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POLONIA: La questione dei migranti sul confine bielorusso (spiegata male)

Al confine tra Polonia e Bielorussia è in corso una crisi umanitaria senza precedenti. Dal mese di agosto, decine di persone provenienti da Afghanistan, Siria, Iraq e Yemen, nonché da altri paesi africani, hanno ripetutamente tentato di attraversare il confine per entrare in Polonia. Come sono arrivate fin lì? Le autorità bielorusse organizzano il trasporto aereo dai paesi di origine fornendo visti ai migranti. Una volta atterrati a Minsk, questi vengono trasportati al confine e costretti ad attraversarlo. Indietro non si torna. Le mimetiche della milizia bielorussa, passamontagna e scudi di ferro, costringono con la forza i migranti ad attraversare la frontiera. Perché?

Il ricatto bielorusso

La Bielorussia si trova sotto sanzioni dell’Unione Europea a seguito della repressione delle proteste che da più di un anno mobilitano milioni di cittadini bielorussi. In particolare, la Polonia ha appoggiato apertamente le proteste contro il regime di Lukashenko, ospitando sul proprio territorio dissidenti come Roman Protasevich, successivamente arrestato a seguito di un dirottamento aereo, che proprio in Polonia aveva lanciato Nexta, il canale Telegram che ha mostrato al mondo la brutalità della repressione bielorussa. L’ostilità tra Varsavia e Minsk è poi accresciuta dalla questione della minoranza polacca in Bielorussia, recentemente minacciata e perseguitata dal regime. Lo scopo delle autorità bielorusse è quindi quello di creare un’emergenza umanitaria, destabilizzando il governo polacco. E sembrano esserci riusciti.

La reazione polacca

Inizialmente, la guardia di frontiera polacca fermava gli stranieri che attraversavano il confine indirizzandoli verso centri di accoglienza, ma con l’incremento dei passaggi il ministro dell’Interno ha deciso di ordinare il respingimento al confine dei migranti – una misura contraria al diritto europeo. A settembre il presidente polacco, Andrzej Duda, ha introdotto lo stato di emergenza sui territori interessati dal fenomeno. Da allora è vietato accedere all’area, effettuare registrazioni o scattare foto. Una misura che impedisce di documentare quando sta accadendo. Contestualmente, è stato ordinato all’esercito polacco di costruire una recinzione in filo spinato per disincentivare gli attraversamenti – e il governo polacco, assieme ad altri 11 paesi membri, ha chiesto fondi UE per la costruzione del muro di frontiera.

Tra diritto d’asilo e “guerra ibrida”

I corpi di almeno quattro persone morte per ipotermia sono stati rinvenuti il 19 settembre lungo la frontiera. Le agenzie internazionali, come l’UNHCR e la Croce Rossa, hanno denunciato i respingimenti illegali. Gli stati infatti hanno la facoltà di regolamentare l’accesso ai cittadini stranieri, ma il diritto internazionale stabilisce che le misure adottate a tal fine non possono impedire a nessuno di richiedere protezione internazionale. Anche la costituzione polacca garantisce il diritto di chiedere asilo.

Tremila persone sono scese in piazza a Varsavia il 18 ottobre contro respingimenti e torture, mentre il governo polacco si è difeso spiegando che la questione migranti è un esempio di “guerra ibrida” da cui la Polonia ha il diritto di difendersi.

Il governo in difficoltà

Il governo polacco, guidato dal partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS), si trova al centro di numerose controversie: dalla questione giudiziaria e le misure contro i diritti LGBT, che hanno scatenato la reazione dell’UE, fino alle leggi contro il diritto d’aborto, sulla proprietà dei media e sulla memoria nazionale, che hanno eroso il consenso dei polacchi verso l’operato del governo. Politicamente isolato, il governo polacco, si è attirato nuove critiche per il mancato rispetto dei diritti umani sul confine bielorusso.

Il sostegno tedesco

A raccontarla bene, questa storia dovrebbe finire qui. Ma alcuni aspetti, meno evidenti, sembrano svelare l’ipocrisia con cui l’Europa si relaziona alla questione dei migranti. Se dai pulpiti europei si tuona contro il mancato rispetto del diritto d’asilo, ecco che – in separata sede – i governi del vecchio continente plaudono all’operato polacco. E non si tratta solo di quei soliti figuri che ci siamo abituati a descrivere come biechi, che abitano i palazzi del potere di Budapest o Praga, ma anche dei compassati e correttissimi tedeschi, veri padroni di quell’Unione che si straccia le vesti per i diritti dei migranti.

Diritti, vale la pena ricordarlo, che anche l’Unione fatica a rispettare quando, attraverso l’operato dell’agenzia europea Frontex, ributta a mare i profughi che premono ai confini d’Europa. Horst Seehofer, ministro dell’Interno tedesco, ha ringraziato la Polonia per aver voluto “proteggere il confine orientale dell’Europa”, proponendo un controllo congiunto della frontiera. A raccontarla bene, questa storia non dovrebbe curarsi della polvere sotto il tappeto, delle ipocrisie dei governi, e nemmeno sottolineare che, al netto degli eccessi polacchi, è il regime bielorusso che sta usando in modo disumano i migranti. Ma forse vale la pena di raccontarla male, affinché quando il dito indica la luna, non ci si concentri sul dito.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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