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BULGARIA: L’élite intellettuale è (ancora) filorussa?

La Bulgaria, in quanto membro dell’Unione europea, ufficialmente non riconosce come legale l’annessione russa della Crimea avvenuta nel marzo 2014. Quando però, qualche anno dopo, un affermato autore bulgaro pubblica una raccolta dal titolo Fuga dalla Crimea (Bjagstvo ot Krim), scoppia uno scandalo tale da costringerlo ad abbandonare sia l’Unione degli scrittori bulgari (Săjuz na bălgarskite pisateli, SBP) che la sezione nazionale del PEN international. La narrazione romanzata dei disperati tentativi di due ragazze di scappare dalla penisola ucraina in seguito al referendum del 2014 è valsa all’autore in questione l’accusa di “russofobia”.

Fuga dalla Bulgaria?

Svetoslav Nahum è nato a Sofia nel 1970. Ha firmato diversi romanzi e racconti, tradotti anche all’estero, e ricevuto svariati premi letterari. Membro attivo del PEN bulgaro e della SBP, a Nahum interessa raccontare “i destini della gente comune sullo sfondo dei grandi eventi storici”. Nelle interviste rilasciate in occasione dell’uscita del suo ultimo libro ribadisce più volte l’illegalità dell’annessione della Crimea. L’ambasciatore ucraino in Bulgaria, Vitalij Moskalenko, dichiara che quanto descritto da Nahum corrisponde alla verità.

La SBP reagisce prontamente criticando il volume, minacciando lo scrittore e tacciandolo di essere stato pagato dall’Ucraina per fare propaganda. Viene anche redatta una lettera aperta chiedendo il richiamo di Moskalenko. Nahum lascia la SBP e si rivolge al PEN, proponendo di pubblicare una dichiarazione volta a denunciare la minaccia russa alla sovranità nazionale della Bulgaria. La proposta viene stroncata, bollata come “ridicola”, e molti dei componenti chiedono l’espulsione di Nahum, il quale esce volontariamente anche questa istituzione.

D’altro canto, gli intellettuali e il PEN ucraini dimostrano subito apprezzamento e interesse verso l’opera, nonché solidarietà col suo autore. La raccolta arriva presto anche in Ucraina, dove in meno di un mese ha due tirature, e in altre nazioni dell’Europa centro-orientale, senza sollevare alcuna polemica. La traduttrice dell’edizione ucraina afferma che la reazione bulgara è anomala, così come il fatto che uno stato membro dell’Unione europea e della Nato subisca ancora una simile ingerenza da parte della Russia, seppur attraverso organi non governativi.

Organizzazioni (non) governative

Fino al 1989, la SBP e il PEN bulgaro sono stati sotto il controllo del Partito comunista bulgaro (BKP), strettamente collegato a Mosca. Secondo quanto raccontato da Nahum ai microfoni di Radio Free Europe, la SBP sembra funzionare tuttora come un’“organizzazione non governativa organizzata dal governo” (Government-organized non-governmental organization, GONGO), nascondendo cioè interessi strategici e politici dietro la facciata di impegno culturale e sociale.

La posizione del PEN bulgaro pare invece più complessa. Pur non avendo appoggiato la causa di Nahum, in occasione della controversa mostra russa su Cirillo e Metodio allestita lo scorso 24 maggio l’associazione si è subito espressa contro la tendenziosa iniziativa. D’altra parte, la mole di cittadini bulgari che da luglio scorso scende in piazza per protestare contro il sistema politico corrotto ha aspettato a lungo una presa di posizione ufficiale da parte dell’élite intellettuale della nazione, invano. Il PEN bulgaro ha difatti pubblicato subito un comunicato puntando il dito contro le violenze subite ingiustamente dal giornalista Dimităr Kenarov, senza però schierarsi mai in supporto delle manifestazioni antigovernative. La lettera aperta firmata da oltre duecento esponenti della cultura bulgara diffusa a fine settembre è apparsa in maniera spontanea, propagandosi autonomamente all’interno e all’esterno dei confini del paese.

foto: RFE/RL

LETTONIA: Verso una coalizione tra russofoni e populisti?

Le elezioni politiche tenutesi in Lettonia lo scorso 6 ottobre, nell’anno del centenario della repubblica baltica, hanno confermato i dubbi sulla composizione del nuovo governo. Come le previsioni facevano temere, non si è delineata una maggioranza chiara. L’alta frammentazione dello spettro politico apre inoltre a diverse possibilità di alleanze e preannuncia lunghi e difficili negoziati per formare un nuovo governo.

Il partito social-democratico Armonia, sostenuto principalmente dalla popolazione russofona del paese e noto per i suoi legami controversi con la Russia, si è riconfermato prima forza politica del paese – con oltre il 19% dei voti (equivalente a 23 seggi al Parlamento). Seguono, col 14% dei voti, il partito KPV-LV (Kam pieders valsts? – letteralmente Chi possiede il paese?) – una nuova formazione politica di stampo populista e anti-establishment, e il Nuovo Partito Conservatore (13.6%), entrambi con 16 seggi. A completare la variegata composizione della Saeima (il parlamento lettone), altri 4 partiti che sono riusciti a superare la soglia di sbarramento del 5%: i liberali del Movimento Per! (12%), Alleanza Nazionale (11%), l’Unione dei Verdi e degli Agricoltori (9,9%) e Nuova Unità (6,7%).

Sebbene abbia fatto notizia su varie testate internazionali o italiane, la ‘vittoria’ dei filorussi di Armonia ha poco di sorprendente. Ricordiamo infatti che Armonia si era già affermato come primo partito del paese dopo le elezioni del 2014, ma era stato escluso dalla coalizione di governo a causa dei suoi legami con la Russia. Progressivamente, Armonia aveva cercato di riposizionarsi sulla scena politica non più come partito filorusso (tra l’altro rompendo l’accordo di cooperazione col partito Russia Unita del presidente russo Putin), ma come partito “al di là” della spaccatura etnico-linguistica, e unica formazione socialdemocratica in uno scenario dominato dal centro-destra e dai nazionalisti.

Ben più marcante è la disfatta quasi totale della coalizione di governo uscente, formata dai partiti di centro-destra nazionalisti di Alleanza Nazionale, Unione dei Verdi e Agricoltori e Nuova Unità. Una nuova coalizione di governo formata da questi tre partiti sarebbe impossibile, poiché la somma dei loro seggi equivale solo a 32 (su 100). Proprio l’insoddisfazione popolare generata dalla coalizione uscente, che negli ultimi mesi era stata al centro delle polemiche per accuse di corruzione riguardanti un trio di ‘oligarchi’ legati all’Unione dei Verdi e Agricoltori, nonché per lo scandalo legato al cosiddetto “laundromat lettone” che all’inizio del 2018 aveva portato alla chiusura della ABLV, la banca più importante della Lettonia, può aver aiutato il partito populista KPV-LV e i Nuovi Conservatori a conquistare il secondo e terzo posto. La lotta alla corruzione appare infatti tra le priorità politiche di entrambi questi partiti.

Di coalizioni e problemi

Per governare, la nuova coalizione avrà bisogno di almeno 51 seggi alla Saeima. La possibilità di un’alleanza russofili – populisti allarma molti, ma è in realtà anche poco probabile. I due partiti divergono infatti su almeno due questioni che sono state centrali durante l’ultima campagna elettorale (e non solo): le relazioni con la Russia e la riforma dell’istruzione, osteggiata da Armonia e sostenuta da KPV-LV. Eppure, a differenza di altri partiti che hanno escluso a priori ogni possibilità di unirsi in coalizione con Armonia, il leader di KPV-LV, Artuss Kaimins, è stato meno chiaro a riguardo.

Il primo ministro uscente Kucinskis ha dichiarato che tale alleanza potrebbe rappresentare un cambiamento “molto pericoloso” nella posizione della Lettonia riguardo all’UE e alle politiche di sicurezza. Si tratterebbe di una novità fin troppo radicale per il presidente Vejonis, che ha da sempre auspicato che il nuovo governo “non cambi il corso della politica estera e continui a rinforzare la sicurezza nazionale”. In realtà, l’alleanza  Armonia-KPV-LV avrebbe comunque bisogno del sostegno di un terzo partito (probabilmente i Nuovi Conservatori) al fine di ottenere la maggioranza in Parlamento, ciò che limiterebbe ancora di più le possibilità di virate troppo brusche nella politica estera e di sicurezza del nuovo governo.

E’ possibile invece che i russofoni di Armonia (così come i populisti di KPV-LV) vengano di nuovo esclusi da una coalizione di governo formata da 4-5 partiti di centro-destra (i tre partiti della coalizione uscente + i Nuovi Conservatori + i liberali di Per!). In tal caso, si confermerebbe lo scenario “tradizionale” lettone che fin dalla ritrovata indipendenza negli anni 90 ha visto la componente etnico-linguistica predominare su quella politica – con coalizioni formate da partiti di centro-destra e nazionalisti. Se una tale coalizione dovesse formarsi, i partiti dovranno accordarsi sulla figura del primo ministro – un punto ancora non chiaro al momento, sebbene si vociferi di una candidatura di Artis Pabrkis, ex ministro degli Esteri e europarlamentare, leader del nuovo movimento liberale Per!. Tale soluzione sembra attualmente essere la meno “problematica” per il presidente Vejonis.

Tuttavia, il presidente di Armonia, Nils Usakov (sindaco di Riga), ha espresso scetticismo sul fatto che il suo partito possa essere escluso dai giochi, poiché l’alleanza tra le altre forze politiche potrebbe risultare instabile: una coalizione di governo “che includa xenofobi e sostenitori dei diritti LGBT non durerebbe più di due o tre settimane”, ha dichiarato Usakov. Il presidente Vejonis ha annunciato che le consultazioni con i vari partiti inizieranno due settimane dopo la data delle elezioni.

Qualche novità nel panorama politico

L’anomala frammentazione dello spettro politico, con 7 partiti rappresentati alla Saeima e l’alto numero di possibilità per la formazione di una coalizione di governo, è stata la novità principale di queste elezioni in Lettonia. Si tratta di una situazione senza precedenti nel panorama politico della Lettonia indipendente.

E’ notevole che queste elezioni abbiano anche visto anche l’emergenza di una nuova formazione politica di sinistra, in uno scenario politico tradizionalmente dominato da partiti di centro-destra o nazionalisti. Si tratta del partito dei Progressisti, creato nel 2017, che si ispira apertamente ai socialdemocratici dei paesi scandinavi, e punta ad esportare in Lettonia il loro modello basato sul welfare e i diritti civili. I Progressisti non sono riusciti a superare la soglia di sbarramento per entrare alla Saeima, ma rappresentano comunque una novità interessante all’interno del panorama politico del paese, andando a costituire un’alternativa in una parte dell’asse politico rimasta finora appannaggio esclusivo di Armonia.

Le tredicesime elezioni della Saeima hanno anche portato un’altra novità nella composizione del Parlamento lettone: l’aumento del numero di donne. Trentuno seggi su 100 sono stati conquistati da candidate donne, il numero più alto nella storia della Lettonia, proprio nell’anno in cui ricorre il centenario dell’introduzione del suffragio universale nella repubblica baltica.

Immagine: REUTERS / Ints Kalnins

UCRAINA: Era russo il missile che abbatté l’aereo MH17 sui cieli del Donbass

Il missile che il 17 luglio 2014 abbatté il volo MH17 della Malaysian Airlines nei cieli del Donbass, uccidendo 298 civili, apparteneva alla 53esima Brigata antiaerea delle forze armate russe. Lo ha stabilito l’inchiesta internazionale condotta da un gruppo investigativo a guida olandese, confermando le conclusioni del 2016 dell’agenzia indipendente Bellingcat, che aveva seguito i movimenti del mezzo lanciamissili russo 332 attraverso i territori occupati del Donbass.

