BIELORUSSIA: Roman Protasevich e la giusta distanza

Lo scorso 23 maggio i servizi di sicurezza bielorussi hanno arrestato il giornalista e dissidente politico Roman Protasevich. Si tratta solo dell’ultimo caso, in ordine di tempo, in cui un giornalista o un dissidente politico viene arrestato a causa delle sue opinioni critiche nei confronti del governo in carica. Un classico esempio è il “caso Navalny”, il dissidente russo divenuto per molti, soprattutto a occidente, il simbolo della lotta contro l’autoritarismo del presidente russo Vladimir Putin.

A seguito dell’arresto di Roman Protasevich abbiamo assistito a due differenti – e per certi versi speculari – reazioni del mondo giornalistico. Da un lato gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno condannato l’accaduto, e i media di questi paesi hanno messo in campo quasi senza eccezione una campagna giornalistica volta alla difesa del giornalista bielorusso, presentando il suo arresto come una grave violazione dei diritti umani, fatto non nuovo sotto il regime di Lukashenko. Dall’altra parte la stampa bielorussa, in parte quella russa e perfino certi omologhi nostrani hanno descritto Protasevich come un pericoloso neonazista, un fascista che sarebbe “finito dove si merita”, mentre la Procura generale della Repubblica Popolare di Lugansk ha aperto un procedimento penale contro di lui per la sua controversa partecipazione alla guerra nel Donbass nel 2014-15. Ma questa impostazione può essere quella di chi vuole raccontare i fatti nella maniera più obiettiva e completa possibile?

La giusta distanza

Cominciamo a dire che ci si può schierare contro la censura e la repressione di un regime autoritario come quello di Lukashenko senza condividere una virgola delle posizioni di Protasevich. In uno stato di diritto non si deve poter arrestare un giornalista per un reato d’opinione, e sicuramente non lo si deve poter arrestare perché “oppositore politico”. Bisogna dirlo forte e chiaro ogni volta che un oppositore viene detenuto in modo arbitrario: gli stati in cui questo succede non sono paesi in cui vige il pieno rispetto dei diritti umani. Questo va detto a prescindere dalle posizioni del giornalista arrestato. Allo stesso modo, però, deve essere possibile criticare le posizioni di questi giornalisti o oppositori politici senza per questo venire apparentati al regime che ha violato la loro libertà personale e senza mai dimenticare che in questo caso sono loro le vittime e non i carnefici.

Questo vale per la Bielorussia o la Russia quando vengono arrestati Protasevich e Navalny, ma deve valere anche in tutte le altre occasioni. Non solo in paesi alleati delle liberaldemocrazie occidentali come l’Egitto, ma anche nelle stesse sopracitate liberaldemocrazie in cui capita che i diritti umani vengano violati. Ad esempio, capita che venga violata la libertà d’opinione quando le forze dell’ordine italiane picchiano selvaggiamente e arrestano un giornalista inglese durante il G8 di Genova del 2001. E capita quando nelle democrazie occidentali viene magari salvaguardata la libertà d’opinione ma vengono violati altri diritti umani, la cui violazione è meno visibile e rischia quindi di passare in cavalleria: il diritto alla casa, ad esempio, o quello alla salute, o a un lavoro dignitosamente retribuito.

L’assist dei media occidentali a Lukashenko

La propaganda di regime spesso addossa a un oppositore politico reati che non ha commesso o posizioni politiche che non gli sono proprie. Lo fa per renderlo inviso all’opinione pubblica, per annichilire la possibilità che ha di incidere sulla realtà. Smontare questa propaganda è uno dei primi doveri di un buon giornalista che si stia occupando del caso. Ma allo stesso modo bisogna smontare anche la narrazione contraria, ossia quella dei media occidentali che mitizzano un oppositore politico come Protasevich. Questa mitizzazione é una operazione funzionale alla costruzione di una narrazione politica – la narrazione dei buoni e bravi liberali senza macchia che si ergono a difesa della democrazia – che, almeno in questo caso, è tanto falsa, parziale e tendenziosa quanto lo é la propaganda del governo bielorusso.

