga parte dai magri finanziamenti statali, meno del 3% del PIL nazionale.

Condizioni avverse

La medicina d’urgenza in Bulgaria è finanziata interamente dallo stato. I primi specialisti iniziano ad essere formati nel 1996, ma dieci anni dopo i reparti di pronto soccorso sono scarsi, circoscritti agli ospedali specializzati e cliniche universitarie.
Nel 2014 sono solo 63 i medici impiegati nel settore in tutta la Bulgaria. La causa si cela nelle limitate possibilità di carriera, condizioni di lavoro sfavorevoli e stipendi bassi che caratterizzano quest’ambito. Il compenso mensile di un medico non supera i 400 euro, e quello delle infermiere è di circa 200 euro, di poco superiore a quello degli autisti.
Tutto ciò riduce drasticamente il numero di squadre e ambulanze disponibili, oltretutto distribuite nel Paese in maniera non proporzionale al numero di abitanti né all’estensione dell’area in questione.

L’ultima ambulanza di Sofia

Quando Ilian Metev gira il suo documentario, ci sono 200 posti vacanti al centro di medicina d’urgenza di Sofia. Il rapporto di ambulanze per numero di abitanti è il più basso rispetto alle altre maggiori città bulgare: due unità per 100.000 residenti.
Metev racconta la realtà della squadra formata dal medico Krassimir Yordanov, l’infermiera Mila Mihaylova e l’autista Plamen Slavkov, che lottano “contro un sistema sanitario fatiscente, pazienti ubriachi e drogati e le loro famiglie nel panico, automobilisti indifferenti e buche che crivellano tutte le strade dell’animata città di Sofia”. La loro è anche e soprattutto una corsa contro il tempo, che molto spesso non lascia scampo.
Attraverso un approccio osservativo, lo spettatore è solo con l’équipe e i pazienti, i quali non sempre chiamano il 112 per reale necessità. L’assistenza sanitaria d’urgenza è gratuita, e quindi preziosa occasione di trasporto all’ospedale, ricovero o visita specialistica per un paziente non assicurato.

Reazioni e promesse

Premiato con il France 4 Visionary Award a Cannes, il film di Metev suscita grande scalpore e trambusto in patria e all’estero. Nel 2014 il Ministero della salute stila un progetto per lo sviluppo del sistema sanitario di emergenza, e nel 2015 promette un aumento dei salari del 20%. Nel 2018 viene annunciato un investimento di 163 milioni di leva nel settore, per l’acquisto di nuove e più moderne ambulanze. Riusciranno ad arrivare in tempo?

foto: Kapital.bg

CALCIO: La rinascita del CSKA Sofia, dal fallimento alle fusioni

Lo scorso sabato il derby tra Levski e CSKA Sofia si è concluso per 1-1 ed è stato particolarmente teso e combattuto sugli spalti quanto sul terreno di gioco. Tuttavia il 189° derby di Sofia sicuramente non verrà ricordato né per il risultato equilibrato né per la passione dimostrata dai tifosi delle due squadre, ma per essere stato il primo giocato dal nuovo CSKA Sofia, una squadra che potrebbe aver smarrito la propria identità dopo gli ultimi anni particolarmente travagliati dal punto di vista finanziario.

Il club naviga nelle turbolente acque dell’insolvenza finanziaria già da alcuni anni, tanto che la UEFA ne aveva revocato la licenza per le coppe internazionali nella stagione 2013/14. Nel pieno del dissesto finanziario Aleksander Tomov, già noto per le sue disavventure alla guida del CSKA Sofia alcuni anni addietro, aveva preso in mano le redini del club per una seconda volta, intenzionato a guidare una cordata intenzionata a risollevare le sorti della squadra più titolata di Bulgaria.

La presunta stabilità è durata nient’altro che una stagione. L’incapacità programmatica di Tomov e soci hanno fatto sì che nel giugno 2015 la squadra non avesse il denaro sufficiente a iscriversi alla successiva stagione del campionato bulgaro. La licenza è stata giustamente revocata, e la squadra si è ritrovata miseramente a dover giocare il girone sudoccidentale del V Grupa, la terza divisione non professionistica della lega bulgara. Un disastro senza mezzi termini.

Contestualmente all’iscrizione del CSKA Sofia nella terza divisione locale, un nuovo personaggio ha incrociato le sue sorti personali con quelle della squadra: un oligarca bulgaro attivo principalmente nel settore petrolifero, tifoso del CSKA e intenzionato a riportarlo agli antichi fasti di un tempo: Grisha Ganchev.

Ganchev era abbastanza ricco e pittoresco da non passare inosservato agli occhi degli appassionati del calcio europeo. Il suo risalto internazionale, prima di acquisire il CSKA Sofia s’intende, l’aveva ottenuto prendendo una decisione da presidente del Litex Lovech con pochissimi precedenti nella storia del calcio. Ovvero, durante una partita di campionato aveva impartito l’ordine ai calciatori della squadra di ritornare negli spogliatoi in segno di protesta nei confronti di una decisione arbitrale poco gradita.

Sulla plancia di comando di una grande squadra come il CSKA Sofia era lecito aspettarsi grandi cose e così è stato. La squadra ha stravinto, come era facilmente pronosticabile, il campionato di terza divisione con 31 vittorie un pareggio. Come se non bastasse ha aggiunto al suo palmarés la coppa di lega, diventando la prima squadra della storia a riuscirci senza militare nella lega principale. Ma il suo capolavoro è stato aver pianificato la risalita del CSKA nella serie A bulgara facendo il doppio salto in una sola estate.

All’estroso Ganchev è venuto in mente la “geniale” mossa di fondersi con il Chavdar Etropole (squadra di quarta divisione di cui possedeva una percentuale di minoranza) e con il Litex Lovech, che avrebbe dovuto militare nella seconda divisione come il neo promosso CSKA, e di suggerire alla federazione bulgara di incrementare il numero di squadre partecipanti alla prima divisione da 10 a 14. A quel punto, per il CSKA diventare una delle 4 squadre aggiuntive, dato blasone e seguito, è stato un gioco da ragazzi.

Questa stagione è la prima del nuovo-vecchio CSKA Sofia e chiaramente le critiche a livello internazionale non sono mancate per i metodi utilizzati da Ganchev. Ma in fondo ai tifosi dello CSKA il mezzo non importa quanto il fine, che è quello di essere ritornati nel posto che credono di meritare e, soprattutto, di essersi messi alle spalle le turbolenze delle stagioni passate, almeno fino alla prossima crisi societaria.

foto

BULGARIA: Voenna Rampa, confinati al confine

SOFIA – Bambini che scorrazzano divertiti all’ombra delle betulle, coda umana all’area ristoro, nuove richieste di alloggio, sole alto e caldo asfissiante. E’ agosto ma non siamo in un resort di montagna o in un villaggio turistico sulla costa. Bensì a Voenna Rampa, distretto di Sofia (Bulgaria), in un centro per rifugiati ed immigrati siriani. Lo stabilimento vive nella capitale balcanica, in un’area ai margini della periferia industriale. Lontana dagli occhi dei cittadini.