Già il 20 dicembre 2017 un rapporto della commissione parlamentare britannica sulla sicurezza confermava che i servizi erano “certi oltre ogni possibile dubbio che l’esercito russo aveva fornito e poi recuperato il lanciamissili”. Dunque anche le evidenze ufficiali confermano ciò che gli esperti avevano intuito immediatamente, e quanto gli stessi occupanti avevano ingenuamente dimostrato, con il giubilo dei miliziani filorussi sui resti ancora fumanti dell’aereo e l’annuncio soddisfatto del comandante Igor Strelkov alle ore 17.50 di quel giorno, sul sito Vkontakte, in cui vantava di aver abbattuto un Antonov-26 ucraino da trasporto.

Ora L’Olanda e l’Australia hanno formalmente accusato la Russia per l’abbattimento dell’aereo, e anche l’Unione Europea, tramite il Rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, ha chiesto a Mosca di accettare le proprie responsabilità e di cooperare per il raggiungimento di una completa verità. La Russia nel 2015 aveva posto il veto all’ONU per impedire la costituzione di un tribunale che accertasse le responsabilità sull’abbattimento dell’aereo e certo non ci si può aspettare un cambiamento di linea, nonostante l’evidenza dei fatti.

Di fronte alla guerra portata dalla Russia nel Donbass nel 2014, dopo l’annessione armata della Crimea, la versione ufficiale del Cremlino è stata sempre quella di negare assolutamente il coinvolgimento in Ucraina, a dispetto di qualunque evidenza. Il tentativo di costruire un dossier per dimostrare ai russi l’intervento armato del paese in Ucraina è costato probabilmente la vita a Boris Nemtsov, che cercava di aprire gli occhi all’opinione pubblica. Ora, la guerra nel Donbass è in una fase di bassa intensità: l’appeasement fra l’amministrazione Trump e il Cremlino fa comodo ad entrambi, e in Ucraina il presidente Poroshenko è impegnato nello sforzo per la rielezione nel 2019, per cui ha bisogno di venire incontro ai desiderata di Washington, senza creare problemi all’amministrazione americana. Così, la situazione ucraina è quasi scomparsa dalle agende internazionali, e la ricerca di qualunque verità riguarda solo le vittime, salvo che possa essere in futuro utilizzata per perseguire altri scopi.

 

UCRAINA: Esplode un bus lungo la linea del fronte. Si continua a morire nel Donbass

Almeno quattro morti e diciannove feriti, questo il bilancio di un incidente avvenuto a un checkpoint nei pressi della città di Artemivsk, nell’Ucraina orientale. Un autobus, diretto a Horlivka, sarebbe accidentalmente saltato su una mina mentre si avvicinava all’uscita della città di Artemivsk, controllata dall’esercito ucraino al confine con l’area in mano ai filorussi. L’autista, forse per evitare la lunga coda di mezzi in attesa di passare il checkpoint, avrebbe deviato per una strada secondaria in mezzo ai campi, passando così sopra un’area minata.

Tutta l’area è controllata dai separatisti. La città di Artemivsk si trova sul confine tra la zona cuscinetto, stabilita dagli accordi di Minsk, e i territori controllati dall’esercito ucraino. Tuttavia, come dimostra l’incidente, la buffer zone è “de facto” in mano ai filorussi, come lo è la città di Horlivka. Anche se adesso non si spara più, quella è la linea del fronte e la presenza di mine è massiccia. Su quella linea sono morte più di seimila persone, di cui molti civili. Quelli dell’incidente di oggi vanno ad aggiungersi alla lunga lista delle vittime.

Questo incidente, simile a molti che avvengono nella regione, ricorda che la guerra non è finita. Che anche se tacciono i cannoni si continua a morire lungo il fronte. La pace armata attualmente in vigore non sembra destinata a durare. Tutta la regione è massicciamente militarizzata e la tregua sembra solo una pausa necessaria a riorganizzarsi più che la premessa a una pace durevole. La situazione in Ucraina, anche se non se ne parla più, è tutt’altro che risolta.

La foto si riferisce a un altro incidente, avvenuto a febbraio durante i combattimenti intorno a Donetsk  (Petr David Josek/Associated Press)

UCRAINA: Strage a Mariupol. Riprende l'avanzata dei filorussi?

da KIEV – La strage del 24 gennaio al mercato di Mariupol, la città nuovamente attaccata dalle forze separatiste con l’ausilio di forze russe senza insegne, ha risvegliato di colpo, con i suoi 30 morti e 93 feriti, le sonnolenti cancellerie europee, che sinora tacevano e fingevano di non vedere, mentre nell’autunno ingentissime  forze militari, carri armati, blindati, batterie missilistiche e sofisticati sistemi antiaerei provenienti dalla Russia passavano tranquillamente la ormai inesistente frontiera con l’Ucraina.

Il momento dell’attacco dei separatisti per allargare i territori controllati a scapito dell’Ucraina è ormai giunto, e l’allarmato e dolente richiamo di Federica Mogherini alla Russia è solo il lamento di chi sperava di riprendere presto a fare affari ad est riducendo le sanzioni, senza comprendere che l’impressionante dispiegamento di armi operato dalla Russia nei territori separatisti era il chiaro preludio ad un attacco.

Mariupol era stata misteriosamente risparmiata a fine agosto, quando le forze russe senza insegne avevano forzato la frontiera prendendo la città di Novoazovsk e giungendo alle porte di Mariupol, ormai praticamente sguarnita, senza però impadronirsene, forse perché l’impegno successivo di tenere la città avrebbe richiesto un’esposizione troppo evidente. Chi scrive ha potuto vedere di persona come, fino a poche settimane fa, l’uscita dalla città di Mariupol fossevigilata da otto posti di blocco successivi, semplicemente custoditi da uomini armati, senza alcuna protezione, mentre le forze separatiste, dalla fine dell’estate, stazionavano appena fuori città. Gli abitanti vivevano da allora con la convinzione che facilmente la città avrebbe potuto esser presa dagli aggressori in qualunque momento. Quel momento sembra essere arrivato.

Spesso in questi mesi vi erano stati scambi di razzi fra le forze opposte, senza però che vi fossero vittime civili. Il capo dei separatisti, Alexander Zakharchenko, forte delle armi ammassate in questi mesi, ha dichiarato che ormai non è più tempo per accordi con l’Ucraina, e che le sue forze possono attaccare contemporaneamente su tre fronti. L’affermazione più gravida di conseguenze viene però dal presidente russo Vladimir Putin, che ha dichiarato che gli ucraini commettono il grande errore di credere di poter risolvere la situazione militarmente, mentre l’unica possibile soluzione è politica. Ciò equivale ad ammettere che la Russia non smetterà mai di sostenere militarmente i separatisti, e, vista la forza militare russa, il destino di ogni possibile guerra è segnato.

Il presidente Poroshenko, che è precipitosamente rientrato dall’Arabia Saudita, si era mostrato nei giorni scorsi ottimista, nonostante la perdita dell’aeroporto di Donetsk, affermando che le forze ucraine, nelle battaglie tra carri armati combattute nei giorni scorsi, avevano vittoriosamente respinto gli attacchi dei separatisti. Ora, che si svolgano battaglie tra carri armati in Europa dopo il 1945 è uno scenario che neppure la guerra civile jugoslava aveva mostrato. Il fatto che nella scorsa settimana le cancellerie europee tacessero, nonostante l’evidente e massiccia escalation della guerra, rivela una totale irresponsabilità, o forse il fastidio di dover ammettere che un ricco partner commerciale sia coinvolto in qualcosa di innominabile.

Lo sciagurato e ininfluente tiro di missili Grad sul mercato di Mariupol ha risvegliato giocoforza le sonnolenti coscienze. Mariupol rappresenta la prima chiave per un’avanzata rapida verso la Crimea: la Russia non riesce tecnicamente a realizzare il desiderato ponte sullo stretto di Kerch e i costi per il mantenimento della isolata Crimea si stanno facendo troppo elevati. Putin ormai sa che l’Europa non ha né la volontà né la forza né la convenienza di fermarlo. Nei prossimi mesi farà ciò che più gli conviene. L’Europa gli ha già mostrato tutto ciò di cui è attualmente capace. Il puro nulla.

UCRAINA: Odessa sette mesi dopo. Cos’è emerso dalle indagini?

Quello del rogo della Casa dei sindacati di Odessa, dove il 2 maggio scorso sono morte 48 persone, è uno degli episodi più tristi della recente storia ucraina sul quale a più di sette mesi di distanza non è stata fatta piena luce. Dopo lo sdegno internazionale e l’iniziale, frettolosa, corsa alla ricerca di un colpevole, il testamento di sangue di Odessa ha perso spazio nei resoconti delle cronache dall’Ucraina, tanto da sembrare ora solo un lontano ricordo. Ma cosa si conosce ora sugli eventi di quel triste giorno di maggio?

Ripercorrendo brevemente i fatti

Immediatamente dopo i fatti del 2 Maggio la Verkhovna Rada ha istituito una commissione d’inchiesta, composta da deputati provenienti da tutte le fazioni politiche dell’allora Parlamento, per fare luce sulla morte delle 48 persone e sulle responsabilità dei gruppi organizzati che avevano preso parte agli scontri, della polizia locale e di alcune autorità politiche.

Il report finale, pubblicato lo scorso settembre, offre una ricostruzione dei fatti e un quadro incompleto che distribuisce le responsabilità tra le autorità politiche e militari e i gruppi organizzati contrapposti. Tutto era cominciato con l’assembramento di un gruppo di hooligans della squadra di calcio locale, il Chornomorets, prima della partita contro il Metalist (squadra di Kharkiv). Le due tifoserie, storicamente contrapposte, si sono unite in un corteo a sostegno dell’unità dell’Ucraina al quale hanno poi preso parte anche gruppi di estrema destra come Praviy Sektor e membri di “autodifesa di Maidan”. Secondo quanto riportato dal documento, le forze dell’ordine erano a conoscenza già dal 28 aprile della possibile organizzazione di cortei e provocazioni. Appare evidente che la notizia fosse giunta anche ai gruppi contrapposti, identificati dall’inchiesta con il nome di Odesskaya Druzhina, movimento filorusso locale formatosi in opposizione all’Euromaidan durante i mesi di protesta a Kiev. Alcuni di questi si erano preparati preventivamente allo scontro entrando in contatto con gli hooligans e gli esponenti di destra che accompagnavano il corteo. Gli scontri sono bene presto degenerati e gruppi di fazioni contrapposte sono finite, dopo numerose scaramucce, nella piazza antistante la Casa dei Sindacati, dove una serie di oppositori del nuovo governo di Kiev da qualche settimana avevano eretto una tendopoli. Quello che è successo dopo è meno chiaro. Una parte dei facinorosi che hanno partecipato agli scontri precedenti, insieme a molti filorussi della tendopoli (estranei agli episodi di violenza di quel giorno) si sono rifugiati nella Casa dei Sindacati per sfuggire all’aggressione degli hooligans e degli estremisti che hanno iniziato ad incendiare le tende nella piazza antistante. Nel palazzo governativo ben presto è divampato un incendio, provocato apparentemente dal lancio di cocktail infiammabili da parte degli assalitori. Molte delle 48 vittime hanno perso la vita nel rogo e alcuni, fuggiti dalle finestre, sono stati colpiti a morte dagli estremisti che avevano circondato il palazzo.

Cos’è successo all’interno?

Il resoconto appare, però, incapace di definire l’effettiva responsabilità per il rogo all’interno della Casa dei Sindacati. Se nei giorni successivi alla strage si era parlato di una massiccia presenza di cloroformio che, secondo le parole del viceministro degli Interni Vitaliy Sakal, avrebbe provocato il maggior numero di vittime, la commissione pur servendosi di numerosi esperti, non è stata in grado di definire l’effettiva presenza dell’agente chimico. Il resoconto finale si limita, infatti, a riportare tra le probabili cause di morte l’asfissia, le ustioni, ferite multiple e ferite di arma da fuoco. Membri della commissione hanno inviato, in concomitanza con la pubblicazione del report, formale richiesta al Ministero degli Interni per coinvolgere nelle indagini “esperti e tecnologie europee ed internazionali con lo scopo di svolgere un’analisi forense imparziale “sui corpi della vittime volta a stabilire l’esatta circostanza della loro morte. A quanto riportato da Ukrainska Pravda, il Ministero ha inoltrato tale richiesta ad alcuni partner occidentali come Stati Uniti, Israele, Germania e Gran Bretagna, senza ricevere una risposta formale. Ad oggi non si hanno notizie di ulteriori indagini in tal senso.

