Nuova escalation in Nagorno-Karabakh, Erevan e Baku dichiarano la legge marziale

La mattina del 27 settembre i cittadini di Armenia, Nagorno-Karabakh e Azerbaigian si sono svegliati con la notizia di una nuova, seria escalation lungo la linea di contatto che divide l’Azerbagian dall’autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh.

Secondo numerosi osservatori del conflitto, tra cui Laurence Broers di Conciliation Resources e Olesya Vartanyan dell’International Crisis Group, la situazione sul campo è “molto pericolosa” e l’escalation attuale potrebbe rivelarsi “molto peggiore” di quella dell’aprile 2016.

Sia il presidente del de facto Nagorno-Karabakh Arayik Harutyunyan che il premier armeno Nikol Pashinyan hanno annunciato una mobilitazione generale e dichiarato la legge marziale nei rispettivi territori. Nel tardo pomeriggio anche il parlamento azero ha approvato un decreto che dichiara la legge marziale. L’accesso a internet era stato ristretto nel paese al fine di “evitare provocazioni”, ma sembra ora essere stato ristabilito.

Quello di oggi è un attacco su vasta scala, che coinvolge tutta la linea del fronte e in cui sono impegnati carri armati, fanteria, droni e artiglieria. Dei video diffusi da stamattina sui social media armeni mostrerebbero dei bombardamenti sulla città di Stepanakert, capitale de facto del Nagorno-Karabakh – qualcosa che non succedeva dalle fasi di conflitto “caldo” nei primi anni novanta.

Come al solito, le parti coinvolte nel conflitto si accusano reciprocamente di aver dato inizio all’attacco. Il premier armeno Nikol Pashinyan ha dichiarato che le truppe azere hanno lanciato un’offensiva in Nagorno-Karabakh, mentre il ministero della Difesa azero accusa le forze armene di essere responsabili di “provocazioni” nei pressi della linea del fronte, cosa che avrebbe spinto Baku ad intraprendere un contrattacco.

Entrambe le parti hanno riportato la morte di civili nei villaggi lungo la linea di contatto, anche se al momento risulta ancora difficile verificare i numeri esatti. 11 membri dell’esercito armeno sarebbero stati uccisi, e il ministero della Difesa armeno ha anche pubblicato dei video in cui si vedono dei carri armati distrutti dalle bombe.

La retorica militarista si è riaccesa da entrambi i lati del conflitto: Harutyunyan ha dichiarato che se Baku “dichiara guerra, guerra avrà”. In un breve discorso alla nazione nel pomeriggio di domenica, il premier Pashinyan ha accusato l’Azerbaigian di voler risolvere il conflitto per via militare, dichiarando che l’Armenia è pronta a difendere il Nagorno-Karabakh. Dal canto suo, Baku ha annunciato che l’esercito azero avrebbe già ripreso il controllo di sette villaggi occupati dalle forze armene, anche se tale dichiarazione è stata smentita e definita “disinformazione” dal Consiglio di sicurezza del Nagorno-Karabakh.

La comunità internazionale, tra cui i rappresentanti del Gruppo di Minsk dell’OSCE (incaricato della risoluzione del conflitto), ma anche di ONU, Russia, Francia e dell’Unione Europea, si è detta profondamente preoccupata dai recenti sviluppi e ha invitato le parti al controllo e alla ripresa del dialogo, al fine di giungere ad una una risoluzione sostenibile del conflitto. Come già lo scorso luglio, la Turchia ha invece espresso il suo massimo sostegno all’Azerbaigian.

L’escalation di questa domenica si iscrive chiaramente nella scia degli scontri del luglio 2020, ma anche di alcuni avvenimenti più recenti che hanno fatto salire la tensione. Solo poche settimane fa, l’Armenia aveva annunciato la creazione di una milizia civile su scala nazionale al fine di integrare i ranghi delle forze armate.

Lo scorso 19 settembre il presidente della repubblica de facto del Nagorno-Karabakh aveva annunciato il trasferimento del parlamento da Stepanakert a Shusha/Shushi, città che Baku rivendica come centro storico e culturale azero. La mossa era stata seguita da dichiarazioni infiammatorie del presidente Aliyev, che aveva descritto i negoziati con l’Armenia come “futili e insensati”, suggerendo che il rischio di una nuova guerra era alto. Già dallo scorso lunedì era inoltre stata osservata una certa mobilitazione delle truppe azere sul fronte, che qualcuno aveva interpretato come esercitazioni militari.

L’analista Thomas de Waal ha sottolineato come l’Azerbaigian avrebbe voluto approfittare di una serie di circostanze, tra cui il sostegno più deciso della Turchia, l’attuale debolezza dell’OSCE priva di leadership e la distrazione degli Stati Uniti impegnati nella campagna elettorale, per cercare di riprendere il controllo dei territori occupati dall’Armenia negli anni novanta.

Nel contesto attuale, un maggiore coinvolgimento della comunità internazionale e pressioni più forti da parte del Gruppo di Minsk per la ricerca della pace appaiono fondamentali al fine di evitare un’espansione del conflitto sia a livello regionale, che tra le comunità della diaspora.

Foto: Malik Baghdasaryan

Chi è Laura Luciani

Nata a Civitanova Marche il giorno in cui tre presidenti riuniti in una dacia firmavano un accordo sulla dissoluzione dell'URSS. Attualmente è dottoranda in scienze politiche presso la Ghent University (Belgio), con una ricerca sulle politiche dell'Unione europea per la promozione dei diritti umani e il sostegno alla società civile nel Caucaso meridionale. Oltre a questi temi, si interessa di spazio post-sovietico in generale, di femminismo e questioni di genere, e a volte di politiche linguistiche. E' co-autrice del programma "Kiosk" di Radio Beckwith.

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