Ad accoglierci vi è Mladen, vice direttore del centro, evidentemente affaccendato ed inquieto. Sono appena giunti venticinque nuovi profughi dal confine, i quali devono ancora essere assecondati nella distribuzione di stanze ed alimenti. Sono tutti soli e si aggiungono ai quattrocento individui già presenti.

“Purtroppo quest’edificio non è stato concepito con lo scopo di sostenere situazioni di emergenza”, avverte il delegato bulgaro: “Questo immobile una volta era una scuola”. La struttura oggi è stata divisa in tre settori: amministrazione, servizi socio-sanitari ed alloggi, ai quali si annetteranno nuovi reparti in fase di allestimento. “Siamo in dieci a darci i turni e ci riposiamo solo nel weekend, fortunatamente le persone da noi soccorse sono molto civili e disposte all’ennesimo sacrificio”. I lavori in corso stanno portando a termine uno spazio lavanderia più fornito ed agevole e una cucina più efficiente con tanto di mensa.

Il personale addetto alla sorveglianza e manutenzione dell’intero comprensorio prevede la presenza di: un direttore, un delegato di questo all’amministrazione, un interprete (siriano), uno specialista in ambito psico-sociale, una guardia, un medico ed alcuni addetti alla sicurezza. Alla cucina e alle pulizie trovano occupazione soggetti volontari. Per quanto riguarda gli “abitanti”, rispetto al gennaio (2014), la situazione si è decisamente alleggerita. Il numero degli assistiti si è dimezzato. Mladen par’essere soddisfatto delle opere portate avanti e ci mostra con orgoglio le varie sezioni del centro.

Alloggi

Ci dirigiamo subito verso le camere che ospitano le famiglie. La prima impressione è di un settore, seppur di emergenza, ben pulito, organizzato e con rinnovate attrezzature . Su quattro piani, ognuno dispone di cucina e servizi igienici.

“Abbiamo un ospite, avete il piacere di accoglierlo?”, le parole del nostro intermediario ci fanno sentire a nostro agio e subito accettati con un sorriso dai “residenti” di Voenna Rampa. Conosco Badjed Ali e sua sorella Rasbha di Aleppo, entrambi molto giovani e bloccati da mesi in Bulgaria. Alloggiano insieme ai genitori ed un altro fratello, nella stessa stanza (di circa 20 mq) da otto mesi. Badjed desidera muoversi in Germania tuttavia il percorso per arrivarvi risulta essere molto complicato. Ci fanno presente che a Sofia ed Harmanli (altro centro al sud del paese) dimorano soltanto le famiglie più povere, le quali non hanno la liquidità necessaria per pagarsi un viaggio, ne per comprarsi del cibo. Tale situazione è aggravata se non si ha la conoscenza di un’ulteriore lingua, non si è in corso di studi, non si hanno competenze specifiche o contatti con possibili datori di lavoro all’estero. “Coloro che hanno buone risorse economiche, sono già tutti emigrati in altre parti d’Europa!” . Il più delle volte poi, i nuclei familiari come quello di Badjed e Rasbha hanno passato il confine senza alcun documento, ossia clandestinamente.

Numerose poi sono le famiglie con bambini sotto i dieci anni: qui a Sofia si contano circa centoventi giovanissimi, sul totale della popolazione di quattrocento unità. Ad essi ovviamente va offerto cibo, assistenza medica e istruzione adeguati. Ultimo piano da noi visitato è invece abitato soltanto da coloro sono rimasti senza la famiglia, la quale o non è riuscita a passare il confine o è emigrata altrove. Questi sono collocati in camerate di cinque posti ciascuna. Oltre a profughi siriani nello stabilimento, infine, si contano altre quattro persone provenienti da Senegal, Mali e Somalia.

Miraggio europeo

Non si può ancora affermare che chi riesca a superare il confine sia “salvo”. Di certo è positivo il lavoro svolto dagli operatori del centro di emergenza periferico nel rendere più dignitosa possibile la sistemazione dei migranti in difficoltà. Gli ospiti possono muoversi in città e tornare nel centro utilizzando un badge personale. Tuttavia non in pochi risultano essere ancora scoraggiati dalla propria condizione, sentendosi dispersi e isolati dal resto del mondo. L’UE, tramite l’agenzia per l’immigrazione del governo bulgaro, contribuisce con viveri e materiali di prima necessità ma non ancora con leggi ad hoc. Il Regolamento Dublino II difatti complica le cose, continua Mladen: “Il nostro paese, il primo per motivi geografici a ricevere queste persone in UE, è l’unico a dare questo tipo di supporto immediato”. La richiesta di asilo può essere fatta soltanto nel primo stato dell’Unione in cui si riesce ad accedere e in cui spesso si finisce per restare ad oltranza. La Bulgaria è probabilmente lo Stato che più arranca tra i paesi membri. Chi non riesce a raggiungere l’Europa del “nord” non può far altro che darsi da fare e cercare di vivere al meglio nel territorio in cui detiene tale diritto di asilo. Se si ha moglie e figli poi le alternative son ben poche.

foto di Roberto Mondin

BULGARIA: Senza Censura, la sfida elettorale

da SOFIA – Giunte le dimissioni del primo ministro Oresharski e di Sergej Stanishev, da leader del Partito Socialista Bulgaro, si apre nel paese balcanico un’estate di trattative e pubbliche accuse. La sonora sconfitta del BSP (Partito Socialista) alle elezioni europee e il crack bancario della Corporate Commercial Bank e First Investment Bank, hanno segnato il definitivo collasso dell’esecutivo. La formazione di governo scioltasi recentemente comprendeva inoltre l’appoggio di PSD (Partito della minoranza Turca) e Ataka (partito ultranzionalista) da esterno.

Una fase di “stallo”, quindi, vedrà a breve in carica un nuovo consiglio dei ministri di tipo tecnico, nominato dal presidente della Repubblica Plevnieliev. Una crisi di governo, inoltre, di portata storica che nasconde probabili nuove alleanze e assetti politico-parlamentari.