Le responsabilità della polizia e dell’amministrazione

L’indagine, inoltre, getta luce pur senza individuare alcun responsabile, sul comportamento anomalo della forze dell’ordine. Numerose testimonianze delle fasi iniziali degli scontri svoltesi lungo il percorso del corteo degli hoolignas evidenziano come la polizia fosse presente, ma non abbia “preso alcuna misura necessaria per stabilizzare la situazione e per fermare i più facinorosi, in alcuni casi non intervenendo proprio. Questo, continua il resoconto, appare ancor più grave considerando il fatto che già durante i primi scontri era individuabile tra i manifestanti dei due schieramenti non solo la presenza di oggetti contundenti come mazze, caschi, scudi rudimentali, ma soprattutto quella di armi da fuoco. Numerose sono state le persone ricoverate al pronto soccorso locale con ferite da arma da fuoco, mentre la prima vittima della giornata è stata colpita da un proiettile proprio durante i primi scontri.

Il report si sofferma anche su un particolare episodio che evidenzia la natura non del tutto spontanea degli scontri e l’azione discutibile della polizia. Secondo quanto appreso dalla commissione, sempre durante la prima fase dei combattimenti le forze filorusse sarebbero state rifornite con materiale da guerriglia (caschi, scudi, mazze, coltelli) e con alcune armi da fuoco (pistole). La polizia locale, pur individuando i fatti non sarebbe intervenuta. La distribuzione dei rifornimenti è stata fermata solo dall’intervento delle forze speciali Sokol (Falco) che avrebbero sequestrato, secondo il documento, almeno 6 pistole.

Un altro passaggio particolarmente significativo che, secondo la commissione stessa merita ulteriori indagini, riguarda il comportamento del capo del Dipartimento regionale di cooperazione con le Forze dell’ordine, Igoor Bolyanskiy. Secondo quanto appreso dall’allora capo dell’Amministrazione locale del Ministero degli Interni, Petro Liuziuk (licenziato il 3 maggio), proprio Bolyanskiy, durante un colloquio con uno dei leader di “autodifesa di Maidan” avrebbe consigliato a quest’ultimo di cambiare percorso sfuggendo così “all’accerchiamento dei filorussi e di dirigersi verso Kulikovoye Pole (piazza antistante la casa dei Sindacati) per disperdere la tendopoli”.

Poca cooperazione

Nella parte conclusiva del suo resoconto la Commissione non ha mancato di sottolineare le difficoltà incontrate durante le indagini e il poco sostegno politico. Pur avendo più volte invitato a deporre la propria testimonianza il Ministro degli Interni Arsen Avakov, il segretario dei Servizi di Sicurezza Valentin Nalivaychenko e il coordinatore di “autodifesa di Maidan” divenuto a febbraio (fino ad agosto) segretario del Consiglio di Difesa e Sicurezza Nazionale, Andrey Parubiy, nessuna di queste personalità ha voluto contribuire alle indagini.
La loro testimonianza sarebbe potuta essere, in effetti, particolarmente significativa per “chiarire la situazione riguardante i fatti avvenuti tra il 2 e il 4 maggio”. Il capo del Consiglio di Difesa e Sicurezza Nazionale, insieme al segretario dei Servizi di Sicurezza, avevano partecipato alla riunione dei rappresentanti delle forze dell’ordine e delle autorità politiche locali svoltasi il 29 aprile a Odessa. Lo scopo dell’incontro era quello di stilare un “piano di reazione alle minacce per la sicurezza nazionale” in città, in previsione della Festa della Vittoria del 9 maggio. Il 30 aprile sempre con supervisione di Parubiy, inoltre, l’amministrazione locale aveva approvato un piano per garantire l’ordine pubblico proprio durante lo svolgimento del match tra Chornomorets e Metalist del 2 maggio.
Il sostituto del Ministro degli Interni Sergey Chebotar, invece, si è direttamente occupato della stabilizzazione della situazione e delle indagini (senza risultati) nei giorni immediatamente successivi alla strage. Nemmeno in questo caso i membri della commissione sono riusciti ad avere un incontro ufficiale con il Ministero.

Sapremo mai la verità?

Appena qualche giorno dopo la pubblicazione del report, inoltre, alcune testate locali riprese anche da Itar-Tass hanno riportato la notizia della presunta manipolazione del documento. Il caso è stato sollevato dal membro della commissione d’inchiesta Svetlana Fabrikant, deputata della Verkhovna Rada eletta nel 2012 con il Partito delle Regioni e attualmente in forza a Forte Ucraina di Tigipko. Secondo la deputata, infatti, il report sarebbe stato modificato in alcune sue parti dopo la firma della sua versione finale da parte dei membri. Come riportato anche sul sito ufficiale di Svetlana Fabrikant, sarebbero scomparse dal documento le numerose testimonianze sulla presenza e l’attività del capo del Consiglio di Difesa e Sicurezza Nazionale Andrey Parubiy durante il giorno dei disordini ad Odessa e sulla presunta partecipazione agli scontri di almeno cinquecento “combattenti” membri di “autodifesa di Maidan” che sarebbero confluiti in città nelle ore precedenti ai disordini con la complicità del governatore della regione (poi sostituito il 6 maggio) Vladimir Nemirovsky.

A sette mesi di distanza appare quindi sempre più difficile credere che i responsabili della sanguinosa giornata di Odessa possano essere individuati. Non sapremo probabilmente mai con certezza chi e come abbia contribuito a trasformare gli scontri tra le opposte fazioni lungo le vie della città in una vera e propria strage. Nessun’indagine internazionale è stata intrapresa fin’ora, mentre il Comitato Consultivo Internazionale (International Advisory Panel) del Consiglio d’Europa, il cui report sugli eventi di Maidan è atteso per inizio 2015, non condurrà un’analisi parallela ma si occuperà semplicemente dell’esame delle investigazioni svolte dalle autorità ucraine. Difficile aspettarsi novità particolarmente significative.

UCRAINA: Donetsk, l'ultima battaglia è in corso. Ma anche Kiev è responsabile delle vittime civili

Fuga da Donetsk

L’ultima battaglia è cominciata nella notte. Le truppe ucraine hanno circondato in massa la città di Donetsk bombardandone la periferia. Secondo quanto riportato da fonti dell’amministrazione comunale della città, ancora in mano ai filorussi, il fuoco di artiglieria è stato intenso e dovrebbe preludere all’attacco della fanteria pronta a entrare in città. I filorussi, per rallentare l’avanzata dell’esercito di Kiev, hanno fatto saltare in aria tre ponti isolando la città. Un ponte è collassato proprio mentre era in transito un treno merci.

La popolazione è in fuga da Donetsk fin dalla notte. Secondo quanto riportato dalla CNN le colonne di auto hanno creato enormi ingorghi lungo le arterie meridionali.

Il villaggio di Gorlovska, alla periferia di Donetsk, è stato teatro di violenti scontri che hanno causato anche vittime civili. Secondo il quotidiano il quotidiano Ukrainska Pravda “il numero dei civili morti è compreso tra i venti e trenta”, caduti sotto il bombardamento dell’esercito ucraino. Tra i morti donne e almeno due bambini.

Le responsabilità di Kiev

Quella di Donetsk sarà l’ultima battaglia, poi i separatisti dovranno per forza lasciare il campo e riparare in Russia. I morti di questa battaglia si aggiungeranno alla conta delle vittime civili fin qui uccise parimenti dai separatisti che dai governativi. Morti di cui qualcuno è responsabile. Da un lato c’è Kiev, colpevole di aver usato artiglieria pesante e bombardamenti aerei su città ucraine, colpendo anche la popolazione civile. Ma in che misura questo sia avvenuto e se sia trattato di incidenti o di operazioni scellerate è ancora da stabilire.

Ma la vera colpa di Kiev è l’istituzione della “Guardia nazionale”, un corpo composto da estremisti e ultranazionalisti che Kiev ha irregimentato e spedito al fronte in modo da levarseli da piazza Indipendenza, dove ancora dopo la fuga di Yanukovich continuavano a seminare disordine e violenze minacciando l’attività di governo.

Human Right Watch ha denunciato le attività della Guardia nazionale e delle milizie filo-governative, colpevoli di attacchi a obiettivi civili che avrebbero causato la morte di almeno sedici persone.

In un primo momento le segnalazioni di vittime civili morte per mano dei governativi provenivano solo da fonti russe, perlopiù da media legati al Cremlino e parte del network Russia Beyond the Headlines, finanziato dalla Rossiyskaya Gazeta, uno dei principali quotidiani russi. La Rossiyskaya Gazeta (www.rg.ru) è la gazzetta ufficiale del governo russo, vera e propria voce del Cremlino. Per questo era necessario prendere con cautela quelle notizie.

Ora che vengono confermate da Human Rights Watch (HRW), organizzazione non-governativa americana, e da Ukrainska Pravda, giornale indipendente ucraino, è necessario dare loro piena rilevanza. In particolare Ukrainska Pravda è il quotidiano, in lingua ucraina, fondato da Georgiy Gongadze, giornalista indipendente ucciso nel 2000 dalle squadracce agli ordini dell’allora presidente Kuchma (il padrino politico di Yanukovich). Nel 2004 il giornale è stato una voce della Rivoluzione Arancione e tra i più aspri critici del regime di Yanukovich. Oggi il giornale è guidato da Olena Prytula, compagna di Gongadze, che – pur essendo russofona – ha sempre voluto mantenere il quotidiano in lingua ucraina. Un giornale che non ha certo rapporti con Mosca ma che non si esime di dire il vero, anche se è scomodo. Lo stesso vale per Human Rights Watch che, se una critica ha ricevuto, è stata quella di essere troppo vicino all’agenda americana. Eppure non nasconde i crimini commessi dalla parte che il governo di Washington supporta.

Mosca ha la colpa della guerra

Questo non significa che si debba nascondere o sminuire le responsabilità russe, che restano enormi. Sul Cremlino ricade la colpa di aver trasformato un conflitto politico in un conflitto militare, mandando uomini armati fino ai denti a invadere la Crimea e appoggiando le milizie filorusse nel Donbass. Milizie in cui è scarsa la presenza di ucraini, e i cui reparti sono perlopiù composti da teste calde provenienti d’oltre confine, oltre che da mercenari veterani delle guerre in Cecenia e Bosnia, e da agenti del Cremlino necessari all’addestramento e all’uso di armamenti sofisticati. Armamenti in grado di abbattere caccia militari il cui uso si apprende solo dopo una lunga formazione. Così come preciso addestramento richiede l’uso del sistema missilistico BUK, quello che ha abbattuto l’aereo di linea della Malaysian Airlines. Se anche in questo caso le responsabilità di Mosca dovessero essere accertate (al momento mancano le prove), sul Cremlino peserebbe il giudizio della storia prima che delle persone. Persone, come quei cittadini russi preda della paranoia del loro leader, che devono vedere Putin per quel che è. Un uomo che molto ha dato alla Russia e che ora tutto le sta togliendo.

UCRAINA: Il fronte si sposta a Donetsk. Iniziano i problemi per i separatisti

Sono ore particolarmente difficili per i miliziani filo-russi che ormai da mesi stanno combattendo contro la Guardia Nazionale e i vari battaglioni semi-indipendenti fedeli al governo centrale di Kiev. Se la tregua unilaterale proclamata da Poroshenko qualche settimana fa è servita ad entrambe le parti per rafforzarsi materialmente, gli eventi degli ultimi giorni dimostrano che l’occasione è stata sfruttata apparentemente meglio da Kiev.

Da Sloviansk verso Donetsk.

