Nagorno-Karabakh e calcio, storie di guerra e di campioni

Il Nagorno-Karabakh è una delle realtà più complicate del mondo. Le vicende che lo hanno attraversato negli ultimi cento anni lo hanno reso come uno dei suoi tipici tappeti dalla trama inestricabile. I fili che lo compongono sono sociali, economici, etnici, linguistici. Ma non solo, alcune di queste trame colorate sono anche sportive, perché anche da qui è passato il calcio e, come sempre, continua a passarci portando messaggi che partono dalle montagne caucasiche e arrivano nel resto del mondo.

Henrikh Mkhitaryan, simbolo armeno

Henrikh Mkhitaryan è il più splendente simbolo calcistico dell’Armenia e ha sempre preso una chiara posizione sulla vicenda del Nagorno-Karabakh. Non appena le bombe sono cadute su Stepanakert, l’armeno ha scritto sui social: “Mi sono svegliato apprendendo dell’attacco dell’esercito azero che prende di mira la popolazione civile. Chiedo alla comunità internazionale di intervenire con urgenza. Abbiamo il diritto inalienabile di vivere nella nostra patria senza una minaccia esistenziale”.

Figlio di Hamlet, che fu un buon attaccante dell’Ararat Erevan, dove giocò fino al 1987 prima di trasferirsi in Francia, in due squadre della minoranza armena. Il piccolo Henrikh trascorse i primi anni della propria infanzia all’estero, dove crebbe con il mito del papà calciatore. Proprio durante la seconda esperienza d’oltralpe ad Hamlet venne diagnosticato un tumore al cervello. La famiglia rientrò in patria nella speranza di trovare una cura, ma fu tutto inutile. Hamlet Mkhitaryan morì a soli 33 anni.

Appena rientrato in Armenia, nel 1995, Henrikh fu tesserato dal Pyunik dove esordì successivamente all’età di 17 anni. Fin dai primi passi è sempre stato evidente quanto il giocatore fosse fuori scala per il campionato nazionale, il trasferimento all’estero era solo questione di tempo. E così Henrikh lasciò il paese per approdare in Ucraina, prima al Metalurh, poi allo Shakhtar Donetsk. L’approdo nel calcio dell’Europa occidentale fu la normale evoluzione del calciatore: il Borussia Dortmund e poi l’Inghilterra con il Manchester United (dove vince una Europa League, suo primo trofeo internazionale) e l’Arsenal. Nel 2019 firma per l’As Roma, dove tuttora gioca.

La grande carriera calcistica lo ha portato ad essere ammirato e rispettato nel proprio Paese, dove è considerato alla stregua di un eroe dalle giovani generazioni. Questo perché, oltre alle indiscusse doti sportive, Mkhitaryan è anche un personaggio stimato fuori dal campo, sia per i suoi studi di economia e di scienze motorie, sia perché parla sette lingue (armeno, russo, ucraino, francese, inglese, tedesco e portoghese) e, non per ultimo, per il suo impegno sociale in patria.

Quando Mkhitaryan si rifiutò di giocare la finale di Europa League a Baku: 

CAUCASO: Caso Mkhitaryan, tra sport e politica

L’azero Baghirov e il Qarabağ Ağdam

Ma anche dal versante azero non mancano le storie che hanno a che fare con il calcio. Come quella di Allahverdi Baghirov. Nato nel 1946, ad Ağdam nell’allora Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaigian, fu da sempre un grande appassionato di sport. Verso la metà degli anni Sessanta entrò nel giro della squadra della sua città il Qarabağ Ağdam, di cui divenne anche capitano. Appesi gli scarpini al chiodo, nel 1974, fu incaricato di guidare la squadra, cosa che fece con passione per moltissimi anni. Tuttavia allo scoppio della guerra all’inizio degli anni Novanta si unì al fratello alla guida di un battaglione. Secondo fonti azere, rivestì un ruolo di particolare importanza nella difesa di Khojaly, città teatro di un massacro di popolazione azera durante la guerra. Il 12 giugno 1992 perse la vita a causa dello scoppio di una mina anticarro urtata dalla sua jeep, sulla strada verso Ağdam. Due anni dopo il governo azero lo insigniva del titolo di eroe nazionale.