La partita si giocherà sino al 5 ottobre, data in cui sarà deciso chi guiderà realmente il paese in futuro. Pedine fondamentali di tale stagione di campagna elettorale risultano essere gli schieramenti minoritari che, a meno di una vittoria schiacciante del centro destra del GERB (Cittadini per lo sviluppo europeo della Bulgaria) o centro sinistra (BSP), faranno valere il loro “modesto” bacino di elettori nel sostenere il partito predominante.

La sorpresa tuttavia arriva da un movimento di recente costituzione, già forte di un’ottima esperienza in Europa: Bulgaria Senza Censura. Questa compagine ha ottenuto il 10% alle elezioni europee e ben due seggi a Bruxelles. Il risultato lo colloca come quarta forza della politica bulgara.

Il 29 luglio scorso diversi suoi sostenitori si sono ritrovati in piazza Narodno Sebranie, a Sofia, di fronte al parlamento e a pochi passi dalla cattedrale Alexander Nevskij. La protesta ha visto coinvolti un largo numero di studenti, inferociti contro le malefatte delle istituzioni ed i suoi rappresentanti. Tuttavia le discriminanti principali risultano essere: l’avversione verso il nuovo leader del BSP Mikov, il quale non garantirebbe stabilità politica, e il problema del debito pubblico dato dalla corruzione. Quest’ultimo tema appare come il più turbolento.

La disputa vede coinvolte le maggiori forze politiche, in una battaglia mediatica senza esclusione di colpi. Attualmente il nocciolo del discorso si concentra sulla questione del budget destinato agli ospedali, e quindi alla sanità e l’utilizzo illegittimo di questi fondi. In breve i socialisti preferiscono che il budget non sia più modificato, mentre il centro destra insiste per un ritocco delle casse a fronte delle gravi perdite.

Nikolay Barekov, uomo di TVNews e TV7, è il leader di Bulgaria Senza Censura ed in questa gara elettorale non può che inserirsi con forza e tecnica. Le capacità comunicative e il linguaggio a dir poco populista hanno di fatto conquistato un buona fetta di popolazione. Il malcontento si è cristallizzato all’interno di questa fresca compagine politica, tuttavia è ancora lontana dal divenire il motore del rinnovamento.

Di fronte al parlamento il 29 Luglio, volavano urla quali “Boycot Euro!” o “Turkish away!”, insomma facili accuse contro i soliti “nemici”. Mentre, infine, la figura del leader è ancora circondata da ombre e sospetti.

BULGARIA: Un anno di proteste. La piazza più dimenticata d'Europa non smette di lottare

E’ un anno che in Bulgaria si protesta. Il paese più povero e più corrotto dell’Unione Europea è teatro di continue proteste di piazza e i manifestanti non sembrano intenzionati a smettere. La “Taksim dimenticata”, come già la chiamammo, è da un anno che continua a manifestare contro “l’oligarchia” mafiosa che governa il paese e controlla tutto il potere politico ed economico a scapito del benessere dei cittadini. A nulla sono servite le dimissioni del primo ministro Boyko Borisov e il ritiro della nomina di Peevski a capo dei servizi segreti. La piazza più ignorata d’Europa va avanti.

Una protesta pacifica lunga un anno

La popolazione, che manifesta da mesi, ha trovato il coraggio dell’opposizione in un paese che scopre una generazione di giovani distante da quella idiosincrasia verso la piazza che ha connotato, in certa misura, la generazione precedente, costretta alla piazza quando c’era da esprimere il consenso obbligatorio al regime e malmenata quando manifestava il dissenso. E anche la polizia si sta distinguendo per la mancanza di ferocia e abusi. 

L’assenza di violenza è l’elemento più interessante di queste proteste, e la polizia sembra sposare la causa dei manifestanti, tuttavia un concreto cambiamento non si profila all’orizzonte. Quello che manca è una reale alternativa. La mobilitazione continua a chiedere le dimissioni dell’esecutivo sostenuto dai socialisti.“I politici sono tutti uguali. Noi non possiamo attendere oltre, è da un anno che chiediamo al governo di andarsene” dicono i manifestanti. “Le nostre richieste restano le stesse di un anno fa: dimissioni”.

Le dimissioni del governo e le elezioni anticipate

E i manifestanti sono stati accontentati: per la defezione di un alleato minore della coalizione, il governo Oresharski è ormai senza maggioranza, e il presidente Plevneliev ha indetto elezioni anticipate per fine settembre / inizio ottobre. Le dimissioni di Oresharski dovrebbero aprire la strada ad un governo tecnico estivo fino al voto. Le elezioni potrebbero riportare al governo il partito di centrodestra GERB di Boyko Borisov, che era stato sloggiato dalle manifestazioni di piazza solo un anno fa, in una girandola in cui il voto non sembra più in grado di garantire un ricambio delle élite.

La Bulgaria resta il paese più povero dell’Unione europea. La crescita economica attesa per il 2014 è del 2,1%, e dovrebbe attestarsi su una media del 3% fino al 2018 secondo l’Economist. Non male, ma bassa rispetto agli anni del boom prima della crisi finanziaria globale. La prospettiva di elezioni anticipate ed incertezza politica non dovrebbe favorire gli investimenti dall’estero.

La questione aperta della libertà di stampa

Oltre alla politica e all’economia, la libertà d’espressione e d’informazione è un altro tallone d’Achille per Sofia, soprattutto quando si tratta di giornalismo d’inchiesta che scava nei rapporti tra business e politica. L’ultimo caso eclatante è quello della giornalista Antoaneta Nikolova, licenziata dalla tv pubblica per “mancanza d’imparzialità” dopo un servizio non proprio accondiscendente verso il primo ministro Oresharski.

“In Bulgaria, stato membro dell’Unione Europea, siamo di fronte a una escalation di comportamenti ai limiti della lesione del diritto, soprattutto nei confronti della libertà di stampa”. A scriverlo Lorenzo Marsili e Giovanni Melogli, coordinatori della European Media Initiative. Perquisizioni e fermi arbitrari di giornalisti sarebbero stati effettuati negli scorsi giorni a carico di collaboratori di un gruppo editoriale, reo di essersi occupato da troppo vicino delle commesse del tratto bulgaro di South Stream. Quel che sta accadendo a Sofia non può continuare ad essere ignorato in Europa.”

BULGARIA: Ancora proteste nella capitale

Continuano ormai da oltre cinque mesi le proteste a Sofia, capitale della Bulgaria. Non ci sono solo ragazzi, universitari e disoccupati, a chiedere le dimissioni del governo guidato dal socialista Plamen Oresharski, ma anche i sindacati si sono uniti alle manifestazioni. Il 10 novembre scorso, dopo aver organizzato una “marcia della giustizia” nella data dell’anniversario della caduta del regime comunista, migliaia di persone hanno tentato una vera e propria “occupazione simbolica” del parlamento nel centro della capitale bulgara. La protesta bulgara ha registrato da allora alcuni momenti di tensione.