Oltre a Sloviansk, il centro più importante dal punto di vista strategico militare, i miliziani filo-russi hanno abbandonato anche Artemivsk, Druzhkivka e Kramatorsk, centri minori sulla strada verso Donetsk. I separatisti si sono ritirati proprio nel capoluogo dell’omonima regione, inaugurando una nuova fase del conflitto. Donetsk, infatti, non è una città come le altre. Con oltre un milione di abitanti è uno dei principali centri urbani del paese e, insieme a Lugansk, rappresenta il fulcro dell’attività dei separatisti nel Donbass. Inoltre, nata come dormitorio per i lavoratori delle acciaierie e delle miniere di carbone nella seconda metà del 800, la città rappresenta uno dei maggiori centri economico-industriali dell’Ucraina.

Il peso dell’oligarca.

Donetsk è anche la città dell’uomo più ricco del paese, Rinat Akhmetov, nonchè il capoluogo dei suoi numerosi interessi. L’oligarca ha fino ad ora tenuto un piede in due scarpe, cercando di mantenere una posizione di difficile equilibrio e di mediare a suo modo tra Kiev ed i separatisti. Proprio con il recente ingresso a Donetsk dei miliziani provenienti da Sloviansk, Akhmetov ha rilasciato alcune interessanti dichiarazioni sui nuovi sviluppi del conflitto in un’intervista al tele canale Ukraina. Pur sottolineando “l’assoluta necessità” di lottare per “l’unità del paese”, l’oligarca ha in un certo senso messo il veto sul possibile utilizzo degli stessi strumenti che hanno facilitato il successo a Sloviansk. “Donetsk non può essere bombardata, non si possono distruggere le città, i villaggi, non si possono distruggere le infrastrutture” ha tuonato Akhmetov, aggiungendo che l’unica soluzione possibile sia quella del “dialogo con i ribelli”.

“Ribelli” tra i ribelli.

Ma il retroscena più interessante delle ultime ore è rappresentato dal conflitto interno alle forze dei ribelli. Alcune fonti vicine alla leadership della RPD riportate dal quotidiano “Korrespondent” evidenziano, infatti, come proprio il destino della città sia alla base di una frattura tra l’ormai famoso Igor Strelkov e Aleksander Kodakovsky. Quest’ultimo è l’ex comandante della sezione di Donetsk del gruppo Alpha, uno dei corpi speciali del SBU che ha partecipato, insieme al Berkut, alle operazioni governative durante le manifestazioni di Piazza Indipendenza a Kiev. In seguito al cambio di regime, Kodakovsky, tornato nel Donbass, è diventato uno dei primi sostenitori dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk, costituendo il suo principale braccio armato, il Battaglione Vostok (che, almeno secondo le sue dichiarazioni, non avrebbe nessun legame con l’omonimo battaglione famoso per la sua attività in Cecenia). Già a inizio Giugno, in un’intervista rilasciata a RiaNovosti, Kodakovsky aveva espresso alcune perplessità sull’attività di Strelkov e sul basso valore che quest’ultimo attribuiva alla “vita umana” e al rispetto “delle regole” durante la guerra. La nomina di Strelkov come “comandante supremo” delle forze militari della RPD sembra aver provocato la definitiva rottura, confermata pubblicamente anche da Pavel Gubarev (uno dei leader dell’autoproclamata Repubblica). Kodakovsky, non disposto a trasformare la sua città in un vero e proprio campo di battaglia urbano, sembra essersi rifugiato con una parte del suo Battaglione presso Makeevka, una località nei sobborghi orientali di Donetsk, rifiutando di riconoscere la leadership del suo avversario. Il comandante del Battaglione Vostok si aggiunge così ad un altro “cane sciolto”, Igor Bezler, che negli ultimi giorni si è fatto vedere a Donetsk per un personale regolamento di conti. Secondo le dichiarazioni di Aleksander Borodai (“Premier” della RPD), Bezler, di stanza nella cittadina di Horlivka, non risponde da tempo agli ordini della leadership dei separatisti.

La rottura tra Kodakovsky e Strelkov rappresenta, però, un più ampio conflitto all’interno della leadership dei separatisti. Il crescente malumore di alcuni nei confronti delle recenti aperture politiche del Cremlino verso Kiev, e la carenza di aiuti materiali, che sembrano essere all’appannaggio solo di una determinata parte dell’ampio fronte dei ribelli, sarebbero alla base di una polarizzazione politica tra i sostenitori di un dialogo con il governo ucraino e di coloro che ritengono tale dialogo inammissibile e svantaggioso.

In attesa di un lungo assedio?

Il ritiro da Sloviansk, quindi, ha aperto una nuova fase nel conflitto che, con molta probabilità, sarà destinato a trasformarsi in una battaglia di logoramento. Kiev sta per ora evitando l’uso dell’artiglieria pesante e dell’aviazione su Donetsk, adottando la tattica dell’assedio. I principali punti di collegamento con il centro urbano sembrano sotto il controllo della Guardia Nazionale che ha stabilito numerosi punti di blocco per evitare la fuga e il rifornimento dei separatisti.

Ma una battaglia di logoramento sembra essere iniziata anche all’interno del fronte dei filo-russi. La crescente pressione di Mosca, che spinge verso il dialogo, e il calo del sostegno politico e materiale, ha avuto l’effetto di evidenziare tutte le difficoltà di un fronte che appare sempre meno compatto.

Kiev dal canto suo ha la difficile scelta tra un costante e crescente uso della forza nella città di Donetsk, che potrebbe spazzare la resistenza dei separatisti ma con effetti collaterali deplorevoli su civili ed infrastrutture, o l’uso della tattica dell’assedio, che rischia di impantanare il conflitto e rendere necessarie alcune concessioni politiche. Donetsk non è una città come le altre e anche gli interessi di Akhmetov, forse, vanno tenuti in considerazione. La parola passa a Poroshenko che, come i suoi predecessori, sembra aver imparato a zigzagare in un paese dai mille interessi contrastanti.

UCRAINA: L'ultimo grande assalto dei separatisti filorussi ormai lasciati soli da Mosca

La guerra civile ucraina, se così può essere chiamata, vive ore di intensi e feroci combattimenti. Un sanguinoso canto del cigno per i separatisti ormai abbandonati anche da Mosca. Stamane, alle prime ore del giorno, circa 800 miliziani filorussi hanno attaccato un posto di frontiera al confine con la Russia nei pressi della città di Lugansk. Non è ancora noto il numero esatto di morti. Secondo le fonti ucraine, l’attacco era ben organizzato e ben coordinato dai separatisti: per affrontarli è stato necessario aviotrasportare truppe sul posto. Questo starebbe a dimostrare, se ce ne fosse ancora bisogno, l’ottima preparazione tattica dei rivoltosi. Una preparazione che non si improvvisa e non ci si può attendere da semplici cittadini in armi. L’attacco – forse pensato per alleggerire Lugansk dall’assedio dell’esercito regolare – è stato respinto ma i disordini sono continuati.

A Lugansk i separatisti hanno dichiarato che contro di loro sono state usate bombe a grappolo e molti ordigni giacciono inesplosi per le vie della città. Per questo i filorussi, che ancora controllano alcuni edifici chiave di Lugansk, hanno invitato la popolazione a lasciare la zona. L’offensiva di Kiev, ripresa con vigore dopo l’elezione di Poroshenko a presidente, sta spingendo i rivoltosi verso il confine al di là del quale le truppe russe starebbero smobilitando, almeno secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters che cita fonti Nato.

A Donetsk si è sparato intorno all’aeroporto e i quartieri limitrofi sono stati sgomberati. Forse per far spazio ai caccia bombardieri di Kiev che, secondo Russia Today, emittente di stato russa, sarebbero stati usati per far saltare i capisaldi dei rivoltosi.

A Sloviansk e Kramatorsk i separatisti si stanno giocando il tutto per tutto, intensificando gli attacchi ma anche qui, secondo l’agenzia russa Itar-Tass, aerei militari ucraini stanno ripulendo il fronte per favorire l’avanzata dell’esercito regolare mandato da Kiev.

Se l’uso di caccia bombardieri e aerei militari, con il bombardamento anche intenso di alcune aree urbane, fosse confermato, ecco che allora si avrebbe la certezza della fine del sostegno di Mosca ai rivoltosi. Fino a qualche settimana fa sarebbe bastato un solo colpo di pistola in direzione di un miliziano filorusso a scatenare l’invasione russa. Oggi non bastano bombardamenti e bombe a grappolo. Putin, dopo le minacce, sta ora battendo in ritirata anche perché a Kiev si sta instaurando un potere assai diverso da quello paventato da Mosca: il potere degli oligarchi. Poroshenko, il nuovo presidente, è uno di loro ma soprattutto Achmetov, il padrone del Dombass, sostiene apertamente il nuovo corso.

La “rivoluzione” di Maidan è bell’e finita. Con un sublime esercizio di gattopardismo tutto è cambiato affinché tutto potesse rimanere uguale. Così anche i separatisti a est non servono più. Gli oligarchi hanno tutti gli interessi a trattare con Mosca, anche se cercheranno di mungere la vacca euroatlantica per un po’.

I miliziani, precedentemente armati da Mosca, sono ora senza padrini politici e proprio per questo il sangue, nel Dombass, scorrerà ancora più copioso nelle settimane a venire. Ma gli assalti sempre più violenti condotti dai separatisti testimoniano come questi presagiscano la fine e, braccati, abbiano deciso di vendere cara la pelle.

UCRAINA: Odessa e il suo testamento di sangue. Bruciate vive decine di persone

A Odessa è andato in scena ieri, 2 maggio, qualcosa per cui sarebbe inutile cercare aggettivi. Dall’eccidio di Odessa non si torna indietro, la crisi ucraina ha superato il suo punto di non ritorno. Tra le fiamme del palazzo del sindacato è bruciata viva quel poco di civiltà che restava. Gli opposti estremismi si sono guadagnati ormai identico attestato di barbarie. E la ferocia dei due schieramenti porterà il paese alla guerra civile. Quando tutto sarà finito gli studiosi potranno almanaccare le responsabilità del disastro che si avvicina: che sia colpa degli estremisti nazionalisti di piazza Indipendenza e delle loro pistolettate, oppure dei cecchini ancora senza nome che li uccisero; dei russi che hanno acceso la miccia del separatismo o del cosiddetto occidente che è andato a mettere le mani nella marmellata altrui, adesso non conta. Contano i 43 morti di Odessa e il loro testamento di sangue.

I fatti sono noti anche se già, da una parte e dall’altra, le opposte propagande giocano al rimpiattino della revisione. La moviola dei video, il processo alle intenzioni, e molto fumo ad avvolgere i crudi fatti: un corteo di sostenitori del governo ad interim di Kiev, composto da teppaglia comune, elementi vicini all’estrema destra e hooligans, si è scontrato con un corteo di filorussi. Tra questi ultimi, altrettanta teppaglia e molta gente comune. La polizia, dopo un blando tentativo di separare i due cortei, si è fatta da parte lavandosene le mani. I filorussi hanno avuto la peggio e si sono dispersi.

Al momento degli scontri quelli che non erano andati lì per menare le mani si sono allontanati. Tra i filorussi in molte decine (principalmente gente comune) hanno cercato rifugio nel palazzo del sindacato dove a quell’ora non mancavano i dipendenti regolarmente al lavoro. Il palazzo è stato circondato e dato alle fiamme dalle molotov lanciate dai nazionalisti. Il fuoco, divampato nei piani bassi dell’edificio, si è propagato rapidamente. Dentro, assediati e imprigionati tra le fiamme, donne, anziani, giovani, qualche teppista di sicuro. Ne sono morti 43, ma la cifra è destinata a essere corretta al rialzo. La polizia, di nuovo, ha lasciato fare e i soccorsi delle ambulanze sono arrivati quando ormai era troppo tardi.

I dettagli della vicenda sono e saranno oggetto di processo: il mancato intervento della polizia che significa? a chi obbedisce? chi si gioverà politicamente di queste morti? Una cosa è certa, sono morte persone disarmate, braccate, e poco importa se fossero facinorosi o persone comuni: conta che le bestie stavano fuori a esultare mentre dentro si moriva arsi vivi. C’è un limite in qualsiasi scontro ed è quello dell’umanità. Quando viene meno, quando la violenza cessa di essere finalizzata a uno scopo (quale che sia) e diventa orgasmo, piacere fine a se stesso, l’abisso è spalancato.