E morendo nel 1992, Baghirov non fece in tempo a vedere il primo grande trionfo della squadra che in vita aveva tanto amato. Dopo anni di anonimato nelle serie minori sovietiche, il Qarabağ Ağdam raggiunse finalmente la notorietà nel campionato azero. Il momento più importante della storia del Qarabağ Ağdam, arrivò infatti nell’estate del 1993: il 28 maggio e il 1° agosto, la squadra disputò due finali, vincendole entrambe e portando a casa il titolo e la coppa nazionale, primi trofei della sua storia. Tuttavia il 12 giugno iniziò il bombardamento della città, che si concluse il 23 luglio con la sua caduta. Da allora Ağdam divenne una città fantasma, rasa completamente al suolo. Non si salvò ovviamente neanche il suo stadio. Oggi il Qarabağ gioca a Baku e ha importanti sponsor che gli permettono di competere sia a livello nazionale, che a livello internazionale, dove negli ultimi anni ha raggiunto persino i gironi di Champions League, portando la sua storia ad essere conosciuta a livello internazionale.

Il calcio in Nagorno-Karabakh ai tempi dell’Urss

Nel 1979 il Karabakh Stepanakert si classificava al terzo posto nella terza divisione sovietica, andando a un passo dalla storica promozione nella Pervaya Liga (il secondo gradino della piramide calcistica sovietica). Davanti distanti rispettivamente tre e due punti il Guria Lanchkhuti e il Lokomotiv Samtredia. La squadra fu fondata nel 1927 come sezione locale della Dinamo e fu così affiliata alla polizia, come usava al tempo per le formazioni che in tutta la sterminata nazione portavano la D sul petto. Gli anni Sessanta furono anni di disgelo per le stringenti regole del Paese e la squadra poté assumere un nome più “etnico e geografico”, passando da Dinamo Stepanakert a Karabakh Stepanakert.

Nel 1977 la squadra vinse il campionato regionale, che gli permise di disputare il livello più basso del campionato nazionale. Nel frattempo erano arrivati da Erevan alcuni ottimi giocatori, che avevano giocato nel grande Ararat campione nazionale nel 1973, Hovhannes Zanazanyan e Suren Martirosyan. Gli anni Ottanta furono anni altalenanti, dove la squadra però rimase al terzo gradino del calcio sovietico. Il 1989 fu un anno complicato con spinte nazionaliste che soffiavano abbastanza forti sulla zona. Il nome della squadra divenne Artsakh (mentre l’Ağdam, un anno prima, da Kooperator diventava proprio Qarabağ). Tuttavia non si continuò a giocare per molto. A causa della guerra furono sospese le attività, e anche la squadra pagò il suo tributo al conflitto, con cinque caduti e un disperso.

Nel 1995 la squadra lasciò Stepanakert per trasferirsi a Erevan, prendendo parte al campionato armeno di calcio. Da allora sono seguiti molti cambi di denominazione e spostamenti da una città all’altra, culminati nel 2007 con lo scioglimento della squadra. L’anno successivo la squadra è tornata in Nagorno-Karabakh dove ha alternato campionati positivi a pause per problemi finanziari. Nel 2018 la squadra ha vinto il campionato dell’Artsakh con un solo pareggio e nessuna sconfitta in tutta la stagione, subendo solo tre gol. L’anno dopo si è ritirata dal campionato del Nagorno-Karabakh ed è tornata a giocare nella seconda divisione armena.

Messaggi dalla Turchia

Intanto dalla Turchia il mondo del calcio si schiera compatto in sostegno all’Azerbaigian. I profili twitter di quasi tutte le squadre hanno pubblicato messaggi di supporto, con le due bandiere affiancate a farsi forza. Ma se non stupisce il messaggio delle squadre, stupisce invece quello di alcuni gruppi di tifosi, come quello dei Çarşı, che tradizionalmente si è sempre posto su posizioni anti-governative e inclusive. Anche da parte loro un incondizionato supporto alla causa azera: la via di una pacificazione non è contemplata. Questo dimostra, una volta di più, come le proteste unitarie e contro il potere dei gruppi ultras turchi appartengano solo al passato. Anzi quei giorni di piazza sono stati la scusa per decapitare i direttivi e far appiattire su posizioni filo-governative anche un mondo tradizionalmente variegato.

Immagine: Gianni Galleri

Chi è Gianni Galleri

Autore di "Curva Est. Un viaggio calcistico nei Balcani" e "Questo è il mio posto. Le nuove avventure di Curva Est fra calcio e Balcani". Coordina la redazione sportiva di East Journal.

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