NAGORNO-KARABAKH: La gioventù azera contro la guerra

Da cinque giorni a questa parte proseguono gli scontri armati e la violenza tra gli eserciti di Armenia e Azerbaigian sul fronte del Nagorno-Karabakh. Il numero delle vittime, soldati ma anche civili, continua ad aumentare da entrambe le parti. In un contesto in cui la narrazione del conflitto si fa sempre più radicalizzata, sia nei (social) media che nelle dichiarazioni ufficiali dei leader dei paesi coinvolti, crediamo che le poche voci anti-militariste che emergono dalla regione meritino la massima visibilità e attenzione. In Azerbaigian in particolare, quei pochi attivisti che osano esporsi e prendere posizione contro la guerra e la retorica nazionalista non vanno solamente incontro ad una marginalizzazione nel discorso pubblico, ma rischiano addirittura l’arresto. Per questo, la redazione Caucaso di EastJournal ha voluto tradurre in italiano una dichiarazione anti-militarista firmata dai membri del movimento “Gioventù azera di sinistra”, in cui si denunciano la disumanizzazione del “nemico” e la manipolazione del conflitto da parte della classe dirigente di entrambi i paesi. La dichiarazione è stata pubblicata mercoledì 30 settembre, in inglese, sul portale LeftEast

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La recente escalation tra l’Azerbaigian e l’Armenia in Nagorno-Karabakh dimostra ancora una volta quanto la cornice dello “stato-nazione” sia obsoleta nella realtà attuale. L’unico occupante contro cui dobbiamo lottare è l’incapacità di superare la linea di pensiero che divide i popoli tra umani e non-umani basandosi solamente sul loro luogo di nascita, per poi stabilire la superiorità degli “umani” sugli “altri” disumanizzati, come unico scenario possibile per una vita all’interno di precise frontiere territoriali. Questo è ciò che occupa le nostre menti e le nostre capacità di liberarci da quelle narrazioni e quei modi di immaginare la vita che ci sono imposti dai nostri governi predatori e nazionalisti. E’ questa linea di pensiero che ci fa dimenticare le condizioni di sfruttamento in cui sopravviviamo nei nostri rispettivi paesi non appena la “nazione” ci chiama a proteggerla dal “nemico”. Ma il nostro nemico non è l’armeno qualunque, che non abbiamo mai incontrato in vita nostra e probabilmente mai incontreremo. Il nostro nemico sono le persone al potere, che hanno nomi e ranghi specifici e un aspetto molto riconoscibile, che per oltre due decenni hanno impoverito e sfruttato la gente comune e le risorse del paese per il proprio tornaconto. Sono stati intolleranti di qualsiasi dissenso politico, opprimendo gli oppositori con i loro imponenti apparati di sicurezza. Hanno occupato siti naturali, coste, risorse minerarie per il proprio piacere e utilizzo, limitandone l’accesso ai comuni cittadini. Hanno distrutto l’ambiente, abbattuto alberi, contaminato l’acqua, accumulando su vasta scala attraverso l’espropriazione. Sono complici della scomparsa di siti storici e archeologici e di reperti in tutto il paese. Hanno dirottato risorse dai settori essenziali come l’educazione, la sanità e il welfare verso l’esercito, arricchendo così i nostri vicini capitalisti e le loro aspirazioni imperialiste – la Russia e la Turchia. E’ curioso che ogni singola persona sia cosciente di questa realtà, ma venga colpita da un’improvvisa ondata di amnesia non appena viene sparato il primo colpo sulla linea di contatto tra l’Armenia e l’Azerbaigian. Ciechi, proprio come i personaggi dell’omonimo romanzo di Saramago, tutti diventano autodistruttivi, esultando per la morte di giovani ragazzi nel nome di un “martirio” per una causa “sacra”. Questa causa non è mai stata altro che una piattaforma esistenziale per mantenere i governi di Azerbaigian e Armenia al loro posto, che è servita a giustificare l’infinita militarizzazione delle società e la ricerca di ulteriore violenza e morte.

Tuttavia non possiamo dare la colpa alla popolazione: in assenza di altre cornici interpretative per capire la guerra e il conflitto tra le due nazioni, l’ideologia nazionalista rimane incontestata. L’unica cosa che le nostre istituzioni educative sottofinanziate sanno fare è insegnare a compiere l’odio e diffondere propaganda nazionalista. Perché l’odio non è mai un prodotto della psiche individuale, ma è costruito e prodotto all’interno di specifiche relazioni di potere. In un contesto dove non esiste un contatto diretto tra ‘colui che odia’ e ‘colui che è odiato’, più il pubblico ‘che odia’ inizia a preoccuparsi di questioni relative alla propria sopravvivenza economica – in un sistema che gli nega la distribuzione equa delle risorse e dei servizi e che accumula sempre più miseria quotidiana – più sorge il bisogno di ricordargli di odiare ‘l’odiato’ e riprodurre odio. L’odio dev’essere compiuto. Hanno rubato la “nostra” terra, diciamo noi, e perciò li odiamo. Non importa che esistano una miriade di altri modi di abitare quella terra senza che sia un unico gruppo a rivendicarne la proprietà incontestata.