I due cortei erano pronti allo scontro e consapevoli di quanto sarebbe accaduto: bastoni e manganelli, scudi di metallo, persino pietre e mattoni fino alle immancabili bombe incendiarie, si contavano in entrambi gli schieramenti. Non era una passeggiata di salute, questo era chiaro per tutti. La voglia di sangue era evidente. Ma ci sono delle vittime e gli unici ad avere ragione, adesso, sono i morti.

Cos’altro dire?  Tutto e niente. Quella Kiev che protestava pacificamente contro il despota, e che ci ha emozionato tutti, è un ricordo che sembra oggi lontanissimo. Poi è venuto il tempo dell’estremismo nazionalista e del suo tentativo, in parte riuscito e tutt’ora in corso, di influenzare tanto il governo ad interim quanto la città. Oggi sono ancora lì, sulle barricate, con i loro “comitati d’ordine” a minacciare la tenuta del fragile governo uscito da una piazza che non rappresenta: la gente voleva lavoro, diritti, non una guerra civile. Ma l’estrema destra ha fatto il gioco del Cremlino, radicalizzando lo scontro offrendo a Mosca una legittimazione per l’intervento in Crimea e in Ucraina orientale. La Russia, per coprire gli interessi economici che la muovono, ha anch’essa giocato con la bestia del nazionalismo: ma è una bestia che non obbedisce al padrone.

Oggi che la Russia ammette “non controlliamo più i separatisti” dopo avere per mesi affermato che non erano eterodiretti, viene da piangere. Oggi che il dado della guerra civile è tratto i burattinai si rendono conto di avere giocato troppo forte? E non solo i burattinai di Mosca ma anche di quelli di Washington, parimenti responsabili del disastro. E’ improbabile che un paese messo così possa andare alle urne il 25 maggio prossimo, ed è proprio questo lo scopo tanto degli estremisti di destra quanto dei separatisti russi. Senza elezioni sarà forse la guerra, quella risolutiva per i destini del paese nel secolo in corso. E i morti di Odessa saranno allora solo i primi della lista.

 Foto: REUTERS/Yevgeny Volokin

UCRAINA: Esercitazione nella notte a Kiev. Mentre a est si organizza il referendum per la secessione

da KIEV – Nella notte fra il 30 aprile e il primo maggio è andata in scena una esercitazione militare nel centro di Kiev, con dispiegamento di uomini e armi, qualcosa di imprevedibile ed ed estremamente preoccupante. Intanto procede con successo l’iniziativa russa in Ucraina.

La guerra a bassa intensità scelta dalla Russia per destabilizzare il paese e condurre possibilmente ad un crollo del governo provvisorio ritenuto ostile ed illegittimo, sta ottenendo i risultati sperati. A Donetsk, Lugansk, Alchevsk, Horlyvka, oltre che a Sloviansk, i paramilitari russi e i volontari filorussi che li spalleggiano stanno sistematicamente impadronendosi dei palazzi comunali e delle sedi della polizia, oltre che di ripetitori televisivi e sedi dei servizi segreti.

A detta dello stesso presidente ad interim Turcinov, le forze di polizia ed i militari sono incapaci di controllare la situazione, che sta sfuggendo di mano al governo centrale. La polizia quasi sempre rimane inattiva di fronte alle dimostrazioni di forza dei separatisti, fiutando chiaramente quale sarà il destino di quelle regioni.

Ora i capi della autoproclamata ‘Repubblica Popolare di Donetsk’ puntano ad un doppio risultato: realizzare per l’11 maggio un referendum popolare per decidere la secessione dall’Ucraina, così da spianare la strada a un più esplicito intervento di Mosca, e rendere impossibile in quelle regioni il voto per l’elezione presidenziale previsto per il 25 maggio, così da renderlo monco ed invalidarlo nei confronti dei propri territori. Qualunque sia la consistenza numerica e la presentabilità internazionale del possibile referendum non è un problema per la Russia che dispone di tutte le forze necessarie per realizzare i propri obiettivi, come è avvenuto ancor più facilmente in Crimea, dove la maggioranza della popolazione si è sempre sentita russa.

Sondaggi sostengono che nella regione orientale del Donbass non più del venti per cento della popolazione sia favorevole ad un assorbimento da parte della Russia, ma in questo momento le sorti dell’Ucraina non sono certo nelle mani dei suoi abitanti.

Per il 9 maggio prossimo, festa della vittoria nella seconda Guerra mondiale, si teme nel Donbass un acuirsi ulteriore della crisi, con un progresso ed un’estensione delle prove di forza separatiste.

Ora, per il governo in carica, è di estrema importanza il mantenimento del controllo sulle regioni meridionali di Kherson e Odessa, chiaramente ambite da Mosca, ma di più difficile raggiungimento: il Donbass sta per essere perduto, ma la sopravvivenza reale dell’Ucraina come stato è legata al mantenimento dello sbocco sul Mar Nero e alla salvaguardia di regioni economicamente molto importanti.

La chiave della crisi risiede proprio in quelle regioni: se il Paese riuscirà a resistere per qualche tempo all’attacco a bassa intensità che subisce nel Donbass potrebbe riuscire a salvare il sud; l’impresa non è di facile attuazione perché qualunque concreto sforzo di difesa militare può essere preso a pretesto dalla controparte per un’invasione: dunque un equilibrio delicatissimo presiede alla sopravvivenza dell’Ucraina. La Russia tiene in mano quasi tutte le carte e progressivamente le userà, contando sull’impotenza dell’Occidente, per vendicare lo sgarbo della rivolta del Maidan, vissuto dal Presidente Putin come un’offesa personale.

UCRAINA: La repubblica sovietica di Donetsk e una storia che si ripete

Durante le manifestazioni dei separatisti filorussi a Donetsk e nell’est dell’Ucraina, una bandiera viene sventolata insieme, e sovente al posto, di quella russa. Una bandiera simile a quella di Mosca che al posto del bianco ha il nero e che rappresenta quella che i separatisti filorussi hanno ribattezzato “Repubblica di Donetsk”. Ma questa bandiera viene da lontano, era infatti il vessillo della Repubblica socialista sovietica di Donetsk-Krivoj Rog, una repubblica sovietica fondata l’11 febbraio del 1918 e formalmente esistita fino al 17 febbraio del 1919. La storia che sta dietro questa bandiera ricorda, per certi versi, quella cui stiamo assistendo in questi mesi.

La Repubblica sovietica di Donetsk nacque infatti come reazione alla costituzione della Repubblica popolare ucraina, proclamata a Kiev nel dicembre del 1917. Già dal marzo di quell’anno Kiev era in subbuglio, dal 17 marzo al 2 aprile un grande congresso dei socialisti aveva promosso la creazione di un’assemblea locale (la Central’na Rada) che di fatto deteneva il potere in Ucraina pur rimanendo formalmente legata alla Russia.

A Pietrogrado (l’attuale San Pietroburgo), capitale dell’Impero Russo, nel febbraio del 1917 era andata in scena la Rivoluzione di Febbraio che portò alla caduta dello zar e alla formazione di un governo social-rivoluzionario guidato da Kerenskij. Tale governo aveva il compito di governare fino alle elezioni e alla Costituente che avrebbe dovuto dare alla Russia una nuova forma di governo. Kerenskij riuscì a indire le elezioni ma il fallimento nel tirare fuori la Russia dalla Prima guerra mondiale ne causò la fine: il Soviet di Pietrogrado, organizzato dai bolscevichi, fin da subito contese il  potere al governo provvisorio (e già da febbraio controllava l’esercito) e nell’ottobre del 1917 lo destituì durante i fatti della Rivoluzione d’Ottobre.

Alla Central’na Rada il passaggio di potere ai bolscevichi non piacque e, per tutta risposta, si proclamò indipendente nel dicembre 1917. La reazione dei bolscevichi non si fece attendere, essi tentarono un putsch che però fallì anche a causa della loro impopolarità, fu allora che l’Armata Rossa entrò a Kiev il 9 febbraio del 1918. In cerca di aiuti, Kiev firmò l’alleanza con la Germania, già in guerra con la Russia dal 1914. In poche settimane i tedeschi entrarono a Kiev e scacciarono i russi da buona parte dell’Ucraina ma il prezzo da pagare fu alto: la Central’na Rada venne esautorata con la scusa che non controllava più il paese (di fatto in mani tedesche) e Berlino prese il diretto controllo dell’Ucraina.

Intanto i bolscevichi fuggiti da Kiev si rifugiarono a Donetsk dove, nel febbraio del 1918, fondarono la Repubblica socialista sovietica di cui si è detto all’inizio, che però non resistette all’avanzata tedesca e nel marzo venne inglobata nella nuova Repubblica popolare ucraina controllata da Berlino. Durò solo un mese la Repubblica sovietica di Donetsk, fedele alla Russia benché mai riconosciuta dal Soviet di Pietrogrado, ma il suo ricordo è abbastanza forte da tornare oggi nelle bandiere dei separatisti filorussi.

Anche oggi c’è un governo a Kiev che ha proclamato una sorta di “indipendenza” da Mosca. Anche oggi quel governo, minacciato, si è rivolto alla Germania e all’occidente. E anche oggi quel governo sta perdendo il controllo della situazione.

Le analogia finiscono qui. La sorte dell’Ucraina di allora fu amara. Il potere tedesco, dopo aver esautorato la Central’na Rada, favorì la creazione di un etmanato (dal nome dello stato dei cosacchi ucraini del XVII° secolo) di fatto fantoccio di Berlino. Intanto crollava l’Impero austro-ungarico e nell’Ucraina occidentale si costituiva una Repubblica indipendente con capitale a Leopoli. La sconfitta dei tedeschi aprì le porte a una nuova fase di indipendenza anche per Kiev dove si ricostituì la Repubblica popolare guidata da un Direttorato che si unì a quella di Leopoli verso la fine del 1918.

Nel 1919 nuovamente i bolscevichi intervennero ed entrarono a Kiev. L’Ucraina divenne un campo di battaglia per l’Armata Rossa, l’Armata Bianca, la Polonia e i gruppi socialisti e anarchici locali. Tutti si contesero il corpo straziato del paese che venne poi spartito tra URSS e Polonia nel 1921 con il Trattato di Riga.

Questa storia, oltre a dirci qualcosa sulla bandiera dei filorussi, racconta di un paese la cui indipendenza è sempre stata impossibile. Calpesta, violata, spartita, mai ha potuto dirsi davvero “libera”. E nelle lotte che ci sono state per il potere spesso sono andati in scena personaggi controversi, da Machno a Bandera e – in tempi recenti – Timoshenko o i neofascisti di Svoboda. Ogni fase di passaggio ha i suoi profittatori, i suoi beneficiari, i suoi eroi e i suoi martiri. Spesso queste cose finiscono per coincidere. Questa storia ci dice anche che l’Ucraina che ha lottato ed è stata vinta parte da Kiev e va verso occidente. Al di là del Dnepr la musica cambia. Ed è una cosa su cui vale forse la pena di riflettere, anche se riflettere con i cannoni russi puntati alla tempia non è facile.

TRANSNISTRIA: Tiraspol preme per l'adesione alla Federazione Russa

Mercoledì 16 aprile, il Parlamento della Transnistria ha annunciato da Tiraspol, in seguito al voto espresso all’unanimità dai deputati, la proposta di aderire all’interno della Federazione Russa, attraverso un’istanza formale da inoltrare alle autorità di Mosca.

La Transnistria dichiarò l’indipendenza dall’Unione Sovietica il 19 agosto 1990, per poi far parte della Moldova, per i più Moldavia, dalla quale ha annunciato l’indipendenza il 1° settembre 1990, insistendo apertamente sulle posizioni filorusse della popolazione civile attraverso i tre referendum del 1991, 1995 e 2006. Per ventiquattro anni, lo stato della Transnistria non ha ricevuto riconoscimento e legittimità al livello internazionale.