L’ultimo è avvenuto mercoledì 20 novembre e ha visto i giovani sfilare con armi di cartone, per far capire al Parlamento che è con le spalle al muro ed è ora di andarsene. La nuova coalizione, nata dopo le elezioni del maggio scorso, vede i socialisti alleati con il partito filoturco Dsp e governa in sostanziale continuità con l’operato dell’ex premier di centrodestra Boyko Borisov. Ciò ovviamente ha alimentato un dissenso popolare che covava già precedentemente. Ora i sondaggi danno Oresharski come ampiamente sfiduciato dalla gente.

Arrivano i black bloc
A parte alcuni incidenti, inevitabili quando le manifestazioni coinvolgono un numero ingente di persone e si basano sul malcontento generale, le proteste finora sono state sempre pacifiche. Ma non è detto che presto qualcuno possa soffiare sul fuoco per  i propri interessi.

Non a caso infatti il 20 novembre si sono presentati all’appello della protesta anche i “black bloc”, ma di un tipo particolare, schierato dalla parte del governo. Un gruppetto di alcune decine di persone, con la faccia totalmente coperta da passamontagna, si è  messo al fianco delle forze dell’ordine a presidiare il Parlamento, come se fosse una milizia paramilitare. E per far capire bene da che parte stavano, prima di andarsene dopo una mezzoretta, gli incappucciati hanno ripetutamente scandito lo slogan “sostegno”. Il gruppo ha agito indisturbato e non è stato identificato.

Situazione delicata
Seppur siano avvenuti alcuni scontri fra manifestanti e polizia, le forze dell’ordine non sembrano essere dalla parte del Governo a giudicare da come hanno gestito finora le manifestazioni. Inoltre anche politicamente qualcosa sembra muoversi.
Il consiglio comunale di Sofia ha infatti protestato vivacemente per come Oresharski sta gestendo la situazione. L’ingente dispiegamento di forze in occasione della manifestazione del 20 novembre (si parla di circa 10mila agenti) non è piaciuto affatto. “L’introduzione di un regime di polizia nel centro della capitale con il solo scopo di tenere al potere un partito non è accettabile né giustificabile”, si legge nella dichiarazione firmata da un totale di 43 consiglieri.

Scenari futuri
Cosa accadrà? Difficile dirlo. Il Premier potrebbe dimettersi e far calmare le acque per un po’, come fatto in precedenza da Borisov. Oppure potrebbe continuare infischiandosene delle manifestazioni. Che potrebbero anche degenerare e alla fine giustificare il pugno duro del Governo contro i violenti.
Certo, a prima vista sembrano esserci tutti gli elementi per l’ascesa di un qualche movimento populista che cavalchi la protesta, come è successo e succede in molti altri Paesi europei. Resta da vedere se esista qualcuno, in Bulgaria, in grado di farlo.

foto: EPA/VASSIL DONEV

BULGARIA: La piazza assedia il Parlamento. E un poeta diventa simbolo delle proteste

Oltre un centinaio tra deputati, ministri e giornalisti bulgari sono stati ‘liberati‘ nella notte dalla polizia dopo essere rimasti intrappolati nel Parlamento di Sofia per otto ore a causa dell’assedio dei manifestanti. Le forze dell’ordine sono riuscite a creare un corridoio tra le centinaia di dimostranti che protestano ormai da 40 giorni contro la decisione del governo di nominare il magnate dei media, Delyan Peevski, già coinvolto in scandali di corruzione, a capo dei servizi di sicurezza.

La retromarcia dell’esecutivo il mese scorso non è bastata a calmare gli animi, che ora chiedono le dimissioni del governo guidato dai socialisti, a poche settimane dal suo insediamento. Nella notte, un primo tentativo di portare fuori deputati e ministri intrappolati è fallito a causa della reazione della folla che ha tirato pietre e bottiglie contro il pullman della polizia. Intorno alle tre del mattino i poliziotti sono riusciti a creare un passaggio e portarli fuori. Le sessioni parlamentari previste sono state annullate fino a quando non verrà restaurato l’ordine. Dalle proteste sono nati scontri, con diversi manifestanti feriti alla testa. Tra i contusi anche due poliziotti.

Quella che viene presa di mira è l’oligarchia, come la chiamano gli stessi manifestanti, accusata di tenere in mano tutto il potere politico ed economico a scapito del benessere dei cittadini, e la Bulgaria è in effetti il paese più povero d’Europa e anche il più corrotto. Tuttavia la popolazione, che manifesta da mesi, ha trovato il coraggio dell’opposizione in un paese che scopre una generazione di giovani distante da quella idiosincrasia verso la piazza che ha connotato, in certa misura, la generazione precedente, costretta alla piazza quando c’era da esprimere il consenso obbligatorio al regime e malmenata quando manifestava il dissenso. E anche la polizia, a differenza del caso turco o romeno, si sta distinguendo per la mancanza di ferocia e abusi. 

L’assenza di violenza è l’elemento più interessante di queste proteste poiché, a meno di non voler chiamare “violenza” qualsiasi espressione di rabbia popolare o il lancio di qualche oggetto (come la stampa affamata di scandali sempre fa), fin qui le manifestazioni andate in scena a Sofia e nelle altre città della Bulgaria si sono svolte senza eccessi e hanno, anzi, avuto un relativo successo portando alle dimissioni dell’ex primo ministro Boyko Bosrisov e al ritiro della nomina di Peevski.

Ma le proteste che da mesi scuotono la Bulgaria non solo “generazionali”, il paese intero sembra essersi destato da un torpore che durava dal 1989. E proprio uno degli uomini di quel lontano ’89 è oggi un simbolo delle nuove proteste. E’ un poeta, si chiama Edvin Sugarev, fu deputato dell’Assemblea costituente dopo la caduta del regime totalitario nel 1989, personaggio emblematico del movimento anticomunista bulgaro negli anni novanta. Da ventitrè giorni Sugarev era in sciopero della fame finché, prostrato, non è stato ricoverato d’urgenza all’ospedale Alexandrovska di Sofia da cui i medici hanno fatto sapere che le sue condizioni sono “gravi, ma non è in pericolo di vita”.

Pensateci un momento. Nel 1989, non solo in Bulgaria, poeti e scrittori erano il motore della rivolta anticomunista. Simbolo della libertà e della fine del regime, hanno contribuito a scrivere le Costituzioni democratiche (come Sugarev) o sono diventati leader politici, come Havel in Repubblica Ceca. Che mondo che era! Potesse (può?) tornare partendo magari dalla dimenticata piazza di Sofia.

