Polonia aborto

POLONIA: Non le viene praticato l’aborto, muore una donna incinta

Una donna incinta è deceduta a seguito della morte del feto che aveva in grembo. I medici si sono rifiutati di praticarle l’aborto. La legge che vieta l’aborto in Polonia ha tristemente iniziato a produrre i suoi effetti

di Matteo Zola e Leonardo Benedetti

Una donna di 30 anni, incinta alla ventiduesima settimana, è deceduta a causa della morte del feto che portava in grembo. Il decesso della donna è dovuto al rifiuto, da parte dei medici, di intervenire asportando il feto. La donna era stata portata in ospedale dopo la rottura prematura delle membrane. I medici dell’ospedale di Pszczyna, cittadina della Slesia, avevano confermato che il feto era privo di liquido amniotico ed erano stati rilevati gravi difetti fetali. Tuttavia hanno deciso di non intervenire fino alla morte del feto ritenendo che non ci fossero pericoli per la salute della madre. Invece, alla morte del feto, è seguita quella della madre a causa di uno shock settico.

La vicenda, avvenuta in settembre, è stata resa nota dagli avvocati della famiglia della vittima solo negli ultimi giorni, a seguito di una denuncia contro le autorità sanitarie accusate di aver negato alla donna cure appropriate. I legali hanno messo in relazione quanto avvenuto con la legge sul divieto d’aborto, promossa dal partito conservatore al governo e in vigore da quasi un anno.

La reazione del mondo politico conservatore è stata unanime nel ritenere che la legge sull’aborto non sia da collegarsi al decesso della donna perché “capita che le donne muoiano di parto“.

La legge sull’aborto in Polonia è estremamente restrittiva. L’interruzione di gravidanza, che in precedenza era permessa entro le dodici settimane, per gravi e irreversibili malformazioni del feto o sindromi che ne minacciano la vita, è oggi consentita unicamente in presenza di pericolo di vita per la donna o per gravidanza dovuta a uno stupro.

La protesta silenziosa

Nel frattempo, i gruppi per i diritti delle donne hanno organizzato proteste silenziose in tutto il paese. Nel giorno di Ognissanti, quando tradizionalmente i polacchi accendono lumi sulle tombe dei loro cari, in molti hanno depositato fiori e candele ai margini delle piazze, lasciando messaggi in memoria della donna che gli attivisti hanno definito “la prima vittima della legge sull’aborto in Polonia”.

La paura dei medici

L’ospedale di Pszczyna nega di aver omesso di fornire le cure necessarie, affermando come al momento del ricovero i sintomi non fossero tali da presupporre conseguenze per la salute della donna. Ma gli avvocati della famiglia hanno replicato che ormai i medici lavorano nella paura di essere processati per aver condotto aborti, seppur in contesti legali e nel rispetto delle regole imposte dalla legge, a causa del clima persecutorio promosso dal governo conservatore.
Riguardo al fatto che la legge sull’aborto abbia avuto un ruolo nella morte, l’ospedale ha semplicemente affermato che “tutte le decisioni mediche sono state prese tenendo conto delle disposizioni legali e degli standard di condotta in vigore in Polonia”.

Tutto secondo la legge, quindi. Una legge sbagliata.

Un diritto negato

L’attacco del governo conservatore al diritto all’aborto arriva da lontano. Dal 2016, sono stati presentati diversi progetti di legge dai parlamentari più vicini alle associazioni pro-vita, tutti mirati a ridurre le casistiche, già molto limitate, per le quali l’aborto è considerato legale. Queste iniziative hanno scatenato a più riprese numerose proteste di piazza, mobilitazioni che per anni hanno “contenuto” l’aggressività del governo contro il diritto all’aborto.

Alla fine, i nazional-conservatori sono riusciti a cambiare la legge, non direttamente con un passaggio parlamentare ma attraverso la sentenza del Tribunale Costituzionale polacco dell’ottobre dello scorso anno, con la quale è stato dichiarato incostituzionale l’aborto in caso di gravi patologie del feto.

Una sentenza che ha tristemente iniziato a produrre i suoi effetti.

immagine tratta da Time News, nessun credito indicato.




					
									

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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