Il Ministero degli affari esteri rumeno ha reagito rapidamente, pubblicando la propria dichiarazione sui siti istituzionali. Il governo “è preoccupato per il ‘voto’ espresso mercoledì in seno al presunto parlamento di Tiraspol”. Bucarest supporta la posizione del governo moldavo condannando la decisione del cosiddetto “Soviet Supremo” di Tiraspol come “violazione dei procedimenti diplomatici e sfida all’integrità territoriale della Repubblica di Moldova, tanto più oggi, all’interno del caldo e vacillante contesto della questione ucraino-russa. E’ doveroso da tutte le parti un approccio costruttivo, che si astenga da azioni unilaterali che comporterebbero soluzioni senza trattativa ” .

Il presidente Basescu ha commentato gli eventi di mercoledì 16 aprile, giorno dell’annuncio, dichiarando che la Romania sosterrà la repubblica moldava, ma l’evolversi di frizioni interesserà la possibilità di integrazione all’interno del quadro dell’Unione Europea. Il presidente, sin dall’inizio del suo mandato, ha sempre riconosciuto come prioritaria la questione legata alla condivisione e comunità di intenti tra Romania e Moldova, e naturalmente, ora più che mai afferma dalle stanze di Palatul Cotroceni un reale e concreto appoggio a Chisinau. Come riporta l’agenzia stampa Agerpres (principale agenzia di notizie romena) le parole di Basescu danno vigore a questa tendenza: “io vi dico apertamente: semmai avrete problemi nel cammino verso l’Unione Europea e troverete difficoltà insormontabili, tutto quello che dovrete fare è chiamare Bucarest e dire ‘ noi siamo a favore dell’unificazione’. Ma questo deve provenire dai cittadini moldavi, perché in Romania, il sentimento pro-unificazione è all’80 per cento”. L’accordo di associazione tra la Repubblica di Moldova e l’UE, ha precisato il presidente, sarà redatto in rumeno come lingua ufficiale, a seguito della decisione della Corte costituzionale della Repubblica di Moldova [che ha definito che la lingua ufficiale della Moldova si chiama rumeno, ndr].

La situazione della Crimea e dell’Ucraina orientale stanno fermentando le tendenze che serpeggiano tra le trame dell’Europa orientale e dell’Asia centrale: separatismi, indipendentismi, pressioni autonomistiche e rivendicazioni di autodeterminazione. Al centro della riflessione è la relazione “dialettica” tra potere centrale e le aspirazioni dei particolarismi, oggi di interesse diffuso visto l’incremento di movimenti, sia in termini di cifre, in costante aggiornamento in Europa (non solo orientale) , sia in termini di intensità, di coinvolgimento e di attività militantistiche.

UCRAINA: Altri incidenti a Sloviansk. L'occidente deve fare un passo indietro

Gli incidenti di Sloviansk

La tregua pasquale in Ucraina è stata presto interrotta da uno scontro a fuoco presso un posto di blocco dei separatisti a Sloviansk. Tre separatisti filorussi sono rimasti uccisi, un morto invece si registra nel campo avverso che-  secondo Russia Today – sarebbe stato un commando di ucraini organizzato da Pravy Sector, il gruppo di estrema destra extraparlamentare che si guadagnò la ribalta delle cronache durante le proteste di piazza Indipendenza a Kiev. I dettagli della vicenda non sono chiari, e le parti in causa si rimpallano le responsabilità dell’accaduto. Secondo i Servizi di sicurezza ucraini si tratta di un incidente ideato e realizzato a tavolino dai filorussi, per creare un precedente atto a scatenare una reazione di Mosca, una specie di Golfo del Tonchino in versione contemporanea.

Qualunque sia la vera natura dell’accaduto, è chiaro che lo stillicidio di incidenti e provocazioni che ormai da alcuni giorni si verifica nella zona non potrà che aggravare la tensione già in atto. Quanto sta avvenendo dovrebbe far riflettere le parti in causa, e principalmente le grandi potenze occidentali coinvolte nella crisi, al fine di trovare una soluzione equilibrata prima che la situazione precipiti definitivamente. E’ chiaro che, in questa delicata congiuntura, di un eventuale tracollo della situazione beneficerebbe solo Mosca, che non è da escludere stia operando proprio in tale direzione.

Per Putin l’Ucraina è parte irrinunciabile del mondo russo

Vladimir Putin è convinto – forse non a torto – che la rivolta del Maidan, che ha portato alla caduta del presidente Yanukovich, sia stata ispirata e sostenuta dall’occidente. La sua sarebbe quindi una “reazione” e non una “aggressione”. In questo modo, usando  metodi simili a quelli che hanno consentito la caduta del regime ucraino, sta destabilizzando gravemente le regioni orientali del paese confinante, per poter probabilmente giungere a una situazione simile a quella della Crimea, ovvero ottenere un pronunciamento referendario favorevole all’incorporazione di quelle regioni nella Russia, o una situazione di instabilità prossima alla guerra civile, in cui poter intervenire con funzioni di apparente peacekeeping.

La posta reale in gioco è comunque quella dell’intera Ucraina, e non solo di alcune sue parti, che possono esserle strappate in corso d’opera: Putin ritiene l’Ucraina parte costitutiva ed essenziale del mondo russo e della sfera d’influenza russa. La storia gli dà ragione, e la pretesa eventuale da parte dell’occidente di estendere la propria influenza all’Ucraina, risulta troppo ardita e pericolosa. L’idea che l’Ucraina possa un giorno entrare a far parte della Nato è contraria a una logica di rispetto delle sfere d’influenza che ha assicurato la pace in Europa dopo la seconda guerra mondiale.

L’occidente dovrebbe favorire la neutralità dell’Ucraina

L’occidente dovrebbe garantire che il paese possa collocarsi in una sfera di neutralità, dando garanzie che in nessun caso possa un giorno entrare a far parte della Nato. Economicamente l’Ucraina è legata a doppio filo alla Russia, e dunque in ogni caso la sua esistenza è legata a quella del più potente vicino. Identità culturale e storica rendono i due paesi parte di un’unica koinè, da cui l’occidente è sostanzialmente lontano. La Russia, ed il suo Presidente, non rinunceranno mai alla loro influenza sull’Ucraina, e la semplice idea che la Nato possa arrivare sino a Kiev è semplicemente intollerabile.

Dunque l’occidente deve sapere che la Russia è disposta a qualsiasi cosa per mantenere il controllo sull’Ucraina. Qualsiasi cosa. Le modalità con cui si eserciterà questa volontà di controllo sono ancora da appurare, e sono legate alle circostanze in evoluzione. Ma per il bene dell’Ucraina è necessario che l’occidente si renda conto della gravità della posta in gioco e della risolutezza dell’avversario. In caso contrario, l’Ucraina, il cui diritto di scegliersi presto un governo autonomo senza protettorati esterni è sempre più messo in discussione,  può scivolare verso la catastrofe.

UCRAINA: L'accordo di Ginevra, tanto rumore per nulla

Il 17 aprile si è svolto a Ginevra l’incontro a quattro tra Russia, Stati Uniti, Ucraina ed Unione Europea per fare il punto sulla crisi ucraina e provare a trovare vie di uscita. Durante la settimana questo incontro era stato presentato più volte, nei momenti in cui non si è minacciato di farlo saltare, come il luogo dove provare a mediare le diverse posizioni e dove magari trovare una soluzione alla crisi.

Al termine dell’incontro è stato approvato un testo condiviso che presentasse i risultati della giornata:

  • disarmo di tutti i gruppi armati illegali
  • restituzione degli edifici occupati ai legittimi proprietari (sic!), sgombero di strade, piazze ed ogni luogo pubblico occupato
  • amnistia per i manifestanti che non si fossero resi colpevoli di reati gravi
  • un processo costituzionale tendente verso una maggiore inclusività delle regioni
  • un ancora maggiore coinvolgimento dell’OSCE.

Molti, a distanza di pochi minuti dal raggiungimento dell’accordo, hanno espresso parole positive, sottolineando l’importanza dei temi trattati e la convergenza sulle posizioni, ma al trascorrere delle ore lo stesso accordo è stato fonte di scontri verbali e accuse.

La Russia ha interpretato a suo favore il testo sostenendo che il disarmo è primariamente rivolto verso Pravi Sektor, gruppo protagonista degli scontri del Maidan, vicino alla nuova compagine governativa e definito da molti antisemita. Da Mosca hanno altresì sottolineato che il punto di maggior importanza sarebbe l’accettazione di riforme costituzionali, ed eventualmente di un referendum, che spingano verso l’autonomia le regioni dell’Est.

Gli Stati Uniti hanno confermato che le sanzioni proseguono e che sono collegate all’azione russa in Crimea. L’Ucraina pur aprendo alla concessione di uno status speciale alle regioni di Donetsk e Lugansk attraverso le parole del Presidente Turchinov e del premier Yatseniuk, continua l’azione antiterrorismo nelle regioni orientali, interpretando il testo completamente a suo favore. L’Unione Europea non ha chiaramente un’opinione ferma, ma in questo caso forse avrebbe solamente aumentato l’incertezza attorno a questo testo.

Nel frattempo i miliziani filorussi hanno però fatto presente che per loro l’accordo non ha alcun valore, che loro proseguono l’azione e che potrebbero valutare una sospensione delle proteste solo in caso di indizione di un referendum, da svolgersi solo in quei territori, sullo status delle regioni di Donetsk e Lugansk e qualora il Governo “illegittimo” si dimettesse.

L’accordo si presta quindi a grossa confusione; disarmo dei gruppi armati: ma chi sono questi gruppi armati? Restituzione degli edifici ai proprietari legittimi: ma se poi tutti si definiscono legittimati? E ancora, riforme costituzionali, ma di che genere? E poi: ma davvero crediamo che l’OSCE, Organizzazione internazionale con molti limiti, possa portare effetti positivi attraverso il dispiegamento di una missione, già in parte operativa, dove operino fianco a fianco russi e americani inviati dai loro governi?
Un testo pilatesco, che dice tutto e dice nulla, che può essere interpretato a favore di ognuna delle parti in causa e che in concreto non obbliga a nessuna azione. Ecco di cosa stiamo parlando. Il risultato quindi è che si siano seduti attorno ad un tavolo, senza urlarsi addosso e senza andare via sbattendo la porta. Già un punto di partenza.

UCRAINA: Fallita l'offensiva ucraina. Separatisti russi accolti da eroi

Tre separatisti russi sono stati uccisi durante scontri avvenuti nella notte tra il 16 e il 17 aprile a Mariupol, nell’est dell’Ucraina, nella parte meridionale dell’oblast di Donetsk, dove circa 300 uomini hanno attaccato i militari ucraini con bombe molotov. Le truppe di Kiev hanno risposto aprendo il fuoco e uccidendo tre separatisti, secondo quanto riferito dal ministro degli Interni ucraino, Arsen Avakov. Secondo le fonti ministeriali, altri 13 separatisti sono stati feriti e 63 arrestati.

E’ il più grave fatto di sangue dall’inizio della cosiddetta “operazione anti-terrorismo” lanciata da Kiev contro i separatisti filorussi che da due settimane occupano i punti chiave di molte città dell’Ucraina orientale. Per una cronaca completa dei fatti si legga qui.

Nella giornata di ieri, 16 aprile, le forze ucraine sono state disarmate dai separatisti russi che hanno loro sequestrato sei mezzi blindati con i quali sono poi entrati in Krematorsk, altra città dell’oblast di Donetsk, accolti trionfalmente dalla folla dei cittadini. Resta un mistero su dove si trovino i soldati ucraini di scorta ai blindati: fatti prigionieri o passati al nemico? A Kramatorsk i filorussi mantengono ancora il controllo del municipio, del commissariato e della sede locale dei servizi segreti.

Il 16 aprile a Sloviansk, trecento soldati ucraini si sarebbero arresi tra gli applausi della folla, lo riferisce l’agenzia russa Interfax.