Un giorno il fratello adolescente di uno di noi, dopo essere venuto a sapere di una riunione prevista con dei colleghi armeni all’estero, ha chiesto stupito: “Incontrerai un armeno VERO?”. Pensateci, intere generazioni sono cresciute in isolamento, senza contatti con le persone con cui abbiamo coesistito per secoli in uno stesso spazio. Che tipo di violenza esercita questo isolamento dell’esistenza sulle nostre menti e abilità creative? Inutile dirlo, questa è anche una formula perfetta per la disumanizzazione dell’”altro”. Cosa c’è di più semplice dell’attribuire qualunque malvagità ad un popolo con cui non ho mai interagito in vita mia?

Per anni, dopo la firma degli accordi di Bishkek (1994), che hanno portato ad un cessate il fuoco tra le parti, i governi di Armenia e Azerbaigian hanno accumulato grandi quantità di armamenti letali che ora si preparano ad usare l’uno contro l’altro. L’ultima volta in cui i due paesi si avvicinarono alla risoluzione pacifica del conflitto fu nel 2001, durante i colloqui di pace di Key West sotto la mediazione della co-presidenza del Gruppo di Minsk – Francia, Russia e Stati Uniti. Tuttavia, a causa del predominare di sentimenti nazionalisti e del fatto che i leader da entrambe le parti non erano pronti al compromesso, i colloqui fallirono. E la pace non è mai più stata approcciata in maniera così decisa come all’inizio del ventunesimo secolo.

Nel contesto attuale è estremamente difficile per noi trovare un modo di evitare un’altra guerra nella regione. Osserviamo l’aumento e la diffusione del discorso di odio che domina le narrazioni da entrambe le parti, specialmente sui canali televisivi, nelle dichiarazioni ufficiali e nei post sui social media, che circolano con un’intensità preoccupante. Da entrambe le parti si fanno affermazioni difficili da verificare e che creano un’atmosfera di paura, odio reciproco e diffidenza.

Da entrambe le parti la gente ha sofferto e resistito la pandemia e la recessione economica, cercando di sopportare le sfide che queste crisi hanno portato con sé, e si trova ora trascinata in uno scontro militare che ritarda ogni possibile risoluzione costruttiva del conflitto nel Nagorno-Karabakh. Mantenere il conflitto richiede una grande quantità di risorse economiche e umane, affinché le elites da entrambe le parti possano continuare ad approfittarne. Il budget militare dell’Azerbaigian per il 2020 è salito a 2.3 miliardi di dollari mentre per l’Armenia ammonta a 643 milioni, e costituisce essenzialmente il 5% del PIL in entrambi i paesi.

E’ tempo che noi, la gioventù azera e armena, prendiamo nelle nostre mani la risoluzione di questo conflitto obsoleto. Questa non deve più essere la prerogativa di uomini in giacca e cravatta, il cui scopo è l’accumulazione di capitale economico e politico e non la risoluzione del conflitto. Dobbiamo sbarazzarci del brutto paravento dello stato-nazione, che appartiene al dimenticatoio della storia, immaginare e creare nuove modalità di coesistenza comune e pacifica. Per questo è essenziale ripristinare iniziative politiche, dal basso, fatte principalmente di comuni cittadini locali che ristabiliranno i colloqui di pace e la cooperazione. Noi attivisti di sinistra in Azerbaigian rifiutiamo che si mobiliti ulteriormente la gioventù del paese per questa guerra priva di senso, e consideriamo il ripristino del dialogo come nostro obiettivo principale.

Non vediamo il nostro futuro, né la risoluzione del conflitto, in ulteriori escalation militari o nella diffusione di odio reciproco. I recenti scontri militari in Nagorno-Karabakh non contribuiscono affatto alla pace nella regione. Non vogliamo nemmeno immaginare il rischio di essere trascinati in una guerra su vasta scala, perché siamo consapevoli delle ripercussioni che questo avrebbe sulle nostre società e le generazioni future. Condanniamo fortemente ogni mossa fatta per prolungare il conflitto e acuire l’odio tra i due popoli. Vogliamo guardare indietro e fare i passi necessari per ristabilire la fiducia tra le nostre società e tra i giovani. Rifiutiamo qualsiasi narrazione nazionalista e belligerante che esclude la possibilità per i nostri popoli di vivere ancora insieme su questa terra. Chiediamo iniziative volte alla pace e alla solidarietà. Crediamo che esista una via alternativa per uscire da questo stallo attraverso il rispetto reciproco, l’attitudine pacifica, e la cooperazione.

Firmatari:

Vusal Khalilov

Leyla Jafarova

Karl Lebt

Bahruz Samadov

Giyas Ibrahim

Samira Alakbarli

Toghrul Abbasov

Javid Agha

Leyla Hasanova

Chi è Laura Luciani

Nata a Civitanova Marche il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacia firmavano un accordo sulla dissoluzione dell'URSS. Attualmente è dottoranda in scienze politiche presso la Ghent University (Belgio), con una ricerca sulle politiche dell'Unione europea per la promozione dei diritti umani e il sostegno alla società civile nel Caucaso meridionale. Oltre a questi temi, si interessa di spazio post-sovietico in generale, di femminismo e questioni di genere, e a volte di politiche linguistiche. E' co-autrice del programma "Kiosk" di Radio Beckwith.

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