BOSNIA: Srebrenica, la negazione compiuta

A venticinque anni esatti dai fatti, Srebrenica deve ora subire un nuovo attacco, altrettanto insidioso e, se possibile, altrettanto odioso: quello della contro-narrazione, della negazione. Come se, liberatisi del corpo, della carne e delle ossa, non restasse altro che liberarsi della memoria per completare lo scempio, per chiudere il cerchio. La negazione come ultimo stadio del genocidio, l’atto finale a compendio dell’episodio più sanguinoso avvenuto in terra europea dal secondo dopoguerra ad oggi.

Il rapporto del Memoriale di Srebrenica

Non sono bastate le sentenze, il riconoscimento anche formale dell’eccidio di Srebrenica come genocidio, gli oltre ottomila morti stimati, le seimila e seicento vittime  riconosciute al di là di ogni ragionevole dubbio e già sepolte nel cimitero-memoriale di Potocari: un conto che si aggiorna di anno in anno in un rito tanto doloroso quanto necessario, ora lo sappiamo anche più di prima. Non sono bastate le condanne a vita del responsabile politico di quella carneficina, Radovan Karadzic, né quella del suo braccio armato, l’uomo che sul campo la perpetrerò con inenarrabile crudeltà, Radko Mladic.

Nulla di tutto ciò è bastato: è questo quanto emerge, inequivocabilmente, dal rapporto appena curato da Monica Hanson Green per lo Srebrenica-Potocari Memorial and Cemetery for the Victims of the 1995 Genocide e significativamente intitolato “Il Genocidio di Srebrenica – Rapporto della Negazione 2020”.

Le mille strade della contro-narrazione

Il processo della contro-narrazione assume mille sfaccettature e si realizza secondo linee che si muovono in parallelo tra loro, salvo poi convergere verso l’obiettivo finale: la negazione.

C’è la minimizzazione dei fatti, lo sforzo di screditare le ricostruzioni numeriche di quel massacro, il riconteggio dei morti su basi di pura fantasia: un tentativo portato avanti da anni, da quando nel 2002 il “Centro di Documentazione della Repubblica Srpska per la Ricerca dei Crimini di Guerra” propose la cifra di 2.000 musulmani uccisi, indicandoli come militari e non come civili inermi. Un numero, questo, tornato spesso negli anni successivi, suggerito persino da Milorad Dodik, attuale membro serbo della presidenza tripartita di Bosnia, e riproposto come un mantra da Mladen Grujicic, primo sindaco serbo-bosniaco di Srebrenica che ha definito “false” molte delle tombe del memoriale.

In questo stesso alveo, si inserisce la teoria della cospirazione internazionale, quello del supposto pregiudizio del mondo intero contro la Serbia e i serbi; atteggiamento, questo, che ha radici profonde, e parente stretto di un altro stato mentale assai radicato, quello del vittimismo.

Altro elemento cardine del processo di revisione storica è la glorificazione dei criminali di guerra che prevede, nella sua logica perversa, persino l’inversione dei ruoli tra vittima e carnefice e lo sdoganamento dei simboli nazionalisti serbi più impresentabili. Sono svariati i casi che si inseriscono in questo contesto: non solo dediche di piazze, vie, monumenti e brani musicali al personaggio di turno, ma persino comparsate pubbliche, come quella, scandalosa, che vide protagonista Ratko Mladic collegato dalla sua cella in Olanda durante un programma televisivo nel novembre 2018.

Altro caso emblematico è quello che riguarda Vojislav Seselj: condannato in via definitiva nel 2018 dal Tribunale penale internazionale dell’Aja a dieci anni di carcere per crimini contro l’umanità, Seselj vive  libero a Belgrado dopo aver scontato i due terzi della pena, è membro del parlamento serbo ed ha recentemente pubblicato un volume di oltre tremila pagine con un titolo che non lascia dubbi “Non ci fu genocidio a Srebrenica”.

In questo filone viene inclusa persino la discussa attribuzione del Premio Nobel per la Letteratura 2019 a Peter Handke, considerato apologista dell’ex presidente serbo, Slobodan Milosevic, e autore di scritti in cui attribuisce alla mano degli stessi bosgnacchi (i bosniaci musulmani) un altro degli episodi simbolo della guerra in Bosnia: la strage del mercato di Markale.

La negazione compiuta? Cosa fare?

Il rapporto di Hanson Green è venato, in ogni pagina, da una sorta di consapevole pessimismo: consapevolezza e pessimismo che si originano dall’osservazione di quanto la contro-narrazione su Srebrenica abbia fatto breccia non solo in ampi settori della società civile serba e serbo-bosniaca ma persino nell’ambito di diversi circoli accademici e intellettuali delle destre occidentali, al punto che la negazione del genocidio non è mai stata così diffusa e socialmente accettata.

È dunque necessario fare qualcosa, sebbene l’impresa appaia di primo acchito, improba: la comunità internazionale, i governi di tutto il mondo, le istituzioni transnazionali e le ONG dovrebbero sentire l’obbligo morale di combattere contro il negazionismo. Sono diversi, ma per il momento ancora pochi, i governi che hanno introdotto leggi per vietare il negazionismo del genocidio; tra di essi, significativamente, ci sono Slovenia e Croazia ma non c’è la Bosnia. Lo scorso anno Belgio e Canada hanno approvato una legge che estende la proibizione del revisionismo dell’Olocausto ai genocidi di Srebrenica e Ruanda. Il negazionismo, poi, si combatte anche con l’educazione e nelle scuole, partendo dall’unificazione dei programmi scolastici che in Bosnia è resa quasi impossibile dalla segregazione etnica degli studenti e da libri di storia separati e inconciliabili.

Nell’introduzione al volume Emir Suljagic, direttore del Memoriale di Srebrenica, non ne fa solo una questione di giustizia sociale e di doverosa aderenza alla realtà storica: certo la negazione appare, innanzi tutto, come un intollerabile supplemento di sofferenza somministrato ai sopravvissuti. Basti pensare agli applausi e alle lacrime dei parenti delle vittime che accompagnarono la lettura della sentenza di condanna definitiva a Karadzic, accolta come una liberazione, come un macigno rimosso dal cuore. Ma c’è qualcosa di più e di diverso: negare significa creare il substrato ideale per la recrudescenza dell’odio, per l’innesco di nuove future violenze e, non sia mai, porre le basi perché “Srebrenica”, ovunque sia, accada di nuovo.

Chi è Pietro Aleotti

Milanese per caso, errabondo per natura, è attualmente basato in Kazakhstan. Svariati articoli su temi ambientali, pubblicati in tutto il mondo. Collabora con East Journal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani ma di Balcani ha scritto anche per Limes, l’Espresso e Left. E’ anche autore per il teatro: il suo monologo “Bosnia e il rinoceronte di pezza” ha vinto il premio l’Edizione 2018 ed è arrivato secondo alla XVI edizione del Premio Letterario Internazionale Lago Gerundo. Nel 2019 il suo racconto "La colazione di Alima" è stato finalista e menzione speciale al "Premio Internazionale Quasimodo".

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