Le forze filorusse stanno respingendo i male organizzati attacchi ucraini grazie all’aiuto di uomini di Mosca (si dice che il capo dei filorussi di Sloviansk, Igor Strelkov, sarebbe un ufficiale dei servizi segreti militari russi) e a truppe che avrebbero passato il confine indossando divise senza mostrine. Tra i separatisti ci sarebbero anche ex-agenti dei Bekrut, la polizia antisommossa responsabile della repressione delle proteste di Maidan e sciolta dal nuovo governo di Kiev.

L’insuccesso delle truppe di Kiev si deve alla scarsa organizzazione dovuta ai molti cambi della guardia avvenuti nell’esercito all’indomani della presa del potere delle forze pro-Maidan, Ma anche al fatto che sparare sui dei connazionali – poiché tali sono, finché qualcuno non deciderà il contrario con la forza – non piaccia ai soldati di Kiev.

Nella giornata di oggi, 17 aprile, sono previsti colloqui a Ginevra tra le diplomazie russa e americana. Non c’è però da attendersi nulla, le due parti sembrano decise a mantenere la linea dura. E alla minaccia di nuove sanzioni Mosca risponde con nuove occupazioni in Ucraina. Questa escalation tuttavia non può durare e il punto di rottura si avvicina pericolosamente.

 

OPINIONE: Kiev lancia la sua operazione "antiterrorismo". La mossa che Mosca attendeva?

da KIEV- Il secondo movimento dell’Operazione Ucraina è in corso di piena attuazione. Le forze irregolari di Mosca si sono infiltrate profondamente nell’Ucraina orientale ed hanno iniziato, secondo un asse nord-sud sopra Donetsk, a disporre posti di blocco per isolare sostanzialmente un ampio territorio. La città di Sloviansk è il cuore dell’operazione, e proprio lì i militari senza insegne hanno preso immediatamente possesso della centrale di polizia. Forze leggere dei Servizi di sicurezza ucraini erano state in un primo momento respinte con perdite, a testimoniare della professionalità e dell’organizzazione degli occupanti. Dalle intercettazioni pubblicate ieri da Anna Zafesova su La Stampa si comprende bene la natura non convenzionale della manovra in corso e il tentativo di non far trapelare l’accento russo degli uomini in armi.

E’ iniziata ieri l’annunciata operazione antiterrorismo dell’esercito ucraino, con mezzi blindati, per circondare e neutralizzare gli occupanti. Con un sostegno aereo è stato ripreso il controllo dell’aeoporto di Kramatorsk, tassello importante per la possibile penetrazione di forze esterne. E’ da considerare il fatto che questa mossa potrebbe rappresentare precisamente ciò che attendeva Mosca per poter passare a stadi ulteriori dell’occupazione. Il Ministro degli Esteri russo Lavrov, ha dichiarato con irritazione che questa decisione del governo ucraino può mettere a rischio il vertice del 17 aprile a Ginevra con Stati Uniti, Unione Europea e Ucraina.

E’ evidente però che la tecnica di porre gli avversari di fronte al fatto compiuto, utilizzata con successo in Crimea, è di attuazione più difficile nell’Ucraina orientale; le posizioni conquistate sul campo dalle forze irregolari sono già numerose, e ramificato è il sistema dei posti di blocco volti a creare una zona franca fuori dal controllo di Kiev. Il governo ucraino non poteva aspettare ancora, pena l’estendersi eccessivo dell’area rivendicabile da Mosca. Molto delicata sarà la gestione dell’operazione,  perché è possibile che Mosca non disdegni uno spargimento di sangue, e intenda sacrificare un certo numero di occupanti per poter passare poi ad un’invasione conclamata.

Definire “separatisti filorussi” i commandos che stanno isolando a mano armata una parte dell’Ucraina è ormai una pietosa ipocrisia, che sarebbe per correttezza di cronaca da evitare: le armi degli assalitori sono, ironia della sorte, modelli di fabbricazione russa non esportabili all’estero. Nelle regioni ucraine sottoposte ad attacco, nonostante legittime manifestazioni di dissenso dal governo centrale, non si sono viste le scene di giubilo viste in Crimea a favore degli occupanti.

E’ possibile che lo scenario ulteriore, poste le intenzioni manifestate nei fatti da Mosca, sempre salva l’ipocrisia diplomatica volta a consentire l’avanzata sul campo, sia sempre più quello di una guerra conclamata, a meno di accordi in extremis con gli Stati Uniti, o eventuali ripensamenti qualora si annuncino sanzioni serie contro l’economia russa. La frase pronunciata da Putin a Bush anni fa, secondo cui l’Ucraina non sarebbe neppure un paese, risuonerà presto nelle orecchie di molti, e di quanti hanno troppo frettolosamente pensato di poter cancellare gli equilibri di Yalta.

UCRAINA: Sull'orlo della guerra civile?

I centri urbani dell’ Ucraina orientale, Izyum , Barvinkovye e Slovyansk (160 km dal confine russo) , vedono transitare sul su territorio decine di mezzi corazzati, elicotteri, camion militari e pullman di truppe governative ucraine in divisa nera che fanno minacciosamente ronda in attesa delle indicazioni di Kiev.

Le milizie filo- russe stanno occupando i luoghi pubblici, la polizia e altri edifici amministrativi in almeno nove città dell’Ucraina russofona, nella zona orientale del paese , rivendicando una più ampia autonomia e legami più stretti con la Russia . Gli eventi che hanno visti protagonisti i filorussi occupare sedi degli uffici governativi, nonché l’aeroporto di Kramatorsk, agitano le file di militari ucraini guidati dal comandante Krikov, mentre da Mosca Medvedev esprime speranze su possibili ripensamenti di Kiev “mi auguro che le autorità ucraine usino abbastanza cervello ” per impedire una ulteriore escalation del conflitto nella parte orientale del paese .L’Ucraina è sull’orlo della guerra civile ed è spaventoso” riporta l’agenzia stampa Reuters.

La Russia ha ancora decine di migliaia di soldati lungo il confine orientale dell’Ucraina, stanziati durante le spedizioni nella penisola di Crimea. I servizi di sicurezza ucraini hanno identificato come leader dell’operazione filo-russo a Slovyansk un agente segreto russo di nome Igor Strelkov, a testimonianza del fatto che si vocifera un reale coinvolgimento dell’intelligence del Cremlino dietro gli insorti filorussi.

Botta e risposta Kiev Mosca

Il presidente in carica dell’Ucraina , Oleksandr Turchynov , ha dato alcuni dettagli della ” operazione antiterrorismo “ al parlamento di Kiev, affermando la lealtà dell’operato delle truppe ucraine, a differenza della Russia che sponsorizza i movimenti dei separatisti orientali.

“La Russia vuole l’intero sud ed est dell’Ucraina”, ha detto Turchynov , aggiungendo che le operazione di governo sono mirate a ” difendere i cittadini ucraini , per fermare il terrorismo , fermare il crimine e fermare i tentativi di strappare pezzi del nostro paese”.

I governi occidentali accusano Mosca di fomentare disordini in Ucraina orientale e temono che ogni spargimento di sangue potrebbe essere utilizzato come pretesto per una invasione russa , il che prefigurerebbe la ripetizione degli eventi accaduti in Crimea poche settimane fa . Mosca ha messo in guardia Kiev dall’uso della forza contro i manifestanti filo- russi, intimando misure e provvedimenti più duri al livello non solo diplomatico. “L’uso della forza sarebbe sabotare l’opportunità offerta dai negoziati di Ginevra “, ha detto il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov .

Dal punto di vista energetico l’Ucraina ha fatto affidamento per anni sulle forniture di gas a buon mercato provenienti dalla Russia, che ora ha nettamente aumentato le tariffe, oltre a rivendicare un enorme credito legato alle concessioni passate. Sulla scia delle minacce di Mosca , la società di servizi tedesca RWE AG ha affermato che la Germania ha iniziato la fornitura di gas all’Ucraina attraverso la Polonia, e potrebbe arrivare a vendere fino a 10 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno .

UCRAINA: I filorussi occupano Horlivka. Continua la rivolta nell'est del paese

Attivisti filo-russi hanno assaltato la stazione di polizia di Horlivka, nell’oblast di Donetsk. Non si ferma la rivolta nell’est del paese, che ormai va avanti da diversi giorni e ha visto nella giornata del 12 aprile il suo momento più drammatico con l’arrivo, a Sloviansk, di un gruppo armato di kalashnikov e armi automatiche che ha dato assalto alla locale stazione di polizia. Proprio a Sloviansk i filorussi hanno ignorato l’ultimatum di Kiev e hanno anzi occupato un altro edificio amministrativo e l’aeroporto. Riporta la BBC come l’intero oblast di Donetsk sia ormai in mano a migliaia di rivoltosi, alcuni armati e ben equipaggiati. “Milizie di autodifesa” dietro cui si cela il Cremlino, pronto a occupare la regione con soldati senza mostrine, come nel caso della Crimea.

Kiev non può reagire: “Si scatenerà una guerra civile” ha messo in guardia Mosca e la minaccia è credibile. Non sarebbe difficile per il Cremlino infiltrare uomini e armamenti organizzando una rivolta armata. Le truppe russe intanto restano stanziate al confine con l’Ucraina.

Il presidente ad interim ucraino Oleksandr Turcninov non esclude la possibilità di tenere un referendum nazionale sull’ordinamento statale del Paese – federale o meno – nello stesso giorno delle presidenziali, fissate per il 25 maggio. Una riforma costituzionale in senso federale è quanto richiesto da Putin. Finora Kiev non aveva voluto considerare questa opzione poiché preludio a una più semplice futura secessione della parte orientale ma sotto la minaccia di Mosca, e senza l’appoggio degli Stati Uniti, Kiev si trova sola ad affrontare una situazione esplosiva.

UCRAINA: Cosa succede nell'est del paese? Il riassunto dei fatti sul fronte di Donetsk

Dal 7 di aprile l’Ucraina orientale è teatro di proteste da parte della popolazione russofona che chiede la creazione di uno stato federale o l’annessione a Mosca. Le manifestazioni, dapprima pacifiche, sono presto sfociate nell’occupazione di istituzioni locali e sedi della polizia. Per questo Kiev ha lanciato un’operazione “anti-terrorismo” finalizzata a riprendere il controllo delle città dell’Ucraina orientale. A far scattare la reazione di Kiev l’assalto alla sede della polizia di Sloviansk, avvenuto il 12 aprile, condotto da un gruppo di uomini a volto coperto, armati di kalashnikov e armi automatiche. L’assalto di Sloviansk segna il passaggio a un nuovo stadio della protesta. gli uomini senza volto e ben armati che circolano in città ricordano da vicino quanto accaduto in Crimea. Qui di seguito la cronaca dei fatti.

12 aprile

Sloviansk, città di 120mila abitanti nell’oblast di Donetsk, un commando di circa settanta uomini, armati di kalashnikov e armi automatiche, ha preso d’assalto la sede della polizia locale issando bandiera russa sul tetto dell’edificio. Dopo il blitz parte della popolazione è scesa in strada a dare il proprio sostegno ai paramilitari, tra di loro il sindaco della città. Il 13 aprile le truppe ucraine hanno tentato di riprendere il controllo dell’edificio ma sono stati respinti e un soldato ucraino ha perso la vita. Kiev ha allora lanciato un ultimatum ai rivoltosi che, una volta scaduto, non hanno abbandonato l’edificio e anzi ne hanno occupato un altro. Durante gli scontri a fuoco un soldato ucraino ha perso la vita.

Kramatorsk e Druzkhovka gruppi armati sono arrivati a bordo di autobus e in meno di un’ora hanno occupato stazioni di polizia e edifici amministrativi.

Donetsk intanto continua l’occupazione del palazzo dell’amministrazione locale iniziata ormai una settimana fa. Le forze dell’ordine ucraine non sono ancora intervenute militarmente. Nella giornata del 12 aprile è andata in scena una nuova massiccia manifestazione di piazza a supporto dei filorussi.

