UCRAINA: Odessa sette mesi dopo. Cos’è emerso dalle indagini?

Quello del rogo della Casa dei sindacati di Odessa, dove il 2 maggio scorso sono morte 48 persone, è uno degli episodi più tristi della recente storia ucraina sul quale a più di sette mesi di distanza non è stata fatta piena luce. Dopo lo sdegno internazionale e l’iniziale, frettolosa, corsa alla ricerca di un colpevole, il testamento di sangue di Odessa ha perso spazio nei resoconti delle cronache dall’Ucraina, tanto da sembrare ora solo un lontano ricordo. Ma cosa si conosce ora sugli eventi di quel triste giorno di maggio?

Ripercorrendo brevemente i fatti

Immediatamente dopo i fatti del 2 Maggio la Verkhovna Rada ha istituito una commissione d’inchiesta, composta da deputati provenienti da tutte le fazioni politiche dell’allora Parlamento, per fare luce sulla morte delle 48 persone e sulle responsabilità dei gruppi organizzati che avevano preso parte agli scontri, della polizia locale e di alcune autorità politiche.

Il report finale, pubblicato lo scorso settembre, offre una ricostruzione dei fatti e un quadro incompleto che distribuisce le responsabilità tra le autorità politiche e militari e i gruppi organizzati contrapposti. Tutto era cominciato con l’assembramento di un gruppo di hooligans della squadra di calcio locale, il Chornomorets, prima della partita contro il Metalist (squadra di Kharkiv). Le due tifoserie, storicamente contrapposte, si sono unite in un corteo a sostegno dell’unità dell’Ucraina al quale hanno poi preso parte anche gruppi di estrema destra come Praviy Sektor e membri di “autodifesa di Maidan”. Secondo quanto riportato dal documento, le forze dell’ordine erano a conoscenza già dal 28 aprile della possibile organizzazione di cortei e provocazioni. Appare evidente che la notizia fosse giunta anche ai gruppi contrapposti, identificati dall’inchiesta con il nome di Odesskaya Druzhina, movimento filorusso locale formatosi in opposizione all’Euromaidan durante i mesi di protesta a Kiev. Alcuni di questi si erano preparati preventivamente allo scontro entrando in contatto con gli hooligans e gli esponenti di destra che accompagnavano il corteo. Gli scontri sono bene presto degenerati e gruppi di fazioni contrapposte sono finite, dopo numerose scaramucce, nella piazza antistante la Casa dei Sindacati, dove una serie di oppositori del nuovo governo di Kiev da qualche settimana avevano eretto una tendopoli. Quello che è successo dopo è meno chiaro. Una parte dei facinorosi che hanno partecipato agli scontri precedenti, insieme a molti filorussi della tendopoli (estranei agli episodi di violenza di quel giorno) si sono rifugiati nella Casa dei Sindacati per sfuggire all’aggressione degli hooligans e degli estremisti che hanno iniziato ad incendiare le tende nella piazza antistante. Nel palazzo governativo ben presto è divampato un incendio, provocato apparentemente dal lancio di cocktail infiammabili da parte degli assalitori. Molte delle 48 vittime hanno perso la vita nel rogo e alcuni, fuggiti dalle finestre, sono stati colpiti a morte dagli estremisti che avevano circondato il palazzo.

Cos’è successo all’interno?

Il resoconto appare, però, incapace di definire l’effettiva responsabilità per il rogo all’interno della Casa dei Sindacati. Se nei giorni successivi alla strage si era parlato di una massiccia presenza di cloroformio che, secondo le parole del viceministro degli Interni Vitaliy Sakal, avrebbe provocato il maggior numero di vittime, la commissione pur servendosi di numerosi esperti, non è stata in grado di definire l’effettiva presenza dell’agente chimico. Il resoconto finale si limita, infatti, a riportare tra le probabili cause di morte l’asfissia, le ustioni, ferite multiple e ferite di arma da fuoco. Membri della commissione hanno inviato, in concomitanza con la pubblicazione del report, formale richiesta al Ministero degli Interni per coinvolgere nelle indagini “esperti e tecnologie europee ed internazionali con lo scopo di svolgere un’analisi forense imparziale “sui corpi della vittime volta a stabilire l’esatta circostanza della loro morte. A quanto riportato da Ukrainska Pravda, il Ministero ha inoltrato tale richiesta ad alcuni partner occidentali come Stati Uniti, Israele, Germania e Gran Bretagna, senza ricevere una risposta formale. Ad oggi non si hanno notizie di ulteriori indagini in tal senso.

Le responsabilità della polizia e dell’amministrazione

L’indagine, inoltre, getta luce pur senza individuare alcun responsabile, sul comportamento anomalo della forze dell’ordine. Numerose testimonianze delle fasi iniziali degli scontri svoltesi lungo il percorso del corteo degli hoolignas evidenziano come la polizia fosse presente, ma non abbia “preso alcuna misura necessaria per stabilizzare la situazione e per fermare i più facinorosi, in alcuni casi non intervenendo proprio. Questo, continua il resoconto, appare ancor più grave considerando il fatto che già durante i primi scontri era individuabile tra i manifestanti dei due schieramenti non solo la presenza di oggetti contundenti come mazze, caschi, scudi rudimentali, ma soprattutto quella di armi da fuoco. Numerose sono state le persone ricoverate al pronto soccorso locale con ferite da arma da fuoco, mentre la prima vittima della giornata è stata colpita da un proiettile proprio durante i primi scontri.