 

 

BULGARIA: La Taksim dimenticata, da quindici giorni proteste contro il governo

 In Bulgaria è tornata a salire la tensione sociale e politica, le proteste antigovernative vanno avanti ormai da quindici giorni a Sofia e nelle altre maggiori città. La nuova ondata di manifestazioni è stata innescata  dalla nomina (poi revocata) di Delyan Slavchev Peevski a capo dei servizi segreti bulgari. La protesta si è però presto rivolta contro la classe politica e  circa duemila dimostranti hanno assediato il parlamento a Sofia chiedendo le dimissioni del governo di Plamen Oresharski. “Mafiosi dimissioni!”, hanno scandito i dimostranti. Il governo di Oresharski è in carica da poche settimane, eletto a seguito delle dimissioni dell’ex primo ministro Boyko Borisov. Dimissioni dovute, in certa misura, alle violente dimostrazioni di piazza che andarono in scena nel febbraio scorso. La miccia, allora, fu il rincaro delle bollette dell’energia elettrica. Oggi è invece stata la nomina di Peevski, ma quello che sta succedendo in Bulgaria è molto più significativo.

Il paese si trova a un punto morto, piagato dalla corruzione e dalla disoccupazione, è guidato da una classe politica incapace e corrotta: da un lato i conservatori del Gerb, il partito di Borisov, legato a doppio filo con la mafia bulgara, dall’altra i socialisti non meno invischiati in torbidi e corruttele, eredi del partito comunista bulgaro che ancora suscita cattivi ricordi. La Bulgaria non è un paese abituato a scendere in piazza. L’idiosincrasia verso la piazza è un elemento comune dei paesi dell’ex blocco socialista dove le manifestazioni pubbliche erano un obbligato esercizio di consenso al regime. Ma sono passati ormai più di vent’anni dalla caduta del Muro, una generazione di giovani chiede oggi diritti, lavoro e democrazia e per farlo usa la piazza. E’ successo a Bucarest, con gli “indignati” che per mesi hanno occupato piazza delle Università (nel più totale silenzio dei media nostrani). Sta accadendo a Sarajevo e a Sofia. Insomma, sembra che i cittadini, che non si sentono più rappresentati da classi politiche logore e corrotte, si approprino di nuovi (vecchi) spazi di azione politica.

La Taksim bulgara, come l’hanno chiamata alcuni giornali, passa inosservata sui media italici. Essa è però un tassello di una protesta che, muovendo sempre da motivi peculiari e locali, assume un carattere continentale: non mettere in relazione gli indignati di Madrid con quelli di Bucarest, di Atene, e oggi con Sarajevo e Sofia fino ai fatti di Istanbul, sarebbe sbagliato. Sono il segno di un sommovimento europeo, forse una reazione alla crisi economica e democratica del vecchio continente.

La polizia a Sofia non reagisce. Non ci sono stati episodi di repressione da parte delle forze governative, anche perché la polizia ha chiaramente fatto capire di essere dalla parte dei manifestanti.  Il presidente della Repubblica, Rosen Plevneliev, non esclude un rapido ritorno alle urne.

BULGARIA: Tutti in piazza anche a Sofia. Se il nuovo capo dei servizi segreti è un "bandito"

Ha solo 33 anni, ma Delyan Slavchev Peevski è già a capo dei servizi segreti bulgari, l’Agenzia di Stato per la Sicurezza Nazionale “Dans” (данс). La sua nomina ha scosso la Bulgaria, che venerdì è scesa in piazza a Sofia per protestare contro quello che sembra uno dei primi passi falsi del nuovo governo di centrosinistra di Plamen Oresharski, tanto da spingere l’analista Georgi Gotev a sentire “odore di elezioni anticipate”.

Figlio della magnate dell’informazione Irena Krasteva, proprietaria di giornali e televisioni, una laurea in legge (contestata) alla piccola università di Blagoevgrad, Peevski ha iniziato la sua carriera politica a 21 anni nel 2001 come membro del partito NDSV del primo ministro ed ex zar Simeon Borisov di Sassonia-Coburgo-Gotha, per il quale è stato segretario parlamentare del ministro dei trasporti, entrando così nel consiglio d’amministrazione del porto di Varna, da cui venne allontanato per mancanza di titoli di studio. Nel 2002 viene immortalato in compagnia del famoso mafioso Ilia Pavlov, mentre negli anni successivi è indagato per scandali legati alle privatizzazioni, ma le inchieste vengono archiviate.

Nel 2005 Peevski viene nominato magistrato inquirente in campo economico per l’agenzia Sofia Investigative Services “con procedura eccezionale”, come da dichiarazioni del capo agenzia Angel Alexandrov (vicino al capo del partito DSP Ahmed Dogan), poichè Peevski non ha i titoli di studio necessari, nonostante sul suo CV millanti già un dottorato. Lo stesso anno, malgrado il cambio di governo, viene nominato vice-ministro per la gestione di emergenze e disastri nel governo del socialista Sergey Stanishev (oggi leader del partito socialista europeo) e fa parte del comitato inter-istituzionale per il rilascio delle licenze di esportazioni di armi. Nel 2007, viene citato in giudizio per ricatto e fatto dimettere dalla sua posizione di vice-ministro per “mancanza di morale” a seguito dello scandalo della BulgarTabac. Peevski chiede di tornare a fare il magistrato, l’agenzia glielo nega, Peevski ricorre in giudizio e il Consiglio di Stato bulgaro gli dà ragione ed ordina la sua riammissione.

Dal 2009, Peevski è parte del gruppo parlamentare DPS della minoranza turca, e delle commissioni parlamentari su Sicurezza e ordine interno e sugli Affari legali. Nel 2013 è stato rieletto nel collegio della città di Pazardzhik, in Rumelia.

Venerdì 14 giugno Peevski è stato eletto a capo dei servizi segreti, con i voti del partito socialista BSP e del gruppo turcofono DPS. Il Parlamento non ha dibattuto della sua nomina, che è stata portata ai voti 15 minuti dopo che il suo nome era stato fatto per la prima volta, nonostante le forte critiche sollevate tra gli stessi deputati socialisti (tra i critici, anche l’europarlamentare socialista bulgaro Ivailo Kalfin). L’ex primo ministro Boyko Borisov ha condotto i parlamentari del suo partito GERB fuori dall’aula al momento del voto, dichiarando i socialisti un partito “morto” e denunciando la presa di potere da parte del DPS.

