minoranza polacca

BIELORUSSIA: La minoranza polacca è sotto tiro

La minoranza polacca in Bielorussia è nel mirino di Lukashenko. Da anni sottoposta a vessazioni e divieti, si trova adesso perseguitata dal regime che intende approfittare dell’attuale posizione di forza per estendere la repressione a tutti i soggetti scomodi e le voci critiche che negli anni si sono espressi contro il governo.

Il ministro degli Esteri polacco ha chiesto l’immediata liberazione di Andrzej PoczobutAndżelika Borys, esponenti di spicco della minoranza polacca in Bielorussia, la cui detenzione è stata prolungata di ulteriori tre mesi dopo che a marzo erano stati arrestati, insieme a Irina Biernacka e Maria Tiszkowska, con l’accusa di incitamento all’odio razziale, nazionale e religioso; riabilitazione del nazismo; partecipazione a eventi anti-sovietici. Accuse che nascondono la volontà di schiacciare la minoranza polacca, da anni in prima linea nel criticare il regime.

La minoranza polacca e il regime

Secondo l’ufficio statistico bielorusso, la minoranza polacca conta 288 mila persone (pari al 3,1% della popolazione), anche se il ministero degli Esteri polacco arriva a contarne di quasi un milione. Concentrati nelle aree occidentali del paese, che fino al 1939 erano parte dello stato polacco, hanno rivitalizzato il proprio retaggio nazionale all’indomani della de-sovietizzazione. L’Unione dei polacchi di Bielorussia (Związek Polaków na Białorusi – ZPBè l’organizzazione che li rappresenta. Fino al 2005, anno in cui è stata soppressa per legge, la ZPB contava circa 20mila iscritti. Tra le sue attività la promozione della lingua e della cultura polacca ma anche la richiesta di maggiori diritti democratici. Una “nuova ZPB” filogovernativa è stata creata dal regime nel 2005, mentre quella originale ha proseguito la propria attività sia clandestinamente, sia dedicandosi ad altre forme di attivismo politico. Presidente della ZPB fino al 2005 era proprio Andżelika Borys, una delle quattro persone arrestate a marzo. Membri della ZPB sono anche Irina Biernacka e Maria Tiszkowska, anch’esse arrestate a marzo ma liberate in seguito alla pressione del governo polacco. L’attività della ZPB è ritenuta dal regime una minaccia per l’ordine nazionale in quanto “promuove l’insurrezione” e si avvale di “agenti stranieri“.

Prigionieri politici

Nel mirino è quindi finita la rete di attivisti che, dal 2005, ha continuato variamente a operare in difesa dell’identità nazionale polacca. Ma non solo. Andrzej Poczobut, uno degli arrestati, è corrispondente per Gazeta Wyborca, il più importante quotidiano polacco, e in queste veste ha documentato le proteste anti-governative che da un anno agitano la Bielorussia. Nei suoi articoli ha più volte attaccato Lukashenko, condannando le violenze del regime. Nel 2012 è stato arrestato per aver partecipato alle proteste “non autorizzate” che seguirono alle contestate elezioni presidenziali del dicembre 2011 che videro, come sempre, la rielezione di Lukashenko. Rilasciato a seguito di pressioni internazionali, venne più volte arrestato per aver criticato il regime in alcuni articoli.

I quattro arrestati non avevano preso parte alle manifestazioni di questi mesi e non erano coinvolti nella loro organizzazione. Le accuse che vengono loro rivolte non fanno alcun riferimento alle proteste ma sono di natura ideologica e pretestuosa, tali da poter essere rivolte contro qualsiasi membro della minoranza polacca in quanto, dal punto di vista del regime, promuovere la lingua e la cultura polacca è di per sé sufficiente a incitare “all’odio razziale, nazionale e religioso”. Tra le accuse, quella di “riabilitazione del nazismo” echeggia le bugie che la propaganda russa ha usato per delegittimare la rivoluzione ucraina. Bugie a cui molti, in Europa occidentale, hanno voluto credere. Crederanno anche a quelle di Lukashenko? La natura ideologica e pretestuosa delle accuse rende Andrzej Poczobut e Andżelika Borys prigionieri politici, la cui colpa è il dissenso.

Schiacciare la minoranza polacca

Secondo il quotidiano polacco Rzeczpospolita l’estensione del periodo di detenzione per Andrzej Poczobut e Andżelika Borys si deve al loro rifiuto di sottoscrivere una richiesta di perdono indirizzata a Lukashenko, in cui ammettevano i reati loro ascritti e si sottomettevano alla volontà del presidente bielorusso. Un’abiura, insomma, simile a quella confezionata per Roman Protasevich.

In molte città polacche sono stati organizzati cortei di solidarietà nei confronti degli arrestati. Irina Biernacka, riparata a Sopot dopo la scarcerazione, ha detto ai manifestanti: “Andavo in chiesa, insegnavo polacco ai bambini, mi prendevo cura dei monumenti, e per questo sono stata arrestata e detenuta in un carcere per prigionieri politici, senza cibo, senza luce, senza un materasso per dormire”. Se da un lato sarebbe ingenuo pensare che l’attivismo della minoranza polacca si limiti a prendersi cura dei monumenti e insegnare polacco ai bambini, dall’altro appare chiaro come il regime stia allargando la repressione a tutti quei soggetti scomodi, senza riguardo alla loro effettiva partecipazione alle proteste. In questo senso, l’attacco è all’intera minoranza polacca e non solo ai suoi esponenti più in vista.

Dopo aver resistito alle proteste, averle portate a consunzione, aver arrestato e torturato centinaia di persone, il regime può ora permettersi di fare piazza pulita dei suoi nemici interni. Dopo un anno di manifestazioni, le piazze hanno perso energia e il dissenso – lungi dall’essersi sopito – cerca nuove strategie. In questa fase il regime agisce con la ferocia dell’urgenza e della vendetta. Fare il deserto, e chiamarlo pace, prima che nuovi fuochi si accendano dalle braci.

Per saperne di più: Cosa succede in Bielorussia, tutti gli articoli. E in ordine

immagine tratta da #FreePolesInBelarus

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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