Lugansk, malgrado sia scaduto l’ultimatum di Kiev, i rivoltosi filorussi continuano a occupare la sede principale dell’amministrazione locale.

Mariupol i manifestanti filorussi sono stati sgomberati dall’intervento delle forze dell’ordine ucraine nella giornata dell’11 aprile, ma le manifestazioni a favore dell’annessione a Mosca continuano.

Kharkiv è stata teatro di manifestazioni ma finora non si sono registrati interventi da parte dei filorussi.

13 aprile

Gazprom haalzato le tariffe del gas passando dai 268 dollari ai 485 dollari ogni 1000 metri cubi dicendo che Kiev non è più idonea allo sconto praticato in precedenza. La controparte ucraina Naftogaz ha reagito sospendendo tutti i pagamenti fino a che non ci sarà una nuova negoziazione sui prezzi.

14 aprile

Horlivka separatisti filorussi hanno assaltato la sede della polizia locale il 14 aprile.

Un caccia russo  ha sorvolato a bassa quota una nave da guerra americana nel Mar Nero. Una provocazione che ha inasprito ancor di più i rapporti tra la diplomazia americana e quella russa.

Si viene a sapere che il capo della CIA è a Kiev e che truppe speciali russe, gli spetsnaz, coordinano e aiutano i rivoltosi filorussi nell’est del paese.

Sergei Lavrov, mette in guardia Kiev “dall’usare la forza poiché ogni azione contro i filorussi potrebbe far cadere il paese in una guerra civile”.

15 aprile

Inizia l’operazione “anti-terrorismo” promossa da Kiev per riportare sotto il suo controllo le province orientali in mano ai separatisti

I centri urbani dell’Ucraina orientale, Izyum Barvinkovye e Slovyansk (160 km dal confine russo) , vedono transitare sul su territorio decine di mezzi corazzati, elicotteri, camion militari e pullman di truppe governative ucraine in divisa nera che fanno minacciosamente ronda in attesa delle indicazioni di Kiev.

Kramatorsk i filorussi occupano l’aeroporto

 16 aprile

A Kramatorsk le forze ucraine sono state disarmate dai separatisti russi che hanno loro sequestrato sei mezzi blindati con i quali sono poi entrati in città accolti come eroi dalla folla dei cittadini.

A Mariupol tre separatisti russi sono stati uccisi durante scontri avvenuti nella notte tra il 16 e il 17 aprile. circa 300 uomini hanno attaccato i militari ucraini con bombe molotov. Le truppe di Kiev hanno risposto aprendo il fuoco e uccidendo tre separatisti, secondo quanto riferito dal ministro degli Interni ucraino, Arsen Avakov. Secondo le fonti ministeriali, altri 13 separatisti sono stati feriti e 63 arrestati. E’ il più grave fatto di sangue dall’inizio della cosiddetta “operazione anti-terrorismo” lanciata da Kiev contro i separatisti filorussi.+

A Novoazovsk i separatisti issano la bandiera russa sui palazzi del consiglio regionale e del consiglio comunale.

17 aprile

A Ginevra le diplomazie russa e americana si incontrano per colloqui di pace. Viene approvato un documento per la “de-escalation” del conflitto e il disarmo delle parti. Non viene specificato chi debba essere disarmato, se i filorussi p i fascisti ucraini che secondo Mosca circolano liberi e minacciano la popolazione russofona.

20 aprile

Si rompe la fragile tregua. Tre separatisti filorussi vengono uccisi durante uno scontro a fuoco in un checkpoint di Sloviansk. A ucciderli “nazionalisti ucraini”, secondo Mosca, che accusa Kiev di non avere rispettato i patti siglati a Ginevra.

21 aprile

Kiev mostra immagini che proverebbero il coinvolgimento di soldati russi nei disordini di Sloviansk e dell’est del paese.

Krasnoarmiysk i filorussi, che ancora controllano le sedi delle istituzioni locali, tentano di conquistare la miniera

22 aprile

Due uomini vengono ritrovati uccisi nella regione di Donetsk, uno dei quali è politico locale ucraino. I loro corpi presentano segni di torture. Kiev accusa i filorussi di uccidere gli oppositori e rilancia il suo “piano anti-terrorismo” con il favore di Washington. La Russia ricomincia le esercitazioni militari lungo il confine.

24 aprile

Un commando di separatisti filorussi assalta un deposito di armi a Artemovsk, cittadina nell’oblast di Donetsk. Angela Merkel mette in guardia Putin di non andare oltre mentre Washington annuncia nuove sanzioni. Il premier ucraino Yatsenyuk accusa Mosca di voler scatenare la Terza Guerra Mondiale.

A Sloviansk continuano i combattimenti, focolai anche nella vicina Krasny Liman

In Crimea manca l’acqua a causa dell’interruzione del servizio da parte ucraina.

28 aprile

A Kharkiv viene ucciso il sindaco Hennadiy Kernes da un commando anonimo.

Kostyantynivka uomini in uniforme militare, ma senza mostrine, hanno preso il controllo della sede dell’amministrazione locale sventolando la bandiera dell’auto-proclamata Repubblica di Donetsk.

1 maggio

Nella notte, a Kiev, va in scena un’esercitazione militare che simula la difesa della città. Nel Donbass, intanto, si organizza il referendum per la secessione

2 maggio

A Odessa l’incendio del palazzo dei Sindacati, dove decine di manifestanti filorussi si erano rifugiati a seguito di scontri con la controparte filogovernativa, ha causato decine di vittime arse vive o morte soffocate. Tra loro donne e anziani.

9 maggio

A Mariupol si registrano undici morti civili. Due le versioni: quella governativa, che afferma una reazione al tentativo da parte dei separatisti di occupare una caserma di polizia. E quella dei filorussi, che raccontano come la polizia fosse passata coi separatisti e l’esercito abbia fatto fuoco sulla folla che manifestava a favore di Mosca dinnanzi al palazzo della polizia.

11 maggio

Si tiene il referendum per l’indipendenza nel Donbass, organizzato dai separatisti nel tentativo di creare una situazione simile a quella della Crimea. Intanto proseguono gli scontri.

20-25 maggio

Si intensifica l’operazione anti-terrorismo a Lugansk e Sloviansk. Secondo fonti russe, molte le vittime civili. Colpito forse un asilo e uccisi passanti da bombe a grappolo lanciate da aerei militari.

25 maggio

ELEZIONI PRESIDENZIALI, vince l’oligarca Petro Poroshenko. In alcune province dell’est il voto è reso impossibile dall’azione dei separatisti.

UCRAINA: Uomini armati assaltano Sloviansk, una nuova Crimea?

Uomini armati di kalashnikov e armi automatiche, con volto coperto e mimetica, hanno fatto irruzione nella stazione di polizia di Sloviansk, città di 120mila abitanti a nord di Donetsk, nell’Ucraina orientale. Il gruppo, composto di circa settanta unità, portava il simbolo giallo-rosso che celebra la vittoria russa nella Seconda guerra mondiale, analogamente a quanto fecero le prime milizie “spontanee” in Crimea. E davvero quantto avviene a Sloviansk ricorda quanto accaduto in Crimea dove alle prime milizie popolari hanno fatto seguito le truppe senza mostrine mandate da Mosca a ultimare l’occupazione della penisola.

I fatti di Sloviansk seguono di pochi giorni quelli di Donetsk, Lugansk e Kharkiv, in cui manifestanti filorussi avevano occupato le sedi del potere locale prima di essere in parte ricacciati dall’intervento dell’esercito ucraino. A differenza dei precedenti, però, a Sloviansk è andata in scena un vero e proprio blitz armato, nulla a che vedere con manifestazioni di “piazza” più o meno pacifiche. Il gruppo ha fatto irruzione nella sede della polizia sfondando la finestra e coprendo l’azione con gruppi di fuoco rimasti all’esterno. La bandiera russa è stata infine issata sul tetto della palazzina e parte della popolazione è scesa in strada a dare il proprio sostegno.

Mosca sembra voler alzare l’asticella dello scontro per giungere in posizione di vantaggio negoziale al prossimo incontro con la diplomazia americana, previsto per la settimana entrante. E mentre le forze ucraine ancora devono risolvere la crisi a Lugansk, ecco che a Sloviansk si accende un altro focolaio di crisi.

Non solo, secondo il ministro degli Interni ucraino Arsen Avakov, citato dall’agenzia Reuters, uomini in divisa mimetica stanno tentando un blitz per occupare la sede dell’amministrazione locale a Kramatorsk, città di 200mila abitanti non lontano da Sloviansk, anch’essa nell’oblast di Donetsk. E davvero a far esplodere la tensione basta poco: se un “manifestante” filorusso dovesse essere ucciso dalle forze ucraine durante un intervento di sgombero, il Cremlino avrebbe gioco facile a motivare un intervento diretto. Insomma, sembra che a Mosca aspettino il morto.

Nel frattempo tra Kiev e Mosca è andato in scena il secondo atto della “guerra del gas“: qualche giorno fa Gazprom ha infatti alzato le tariffe passando dai 268 dollari ai 485 dollari ogni 1000 metri cubi dicendo che Kiev non è più idonea allo sconto praticato in precedenza. La controparte ucraina Naftogaz ha reagito sospendendo tutti i pagamenti fino a che non ci sarà una nuova negoziazione sui prezzi.

Foto: Reuters

UCRAINA: Ultimatum di Kiev ai rivoltosi filorussi ma Mosca avverte: "si rischia la guerra civile"

Il governo di Kiev ha lanciato un ultimatum ai filorussi di Lugansk, Donetsk e Kharkiv dopo che questi hanno occupato, l’8 aprile scorso, le sedi delle istituzioni locali chiedendo l’annessione a Mosca.  Il ministro dell’interno Arsen Avakov ha dato 48 ore di tempo per mettere fine ai disordini dopodiché si passerà all’uso della forza. A Lugansk, nell’est dell’Ucraina, gli insorti filorussi occupano ancora la sede dei servizi segreti e rinforzano le barricate rifiutando il dialogo con il governo di Kiev.

Per evitare un altro scenario come quello della Crimea, l’esercito ucraino è già intervenute a Donetsk strappando la città ai ribelli e arrestando i capi della rivolta. La “repubblica di Donetsk”, come è stata ribattezzata dai separatisti, non è durata più di un giorno ma la tensione resta alta: Mosca ha intimato al governo di Kiev di fermare la repressione dei separatisti o “sarà una guerra civile”. A Mikolaiv, nel sud del paese, scontri tra manifestanti pro-Maidan e filorussi sono avvenuti senza che la polizia intervenisse a dividere le due parti: ad avere la peggio i filorussi, costretti ad abbandonare le sedi delle istituzioni locali occupate. A Kharkiv, infine, il palazzo della regione occupato dai filorussi è stato liberato con un blitz delle forze dell’ordine.

Resta ancora da trovare una soluzione a Lugansk, anche se le tensioni nelle altre città non possono dirsi sopite. Lugansk, che si trova nella parte orientale del paese al confine con la Russia, è “l’ultimo baluardo” della rivolta, come dichiarato dagli attivisti. E a difendere il baluardo sono arrivate anche soldati russi, questo almeno secondo il Pentagono che intima a Mosca il ritiro delle truppe da tutti i territori occupati, Crimea compresa.

Dal Cremlino, Vladimir Putin avverte “i facenti funzione del governo di Kiev” di “non commettere azioni irreparabili” o “sarà difficile evitare una guerra civile” Fino a che punto il Cremlino sarà disposto a spingere in avanti la situazione? In questa guerra di posizione, in cui Mosca e Washington misurano la propria disponibilità all’intervento armato, la situazione nell’Ucraina orientale resta tesa. La prossima settimana è previsto un nuovo incontro tra le diplomazie americana e russa, tutti si dicono pronti al dialogo ma gli Stati Uniti alzano la posta: se Mosca non lascia l’Ucraina e la Crimea, subirà un grave isolamento internazionale”. Fra meno di 24 ore scadranno i termini dell’ultimatum di Kiev, forse gli eventi precederanno la diplomazia.

Foto: Genia Savilov, AFP. Dimostrante filorusso

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