Il primo ministro Oresharski ha difeso la decisione del Parlamento, dicendo che la Bulgaria aveva bisogno di prendere seri provvedimenti per fermare la criminalità organizzata e il contrabbando e Peevski è il più adatto al compito – anche se gli manca l’esperienza diretta sul campo.Peevski è stato scelto perché non è parte del sistema e abbiamo volutamente cercato un tale specialista esterno in modo che egli possa ristrutturarlo” ha detto Oresharski ai giornalisti.

La reazione della maggioranza assoluta dei commentatori politici è stata estremamente negativa. Secondo un analista, si è trattato di “un colpo di stato della mafia“. “E’ come nominare Al Capone a capo dell’IRS“, ha commentato la fondatrice di EUinside Adelina Marini: “da oggi la Bulgaria può essere tranquillamente definita uno stato fallito“.

La società civile bulgara, tuttavia, non sembra aver ingoiato il rospo. Ben presto davanti al palazzo del governo si sono raccolti dimostranti spontanei, al grido di “arrivederci”, “dimissioni” , “rossi spazzatura”, e “non vogliamo un governo della mafia dell’energia”. Entro sera, manifestazioni erano riportate anche a Plovdiv e in altre città, mentre a Sofia migliaia di manifestanti bloccavano il ponte Orlov. Su twitter, l’hashtag di riferimento era  #дансwithme. Uno dei manifestanti ha dichiarato: “non vogliamo che nuovi banditi rimpiazzino i vecchi banditi”, mentre altri cantavano l’inno nazionale.

Alcuni leader delle proteste di massa che hanno rovesciato il precedente governo Borisov nel mese di febbraio hanno abbandonato un incontro con il primo ministro Plamen Oresharski e hanno invitato a nuove manifestazioni di piazza, chiamando la nomina “una presa in giro” delle loro richieste di maggiore trasparenza.

In una dichiarazione inviata al Presidente dell’Assemblea Nazionale, il socialista Mihail Mihov, da circa 20 organizzazioni non governative, si denuncia che la nomina di Peevski a capo del DANS peggiorerebbe la crisi istituzionale in Bulgaria e porterebbe all’isolamento internazionale del Paese. La dichiarazione ha invitato l’Assemblea Nazionale a revocare l’elezione del capo della Agenzia di Stato per la Sicurezza Nazionale, e organizzare una nuova elezione “secondo la corretta procedura parlamentare”, sottolineando come l’elezione di Peevski sia “politicamente disastrosa per la vita e la reputazione della democrazia bulgara oggi e in futuro”.

Una simile posizione è stata assunta dal presidente della repubblica Plevneliev, che si è visto strappare dal parlamento di Sofia il potere di nominare il capo dei servizi segreti, ha visto ridurre i requisiti legali per la nomina (ora – guarda un po’! – basta una laurea in legge) e nelle ore subito successive ha assistito alla nomina di Peevski. Il presidente della repubblica ha annullato  la sua partecipazione a una cerimonia di apertura di un nuovo ponte sul Danubio con la Romania e ha convocato una seduta straordinaria del Consiglio di sicurezza nazionale la prossima settimana per discutere la nomina di Peevski, segnalando la sua disapprovazione. “Non saremo in grado di combattere efficacemente il crimine, se a capo dei servizi segreti c’è una persona di cui i nostri partner esteri non hanno fiducia”. Plevneliev ha detto che la nomina di Peevski avrà “conseguenze negative durevoli. Non dà speranza per un cambiamento” e che “è un peccato che la procedura di nomina non abbia nulla in comune con la trasparenza promessa”. Il capo dello stato ha detto che insisterà perchè ogni nomina del governo sia debitamente motivata.

I successivi governi della Bulgaria, negli ultimi vent’anni, non sono riusciti a tagliare i legami clientelistici tra politici e affaristi, scoraggiando gli investimenti esteri e mantenendo la repubblica balcanica sotto monitoraggio UE e fuori dalla zona Schengen anche dopo il suo ingresso nell’Unione nel 2007, come sottolineato da Tsvetelia Tsolova. Solo pochi giorni fa, l’ufficio bulgaro contro la corruzione, Borkor, aveva denunciato come il 98% degli appalti pubblici sia vinto dal 2% delle aziende, e come la corruzione sia particolarmente diffusa, soprattutto nei settori dell’energia e delle ferrovie. Proprio l’aumento indiscriminato dei prezzi dell’energia elettrica a seguito delle privatizzazioni aveva portato, lo scorso inverno, alle dimissioni del governo Borisov e ad elezioni anticipate.

FP PHOTO / NIKOLAY DOYCHINOV

BULGARIA: Europa vicina, Europa lontana

Todor Živkov era ancora alla guida della Bulgaria quando, nel 1981, fu presentato e annunciato il progetto per la costruzione della linea della metropolitana di Sofia. Gli anni appena precedenti al crollo del regime comunista bulgaro, densi di episodi di corruzione, costrinsero il leader comunista a controbilanciare gli scandali attraverso frequenti tentativi di modernizzazione politica, economica e sociale del paese; il progetto della seconda linea della metropolitana fu uno di quelli, ma il marxista di Pravec non ne vide mai la luce.

E’ stato invece il Presidente della Commissione Europea a recarsi nella capitale bulgara il 31 agosto scorso, alla cerimonia di apertura della stazione “Unione Europea” del nuovo tratto della metropolitana di Sofia, la seconda linea. Soddisfatto e loquace, Barroso non ha nascosto il suo entusiasmo e si è molto congratulato con il Presidente Rosen Plevneliev e il Primo Ministro Bojko Borisov per i grandi progressi che la Bulgaria sta portando avanti, anche grazie ai finanziamenti europei. Se la prima linea della metropolitana di Sofia, pienamente funzionante dal 2009, era stata terminata grazie all’intervento economico del Giappone, la seconda deve parte della sua realizzazione ad un finanziamento che arriva direttamente da Bruxelles e dai fondi comunitari europei. Più di 470 milioni di euro utilizzati per la realizzazione di almeno metà dell’opera, che a detta degli esperti, ridurrà l’inquinamento ambientale e permetterà ai passeggeri bulgari e non, di conoscere le meraviglie nascoste nei sotterranei della capitale. Sono infatti già esposti in alcune nuove stazioni della metropolitana di Sofia, i ritrovamenti e le testimonianze archeologiche dell’antica Serdica.