Il report si sofferma anche su un particolare episodio che evidenzia la natura non del tutto spontanea degli scontri e l’azione discutibile della polizia. Secondo quanto appreso dalla commissione, sempre durante la prima fase dei combattimenti le forze filorusse sarebbero state rifornite con materiale da guerriglia (caschi, scudi, mazze, coltelli) e con alcune armi da fuoco (pistole). La polizia locale, pur individuando i fatti non sarebbe intervenuta. La distribuzione dei rifornimenti è stata fermata solo dall’intervento delle forze speciali Sokol (Falco) che avrebbero sequestrato, secondo il documento, almeno 6 pistole.

Un altro passaggio particolarmente significativo che, secondo la commissione stessa merita ulteriori indagini, riguarda il comportamento del capo del Dipartimento regionale di cooperazione con le Forze dell’ordine, Igoor Bolyanskiy. Secondo quanto appreso dall’allora capo dell’Amministrazione locale del Ministero degli Interni, Petro Liuziuk (licenziato il 3 maggio), proprio Bolyanskiy, durante un colloquio con uno dei leader di “autodifesa di Maidan” avrebbe consigliato a quest’ultimo di cambiare percorso sfuggendo così “all’accerchiamento dei filorussi e di dirigersi verso Kulikovoye Pole (piazza antistante la casa dei Sindacati) per disperdere la tendopoli”.

Poca cooperazione

Nella parte conclusiva del suo resoconto la Commissione non ha mancato di sottolineare le difficoltà incontrate durante le indagini e il poco sostegno politico. Pur avendo più volte invitato a deporre la propria testimonianza il Ministro degli Interni Arsen Avakov, il segretario dei Servizi di Sicurezza Valentin Nalivaychenko e il coordinatore di “autodifesa di Maidan” divenuto a febbraio (fino ad agosto) segretario del Consiglio di Difesa e Sicurezza Nazionale, Andrey Parubiy, nessuna di queste personalità ha voluto contribuire alle indagini.
La loro testimonianza sarebbe potuta essere, in effetti, particolarmente significativa per “chiarire la situazione riguardante i fatti avvenuti tra il 2 e il 4 maggio”. Il capo del Consiglio di Difesa e Sicurezza Nazionale, insieme al segretario dei Servizi di Sicurezza, avevano partecipato alla riunione dei rappresentanti delle forze dell’ordine e delle autorità politiche locali svoltasi il 29 aprile a Odessa. Lo scopo dell’incontro era quello di stilare un “piano di reazione alle minacce per la sicurezza nazionale” in città, in previsione della Festa della Vittoria del 9 maggio. Il 30 aprile sempre con supervisione di Parubiy, inoltre, l’amministrazione locale aveva approvato un piano per garantire l’ordine pubblico proprio durante lo svolgimento del match tra Chornomorets e Metalist del 2 maggio.
Il sostituto del Ministro degli Interni Sergey Chebotar, invece, si è direttamente occupato della stabilizzazione della situazione e delle indagini (senza risultati) nei giorni immediatamente successivi alla strage. Nemmeno in questo caso i membri della commissione sono riusciti ad avere un incontro ufficiale con il Ministero.

Sapremo mai la verità?

Appena qualche giorno dopo la pubblicazione del report, inoltre, alcune testate locali riprese anche da Itar-Tass hanno riportato la notizia della presunta manipolazione del documento. Il caso è stato sollevato dal membro della commissione d’inchiesta Svetlana Fabrikant, deputata della Verkhovna Rada eletta nel 2012 con il Partito delle Regioni e attualmente in forza a Forte Ucraina di Tigipko. Secondo la deputata, infatti, il report sarebbe stato modificato in alcune sue parti dopo la firma della sua versione finale da parte dei membri. Come riportato anche sul sito ufficiale di Svetlana Fabrikant, sarebbero scomparse dal documento le numerose testimonianze sulla presenza e l’attività del capo del Consiglio di Difesa e Sicurezza Nazionale Andrey Parubiy durante il giorno dei disordini ad Odessa e sulla presunta partecipazione agli scontri di almeno cinquecento “combattenti” membri di “autodifesa di Maidan” che sarebbero confluiti in città nelle ore precedenti ai disordini con la complicità del governatore della regione (poi sostituito il 6 maggio) Vladimir Nemirovsky.

A sette mesi di distanza appare quindi sempre più difficile credere che i responsabili della sanguinosa giornata di Odessa possano essere individuati. Non sapremo probabilmente mai con certezza chi e come abbia contribuito a trasformare gli scontri tra le opposte fazioni lungo le vie della città in una vera e propria strage. Nessun’indagine internazionale è stata intrapresa fin’ora, mentre il Comitato Consultivo Internazionale (International Advisory Panel) del Consiglio d’Europa, il cui report sugli eventi di Maidan è atteso per inizio 2015, non condurrà un’analisi parallela ma si occuperà semplicemente dell’esame delle investigazioni svolte dalle autorità ucraine. Difficile aspettarsi novità particolarmente significative.

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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Un commento

  1. Ad Al e Istriano. Ragazzi, o uomini. Ambedue avete torto. Il Popolo ucraino è grande, almeno perché sembra di non spaventarsi il “grande” orso russo. Il fratello per vicino non ha voluto proprio il Cremlino – ne con i georgiani, ne con deghestani, ne con altri… Chi è prossimo? I Paesi Baltici, Polonia, Moldova? Volete voi? Vi prendono semplice – perché non ci sono i veri uomini che lasceranno le comodità di una famiglia e andranno da volontari in guerra per difenderla, questa famiglia – confermato in persona da tanti miei amici e conoscenti italiani maschi. Quindi, amare la propria Patria è vergognoso? Da quando? Poi, prestate l’attenzione alla differenza tra essere nazionalisti e nazisti. C’è purtroppo tanta ignoranza in Bel Paese…

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