E la stampa occidentale sceglie accuratamente chi mitizzare. Così restano sostanzialmente sconosciute – perlomeno in occidente – le storie dei tanti altri casi di dissidenti, russi o bielorussi, finiti nella macchina repressiva dei governi di Mosca e Minsk. Pensiamo al caso di Yulia Tsvetkova, attivista femminista e artista detenuta in Russia dal 22 novembre 2019, quando é stata accusata di diffondere propaganda pro-LGBT. La Tsvetkova è in sciopero della fame dal primo maggio scorso, una estrema forma di protesta che potrebbe portarla alla morte, perché nel processo non le viene nemmeno garantita la pubblica difesa. Oppure pensiamo al caso degli anarchici russi mandati a processo due anni fa dietro pressione del FSB. O ancora a quanto successo allo storico russo Jurij Dmitriev, la cui vicenda racconta molto dei processi di rinazionalizzazione e manipolazione della memoria storica, in atto in molti paesi dell’est Europa.

Uscire dal circolo vizioso

Ad ogni modo è bene non essere fraintesi. Va difeso il diritto di Protasevich a vedere salvaguardata la propria libertà personale, a non essere perseguito per reati d’opinione, a poter liberamente esprimere le proprie idee, a partecipare a libere elezioni e alla vita politica del proprio paese. Insieme va difeso però il sacrosanto diritto di chiunque a non condividere le posizioni politiche di questi oppositori e anche il diritto a raccontarle, sviscerarle, eventualmente criticarle, anche con forza. Eppure troppo spesso i media occidentali, con la loro narrazione mitizzante, propagandistica e non oggettiva, offrono il destro alla altrettanto mitizzante e non oggettiva (in senso ovviamente inverso) propaganda del regime autoritario di turno.

Come si esce da questa impasse? Facendo informazione in modo coraggioso. Dicendo che Protasevich ha diritto a non venire arbitrariamente detenuto per reati d’opinione a prescindere dalle posizioni politiche che sostiene. Insieme, spiegando quali sono queste posizioni in modo oggettivo e onesto, senza edulcorarle. Spiegare che Protasevich, se volessimo ragionare secondo i parametri e le categorie politiche della nostra società, verrebbe considerato un uomo di destra, che fa parte del Malady Front (Fronte della Gioventù), un’organizzazione il cui orizzonte politico è racchiuso in posizioni quali la difesa dell’Europa cristiana e il nazionalismo bielorusso. Spiegare che Protasevich ha una storia di luci e ombre relativa al suo coinvolgimento nella guerra in Donbass, chi dice come semplice giornalista, chi dice come membro, non è chiaro a quale titolo, del Battaglione Azov. Spiegare che molti membri del Malady Front sono stati accusati di avere connessioni più o meno strette con il neonazismo est-europeo, e che la stessa accusa è stata rivolta a molti dirigenti e membri dello stesso Battaglione Azov. Spiegare che esistono tanti altri oppositori, spesso di diversi orientamenti politici, che sono under-reported e raccontare le loro storie. Spiegare che la realtà è sempre complessa e che va raccontata tutta, non solo il pezzetto che ci fa comodo.

Immagine: bbc.com

Chi è Davide Longo

Nato nel 1992, vivo e lavoro a Varese. Sono laureato in Scienze Storiche all'Università degli Studi di Milano, ho studiato lingua e cultura cinese e ho trascorso un periodo di studio all'Università di HangZhou, Zhejiang, Repubblica Popolare Cinese. Oggi sono docente di Italiano e Storia nella scuola secondaria di primo grado. Appassionato di storia e politica sia dell'Estremo Oriente, sia dei Paesi dell'ex blocco orientale, per East Journal scrivo di Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria, senza disdegnare i Balcani (concepiti nel senso più ampio possibile). Ho scritto per The Vision e Il Caffé Geopolitico e sono autore di due romanzi noir: Il corpo del gatto (Leucotea, 2017) e Un nido di vespe (Fratelli Frilli, 2019).

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