Il Primo ministro bulgaro ha inoltre aggiunto che il governo del paese, si aspetta dalla Comunità Europea nuovi aiuti per l’estensione della metropolitana fino all’aeroporto; il governo non intende arrestare la corsa al consenso politico che ultimamente sta ricevendo sempre più conferme dai rappresentanti delle istituzioni europee. Nonostante ciò, le polemiche sull’opera non mancano e arrivano direttamente dalla capitale dove un cittadino, Dimitar Dimitrov si è fatto promotore di un’importante iniziativa che ha raccolto a Sofia sempre più adepti e che porta il nome di “Metro for Citizens”. Secondo Dimitrov il trasporto sulla linea 2 della metropolitana di Sofia dovrebbe essere gratuito, in quanto le entrate sono esigue rispetto al budget impiegato per la realizzazione dell’opera. Dimitrov sostiene che il numero delle stazioni costruite sulla nuova linea non sia sufficiente a coprire i collegamenti importanti della città, da cui alcuni quartieri popolosi sono rimasti esclusi e che molte fermate siano inutili.

Sempre secondo il parere del comitato cittadino, le stazioni della metro sarebbero state costruite ad una distanza troppo breve tra loro, e per questo motivo i treni non riuscirebbero a prendere velocità. Dimitrov accusa il governo di aver fatto come al solito l’interesse dei costruttori e non dei cittadini, e rimprovera all’Unione Europea, quella sorta di miopia che non riesce a far luce sui reali problemi del paese.

Nonostante le parole di Barroso, e il forte desiderio di sottolineare quanto l’UE stia contribuendo notevolmente al miglioramento delle condizioni di vita in Bulgaria, l’economia del paese è in forte difficoltà e nelle ultime settimane ha definitivamente rimandato a data da destinarsi la sua intenzione di adottare l’euro. Gli slanci ottimisti inizialmente espressi dal governo, sono stati ridimensionati dal premier stesso e dal Ministro dell’Economia Djankov, convinto che la Bulgaria non trarrebbe alcun beneficio nell’adottare la moneta europea, ma al contrario dovrebbe affrontare una lunga serie di costi senza un vero vantaggio.

I bulgari sono preoccupati, ha detto il Premier Borisov, perché la situazione è ancora molto incerta e la crisi dell’eurozona impedisce ai governi e alla gente comune di avere fiducia nella moneta europea; la sfiducia nei confronti dell’unione monetaria non si ferma soltanto in Bulgaria: anche Polonia, Lettonia e Lituania hanno da poco espresso i loro dubbi sull’adozione dell’euro, nonostante inizialmente avessero mostrato molto entusiasmo, hanno recentemente rimandato la decisione al 2014. Secondo il primo ministro bulgaro una delle maggiori difficoltà nell’adozione dell’euro, è il dover rispettare pedissequamente regole e parametri, che subiscono di continuo cambiamenti, e non tutti i paesi sono in grado di accettare, e far di conseguenza accettare alla loro nazione.

EUobserver ha dichiarato giorni fa che il processo di adozione della moneta unica da parte della Bulgaria si trovasse già a buon punto, in quanto Sofia era riuscita lo scorso anno a ridurre il suo deficit di bilancio del 2.1 %. L’Unione mantiene il sorriso ma non è disposta ad accettare questo cambiamento di rotta: tranne la Gran Bretagna e la Danimarca, tutti i membri dell’UE sono tenuti a rispettare le condizioni stabilite al momento del loro ingresso nell’Unione Europea. Il 31 agosto Barroso, in occasione della visita per l’inaugurazione della stazione della metropolitana, ha anche annunciato che per la Bulgaria si fa sempre più vicino l’ingresso nell’area di libera circolazione Schengen, nonostante le contrarietà da sempre mostrate da alcuni paesi dell’UE, primo tra tutti l’Olanda.

Tra inaugurazioni da una parte e moniti dall’altra, la sfiducia nei confronti dell’eurozona non tarda a palesarsi neanche sul fronte degli investimenti: in Bulgaria e altre zone d’Europa, la recente vicenda Gazprom ha riportato in luce i vecchi rapporti economico-politici con la Russia, che continuano ad influenzare le scelte degli ex stati satellite e che sembrano offrire maggiori garanzie rispetto a quelli con l’Unione.

Il Pride di Sofia si celebrerà regolarmente, nonostante le minacce degli Ortodossi

Gli organizzatori del Gay Pride di Sofia, in Bulgaria, hanno denunciato pubblicamente i ripetuti attacchi che la chiesa ortodossa ha lanciato contro l’evento nelle ultime settimane. Questa denuncia fa seguito a una vera e propria campagna omofoba che ha toccato il suo parossismo con le gravi dichiarazioni di un prete ortodosso che ha invitato i cittadini bulgari a lapidare i manifestanti dell’Orgoglio Gay e a affogare i politici che hanno autorizzato la manifestazione. Gli attivisti bulgari hanno chiesto alla chiesa ortodossa che prenda le distanze, condannandole, da queste dichiarazioni e l’hanno accusata di stare incoraggiando implicitamente la violenza contro le minoranze sessuali.

Dichiarazioni omofobe

Il sacerdote della chiesa di San Demetrio nella città di Sliven (sud-est della Bulgaria), Evgenii Yanakiev, ha lanciato un appello a tutti coloro che “si considerano cristiani e bulgari” a attaccare il Pride di Sofia “lanciando pietre contro i manifestanti”. Yanakiev ha affermato, inoltre, che “tutti i sindaci e i ministri che tollerano tali atti dovrebbero essere affogati nel più profondo del mare con una pietra al collo”. Il comitato organizzatore dell’Orgoglio LGBT di Sofia ha risposto a queste gravissime affermazioni con una lettera aperta nella quale ha chiesto alla chiesa ortodossa che cessi i suoi attacchi e condanni pubblicamente queste incitazioni alla violenza. Cosa che. purtroppo, la chiesa ortodossa bulgara non ha fatto.

Più grave ancora, il sinodo della chiesa ha emesso un comunicato nel quale afferma che “il santo sinodo, il clero e i cristiani ortodossi si oppongono nuovamente e in modo categorico all’organizzazione di un atto così immorale. Condividiamo la convinzione irrevocabile della chiesa ortodossa che l’omosessualità é una passione anti-naturale che danneggia inevitabilmente gli individui, la famiglia e la società”. Il documento prosegue con una serie di citazioni omofobe della bibbia e si conclude con un invito a genitori e professori a non permettere “che bambini e alunni partecipino o siano testimoni di questa manifestazione così insana…che viola i diritti dei cristiani ortodossi”. Pare opportuno ricordare che non é la prima volta che la chiesa ortodossa bulgara attacca il Gay Pride e i diritti delle persone LGBT. Lo ha fatto, a dire il vero, tutti gli anni sin dalla prima edizione della marcia, nel 2008. Nel 2010, per esempio, il sinodo diffuse un comunicato molto simile a quello che ha diffuso quest’anno, nel quale si definiva il Pride una “vergognosa dimostrazione pubblica del peccato di sodoma e gomorra”.

Sofia Pride 2012

Il Pride di Sofia si svolgerà quest’anno dal 23 di giugno al 4 di luglio. L’evento, che é giunto alla sua 5° edizione, offre un interessante programma di dibattiti, mostre, feste e manifestazioni. Tra gli atti organizzati segnaliamo in particolare il Festival del cinema Sofia Pride Film Fest e la Sofia Pride Art Week, durante la quale esporranno le loro opere artisti come Mihail Vuchkov, Adriana Gerasimova, Yasen Zgurovski, Natasha Rich, Boryana Petrova e Tetch. Le celebrazioni culmineranno con la tradizionale marcia dell’Orgoglio LGBT che ricorrerà le strade della capitale Bulgara sabato prossimo (il 30 di giugno) e con l’altrettanto tradizionale concerto offerto da alcuni dei cantanti pop più popolari del paese. Numerose organizzazioni internazionali e 11 ambasciate straniere hanno dato il loro pieno appoggio all’evento, che conterà anche con la partecipazione dell’ambasciatore degli Stati Uniti, James Warlick. Nel 2010 e nel 2011 il Pride di Sofia si celebrò senza incidenti. Speriamo che, nonostante le minacce della chiesa ortodossa, anche quest’anno succeda lo stesso.

La casa alla fine del mondo

di Silvia Biasutti

In Bulgaria c’è una grandiosa catena montuosa, i monti Rodopi, che si estendono nell’area meridionale del Paese a ridosso della Grecia. In quanto luoghi ameni e scrigni di leggende, i Rodopi da secoli racchiudono un fascino speciale per i bulgari.

Nel tomo “La casa alla fine del mondo”, edito dalla casa editrice triestina “Beit” e introdotto da Reinhold Messner, Georgi Danailov compie un gesto d’amore verso quei luoghi silenziosi e incantati. Lo scrittore bulgaro narra la storia di un professore di Sofia che, stanco del logorio della vita urbana, decide di comprare casa in un villaggio arroccato sui Rodopi. Leggi tutto

BALCANI: Sulle tracce dell'Orient Express

Nel 1883 lo scrittore Edmont About partecipò al viaggio inugurale dell’Orient Express, quando vide il treno sdraiato e sbuffante sui binari lo descrisse come: “una casa di tre stanze, ciascuna lunga diciasette metri e mezzo, costruita in legno e cristallo, con riscaldamento al vapore e illuminata a gas, confortevole come un appartamento parigino”. Da allora la leggenda del treno che univa Parigi a Costantinopoli in 67 ore e 35 minuti, ha continuato ad alimentare i sogni dei viaggiatori.

I sogni però non conoscono l’usura cui il tempo costringe le cose. Oggi quel treno lo si può trovare, stanco e decadente, alla stazione di Belgrado. Lo sbuffo è quello di sempre, ma pare di spossatezza. Nessun ricco viaggiatore lo attende, nessun cristallo lo illumina. Composto da sei vagoni male in arnese e di una vettura-letto riscaldata a carbone, tutti i giorni s’avvia pesantemente sulla linea che unisce la capitale serba con quella bulgara.

A bordo il servizio non è certo quello d’un grand hotel: il controllore offre caffé turco preparato nel suo scompartimento su un fornelletto a gas, e controlla i biglietti.  Col caffé turco è consentito fumare. I passeggeri sono soprattutto commercianti, anche se in numero sempre inferiore. Ai tempi delle sanzioni contro la Serbia erano parecchi a varcare il confine bulgaro per acquistare a Sofia merci da rivendere sul mercato locale. Oggi che la Bulgaria è parte dell’Unione Europea i prezzi sono aumentati e non conviene più.

In genere tutte le ferrovie serbe non sono molto frequentate. Un rapporto del 2004 afferma che solo il 5% dei pendolari usa il treno e il restante 95% l’automobile. E questo malgrado i treni costino il 30% in meno del viaggio in macchina. Evidentemente le ferrovie serbe non godono di molta stima nella cittadinanza.

Dopo aver percorso i primi 50 km in un’ora e mezza, finalmente il treno si sveglia e comincia a correre verso il confine. La locomotiva svedese tiene il ritmo anche se sembra aver bisogno di un lifting. Delle sei carrozze, le prime  tre vanno a Salonicco, la quarta a Sofia e le ultime due a Istanbul. La carrozza ristorante è poco frequentata, i prezzi sono elevatissimi e conviene comprarsi da mangiare alla stazione di partenza. Il barista però racconta di tempi in cui, malgrado si tirasse la cinghia, il treno era frequantato da molte “signorine” che allietavano i commercianti in viaggio. E un flirt al bar non mancava mai.

Arrivati a Nis, nella Serbia meridionale, il treno si scinde. Da lì al confine la tratta è elettrificata e si viaggia veloci. La Repubblica Ceca ha prestato 120 milioni di euro a Belgrado per ammodernare le ferrovie che oggi sono elettrificate solo per il 30%. Da qui dovrà poi passare il Corridoio 10 dell’alta velocità che collegherà Lisbona con Kiev. Per ora questo è ancora un treno a grande lentezza, con passeggeri che fumano come locomotive dai finestrini. Il paesaggio però incanta, tra la Bulgaria e la Serbia si attraversano le gole del Sicevo. Ancora due ore e arriverà a Sofia. Stazione di fine corsa: Istanbul.


BULGARIA: Rasmussen a Sofia per lo scudo antimissile

di Matteo Zola

Anders Fogh Rasmussen si è recato a  Sofia per una visita di basso profilo, almeno nelle intenzioni. Il segretario generale della Nato è stato però accolto in Bulgaria dal clamore dei media e dal gotha del think tank bulgaro. A riceverlo c’erano tutti, con gli occhi rossi e il cappello in mano, commossi per l’inatteso omaggio: il ministro della Difesa, Anio Anguelov, e il suo collega agli Affari Esteri, Nikolaï Mladenov, il Primo Ministro Boïko Borissov il Presidente della Repubblica Guéorgui Parvanov. L’incontro aveva però un motivo ben preciso, e Rasmussen non ne ha fatto segreto comunicando -per la gioia dei giornali che da settimane avanzavano ogni sorta di ipotesi- che lo scopo della sua missione in Bulgaria era sviluppare con Sofia una “nuova concezione strategica” dell’Alleanza Atlantica.

Leggi tutto

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com